VII.            APPENDICI

 

 

1.        Cicli di produzione e denaro

 

Abbiamo visto come nella società dell’accumulazione il denaro sia creato sul debito, sul presupposto che il sovrappiù determinato dalla produzione possa ricostituire il capitale impiegato inizialmente ed estinguere il debito stesso.

La moneta bancaria svolge questa funzione di stimolo e supporto dell’economia collocandosi là dove gli investimenti ne richiedono la presenza. Il ciclo del capitale nell’economia del debito prevede che nell’espressione D-M-D1, il termine D (Denaro) sia composto da CP, (Capitale Proprio dell’imprenditore) e da CT (capitale di Terzi rappresentato da debito), e che il termine D1 sia a sua volta composto da CP1>CP e CT1>CT, ovvero dal capitale incrementato dal profitto ottenuto al termine del processo di produzione.

Il termine CT1 è a sua volta composto da CT+x ovvero dall’interesse che l’impresa deve corrispondere per ottenere il capitale necessario, e globalmente D1 sarà composto da CT+x+CP+y dove y sta per il profitto dell’impresa che ha remunerato il capitale proprio.

Il capitale di terzi di origine bancaria, ovvero originato sul debito, scompare mano a mano che esso viene restituito dall’impresa, mentre resta in circolazione nel sistema sia il capitale proprio che x ed y, ovvero profitto ed interessi sotto forma monetaria.

Assumiamo che nel momento iniziale dell’investimento il capitale complessivo sia stato interamente trasformato in merci (strumenti di produzione e materie prime). Al termine del ciclo di produzione, ci sarà una quantità di merci in sovrappiù, frutto appunto dell’accumulazione del capitale.

In altri termini, il ciclo M-D-M1 vedrà M1 composto da M+m che indichiamo come profitto tradotto in merci. In realtà, non tutto il profitto si aggiungerà alle merci esistenti, poiché una parte di esse, nel corso del processo di produzione avrà avuto un certo grado di obsolescenza che dipende dal tipo di merci prodotte.

E’ però evidente che qualunque sia il grado di obsolescenza delle merci, la scomparsa del capitale di terzi al termine della produzione, per quanto elevato sia il tasso di interessi e di profitto, genera nel sistema una situazione di relativa deflazione, poiché è venuta meno, dopo la restituzione, una parte consistente del denaro che era stato utilizzato per la produzione, mentre le merci sono ancora in una fase relativamente iniziale del loro processo di deperimento.

In altre parole, nel sistema circoleranno più merci che denaro e, anche se una parte di queste merci sono sotto forma di impianti, esse creeranno una situazione in cui è necessario abbassare i prezzi per venderle poiché il denaro residuo sarà relativamente scarso, sia perché il capitale di terzi è stato annullato nel sistema, sia perché parte del capitale proprio sarà stato di nuovo trasformato in materie prime per iniziare un nuovo ciclo.

Di conseguenza l’impresa avrà necessità di nuovo capitale di terzi per portare a compimento il nuovo ciclo, durante il quale l’obsolescenza delle merci prodotte nel corso del primo ciclo porterà ad un certo punto il sistema ad avere meno merci e più denaro, sospingendolo, quindi, in una nuova fase di espansione dei prezzi.

C’è da notare che l’impresa avrà necessità crescente di capitale di terzi, poiché per consentire una remunerazione costante dei fattori di produzione e del capitale investito, dovrà incrementare la propria produzione a causa della riduzione dei margini di profitto.

Parimenti, il sistema finanziario spingerà i consumatori ad indebitarsi per sostenere la produzione da essi stessi finanziata e che rischia di entrare in crisi se la domanda non è sufficientemente sostenuta.

Nel sistema, quindi, entreranno altre quantità di denaro sotto forma di debito, per effetto dei prestiti effettuati dal sistema bancario anche ai consumatori. Questi prestiti possono riequilibrare la scarsità di liquido nella fase terminale del ciclo di produzione e produrre una situazione di profitti crescenti per l’impresa.

Di fatto, mentre le merci nel sistema crescono di un fattore x determinato dalla somma delle merci esistenti più quelle di nuova produzione meno quelle che vengono consumate o divengono obsolete, la quantità di moneta cresce di un fattore y, per y>x, poiché ad ogni ciclo di produzione restano sotto forma di moneta sia gli interessi sul capitale di terzi sia i profitti dell’impresa e ogni ciclo di produzione richiede moneta di terzi in misura crescente.

E se la tendenza alla relativa deflazione alla fine del ciclo viene contrastata dalla concessione di crediti al consumo (cioè agli stessi produttori in quanto consumatori), la tendenza inflazionistica del sistema nel suo complesso diventa crescente, per effetto della permanenza di moneta in misura superiore alle merci in circolazione durante i cicli di produzione.

Il sistema di produzione fondato sul debito tende quindi all’inflazione. Questa situazione, che si è storicamente determinata negli anni settanta, è stata affrontata dapprima mediante un rialzo dei tassi di interesse che, però, ha accelerato il meccanismo di creazione di moneta ed aggravato gli effetti inflattivi, e poi, con la cura opposta di una riduzione dei tassi di interesse ed una spinta sul credito al consumo, che ha causato un’espansione della massa monetaria ed un’accelerazione della produzione di beni di consumo che hanno ridotto il tasso di crescita dell’inflazione.

Raggiunta la saturazione, per l’esaurimento della capacità di indebitamento degli operatori del sistema, la liquidità esistente si è riversata essenzialmente verso le attività di speculazione finanziaria innescando, nella metà degli anni novanta, nuove ondate di inflazione, particolarmente in alcuni paesi (Sud America e Sud Est Asiatico).

Allo stesso tempo, però, l’impossibilità di finanziare ulteriormente la domanda di beni di consumo, ha generato condizioni di sovrapproduzione e di stagnazione economica insieme alla presenza minacciosa e continua di pericoli di inflazione.

La crescita dei redditi reali è cessata, ed è iniziata una loro contrazione per effetto dell’aumento dei prezzi superiore all’incremento nominale dei redditi.

Il rimedio tentato dalle Banche centrali occidentali di ridurre quasi a zero i tassi di interesse non ha portato benefici tangibili, poiché senza un incremento dei redditi la domanda resta stazionaria o decrescente e l’espansione del credito sul lato della domanda si scontra con la saturazione della capacità di credito dei consumatori e sulla stagnazione dei loro redditi effettivi.

L’unico settore che ha dato per qualche tempo fiato alla domanda, è stato quello finanziario che ha ridistribuito quote di reddito a favore della speculazione, finché non si è generata una bolla speculativa sui prezzi dei prodotti finanziari che, non più sostenibile dalla domanda è esplosa, causando un’ulteriore contrazione dei redditi reali.

Ne è derivato un trasferimento di ricchezza dai redditi medio bassi a quelli più alti che, disponendo di somme decisamente più elevate per i propri investimenti finanziari, hanno potuto gestire meglio le oscillazioni violente dei mercati finanziari, mentre la maggior parte dei piccoli investitori si è trovata in una situazione insostenibile, stretti tra le perdite finanziarie e la riduzione dei redditi reali.

In questo modo, nel sistema dell’economia del debito si verifica una situazione assurda. Da un lato c’è troppo denaro sotto forma di debito e non è possibile crearne dell’altro per via della saturazione degli agenti del sistema.

Dall’altro lato, la maggior parte della circolazione di questo denaro va a remunerare l’accumulazione del capitale finanziario e non ha alcun effetto sull’economia reale, in tal modo producendo una crescita fittizia tutta basata sulla carta (reale e virtuale) che viene creata dal sistema finanziario.

Negli USA, alla fine del 2001, il 73% del PIL era destinato al pagamento del servizio sul debito. L’economia reale ha invece necessità di moneta per far circolare i beni che essa produce e pertanto, paradossalmente, in questo mare di denaro, molte realtà economiche stanno sperimentando nuove forme di creazione di moneta allo scopo di dare fiato ad una produzione che diventa sempre più asfittica e ad una domanda che non è in grado di sostenerla.

