La lingua dell’angelo. Ovvero:

sulla traduzione

 

 

Ogni uomo pensante troverà sempre la verità. Può partire da dove vuole e camminare come vuole.

 

 

(Novalis, Frammenti, 307.)

 

 

 

Scrivendo la sua introduzione al pensiero del francofortesi, Martin Jay parlò di “teoria aperta”, “incompiuta” per sua stessa essenza[1]. Amico personale e compagno di ricerche dei più noti esponenti di quella scuola, Walter Benjamin sembra identificabile in quella definizione, anche quando prese le distanze dalla dialettica di Horkheimer e di Adorno, per recuperare l’alterità totale dell’apertura ermeneutica ebraica. Anche per la sua opera, quindi, possiamo far valere il discorso critico di Jay. Soprattutto possiamo estenderlo alle sue riflessioni sulla lingua e sulla traduzione. D’altra parte, se è vero che nel nucleo più profondo di tali teorie “c’è un’avversione per i sistemi filosofici chiusi” e che “perciò presentarla come uno di questi significherebbe distorcere il suo carattere essenzialmente aperto, problematico e incompiuto”, allora vuol dire che le intuizioni di Benjamin devono essere sviluppate ancora. Criticate. Cioè tradotte.

Cominciamo a farlo, partendo da molto lontano. Addirittura dai limiti dell’esperienza umana.

 

Tunc vox Lethaeos cunctis pollentior herbis

excantare Deos confudit murmura primum

dissona et humanae multum discordia linguae.

Latratus habet illa canum gemitusque luporum,

quod trepidus bubo, quod strix nocturna queruntur,

quod stridunt ululantque ferae, quod sibilat anguis;

exprimit et planctus illisae cautibus undae

silvarumque sonum fractaeque tonitrua nubis.

Tot rerum vox una fuit. Mox cetera cantu

explicat Haemonio penetratque in Tartara lingua.[2]

 

Lucano; degno nipote di Seneca tragico. L’atmosfera dell’episodio è lugubre e tetra. Per i riferimenti all’occultismo ed alla necromanzia. Per l’indugiare descrittivo del testo su elementi infernali. Per la snervante attesa di qualcosa si vorrebbe non accadesse; un’infrazione pericolosa (lo stabilirsi di un contatto tra i mondi separati dei morti e dei vivi). Per lo sconvolgimento dell’equilibrio classico dell’epoV augusteo... Perché una lingua non-umana (ed anche solo la sua esistenza possibile nell’universo letterario è, per l’uomo, “spiazzante”. L’alterità scatena un’esigenza critica. Infatti, l’Io è prigioniero di questa contraddizione: da una parte, crede di conoscere l’Altro meglio di chiunque, ma proprio come un qualche cosa di esterno a sé e perciò inferiore ed emarginabile; e dall’altra, l’Io è spesso colpito da questa evidenza; l’Altro è impenetrabile, sgusciante, intrattabile; non lo si può smontare, non si riesce a risalire alla sua origine, sciogliere il suo enigma, affrontarlo come pacifico. Da dove viene? Chi è? Ci si esaurisce in sforzi inutili: nessun Io lo saprà mai.[3]

Il non-umano mette in crisi l’uomo; una lingua non familiare scardina le nostre certezze di dominio sul mondo[4], ci chiede di pensare, di scegliere, di trovare un senso per ciò che esprimiamo. In questo modo, fare critica è, essenzialmente, tradurre. Cioè riflettere, ma anche rifletter-si.

 

Sie wandeln färben jedes ding im rund

Daß wir es in der echten form erkennen

Daß wir es mit dem wahren namen nennen

Doch was  ertönen macht das ist dein mund.[5]

 

L’uomo è il frutto dell’ “oblìo”; oblio dell’essere, dimenticanza del tempo e sopravvivenza nella “durata”, disattivazione della conoscenza universale e selezione di una lingua, censura del Sé, rimozione della “parte maledetta”...[6]

L’uomo, nell’origine della sua condizione storica, è un essere dimezzato, di un’unicità incompleta e solitaria[7]; eppure la sua autenticità di vita non è altro che un continuo tentativo (o una continua tentazione?) di oltrepassare le proprie barriere individuali. Per questo il nostro essere-al-mondo non si esaurisce mai nell’ascesi idealistica del soggetto, e neanche nella pura dinamica fisiologica ed organica[8]; per questo sentiamo il bisogno dei simboli, dei miti, delle traduzioni.[9]

 

What are the roots that clutch, what branches grow

Out of this stony rubbish? Son of man,

You cannot say, or guess, for you know only

A heap of broken images, where the sun beats,

And the dead tree gives no shelter, the cricket no relief,

And the dry stone no sound of water. Only

 

There is shadow under this red rock,

(Come in under the shadow of this red rock),

And I will show you something different from either

Your shadow at morning striding behind you

Or your shadow at evening rising to meet you;

I will show you fear in a handful of dust.[10]

 

“Tradurre” è, essenzialmente, tra-ducere, cioè: condurre qualcosa attraverso ed al di là di qualcos’altro. D’altra parte è pur vero che la traduzione assume la sua evidenza paradigmatica soprattutto in ambito propriamente linguistico; tra-ducere diventa perciò meta-jrazein. Attenzione, però!  Nell’inter-scambio linguistico non è ciò-che-si-dice che viene comunicato: la traduzione non espone un “contenuto”[11], piuttosto essa esibisce la potenza “auratica” del linguaggio tangibile nell’opera d’arte[12].

