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4. La Metafora

 

Scarpette rosse

Bibl.: Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés

La danza incontrollata: ossessione e dipendenza.

Quando si entra nella dipendenza si prende a volteggiare lontano dalla vita e ciò non porta generosità, speranza o felicità, ma trauma spossatezza e paura.

Viene a mancare l’istinto necessario per riconoscere le trappole, per saper dire basta, per comprendere che gli eccessi provocano il crollo della psiche e la persona diventa un confuso ammasso invece che una forza possente.

Se si ascolta la voce selvaggia che abbiamo dentro si ode l’invito a fermarci, a meditare e a riprendere la speranza.

Diventa difficile liberarsi dalla presa del pensiero negativo, dei rapporti insoddisfacenti, di situazioni incresciose, di droghe e di alcool.

La dipendenza è dall’eccesso...!

La signora della psiche si dissocia e lascia il campo agli eccessi fino ad autoannullarsi, lasciando il vuoto nella psiche, che resta senza alcuna base e la dipendenza inizia.

La natura istintuale ci dice quando è tempo di dire basta. Una donna non può rifarsi una vita di tradimenti e ferite con eccessi di piacere, rabbia e diniego.

Quando perdiamo i nostri istinti spesso diventa difficile accorgersi perché è un processo insidioso che si realizza in tempi lunghi ed è sostenuto dalla cultura circostante.

La dipendenza inizia quando una donna perde la sua vita fatta a mano e ricca di senso, per fissarsi sul recupero di qualcosa che le assomigli, in qualunque modo. La donna cede al suo Io.

L’abuso di sostanze quali droga e alcool è una trappola reale. Seduce all’inizio come un amante che tratta per un po’ con gentilezza, ma poi comincia a picchiare.

Il pensiero base è che la sostanza da cui si è dipendenti è considerata come un’ancora di salvezza, poiché consente di dormire senza paure, di amare o non amare più, ma alla fine crea un vorticoso volteggiare che non consente di vivere veramente.

La dipendenza è tutto ciò che esaurisce la vita facendola sembrare migliore

Quando la dipendenza si è sistemata nella persona non c’è più voglia di vivere: non si ha voglia di alzarsi, si vaga in giro, si piange o si pensa al suicidio. Si è come morti. Non ci si sente nè bene né male: non ci si sente!

Quando i vibranti colori psichici si mescolano insieme viene fuori il color fango, colore che non emette luce. A questo punto bisogna interrompere la dipendenza, ma con l’interruzione si comincia a sanguinare.

Il recupero è doloroso, si sono persi tutti i riferimenti e bisogna ricominciare a costruirsi la vita, a piantare le proprie basi.

Ma per riprendere i propri istinti naturali bisogna capire com’è avvenuto il disarmo.

Non possiamo controllare chi ci ha messo al mondo e nemmeno chi ci ha educato, ma possiamo appropriarci della nostra vita. Per tornare a se stessi bisogna essere accorti e tornare alla nostra natura selvaggia gradualmente, costruendo una struttura etica, protettiva utile a scoprire gli strumenti per misurare l’eccesso. Dobbiamo agire con coraggio, ma anche con prudenza, bisogna imparare che cosa non fare e che cosa fare per diventare guaritori/assistenti.

Per riacquistare l’istinto perduto, guarire l’istinto ferito bisogna ascoltare, guardare e sentire il mondo che ci circonda. Necessario anche circondarsi di persone che sostengono il nostro lavoro e che hanno gli istinti intatti. Non ci si può permettere di essere ingenui.

Bisogna comprendere la vita come un corpo vivente in sé, col suo respiro, col suo rigenerarsi delle cellule e coi suoi rifiuti. È sciocco pensare di non aver fame oggi perché abbiamo mangiato ieri è come affermare che una volta risolto un problema esso sarà sempre risolto.

La vita è un grande corpo che cresce e rimpicciolisce in zone diverse a ritmi diversi.

Il miracolo dell’individuazione e rivendicazione della propria Natura Selvaggia è che iniziamo il processo prima di essere pronte e sufficientemente forti, prima di saperne di più e iniziamo con dialoghi, pensieri e sensazioni che tuonano dentro di noi.

“COLUI CHE NON SA ULULARE NON TROVERÀ LA SUA MUTA”

Se rivogliamo la Donna Selvaggia rifiutiamo di farci catturare.

 

Elementi della cattura

  1. Prendere un’originale (Il bambino pura psiche)

  2. Addomesticarla prima che impari a parlare e camminare (soddisfare tutti i suoi bisogni)

  3. Supersocializzarla (fargli conoscere tutto e tutti)

  4. Provocare una carestia per la sua natura selvaggia (fargli mancare la presenza materna per vedere la reazione)

  5. Isolarla dalle sofferenze e dalle libertà degli altri, in modo che non abbia termini di paragone per tutta la sua vita (viziarlo e nascondere le difficoltà)

  6. Insegnarle un solo punto di vista (condizionarlo al bere)

  7. Lasciarla indigente (o arida o fredda) e fare che tutti vedano ma nessuno le dica nulla (lasciare che beva quando e quanto vuole)

  8. Separarla dal suo corpo naturale, allontanandola così dalla sua relazione con questo essere (insegnare che col bere si risolvono tutti i problemi e poi allontanare l'alcool)

  9. Lasciarla sciolta in un ambiente in cui possa abbandonarsi a cose che le erano prima negate, eccitanti e pericolose allo stesso tempo (ridare l'alcool con l'avvertimento che può far male)

  10. Darle amici famelici che la spingeranno all’intemperanza (fargli frequentare solo bevitori e alcolizzati)

  11. Per prudenza e protezione far sì che i suoi istinti feriti non vengano ripristinati (lasciarlo cadere nella disperazione razionando l'alcool)

  12. Per via dei suoi eccessi (troppo o punto alcool, troppa o alcuna attenzione) lasciare che la Morte si insinui nelle vicinanze (lasciare che esprima sentimenti di disperazione verso la vita)

  13. Lasciarla lottare, ma solo di tanto in tanto, per il ripristino della “brava ragazza” (fargli provare l'astinenza con cura per fargli provare che, se beve alcool, sta meglio)

Dopo di che è catturata (l'alcool è il suo padrone), capovolgendo il processo sarà invece libera, ripristinati i suoi istinti sarà forte.

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Il testo è di proprietà esclusiva di Floretta Casati

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