Dal punto di vista individuale, le difficoltà della domanda comportano spesso problemi molto gravi per la sopravvivenza e l’esplosione degli esperimenti monetari nel mondo sta a dimostrare quanto questa situazione si stia estendendo in tutto il pianeta.

 

 

2.        Cicli economici e Titan

 

In un qualsiasi sistema economico che abbia un relativo grado di complessità, è necessario l’uso di uno strumento di misura degli scambi e dei prezzi relativi dei beni prodotti.

L’aumento della complessità del sistema, comporta un maggiore incremento del numero delle transazioni, poiché queste si sviluppano in misura esponenziale. Per questa ragione, a determinati livelli di complessità, gli operatori finiscono per “scegliere” una merce come strumento di misura generale, tenendo conto del suo premio di liquidità, ovvero della sua capacità di essere accettata dalla generalità degli operatori come moneta e della sua fungibilità. Non si tratta, ovviamente, di una scelta cosciente, ma solo dettata da convenienza o da conformismo alla convenienza dei più.

Un ulteriore incremento della complessità del sistema comporta che ogni merce adottata come strumento di misura divenga scarsa, e questo produce difficoltà negli scambi, sia per l’abitudine a considerare tutte le merci (e i servizi) in termini di quella merce adottata come strumento di misura, sia per la difficoltà di considerare altre merci come strumento di scambio. In un certo senso, questo equivarrebbe a cambiare metro per ogni misurazione.

Di qui la necessità di regolare, in maniera conveniente, la quantità di moneta all’interno di un sistema economico, mediante meccanismi che ne consentano il controllo in funzione degli scambi effettivi.

Abbiamo visto che il sistema attuale comporta l’esercizio di questo controllo da parte di un sistema di Banche Centrali, che però è in grado di determinare con una certa precisione la riduzione della massa monetaria, disincentivando gli investimenti, mediante il rialzo dei tassi di interesse, mentre non è in grado di fare altrettanto con l’opposta manovra di incrementare la domanda di moneta abbassando i tassi di interesse, poiché non può controllare la propensione al rischio degli investitori e quindi la loro capacità di indebitarsi.

Peraltro, in una situazione in cui la moneta viene creata esclusivamente sul debito, ogni espansione della massa monetaria comporta un’espansione del debito complessivo e questo comporta un aumento del rischio complessivo del sistema, dovuto ai minori margini di manovra delle imprese.

Un aumento del debito, infatti, comporta che una parte maggiore del prodotto sia trasferita sotto forma di interesse al sistema finanziario in danno della remunerazione degli altri fattori di produzione.

Il sistema, peraltro, tiene conto in maniera molto grossolana della diversa incidenza sul ciclo economico di beni di investimento e di beni di consumo, e non tiene in nessun conto l’incidenza maggiore che hanno i beni “misti”, ovvero quelli che possono essere allo stesso tempo di investimento per certi usi e di consumo per altri.

Come abbiamo visto, il denaro ha cessato da tempo di rappresentare una merce e di costituire, perciò, riserva di valore per la sua stessa natura. Questa funzione del denaro, che ha aspetti psicologici di notevole importanza, ha indotto i riformatori di Bretton Woods ad escogitare il sistema di conversione indiretto allora elaborato relativamente al dollaro.

Peraltro, come ho più volte sottolineato, questo sistema comportava la possibilità di usare la stampa delle banconote come un potere sia per controllare le economie degli altri paesi attraverso le manovre sui cambi, sia per impadronirsi, attraverso opportuni finanziamenti fondati su moneta creata dal nulla, della ricchezza e degli apparati produttivi migliori delle altre nazioni.

Ovviamente, questo aspetto di strumento di potere del denaro cartaceo, si fonda essenzialmente sul nascondimento della vera natura del denaro, che è ormai divenuto un mero strumento di misura degli scambi.

La natura virtuale del denaro conforta evidentemente questa considerazione. La gran parte del denaro bancario è, infatti, rappresentata solo da segni elettronici, così come prima era rappresentato da scritture contabili e non da qualcosa di fisicamente tangibile.

Nonostante la virtualizzazione del denaro, il sistema bancario si è impadronito della sua emissione assumendo la funzione creditizia, e lasciando allo Stato l’illusione del diritto di signoraggio, ovvero di trarre profitto in nome della collettività, dal diritto di battere moneta. Illusione, perché la moneta cartacea è una frazione irrisoria del totale della moneta in circolazione, compresa quella emessa dagli stessi Stati sotto forma di debito pubblico che, per lo più, è collocato presso le stesse banche. Peraltro, con la moneta europea, ma in Italia già precedentemente con la privatizzazione della Banca d’Italia, anche la stampa delle banconote ed il relativo diritto di signoraggio è finito in mano ai privati.

Come abbiamo visto, il sistema di creazione della moneta tramite il debito è fonte di potere, e per il sistema bancario è difficile rinunciare a questo potere nonostante sia ormai evidente che il vero problema delle economie occidentali sia un problema monetario.

Abbiamo già visto che è impossibile far crescere la massa monetaria sul debito, poiché gli operatori economici non possono assumere quote crescenti di debito a causa dell’incremento esponenziale del rischio che ne deriverebbe.

Ma ci sono anche altre ragioni per cui l’espansione monetaria è resa difficoltosa a questo punto dell’evoluzione del sistema.

Una di queste ragioni è l’incongruità dell’offerta di moneta rispetto alla natura dei beni oggetto della produzione e a quella degli scambi. In altri termini, gli interessi sul mercato favoriscono da un lato la produzione, poiché per le imprese sono previsti numerose agevolazioni creditizie sia per la produzione che per l’acquisto di beni durevoli di investimento, dall’altro penalizzano il consumo, poiché i crediti al consumo sono invece quelli più gravati nella misura degli interessi.

E’ possibile che questo fenomeno, peraltro comprensibile in un contesto sociale da sempre alle prese con la scarsità della produzione dei beni di consumo [77] , abbia avuto un ruolo nel determinare uno stato di sovrapproduzione del sistema.

Ma a parte questa considerazione, la maggiore velocità di creazione di debito per il consumo, unita alla maggiore velocità del ciclo del consumo che per sua stessa natura ha una durata inferiore al ciclo della produzione, comporta che la capacità di indebitamento dei consumatori si esaurisca in un tempo minore rispetto a quella dei produttori e che il denaro creato per il consumo si trasformi in rendita parassitaria in un tempo sempre più ridotto.

Insomma, ogni somma di denaro creata nel sistema a fronte di un consumo, continua a circolare nonostante quei beni siano scomparsi da tempo, appunto perché consumati.

Nell’economia classica, la crescita della capacità di consumo è funzionale alla crescita del reddito ed alla crescita del risparmio, parte del quale viene trasformata in consumo.

Sappiamo da Schumpeter, che la crescita della produzione non comporta affatto una corrispondente crescita dei redditi e una delle ragioni di ciò risiede, secondo Lonergan [78] , nella diversa velocità dei cicli di produzione di beni di consumo, di beni di investimento e di ridistribuzione.

Questa diversa velocità dei cicli, ha un aspetto monetario non trascurabile, poiché la contrazione della crescita di un settore, non accompagnata da una contrazione adeguata della massa monetaria, ha come conseguenza una forte pressione sui prezzi.

L’armonizzazione dei cicli economici dovrebbe essere accompagnata, o meglio, potrebbe essere determinata, da una relativa armonizzazione dell’offerta di moneta relativamente a ciascun ciclo economico.

In altri termini, cicli brevi di produzione dovrebbero essere supportati da moneta a scadenza più breve di quella emessa per cicli più lunghi, ad esempio per i beni di investimento. A maggior ragione il ragionamento vale per la moneta emessa per la costruzione di beni rifugio come la casa, la cui obsolescenza è molto lunga.

