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Il trattato delle carezzeDalla madre all'amanteIl paradiso perdutoIntroduzioneGérard Leleu |
Colei che noi sentiamo nella pelle per tutta la vita è sicuramente la nostra madre: per averci portati nel suo corpo, immersi nel suo mare intimo, mentre ci trasfondeva il proprio sangue; per averci poi portati al seno, fra le sue braccia, impregnando la nostra pelle della sua, mentre il suo latte ci scorreva dentro.
Anche se il periodo dell'infanzia è stato frustante, non si riesce a sottrarsi del tutto al legame con la madre. L'amore che lega un figlio alla madre, per quel contatto delle pelli, è una vera e propria estasi simbiotica. Nessuno degli avvenimenti di quei primissimi tempi fa parte dei nostri ricordi, eppure non dimentichiamo nessuna delle esperienze allora provate.
Questo romanzo è rimasto inciso sulla nostra pelle, nei nostri muscoli; il nostro corpo ha conservato l'impronta di quei giorni. Tutto in noi, a nostra insaputa, chiama un altro essere perché colmi questa impronta lasciata vuota. Qualcosa dentro di noi richiama quell'abbraccio primario: i mormori sordi della nostalgia, le grida soffocate dell'angoscia, le urla disperate dell'arte o della follia, parlano tutti del nostro 1° amore.
Un legame così lungo, così intenso (2 a 500 giorni, pari a 7 anni, età della soluzione del complesso edipico) lasciano dentro di noi un'impronta indelebile, che influenzerà il nostro comportamento verso l'altro.
Il feto nel ventre aveva conosciuto un paradiso fatto di calore, di appagamento, di quiete. Cullato dai movimenti della madre, al ritmo del suo cuore e della sua voce, ignorava la fame. Espulso, ha scoperto il freddo, la pesantezza, l'agitazione, il rumore assordante, la luce accecante, la solitudine e la fame. Tutte sensazioni dolorose e angoscianti. Di tutte, la fame è la peggiore: si trasforma in uno stato di insopportabile tensione interna.