Estratto da Se il grano non muore, di André Gide

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Mi preparavo a partire e già l'omnibus aveva preso la mia valigia e il mio baule. Mi rivedo nell'atrio dell'albergo, aspettando il conto; i miei occhi caddero per caso su una lavagna di ardesia sulla quale erano segnati i nomi dei viaggiatori, che, macchinalmente, cominciai a leggere. Prima il mio, poi dei no mi sconosciuti; e d'improvviso il mio cuore ebbe un balzo: gli ultimi due nomi della Lista erano quelli di Oscar Wilde e di lord Alfred Douglas.

Ho già raccontato altrove quel primo impulso che mi fece prendere subito la spugna e cancellare il mio nome. Poi pagai il conto e mi avviai a piedi verso la stazione.

Non so che cosa mi abbia fatto cancellare così il mio nome. Nel mio primo racconto ho messo in luce la mia sconveniente vergogna. Forse, dopotutto, cedevo semplicemente alla mia indole poco socievole. Durante le crisi di depressione, che ho fin troppo conosciuto, simili a quella che attraversavo allora, ho vergogna di me, mi sconfesso, mi rinnego, e, come un cane ferito, costeggio i muri e vado nascondendomi. Ma, sulla strada della stazione, sempre camminando, riflettei che forse Wilde aveva già letto i1 mio nome, che stavo commettendo una vigliaccheria, che... insomma, feci ricaricare bauli e valigia e ritornai.

Avevo frequentato molto Wilde a Parigi; lo avevo incontrato un'altra volta a Firenze; ho già raccontato ciò diffusamente, anche quello che sta per seguire ma senza i particolari che voglio riferire qui.

Il libro infame di Lord Alfred Douglas, Oscar Wilde e me, ha travestito troppo sfrontatamente la verità perché io mi faccia oggi scrupolo di dirla, e poiché il mio destino ha voluto che la mia strada a questo punto incrociasse la sua, ritengo mio dovere riportare qui la mia deposizione di testimonio.

Wilde aveva mantenuto fino a quel giorno nei miei confronti un perfetto riserbo. Non conoscevo nulla dei suoi costumi che per sentito dire: ma negli ambienti letterari che frequentavamo entrambi a Parigi si cominciava a mormorare molto. A dire il vero, non si prendeva Wilde molto sul serio, e quanto cominciava a trapelare del suo essere reale, sembrava un'affettazione di più: ci si scandalizzava un poco, ma soprattutto lo si prendeva per millantatore, si rideva di lui. Mi meraviglio della fatica che fanno i francesi, parlo della maggioranza, ad accettare per sinceri dei sentimenti che essi stessi non provano affatto. L'estate precedente, Pierre Louis era stato a Londra alcuni giorni. Lo avevo visto fin dal mio ritorno; quantunque i suoi gusti fossero diversi, era rimasto un po' impressionato:

"Non è affatto come si crede qui," mi diceva. "Quei giovani sono quant'altri mai simpatici" (Parlava degli amici di Wilde e di quelli della sua cerchia, la compagnia dei quali doveva diventare ben presto tanto sospetta.) "Non puoi immaginare l'eleganza dei loro modi. To'! senti! per dartene un'idea: il primo giorno in cui fui loro presentato, X mi ha offerto una sigaretta; ma, invece di offrirmela semplicemente, come avremmo fatto noi, ha cominciato coll'accenderla egli stesso e non me l'ha tesa che dopo averne aspirato la prima boccata. Non è squisito? E tutto è così. Sanno ammantare tutto di poesia. Mi hanno raccontato che, qualche giorno prima, avevano deciso un matrimonio, un vero matrimonio fra due di loro, con scambio di anelli. No, ti dico, noi non possiamo immaginarcelo; non abbiamo nessuna idea di cosa sia"

Ciò non toglie che egli, qualche tempo dopo, poiché la reputazione di Wilde si offuscava, esprimesse il desiderio di chiedergli come stavano le cose e partì per Baden, credo, dove Wilde faceva una cura, col pretesto di domandargli delle spiegazioni, ma con l'intenzione di rompere i ponti; e ritornò dopo averlo fatto.

Mi aveva raccontato il colloquio:

"Pensavate che avessi degli amici," gli avrebbe detto Wilde. "Ho soltanto degli amanti. Addio."

Credo c'entrasse senza dubbio della vergogna nell'impulso che mi aveva fatto cancellare il mio nome dalla lavagna. Frequentare Wilde era diventato compromettente ed ero imbarazzato quando lo affrontai di nuovo.

Wilde era estremamente mutato; non nell'aspetto, ma nei modi. Sembrava risoluto a uscire dal suo riserbo; credo che vi fosse spinto dalla compagnia di Douglas.

Non conoscevo Douglas, ma Wilde cominciò subito a parlarmi di lui, in tono di straordinario elogio.

Lo chiamava Bosy, per cui non compresi subito a chi le lodi si riferissero, tanto più che sembrava mettere una certa affettazione nel lodarne solo la bellezza.

"State per vederlo," ripeteva, "e mi direte se potreste sognare una divinità più incantevole. Lo adoro, sì, lo adoro veramente."

Wilde vestiva i suoi sentimenti più sinceri con un mantello di affettazione, il che lo rese insopportabile a più d'uno. Non acconsentiva a cessare di essere attore; né senza dubbio lo poteva; ma era il suo personaggio che recitava; la parte stessa era sincera, suggerita da un demone incessante.

"Che leggete?" domandò indicando il mio 1ibro.

