
“ DA CLAIRVAUX A S. BASILIO”
DI NOVARA DI SICILIA
( MESSINA) ITALY
RINGRAZIAMENTO
A titolo personale, in nome dei relatori e di tutti i partecipanti, ringrazio la famiglia Sofia per l’ospitalità che ci ha permesso di parlare di questa pagina di storia cistercense sepolta dai sinistri eventi naturali, dall’incuria del clero che si è succeduto nel tempo e dalla polvere della notte dei tempi.

INIZIO DEI LAVORI
- Prende la parola il Dr. Giuseppe Risica (cardiologo, umanista e poeta) che ci parlerà dell’evoluzione del monachesimo.
- Segue l’architetto Luigi Torre che ci parlerà dell’evoluzione dell’architettura ecclesiastica sino ad arrivare a quella dei monasteri bernardiniani.
- Segue il sig. Nino Granato (cultore di Storia Patria) che, sfiorando la Riforma Monastica, parlerà di San Bernardo di Chiaravalle ed in particolare della data di fondazione del monastero cistercense di Santa Maria Annunziata, volgarmente detto di Vallebona o della Noara, coadiuvato dal Dr. Maddalena Micalizzi nella lettura delle epistole N. 447,208, 209, 207 relative alla presenza dei monaci cistercensi in terra di Sicilia per la costruzione di un monastero.

Meeting sul tema: “Da Clairvaux a S. Basilio di Novara di Sicilia"
Il MONACHESIMO
Introduzione
Il Monachesimo è un fenomeno della storia religiosa e sociale che si attua nel distacco dal mondo e nell’esperienza di una solitudine dedita alle cose dello spirito. Tale esperienza di vita religiosa, attestata in epoche antichissime, trova ampi riscontri in diverse realtà accomunate dai medesimi fondamenti. Esempi sono: in India il buddismo (VI sec. a.C.), nel Tibet il Lamaismo, in Cina il Taoismo, in Giappone lo Zen, nell’Islam i Dervisci del Sufismo, ecc.
Il monachesimo nella chiesa cristiana
Il cristianesimo, messaggio di salvezza spirituale, fu il portatore naturale di un orientamento ascetico inteso a fare della vita un'assidua lotta contro i nemici della salute dell'anima, identificati nel mondo (egoismo), nel demonio (orgoglio), nella carne (concupiscenza). Nella primitiva comunità cristiana la perfezione evangelica si fece ben presto consistere nella rinuncia, nella mortificazione, nella penitenza. Ma finché i cristiani rimasero una minoranza perseguitata, l'ideale di perfezione evangelica poteva facilmente essere attuato in seno alla società dei fedeli, scuola di disciplina, di fede, di martirio. Col progressivo trionfo della nuova religione, sempre meno frequenti divennero le occasioni per l'esercizio di una volontà eroica nella vita comunitaria. Mentre la Chiesa stessa, divenuta organismo sociale, assumeva struttura terrena, le comunità cristiane cessavano di essere cenacoli di eletti. Al tempo della conversione delle grandi masse pagane, esse dovettero accogliere, accanto ai fedeli sinceri e puri, i credenti per convenienza e per tornaconto, che portavano nella vita comunitaria i residui di una tenace mentalità paganeggiante e gli elementi corruttori di un'etica sociale rilassata. In questa situazione, molti pensarono che non si potesse rimanere fedeli all'ideale della perfezione cristiana se non in solitudine, in una vita da monaco. Monaco deriva dal greco “monacòs” e significa appunto solitario. La solitudine, nella forma più rigorosa e originaria del monachesimo, era pressoché assoluta; l'individuo, interrotto ogni rapporto con i suoi simili, si ritirava a vivere in una grotta, o in qualsiasi altro luogo inaccessibile, dedicandosi esclusivamente alle cose dello spirito, realizzando la preghiera e la meditazione, secondo un ideale ascetico di perfezione basato fondamentalmente sulla rinuncia al possesso dei beni materiali e sulla totale mortificazione della carne: fu l'epoca dell'eremitismo e dell'anacoretismo. A questa fase primigenia del monachesimo ne seguì una seconda in cui predominarono le forme di vita associata, pur nell'isolamento dal mondo. L'ascetismo che è alla base della spiritualità monastica, sebbene di per sé di natura individuale, in quanto non è atteggiamento passivo di pura negazione del mondo ma tentativo energico di sostituire i valori dello spirito a quelli mondani, tese a diventare socialmente efficace attraverso la comunione di vita dei confratelli religiosi: fu l'epoca del cenobitismo.
