De Vulgari Eloquentia

Filosofia del linguaggio (colloquiale e non solo)

 

 

 Testo originale pubblicato in «Hola!», 2000, n. 5, p. 10.

 

 

Elogio della stronzata.

 

Cominciamo con una constatazione: esistono varie edizioni di dizionari dei sinonimi e dei contrari. E non si tratta di materiale segreto, da passarsi di nascosto come un frutto proibito. No, si tratta invece di testi diffusissimi, spesso consigliati caldamente in ambito scolastico come rimedio universale all’appiattimento ed alla banalizzazione della lingua. Ebbene il problema è il seguente: sono testi validi? Realizzano davvero ciò che promettono nel titolo? Io credo di no. Fra l’altro sono anche un insegnante, quindi ho i miei buoni motivi per dire così; motivi non solo teoretici, ma anche di ordine empirico.

Il punto è che i sinonimi ed i contrari non si limitano a disporsi su quell’asse della comunicazione linguistica che il vecchio De Saussure chiamava "asse paradigmatico" o "della selezione", ma lo assolutizzano, riducendo l’alternativa tra le varianti di una lingua ad una perfetta uguaglianza, retta da regole di assoluta interscambiabilità. Se però proviamo a verificare nell’esercizio del discorso questo schema equazionale rigido, spessissimo otteniamo risultati ridicoli o semplicemente assurdi. In fin dei conti, il succo del mio argomento è lo stesso che ci motiva a vedere un film anche quando sappiamo già la trama, oppure a preferire la lettura diretta di una poesia alla sua parafrasi: il "come" le cose vengono dette conta di più del "che cosa" viene detto. Sapere il "che cosa" non toglie valore al "come". Forse non sempre, ma spesso è così, almeno nel mondo dell’estetica. Un esempio non propriamente estetico può supportare ciò che intendo: chi non è d’accordo con me, ora sta probabilmente pensando “Stronzate!”. Me lo vedo questo avversario risoluto o serafico, illuminato oppure smaliziato, che storce il muso e impercettibilmente fa di no con la testa china. Magari dispone anche, nella propria mente, di un segnalatore luminoso ad intermittenza, una sorta di rilevatore elettronico di stronzate, tipo quelli che ti dicono - quando salti in macchina - se hai lasciato aperta una portiera, accendendosi una spia sul cruscotto. Magari c’è anche una sirena d’allarme che gli risuona nei labirintici meandri del cervello, richiamandolo a fare attenzione: Warning! Bullshits! Cioè: Attenzione! Stronzate! Va bene; ma che cos’è una stronzata? Per capire l’essenza della stronzata possiamo provare a tradurre la parola che la definisce. Voglio dire, supponiamo che io sia un tipo che se la prende... Ovvero mettiamo il caso di uno al quale non è opportuno sparare direttamente giudizi perentori come quelli di cui sopra, allora come si potrebbe esprimere un eventuale drastico dissenso? Innanzi tutto, notiamo subito che "stronzata" si riferisce ad un argomento (relativo a pensieri, opere, omissioni) che drasticamente rifiutiamo come argomento valido. Potremmo lasciare che sia la scienza dei sinonimi e dei contrari a guidarci. O meglio, possiamo lasciarci guidare dalla fiducia nell’equivalenza che domina il sistema dei vocabolari.  Dunque una "stronzata" per definizione è " s.f. volg. Parola, azione, comportamento da persona stupida e inetta. Sinon.: cretinata, idiozia. Etim. Drv. di stronzo"; cioè in parole povere l’attività o l’opinione di chi fa lo "stronzo". Perciò se uno mi sta illustrando una cosa che mi pare indegna di interesse o di approvazione, potrò dire educatamente o con formalità: "Codesto discorso mi risulta quale una stupida inezia"; se invece mi trovo a dover prendere posizione di fronte ad un’azione inconsulta o rovinosa, ricorrerò a parole del tipo: "Codesto atto per me possiede l’abito dell’ignoranza, ovverosia di una infida scellerataggine." Ho solo il dubbio che il mio interlocutore capisca che gli sto dando dello stronzo e che disapprovo ciò che mi propone! Ma se questo dubbio è sensato, allora vuol dire che è falsa la sicurezza con la quale i vocabolari ci offrono definizioni, sinonimi e contrari per qualsiasi termine.

