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Inserto speciale sul "DIALETTO GALLO ITALICO"
 
 
 PREMESSA



La Lingua Siciliana:
origini e influssi

 

Breve cenno sull'origine della lingua siciliana. Mi sia permesso di introdurre la "M" più nobile della SICILIA , quella della «Multicultura». Anche un'analisi non necessariamente scientifica sull'origine della lingua siciliana, ne rivela la sua unicità e la sua natura multiculturale. I diversi popoli, che negli ultimi 2500 anni si sono susseguiti, più o meno pacificamente, alla dominazione della nostra terra, hanno lasciato un'impronta indelebile nella lingua e nella cultura siciliana. Eccone una  breve rassegna.

L'influsso greco (735-254 avanti Cristo).
Dal punto di vista linguistico, i Greci lasciarono un'impronta indelebile nella nostra parlata. Molte sono, infatti, tuttora le espressioni di origine greca che vengono ancora usate, spesso inconsciamente, nella nostra parlata, come ad esempio:
cirasa (ciliegia), [ greco: kérasos]
casèntaru (lombrico) [ greco: ges enteron' (intestino della terra)]
cuddura (forma di pane) [greco: kollira]
'ntamatu (sbalordito), [greco: thauma' ]
babbiari (scherzare) [greco: babazo]
allippatu (unto d'olio, sporco) [greco: lipos].
Inoltre molti nomi di città come Trapani (porto a forma di falce) [greco :drepano], Palermo (porto sicuro, eterno) [greco: pan ormos].

L'influsso latino.
Dopo la prima guerra punica, i romani occuparono la Sicilia e vi rimasero per più di 600 anni (dall'anno 254 avanti Cristo fino al 410 dopo Cristo). Inizialmente, la lingua dei romani, il latino, non ebbe vita facile in Sicilia, perché al latino si preferiva il greco, ritenuta lingua più dotta. Comunque, con l'andar del tempo si incominciò a parlare anche il latino. Oltre alle espressioni di origine latina che si riscontrano nella lingua italiana, il siciliano conserva alcune espressioni latine, che non si riscontrano nell'italiano, come:
antura (poco fa) [latino: ante horam]
oggellannu (l'anno scorso) [latino: hodie est annus]
bifara (una specie di fico) [latino: bifer]
muscaloru (ventaglio per le mosche) [latino: muscarium]
grasciu (grasso, "sporco")  [latino: crassus].

L'influsso dei Barbari sulla lingua siciliana non è documentabile. Durante la loro occupazione (410 - 535 d.C.) si continuò a parlare e a scrivere in latino e greco.

L'influsso bizantino.
Nell'anno 535 d.C. l'imperatore Giustiniano fece della Sicilia una provincia bizantina. Di conseguenza la lingua greca riemerse con tutto il suo vigore e rimase la lingua predominante per i prossimi tre secoli.

L'influsso arabo.
Verso la fine della dominazione bizantina, la Sicilia fu presa di mira, invasa e conquistata, in modo piuttosto sanguinoso, dagli Arabi Saraceni (827 d.C.) Vi rimasero per circa 3 secoli e furono loro ad introdurre in Sicilia sistemi di irrigazione, le piantagioni di limoni, arance, pistacchi, meloni, papiro ecc.. Molte espressioni nel campo agricolo ed alimentare derivano dall'arabo:
babaluci (lumaca) [arabo: babaluci]
cafisu (cafiso: misura d'olio) [arabo: qafiz]
cùscusu (specie di pasta per la minestra) [arabo: kouskousu]
dammusu (soffitta) [arabo: damús]
gebbia (ricetto d'acqua, vasca) [arabo: dijeb]
giuggiulena (semi di sesamo) [arabo: giulgiulan]
sciarriarisi (litigare) [arabo: sciarr].
Testimoniano la lunga presenza degli Arabi anche molti nomi di città, come Caltagirone, Caltabellota, Calatabiano, Calatafimi con l'elemento arabo "qalah" o "qalet" (castello), e Misilmeri (castello dell'emiro) [arabo: 'manzil al-amir].

L'influsso normanno.
Nell'anno 1064, Ruggero I invase la Sicilia ed ebbe ragione degli Arabi, che non andavano più d'accordo tra di loro. Con i Normanni entrano nella parlata siciliana molte espressioni franco-provenzali come:
ammuntuari (nominare) [francese: mentaure]
burgisi (possidente) [francese: borgés]
picciottu (giovanotto, commesso) [francese: puchot]
muntata (salita) [franceses: montada]

L'influsso degli Svevi e Stauffer.
Alla morte di Guglielmo II, ultimo monarca normanno, la corona di Sicilia passò a Costanza, zia di Guglielmo II e moglie del re Enrico di Hohenstauffen. Fino all'avvento di Federico II, alcuni baroni tedeschi comandarono la Sicilia per quasi vent'anni. Quantunque breve, questo periodo lasciò qualche impronta di tedesco nel siciliano:
arrancari (muoversi con affanno) [tedesco: rank , gotico wranks]
guastedda (pane rotondo) [tedesco: Wastel]
sparagnari risparmiare [tedesco: sparen]