 

Che cosa “dice” un’opera poetica? Che cosa comunica? Assai poco a chi la comprende. L’essenziale, in essa, non è comunicazione, non è testimonianza. Ma la traduzione che volesse trasmettere e mediare non potrebbe mediare che la comunicazione - e cioè qualcosa di inessenziale. [...] La traduzione è una forma. [...] se la traduzione è una forma, la traducibilità deve essere essenziale a certe opere. La traducibilità inerisce essenzialmente a certe opere; ciò non significa che la loro traduzione sia essenziale per le opere stesse, ma vuol dire che un determinato significato inerente agli originali si manifesta nella loro traducibilità.[13]

 

Tradurre significa dunque cor-rispondere nell’effimero con la Chiamata del linguaggio, verso il senso originario. Ma dirigersi verso l’origine non significa pervenire ad uno stadio primo del senso, al contrario il principio riposa nella dimensione dell’assenza, dell’infinita tensione che non si accontenta di quanto le è già noto. Il principio diventa traguardo, cioè acquista la dimensione di un momento sempre successivo a quello in cui l’esistenza è data; come orizzonte del mondo l’origine-mèta è al culmine della vita eppure nello stesso tempo al di sopra di essa[14].

Inteso in questo senso, il nostro cammino verso un’origine mai data è un continuo sussulto per l’imprevisto ed il simbolico, ovvero un continuare senza posa a tendere verso l’estasi della comunicazione[15]. Quando l’individuo crede di aver raggiunto il traguardo della significazione, nel momento in cui l’uomo suppone di aver sciolto le aporie del linguaggio, di aver cioè risposto alla Chiamata, egli si ritrova di fronte ad uno specchio che, come nella storia dei discepoli di Saïs, rimanda la sua immagine. E allora il viaggio ricomincia, alla ricerca di una risposta ulteriore. Questo persistere nella condizione dell’essere interrogati costituisce la tradizione come sostrato della traduzione. Quasi che una voce silenziosa susciti in noi la necessità paradossalmente libera, la responsabilità del nostro atteggiamento - esistenziale ed ontologico insieme - verso tutto ciò che è. La verità interroga in silenzio, seduce dall’interno del nostro animo, provoca attraverso gli spazi bianchi tra le righe e le lettere del testo; e noi siamo lì, a rischio, tesi nell’ascolto, ma sempre sul punto di perdere il filo, di smarrire il contatto, di essere sopraffatti dalla chiacchiera. Per questo il compito del traduttore, in quanto egli risponde all’evocazione segreta del linguaggio, abbisogna di fare chiarezza sulla propria essenza umana, di recuperare l’intimità della conoscenza poetica di se stessi.

 

Dans ma cervelle se promène,

Ainsi qu’en son appartement,

Un beau chat, fort, doux et charmant.

Quand il miaule, on l’entende à peine,

 

Tant son timbre est tendre et discret;

Mais que sa voix s’apaise ou gronde,

Elle est toujours riche et profonde.

C'est là son charme et son secret.

 

Cette voix, qui perle et qui filtre

Dans mon fond le plus ténébreux

Me remplit comme un vers nombreux

Et me réjouit comme un philtre.

 

Elle endort les plus cruels maux

Et contient toutes les extases;

Pour dire les plus longues phrases,

Elle n’a pas besoin de mots.

 

Non, il n’est pas d’archet qui morde

Sur mon coeur, parfait instrument,

Et fasse plus royalement

Chanter sa plus vibrante corde

 

Que ta voix, chat mystétieux,

Chat séraphique, chat étrange,

En qui tout est, comme en un ange,

Aussi subtil qu’harmonieux! [16]

 

Tradurre, nel senso di meta-jrazein, non è altro che tra-dire. Nessuna traduzione, infatti, potrà mai essere una fedele ri-produzione di un originale. La traduzione mette in moto, sempre ed inevitabilmente, un meccanismo dialettico-kabalistico che termina nel recupero problematizzato dell’intraducibile, ovvero del silenzio dell’essere[17]. La traduzione, in quanto verbalizzazione dello stallo esistente tra l’uomo ed il senso, è funzione di una dif-ferenza. Così il linguaggio produce effetti poetici.