Ancora un esempio, forse anche più eloquente: situazione da telefilm di bassa lega, americaneggiante; lui abborda lei in un locale, chiacchierano, c’è complicità nell’aria, poi lui sfodera la fatidica proposta: "A casa mia o a casa tua?" La battuta fa pena di per sé, e dubito che possa sortire l’effetto desiderato nella realtà, ma non è questo il punto della questione. Mettiamo che il nostro "lui" voglia atteggiarsi a persona tutto sommato raffinata; ebbene, la parola "casa" è talmente ovvia, banale, fa pensare semplicemente ad una casa! Così, esperto di sinonimi com’è, anziché uscirsene con quelle sette paroline qualsiasi messe in fila, declama: "Alla mia magione, ovvero nella tua dimora?" Se fosse assolutamente vero il principio di traducibilità totale tra opzioni espressive, allora la frase di poco fa non dovrebbe risentire di alcuna aggravante di ridicolo.

Il principio implicito sul quale si regge un vocabolario dei sinonimi e dei contrari è che la variante smorza la monotonia del discorso, mantenendone l’efficacia comunicativa. Ebbene, mi sembra che i nostri eroi, fiduciosi nell’equivalenza lessicale, ottengano invece effetti disastrosi rispetto alla capacità di andare dritti al punto di maggiore interesse e di convincere l’interlocutore del valore dei loro argomenti: i sinonimi, cioè, disperdono la lingua in una varietà di considerazioni che non sono identificabili totalmente l’una con l’altra. Perché accade questo? Lo si è detto: perché è stato assolutizzato il meccanismo paradigmatico del linguaggio. Già, ma perché? Per rispondere a questo nuovo interrogativo, occorre tirare fuori ancora una volta lo "stronzo" e la "stronzata".

La fede nei sinonimi si basa sull’elogio della parte "limpida", "trasparente" del significato. La razionalità da dizionario rimuove quella che Bataille chiamerebbe "la parte maledetta": il “rifiuto” inassimilabile all’utilitarismo logico. I dizionari dei sinonimi e dei contrari censurano lo scarto, la devianza, l’irriducibilità delle contingenze sintagmatiche... in poche parole: buttano via lo stronzo che c’è nella lingua, non appena essa lo ha cacato. Allo stesso modo, per la scienza medica una bistecca è proteine ed energia, mentre si trascura il fatto che c’è in essa anche un residuo non convertibile in elementi utili, che poi infatti viene defecato. Perché tutto deve rientrare in certe regole semplici e funzionali di reciprocità perfetta. I conti devono tornare, per un dizionario! Invece, nella vita, per il linguaggio i conti non tornano quasi mai, c’è sempre uno stronzo o l’ombra della stronzata che insozza il significato. Non esistono due espressioni diverse che voglio dire esattamente la stessa cosa.

Magia del rifiuto, dell’escremento semiotico. I traduttori lo sanno bene.

Anche i filosofi; forse perché sono traduttori, a loro modo.

 

 

 


La didascalia è inutile, no?

Pensavate che Dante, il sommo padre della lingua italiana, nonché autore di un trattato sull'espressività delle lingue vive ( il De vulgari eloquentia, appunto)  fosse un tipo preciso, il cui pensiero e le cui passioni si svolgevano solo per "gramatica"? Ebbene vi sbagliavate!

Forse non vi ricordavate più le sue più celebri uscite da Inferno, tipo: "col cul fece trombetta", oppure l'espressione colorita "squadrare le fiche".

Ebbene, non ci crederete, ma il sommo poeta mise in versi anche la parola "merda": segno che era davvero sommo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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