Si possono distinguere, nella sua storia, due periodi: l'Egiziano e il Basiliano. I primi monaci egiziani furono cristiani ferventi che si ritirarono a vivere nel deserto, sia per desiderio di praticare più liberamente le norme della vita evangelica, sia per trovare nell'Eremitismo (dal greco eremìtes: solitario) e nell'Anacoretismo (dal greco anacoretès: ritirato) la forma penitenziale sostitutiva del martirio; loro padri spirituali furono, nel III sec., l'eremita Paolo di Tebe e l'anacoreta sant'Antonio Abate. Il ritiro di Paolo nel deserto non ebbe imitatori; quello dell’egiziano Antonio (la cui vita fu resa famosa dal racconto che ne fece s. Attanasio nella “Vita di Antonio”) suscitò grandi folle di discepoli che lo seguirono (inizio del IV sec.), vivendo isolati o in piccoli gruppi, mentre la scelta delle pratiche ascetiche era lasciata all'ispirazione, al temperamento e anche alle bizzarrie dei singoli individui. Il monachesimo antoniano era individualistico, solitario, puramente contemplativo: il monaco — solo, con Dio, nella titanica lotta contro Satana — era quasi esclusivamente dedito a espiare con pratiche mortificative le colpe della carne. Ben presto però si formarono delle vere colonie di eremiti, i quali -pur mantenendo una vita solitaria- intrattenevano rapporti con i vicini fratelli, dando così inizio ad una certa forma di vita in comune (le Laure - dal greco “laùra” grotta- dove i monaci si ritiravano, una volta compiuti i doveri comuni). Tali colonie si svilupparono nel deserto d’Egitto e uno dei monaci più illustri fu Macario (che visse tra il 330 e il 390). La successiva realtà monastica, il Cenobitismo (dal greco coinòs bìos: vita in comune) si costituì attorno a san Pacomio a Tabennisi, sul Nilo, nell'alta Tebaide (Egitto), verso il 318 – 320, dove egli fondò un monastero, stilando i primi rudimenti di regola monastica. l'obbedienza al superiore (Abate, derivato dall’aramaico Abba: Padre), che aveva la direzione del cenobio, introdotta come elemento essenziale della vita perfetta, la rinuncia alla discrezione individuale negli esercizi ascetici con la sottomissione di tutti a norme comuni (ma con la possibilità di abbandonare il cenobio, qualora si volesse) e la precisa suddivisione del tempo tra la contemplazione, la preghiera e il lavoro manuale, caratterizzarono il monachesimo pacomiano, che si diffuse in modo straordinario, contando migliaia di seguaci, in Egitto, Palestina, Siria, Persia e Armenia. Comunque, i fondamenti duraturi dell'organizzazione monastica nel Vicino Oriente, in Asia Minore, furono posti, nel IV sec., da san Basilio. Basilio di Cesarea, detto il Grande (329/31-370/79), monaco egli stesso, critico dell'eremitismo (che giudicava pregiudizievole all'esercizio della carità cristiana) e di alcuni aspetti del cenobitismo pacomiano, cui pure si ispirava, riorganizzò la vita e la spiritualità monacale: il cenobio basiliano, poco numeroso (qualche decina di monaci), fu centro di preghiera e di penitenza, d'apostolato e di lavoro per uomini che dovevano mettere — questo era il fatto nuovo — al servizio degli altri (anche di coloro che vivevano nel mondo, specie i bisognosi) il frutto delle particolari esperienze spirituali fatte nel chiostro. I monaci basiliani particolarmente colti, inoltre, (diversamente da quelli egiziani che, contenti della fede dei semplici, disdegnavano la speculazione sulle cose di religione) valorizzarono il pensiero greco al fine della precisazione del dogma e parteciparono attivamente alle dispute teologiche dalle quali uscì definita la dottrina della Chiesa. Nello statuto lasciato da san Basilio — più sommario di riflessioni e insegnamenti di grande sapienza pratica sui fondamenti della vita religiosa, che vera e propria regola — e nelle precisazioni apportatevi dall'imperatore Giustiniano (Novellae 5 e 139) e da Teodoro Studita, il monachesimo orientale vide per sempre fissati i suoi tratti essenziali. Importanti forme di di cenobitismo, ispirate all’esempio orientale di S. Basilio, fiorirono nei monasteri costantinopolitani e sul monte Athos, in Grecia, caratterizzate da rigoroso ascetismo affiancato dallo studio dei testi teologici, e furono importanti per l’evoluzione successiva del monachesimo. Il Monachesimo orientale subì successivamente le persecuzioni persiane e soprattutto islamiche, le quali, mentre fecero inaridire nei territori conquistati la vita monastica, costrinsero all'emigrazione molti che rafforzarono le comunità balcaniche e russe e svilupparono un monachesimo orientale in Sicilia e nell'Italia meridionale.
Il monachesimo occidentale
La vita monastica organizzata giunse a fioritura, in Occidente, in epoca più tarda che in Oriente e fino alla grande diffusione della regola benedettina rimase, anzi, un fenomeno piuttosto isolato. Grande importanza nell’introduzione in Italia della forma cenobitica di monachesimo, ebbe S. Atanasio. Già nel IV sec., furono fondati a Roma i primi monasteri, mentre, ben presto, la vita monastica ricevette notevole impulso, soprattutto a opera di Eusebio di Vercelli, Paolino di Nola, Martino di Tours (315-397, guardia imperiale che, ricevuto il battesimo, abbandonò l’esercito dedicandosi all’apostolato, fondando ad Amiens -in Gallia- quello che fu probabilmente il primo monastero d’Occidente e successivamente -divenuto vescovo di Tours- quello famooso di Maius), Ambrogio di Milano, Onorato di Arles, Cassiano, Giovanni, Agostino, e Cesario d'Arles, i quali scrissero anche delle regole per i propri monasteri. Ma le prime grandi organizzazioni monastiche si ebbero tra il VI e il VII sec., nei paesi di cultura celtica, a opera di Colomba, Aidano, Patrizio e Colombano. La regola di san Colombano si diffuse in Gallia, sul Reno, in Svizzera e in Italia, permanendo a lungo accanto alla Regula Magistri e a quella celeberrima di san Benedetto da Norcia (490-560 circa). Tipiche del monachesimo occidentale sono le abbazie e i monasteri, che nel Medioevo divennero luogo di ritiro per gli studiosi e costituirono i centri principali della pietà e del sapere cristiani, i soli luoghi dove –in particolare durante le invasioni barbariche e nei tempi sanguinosi delle lotte tra i feudi- si conservavano barlumi importanti di vita civile, si tenevano scuole, si trascrivevano a mano gli antichi testi della cultura greca e romana, si riparavano e si riproducevano attrezzi e suppellettili, si conservavano documenti legali. Il Monachesimo Benedettino è una creazione del VI sec. (529, anno della fondazione della famosa abbazia di Montecassino), e ben presto soppiantò quella modellata sul tipo di quella di san