L'influsso degli Angioini.
Alla morte di Federico II (1250 dopo Cristo) seguì un periodo caotico. Per 11 anni la corona passò al figlio del re d'Inghilterra, Edmondo di Lancaster, che fu poi destituito dal nuovo  papa francese che affidò il regno a Carlo di Anjou, fratello del re di Francia. Sebbene di breve durata (1266 fino al 1282), il periodo angioino fece consolidare la parlata francese, che diede al siciliano espressioni come:
ammucciari (nascondere) [francese: mucer]
custureri (sarto) [francese: costurier]
giugnettu (luglio) [francese: jugnet]
scippu (furto) [francese: chiper]
runfuliari (russare) [francese: ronfler]
travagghiari (lavorare) [francese: travailler]
vucceri (macellaio) [francese: boucher]

L'influsso spagnolo e catalano.
Una rivolta popolare (i Vespri Siciliani del 1282) cacciò Carlo di Anjou, ma la Sicilia rimase comunque in balia di uno "straniero", Pietro D'Aragona, che aveva appoggiato la rivolta ed i rivoltosi. Gli spagnoli governarono la Sicilia per quasi 500 anni. La loro lingua si fuse in modo armonioso con quella siciliana:
abbuccari (cadere, capovolgere) [spagnolo: abocar]
curtigghiu (cortile) [spagnolo: cortijo]
lastima (lamento, affanno, fastidio) [spagnolo: làstima]
pignata pentola) [spagnolo: piñada]
scupetta (fucile da caccia, "lupara") [spagnolo: escopeta]
zita (fidanzata) [spagnolo: cita (appuntamento)]
sgarrari (sbagliare) [catalano: esgarrar]
nzirtari (indovinare) [catalano: encertar].

Questi pochi, ma significativi, esempi aiutano a capire come la lingua siciliana rappresenti qualcosa di veramente unico al mondo. Parlare in dialetto deve essere considerato un patrimonio multiculturale da salvaguardare e non un momento socialmente e culturalmente riduttivo. Si continui quindi a parlare e curare la lingua siciliana, che, non dimentichiamolo, è il simbolo di una cultura unica al mondo. Un invito particolare va rivolto alle autorità scolastiche e politiche siciliane, affinché si impegnino a rivalutare, curare, difendere e divulgare questo patrimonio multiculturale, unico al mondo.
Unitamente a leggi ed iniziative per facilitare la crescita dell'economia pulita e per combattere la disoccupazione giovanile e la lotta alla criminalità, il processo della rinascita siciliana deve passare anche attraverso la rivalutazione e l'accettazione della nostra storia e della nostra cultura, che, se conosciuta, ci svela la grandezza della nostra terra.


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NINO GRANATO, di San Basilio di Novara di Sicilia, ha "qualcosa" da ridire a proposito del famigerato DIALETTO GALLO ITALICO. E siccome Internet, la rete delle reti, è una voce LIBERA, TRASGRESSIVA e INDIPENDENTE, e offre a chiunque  l'opportunità di pubblicare la "propria" verità, vi illustriamo  la tesi di Nino Granato.


INSERTO SPECIALE SUL MEETING  

“DA CLAIRVAUX A S. BASILIO” DI NOVARA DI SICILIA

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A PROPOSITO DELL’IDIOMA PARLATO A S. BASILIO DI NOVARA DI SICILIA

 

Echi lontani mi portano ancora all’orecchio che nonostante il veto della Commissione Affari Costituzionali della Camera  dei Deputati sul riconoscimento del Gallo italico “parlato” a San Basilio di Novara di Sicilia, in provincia di Messina, e paesi limitrofi, qualche indigeno trova ancora il coraggio di sostenere questa tesi.

Per l’occasione va ricordato che a Novara di Sicilia si parla la lingua siciliana, cioè fenicia, greca, latina, araba, francese antico (d’Oc e d’Oil), svevo e spagnolo con una fonetica, in certi casi, francese. A tal proposito si porta a conoscenza che è stato curato e realizzato, dal sottoscritto, non per scopi di lucro, un dizionario dove, fra l’atro, leggesi: ho voluto invitarVi, qui, a San Basilio di Novara di Sicilia perchè il primo beneficio di cui questa valle mi colmò, fu la famiglia dalla quale ebbi il dono di nascere, crescere e diventare adulto.

Ho voluto invitarVi in questa valle mistica e selvaggia, dove il presente s’intreccia col Medioevo, per illustrarVi attraverso i segni della vetustà, la presenza dei monaci cistercensi. A poca distanza da qui, e precisamente nel fondovalle, esiste quel che resta di un monastero cistercense la cui chiesetta è aperta al culto, detto, di S.M.A. o di Vallebona. Questo monastero affonda le sue radici nel 1140-1141, comunque dopo la pace fra Ruggero il normanno e Papa Innocenzo II, siglata a Salerno nel 1139, in presenza e con la mediazione di San Bernardo di Chiaravalle, uomo mistico e politico. Difatti le prime pistole relative alla costruzione di un monastero in terra di Sicilia, portano la data 1140-1141.