In una certa misura, che possiamo definire di natura quantitativa, questo già avviene nel sistema, poiché è noto che la misura dei tassi di interesse dei mutui è decisamente inferiore a quella sul credito a breve termine, però queste differenze di tassi di interesse non comportano che la moneta scompaia dal sistema con una velocità paragonabile alla effettiva obsolescenza dei beni.

La definizione “quantitativa” sta ad indicare che la diversa misura del tasso di interesse determina diversa incidenza di quella moneta nel sistema. L’emissione di denaro a tasso negativo, determinerebbe anche una durata specifica del denaro in funzione della durata dei beni che costituiscono il ciclo.

La questione è complicata notevolmente dal fatto che molte produzioni contemporanee sono “miste”, poiché lo stesso bene può avere differenti destinazioni e quindi essere collocato in diversi cicli. Un aereo, un computer, un’autovettura, possono essere indifferentemente usati come beni strumentali o come beni di consumo.

Non credo sia possibile costruire un modello matematico attendibile che sia in grado di descrivere movimenti così complessi e soprattutto imprevedibili. Però la pratica può consigliare alle strutture di emissione, la misura del tasso negativo da adottare per ciascuna tipologia di investimento.

Queste considerazioni ci portano a prevedere l’esistenza di tassi negativi in misura diversa e correlata alla diversa obsolescenza dei beni.

3.        La natura dei Titan

 

I titoli a tasso negativo sono strumenti finanziari che perdono interamente il loro valore con il decorso di un tempo predeterminato.

Non sono legati alla quotazione di un sottostante, come i futures o i covered warrant, e la loro emissione non è subordinata all’acquisto di un analogo strumento di segno opposto. La loro circolazione, quindi, non necessita della presenza di un Market Maker.

Ciò non toglie affatto che essi possano avere un mercato: la loro quotazione, come tutte le valute o gli strumenti finanziari dipende dalla domanda e dall’offerta di essi. La loro circolazione dovrebbe essere più lenta di quella dei CW e dei futures in generale, poiché il tempo ipotizzato per la loro scadenza è molto più lungo di quello degli strumenti derivati il cui decay time non supera in genere l’anno. Si è ipotizzato che i titoli a tasso negativo abbiano una durata ventennale [79] .

Che gli strumenti finanziari perdano di valore con il decorso del tempo non è certo una novità. Per effetto dell’inflazione tutti gli strumenti finanziari vedono erodere periodicamente il proprio valore, e poi i derivati hanno tutti un decay time di maggiore o minore durata. La peculiarità dei titoli a tasso negativo è che la loro emissione è legata alla nascita di un’attività di produzione o commerciale, anche se il loro valore non dipende dalle vicende dell’attività per la quale sono stati emessi, ma dall’andamento generale dell’economia dell’area nella quale essi circolano.

La loro emissione viene effettuata sul presupposto che ci sia un eccesso di offerta rispetto alla domanda globale. D’altra parte, la loro stessa emissione favorisce la crescita dell’offerta di beni strumentali, poiché essi vengono creati esclusivamente a fronte della realizzazione di un progetto di produzione o commerciale. Successivamente, i titoli a tasso negativo, dovrebbero produrre una crescita equilibrata dell’offerta e della domanda di beni di consumo secondo il moltiplicatore.

Proprio per questa loro natura i titoli a tasso negativo non determinano inflazione: di fatto essi si risolvono in una riduzione del prezzo dei beni trattati per loro tramite.

I titoli a tasso negativo generano un interesse che viene incassato dall’ente che li emette. L’interesse viene pagato dai possessori dei titoli al momento della scadenza annuale sotto forma di una marca da applicare al titolo stesso e che è condizione per la validità e la circolazione del titolo [80] .

Il valore del titolo senza marche al momento della scadenza è pari a zero, mentre un’apposizione parziale di marche darà diritto ad un pagamento pari alla somma dell’importo portato dalle marche stesse.

L’importo delle marche è fisso, ed è pari all’interesse necessario per portare il valore del titolo a zero nel periodo prefissato di validità dello stesso. Ad esempio, se il decay time è fissato in venti anni, l’interesse necessario per portare il valore del titolo a zero sarà del 5%, e pertanto la marca corrisponderà al 5% del nominale del titolo. Per un titolo da 500€ la marca sarà di 25€ ogni anno. Se invece, il tempo di decadenza è fissato in dieci anni, per lo stesso titolo l’interesse sarà del 10% e quindi la marca annuale avrà l’importo di 50€.

Le somme incassate dall’ente a titolo di marche andranno a coprire il pagamento dei titoli presentati alla scadenza e coperti totalmente o parzialmente da marche, mentre l’interesse che l’ente incasserà è rappresentato dalle somme che gli saranno restituite per le attività promosse tramite l’emissione dei titoli a tasso negativo.

Il finanziamento delle attività prevede la restituzione dell’intera sorte capitale alla scadenza dei titoli. In teoria, quindi, l’ente incasserà a titolo di interessi una somma pari a quella emessa per mezzo dei titoli.

E’ presumibile, però, che una parte delle attività promosse per il tramite dell’emissione dei titoli non siano in grado di restituire le somme ricevute, sia a seguito di un fallimento dell’iniziativa, sia per effetto di crisi periodiche del sistema economico in cui circolano i titoli. Prudentemente, quindi, l’ente emittente considererà di ricevere alla fine del periodo una somma inferiore a quella portata dall’intero finanziamento.

Nell’ipotesi di una consistente e continua emissione di titoli a tasso negativo che determini una loro significativa presenza sul mercato finanziario, è presumibile che il tasso di interesse effettivo di essi tenda ad assestarsi intorno al tasso di crescita dell’area dove essi circolano.

Una diversa tipologia di titoli da offrire al mercato finanziario prevede che il titolo stesso sia legato all’andamento dell’azienda per il quale viene emesso. Questo comporta da un lato un minore tempo di durata del titolo stesso, e dall’altro lato che l’andamento dell’azienda sia decisivo per il valore del titolo, che oscillerà periodicamente tra il valore massimo portato dal facciale a valori che si collocheranno al di sotto di quell’importo.

In altri termini questi titoli saranno assoggettati ad un rischio maggiore e quindi anche ad una maggiore redditività per gli operatori del settore. Il pagamento degli interessi all’ente dovrà però avvenire per mezzo di erogazioni periodiche e non mediante un unico versamento alla scadenza del titolo.

 

 

a)                 Sulla emissione dei titoli

 

I titoli possono essere emessi da un ente al solo scopo di promuovere un’attività di carattere imprenditoriale o commerciale.

Distinguiamo due tipi di emissione: quelli emessi da un ente pubblico sotto forma di titoli del debito pubblico a tasso negativo e quelli emessi da un ente privato sotto forma di obbligazioni a tasso negativo.

Dal punto di vista tecnico le due emissioni non comportano alcuna differenza, poiché gli effetti sul mercato dei titoli e sulla società sono i medesimi. Da un punto di vista giuridico e a maggior ragione, da un punto di vista politico, le due emissioni presentano alcune differenze significative.

Per entrambe le tipologie, il presupposto della loro emissione è che ci sia un cronico eccesso di offerta rispetto alla domanda globale. Per millenni l’umanità ha avuto il problema opposto di un eccesso di domanda rispetto all’offerta di beni, in dipendenza di carestie, guerre, e soprattutto di un sistema di produzione che generalmente era in grado a mala pena di soddisfare i bisogni primari della popolazione.

Raramente, e sempre limitatamente a singole categorie di beni, si è avuto un eccesso di offerta rispetto alla domanda. Più che in dipendenza di eccessi di produzione (come ad esempio per l’oro dopo la scoperta dell’America) questo avveniva per improvvise cadute della domanda per le singole categorie di beni, ma mai per beni necessari alla sussistenza come il grano o il riso. Insomma, le crisi di sovrapproduzione erano per lo più ignote ai nostri antenati.