Colombano, anche se la sua affermazione completa avvenne durante l'età carolingia: di fatto la storia ulteriore del monachesimo occidentale si identifica con quella del monachesimo di tipo benedettino (la cui regola grazie a Carlo Magno -aiutato dall’abate Benedetto da Anagni-, nell’VIII sec., soppiantando tutte le altre, divenne il modello e la norma per tutti i monasteri del regno dei Franchi), ispirato alla mentalità occidentale contemplativa-pratica, riassunta dal celebre motto “ora et labòra”; (importante -tra l’altro- fu il voto di stabilità in uno stesso luogo, che metteva un termine al vagabondare spesso indisciplinato dei monaci). Il monastero è una scuola che educa al servizio di Dio, l’abate, padre e maestro, tiene il posto di Cristo stesso, in esso il monaco si esercita nella pratica delle virtù cristiane, dell’obbedienza, del silenzio, dell’umiltà, della carità, dello studio, del lavoro manuale. Mentre la ricchezza alla quale assursero ben presto le abbazie benedettine destò spesso la cupidigia dei sovrani, la potenza e lo splendore raggiunto dall'ordine fu causa di rilassamento della disciplina e di raffreddamento dell'ideale monastico: di qui l'esigenza riformatrice che domina la vita monastica tra l'VIII e il XII sec. San Benedetto di Aniane, dopo aver restaurato col favore di Ludovico il Pio il patrimonio dell'ordine, gravemente intaccato dall'amministrazione controllata da parte di Carlo Martello e anche di Carlo Magno, cercò di ristabilire l'osservanza stretta della regola benedettina, ma la riforma non ebbe successo duraturo. Solo con la riforma di Cluny (monastero fondato nel 910), il monachesimo risorse a nuova vita, sul modello di un organismo religioso accentrato ed unitario, col recupero del suo spirito più autentico, e che ben presto venne adottato da numerosi monasteri; ma l'esigenza riformatrice non si arrestò, anche per il prevalere in seno ai cluniacensi di preoccupazioni di potenza economica e politica. Risultati successivi della riforma monastica (XI sec.), con una propensione al paleomonachesimo eremitico, al radicalismo evangelico, e al ritorno definitivo alla “puritas regolae” benedettina originaria, scevra dalle numerose aggiunte che gradatamente avevano appesantito i semplici dettami della regola di S. Benedetto, furono gli ordini Camaldolese (fondato a Camaldoli da Romualdo da Ravenna,1012), Vallombrosano (1036), Certosino (fondato da Bruno da Colonia, 1084), Cisterciense (così chiamato dal nome latino -“Cistercium”- del Monastero di Citeaux, fondato da s. Roberto di Molesme, 1098) che ebbe vastissimi consensi in tutta Europa (all’importante opera di organizzazione e di bonifica del territorio agricolo si affiancò il diffondersi di un definito stile architettonico basato sui concetti di austerità e di essenzialità delle forme, come nella famosa abbazia di Chiaravalle, fondata da S. Bernardo), Silvestrino (1232) e Olivetano (1313). Nonostante le riforme, gli influssi del primo Umanesimo furono causa di ulteriore decadenza dell'organizzazione monastica che, d'altro canto, già da tempo, ormai, soffriva anche per la mutata struttura economica e sociale dell'Occidente. Le condizioni della vita economica medievale e la natura prevalentemente fondiaria dei beni monastici avevano fatto sì che la maggior parte delle abbazie sorgesse in piena campagna: il ritmo di lavoro del monaco benedettino era rurale. Quando, nel XII sec., la vita cittadina tornò a rifiorire, i monasteri vennero a trovarsi lontani dai nuovi centri di studio, dalle nuove classi sociali influenti, dalle correnti vitali della nuova vita economica e la loro importanza come centri di attività culturale, economica e politica diminuì notevolmente. Ma se il monachesimo cessava di essere uno dei protagonisti della storia dell'Occidente romano- cristiano-germanico, l'ideale di cui era stato portatore era ancor fecondo d'espressioni; accanto alle congregazioni riformate del vecchio ordine, riapparvero dall'XI sec. nuove forme di vita cenobitica: Canonici Regolari (tra cui i famosi Canonici del Gran S. Bernardo nel Vallese, che assistevano i pellegrini avvalendosi dei grossi cani che portano il loro nome), Eremitani di sant'Agostino e gli ordini mendicanti del XIII sec., come i Francescani (a cui appartenevano i Cappuccini) e i Domenicani, che misero l'accento sull'attività apostolica itinerante e proposero una nuova concezione della vita religiosa: i mendicanti, però, non sono più, in senso strettissimo, dei monaci. Gli ordini di ogni tipo parteciparono al movimento di riforma dal basso che ebbe manifestazioni precise dal XV sec. in opposizione alle situazioni create specialmente dalle commende, cioè l’affidamento delle abbazie e dei loro possedimenti ad abati commendatari (spesso provenienti da potenti famiglie legate alla corte papale), con l’intento originario di porre fine a contrasti interni, ma che contribuirono sensibilmente alla decadenza delle abbazie, in quanto lontani dagli ideali del monachesimo, limitandosi la maggior parte dei casi ad una scriteriata gestione del potere tesa quasi unicamente a percepire le rendite. Non tutti parteciparono a tale riforma e così i religiosi si divisero in quelli legati al passato e in quelli detti osservanti per l'aspirazione a una vita religiosa, se necessario, anche completamente rinnovata. La riforma protestante scosse profondamente le basi della millenaria visione del monachesimo quale via privilegiata di perfezione evangelica; centinaia di monasteri furono soppressi e la vita monastica scomparve totalmente dai paesi nei quali essa si era affermata. Durante il periodo della Controriforma sorsero nei paesi rimasti cattolici ordini e congregazioni religiose che si dedicarono alla vita attiva più che a una vita strettamente contemplativa. Nel XVIII sec. e nel primo decennio del XIX, il giurisdizionalismo dei sovrani, la Rivoluzione francese e le riforme napoleoniche condussero alla secolarizzazione dei beni monastici e alla soppressione di quasi tutte le abbazie comprese in quei territori. L'istituto monastico, tuttavia, si riprese nella seconda metà del XIX sec. (nonostante gli ostacoli frapposti dalle clausole restrittive delle legislazioni di vari Stati) ed è ancor oggi, anche se non più come un tempo, fiorente in molti paesi. In Occidente esistono attualmente tre tipi di monachesimo: Benedettino, Certosino e Cistercense (detto anche Cistercense); vi si trovano, inoltre, membri di ordini monastici orientali: antoniani, basiliani e mechitaristi. Dopo la seconda guerra mondiale il monachesimo si affermò nell'America del Nord, e nacquero filiali in Asia e in Africa.