Sapevo che Wilde non amava Dickens; che affettava per lo meno di non amarlo; e poiché mi sentivo pieno di resistenza, fui felice di tendergli la traduzione di Barnab Rudge (non sapevo allora una parola di inglese). Wilde fece una curiosa smorfia; cominciò col dichiarare che "non bisognava leggere Dickens"; poi, siccome mi divertivo a professare per lui l'ammirazione più viva — perfettamente sincera del resto, e da me mantenuta — egli sembrò rassegnarsene e si mise a parlarmi del "divino Booz" con una eloquenza che denotava, sotto quella riprovazione simulata, molta considerazione. Ma Wilde non dimenticava mai di essere artista, e non perdonava a Dickens di essere umano.

All'ignobile ruffiano che ci pilotò quella sera stessa attraverso la città, Wilde non si accontentava di esprimere il desiderio di incontrare dei giovani arabi; aggiungeva "belli come statue di bronzo", e non salvava la frase dal ridicolo che con una specie di lirica gaiezza, e col leggero accento britannico o irlandese, che si compiaceva di conservare. Quanto a lord Alfred, non lo vidi apparire, ne sono certo; che dopo il pranzo; a quanto ricordo, Wilde e lui si fecero servire il pasto nella loro camera; e senza dubbio Wilde mi invitò a prendere il mio con loro; e senza dubbio rifiutai, perché a quel tempo ogni invito provocava in me un certo ripiegamento... Non ne so di più. Mi sono ripromesso di non cercare di ammobiliare le camere vuote del ricordo. Ma accettai di uscire con loro dopo mangiato; e ciò di cui mi ricordo benissimo è che eravamo appena sulla strada quando lord Alfred mi prese affettuosamente per il braccio e dichiarò:

"Queste guide sono stupide: si ha un bello spiegare loro, vi portano sempre in caffè pieni di donne. Spero siate come me: ho orrore delle donne. Non amo che i ragazzi. Preferisco dirvelo subito, dal momento che ci accompagnate stasera..."

Nascosi alla meglio lo stupore causatomi dal cinismo di quella dichiarazione e li seguii senza dir nulla. Non mi riusciva di trovar Bosy tanto bello quanto lo vedeva Wilde; ma immetteva tanta grazia nei suoi modi dispotici di fanciullo viziato, che cominciai presto a comprendere come Wilde gli cedesse costantemente e si lasciasse trasportare da 1ui.

La guida ci introdusse in un caffè che, pur essendo equivoco, non offriva tuttavia nulla di quanto i miei compagni cercavano. Eravamo seduti appena da qualche istante quando scoppiò una rissa nel fondo della sala, fra degli spagnoli e degli arabi; i primi estrassero subito i coltelli, e siccome la mischia minacciava di estendersi, chi prendendo le parti, chi affrettandosi a separare i contendenti, al primo sangue versato giudicammo prudente svignarcela. Non trovo null'altro da raccontare di quella serata che, tutto sommato, fu molto monotona. L'indomani arrivai ad Algeri, dove Wilde mi raggiunse alcuni giorni dopo.

C'è un certo modo di ritrarre i grandi uomini, nel quale il pittore sembra desideroso di approfittare del modello. Vorrei guardarmi in ugual modo da una pittura troppo compiacente; ma, attraverso tutti gli evidenti difetti di Wilde, sono soprattutto sensibile alla sua grandezza. Nulla era senza dubbio più esasperante di numerosi suoi paradossi, cui lo trascinava il bisogno di far mostra incessante del proprio spirito. Ma certuni, dopo averlo sentito esclamare davanti a una stoffa da parati: "Vorrei farmene un panciotto" o, davanti a una stoffa per panciotti: "Voglio tappezzarne il mio salotto", dimenticavano troppo di sentire quanto si nascondeva di verità, di saggezza, e più sottilmente, di confidenza, sotto la maschera dei motti di spirito. Tuttavia, con me, come ho detto, Wilde ora gettava la maschera; è l'uomo in sé che vedevo finalmente, perché senza dubbio aveva compreso che non c'era più bisogno di fingere e che ciò che lo avrebbe fatto rinnegare da altri non mi allontanava. Douglas era rientrato ad Algeri con lui; ma Wilde sembrava cercare di evitarlo.

Ricordo in particolare un tramonto che passai accanto a lui, in un bar. Era seduto a un tavolo quando lo ritrovai, davanti a uno sherry-cobbler, i gomiti appoggiati sulla tavola piena di carte.

"Scusate," disse, "sono lettere ricevute or ora"

Apriva delle nuove buste, gettava sul loro contenuto un rapido sguardo, sorrideva, si ringalluzziva e con voce chioccia:

"Incantevole! Oh! veramente incantevole!" Poi alzando gli occhi verso di me: "Devo dirvi che a Londra un amico riceve per me tutta la mia posta. Trattiene le lettere noiose, quelle d'affari, le note dei fornitori; e mi manda soltanto le lettere serie, quelle d'amore... Oh! questa è di un giovane... How do you say... Acrobata? si, acrobata; proprio delizioso." (Accentuava molto la seconda sillaba; lo sento ancora.) Rideva, si ringalluzziva e sembrava divertirsi molto di se stesso. "Mi scrive per la prima volta e non osa ancora parlar chiaro. Peccato che non sappiate l'inglese! Vedreste..."

Continuava a ridere e a scherzare, quando improvvisamente Douglas entrò nella sala, avvolto in un mantello di pelliccia, il cui bavero rialzato non lasciava passare che il naso e lo sguardo. Passò davanti a me, come senza riconoscermi, si piantò davanti a Wilde, e con voce fischiante, sprezzante, odiosa, lanciò di un fiato alcune frasi di cui non compresi una parola; poi, bruscamente, girò sui tacchi e uscì. Wilde aveva sopportato la sfuriata senza rispondere nulla; ma si era fatto molto pallido, e quando Bosy fu uscito, restammo qualche tempo in silenzio, uno accanto all'altro.