Dall’industrializzazione in poi, ma soprattutto dal secondo dopoguerra, il problema ha iniziato a rovesciarsi. Risolta nella maggior parte del mondo la questione della sussistenza alimentare, ci si è trovati di fronte a continue crisi della domanda per la mancanza dei mezzi finanziari necessari per sostenerla.

La crisi del ’29 è stata essenzialmente una crisi di sovrapproduzione. Se ne uscì per mezzo dell’economia del debito, che generò il consumo di massa e diede grande impulso alla produzione. Le crisi periodiche furono affrontate stimolando la produzione per mezzo dell’indebitamento pubblico, mentre sul versante della domanda il credito al consumo svolgeva un ruolo essenziale di sostegno della produzione.

Il limite dell’economia del debito è la capacità di indebitamento degli operatori del sistema, le famiglie, gli stati e le imprese. La virtualizzazione del denaro, a partire dall’abrogazione degli accordi di Bretton Woods, e il suo completo e definitivo distacco da ogni merce, ha accelerato la creazione di debito come unica via per le emissioni monetarie. E poiché il debito tende a crescere in misura esponenziale, la capacità di indebitamento dei soggetti del mercato si è ridotta in proporzione, frenando la domanda, mentre dall’altro lato la produzione, stimolata dall’indebitamento dello stato e delle imprese, e favorita dalla diffusione delle nuove tecnologie, si è trovata a generare un’offerta cronicamente maggiore della domanda.

Lo sviluppo della produzione immateriale ha aggravato il problema, poiché l’immateriale riduce al minimo l’incidenza dei costi della produzione materiale sul ciclo di produzione, e pertanto non è soggetto ai limiti di sviluppo propri dell’economia fondata sui beni di consumo.

La ragione per cui l’emissione di titoli può essere effettuata solo a fronte di un’intrapresa commerciale o produttiva, risiede in due esigenze: la prima, di giustificare l’emissione di titoli con la maggiore quantità di beni e di attività che essi inducono nell’area economica locale, la seconda di consentire la circolazione dei titoli tra gli operatori finanziari.

I titoli a tasso negativo sono un debito dell’ente solo nella misura in cui sugli stessi sono apposte le marche, altrimenti restano un debito dell’emittente. Tale debito è garantito dall’imprenditore nei confronti dell’ente emittente, ma la garanzia viene liberata se alla scadenza del termine i titoli non vengono presentati all’incasso presso l’ente emittente.

In quel caso la liberazione delle garanzie opererà in favore dei possessori dei titoli. Insomma, l’emissione dei titoli si risolve in un debito tra privati tutelato dalle garanzie prestate dall’imprenditore all’ente, se sugli stessi non fossero apposte le marche periodiche emesse dall’ente. Per questa ragione, la negoziazione dei titoli avrà un maggiore o minore indice di rischio in funzione dell’andamento delle imprese cui sono legati, mentre l’emissione di titoli non direttamente collegata alle imprese finanziate è comunque garantita dall’ente poiché la loro copertura è assicurata dalla vendita delle marche.

 

 

b)                 Sul rischio dei titoli

 

Il rischio dell’emissione dei titoli grava principalmente sull’imprenditore che li riceve. Nell’ipotesi limite in cui i titoli non circolassero affatto, il loro pagamento è comunque garantito dall’imprenditore che li ha ricevuti e che si troverà a doverli onorare con l’interesse concordato i titoli alla scadenza.

In altri termini è come se l’imprenditore ricevesse un mutuo che non utilizza e che però è gravato da un interesse: alla fine del periodo, si troverà costretto a restituire la somma mutuata oltre agli interessi concordati.

L’interesse dell’imprenditore a ricevere comunque un mutuo sotto questa forma, è dato dalla ragionevole certezza che i titoli saranno spendibili presso il mercato (altre imprese, lavoro, consumo eccetera). La ragione per cui altre imprese possono ricevere in pagamento questi titoli è data dalla fiducia nel sistema e dalla relativa certezza di essere a loro volta in grado di spendere questi titoli presso altre imprese o presso operatori finanziari.

Insomma, la circolazione dei Titan è assicurata da un sistema di fiducia e di loro accettazione né più né meno di come avvenga oggi con il denaro cartaceo o quello bancario.

L’emissione dei titoli in via sperimentale, potrebbe essere preceduta da una campagna pubblicitaria per farli conoscere al pubblico e dalla raccolta di adesioni di un numero congruo di imprese nella zona interessata, allo scopo di instaurare un clima di fiducia nei confronti dei titoli sia tra le imprese che tra le famiglie.

Maggiore è la durata dei titoli è più semplice diventa la loro circolazione, poiché dalla durata dipende il tasso necessario per l’ammortamento dei titoli stessi. In altri termini, un titolo di durata ventennale, gravato quindi da un interesse annuo del 5%, ha un costo giornaliero dello 0,013% rispetto al valore facciale. Un titolo da 500€ costa al giorno di interessi negativi 0,07€, ovvero circa 140 lire.

Per l’impresa che riceve i titoli si tratta di rischiare di perdere qualche tempo per negoziarli acquistando altri beni. In questa maniera l’interesse finisce per gravare su tutti coloro che hanno negoziato i titoli, poiché sarà ripartito tra di loro. Il valore effettivo del titolo tenderà ad avvicinarci al facciale decurtato dell’interesse, in prossimità della scadenza per l’apposizione della marca ed a riprendere valore pieno all’inizio dell’anno successivo.

Per l’impresa che li trattenesse per uno o due anni prima di spenderli, l’accettazione dei titoli si risolverebbe in uno sconto sulla merce venduta pari rispettivamente al 5 o al 10%. E’ possibile che una conseguenza delle transazioni di questi titoli, fino a che almeno non saranno comunemente accettati come mezzo di pagamento, possa essere un relativo irrigidimento dei prezzi.

A questo proposito faccio notare che la recente [81] e debole ripresa dell’economia americana, si fonda essenzialmente sui forti sconti che le imprese produttrici hanno operato nel tentativo di stimolare la domanda, come è stato sottolineato da Greenspan in un suo intervento al FOMC. Queste politiche riducono però i margini di profitto ed indeboliscono gli investimenti e, sul lato della domanda, tendono a riportare in negativo quel tasso di risparmio delle famiglie che, solo nell’ultimo trimestre, è tornato leggermente in attivo dopo anni di contrazione.

La ragione per cui le imprese saranno portate ad accettare i titoli a tasso negativo come mezzo di pagamento, risiede nel cronico eccesso di offerta globale rispetto alla domanda globale. E se la stimolazione delle attività imprenditoriali avviene per mezzo di questi strumenti finanziari, è altamente improbabile che un’impresa decida di non prenderli e di non aderire per non correre il rischio derivante da un’interruzione della loro circolazione. Rischio relativo, finché permane una situazione in cui l’offerta sarà superiore alla domanda.

Il modello ipotizzato è quello di un intervento keynesiano che però non genera debito, e che prelevi solo una parte del surplus generato dal moltiplicatore per destinarlo ad attività che sono decise a livello politico, attività che possono essere di solidarietà verso determinate categorie o più in generale verso la collettività.  In altri termini, si tratta di restituire alla politica, e per essa ai cittadini, la possibilità di incidere sulle scelte economiche e sulla destinazione delle somme derivanti dalle imposte.

Una volta innescato il meccanismo di accettazione dei titoli e la loro iniziale circolazione, essi tenderanno a circolare più rapidamente delle banconote per la semplice ragione che rispetto ad esse sono moneta “cattiva”, poiché gravata da un interesse che le banconote non hanno.

Insomma, la tesaurizzazione riguarderà le banconote e non i titoli a tasso negativo, e il verificarsi di questo noto fenomeno aumenterà la domanda di titoli a tasso negativo sul mercato finanziario. E’ noto, infatti, che la moneta cattiva scaccia sempre quella buona. Di fronte all’alternativa di spendere una moneta d’oro ovvero dieci di rame per un equivalente valore, si sceglie sempre di spendere le monete di rame e tesaurizzare la moneta d’oro. Così, di fronte all’alternativa di spendere una banconota da 500€ o un titolo a tasso negativo, certamente si tesaurizzerà la banconota e si spenderà il titolo.