Monachesimo femminile
Parallelamente al monachesimo maschile si affermò, fin dal IV sec., quello femminile. Se ne interessarono in maniera particolare sant'Ambrogio di Milano, san Girolamo a Betlemme e san Cesario d'Arles (quest'ultimo compilò anche una regola). Tuttavia l'organizzazione monastica femminile ebbe piena affermazione con la diffusione della regola benedettina (grazie anche a S. Scolastica, che era la sorella gemella di S. Benedetto); da allora, praticamente ogni ordine religioso maschile ebbe il corrispondente secondo ordine femminile.
Concludendo, possiamo affermare senza alcun dubbio che il Monachesimo, oltre a permettere a coloro che sono “chiamati”, la possibilità di raggiungere livelli elevati di sensibilità, conoscenza, e spiritualità (al di fuori di immagini stereotipate e di maniera offerte da certa letteratura o dal cinema), ha rappresentato -e in qualche modo ancora oggi rappresenta- un punto fondamentale nella diffusione del messaggio cristiano e un mezzo necessario all’evoluzione religiosa, sociale e culturale dell’intera umanità.
“ Da Clairvaux a S.Basilio” di Novara di Sicilia
09 Settembre 2001
Alla morte di S. Bernardo del 1153, l’ordine di Citeaux possedeva ormai 343 monasteri che, intorno al 1200 avrebbero raggiunto il numero di 694. Il rinnovato spirito benedettino si estese in Europa, diffondendo anche uno stile architettonico ad esso aderente. Le estreme raffinatezze e il gusto estetizzante di Cluny, insieme al rigore formale e della sobrietà di Citeaux, furono veicolo di diffusione in tutto l’Occidente dei princìpi della scuola architettonica borgognona.
Le disposizioni generali dei monasteri cistercensi non differiscono molto da quelli cluniacensi, rifacendosi entrambi a quella tradizionale distribuzione degli edifici già testimoniata dalla pianta di S. Galgano.
L’Abbazia di Clairvaux o Chiaravalle, fondata dallo stesso S. Bernardo nel 1115 a circa 20 Km da Digione, appariva già inadeguata alle esigenze della vita monasteriale nel 1133, data d’inizio di una nuova importante fase costruttiva. La disposizione tradizionale che voleva gli ambienti più importanti affacciati sul chiostro venne rispettata. Così sono distribuiti sui suoi quattro lati: la sala capitolare, il refettorio, i magazzini e il dormitorio comune, sopra della sala capitolare.
Oltre al chiostro maggiore, l’abbazia aveva altri due chiostri, con forni, mulini, frantoi, una foresteria e l’abitazione dell’abate. Tutti i monasteri cistercensi erano costruiti secondo gli stessi criteri distributivi, dipendenti dalle esigenze della vita agricola e religiosa. Le costruzioni dell’Ordine di Citeaux, il cui testo definitivo fu messo a punto nel 1119 da un capitolo generale, di cui faceva parte lo stesso S. Bernardo con altri 10 abati, e confermato in quello stesso anno da papa Calisto II, specificando esplicitamente che la Chiesa deve essere costruita con grande semplicità, senza sculture o pitture di alcun genere, con finestre di vetro bianco, senza torri o campanili di altezza eccessiva. Le chiese o i monasteri dovevano essere consacrati alla madre di Dio, per evitare il pericolo che si affermassero culti stravaganti, quali ad esempio quelle delle reliquie di S. Maria Maddalena aVézelay, inoltre, per evitare l’accumulo di beni monasteriali, si stabilì che i gregari appartenenti alle abbazie non potessero spingersi oltre una giornata di cammino dalle fattorie; infine si faceva in modo che non ci fossero meno di due leghe borgognone tra monasteri cistercensi.:“…Non si costruiranno monasteri nelle città, nelle contee o nei castelli proseguono le costruzioni- ma in luoghi lontani di passaggio degli uomini. Nei monasteri non ci saranno dipinti né di sculture; semplicemente delle croci di legno.(…) Le porte delle chiese saranno dipinte semplicemente in bianco. (…) I copisti scriveranno con un solo colore e le lettere non saranno miniate.(…) Non ci saranno né torri in pietra a mo’ di campanili né torri in legno troppo alte”. La regola di S. Benedetto è interpretata alla lettera, uno spirito di austerità domina nei monasteri cistercensi circondate da fattorie e aziende agricole: “ I monasteri prescrivono ancora le costruzioni-dovranno essere costruiti, nella misura in cui sarà possibile, là dove ci sarà acqua per i mulini e gli orti in modo che i monaci non dovranno mancare delle cose più importanti per la sussistenza dello stesso monaco e soprattutto per dare l’aiuto cristiano al pellegrino”.In questo periodo storico non bisogna dimenticare l’impulso dato ad un fenomeno di eccezionale importanza sociale, degli Ordini religiosi: il pellegrinaggio, che costituisce uno dei tratti tipici della civiltà medievale; sollecitato a percorrere grandi itinerari europei per recarsi a Roma o a Santiago di Compostella, il pellegrino veniva a contatto con diversi contesti culturali e artistici, e in particolare, essendo durante il viaggio ospitato dalle foresterie delle abbazie cluniacensi, con il particolare contesto dipendente dall’Ordine, diventa così egli stesso mediatore di forme e di concetti attraverso l’Europa medievale.