"Mi fa delle scenate ogni giorno," disse infine. "È terribile. Vero che è terribile? A Londra, abbiamo vissuto qualche tempo al Savoy, dove prendevamo i pasti e avevamo un appartamento meraviglioso con vista sul Tamigi. Sapete che il Savoy è un albergo molto lussuoso, frequentato dalla migliore società londinese. Spendevamo molto e tutti erano furenti contro di noi perché si credeva che ci divertissimo molto e Londra detesta la gente che si diverte. Ma ecco perché vi racconto ciò: consumavamo i nostri pasti al ristorante dell'albergo; un salone dove veniva molta gente di mia conoscenza; ma più ancora erano quelli che mi conoscevano e che io non conoscevo affatto — perché a quel tempo si rappresentava con molto successo una mia commedia e c'erano molti articoli su di me e molte mie fotografie sui giornali. Avevo scelto allora per restare tranquillo con Bosy una tavola in fondo al ristorante, lontano dall'entrata, ma a fianco di una porticina che dava nell'interno dell'albergo. Quando m'ha visto entrare dalla porticina, Bosy, che mi aspettava, mi ha fatto una scena, oh! una scena terribilmente spaventosa. "Non voglio," mi diceva, "non sopporto che entriate dalla porta piccola. Esigo che passiate da quella grande con me; voglio che tutti quelli del ristorante ci vedano passare e che ciascuno dica: — È Oscar Wilde con il suo favorito. — Oh! vero che è terribile?"

Ma da tutto il racconto, da quelle parole persino, prorompeva la sua ammirazione per Douglas e non so quale amoroso piacere di lasciarsi dominare da lui. Si aggiunga che la personalità di Douglas appariva molto piú forte e più netta di quella di Wilde; sì, veramente, Douglas era (e fin nel peggiore senso della parola) più "personale"; una specie di fatalità lo portava; lo si sarebbe detto a momenti quasi irresponsabile; e siccome non resisteva mai a se stesso, non ammetteva neppure che nulla e nessuno potesse resistergli. A dire il vero, Bosy mi interessava moltissimo; ma "terribile" lo era di certo, e, credo si debba ritenere responsabile proprio lui di quanto vi fu di disastroso nella carriera di Wilde. Wilde sembrava, accanto a lui, dolce, titubante e di volontà molle. Douglas era posseduto dall'istinto perverso che spinge un fanciullo a spezzare il suo più bel giocattolo; non si accontentava di nulla, ma sentiva il bisogno di andare oltre. II fatto seguente darà la misura del suo cinismo: poiché lo interrogavo un giorno sui due figli di Wilde, insistette sulla bellezza di Cyril (? credo), giovanissimo ancora a quel tempo, poi bisbigliò con un compiacente sorriso: "Egli è per me." Aggiungete a ciò un dono poetico dei più rari, che si sentiva nel tono musica1e della voce, nei gesti, negli sguardi, e nell'espressione dei suoi lineamenti — dove si sentiva anche ciò che i fisiologi chiamano: "un'eredità molto pesante".

Douglas ripartì l'indomani o due giorni dopo per Blidah, ove voleva darsi da fare per il prelevamento d'un giovane cauadji che si proponeva di portare a Biskra, perché le descrizioni che mi aveva sentito fare dell'oasi, ove io stesso mi proponevo di ritornare; lo avevano sedotto. Ma il prelevamento di un arabo non è cosa tanto facile come aveva potuto credere; bisognava ottenere il consenso dei genitori, firmare delle carte all'ufficio arabo, al commissariato; c'era di che trattenerlo a Blidah per parecchi giorni, durante i quali Wilde, sentendosi piú libero, potè parlarmi con maggiore intimità di quanto avesse fatto finora. Ho già riferito la parte piú importante delle nostre conversazioni; ho descritto la sua eccessiva sicurezza, il suo ridere rauco e la sua gioia forsennata; ho detto anche quale crescente inquietudine lasciasse trasparire talvolta questo spavaldo atteggiamento. Certi suoi amici hanno sostenuto che Wilde, a quel tempo, non immaginava affatto quanto lo aspettava a Londra, che raggiunse alcuni giorni dopo e parlano della fiducia irremovibile conservata, secondo loro, da Wilde, fino al fatale colpo di scena del processo. E ciò che mi sono permesso di opporre a tali affermazioni, non è affatto un'opinione personale, sono le parole stesse di Wilde, trascritte con l'unica preoccupazione della fedeltà. Esse testimoniano di un'oscura apprensione, di un'attesa di non so che di tragico, da lui temuto, ma quasi anche desiderato.

"Sono andato il più lontano possibile nel mio senso," mi ripeteva. "Non posso andare più oltre. Ora bisogna che accada 'qualcosa'."

Wilde si mostrava estremamente sensibile all'abbandono di Pierre Louis, per il quale aveva sempre dimostrato una particolare tenerezza. Mi domandò se lo avevo rivisto e insistette per sapere ciò che Louis mi aveva riferito della loro rottura. Glielo feci conoscere e ridissi la frase trascritta più sopra.