La velocità di circolazione dei titoli dovrebbe crescere con l’aumento delle emissioni. L’aumento della velocità di circolazione non comporta però un aumento di inflazione, anche se i titoli esercitano una certa pressione al rialzo sui prezzi, per remunerare il rischio insito nella loro natura.

Sono due le ragioni per cui i titoli a tasso negativo non dovrebbero generare inflazione. La prima è che il rischio dell’emissione si attenua progressivamente per effetto della generale accettazione dei titoli, la seconda, che è quella essenziale, è che i titoli a tasso negativo sono destinati a morire con il tempo e ad essere ritirati dalla circolazione e pertanto non gonfiano la massa monetaria. In altri termini, si tratta di un’emissione monetaria che accompagna la crescita economica e che poi scompare senza lasciare il peso del debito, dopo che le attività sono state avviate e consolidate.

Di fatto, il pagamento degli interessi dei titoli a tasso negativo finisce per ricadere sulla collettività che li usa. In questo senso si risolve in un’imposta sulla circolazione del denaro, poiché ad ogni transazione il prenditore si farà remunerare il rischio di non riuscire a spendere i titoli, mentre la remunerazione dei titoli stessi andrà a favore dell’ente che li ha emessi.

 

c)                  Sulla circolazione dei titoli (I)

 

Abbiamo visto che i titoli a tasso negativo generano un interesse che, nella ipotesi migliore, sarà pari al valore facciale dei titoli emessi. L’interesse in questione è apparentemente pagato attraverso l’emissione delle marche, ma in realtà è necessario considerare queste emesse a copertura del pagamento finale del titolo, e le somme restituite dall’imprenditore come se fossero il pagamento dell’interesse sui titoli. Questo sia per evitare di gravare il bilancio dell’ente del rischio della mancata restituzione, dati i tempi necessari al realizzo delle garanzie rilasciate dall’impresa a fronte dell’emissione, sia per il legame che intercorre tra il tasso di interesse e il tasso di crescita dell’area cui abbiamo accennato sopra.

L’imprenditore può essere obbligato a restituire la somma portata dai titoli o in unica soluzione alla fine del periodo di mutuo, o con una differente periodicità. Nell’ipotesi di emissione dei titoli legati nominativamente ad un’impresa, l’imprenditore potrebbe essere obbligato a restituire le somme annualmente, per fornire ai prenditori una maggiore garanzia sulla solvibilità dei titoli. In ipotesi d’insolvenza, infatti, i prenditori metterebbero a rischio solo gli interessi dell’ultimo anno che sarebbero poi loro remunerati all’esito dell’escussione delle garanzie prestate all’ente.

Facciamo un esempio.

Un imprenditore riceve un milione di euro per l’esercizio della sua impresa. A fronte dell’emissione dei titoli egli deve prestare una garanzia a copertura della restituzione del milione di euro alla fine del periodo, che ipotizziamo essere di venti anni. Questo potrebbe comportare delle difficoltà per le nascenti imprese, poiché una garanzia di questa misura deve necessariamente consistere in immobilizzazioni di capitale, o garanzie reali di congruo importo (vale a dire da due a tre volte la somma mutuata in funzione degli interessi applicati e della loro natura). Queste difficoltà possono esser superate se la garanzie viene prestata da un terzo, per esempio una banca d’affari, ovvero se la garanzia venga emessa nella forma revolving.

La garanzia revolving, comporta un rischio attenuato per l’ente che la emette, poiché essa si riferisce solo alla frazione di periodo considerato. Nell’ipotesi di un finanziamento da un milione di euro per venti anni, la garanzia revolving ammonterebbe a 50.000€ all’anno, appunto per venti anni. In questo caso, nell’ipotesi di mancato pagamento di una rata, l’ente può decidere o di intervenire con fondi propri a sostegno dell’impresa in difficoltà, o di escutere le garanzie e ritirare i titoli dalla circolazione.

In questo caso, pagherebbe direttamente ai portatori dei titoli la somma risultante dalle marche e all’esito dell’escussione, la quota residua relativa al periodo di circolazione.

L’utilizzo di una garanzia revolving, pratica molto usata soprattutto per a copertura di forniture periodiche, consente l’accesso al finanziamento di quelle imprese che non sono in grado di fornire adeguate garanzie per il finanziamento richiesto, e consente anche la partecipazione all’impresa di strutture finanziarie che seguano l’impresa nelle sue vicissitudini, assumendosi il modesto rischio della perdita degli interessi per un anno di esercizio a fronte della ben maggiore possibile remunerazione derivante dalla partecipazione all’impresa.

Il sistema bancario, insomma, sarebbe indotto a partecipare all’impresa svolgendo una duplice funzione di garanzia verso il pubblico della solidità dell’impresa e di controllo dall’interno delle scelte imprenditoriali.

Questo intervento del sistema bancario nella vita delle imprese, non comporta, però, un’accelerazione del processo di finanziarizzazione dell’economia, anzi si avrebbe un effetto opposto, poiché indurrebbe il sistema finanziario ad investire proprio nelle attività di produzione per garantire una sufficiente remunerazione ai capitali loro affidati.  

Nell’ipotesi di garanzia revolving, dopo la metà del periodo l’intero importo dei titoli sarebbe coperto, e nel rimanente periodo l’ente incasserebbe le somme a titolo di interesse. Questo fatto garantirebbe la copertura del pagamento dei titoli solo dopo che sia trascorsa la metà del tempo di durata dei titoli, e quindi rassicurerebbe i prenditori sul pieno valore dei titoli in circolazione anche se emessi nominativamente su un’impresa.

Altra forma di emissione di titoli a maggiore rischio, potrebbe prevedere un premio per il portatore al momento della scadenza sul valore nominale del titolo.

Per tornare all’esempio del finanziamento da un milione di euro, un premio potrebbe consistere in una somma oscillate tra il 10 e il 40% dell’importo facciale, graduato secondo la maggiore o minore rischiosità dei titoli. L’importo del premio sarebbe remunerato con parte delle somme restituite dall’impresa alla fine del periodo. Il maggiore rischio sarebbe rappresentato da una minore copertura del titolo, durante il periodo di durata, in caso di insolvenza dell’impresa nominata nel titolo.

La circolazione dei titoli “a premio” sarà ristretta agli operatori finanziari, considerato il maggiore rischio cui essi sono assoggettati che li rende diversi dagli altri titoli emessi dall’ente, il cui rischio è assimilabile a quello delle comuni banconote. Sul facciale deve essere chiaramente indicato sia l’importo del premio sia il rischio derivante dalla loro circolazione.

 

 

d)                 Sulla circolazione dei titoli (II)

 

Abbiamo visto che l’ente emittente ottiene comunque dall’emissione dei titoli, un ricavo di importo variabile. Questo ricavo si risolve in un’imposta che grava sulla circolazione del denaro. 

La destinazione naturale del ricavo ottenuto è quindi quella di una riduzione delle imposte sulle attività di lavoro. Questo al fine di evitare un aumento della pressione fiscale complessiva sulla collettività.

Poiché, però, è presumibile che le entrate fiscali aumentino per effetto della ricchezza indotta dalle nuove imprese finanziate con i titoli, la riduzione della pressione fiscale può anche essere giustificata da queste maggiori entrate, e pertanto la destinazione delle somme ricavate dall’emissione dei titoli a tasso negativo può essere diversa.