 

Sia per il linguista, sia per il parlante comune, il senso di una parola altro non è che la trasposizione di esso in un altro segno che può essere sostituito a quella parola, specialmente in un altro segno «nel quale si trovi sviluppata più completamente» [...] In poesia, le equazioni verbali sono promosse al rango di principio costruttivo del testo. [...] la poesia è intraducibile per definizione. È possibile soltanto la trasposizione creatrice: all’interno di una data lingua (da una forma poetica ad un’altra, o tra lingue diverse. Oppure è possibile la trasposizione intersemiotica da un sistema di segni ad un altro: per esempio dall’arte del linguaggio alla musica, alla danza, al cinematografo o alla pittura.[18]

 

Tradurre vuol dire modificare la sostanza dell’espressione e dunque alterare l’equilibrio provvisorio delle cose. Il compito del traduttore consiste perciò nella sapiente distribuzione dei mutamenti. finché non si raggiunga un ordine cosmico nel quale sia condensato il mistero del Divino (tutta la Torah). L’arte della traduzione e quella delle permutazioni sono una.

Nel gioco dei mutamenti, qualcosa d’impensato e di davvero interessante viene alla luce. La traduzione vive della dinamica dell’inter-esse: nella lingua, infatti, noi siamo. Il nostro atteggiamento verso il testo si può esprimere come un esserci dentro, cioè come un percorrere il flusso del senso dal suo interno. Il testo coinvolge l’esistenza umana, ed il mondo (come grande messaggio o cifra) non le dà tregua. Tuttavia, nonostante questa familiarità tra l’uomo ed il linguaggio, continua sempre a sfuggirci la vera realtà della parola nel suo essere più semplice ed immediato.[19] Nella pratica della traduzione questo enigma si fa esperienza.

Tradurre è un continuo esercizio[20] di approssimazione all’ “affinità delle lingue”:

 

mentre la parola del poeta sopravvive nella sua lingua, anche la più grande delle traduzioni è destinata ad entrare (e ad essere assorbita) nello sviluppo della lingua, e a perire nel suo rinnovamento. La traduzione è così lontana dall’essere la sorda equazione di due lingue morte, che - fra tutte le forme - proprio ad essa tocca come compito specifico di avvertire e tenere presente quella maturità postuma della parola straniera, e i dolori di gestazione della propria. Se nella traduzione si esprime l’ affinità delle lingue, ciò non ha luogo per una vaga somiglianza della riproduzione e dell’originale. [...] ogni affinità metastorica delle lingue consiste in ciò che in ciascuna di esse, presa come un tutto, è intesa una sola e medesima cosa, che tuttavia non è accessibile a nessuna di esse singolarmente, ma solo alla totalità delle loro intenzioni reciprocamente complementari: la pura lingua.[21]

 

Le lingue si combinano tra loro, si ri-chiamano reciprocamente per ri-sonanze interne[22] e segrete che il poeta raccoglie e custodisce[23]. In questo modo una delle convinzioni basilari del procedimento kabbalistico viene estesa oltre i suoi confini istituzionali: dietro la struttura palese del discorso c’è una struttura più profonda che a sua volta rimanda di nuovo a tutti i piani dell’esistenza individuale e collettiva, alla storia del mondo, alle leggi della natura, all’ordine delle stagioni o a quello dei cieli. Oltre il linguaggio si apre l’Abisso e nell’abisso traspaiono i barlumi di tutto ciò che è. Al poeta (esposto all’Abisso) spetta il compito di rendere percepibile con approssimazioni sempre più efficaci il senso misterioso di tutto l’accadere che procede e torna nel Nulla. Il poeta, come il chassid della tradizione ebraica, lavora per ogni uomo, ed il suo impegno consiste in un difficile esercizio di armonia dentro il linguaggio: i suoi strumenti ed i suoi prodotti sono numeri e parole.

 

Le parole e i numeri servono al chassid da filo conduttore per rintracciare la corrispondenza e il senso profondo di tutte le cose, cioè a dire la presenza divina soggiacente all’ordine del mondo.[24]

 

Il poeta, d’altra parte, non può che tra-durre (tra-dire) quello di cui si prende cura con la sua custodia[25]: il suo destino è di comunicare[26]. La poesia realizza un’opera di traduzione nei confronti di ciò che l’uomo sente come realtà essenziale dell’esistenza. Il dialogismo libero ed espansivo dei fenomeni trova un ordine nello stile poetico: le strutture verbali e le corrispondenze del simbolismo estetico (volute od inconsce) raccolgono e tramandano gli indizi di un Senso che tuttavia riesce sempre ulteriore rispetto al mero esercizio del linguaggio artistico. L’annuncio del poeta sussume ed articola le tracce della verità, altrimenti disperse nel divenire storico dell’essere; allo stesso tempo, però, nella poesia come prodotto finito il miracolo dell’esserci appare tradotto, ma anche tradito: la sua potenza di significato trascende sempre le strutture verbali nelle quali è stato fissato.

 

Da lontano - il poeta prende la parola.

