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Mito, tradizione, traduzione
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Che cos’è l’intraducibile?
È l’esperienza
dell’impossibilità di comunicare qualcosa che non si è mai trovato sulle nostre rotaie.
Ognuno di noi, esprimendosi,
non fa altro che ripercorrere il proprio mito.
A volte si assumono altre
fattezze, ma è sempre la
nostra tradizione che è in-gioco.
Non dovrebbe essere un
problema per nessuno ammettere che si può tradurre solo ciò che una lingua non
possiede in maniera esclusiva. Ciò che si traduce, infatti, non sono le singole
parole (spesso prive di corrispondenze esatte in altri sistemi espressivi), ma
la realtà umana condivisa che quelle parole sottendono. L’esperienza della
traduzione, pertanto, costringe qualsiasi interprete a venire “ai ferri corti”
con una domanda minima ed enorme allo stesso tempo: che cosa c’è al di là della
lingua? Che cos’è questa “realtà umana condivisa”?
Al di là della lingua c’è il
nostro essere. Ma, in verità, siamo troppo critici e disillusi per credere
ancora in una ontologia. Perciò dovremmo dire, meglio: al di là della
lingua c’è una realtà umana condivisa che è essenzialmente “destino umano” e
che è a sua volta qualcosa di linguistico. Tale realtà costituisce il serbatoio
di tutto il nostro dicibile. Alle differenti configurazioni di questa realtà
possiamo dare il nome di miti. Ciò che non appartiene affatto al destino
fabulistico dell’uomo è appunto l’indicibile, cioè l’intraducibile assoluto.
Ciò che non appartiene al mio mito personale è, invece, l’intraducibile
relativo a me. Ciò che distingue gli uomini è solo una varietà di miti, di
destini personali, di esperienze strutturate in forma linguistica.
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Ciò che Pavese chiamava “mestiere”
non era altro che la consapevolezza ermeneutica in base alla quale si può ed
anzi si deve riconoscere che la produzione linguistico-simbolica si attua
sempre mediante un esercizio di traduzione del “già-dato”. La letteratura, in
breve, non crea, ma ri-crea: non c’è opera d’arte, secondo Pavese, che
non si sviluppi come assimilazione e trasformazione di un processo semiotico
precedente. Pertanto, la critica diviene la vita stessa dell’estetica. Una vita
che, filosoficamente, si giustifica grazie alla traducibilità radicale del
segno, ovvero in base all’irriducibilità di “ordine” e “caos” nell’ambito del
linguaggio e delle immagini. Quest’opposizione è, pavesianamente, il fondamento
stesso dell’esigenza espressiva. D’altra parte, ciò che Pavese come teorico
della letteratura voleva mettere in evidenza era una dialettica per molti versi
analoga a quella che si stabiliva tra ripeness e childhood, nel
contesto della sua poetica.
La contemporaneità
concettuale del testo estetico con quello critico diviene, quindi, reale
co-inferenza nel processo storico della rivelazione del senso, o meglio del
“destino”, inteso come destinazione significativa del discorso[1].
In ogni operazione estetica non si può prescindere da quest’aspetto diacronico
della comprensione testuale. Pensare ed esprimere la verità poetica è sempre
una forma di sensibilità temporale che si mette in moto mediante un intendere
critico preliminare. Certo Pavese non conosceva Heidegger né tanto meno
Gadamer, ma il suo accenno alla necessità di una ‘pre-comprensione’ non va
comunque sottovalutato. In certe sue pagine a metà strada tra lo stile
saggistico e quello creativo, si legge:
Tutti allora siamo creatori, in quanto interpreti di noi e del mondo.
E per ciò diremo che i simboli, le scoperte-ricordo della
nostra sostanza, sono bensì un fatto di gusto, ma di gusto attivo, sono la
risposta del nostro istinto alle sollecitazioni della cultura.[2]
Accettare i suggerimenti
pavesiani può aiutarci ad elaborare una teoria della traduzione così estensiva
ed anche così intensiva, da configurasi come un’ermeneutica globale. Obiezioni
valide nei confronti di questa possibilità non sembrano essercene. Fra l’altro
è giunto ormai il tempo di finirla con la paura (o addirittura con il rifiuto
tanto ostinato quanto aprioristico) della filosofia nel contesto delle lettere.
L’esempio pavesiano è anche a questo proposito illuminante: accettare la
dimensione antropologica del linguaggio non può che condurre continuamente al
di fuori della pura letteratura. Vediamo quindi, in sintesi, quali sono gli
elementi costitutivi di questa ermeneutica del tradurre.
La produzione espressiva, in
quanto traduzione, è la risultante contingente del destino del sapere ed è
insieme il momento di libertà riflessiva dell’esistenza: possiamo immaginarcela
come quel momento puntuale in cui accade l’intersezione di sincronia e
diacronia della verità. Compito della fantasia[3]
- in questo istante particolare - è proporrre un’innovazione esegetica dell’arte
sulla scorta della storia di una rivelazione, ovvero grazie alla successione
delle manifestazioni estetiche del senso. Messaggio critico che può essere
sintetizzato con le parole dello stesso Pavese: “la verità [...] è che dal nulla non nasce nulla; e che,
specialmente nella sfera della poesia, nulla di notevole nasce se non
ispirandosi a una cultura [...] seriamente e definitivamente assimilata”[4];
ma poi è giusto anche ricordare che “Avere una tradizione è meno che
nulla, è solo cercandola che si può viverla”.[5]
L’esercizio critico connaturato all’esistenza stessa è dunque l’attività mediante la quale si realizza continuamente una traduzione della tradizione esterna ed interna al soggetto: comprensione del valore simbolico dei messaggi che ci sono stati trasmessi da altri uomini e da altre culture, ma anche comprensione del nostro proprio fondo mitico. Sulla scorta di queste indicazioni filosofiche, si comprendono meglio, del resto, anche gli esercizi di traduzione letteraria dello stesso Pavese: dall’antica Grecia all’America moderna, nulla ha senso se non in quanto realtà traducibile.
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Estratto della comunicazione proposta per il XV Convegno Internazionale A.I.P.I. “Lingue e letterature a contatto”.
[1] C. Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 1973, pp. 348-349 (2
gennaio 1950).
[2] C. Pavese, Stato di grazia, in Feria d’agosto, Torino, Einaudi, 19824,
p. 148.
[3] C. Pavese,
Il mestiere di vivere, cit., pp. 219-220: «La fantasia non è l’opposto
dell’intelligenza. La fantasia è l’intelligenza applicata a stabilire rapporti
di analogia, di implicanza significativa, di simbolismo.»
[4] C. Pavese,
Esperimento e tradizione, in La letteratura americana e altri saggi,
Torino, Einaudi, 1990, p. 118.
[5] C. Pavese,
Avere una tradizione è meno che nulla, è
solo cercandola che si può viverla, in La
letteratura americana e altri saggi, cit., pp. 84 e sgg.