Anzitutto queste somme possono essere impiegate per attività di solidarietà sociale a sostegno delle persone disagiate e delle classi più deboli. In questo modo si finisce per sostenere la domanda, soprattutto di beni di prima necessità, e questo è perfettamente coerente con il fatto che l’emissione dei titoli a tasso negativo, almeno all’inizio, generano un incremento dell’offerta di beni. Allo stesso modo si può ipotizzare di ridistribuire tra i cittadini il ricavato dell’emissione a titolo di Reddito di Cittadinanza, che produce egualmente l’effetto di incrementare la domanda.

Questa in realtà sarebbe la destinazione propria dei Titan soprattutto se gestiti da una società privata, poiché il RdC rende possibile il superamento del problema della sicurezza, come già esposto in precedenza (cfr sez. IV cap. 3). Un ente pubblico potrebbe, però riuscire a risolvere il problema della sicurezza in altro modo almeno in una prima fase sperimentale, e quindi potrebbe destinare diversamente il ricavato dalla circolazione dei Titan.

Una diversa destinazione può essere quella di utilizzare le somme ricavate dalla circolazione dei titoli per la tutela dell’ambiente e del bene pubblico. In questo caso, sarà opportuno sottolineare nella campagna di presentazione dei titoli al pubblico che la loro accettazione comporta il partecipare fattivamente al miglioramento dell’ambiente e che il costo di questa partecipazione è davvero irrisorio. Tenere un titolo da 500€ per dieci giorni ha lo stesso costo di un caffè al bar, mentre per uno da 150€, il caffè si paga in un mese. Potrebbe essere lo slogan di una campagna pubblicitaria per la diffusione dei titoli tra il pubblico.

Ho scritto sopra che l’ente potrebbe decidere anche di utilizzare parte delle somme, per sostenere le imprese di produzione che si trovino in temporanee difficoltà, e che non abbiano i fondi per fare fronte al pagamento di una rata dell’obbligazione assunta. Questo comporterebbe da parte dell’ente, la costituzione di un fondo specifico per questo fine, che gli consentirebbe di svolgere una funzione di ammortizzatore sociale in momenti di contrazione del ciclo economico. Lo scopo potrebbe essere quello di salvaguardare l’occupazione, ad esempio, o di sostenere un’attività di particolare interesse per il pubblico che si trovi in temporanee difficoltà per contingenze di mercato. 

 

e)                 La normativa esistente

 

Non c’è nessuna norma che vieti a enti pubblici o privati di emettere titoli di credito a interesse negativo. Per gli Enti pubblici ci sono peraltro le norme che consentono l’emissione di titoli di credito subordinandola al rispetto di due condizioni sostanziali: l’esistenza di una copertura nel bilancio dell’ente, e il non superamento di un interesse massimo definito periodicamente dalla Banca d’Italia.

Non c’è la norma che autorizzi l’emissione delle marche, ma non esiste, al contempo, nemmeno il divieto di subordinare la circolazione del titolo a determinate condizioni. In altri termini, ritengo che nell’attuale quadro normativo, un ente pubblico possa emettere queste marche senza incorrere in alcuna violazione di legge.

Diverso è il discorso per i privati. I titoli a tasso negativo non possono essere emessi come cambiali né come altri titoli di credito che sono tipizzati dalla norma. E’ possibile che però possano essere emessi da una società nella forma di un prestito obbligazionario gravato di un tasso di interesse negativo. Le cedole periodiche comporterebbero da parte del portatore l’obbligo di versare una somma invece che di incassarla.

Emissioni di questo genere, ove possibile, sarebbero particolarmente adatte a società con un elevato numero di soci e di dipendenti.

I titoli sarebbero spendibili essenzialmente presso i punti vendita dell’emittente e genererebbero una pressione sulla domanda nel gruppo in cui circolassero. La loro accettazione all’esterno, dipenderebbe dalla solidità e notorietà delle società emittenti. Questi titoli potrebbero essere remunerati da un forte premio per i portatori, al fine di favorirne la circolazione tra gli operatori finanziari e tra gli stessi iniziali prenditori.

 

4.                  Verità e giustizia

 

Il conflitto tra poteri che non può essere risolto dall’interpretazione della legge, finisce in uno scontro violento finché uno dei due poteri non cede il passo al vincitore. Questa è l’origine della verità, cui è contrapposto il falso, ovvero ciò che cade (fallit) [82] di fronte allo jus.

 Lo Jus non è altro che il comando dato a chi possiede gli strumenti (per i Romani era il console investito dell’imperium a comandare (jubere, da cui jus) alla legione di far cadere il nemico portatore del falsum (che cioè vuole imporre il suo verum) e difendere la verità). Questa è nascosta e custodita gelosamente all’interno delle mura (il verum è l’area sacra della casa romana). Nella genesi della parola verità è contenuto il rovesciamento del significato del termine ed il suo legame profondo con il potere. La verità nasce dal potere così come la giustizia. E la legge (lex, dal cui etimo deriva anche la parola legione) è il legame che unisce tra loro i cittadini per mezzo del comando (jus). Non a caso, la coscienza di questa origine ha generato ardite (ed insensate) costruzioni linguistiche come quella per cui “la verità deve essere trasparente” che in sé non significano nulla se non nascondere l’imbarazzo e la confusione di chi si rende conto di pronunciare un ossimoro bello e buono. E’ a questa origine della verità che dobbiamo anche i conflitti tra “verità”, cioè il fatto che possano esistere più verità contrapposte sugli stessi fatti. I Greci, che avevano coscienza effettiva dell’unicità della verità, la chiamavano “Alétheia”, ovvero “la disvelata”, contrapponendola ad una natura dell’universo che era loro nascosta (léthe) [83] ma conoscibile mediante l’uso dell’intelligenza.

La verità romana è invece inconoscibile e può essere attinta solo mediante un atto di fede (appunto per la sua natura di area sacra) e in quanto tale deve essere difesa mediante l’uso della forza.

Com’è evidente, il potere è intimamente connesso con l’articolazione stessa della struttura concettuale posta alla base del nostro pensiero. Ed è questa la ragione per cui ci appare “naturale” pensare alla società in termini di potere e gerarchia.

In realtà il pensiero naturale ci porta nell’opposta direzione di considerare la verità come unica e il potere una violenza e non una verità.

Dobbiamo, quindi, rovesciare l’assunto sul quale si fonda questa società, la verità, il diritto e la giustizia. E non secondo una logica duale per cui al vero si contrappone il falso, al diritto il rovescio e alla giustizia l’ingiustizia. Questo non farebbe che perpetuare la logica del potere, per la quale ogni rovesciamento politico è consistito, appunto, nel fatto che il vecchio vero è diventato falso, la vecchia giustizia ingiusta, il vecchio diritto è stato rovesciato.

La rivoluzione francese ha operato proprio questo tipo di rovesciamento, così come la rivoluzione americana e quella russa. Ma in generale, ogni moto di trasformazione politica in senso radicale ha considerato il vecchio al rovescio, in una logica di contrapposizione duale che restava comunque e sempre nell’ambito della logica del potere.

Non dobbiamo sostituire la giustizia con un’altra giustizia né il diritto con un altro diritto né la verità con un’altra verità.

Non dobbiamo sostituire il vecchio potere con un nuovo potere, questo deve essere assolutamente chiaro e deve essere il principio fondamentale che ispira le nostre azioni.

Uscire dalla logica duale comporta trovare una terza via, che esuli dal vecchio e dal nuovo ad esso contrapposto.

Apostel faceva notare che in ogni processo dialettico, la rivoluzione della sintesi è intrisa di conservazione. La dialettica hegeliana descrive un movimento lineare all’interno di una struttura logica, in cui il cambiamento più profondo, in realtà, non è in grado di innovare il processo che è sempre simile a sé stesso. Esso si svolge all’interno di strutture, di spazio e di tempo, che sono immutabili, e che determinano la natura reale del processo dialettico.

Il nostro obiettivo è quello di trasformare lo stesso processo da lineare in multidimensionale, secondo una logica che tiene conto della compresenza di differenti stati contemporaneamente.