Nel 1098 San Roberto di Moleste fondava l’ordine dei cistercensi presso Digione; fondatore dell’Abazia di Chiaravalle fu san Bernardo. Il termine cistercense deriva da Citeaux, latinamente Cistercium, in origine Cistels ovverosia canne delle paludi.

Difatti questi monasteri bernardiniani venivano costruiti non sulle alture ma nei luoghi più depressi, più impervi e remoti come la chartreuse, Vallebona, ecc.; non per nulla avevano dei soldati a difesa dei loro monasteri.

I monasteri bernardiniani erano tipici e sempre ricorrenti, semplici e senza quelle sontuose decorazioni; San Bernardo considerava gli affreschi “pitture stravaganti il cui effetto è di attrarre su di se l’atteggiamento dei fedeli e di diminuire il loro raccoglimento”.

In quest’epoca, cioè fra l’XI e il XII sec. ha inizio la letteratura francese, chiamata francese antico. In quest’epoca la Francia esercitava una vera e propria egemonia culturale in tutti i campi (letterarie, costume ecc.). fra l’XI e il XII sec. nasce la famosa poesia epica: LA CHANSON de GESTE che narra la prodezza degli eroi del Medioevo. Questo andare a ritroso nel tempo vuole esaltare un’epoca segnata dalle guerre per la difesa della cristianità: le crociate. Ecco che guerre e religione sono le fondamenta della Chanson de Geste. Queste canzoni si spandono in tutta Europa e soprattutto in Sicilia che la Chanson de Geste è più apprezzata. La sua influenza è più manifesta nelle Opere di Pulci (Morgante), Boiardo (Orlando innamorato) e l’Ariosto (Orlando furioso).

Questa piccola premessa vuole puntare l’attenzione sul Gallo transalpino parlato a San Basilio e in Sicilia. Questo umilissimo dizionario, nato da una spinta razionale (senza nulla pretendere), vuole essere un compendio del linguaggio sambasilese. Ho voluto raccogliere le parole e le locuzioni dell'idioma sambasilese di questo e di altri momenti storici relativamente lontani, per illustrare i suoi significati, la sua radice linguistica e la fonetica. Come potrete notare, in questo dizionario, sono state scelte quelle voci che hanno un rilievo storico-culturale di origine PERSIANA: arenciu, sciallu (arancio, scialle); FENICIA: cappucciu (cappuccio); GRECA: mengo (mangano da manganon, cat(eu)iu da cataferès (scantinato), reuma da rheuma (dolore reumatico), Etna da Etnaios, Battisimu (Battesimo) da baptismos, bèlliccu (ombellico) da ampollas, caistra (canestra) cesta da canestrom, cantareu (càntaro) da cantaros, garunfù (garofano) da kariphillon, ghemma (gamba) da kambè, gighenti (gigante) da ghigas-antos, grasta (vaso di terracotta) da grasta, lempu (lampo, fulmine) da lampem, maccaia (magari) da makarie, maylia (madia) da maghis-idos, ecc.; LATINO-GRECA: bézzon dal latino bis e dal greco zoe = due vite (gemello); LATINA: fugàtigu (focatico o tassa di famiglia), illa, illu (quella, quello), succà (suggere); srippi e latta (sterile e nutrici da steril(em) e allattare); petra giesra (pietra celeste da petra e celest(em) = solfato di rame, tripad(eu) dal lat. tripodium (sito per il gioco, in questo caso); PREROMANA: mantieca (poltiglia, impasto); ARABA: cuofù (cesta, paniere), carciuofu (carciofo), gazen (armadietto intramurario), tamarru (tamarro, zodicone), patuallu da port-hall = Portogallo (arancio, tary' (moneta), ra'is (capo dei capi); NORMANNA: buccè da boucher (macellaio), cisè da gèsier (ventriglio), damaggiu da domage (danno, minarsi), dangirusu da dangereux (pericoloso, pericolante), trazzea da drèssier (trazzera, pista tracciata attraverso i campi per il passaggio delle mandrie, il tratturo), trupon da trhop (branco), busa da bouse (stereo di cavallo o di mucca), button (bottone), bieccu= becco, (bouc)= montone, irco; PROVENZALE: curduè da cordonier= calzolaio (calzari con legacci, già dal latino corda), chiancheri da chamier (macellaio, carnaio, da chaire= carne, pen da pain? o dal lat panis (pane), racìa da raisin (uva) dal latino racemus, urdid(eu) (antico arcolaio), ruga da rue (strada all'intemo del paese), gagliu da gallicus (biondo), cardon da cardon già dal latino cardus, beviagiu (da beuvrage) che significa beverone dal latino bibere, nel nostro caso sta nel significato di mancia, ricompensa, equivalente ad un bicchiere di vino, rosolio o altro da bere. All'uopo va detto che in alcuni  paesi rurali della Provenza la voce "beuvrage" alberga ancora sulle labbra della gente anziana.