Anche l’Ordine di Citeaux, in apparenza animatore di una riforma di pertinenza rigorosamente monastica, sarebbe andato ben oltre i propri obbiettivi, ponendosi all’origine delle crociate; lo stesso S, Bernardo predico nel 1146 la seconda crociata uniformandosi alla volontà di un monaco cistercense che l’anno precedente era stato elevato al soglio pontificio: Papa Eugenio III. E forse a contatto con civiltà cosi diversa i monaci cistercensi si aprirono a forme artistiche più libere, inserendo nell’architettura elementi di decorazione
Adesso è bene fare riferimento brevemente, all’architettura Gotica che si sviluppo’ tra il XII e il XV secolo
A differenza di quella romanica, massiccia sobria , l’architettura Gotica è elegante, raffinata e slanciata. Dal punto di vista geografico, la sua area d’interesse tocco’ quasi tutte le nazioni d’Europa. Ma il luogo d’origine fu la Francia settentrionale. In questa regione, infatti, il nuovo linguaggio architettonico e scultorio ottenne una sua precisa codificazione, una unità stilistica ( vedi-Notre Dame, 1163-1250, catt. di Reims, 1211-1471;catt, di Amiens,1220-1236). La coerenza stilistica puo’essere vista nell’uso costante di particolari elementi strutturali, i più importanti dei quali sono: la volta a crociera a costoloni, l’arco a sesto acuto che prende ad imporsi sempre più nei confronti di quello a tutto sesto che si è visto essere più tipico dell’architettura romanica, l’arco rampante. Sono tutti elementi che conducono al raggiungimento di quello che è lo scopo primo dei progettisti dell’età gotica: ottenere con le loro architetture, sia all’esterno che all’interno, una grande impressione di verticalismo, un senso di ascesa verso il cielo, inteso come aspirazione ad un rapporto più intimo nei rapporti di questa potenza divina che fino allora si era piuttosto temuta che compresa. Non si deve dimenticare che l’architettura gotica è un arte essenzialmente religiosa e come l’architettura di questo periodo si realizza soprattutto nella costruzione di cattedrali e monasteri. Le componenti strutturali ed insieme formali della cattedrale gotica sono: la volta a crociera con nervature, l’arco a sesto acuto e l’arco rampante all’esterno. Da tutto cio’ si deduce facilmente che il muro, ancora largo e massiccio nell’architettura romanica, non costituisce più elemento di sostegno giacché l’intero peso delle volte va a scaricarsi su punti ben determinati, più o meno ravvicinati l’uno all’altro, individuabili nella struttura del pilastro a fascio. All’esterno,poi, l’orditura esistente e perfezionata con l’introduzione di un elemento strutturale nuovo, l’arco rampante, il quale ha funzione di controbilanciare da di fuori le spinte laterali trasmettendole a robusti contrafforti. Sormontati per lo più lunghi e snelli pinnacoli che contribuiscono a mettere in evidenza anche all’esterno dell’edificio la voluta prevalenza dell’andamento verticale a quello orizzontale( chiesa di Amiens- 1220-1236-la tendenza al verticalismo, propria del gotico è esaltata in questo edificio: basti pensare che la navata misura soltanto 14 m di larghezza rispetto ai 42 m dell’altezza. Grazie a questa scoperta strutturale, i muri portanti perimetrali non dovendo più sopportare l’enorme peso d spinta delle volte e della copertura a tetto, divengono molto più sottili conferendo a tutto il manufatto, eleganza e leggerezza. Non si deve pensare che a tutto questo si sia giunto con facilità. Nelle primissime realizzazioni, durante la costruzione delle pareti murarie, avvennero incidenti, spesso mortali, per la caduta rovinosa della struttura dovuta alla poca conoscenza delle sollecitazioni di spinta degli elementi strutturali sovrapposti ai muri verticali.
Le pareti permettono una maggiore illuminazione all’interno con coperture più grandi e più numerose che corrono lungo le pareti; finestre e aperture circolari dette rosoni, posizionati, queste ultime, nella facciata principale. Si creano delle finestre istoriate con vetri colorati ed una nuova forma di arte verrà instaurata: l’arte del vetro cattedrale. Un gioco di luce inonderà l’interno della cattedrale che non distoglierà il fedele dal raccoglimento e dalla preghiera ma, anzi, lo avvolge in un’atmosfera innaturale e fantastica, luce colorata e luce sopranaturale, lo avvicina all’Onnipotente. Il primo monastero cistercense dell’Italia centrale fu quello di Fossanova pressoTerracina, fondato nel 1135 dai monaci francesi di Altacomba, completamente ricostruito tra il 1179 e il1208: elementi tipici dell’architettura cistercense sono presenti nella chiesa abbaziale e del chiostro, archi ad ogiva e volte a vela sostenuti da pilastri composti. Anche la chiesa dell’abbazia di S.Galgano in Toscana, fondata dai monaci francesi diClairvaux ,iniziata nel 1218, presenta sia nella pianta basilicale a croce latina con coro e determinazione rettilinea in cui si aprono oculi e ampie finestre ogivali, sia nell’organizzazione distributiva degli elementi architettonici sulla parete navale maggiore, ad ordini sovrapposti di pilastri e semicolonne addossate, tutti i caratteri dell’architettura dell’Ordine
Dr. Luigi Torre.