Le parole lo portano - lontano.

 

Per pianeti, sogni, segni... Per le traverse vie

dell’allusione. Tra il sì e il no il poeta,

anche spiccando il volo da un balcone

trova un appiglio. Giacché il suo

 

è passo di cometa. E negli sparsi anelli

della causalità è il suo nesso. Disperate -

voi che guardate il cielo! l’eclisse del poeta

non c’è più sui calendari. Il poeta è quello

 

che imbroglia in tavola le carte,

che inganna i conti e ruba il peso.

Quello che interroga dal banco,

che sbaraglia Kant,

 

che sta nella bara di Bastiglie

come un albero nella sua bellezza...

È quello che non lascia tracce,

il treno a cui non uno arriva

in tempo...

Giacché il suo

 

è passo di cometa: brucia e non scalda,

cuoce e non matura - furto! scasso! -

tortuoso sentiero chiomato

ignoto a tutti i calendari... [27]

 

Il carattere di esercitazione della traduzione [28] ribadisce il suo essere “passaggio”[29], cioè “viaggio” verso l’in-ef-fabile originario[30]. “Poiché la lingua non è mai soltanto comunicazione del comunicabile, ma anche simbolo del non-comunicabile.”[31]

Dunque il tradurre, esprimendo nel viaggio dialogico la verità della lingua in quanto non perfezione (in-finitudine)[32], ha senso solo, tautologicamente, come “dào”[33]:

Il Dire dell’uomo, tra-ducendo, cor-risponde all’essenza del linguaggio.

 

Ogni parlare dell’uomo si realizza nel suo essere appropriato al Dire originario, e solo come tale è, nel rigoroso senso della parola, autentico linguaggio, seppure - [naturalmente] in misura diversa a seconda della maggiore o minore prossimità all’Evento. Ogni autentico linguaggio, in quanto è - per la Be-wëgung intrinseca al Dire originario - assegnato all’uomo, è «destinato» (ge-schickt) e, perciò, destinatamente storico (geschicklich).[34]

 

Gli antichi greci definivano l’uomo come l’essere che possiede il linguaggio, inoltre non erano insensibili nei confronti del carattere storico dell’esistenza. Giunti quasi a conclusione del nostro discorso, può dunque rivelarsi utile pensare la realtà dell’uomo - in quanto traduzione e comunicazione simbolica - in base alle categorie speculative dell’antica filosofia greca, per poi abbandonarle quando abbiano esaurito la loro portata epistemica.

Come la storia del pensiero occidentale ha più volte ribadito, il problema principale che la ragione deve affrontare è quello del rapporto fra il linguaggio e la verità: come si può concepire il vero e renderlo al mondo attraverso la parola con la quale è affiorato nella mente? Quali sono le garanzie di dicibilità per tutto ciò che è? Tali questioni potranno essere risolte solo a patto di rintracciare un principio, un fondamento causante nel quale l’eterno divenire del linguaggio acquisti senso. La filosofia greca fornisce gli strumenti per intuire i modi del persistere al di là del molteplice divenire: la ragione umana, nel suo percorso destinale e storico, corrisponde in ogni istante alla rivelazione di ciò che è autentico, poiché si rapporta sempre ad una significanza attuale e tuttavia ancora suscettibile di sviluppo.

L’esercizio della parola ‘funziona’ a partire da un aition che si ritrae di fronte alla curiosità dell’intelligenza dei mortali. L’upokeimenon fondamentale dell’essere e dell’uomo è il linguaggio: senza linguaggio non si dà né l’esistenza, né l’evento di ciò che è. Eppure “gli uomini non pongono mente e non sanno su che cosa si fonda il mondo, e su cosa essi stessi poggiano.”[35]

I saggi della tradizione ebraica hanno elaborato una via attraverso la quale sembra possibile superare l’impasse che arrestava la cultura greca, consentendo dunque alla meditazione sull’essenza traduttrice dell’uomo di arricchirsi e svilupparsi verso profondità illimitate. Secondo tale riflessione, il linguaggio consiste nell’esercizio di ascolto della parola del Destino, cioè nel suo tradurla. Ne consegue che l’upokeimenon fondamentale non è più l’atto linguistico umano, quanto piuttosto ciò di cui esso è traduzione, ossia la Parola di Dio - la Torah. La Parola di Dio è trasmessa e rivelata nella Torah; per questo suo carattere duplice, la verità costituisce un riferimento saldo ma anche un appiglio sempre provvisorio - si tratta di un fondamento che chiama in causa tutte le energie dell’individuo e sollecita, nell’impegno esistenziale, la propria traduzione. La Torah è un fondamento senza fondo, essa è forse la vertigine del fondamento che si dissolve nell’Alterità di Dio[36]. In questo senso, l’esercizio del linguaggio è l’evento kabbalistico mediante il quale l’esistenza corrisponde con il vuoto ed il silenzio pieno di messaggi del “pensiero abissale”[37].