Solo qualche esempio a quanto precedentemente detto:

 

Sambasilese                                          Siciliano per antonomasia

Carbon                                                   Carbuni

Button                                                      Buttuni

Cardon ecc.                                            Carduni ecc.       

Parrà                                                         Parrari

Carntà                                                      Cantari

Rubbà ecc.                                 Rubbari ecc.    

 


AFFINCHE’ LA MIA GENTE SAPPIA

Il borgo S. Basilio è situato nell’ex feudo omonimo che va dal vallone Pietramoligna a S. Anna. Quasi  alla foce del torrente VALLEBONA, un tempo sorgeva il monastero cistercense detto S.M.A. o di VALLEBONA, fondato intorno al 1140 o comunque dopo la pace fra Innocenzo II e Ruggero il normanno siglata a Salerno nel 1139 alla presenza di Bernardo di CHIARAVALLE.
Dopo la distruzione del monastero e dell’intera vallata (1626), causata da sinistri eventi naturali, gli abitanti del piccolo borgo, (oggi BADIAVECCHIA, da VECCHIA BADIA) ubicato a ridosso del cenobio, lasciano il sito e si sparpagliano nel cuore del feudo, scegliendo località ricche di acqua come PIANOVIGNA, CHIAPPERA, VALANCAZZA, CASECACIULLA (dal filantropo Caciulla), FONTANELLA, RUGGIO, TIMPA SCHIRPELLO, CASE DRAGO, ROCCAZZA (dal nome della grande parete ROCCIOSA e CASEMORTE. Questa mia gente sottomessa dallo strapotere religioso e laico dei novaresi, nel silenzio dei secoli, ha dato vita ad una unità biologica e spirituale, covando nel cuore un sentimento avverso, ribelle nei confronti di questi signori la cui progenie “villana fuit”. Difatti questi stupidi prepotenti ci chiamavano “CRASTI”.
Poiché questo lembo di terra, a cui sono morbosamente legato, mi ha dato i natali all’alba del 9-10-1941, servendosi di quell’arcano fine biologico e spirituale, esigo che le mie spoglie mortali vengano cremate, disperse col favore del vento, in questo angolo sperduto dei Nebrodi; diversamente a questa terra devono essere consegnate senza un pianto, senza un fiore, senza una qualsivoglia emozione, senza un simbolo religioso. Solo la seguente scritta dovrà accompagnare l’eternità della non vita: qui giacciono le spoglie mortali di Nino Granato, uno dei tanti  sambasilesi.
                                                                                                                                        Nino Granato

N.B: Se qualche psichiatra, psicologo, sacerdote si trovasse a leggere quanto sopra citato è pregato di tirar dritto per evitare di esprimere corbellerie.