“DA CLAIRVAUX A SAN BASILIO”
Sicuramente a S. Basilio si conosce solo qualche leggenda dell’ex monastero cistercense diS.M.A., volgarmente detto di Vallebona o della Noara. Pochissimi conoscono la storia di questo monastero sperduto nel cuore di questa grande valle dei Nebrodi, dove il presente s’intreccia ancora col Medioevo. La storia di questi monaci “ bianchi “è un capolavoro della comunità cattolica, perché impostata su un’atmosfera austera e, pertanto, va conosciuta, anche se per sommi capi, nella sua interezza.
Nel 910, con la fondazione dell’abazia di Cluny, voluta dal conte Guglielmo d’Aquitania, comincia la riforma monastica. Da qui parte il motto riformatore con il programma di instaurare un cristianesimo più puro, combattere la corruzione, la simonia e concubinato del clero corrotto: in definitiva, migliorare il mondo. Questa riforma si estende alla Francia, all’Italia, alla Germania, alla Spagna e in tutta Europa attraverso una fittissima rete di quasi 2000 monasteri che facevano parte della confederazione cluniacense.
Altre riforme sono nate in quei tempi, come i cistercensi che rispondevano meglio alle attese della cristianità, anche perché operavano quella riforma interna che sta alla base del cristianesimo. Questa riforma imperniata sulla pietà, sul pentimento, sulla dottrina, sulla santità e sulla semplicità evangelica, portarono ovunque una ventata di primavera cristiana.
Questa riforma, oltre alla maggiore austerità conferita dalla regola benedettina, diede anche un grande contributo allo sviluppo della cultura e dell’arte, del canto gregoriano e soprattutto della liturgia, tanto che la chiesa di Cluny e diventata il transito degli angeli o il “deambulatorium angelorum”
CHI E’ BERNARDO DI CHIARAVALLE
Bernardo di Fontain detto doctor mellifluus è un abate cistercense di nobile famiglia della Borgogna ma di sangue lorense. Entra giovanissimo nel monastero di Citeaux per attuare la regola di S.Benedetto da Norcia. Nel 1113 fonda nella Champagne la nuova abbazia di Clairvaux; scrive sermoni, opere mistico filosofiche e il De consideratione, oltre al commento, il Cantico dei Cantici. Bernardo è un monaco mistico e politico; ha perfetta conoscenza di Gesù e della Sua crocifissione. Bernardo è del parere profondo che attraverso la via mistica, l’anima umana si perde in Dio raggiungendo l’estasi, in altre parole quel vivo piacere di vedere i Campi Elisi, gli eterni Tabernacoli, la luce eterna.Dopo la morte di S.Bernardo, i monasteri cistercensi si diffusero in tutta Europa, collegati tra loro dalla famosa “
Carta di carità, la cui approvazione avvenne nel 1119.
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-N.B. Il toponimo Citeaux o Cistercio significa canne delle paludi.
-Lettura e interpretazione delle epistole N. 447,208, 209, 207.
LETTERA 447
AD AMEDEO ABATE I ALTACOMBA
“Al fratello diletto nel Signore, l’Abate d’Altacomba, il fratello Bernardo, noto come abate di Chiaravalle, invia salute e affetto.
Vi chiedo che mandiate per me a Montpellier un vostro abate o qualche altro messaggero ragionevole e riservato, ma che si trovi nell’ottavo giorno dell’Assunzione di Santa Maria perché in quella data e in quel luogo vi debbono essere i messaggeri del re di Sicilia, che percorrono il mare sulle navi per portare la figlia del conte Teobaldo al figlio del loro padrone. Se per caso abbiano condotto navi per trasportare nostri fratelli e richiedono da quale abbazia ero in procinto di mandarli, il vostro messaggero ci scusi con queste parole: “ I fratelli erano preparati e l’abazia prescelta, ma il signore Alfano, messaggero del nostro re di Sicilia, ha detto che il re non cercava se non due fratelli che precedessero gli altri per visitare il luogo; quando gli piacerà, il signore ci esprimerà la sua volontà che sia spedita l’intera abbazia: perché come la vostra prudenza ben sa, la ragione e l’ordine corrono pericolo se i fratelli si aggirano in terra forestiera senza la disciplina della regola, senza la custodia dell’Abate e di altri fratelli”.
LETTERA 208
“…Se mi richiedete, ecco io e i fanciulli miei che Dio mi ha dato. Si dice che la mia umiltà ha trovato grazia presso la regia maestà, si che essa richiede di vedermi.
E chi sono io per accontentare il beneplacito del re?
Accorro, ed eccomi presente, così com’ero richiesto: non nell’inferma presenza del corpo, che fece disprezzare il Signore ad Erode: ma nei figli miei. Chi, infatti, mi separerà da loro? Li seguirò ovunque andranno, e se abiteranno agli ultimi confini del mare, non staranno lontano da me. Hai, o re, il lume degli occhi miei, hai il mio cuore e l’anima mia. A cosa vale se manca un pochino di me? Accenno al corpiciattolo, a questo vile servo, che se anche la volontà vorrebbe manifestarvi, la
Necessità trattiene qui: non è possibile seguire l’animo che vola, perché esso è infermo, e gli rimane a stento solo il sepolcro. Ma a che preoccuparsene? La mia anima rimarrà nel bene, quando il mio seme erediterà la terra. Il mio seme è un buon seme. Fruttificherà se cadrà in una buna terra. Si allieterà e godrà nella gioia l’anima mia perché, come spero, le sarà dato il frutto delle sue mani.
E’ riposta questa speranza nell’animo mio, sì ch’io possa sopportare pazientemente d’essere separato da loro nel corpo. Non ti meravigliare, o re. Preferirei uscire dal corpo anziché perdere costoro, se non fosse Dio la sola causa di ciò.