"Vi ha ripetuto proprio questo?" esclamò Wilde. "Siete certo di non riferire male le sue parole?" Poiché gliene assicuravo l'esattezza, aggiungendo che mi avevano rattristato molto, restò silenzioso un momento, poi:

"Avete notato, vero? che le menzogne più detestabili sono quelle che più si avvicinano alla realtà. Ma Louis non ha voluto certamente mentire; non ha creduto di mentire. Non ha capito soltanto ciò che gli ho detto quel giorno. No, non voglio che abbia mentito; ma si è ingannato, terribilmente ingannato sul senso delle mie parole. Volete sapere cosa gli ho detto? Nella stanza d'albergo dove eravamo, ha cominciato col dirmi delle cose incresciose, nell'intento di accusarmi, perché non ho voluto dargli spiegazione alcuna sulla mia condotta; e gli ho detto che non gli riconoscevo il diritto di giudicarmi; ma, se ciò gli faceva piacere, non aveva che da credere a quanto sentiva raccontare sul mio conto; e tutto ciò mi era indifferente. Allora Louis mi ha detto che in tal caso non gli restava che abbandonarmi. L'ho guardato con tristezza, perché amavo molto Pierre Louis, e per questo, soltanto per questo, i suoi rimproveri mi davano tanta pena.

E poiché sentivo che tutto era finito fra noi, gli ho detto: 'Addio, Pierre Louis. Volevo avere un amico; non avrò più che degli amanti.' A questo punto partì; e io non voglio più rivederlo."

La sera stessa mi spiegò di avere impiegato il suo genio nella vita, di avere impiegato soltanto il suo talento nelle opere; ho segnato altrove questa frase rivelatrice, citata tanto spesso, dopo.

Un'altra sera, subito dopo la partenza di Douglas per Blidah, Wilde mi chiese di accompagnarlo in un caffè moro, dove si faceva della musica. Accettai e andai a prenderlo dopo cena all'albergo. II caffè non era molto distante, ma, siccome Wilde camminava con difficoltà, prendemmo una carrozza, che ci lasciò in via Montpensier, alla quarta terrazza del boulevard Gambetta, dove Wilde pregò il cocchiere di attenderci. A fianco di costui era salita una guida, che ci scortò attraverso un dedalo impraticabile per le vetture, fino alla stradicciola in salita ove si trovava il caffè — la prima a destra, parallela alla scalinata del boulevard; dal che si può desumere la sue pendenza. Lungo la strada, Wilde mi espose a bassa voce la sue teoria sulle guide, e come bisognasse scegliere la più ignobile fra tutte, che era sempre la migliore. Se quella di Blidah non aveva saputo mostrarci nulla di interessante lo si doveva al fatto che non si sentiva abbastanza brutta. Quella sera la nostra era tale da far paura.

Nulla indicava il caffè; la porta era simile a tutte le altre porte: semiaperta, e non dovemmo bussare. Wilde era un frequentatore abituale del luogo, da me descritto in Amyntas, perché vi ritornai spesso in seguito. Alcuni vecchi arabi accoccolati su stuoie, fumavano il kief e non si incomodarono quando prendemmo posto accanto a loro. Dapprima non compresi cosa potesse attirare Wilde nel caffè; ma ben presto distinsi, accanto al focolaio pieno di cenere, nell'ombra, un cauadji, giovane ancora, il quale preparò per noi due tazze di zenzero, che Wilde preferiva al caffè. E mi lasciavo quasi assopire dal torpore strano del luogo, quando, nel vano delle imposte socchiuse della porta, apparve un adolescente meraviglioso. Restò qualche tempo, il gomito sollevato, appoggiato allo stipite della porta, distaccandosi sopra un fondo di notte. Sembrava incerto se dover entrare, e già temevo ripartisse, ma sorrise al cenno di Wilde e venne a sedersi su uno sgabello di fronte a noi, un poco più basso dello spazio coperto di stuoie sul quale ci eravamo accoccolati, alla moda araba. Estrasse dal farsetto tunisino un flauto di canna con il quale cominciò a suonare in modo squisito. Wilde mi informò poco dopo che si chiamava Mohammed e che era "quello di Bosy", e aveva esitato a entrare nel caffè perché non vi aveva scorto lord Alfred. I suoi grandi occhi neri avevano lo sguardo languido provocato dallo hascis; era di una tinta olivastra; ammiravo lo snodarsi delle dita sul flauto, la sveltezza del corpo infantile, la gracilità delle gambe nude uscenti dal pantalone candido e a rigonfi, l'una ripiegata sul ginocchio dell'altra. Il cauadji era andato a sedergli accanto e lo accompagnava su una specie di darbuka. I1 canto del flauto scorreva come un'acqua limpida e perenne attraverso uno straordinario silenzio, e si dimenticava l'ora, il luogo, chi eravamo e tutte le preoccupazioni del mondo. Restammo cosí, senza muoverci, per un tempo che mi parve infinito; ma sarei rimasto ben più a lungo ancora, se Wilde, improvvisamente, non mi avesse preso il braccio, rompendo l'incanto.

"Venite," disse.

Uscimmo. Facemmo qualche passo nella stradicciola, seguiti dall'odiosa guida, e pensavo già che così finiva la serata, ma alla prima svolta Wilde si arrestò, fece cadere la sua mano enorme sulla mia spalla e, curvato verso di me — perché era molto più alto — a bassa voce:

"Dear, volete il piccolo suonatore?"

Oh! come era scura la stradetta! Credetti mi mancasse i1 cuore; e quale coraggio occorse per rispondere: "Si", e con quale voce strozzata!

Wilde si girò subito verso la guida, che ci aveva raggiunti, le accennò appena all'orecchio parole che non capii. La guida ci lasciò, e raggiungemmo il posto dove stazionava la vettura.