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GALLO TRANSALPINO

In questi ultimi decenni ho letto tante di quelle corbellerie sul Gallo-italico parlato a S. Basilio di Novara di Sicilia , quali non si erano mai sentite né viste nel passato più o meno recente: dizionari con pochissime locuzioni e diverse pubblicazioni sui giornali della nostra provincia.
Questo parlare Gallo-italico è diventato argomento di larga diffusione di massa che interessa solo pochi «strati» del tessuto intellettuale.
Si deve riconoscere che spesso la storia ci tramanda fischi per fiaschi e che le masse popolari, nel tempo, volgarizzano ed amplificano in senso sempre più cacofonico quanto di armonioso esiste nelle lingue classiche. In altri termini l’idioma sambasilese è immischiato con vari dialetti italiani di origine latino maccheronico, cioè costituito da parole di origine latina assoggettate alla morfologia e alla sintassi latina, al volgare della lingua greca e araba, francese (D’OC E D’OIL) e spagnola; a questo punto è ragionevole sostenere che a S. Basilio vi è ancor oggi la massiccia presenza della lingua francese e non la fantasiosa parlata delle masse di diseredati provenienti dall’Italia settentrionale. All’uopo va ricordato che in un articolo  apparso sulla Gazzetta del Sud , datato 2 Giugno 1997, dal titolo «La lingua di San Fratello», si legge: «Il Gallo-italico che si parla ancor oggi come lingua madre a San Fratello è l’estrema vivente testimonianza di una vicenda storica risalente al XII secolo, quando Ruggero il Normanno etc..
Una lunga fascia di postazioni militari delle quali facevano parte San Fratello, Nicosia, Aidone, Sperlinga, Gerami ed altre località, le cui attuali denominazioni sono successive, ADOTTÒ per secoli l’idioma FRANCESE DEI CONQUISTATORI, ma questo si andò estinguendo con il trascorrere del tempo. Solo San Fratello, fra tutte, conserva ancora quella lingua per effetto della sua tetragona chiusura culturale».
Poiché per Gallo-italico dicesi di alcuni idiomi dell’Italia settentrionale e centro-meridionale che presentano fenomeni dovuti all’influsso del substrato linguistico gallico (vedi vocabolario), chi ha scritto l’articolo sopra citato, l’impetuoso ardimento non gli ha permesso di ponderare bene il significato intrinseco del suo Gallo-italico.
Quanto alla pubblicazione apparsa su «OGGI» nel Settembre del 1998, n. 36, pag. 34 dal titolo: «A San Fratello parlano un dialetto franco-gallico», desta improvviso stupore perché non si capisce cosa significa, in questo specifico caso, FRANCO-GALLICO. Il Franco si riferisce, forse, alle popolazioni che abitavano la Francia prima della conquista romana?
Fra le righe di queste pagine si vuole riportare un altro articolo apparso su di un opuscolo dal titolo «UNO SGUARDO SU NOVARA» che recita: «La dominazione lombarda contribuì a creare una civiltà unitaria fra il 1061 e il 1072 da cui si sviluppò la Novara odierna, soprattutto la nuova lingua: il dialetto Gallo-italico parlato ancora oggi.
Il Piazza afferma che il linguaggio dei coloni nel tempo della immigrazione era solo il lombardo che, per la frequenza con gli indigeni, divenne ben presto bilingue e ravvisa che il dialetto novarese è, per sua composizione fonetica: LIGURE per due terzi, LOMBARDO per un terzo. Alla fine dell’ottocento il Gallo-italico si sarebbe conservato soprattutto nei villaggi».
Si fa notare che il verbo creare è fuori luogo, stando alla legge di LAVOISIER che recita: nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.
Quello che appare aberrante è l’affermazione del Piazza, almeno secondo l’articolo sopra citato, perché tra le righe si evince, senza ombra di dubbio, che gli indigeni parlavano ligure.
Ammesso e non concesso che in questo strano paese (Novara di Sicilia) si sia delineata questa posizione fonetica, gli indigeni che avevano ereditato attraverso i millenni la volgarizzazione della lingua FENICIA E PERSIANA, GRECA E LATINA, ARABA E FRANCESE (D’OC E D’OIL), si sono trovati sotto «le luci della ribalta» da dove vien fuori il bilinguismo (NOVARESE E LOMBARDO). Guarda caso che il ligure cadde su queste genti come manna dal cielo per due terzi, mentre il lombardo per un terzo.
A questo punto va chiarito il seguente concetto: questi coloni (lavoratori dei campi) del Nord-Ovest dell’Italia settentrionale di ceppo linguistico germanico, che hanno subito l’influsso della lingua francese, hanno portato solo il seme della mescolanza genetica e le nude braccia, nulla di più (vedi storia dei nostri emigrati o la realtà migratoria odierna).
Una ricerca accurata, accompagnata dall’esperienza quotidiana: è inverosimile che in soli undici anni si sia sviluppato, qui a Novara di Sicilia, il Gallo-italico. Diversi ragionamenti consigliano che queste sono tesi contrarie alla logica, cioè incoerenti e che la composizione fonetica risulta stranamente due terzi ligure e un terzo lombardo: se qualcuno avesse dei dubbi su quanto precedentemente descritto, si consiglia di fare ricerche «SULLE PAGINE GIALLE O SULLE PAGINE UTILI».
In una siffatta tesi si può aggiungere, anche, che l’idioma sambasilese abbia subito l’influsso del Gallo-ispanico.
Per completare questa tesi sul Gallo-italico parlato a S. Basilio di Novara di Sicilia, si vuole riportare qui uno stralcio del libro FESTA DEI MUZZUNI AD ALCARA INTERPRETAZIONE ORGONOMICA TRATTO DALLA VENTINOVESIMA ADUNANZA DEL 15/2/1993 DELLA SOCIETÀ MEDICO CHIRURGICA MAMERTINA.
In questo libro leggesi: «San Fratello sorge vicino all’antico centro siculo di Appollonia, è famoso per il suo dialetto Franco-lombardo e per la sua Pasqua dei giudei etc. Sui monti che sovrastano Alcara sorgevano le antichissime città di Crasto e Demenna. Secondo il Moretti, dopo la distruzione di questa città, avvenuta per opera degli arabi, gli abitanti scesero a valle e si rifugiarono in Alcara, raggruppandosi però ognuno secondo la propria etnia, in differenti quartieri. I GRECI attorno al castello, i LATINI nel quartiere Nicolò, i LOMBARDI che sopraggiunsero con i normanni completarono in seguito la cosmopolita realtà». Se fosse vero che il Franco-lombardo abbia fagocitato la lingua dei popoli indigeni, perché solo i LOMBARDI completarono la cosmopolita realtà e non i NORMANNI? La lingua degli ARABI, per esempio, di cui esistono ancora tracce inconfutabili in tutte le fonetiche della lingua siciliana, considerata ormai indigena, che fine ha fatto a San Fratello, a S. Basilio di Novara di Sicilia e paesi limitrofi? Si chiede agli esperti del Gallo-italico qual è il vero significato di queste due terminologie!
Si coglie l’occasione per ricordare, inoltre che prima della fantasiosa dominazione lombarda (vedi opuscolo «Uno sguardo su Novara»), vi è stata in Sicilia la presenza dei Franchi o Galli che dal V sec. d. C. la Gallia o Francia era ormai di costume e di lingua latina e che non hanno saccheggiato le coste siciliane ma hanno letteralmente conquistato l’isola.
L’idioma sambasilese è sì fonetica, sotto certi aspetti, diversa dalla lingua delle genti della Sicilia ma si riconduce nella maniera più intrinseca alla lingua medesima (Fenicia, Greca, Latina, Araba, Normanna, Provenzale e Spagnola) con la fonetica Francese cioè della GALLIA TRANSALPINA e non CISALPINA.
Si vuole ricordare inoltre che il termine colono sin dal periodo ellenico sta a significare chi lavora la terra in enfiteusi o contratto d’uso, mentre per colonia dicesi di un popolo mandato ad abitare un paese con leggi del paese di origine. Ammesso e non concesso che i liguri, i lombardi, i piemontesi e gli emiliani giunti in Sicilia a seguito di Ruggero il Normanno, non fossero venuti come mercenari o coloni, bensì come colonizzatori, la conquista di questi popoli di antica origine celtica sarebbe stata vana e non si capirebbe il motivo dell’occupazione militare con leggi e istituzioni. Quello che desta improvvisa meraviglia è che alcuni ostentatori non si rendono conto che il Medioevo è, per certi aspetti, buio e misterioso, e se non si applica la necessaria attenzione si può trasmettere alle future generazioni interpretazioni errate o leggendarie.