L’esempio più calzante che mi viene in mente è quello della fisica quantistica, per cui il tempo e lo spazio perdono il loro significato usuale nel mondo tridimensionale, anzi perdono proprio ogni significato, e in cui differenti stati coesistono all’interno del medesimo elemento in quanto possibilità compresenti di infiniti mondi potenziali.

 

 

5.                  Società senza giustizia e senza verità

 

Se non facciamo questo sforzo radicale di mutare approccio, non riusciremo mai a capire che la rinuncia alla giustizia non comporta l’ingiustizia, che la rinuncia alla verità non comporta la falsità, che la rinuncia al diritto non comporta la legge “naturale” del più forte. In altri termini, l’abbattimento del potere non comporta il caos (che nella terminologia borghese viene espresso con la parola anarchia) [84] .

L’anarchia, ovvero l’assenza del potere, non è il caos se non in un’ottica in cui il potere è un assoluto, appunto nella linearità della rivoluzione all’interno della logica hegeliana.

In questa ottica, il rovesciamento della giustizia non comporta, appunto, una società ingiusta, ma una società in cui la giustizia non derivi dal potere. Cosa significa ciò? Cerco di spiegarlo con un esempio.

Abbiamo visto che la legge è il legame che unisce i cittadini con lo jus, il comando del console alla legione. Ogni jus ha necessariamente un contenuto positivo che impone, attraverso il suo imperium, ai cittadini di fare o non fare una cosa. Una giustizia svincolata dal potere deve perdere questo carattere ed essere fondata su un contenuto negativo. La legge non deve imporre nulla a nessuno, ma solo delimitare le aree di attività, il che non significa imporre un divieto, poiché la medesima attività può essere svolta in modo tale da non violare la norma.

La sanzione della violazione della norma deve essere la cessazione dell’attività non in un’ottica di imposizione ma in una di esclusione temporanea dalla relazione sociale. In questa logica si muove, ad esempio, la tendenza moderna degli arresti domiciliari in luogo della detenzione, strumento che potrebbe essere sostituito da strutture di dissuasione individuale rispetto all’area in cui è stata reiteratamente accertata la violazione.

Rispetto al mondo virtuale, l’esclusione potrebbe operare come disconnessione temporanea da determinate aree, facilmente verificabile, peraltro, mediante l’uso di programmi adatti allo scopo.

Un diritto con un contenuto esclusivamente negativo comporta che per la sua attuazione non c’è alcuna necessità di strutture di potere, mentre l’accertamento della violazione può essere rilevato da chiunque ed esposto all’assemblea dei membri della società, ad un livello adeguato a quello della norma violata.

L’assenza di potere nell’attuazione del diritto comporta anche che non è affatto necessaria la delega per la gestione di un potere che non c’è.

Senza la delega, la partecipazione assume un significato completamente diverso e deve essere articolata secondo regole che consentano la rappresentazione effettiva delle presenze e degli interessi sui quali occorre assumere una decisione.

Il fatto che le decisioni non siano più risoluzioni che contemperano la presenza di diversi poteri comporta che esse perdano anche la loro funzione originaria, che è appunto quella di tagliare (de-caedere) il potere perdente a vantaggio di quello vincente. Questo è esattamente l’esito dello scontro risolto dallo jus con la de-cisione. Una società senza il potere non ha alcuna necessità di de-cidere, semmai di comprendere (nel senso letterale di cum-prehendere, prendere insieme) e svelare ciò che non è conosciuto.

In questa ottica si capisce anche la ragione per cui la politica è sempre più sostituita dalla tecnica negli ultimi tempi, poiché in realtà ciò che è necessario non è tanto la risoluzione di conflitti ma la comprensione di un problema che sia in grado di risolverlo.

L’esito della partecipazione sarà, perciò, costituito da risoluzioni e non da decisioni [85] .

 

6.                  Parecon e il NIMG - di Adele Oliveri [86]

 

La proposta di costruire l'inceneritore emergerebbe nel corso del processo di pianificazione partecipativa, nel contesto della pianificazione degli investimenti di lungo periodo. L'inceneritore sarebbe probabilmente proposto come piano di investimento da parte dell'industria che si occupa della gestione dei rifiuti in ambito cittadino; è possibile immaginare che l'industria stessa proponga due, tre o anche più soluzioni alternative per gestire il problema, illustrando per ognuna i costi e i benefici sociali, lasciando poi che la soluzione prescelta sia l'esito di una consultazione democratica tra tutte le parti coinvolte.

L'inceneritore potrebbe anche essere richiesto quale bene pubblico da parte della federazione di consumo cittadina (assumendo che il raggio di azione dell'inceneritore sia limitato alla città); anche in questo caso, la federazione cittadina potrebbe esprimere una richiesta per un generale "sistema di gestione dei rifiuti", lasciando che siano poi le imprese dell'industria competente a fare proprie le proposte, elaborando uno o più piani di investimento alternativi. La proposta di costruzione dell'inceneritore verrebbe inviata, insieme ad altri progetti di investimento, ai comitati di facilitazione delle iterazioni, che a loro volta le invierebbero ai consigli di consumo di cittadini e di quartiere e ad altre federazioni di lavoratori, per una loro valutazione e quindi per decidere, in maniera partecipativa, quali investimenti intraprendere nel periodo in corso.

La valutazione del progetto di costruzione dell'impianto vedrebbe coinvolti i consigli di consumatori e produttori locali, in modo da dare a tutti un'influenza sulle decisioni proporzionale all'impatto della decisione stessa.  Nel caso in questione, i cittadini/consumatori più affetti sono quelli del quartiere dove si costruisce l'inceneritore; è pertanto opportuno che abbiano una maggiore voce in capitolo nella decisione sul se e come costruire l'impianto. La decisione però ha un impatto anche sulla cittadinanza nel suo complesso, che beneficerebbe (pur senza sopportare i costi diretti del maggiore inquinamento atmosferico e acustico) del servizio di smaltimento dei rifiuti offerto dall'inceneritore.

La discussione vedrebbe quindi probabilmente impegnata la federazione cittadina dei consigli dei consumatori di quartiere, prestando però particolare attenzione alle esigenze dei consumatori residenti nel quartiere designato per la costruzione dell'inceneritore. La discussione coinvolgerebbe inoltre il consiglio dei lavoratori dell'impresa designata per la costruzione dell'inceneritore, dal momento che le modalità scelte per costruire e operare l'impianto influirebbero anche sulla vita lavorativa di questi ultimi. E naturalmente verrebbe coinvolti anche i consigli di altre industrie, nella misura in cui queste ultime hanno proposto piani di investimento di lungo periodo "concorrenti" con quelli dell’inceneritore. 

La valutazione dei costi e dei benefici sociali dei diversi investimenti emergerebbe da questo processo di dialogo e di interazione tra i consigli e le federazioni di consigli. Una volta stabilito che percentuale del prodotto annuale dedicare agli investimenti di lungo periodo, questi verrebbero selezionati sulla base del rapporto tra costi e benefici sociali per la collettività.

Si noti che non è necessario che tutte queste interazioni avvengano in interminabili assemblee pubbliche. Il tutto potrebbe svolgersi remotamente: ogni individuo, unità abitativa o consiglio di quartiere potrebbe votare remotamente i diversi piani di investimento (attraverso appositi terminali), oppure inviare una relazione al comitato di facilitazione delle iterazioni spiegando le ragioni del rifiuto o chiedendo modifiche al piano di investimento suddetto, per tenere conto dell'impatto negativo sul quartiere dove viene costruito l'impianto.

Sebbene non esista un unico criterio organizzativo per pervenire a una formulazione del piano di investimento finale, è possibile che questo avvenga attraverso una serie di iterazioni che vedono coinvolte le diverse parti in causa, mediate dai comitati di facilitazione delle iterazioni. In ogni caso, verrebbero prese tutte le precauzioni affinché nella decisione tutti i punti di vista ricevano il giusto riconoscimento, adottando le regole decisionali adatte al caso.