Linguaggio, tradizione, traduzione, silenzio... Ecco il paradigma di una “forma simbolica” che anche Cassirer[38], coerentemente con tutto il pensiero occidentale, ha un po’ obliato.

Eppure è qui la vena di tutti i nostri tesori.

 

[...] ogni lingua superiore (a eccezione della parola di Dio) può essere considerata come traduzione di tutte le altre. Col detto rapporto delle lingue come mezzi (medii) di spessore diverso è data anche la traducibilità reciproca delle lingue. La traduzione è la trasposizione di una lingua nell’altra mediante una continuità di trasformazioni. Spazi continui di trasformazione, non astratte regioni di eguaglianza e di somiglianza, misura la traduzione. La traduzione della lingua delle cose in quella dell’uomo non è solo traduzione del muto nel sonoro, è la traduzione di ciò che non ha nome nel nome. È quindi la traduzione di una lingua imperfetta in una lingua più perfetta, e non può fare a meno di aggiungere qualcosa, vale a dire la conoscenza. Ma l’oggettività di questa traduzione è garantita in Dio. Poiché Dio ha creato le cose, il verbo creatore in esse è il germe del nome che le conosce, come anche Dio alla fine chiamò per nome ogni cosa, dopo che essa fu creata.[39]

 

 

 

Versione originale pubblicata nella dispensa di “Storia della Critica”, dal titolo La Scuola di Francoforte (Urbino, Facoltà di Lettere e Filosofia, 1993).

 



[1] M. JAY, L’immaginazione dialettica.

[2] M. Anneo Lucano, Bellum Civile, VI, vv. 685-694.

[3] In termini molto simili Roland Barthes si è espresso a proposito dell’alterità erotica: cfr. L’inconoscibile, in Frammenti di un discorso amoroso. Devo riconoscerlo: il fascino di questo semiologo francese è tale, da non poter resistere alla tentazione di citarlo, seppure indirettamente. Ma che senso può avere introdurre un’opera come i Frammenti in un contesto che affronta il linguaggio ed i problemi della traduzione? Il fatto è che l’ordine linguistico e quello corporeo possono riscoprirsi in sintonia, nell’uomo.

«Il linguaggio è una pelle: io sfrego il mio linguaggio contro l’altro. È come se avessi delle parole a mo’ di dita, o delle dita sulla punta delle mie parole. Il mio linguaggio freme di desiderio. Il turbamento nasce da un duplice contatto; da una parte, tutta un’attività del discorso assume con discrezione, indirettamente, un significato unico [...], e lo libera, lo alimenta, lo ramifica, lo fa esplodere (il linguaggio prende gusto a toccarsi da solo); dall’altra, avvolgo l’altro nelle parole, lo blandisco, lo sfioro, alimento questo sfioramento, mi prodigo per far durare il commento al quale sottometto la relazione.»

Il linguaggio e l’erotismo possono essere, insomma, una traduzione dell’Io (e questa specificazione va intesa sia in senso soggettivo, che oggettivo).

[4] Friedrich Nietzsche, La lingua come presunta scienza, in Umano, troppo umano, I, 11:

«Il significato di una lingua per l’evoluzione della cultura consiste nel fatto che in essa l’uomo pose un proprio mondo accanto all’altro, un luogo che egli riteneva tanto solido da potere, appoggiandosi ad esso, scardinare il resto del mondo e farsene signore. In quanto l’uomo ha creduto, per lungo tempo, ai concetti ed ai nomi delle cose come ad aeternae veritates, ha acquisito quell’orgoglio con il quale si è elevato  al di sopra della bestia: nella lingua egli riteneva di possedere veramente la coscienza del mondo. Il plasmatore del linguaggio non era così modesto da credere di dare semplicemente designazioni alle cose, egli immaginava piuttosto di esprimere con le parole la più alta sapienza sulle cose; in effetti la lingua è il primo gradino dello sforzo verso la scienza. [...] Molto più tardi [...] agli uomini comincia a balenare l’idea di aver propagato, con la loro fede nel linguaggio, un errore mostruoso. Fortunatamente è troppo tardi perché ciò possa far regredire lo sviluppo della ragione, che si fonda appunto su quella fede.»

cfr. M. Heidegger, La parola, in In cammino verso il linguaggio.

cfr. L. Wittgenstein, Tractatus  logico-philosophicus, 4.002, 4.01, 6.41.

cfr. B. L. Whorf, Linguaggio, pensiero e realtà.

[5] Stefan George, Breit in der Stille den Geist, vv. 13-16.

[6] Se mai vi è un carattere peculiare del pensiero del Novecento, questo consiste nella sua irriducibile coscienza del crepuscolo della modernità. Una profonda crisi d’identità ha investito il presupposto stesso dell’attività filosofica e scientifica: il senso dell’uomo sulla terra. L’aspetto principale di tutto ciò è la riduzione (e relativizzazione) della complessità dell’esistenza ad una parzialità “luminosa” (eredità dell’illuminismo).