Ci eravamo appena seduti che Wilde cominciò a ridere di un riso squillante, non tanto ilare quanto trionfante; di un riso interminabile, irrefrenabile, insolente; e più mi vedeva sconcertato, più rideva. Devo dire che se Wilde cominciava a scoprire la sua vita davanti a me, non conosceva per contro nulla della mia; badavo che nulla, nei miei discorsi o nei miei gesti, gli lasciasse sospettare qualche cosa. La proposta testè fattami era ardita, e ciò che lo divertiva tanto era che fosse stata accettata così presto. Si divertiva come un ragazzo e come un diavolo. II grande piacere del depravato consiste nel trascinare alla depravazione. Dopo la mia avventura di Sousse, il Maligno non aveva senza dubbio da riportare una grande vittoria su di me; ma ciò Wilde non lo sapeva affatto, né che ero vinto in partenza — o se si preferisce (perché parlare di disfatta quando la fronte è tanto alta?) che avevo nella mia immaginazione, nel mio pensiero, trionfato di tutti i miei scrupoli. A dire il vero, non lo sapevo io stesso; e credo, soltanto rispondendogli "sí", ne ebbi improvvisa coscienza.

A tratti, interrompendo il suo riso, Wilde si scusava:

"Vi chiedo scusa di ridere così; ma è più forte di me. Non posso trattenermi." Poi riprendeva anche più forte.

Rideva ancora quando ci arrestammo davanti a un caffè, sulla piazza del teatro, dove congedammo la vettura.

"È troppo presto ancora," disse Wilde. E non osai domandargli cosa avesse stabilito con la guida, né dove, né come, né quando il piccolo suonatore sarebbe venuto a trovarmi; ed ero sul punto di dubitare se la proposta fattami avrebbe avuto un seguito, perché temevo, interrogandolo, di lasciar trapelare troppo la violenza del mio desiderio.

Ci attardammo solo un istante in quel caffè volgare, e pensai che, se Wilde non si era fatto condurre subito al "piccolo bar" dell'albergo dell'Oasi, ove andammo piú tardi, è perché, essendovi conosciuto, preferiva distaccarsi dal caffè moro, e inventava quella tappa per accrescere un poco la distanza fra l'evidenza e la segretezza.

Wilde mi fece bere un cocktail e ne bevette egli stesso parecchi. Pazientammo una mezz'ora circa. Come mi sembrava lungo il tempo! Wilde rideva ancora, ma non in modo tanto convulso, e quando, a momenti, parlavamo, era di cose di nessuna importanza. Finalmente lo vidi estrarre l'orologio:

"È ora," disse alzandosi.

Ci incamminammo verso un quartiere più popolare, oltre la grande moschea, nella parte bassa di cui non so più il nome, e davanti alla quale si passa per scendere al porto — il quartiere piú sordido della città, e che un tempo deve essere stato dei più belli. Wilde mi precedette in una casa a due entrate, e avevamo passato appena la soglia, quando sorsero da vanti a noi, entrati dall'altra porta, due enormi agenti di polizia, che mi terrificarono. Wilde si divertì molto alla mia paura.

"Oh! dear, ma al contrario; questo prova che 1'albergo è molto sicuro. Vengono per proteggere gli stranieri. Li conosco: sono dei bravi ragazzi e amano molto le mie sigarette. Sono molto comprensivi.

Ci lasciammo precedere dagli sbirri. Essi superarono il secondo piano dove ci arrestammo. Wilde cavò di tasca una chiave e mi introdusse in un minuscolo appartamento di due stanze, dove, qualche istante dopo, l'ignobile guida venne a raggiungerci. I due adolescenti la seguivano, ciascuno avvolto in un burnus che nascondeva loro il volto. La guida ci lasciò. Wilde mi fece passare nella stanza di fondo con il piccolo Mohammed e si rinchiuse col suonatore di darbuka nella prima.

Più tardi, ogni qualvolta ho cercato il piacere, fu un correre dietro al ricordo di quella notte. Dopo la mia avventura di Sousse, ero ricaduto miseramente nel vizio. Se talvolta ho potuto cogliere di sfuggita la voluttà, è stato quasi furtivamente; deliziosamente tuttavia, una sera, in barca con un giovane battelliere del lago di Como (poco prima di raggiungere La Brévine) mentre il chiarore lunare avvolgeva la mia estasi dove l'incanto brumoso e i profumi umidi delle rive si fondevano. Poi nulla; nient'altro che un deserto orrendo, pieno di richiami senza risposta, di slanci senza scopo, d'inquietudini, di lotte, di sogni spossanti, di esaltazioni immaginarie, di abominevoli ricadute. A La Roque, l'estate precedente avevo creduto di impazzire; vi trascorsi quasi tutto il tempo rinchiuso nella mia camera, ove non avrebbe dovuto trattenermi che il lavoro, al lavoro sforzandomi invano (scrivevo il Voyage d'Urien), ossessionato, posseduto, sperando forse di trovare qualche evasione nell'eccesso stesso, di riguadagnare l'azzurro con quel mezzo, di estenuare il mio demone (vi riconosco il suo suggerimento), e non estenuando che me stesso, mi prodigavo da maniaco fino all'esaurimento, fino a non avere davanti a me che l'imbecillità, la follia.

Ah! da quale inferno uscivo! E non un amico cui poter parlare, non un consiglio; per aver creduto impossibile qualsiasi accomodamento e non aver voluto cedere nulla dapprima, stavo per essere sommerso... Ma che bisogno ho di evocare quei lugubri giorni? I1 loro ricordo spiega il mio delirio di quella notte? II tentativo con Mériem, quello sforzo di "normalizzazione" era rimasto senza avvenire perché non andava per il mio verso; ora trovavo finalmente la mia normale. Qui, nulla più di costretto, di precipitato, di dubbioso; nulla di cinereo nel ricordo che ne conservo. La mia gioia fu immensa e tale che non la posso immaginare più piena se vi si fosse mescolato l'amore. Come avrebbe potuto trattarsi di amore? Come avrei lasciato il desiderio disporre del mio cuore? II mio piacere era senza premeditazione e non sarebbe stato seguito da alcun rimorso. Ma come chiamerò dunque i miei trasporti nello stringere fra le mie braccia nude quel perfetto piccolo corpo selvaggio, ardente, lascivo e tenebroso?...