       Nino Granato

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QUEL CHE RICORDO DELLA SCALETTA DISCORSO TENUTO A S.BASILIO IL 12/12/1999 ALLA PRESENTAZIONE DEL DIZIONARIO

"ANCHE A S.BASILIO IL GALLO TRANSALPINO"


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Ho voluto invitarvi, qui, a S. Basilio perché il primo beneficio di cui questa valle mi colmò, fu la famiglia dalla quale ebbi il dono di nascere, crescere e diventare adulto.

Ho voluto invitarvi in questa valle mistica e selvaggia, dove il presente s’intreccia col Medioevo, per illustrarvi attraverso i segni della vetustà, la presenza dei monaci cistercensi. A poca distanza da qui, e precisamente nel fondovalle, esiste quel che resta di un monastero cistercense detto di S.M.A. o di Vallebona. Questo Monastero affonda le sue radici nel 1140-1141, comunque dopo la pace fra Ruggero il Normanno e Papa Innocenzo II, siglata Salerno nel 1139, in presenza e con la mediazione di Bernardo di Chiaravalle, uomo mistico e politico. Difatti le prime epistole relative alla costruzione di un monastero in terra di Sicilia, portano la data 1140-1141.

Nel 1098 S.Roberto di Molesme fondava l’ordine dei cistercensi presso Digione, fondatore dell’Abazia di Chiaravalle di cui il primo abate fu S.Bernardo. Il termine cistercense deriva da Citeaux, latinamente Cistercium in origine Cistels ovverosia canne delle paludi.

Difatti i monasteri bernardiniani venivano costruiti non sulle alture ma nei luoghi più depressi, più impervi e più remoti come la Chartreuse, Vallebona, ecc., ecc.; non per nulla avevano dei soldati a difesa dei loro monasteri.

I monasteri bernardiniani erano tipici e sempre ricorrenti, semplici e senza quelle sontuose decorazioni. Difatti Bernardo considera gli affreschi "pitture stravaganti il cui effetto è di attrarre su di se l’atteggiamento dei fedeli e di diminuire il loro raccoglimento".

In quest’epoca, cioè fra l’XI e il XII secolo ha inizio la letteratura francese, chiamata francese antico. In quell’epoca la Francia esercitava una vera e propria egemonia culturale, in tutti i campi (letteraria, del costume ecc.). Fra l’XI e il XII secolo, nasce la famosa poesia EPICA (LA CHANSON de GESTE che narra la prodezza degli eroi del Medioevo. Questo andare a ritroso nel tempo vuole esaltare un’epoca segnata dalle guerre per la difesa della cristianità: le crociate. Ecco che guerre e religioni sono le fondamenta della chanson de geste. Queste canzoni de GESTE si espandono in tutta Europa e sopattutto in Sicilia che la chanson DE GESTE è più apprezzata. La sua influenza è più manifesta nelle opere di Pulci (Morgante), Boiardo (Orlando innamorato) e l’Ariosto (Orlando furioso). Questa piccola premessa vuole puntare l’attenzione sul gallo transalpino a S.Basilio e in Sicilia. Difatti questo umilissimo dizionario, nato da una spinta razionale (senza nulla pretendere ), vuole essere un compendio, una sintesi del linguaggio sambasilese. Ho voluto raccogliere le parole e le locuzioni dell’idioma sambasilese di questo e di altri momenti storici relativamente lontani, per illustrare i suoi significati, la sua radice linguistica e la fonetica.