«[...] la téchnique du jour (le temps mathématiquement determinable) a tout d’un coup manifesté son aspect cathastrophique, n’a plus laissé de temps pour décider à propos d’un choix: laisser au monde son rythme naturel dans la série des événements, ou bien, ou contraire, interrompre la rythme pour se diriger vers une dimension extra-mondaine qui n’a rien de surnaturel. La technique du jour constitue l’attentat le plus dangereus contre le soi-disant «temps juste». La recherche du nocturne est la récupération du sens commun (sens du double danger; le danger d’une impulsion obscure qui échappe au contrôle et qui paraît naître d’un rêve oublié, et le danger d’une idée prévalente).»

(Enrico Castelli, Herméneutique et tradition.) Sotto questo profilo, l’aspetto peculiare della filosofia novecentesca è la sua passione per l’ “altro-da-sé”, in vista di una ricomposizione dei dualismi post-cartesiani. L’uomo moderno, infatti, è il frutto di un oblio: dell’essere, secondo Martin Heidegger; del tempo come realtà superiore al fenomeno psichico, come conferma Hénri Bergson; della conoscenza universale, in base a quanto sostiene Noam Chomsky; dell’animalità pulsionale del Sé, a detta di Sigmund Freud; della “parte maledetta” dell’individuo, stando a Georges Bataille.

[7] cfr. Platone, Il convito, XIV-XV.

[8] cfr. Martin Jay, L'immaginazione dialettica:

«Il pensiero concettuale, almeno inteso in senso hegeliano, aveva conservato l’originaria sensibilità per le mediazioni fra il soggetto e l’oggetto. La parola tedesca  Begriff (concetto) è collegata con il verbo greifen (afferrare). Perciò i Begriffe erano concetti che afferravano completamente il loro contenuto, che comprende momenti positivi e negativi. Infatti una delle differenze fondamentali fra l’uomo e l’animale consiste nella capacità del primo di pensare concettualmente, mentre il secondo non è in grado di trascendere la percezione sensibile immediata. Il senso che l’uomo ha della propria individualità, della propria identità nel tempo è il prodotto delle sue capacità concettuali che comprendono sia la potenzialità che l’attualità.»

[9] Simbolo, mito e traduzione che vanno intesi in tutta la loro potenza semantica originaria; sum-bolon, da sum-ballw = gettare insieme, far venire in contatto, incontrare; muJo, da cui muJew = con-versare, raccontare; tra-ductio (tardo, al posto di con-versio), da tra-duco = trasportare, far passare.

Walter Benjamin, Il compito del traduttore, in Angelus Novus.

[10] Thomas Stearns Eliot, The waste land, vv. 19-30.

[11] cfr. Walter Benjamin, Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo, in Angelus Novus:

«l’essenza linguistica delle cose è identica alla loro essenza spirituale, in quanto questa è comunicabile, diventa, in quell’«in quanto», una tautologia. Non c’è un contenuto della lingua; come comunicazione, la lingua comunica un essere spirituale e cioè una comunicabilità pura e semplice. Le differenze delle lingue sono differenze di mezzi (medii), che si distinguono - per così dire - per il loro spessore, e cioè gradualmente.»

[12] cfr. Walter Benjamin, L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica.

[13] Walter Benjamin, Il compito del traduttore, in Angelus Novus.

[14] cfr. Z’ev ben Shimon Halevi, The work of the Kabbalist:

«The root of all practical kabbalistic work goes back to the source of everything that exists. Indeed, the whole process of coming into being, carrying out one’s destiny and returning to that point of origin is the essence of the Work of Unification. Everything begins with the Most High Name of God: I am that I am. [...] The implication of this gives us a key to why the universe and its inhabitants exists, in that everything held between the poles of realisation. This process will be terminated when the mirror of the macrocosm reflects the name I am back as a fully conscious image to its Divine origin. Such a moment can only happen when everything in existence has reached its full capacity of self-realisation.»

[15] Sul concetto di estasi in rapporto all’esperienza della traduzione (quel brivido di unicità che si prova quando occorre convertire in parole le emozioni suscitate dal testo del mondo, o anche delle opere dell’uomo) cfr. Cesare Pavese, Stato di grazia, in Feria d’agosto:

«I simboli che ciascuno di noi porta con sé, e ritrova improvvisamente nel mondo e li riconosce e il suo cuore ha un sussulto, sono i suoi autentici ricordi. Sono anche vere e proprie scoperte. Bisogna sapere che noi non vediamo mai le cose una prima volta, ma sempre la seconda. Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo.