Restai a lungo dopo, quando Mohammed mi ebbe lasciato, in uno stato di gaudio fremente, e quantunque avessi già, accanto a lui, colto cinque volte la voluttà, ravvivai ancora numerose volte la mia estasi e, rientrato nella mia camera d'albergo, ne prolungai gli echi fino al mattino.

So bene che certi particolari che racconto possono far sorridere; mi sarebbe facile ometterli o modificarli per renderli più verosimili; ma non è la verosimiglianza che cerco; è la verità; e non è forse quando è meno verosimile che la verità merita maggiormente d'esser detta? Pensate che altrimenti ne parlerei?

Poiché agivo seguendo l'impulso da sensi, e inoltre avevo appena letto L'usignolo di Boccaccio, pensavo che non ci fosse nulla di sorprendente, e fu la meraviglia di Mohammed che me lo fece capire.

Ma andai oltre nei momenti che seguirono, e qui per me comincia il fatto strano: per quanto sazio e sfinito fossi, non mi calmai finché non ebbi spinto più oltre lo sfinimento. Ho spesso visto in seguito come mi riusciva vano cercare di moderarmi, benché me lo consigliassero la ragione, la prudenza; perché ogni volta che lo tentai, dovetti in seguito, e in modo solitario, perseguire quello sfinimento totale al di fuori del quale non trovavo riposo, e che non ottenevo con meno sforzi. Del resto non cerco di spiegare; so che dovrò abbandonare la vita senza aver compreso nulla, o ben poco, del funzionamento del mio corpo.

Ai primi pallori dell'alba mi alzai, corsi, sì veramente corsi, in sandali, lontano da Mustafà, non risentendo fatica alcuna della mia notte, ma un'allegrezza al contrario, una specie di leggerezza dell'anima e della carne, che non mi lasciò per tutta la giornata.

Ritrovai Mohammed due anni dopo. I1 suo viso non era molto cambiato. Sembrava appena meno giovane; il suo corpo aveva conservato la stessa grazia, ma lo sguardo non aveva piú lo stesso languore; ci sentivo un che di duro, di inquieto, di avvilito.

"Non fumi più il kief?" Gli chiesi sicuro della risposta…

"No," disse. "Adesso bevo assenzio."

Era ancora attraente; che dico? più attraente che mai; ma sembrava sfrontato più che lascivo.

C'era con me Daniel B. Mohammed ci condusse al quarto piano di un albergo losco; al pianterreno c'era un bar dove bevevano alcuni marinai. II padrone chiese i nostri nomi; scrissi César Bloch sul registro. Daniel ordinò birra e limonata, "per le apparenze", diceva Era notte. La stanza in cui entrammo era illuminata solo dal candeliere che ci avevano dato per salire. Un cameriere ci portò bottiglie e bicchieri, che posò su un tavolo, accanto alla candela. C'erano solo due sedie. Ci sedemmo, Daniel e io; e Mohammed in mezzo, sul tavolo. Sollevando l'haik che sostituiva ora il suo costume tunisino, tese verso di noi le gambe nude:

"Un po' per uno," disse ridendo.

Poi, mentre rimanevo seduto vicino ai bicchieri semivuoti, Daniel afferrò Mohammed e lo portò sul letto che occupava il fondo della stanza. Lo fece sdraiare sul dorso e ben presto non vidi che Daniel ansimante; ai suoi fianchi pendevano due sottili gambe nude. Non si era nemmeno tolto il soprabito. Altissimo, in piedi contro il letto, mal illuminato, visto di schiena, col viso nascosto dai ciuffi di lunghi capelli neri, nel soprabito che gli arrivava ai piedi, Daniel pareva gigantesco e, curvo su quel piccolo corpo che nascondeva, sembrava un immenso vampiro che si nutrisse di un cadavere. Avrei urlato di orrore...

Si fatica sempre a capire gli amori degli altri, il loro modo di praticare l'amore. E anche quelli degli animali (dovrei riservare questo "e anche" per quelli degli uomini). Si può invidiare il canto degli uccelli, il loro volo; scrivere:

Ach! wüsstest du wie's Fischlein ist

So wohlig auf dem Grund!

Anche il cane che divora un osso trova in me un certo bestiale assenso. Ma nulla è più sconcertante del gesto, così diverso da una specie all'altra, col quale ciascuno di loro ottiene la voluttà. Checché ne dica de Gourmont, che si sforza di vedere su questo punto, fra l'uomo e le specie animali, conturbanti analogie, ritengo che un'analogia esista solo nella regione del desiderio; ma è forse, al contrario; in quella che de Gourmont chiama "la fisica dell'amore che le differenze sono più forti, non solo fra l'uomo e gli animali, ma spesso da uomo a uomo — al punto che, se ci fosse permesso contemplarle, le pratiche del nostro vicino ci sembrerebbero spesso strane, bizzarre, e diciamo pure mostruose, come gli accoppiamenti dei batraci, degli insetti — e, perché cercar così lontano?, dei cani e dei gatti.

Ed è senza dubbio anche per questo che su tale punto le incomprensioni sono così grandi, e le intransigenze così feroci.

Quanto a me, che capisco il piacere solo faccia a faccia, reciproco e senza violenza, e che spesso, come Whitman, sono soddisfatto dal più furtivo contatto, ero terrificato sia dal modo di comportarsi di Daniel, sia dalla compiacenza con cui Mohammed vi si prestava.