Come potrete notare, in questo dizionario, sono state scelte quelle voci che hanno un rilievo storico-culturale di origine PERSIANA: arenciu, sciallu (arancio,scialle); fenicia: cappucciu (cappuccio); greca: mengo (mangano da manganon, cat(eu)iu da cataferès (scantinato), reuma da rheuma (dolore reumatico), Etna da Etnaios, Battisimu (Battesimo) da baptismos, bèlliccu (ombellico) da ampollas, caistra (canestra) cesta da canestrom, cantareu (cantaro) da cantaros, garunfu (garofano) da kariphillon, ghemma (gamba) da kambè, gighenti (gigante) da ghigas-antos, grasta (vaso di terracotta) da grasta, lempu (lampo, fulmine) da lampem, maccaia (magari) da makarie, maylla (madia) da maghis-idos, ecc.; latino-greca: bézzon dal latino bis e dal greco zoe = due vite (gemello); latina: fugàtigu (focatico o tassa di famiglia), illa, illu (quella, quello), succà (suggere); srippi e lattà (sterile e nutrici da steril(em) e allattare); petra giesra (pietra celeste da petra e celest(em) = solfato di rame, tripad(eu) dal lat. tripodium (cito per il gioco, in questo caso); preromana: mantieca (poltiglia, impasto); araba: cuofu (cesta, paniere), carciuofu (carciofo), gazen (armadietto intramurario), tamarru (tamarro, zodicone), patuallu da port-hall = Portogallo (arancio, tary’ (moneta ), raìs (capo dei capi); normanna: buccè da boucher (macellaio), cisè da gèsier (ventriglio), damaggiu da domage (danno, minarsi), dangirusu da dangereux (pericoloso, pericolante), trazzea da drèssier (trazzera, pista tracciata attraverso i campi per il passaggio delle mandrie, il tratturo), trupon da trhop (branco), busa da bouse (sterco di cavallo o di mucca), button (bottone), bieccu = becco, (bouc) = montone, irco; provenzale: curduè da cordonier = calzolaio (calzari con legacci, già dal latino corda), chiancheri da charnier (macellaio, carnaio, da chaire = carne, pen da pain (pane), racìa da raisin (uva) dal latino racemus, urdid(eu) (antico arcolaio), ruga da rue (strada all’interno del paese), gagliu (biondo), cardon da cardon già dal latino cardus , beviagiu (da beuvrage) che significa beverone dal latino bibere, nel nostro caso sta nel significato di mancia, ricompensa equivalente ad un bicchiere di vino, rosolio o altro da bere. All’uopo va detto che in alcuni paesi rurali della Provenza la voce "beuvrage" alberga ancora sulle labbra della gente anziana.

A questo punto va detto che: ammesso e non concesso che i piemontesi, i liguri, i lombardi (che non si parli più di dominazione lombarda) giunti in Sicilia a seguito di Ruggero il normanno,non fossero venuti come mercenari o coloni, bensì come colonizzatori, la conquista di questi popoli di antica origine celtica sarebbe stata vana e non si capirebbe il motivo della loro occupazione militare con armi , istituzioni e prestigio politico- militare.

Nino Granato



NOTA BENE: INTESA TRA I DODICI COMUNI DI DIALETTO GALLO ITALICO





A proposito dell’articolo apparso sulla GAZZETTA del SUD, martedì 1 febbraio 00 dal titolo " intesa tra i dodici Comuni di dialetto Gallo italico" che recita: "si è svolto nella Facoltà di lettere dell’Università di Catania, l’interessante convegno tra i sindaci dei Comuni della "Sicilia Lombarda" e una équipe di professori universitari sul tema della recente legge n. 82 del 17 dicembre 1999 contenente norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche, che hanno escluso l’idioma Gallo italico. Erano presenti gli amministratori del Comune di Montalbano Elicona, Novara di Sicilia, Fondachelli Fantina (ME), ed altri". Ci risulta che gran parte di questi Amministratori non sono nè glottologi, né fonologi e non si capisce come mai questi signori si affaticano così tanto a sostenere delle inesattezze.

Si ritiene che questo tipo di ragionamento non solo è controstorico ma nega la presenza linguistica fenicia, greca, latina, araba, normanna.

In un mio umilissimo vocabolario sul nostro idioma, ho portato erroneamente, a rango di dottori, alcuni signori che non godono di titoli accademici.

Nino Granato
 
 

Ecco un esempio pratico del cosiddetto "Dialetto Gallo Italico"
 
 
 

L'IDIOMA SAMBASILESE

- Patua' (patois) Samasiuottu -

'Nta sti urtimi enni aiu ligiudu tanti di chilli paolli senza sinsu supra u Gallu - italicu parradu a Samasi di Nue' (Novara di Sicilia) quari nun si avio mai sintùdi e mencu visti 'nto passadu chiu o mieni vegìu("e" muta): vucabulari cu puchissimi pauolli e diviersi scritti supra i giurnari da nuostra pruvincia.