Ciascuno ha una ricchezza intima di figurazioni - normalmente si lasciano ridurre a pochi grandi motivi - le quali compongono il vivaio di ogni suo stupore. [...] ogni volta vi figge lo sguardo come si scruta il proprio viso allo specchio. Sono una realtà enigmatica e tuttavia familiare, tanto più prepotente in quanto sempre sul punto di rivelarsi e mai scoperta. [...] esse non hanno origine, è questo il punto. Al loro principio non c’è una “prima volta” ma sempre una “seconda”. È qui la loro ambiguità: in quanto ricordo esse cominciano a esistere solo da una seconda volta, e nascondono il capo come un mitico Nilo.»

[16] Charles Baudelaire, Le chat, vv. 1-24.

[17] cfr. Martin Jay, L'immaginazione dialettica:

«In Benjamin la ricerca di un linguaggio puro [- che dica il silenzio delle cose così come sono, e non soltanto i nomi dell’uomo - è] determinata dal suo profondo legame col misticismo ebraico.»

A mio avviso, però, non ci si deve dimenticare (mai) che anche la matrice dialettica del pensiero francofortese ha esercitato un suo peso, non trascurabile, nella genesi della teoria critica della traduzione di Walter Benjamin. Provo a dimostrarlo.

Dato un testo qualsiasi (una qualunque manifestazione linguistica, che chiamerò A), all’inizio dell’attività del traduttore esso si pone come assolutamente identico a se stesso ( A=A ); con l’operare interlinguistico della traduzione, esso viene negato come tale per diventare altro da sé (cioè proprio una traduzione; Ã ); così, al termine del processo, il testo riassorbe le proprie potenzialità espresse ed inespresse, confermando paradossalmente nella diversità delle lingue un’unicità irrisolta (A Ã). In forma di schema:

A = A                           A = Testo

A = à                           à = Traduzione

A = A à                    A = A à = o  logo

Il fine del traduttore è anche il suo principio: en arch hn o logo; la traduzione mostra il senso insondabile delle lingue. Il logo di Giovanni e l’Unum di Plotino sono immanenti in quel A = A Ã ; lì dimora l’ineffabile .

[18] Roman Jakobson, Aspetti linguistici della traduzione, in Saggi di linguistica generale.

[19] cfr. Michel Foucault, Le parole e le cose:

«Il compito che ci attende non sarà forse quello di inoltrarci verso un modo di pensiero, finora ignoto nella nostra cultura, tale da consentire di riflettere a un tempo, senza discontinuità o contraddizione, l’essere dell’uomo e l’essere del linguaggio?»

[20] C’è un legame kabbalistico evidente tra i termini “tradurre” (tirghem = ) ed “esercizio” (targhil = ).

[21] Walter Benjamin, Il compito del traduttore, in Angelus Novus.

[22] A proposito di “ri-sonanze”, citare il nome di Eco è d’obbligo. Certamente, da un punto di vista ‘scientifico’, testi come Opera aperta, Lector in fabula, La struttura assente hanno sviluppato un discorso in cui i meccanismi strutturali dei linguaggi artistici predispongono continui rinvii e ritorni di senso, durante l’atto ermeneutico della lettura (che in ultima istanza non è altro che una traduzione dei sensi scritti dall’autore in valori informativi, culturali ed emozionali, relativi alla memoria individuale e collettiva del fruitore del testo). Ma qui mi piace ricordare di questo grande filosofo e semiologo italiano un contributo forse più modesto, però sicuramente in sintonia col tema in questione; quello, cioè, dei dialoghi instaurati dalle lingue tra di loro. Un contributo, insomma, piuttosto simpatico:

«Ricordo anzi che più avanti negli anni un signore dei miei paesi sapendo che conoscevo l’Italia, mi chiese come mai aveva visto laggiù dei signori andare a pascolare i maiali, e io risi comprendendo che invece andavano in cerca di tartufi. Ma come io dissi a colui che questi signori ambivano a ritrovare il “tar-tufo” sotto la terra per poi mangiarselo, quello capì che io dicessi che cercavano “der Teufel”, ovvero il diavolo, e si segnò devotamente guardandomi sbalordito. Poi l’equivoco si sciolse e ne ridemmo entrambi. Tale è la magia delle umane favelle che per umano accordo significano spesso, con suoni eguali, cose diverse.

Umberto Eco, Il nome della rosa.

[23] Il “raccogliere” ed il “custodire” (accettare, ricevere = kibel =) sono gli atti istitutivi di una “tradizione” (kabalah =  ).

[24] Roland Goetschel, La Cabbalà.

[25] Paul Ricoeur, Symbolique et temporalité, in Aa.Vv., Ermeneutica e tradizione.