Accoglili come ospiti o forestieri, tuttavia come concittadini dei Santi e servi di Dio. Ho detto poco chiamarli cittadini: sono re. A loro appartiene il regno dei cieli, per diritto e per merito della povertà. Non conviene averli chiamati invano da lontano, e che da esuli vadano errando nelle loro sedi in un inutile vagabondaggio.
Credi che potranno cantare il cantico di Dio in una terra altrui? Ma forse non la chiamerei giustamente terra altrui,dato che essa espande spontaneamente il buon seme e ha gia accolto in un pio grembo il deposito prezioso. E’ caduto, come vedo, è caduto il buon grano in una buona terra fertile; spero che nel Signore esso assumerà radici, germe si moltiplicherà e darà e renderà frutto a tempo debito. Lo ripartirò allora col re, ed entrambi riceveranno la nostra ricompensa secondo il nostro lavoro”.
LETTERA 209
“…Avete avuto ciò che avete chiesto,avete fatto ciò che avevate promesso. Quelli che noi, in base alla vostra richiesta, abbiamo inviato sono stati accolti con regale liberalità
Siete andati incontro a loro col pane, li avete portati in un luogo di delizie, li avete posti sopra una terra eccelsa dove possono mangiare i frutti della terra e suggere il miele dalla pietra, l’olio dal durissimo sasso, il burro dall’armento, il latte dalle pecore, e il fico insieme al midollo del grano e possono bere sincerissimo sangue di uva. E tali cose sono terrene, senza dubbio, ma fanno guadagnare quelli celesti. Così si giunge al cielo:” Con tali offerte si merita Dio”.E già regno dei cieli quello
di costoro che potranno rendere al re della terra nella terra dei vivi al posto di questi beni terreni la vita e la gloria sempiterna.
Vi abbiamo mandato il maestro Brunone che per me è stato un tempo per taanti giorni intimo compagno, e ora padre di molte anime che s’allietano in Cristo, ma hanno bisogno nel mondo. Faccia esperienza anche lui(Brunone) della munifica mano del re, affichè aumenti il numero degli amici che lo accoglieranno negli eterni tabernacoli. Quello che fatte a lui lo fate a me, Perché quello che manca a lui è richiesto da me; poiché la mia borsa è meno fornita ho destinato il povero di Cristo approfittare meritamente della vostra, che so che è molto più grande.
LETTERA 207
“…In lungo e in largo si è dilatata la vostra magnificenza sulla terra. Pertanto la gloria vostra quali limiti non ha raggiunto? Udite il consiglio di uno che vi ama. Datevi da fare per ciò che è in voi, di riferire questa stessa gloria a Colui al quale essa proviene, se non volete perderla o certamente perdervi con essa. Ciò accadrà se quelli che la fama diffusa di regia munificenza evoca da lontano, aprite l’occhio del discernimento e tendete la mano non tanto agli avidi, quanto ai poveri. Ed in verità “beato è colui che sa distinguere il bisognoso e il povero dal bramoso. Colui, dico. che riconoscere il povero che chiede mal volentieri e riceve con vergogna e ricevendo glorifica il Padre suo che è nei cieli. Quanto dunque a Dio sarà resa gloria così sinceramente grazie alla vostra munificenza,dalla bocca dei poveri, senza dubbio ne deriverà che con più largo fiume scorra per voi quella fonte di gloria, che ama quelli che Lo amano, esalta quelli che Lo esaltano, fa mietere benedizioni a colui che semina. Per questo vi scongiuro di fermare i vostri occhi sul latore della presente, che certamente non è tratto alla vostra regia presenza dalla cupidigia, ma vi è costretto dalla necessità. Necessità, dico, non sua, ma dei suoi, di molti invero servi, da cui è stato inviato. Udite pazientemente quello che loro soffrono, udite e prendete compassione e con loro regnerete. Non è da disprezzare per un re regnare in compagnia di tali uomini; infatti, il regno dei cieli appartiene a quelli che hanno disprezzato la vita del mondo. Rendetevi amici quelli del Mammone dell’iniquità, sì che quando sparirete dal regno vostro, “ vi accolgano nel loro” regno eterno”.
LETTERA 447
Questa epistola datata l’ottavo giorno dell’Assunzione del 1140, con molta probabilità, indirizzata all’abate Amedeo di Altacomba (Portogallo) perché mandi a Montpelier(sul Golfo di Lione) un monaco su cui si può fare affidamento, per incontrare Alfano, ambasciatore di Ruggero II, venuto per accompagnare in Sicilia la figlia del conte Teobaldo.
Questo abate doveva informare Ruggero II, tramite l’ambasciatore, che la comunità dei monaci era pronta, ma per motivi di disciplina monastica non poteva mandare due soli monaci per com’era stato accordato.
LETTERA 208
In quest’epistola S.Bernardo chiede al re Ruggero II di accogliere i monaci cistercensi come se fossero figli della sua carne.
LETTERA 209
In quest’epistola S.Bernardo esalta la regale munificenza del re Ruggero II nell’accogliere i religiosi mandati in terra di Sicilia.
LETTERA 207
In quest’epistola S.Bernardo esalta il re Ruggero II a mostrarsi generoso verso i monaci poveri.
PER CONCLUDERE
Il prof. Giuseppe Marchese, nel libro “la Badia di San Bucina”, Lecce 1932, nota in base ad un documento datato 18/5/1310, che la prima abbazia cistercense dell’Italia meridionale è quella di San Bucina in Calabria. Questo documento di fondazione, che il marchese ha trascritto, risulta un falso secondo “Opere di San Bernardo”, vol. II, toma II, a cura di Ferruccio Castaldelli. Le abbazie Cistercensi elencate dal prof. Giuseppe Marchese sono le seguenti: SanBucina, Casa Madre, dove i monaci si sarebbero insediati nel 1141, per volontà di San Bernardo su invito di Ruggero II; Santa Maria la Noara (1168); S. Spirito e la Trinità di Palermo (1173), Santa Maria Roccadia in Calabria (1176), Santa Maria delle Terrate (1185); Santa Maria di Gallese in Calabria (1190); Santa Maria di Acqua Formosa (1198); Santa Maria del Sagittario (1202); Sant’Angelo in Frigillo (1220).