Chistu parra' Gallu-italicu divintàu argumintu di larga cunuscinza, che ("e" muta) intiressa a p(eu)chi pezzi du tissudu du p(eu)puru e a carcadun di ("un" da leggersi più o meno come nella lingua francese) chilli che seu di leggi e scnvi:

Sava riconusci che ("e" muta) spissu a storia scrivi frischi pi fiaschi e che ("e" muta) i ginti storpio e dijo ai quattru vinti quèntu di chiu negaùvu c'è 'ntè lingui classichì.

Chista cunstataziuri v(èù) essi a primissa a na fàgiri dumanna: pi Gallu Italicu si diji de quarchi dialettu dell'Italia du Nord che prisenta fenomeri duvudi a prisinza linguistica francisi; enchi de dialetti de quarchi zuora isurada dell'Italia du Sud, unni si fermèu durènti u Mediuevu popuraziuri chi vinnu du Nord da penisura.

Quosa assai diviersa avi u significatu de culòri arbarisi o grecu - arbarisi che -("e" muta) 'nte timpi aassai luntéu occupèu tierri da pinisura, furmènnu, tra l'autru, na cumurità enchi spirituari.

Chistu giustifica u fattu chi chisti popuraziuri dell'italia du Nuord na v(eu)tta chi vinnu commu migrati senza liggi, sappo suttamietti o dialettu de l'abitanti du paisi, ammieru pe quentu riguarda Samasì de Nuè e paisi vegi ("e" muta).

U dialettu samasiottu iéve ("e" muta) si lingua, sutta certi aspetti. diviersa da lingua ufficiari, ma si riconusci 'nta manera chiù chiara che fa parti du dialettu sicilieu (feniciu, grecu. ladiru, arabu, francisi - d'oc e d'oil, svevu e spagn(eu)ru) ca cascada francisi. ecc.

L'IDIOMA SAMBASILESE

In questi ultimi decenni ho letto tante di quelle parole senza senso sul Gallo italico parlato a S. Basilio di Novara di Sicilia quali non si erano mai sentite ne viste nel passato più o meno recente: dizionari con pochissime locuzioni e diverse pubblicazioni sui giornali della nostra provincia.

Questo parlare Gallo-Italico è diventato argomento di larga diffusione, che interessa pochi strati del tessuto popolare e qualche intellettuale. Si deve riconoscere che spesso la storia ci tramanda fischi per fiaschi e che le masse popolari, nel tempo. volgarizzano e amplificano in senso sempre più negativo, quanto più di armonioso esiste nelle lingue classiche.

Questa constatazione vuole essere la premessa ad un facile quesito: per Gallo-Italico dicesi "di alcuni idiomi dell'Italia settentrionale che presentano fenomeni dovuti all'influsso del substrato linguistico gallico; anche di dialetti di talune zone circoscritte dell'Italia meridionale dove si stanziarono durante il medioevo popolazioni provenienti dal nord della penisola".

Cosa ben diversa assume il significato di colonie albanesi e greco -albanese che in tempi assai remoti occuparono terreni della penisola (oggi si direbbe terre del demanio) formando, fra l’altro, una unità biologica e spirituale.

Ciò giustifica il fatto che questi popoli dell’Italia settentrionale giunti come immigrati senza leggi e istituzioni non hanno "fagocitato' il dialetto degli indigeni. almeno per quanto riguarda 5. Basilio di Novara di Sicilia e paesi limitrofi L'idioma sambasilese è si lingua, sotto certi aspetti, diversa dalla lingua ufficiale ma si riconduce nella maniera più intrinseca all'idioma siciliano (fenicio, greco, latino, arabo, normanno provenzale e spagnolo) con la fonetica francese, cioè della Gallia transalpina e non cisalpina. 

Per l'occasione va ricordato che il termine colono sta a significare chi lavora la terra in enfiteusi o contratto d'uso sin dal periodo ellenico, mentre per colonia dicesi "di un popolo mandato ad abitare un paese con leggi del paese d'origine".

Ammesso e non concesso che i piemontesi, i liguri, i lombardi (che non si parli più di dominazione lombarda) giunti in Sicilia a seguito di Ruggero il normanno, non fossero venuti come mercenari o coloni, bensì come colonizzatori, la conquista di questi popoli di antica origine celtica sarebbe stata vana e non si capirebbe il motivo della occupazione militare con leggi e istituzioni.

Quello che desta improvvisa meraviglia è il fatto che alcuni ostentatori non si rendono conto dell'errata traduzione o interpretazione dall'arabo dei termini colono e colonia, per cui si perdono in un mare magnum dialettico che si riconduce alla notte dei tempi.


Proprietà letteraria di Antonino Granato - San Basilio di Novara di Sicilia

 

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