Partimmo da Algeri, Wilde e io, pochissimo tempo dopo quella memorabile serata; lui, chiamato in Inghilterra dal bisogno di finirla con le accuse del marchese di Queensberry, padre di Bosy; io, desideroso di precedere quest'ultimo a Biskra. Eli aveva stabilito di portarvi A1ì, il giovane arabo di Blidah di cui si era invaghito; una sua lettera me ne annunciò il ritorno; sperava consentissi ad attenderlo, per fare con 1ui, con loro, quel 1ungo viaggio di due giorni che, solo con Alì, si annunziava mortale, perché aveva appena scoperto che Alí non sapeva il francese e l'inglese, piú di quanto lui, Bosy, sapesse l'arabo. Ho il carattere cosí mal congegnato che la lettera, al contrario, affrettò la mia partenza; sia che mi dispiacesse prestar mano a quell'avventura e favorire chi credeva che tutto gli fosse dovuto, sia che il moralista che sonnecchia in me reputasse sconveniente spogliare delle loro spine le rose, sia, più semplicemente, che la mia scontrosità prevalesse — o forse per tutte queste ragioni insieme — partii.

Ma, a Sétif dove dovevo trascorrere la notte, mi raggiunse una lettera urgente.

Accolgo con perversa sollecitudine quanto viene a spezzare la mia strada; è una caratteristica della mia natura che non cercherò di spiegare, perché non arrivo a capirla... Insomma, interrompendo subito il viaggio, cominciai coll'attendere Douglas a Sétif, con lo stesso buon animo con cui l'avevo fuggito la vigilia. Il tragitto da Algeri a Sétif mi era sí parso furiosamente lungo, ma quell'attesa, ben presto, mi parve piú lunga ancora. Che interminabile giornata! E come sarebbe stata quella dell'indomani, che mi separava ancora da Biskra? pensavo misurando a gran passi le strade regolari e fastidiose di quella brutta cittadina militare e coloniale, dove immaginavo non si potesse venire che per affari, o restarvi per punizione, dove i rari arabi che si incontrano sembrano fuori posto, miserabili.

Ero impaziente di conoscere Alí. Mi aspettavo qualche modesto cauadji, acconciato press'a poco come Mohammed; vidi invece scendere dal treno un giovin signore, con vesti sfolgoranti, una sciarpa di seta alla cintura, e un turbante d'oro. Non aveva ancora sedici anni, ma quale dignità nel portamento! Quale fierezza nello sguardo! Che sorrisi da dominatore lasciò cadere sui domestici dell'albergo piegati davanti a lui! Come aveva capito in fretta, cosí umile ancora alla vigilia, che doveva entrare per primo, sedersi per primo... Douglas aveva trovato il suo padrone, e per quanto elegantemente vestito, lo si sarebbe detto un servo agli ordini del suo focoso servitore. Ogni arabo, per quanto povero sia, contiene un Aladino prossimo a schiudersi e basta che la sorte lo sfiori: eccolo re.

Alí era certamente molto bello; bianco di carnagione, la fronte pura, il naso ben modellato, la bocca piccola, le gote piene, occhi da urì; ma la sua bellezza non esercitava su di me alcun imperio; una specie di durezza nelle ali del naso, di indifferenza nella curva troppo perfetta delle sopracciglia, di crudeltà nella smorfia sdegnosa delle labbra, arrestava in me ogni desiderio; e nulla mi allontanava più dell'apparenza effeminata di tutto il suo essere, dalla quale altri senza dubbio sarebbe stato sedotto. Ciò che ne dico è per lasciar intendere che i1 tempo piuttosto lungo trascorso vicino a lui fu senza turbamento. Perfino, come spesso accade, lo spettacolo della felicità di Douglas, non invidiata, mi inclinò a disposizioni tanto più caste, disposizioni che sussistettero dopo la sua partenza, per tutta la durata del mio soggiorno a Biskra.

L'albergo dell'Oasi, dal quale dipendeva l'appartamento del cardinale che avevamo affittato l'anno precedente, aveva già disposto di quelle camere, ma era stato appena aperto il Royal, dove potemmo trovare una sistemazione che, per gradimento e comodità, era di pochissimo inferiore alla prima: a pianterreno dell'albergo, tre stanze, di cui due contigue, all'estremità di un corridoio che, a quel punto, dava sull'esterno. La porta del corridoio, della quale avevamo la chiave, perché non poteva servire che a noi, ci permetteva di raggiungere le nostre camere senza attraversare l'albergo. Ma più di frequente entravo e uscivo dalla finestra. La mia camera, dove feci mettere un pianoforte, era separata da quella di Douglas e di Alí dal corridoio. Le due prime guardavano il nuovo casinò, dal quale ci separava uno spazio molto vasto, dove venivano a spassarsela, alla fine delle lezioni, quegli stessi ragazzi arabi che, l'anno avanti, venivano a giocare sulle nostre terrazze.

