| Testimonianze/02 | ||||||||||||
| Queste sono le testimonianze da voi inviate. Generalmente non vi sono modifiche ed � libera la scelta di firmare o meno il testo. Ad ogni modo, vi invitiamo ad inviare le vostre testimonianze anche al GSF o alla redazione di Carta, per la costituzione del Libro Bianco sugli eventi di Genova... | ||||||||||||
| 21 luglio 2001. Arriviamo a Quarto con uno dei treni speciali provenienti da Milano, � un gruppo eterogeneo, si incontrano vecchi amici, e colleghi del sociale. Forse c'� anche un infiltrato, e infatti buona parte del viaggio se ne va sulla discussione se � possibile che la polizia metta dentro anche uno che sembra uno sbirro, si comporta come uno sbirro e parla come uno sbirro in modo che tutti pensino che sia impossibile che siano cos� scemi e invece - z�cchete, un lupo travestito da lupo. [Fotogramma: il treno riparte e dai finestrini del locomotore si sporge una mano stretta a pugno. Sono con voi] Ci dirigiamo verso P.zza Sturla, il corteo � gi� partito e ci affrettiamo alla retroguardia. Ci circonda il silenzio, siamo migliaia ma volano pochissimi slogan, le finestre sono chiuse e i marciapiedi deserti, solo qualche signora che getta secchiate e secchiate d'acqua alle persone che si affollano sotto i balconi per un po' di refrigerio. La tensione sale, in giro non si vede una divisa. Dove sono? Dove ci aspettano? Arriva l'elicottero, il maledetto elicottero che inizia a scandire l'equazione elicottero lontano/manifestante al sicuro, elicottero vicino/problemi in vista, elicottero in testa/acidissimi cazzi. Svoltiamo sul lungomare, sempre in silenzio, l'omicidio di Carlo che pesa su tutti, la volont� di esserci, non solo contro il G8, ma per noi, per difendere la nostra libert� di esprimere il nostro dissenso, nonostante il clima di terrore, la polizia e gli amici che ti dicono di non andare. Il tempo cessa di avere un significato, arrivano le notizie degli scontri davanti e dietro. Ci hanno chiuso. Non abbiamo vie d'uscita se non un improbabile salto qualche metro pi� sotto e la certezza di spaccarci le ossa. Aspetto le ondate di panico di centinaia di indifese, scoordinate e disorganizzate diversit� che corrono terrorizzate l'una contro l'altra, si calpestano in nome del mors tua, vita mea. Comincio a sentire (con la pancia), perch� la testa ci arriver� solo qualche giorno pi� tardi, che c'� una regia dietro questo terrore, una regia cinematografica vera e propria che evoca con sapienza effetti, silenzi, suoni di sirene ed elicotteri che ti rasentano, atta a suscitare il maggiore panico possibile, perch� vogliono questo. Il terrore. Rimaniamo fermi, non so per quanto. Da P.zza Kennedy continuano ad arrivare persone incazzate, ferite, deluse o semplicemente allibite. Continuiamo a rimanere fermi, cercando di restare uniti, finch� i lacrimogeni cominciano ad incalzarci da vicino. Arretriamo cercando di restare calmi ma per qualcuno � troppo e cerca riparo per una scalinata o in una via laterale. Giusto tra le braccia di chi ben sappiamo. In quel momento l'unica possibilit� di salvezza � rimanere uniti, calmi, lottando contro quell'istinto bastardo che ti dice f�ttitene, scappa, ce li hai dietro, vai, hai una figlia a casa che ti aspetta. Riesco a non voltarmi pi�. Davanti la strada � libera, ripieghiamo a Boccadasse. Troviamo una via all'ombra dove ci si conta, ci siamo quasi tutti, tranne alcuni, (con le radio, maledizione) che hanno ripiegato in un giardino dove vengono accuditi e dissetati da una famiglia genovese. Giungono notizie inquietanti, Brignole e Quarto sono chiuse, la polizia attacca i piccoli gruppi: � scattata la caccia all'uomo. Perdiamo il treno di Rifondazione: in formazione a testuggine ripercorrono il tragitto del corteo alla volta di Brignole, ma noi siamo arrivati in gruppo e dobbiamo ripartire insieme, dobbiamo ricongiungerci con gli altri. Dopo una ventina di minuti ci ricompattiamo e decidiamo di tentare di raggiungere la stazione dall'alto, la situazione comincia a normalizzarsi e in giro si vede qualche locale. E sono proprio i locali ad indicarci la strada, a fermarci facendoci l'inconfondibile segno delle mazzate se facciamo quella strada, ci raccontano di macchine bloccate, dei ragazzi tirati gi� e pestati, cos�, giusto per gradire. Veniamo ignorati da 8 camionette appostate: forse siamo troppo pochi, o forse siamo abbastanza, forse sembriamo gi� abbastanza spaventati o fessi. Forse siamo semplicemente solo fortunati. Brignole � il nostro miraggio, vogliamo andarcene, levarci di torno prima che faccia buio, con qualunque mezzo. E un mezzo arriva, nei panni di un autobus arancione che ci carica e nel quale incontriamo altre facce milanesi stravolte e che ci lascia poco distante dalla stazione. Sono le 9 di sera. Sono passate 7 ore. A volte il tempo passa lentamente o in fretta. A Genova no, ad un certo punto erano le 9 di sera e basta e non sapevamo se erano gi� le 9 o appena le 9. C'eravamo scontrati con la dimensione del tutto � possibile, in cui le regole a cui eravamo abituati erano state stravolte, infrante, cambiate e ci eravamo scontrati anche con noi stessi, la nostra paura, la voglia di scappare e chi se ne frega del resto. Il terrore che ti fa dimenticare chi hai accanto per pensare solo alla tua sopravvivenza, che ti fa indossare quella faccia da "coniglio braccato" che tanto bene ha descritto un ascoltatore di Radio Popolare. Ormai quasi a Milano arrivano le notizie della mattanza nelle scuole, ma abbiamo assaggiato la logica: un evento che fino a pochi giorni prima avremmo giudicato impossibile adesso rientra, ci si pu� aspettare e succede di tutto. Siamo indignati, incazzati, affranti ma non stupiti. Genova ci ha tolto la possibilit� di stupirci. In Garibaldi vediamo delle persone in fondo ai binari: cazzo, ci stanno aspettando? Anche qui? Invece sono solo degli applausi, in silenzio, la cosa pi� confortante che abbiamo ricevuto in questa assurda giornata. Siamo riusciti a conservare lo stesso gruppo che era partito, intero, unito, anche se molti si erano conosciuti solo quella mattina, anche se siamo diversi, per et� e idee politiche, perfetti esponenti di questo Popolo di Genova che si ritrova nelle piazze a mani alzate, ma non in segno di resa. Grazie a tutti quei genovesi che hanno aperto i loro giardini, le porte delle case e degli autobus, che ci hanno bagnato e indicato la strada e a Radio Popolare. Sandra |
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