Il prof. Antonio Patrese, in “carte latine di abbazie cistercensi calabresi” (Città del Vaticano – 1950 – pag. 202/27) nota che la San Bucina risulta monastero benedettino sino al 1160 e solo in questa data pasta alla filiazione di Casa Mari (Frosinone). Il nome di San Bucina, nota ancora il Patrese, appare per la prima volta nel 1163 fino a quella data era detta Santa Maria requisita Nucis, ed è stata fondata nel 550 d. C.
Il prof. Rapisarda in “San Bernardo e la Sicilia”, in Bollettino Ecclesiastico di Catania, n. 58 del 1954, pag. 73, nota che il primo monastero cistercense della Sicilia è quello di Santa Maria della Noara. Dopo questa carrellata di notizie, di date e di commenti sui monasteri cistercensi veri o presunti tali, ci chiediamo con insistenza quale sia stato il primo monastero cistercense fondato da San Bernardo di Chiaravalle nell’Italia meridionale. Una risposta scientificamente certa non si potrà dare allo stato attuale, ma con un po’ di logica e grazie ai documenti testé proposti, forse siamo vicini ad una ricostruzione fedele di un periodo assai oscuro e controverso della Storia Medioevale in Sicilia, almeno per quanto riguarda l’argomento dell’Abbazia cistercense in oggetto.
Tenuto conto che la pace tra Innocenzo II, legittimo papa e Ruggero II, avvenne a Salerno nel 1139; considerata la lettera n. 207 che ci da notizia della presenza dei monaci cistercensi in Sicilia; ritenuto ovvio che la data del monastero cistercense di Vallebona o della Noara, 1171 per alcuni, 1178 per altri va intesa come completamento dell’opera; ritenuto che San Bernardo non avrebbe mandato un gruppo di monaci guidati da un religioso avanti negli anni, bensì vigoroso nella sua maturità (30 – 40 anni) per fondare un monastero in terre così lontane; considerato che in quell’epoca per realizzare un’opera di un certo rilievo storico occorreva un periodo di tempo che va dai 30 ai 40 anni; visto che l’abbazia di San Bucina non è stata fondata dai cistercensi, ma passa alla filiazione di Casa Mari nel 1173; considerate le date di fondazione degli altri monasteri cistercensi qui riportati; considerato che il primo successore dell’abate Ugo (padre Marco) risalirebbe al 1195; considerato che l’abate Ugo sarebbe morto sulla soglia dei 90 anni, sarebbe ragionevole sostenere, almeno per il momento, che la fondazione di questo monastero( intesa come inizio dei lavori) e vista l’essenzialità, l’austerità dei lavori, risalirebbe intorno al 1141 o comunque prima della morte di San Bernardo di Chiaravalle avvenuta nel 1153. La data incisa sull’epitaffio della chiesa 1137 è da ritenere errata.
Nino Granato
Le lettere sono state tratte da “ SAN BERNARDO OPERE “
NOTA BENE
Si porta a conoscenza dei partecipanti che le reliquie dei santi, le spoglie dell’abate Ugo – cranio, omeri, la “giarra di Sant’Ugo”, i guanti di lana, il fazzoletto di stoffa con la scritta “non cesso, non cessavi, non cessabo orare pro te” (“non smetto, non ho smesso, non smetterò di pregare per te”), mandato, secondo la tradizione dalla sorella Genoveffa dalla Francia per avvolgere il capo dell’abate dopo aver lasciato questa terra -, un tabernacolo di marmo del ‘700, erano sino a qualche tempo fa “custoditi” nella fatiscente Chiesa di “Sant’Ugo” a Novara di Sicilia, dove erano state traslate dopo il 1626 a seguito della distruzione del Monastero Cistercense di San Basilio a causa del cataclisma, mentre una fonte di marmo di Pario( isola della Grecia)nella cui base si legge “Joa Puiades Ab Fie. Fe. A.D. MCCCCCVI” ed un’acquasantiera sostenuta da un piedistallo, ove si legge “Giovanni Mangialardu, per sua devozione 1571” sono state “distribuite” in alcune chiese di Novara di Sicilia.
Del “tesoro”del Monastero fanno parte anche dei cofanetti eburnei, risalenti al periodo arabo (probabilmente sottratti dai normanni al Califfo di Santa Lucia del Mela); questi furono ritrovati, casualmente nel 1991, sotto l’altare della “Chiesa di Sant’Ugo” di Novara di Sicilia; recano la scritta in arabo, (tradotta in lingua italiana da un farmacista libanese ?) risiedente nella stessa Novara: “Opera fortunata, eccelsa per prestigio e forme che mostra rettitudine e la gloria eterna del suo possessore, gloria duratura e successo eterno del suo possessore”.
Di tali cofanetti, esposti al pubblico per la prima ed unica volta nel 1993, alla presenza delle autorità religiose e militari, mi chiedo ove siano custoditi o da chi?
Detto ciò mi domando: perché tali oggetti, mi riferisco alle reliquie, alla “Giara” ecc, ecc..”custodite” nella fatiscente” Chiesa di Sant’Ugo”, essendo state per secoli oggetti di culto, non si è ritenuto custodirli in un locale idoneo per religiosità, invece di lasciarli in balia del tempo, delle muffe e degli scarafaggi.?