Ho detto che Alí non comprendeva il francese; fra Douglas e lui proposi come interprete Athman, che aveva appunto abbandonato il lavoro all'annunzio del mio arrivo, desiderando prendere servizio presso di me, ma che non sapevo come impiegare. Ho potuto rimproverarmi in seguito di aver osato pensare a lui per un simile incarico, ma, oltre al fatto che le relazioni di Douglas e di Alí non offrivano nulla che potesse sorprendere in particolare un arabo, ero lungi allora dal nutrire per Athman la grande amicizia che si impadronì tanto di me più tardi, e che egli cominciò ben presto a meritare. Perché, se accettò con sollecitudine la proposta, non appena gli fu fatta, compresi presto che lo faceva nella speranza di trascorrere più tempo accanto a me. II povero ragazzo fu ben scornato, quando mi vide proprio deciso a non accompagnare Douglas nelle sue passeggiate; quando comprese che tutto sommato, mi avrebbe visto molto di rado. Douglas lo portava con Alí, ogni giorno, in carrozza, fino a qualche oasi non lontana: Cheema, Droh, Sidi Okba, visibile dalle terrazze dell'albergo, scuro smeraldo sul mantello rosso del deserto. Invano Douglas insisteva per trascinarmi. Non sentivo nessuna pietà per la noia che doveva sicuramente provare fra i suoi due paggi, e che mi sembrava il riscatto del piacere. "Tu l'hai voluto!" pensavo, cercando di armarmi di una fittizia severità verso quanto ero anche troppo incline ad ammettere. E pure per riscatto, mi immergevo ancor più nel lavoro, con il sentimento adulatore di espiare qualche cosa. Oggi, reso più docile dagli anni, stupisco di tante reticenze, sopravvivenze di un'etica antica che nulla più in me approvava; ma i miei riflessi morali ne sentivano ancora l'influsso. Se cerco di scoprire quali molle facessero impennare a quel modo, mio malgrado quasi, il mio meccanismo, scopro soprattutto, devo confessarlo, del broncio e della cattiva volontà. Poi Bosy non mi piaceva affatto; o per meglio dire: mi interessava molto più di quanto mi piacesse; nonostante le sue gentilezze, le sue cortesie, o forse persino a causa di loro, mi tenevo sulla difensiva. La sua conversazione mi stancava presto; e voglio credere che con un inglese, o con un francese solamente un poco più esperto di quanto io fossi allora di cose inglesi, quella conversazione avrebbe potuto essere più varia e abbondante; ma, esauriti i soggetti comuni, Douglas ritornava sempre, con disgustosa ostinazione, a ciò di cui non parlavo che con estremo disagio, reso più acuto dalla stessa sua totale mancanza di imbarazzo. Mi bastava ritrovarlo agli interminabili pasti della tavola d'albergo — con quale proterva e incantevole grazia esclamava d'improvviso: "Bisogna assolutamente che beva dello spumante"; e perché rifiutavo sgarbatamente la coppa tesami? — o talvolta all'ora del tè, in compagnia di Athman o di Alì, e lo sentivo ripetere per la decima volta, divertendomi non tanto della frase in sé quanto della sua ripetizione: "Athman, dite ad Alí che i suoi occhi sono come quelli delle gazzelle." Egli spostava più in là, ogni giorno un poco, il limite della sua noia.

L'idillio finì bruscamente. Bosy, che vedeva con divertimento vivissimo abbozzarsi un'equivoca tresca fra Alí e un pastorello della Fontana-Calda, fu preso da un grande furore quando vide che Alí poteva essere ugualmente sensibile alle grazie delle Ulad, e specialmente a quelle di Mériem. L'idea che Alí potesse andare a letto con lei gli era insopportabile; non era sicuro che la cosa fosse già avvenuta (da parte mia non avevo più dubbi), si stizzì, pretese da Alí delle confessioni, pentimenti, promesse, giurando, se vi fosse venuto meno, di rimandarlo subito. Sentivo in Douglas non tanto una reale gelosia, quanto del dispetto. "Dei ragazzi," protestava; "sì, dei ragazzi finché vorrà; lo lascio libero; ma non posso sopportare che vada con le donne." Del resto non sono convinto che A1ì desiderasse veramente Mériem, credo piuttosto cedesse al suo lusinghiero richiamo e pensasse di replicare così all'accusa di impotenza che sentiva mormorare contro di sé; credo che gli piacesse darsi delle arie, imitare i più vecchi, sembrare più grande. Alí fece finta di sottomettersi, ma Douglas aveva perso la fiducia. Un giorno, insospettito, gli venne in mente di frugare nella valigia di Alì, scoprì sotto i vestiti una fotografia di Mériem, la lacerò...

Fu una cosa tragica: A1ì, frustato di santa ragione, mise in subbuglio tutto l'albergo con le sue grida. Sentivo i clamori, ma restai chiuso nella mia camera, giudicando più saggio non intervenire. Douglas apparve la sera a cena, livido, lo sguardo duro; mi annunciò che Alí avrebbe raggiunto Blidah col primo treno, la mattina dopo. Anch'egli lasciò Biskra due giorni più tardi.

Riconobbi allora quanto, per reazione, mi spingesse al lavoro lo spettacolo della dissipazione. Ora che non avevo piú da resistere alla sollecitazione delle corse in carrozza, partivo ogni giorno, spesso fin dal mattino, mi 1anciavo in estenuanti camminate attraverso il deserto, ora seguendo le sponde aride dell'uadi, ora raggiungendo le grandi dune dove talvolta attendevo il calar della sera, ebbro di immensità, di stranezza, di solitudine, il cuore più leggero di un uccello.

La sera Athman veniva a trovarmi, compiuta la sua giornata; dopo la partenza di Douglas e di Alì aveva ripreso il suo mestiere di guida; triste mestiere cui lo disponeva fin troppo il suo carattere arrendevole. Con altrettanta incoscienza e mancanza di scrupoli, la sua innocenza accettava di condurre gli stranieri dalle Ulad, come accettava di trasmettere ad A1ì le proposte melliflue di Douglas. Mi raccontava l'impiego della sua giornata, e ogni giorno aumentava in me, con l'affetto per lui, il disgusto per quelle compiacenze; e siccome cresceva anche la sua confidenza, me ne raccontava ogni giorno di più.

. . . . . . . . . . . . . . .

 

 

 

 Torna indietro - Go back

Hosted by www.Geocities.ws

1