«Le present colloque a pour thème l’erménéutique et la tradition: il est remarcable que ce qui vient en question, sous l’un et l’autre titre, c’est une certaine manière de vivre, d’opérer le temps : temps de transmission, temps d’interprétation. Or nous avons le sentiment - qui reste sentiment tant qu’il n’est pas bien fondé - que ces deux temporalités s’appuient l’une sur l’autre, s’appartiennent mutuelment. Nous sentons que l’interprétation a une histoire et que cette histoire est un segment de la tradition elle-même; on n’interprète pas de nulle part, mais pour expliciter, prolonger et ainsi maintenir vivante la tradition elle-même dans laquelle on se tient. C’est ainsi que le temps de l’interprétation appartient en quelque façon au temps de la tradition. Mais en retour la tradition, même entendue, comme transmission d’un depositum, reste tradition morte, si elle n’est pas l’interprétation continuelle de ce dépôt [...] Toute tradition vit par la grâce de l’interprétation; c’est à ce prix qu’elle dure, c’est-à-dire demeure vivante.»

Ermeneutica, dunque, come tra-duzione di una storia accumulata - cfr. Enrico Castelli, Herménéutique et tradition, in Aa.Vv., Ermeneutica e tradizione.

«Bien entendu l’istoire des événements humains. Mais les humains ne se considèrent humains qu’en fonction d’une imprévisibilité. Celle-ci n'a pas de paroles (l’insondable survenir d’événements insignifiants [...])».

[26] cfr. Martin Heidegger, La poesia di Hölderlin:

«Poetare è l’originario nominare gli dèi. Ma la parola poetica è davvero capace di nominare solo quando gli dèi stessi ci conducono al linguaggio. Come parlano gli dèi?

...e cenni sono

fin dai tempi più antichi il linguaggio degli dèi.

Il dire del poeta consiste nel raccogliere questi cenni per accennarli a sua volta al popolo. Questo cogliere (Auffangen) i cenni è un ricevere (Empfangen) eppure al tempo stesso un nuovo dare [...] Così l’essenza della poesia sta nell’ordine delle leggi - in tensione l’una lontano dall’altra e l’una verso l’altra - dei cenni degli dèi e della voce del popolo. Il poeta stesso sta fra quelli - gli dèi - e questo - il popolo. Egli è gettato fuori: fuori  in quel frammezzo (Zwischen), frammezzo agli dèi ed agli uomini. Ma è in primo luogo e soltanto in questo frammezzo che si decide chi sia l’uomo e dove egli insedi il suo esserci. “Poeticamente abita l’uomo su questa terra”.»

[27] Marina Cvetaeva, Poet, vv. 1-24.

[28] “Esercitazione” = tirgul =  ; “traduzione” = targum = .

[29] Che giochi bizzarri aziona la Tuch delle lingue!

Infatti, “passaggio”, in tedesco, è durch-gang; cioè quasi la traslitterazione del nostro “tra-duzione” (durch vuol dire, correttamente, “attraverso, tra”, mentre gang viene da gehen che significa “andare”). D’altra parte, in tedesco il verbo “tradurre” è über-setzen: viene espresso così il concetto di un dire (setzen è un comporre, un disporre che richiama un Satz) che percorre ed attraversa (über) tutte le lingue, quasi fossero ponti sopra gli abissi del mistero; un dire che va oltre (über) ogni lingua particolare.

[30] cfr. Benedetto Croce, Problemi di estetica:

«Quella forma terminale si pone come uno stato mistico, un crogiolarsi nell'ineffabile del contatto immediato col divino.»

[31] Walter Benjamin, Sulla lingua, in Angelus Novus.

[32] Walter Benjamin, Sulla lingua:

«Proprio perché nulla si comunica attraverso la lingua, ciò che si comunica nella lingua non può essere delimitato o misurato dall’esterno, e perciò è propria di ogni lingua una incommensurabile e specifica infinità.»

[33] “Dào” è l’ideogramma cinese intraducibile per essenza: più o meno può essere identificato con i concetti occidentali di “verità”, “via” od anche “virtù”, ma “dào” è tutto questo insieme e molto altro ancora. Per chi disapprovasse la citazione di una parola-idea cinese, a commento di un testo e di un autore europei, ricordo soltanto il peso concettuale e metodologico che ha in Benjamin (di formazione ebraica) il nominalismo permutativo Kabbalistico (in ebraico “nome” è shem =  e “Dio” è hashem = , quasi a dire che il Senso di tutto è il Nome per eccellenza); a questo punto è impossibile non lasciarsi sorprendere dalle affinità che questa disposizione di ascolto-interrogazione di una saggezza antica manifesta con un classico della cultura cinese: l’ I-Ching, cioè il libro della mutazione, dove sessantaquattro esagrammi risolvono variabilmente tutto l’universo (ancora una volta il Senso delle cose è affidato all’oracolo permutativo ricavabile da un segno).

[34] Martin Heidegger, Il cammino verso il linguaggio, in In cammino verso il linguaggio.

[35] Midrash ha-Neelam, in Aa. Vv., Il libro dello splendore.

[36] Émmanuel Lévinas, Totalità e infinito.

[37] Sephiroth, in Aa. Vv., Il libro dello splendore.

[38] Ernst Cassirer, Filosofia delle forme simboliche.

[39] Walter Benjamin, Sulla lingua, in Angelus Novus.

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