Si potrebbe ad esempio decidere che nel caso dell'inceneritore (ammesso che non siano state proposti metodi alternativi di gestione dei rifiuti) il voto debba avvenire a maggioranza, ma che i cittadini del quartiere affetto abbiano diritto di vietare la decisione due volte, chiedendo che vengano apportate ulteriori modifiche al piano di investimento, prima di tornare a votarlo.

In ogni caso, anche la procedura di voto e il metodo decisionale sarebbero decisi democraticamente dalla collettività, e potrebbero variare di comunità in comunità, o di sistema economico in sistema economico.  Ai cittadini del quartiere affetto, qualora nonostante la decisione democratica fossero comunque insoddisfatti dell'esito della stessa, potrebbe essere offerta l'opportunità di trasferirsi presso un altro consiglio di quartiere; il trasferimento potrebbe essere facilitato da comitati appositi. Qualora tale trasferimento venisse riconosciuto dalla società come un "sacrificio" da parte degli individui o unità abitative coinvolte, la società stessa potrebbe decidere di remunerare tale sacrificio, secondo il criterio remunerativo pareconiano che prevede una remunerazione basata solo sull'impegno e sul sacrificio.

Se la costruzione dell'impianto viene approvata, con tutte le modifiche del caso, il costo verrebbe ripartito sulla comunità che beneficia del servizio dell'inceneritore, riducendo in conseguenza la quota della dotazione di consumo disponibile per il consumo individuale.

 



[77] Oltre all’assicurazione sul futuro, l’agevolazione degli investimenti e della produzione favorisce anche la diffusione dell’etica del lavoro che a sua volta spinge verso il consumo.

[78] Bernard Lonergan “An Essay on Circulation Analysis”, in For a new political Economy Vol 21 of Collected Works of Bernard Lonergan, University of Toronto Press, 1999. Lonergan ha l’obiettivo di descrivere in maniera dinamica il ciclo economico contro la visione statica dell’economia classica e di quella keynesiana. Nello studio del ciclo economico Lonergan pone l’attenzione sulla diversa durata relativa dei diversi cicli cercando una maniera di armonizzarli tra loro. L’idea è qui di andare a studiare l’incidenza sui diversi cicli di monete dotate di diversa durata. L’osservazione è che i diversi tassi di interesse determinano una differente quantità di monete relative ad ogni ciclo, mentre la diversa durata delle monete inciderebbe anche sulla qualità della moneta finendo per incidere sul ciclo stesso. 

[79] I futures in generale, sono strumenti finanziari il cui andamento dipende da quello di un contratto o un altro strumento finanziario sottostante. Originariamente i futures erano contratti con i quali una parte si impegnava a vendere ed un’altra a comprare, una determinata quantità di beni futuri in una certa data ad un prezzo prefissato. Lo strumento aveva essenzialmente lo scopo di garantire agli stabilimenti di produzione, la quantità di materia prima necessaria per la produzione prevista in un determinato periodo, e di svincolare il prezzo dai rischi stagionali (questo essenzialmente per la produzione agricola, caffè, cacao, grano, soia, eccetera). L’acquirente versava al momento del contratto una caparra penitenziale che perdeva in caso di mancato rispetto del contratto di acquisto. Questi contratti cominciarono a circolare come strumenti finanziari autonomi, quando ci si rese conto che su di essi si poteva speculare scommettendo su un andamento del prezzo effettivo del prodotto rispetto a quello fissato sul nominale. La loro circolazione, inizialmente limitata ai produttori del settore, si estese agli operatori finanziari. Il meccanismo è semplice: un contratto future, per esempio per l’acquisto di una tonnellata di grano a prezzo 100, costa 10 (la caparra è in genere il 10% del prezzo). Se il grano al momento del raccolto sarà scarso costerà, poniamo 110 e vendendo il contratto lo speculatore finanziario avrà lucrato il 100% del capitale investito (10 per il contratto + 10 di eccedenza prezzo). Se invece ci sarà abbondanza di grano, lo speculatore perderà al massimo l’intero capitale investito, ovvero 10. Se il prezzo del grano fosse al momento del raccolto 120 lo speculatore potrebbe avere un margine del 200%, e così via di seguito. In teoria, quindi, i futures possono comportare un guadagno illimitato e costano al massimo, solo la perdita dell’intero capitale investito. I futures sono, quindi, dei derivati, poiché la loro esistenza ed il loro andamento dipendono da un contratto principale.

La relazione tra la somma effettivamente investita e il capitale compravenduto determina l’effetto leva dello strumento. Nell’esempio fatto sopra, l’effetto leva è 10, poiché ad ogni movimento di 1 punto del sottostante, il derivato si muove di dieci punti, determinando in tal modo il guadagno o la perdita dello speculatore. La speculazione può essere fatta sia acquistando un future che vendendolo.  Nel primo caso si scommette in sostanza sulla crescita del prezzo del sottostante posizione detta call), nel secondo caso su una sua diminuzione (posizione detta put). L’equilibrio delle posizioni call e put è gestito da società di brokeraggio dette Clearing houses che determinano i vari prezzi dei futures in funzione della preponderanza delle posizioni dell’uno o dell’altro settore. I commodities futures sono da tempo ormai, svincolati da ogni relazione effettiva con il sottostante e ne vengono emessi in misura di gran lunga superiore alla produzione mondiale del prodotto reale sul quale sono emessi. I financial futures, sono strumenti finanziari emessi su altri strumenti finanziari, azioni, obbligazioni, titoli di stato eccetera, e sono esplosi negli ultimi vent’anni fino a d occupare ad oggi oltre la metà di tutte le transazioni finanziarie nel mondo.

I warrant sono futures sulle azioni o obbligazioni emessi dalla stessa società che conferiscono al possessore il diritto di acquistare azioni o obbligazioni a scadenza e prezzo determinati. I warrant sono solo del tipo call, per la semplice ragione che la società emittente non può scommettere sulla riduzione di prezzo dei propri titoli. I Covered warrant, invece, sono emessi da un istituto finanziario autonomo rispetto alla società, e possono esser del tipo call e put. A differenza delle opzioni, la cui copertura è garantita dalle Clearing houses (in Italia cassa di compensazione), i CW sono garantiti dallo stesso Istituto finanziario emittente e il loro mercato è regolamentato dal Market Maker, ovvero lo steso istituto emittente che interviene per fissare le quotazioni del derivato aprendo e chiudendo posizioni corrispondenti a quelle trattate sui due versanti (ad esempio, se il sottostante ha un’escursione al rialzo e le posizioni call sono maggiori di quelle put, l’Istituto deve aprire posizioni put per garantire il pagamento delle call al realizzo). A parità di altre condizioni il trascorrere del tempo (decay time) determina una diminuzione del valore del Covered Warrant. Quanto più il Warrant si avvicina alla scadenza, tanto maggiore è la perdita di valore dovuta al trascorrere di un giorno. Non sembra conveniente l’emissione di derivati si titoli a tasso negativo, che pur essendo un principale hanno un proprio decay time.

 

[80] Il meccanismo delle marche periodiche è relativo a Titan cartacei. I Titan, gestiti virtualmente su conti elettronici, hanno un funzionamento completamente diverso. In quel caso, infatti, l’interesse viene esatto con cadenza settimanale direttamente dai conti, e considerando il tasso del 5%, questo corrisponderebbe ad una esazione dello 0,089% la settimana. In pratica, su un deposito di 1000 titan il tasso negativo corrisponde a 89 centesimi la settimana.

[81] Il riferimento è alla tenuissima ripresa dell’inizio del 2001, subito frustrata dalla debolezza cronica della domanda interna americana e dal peso del debito estero. L’attentato dell’11 settembre, poi, giunse a deprimere ulteriormente un mercato di per sé già avvitato in un crisi che sembrava allora irresolubile.

[82] E’ interessante la notazione di Heidegger che nel termine latino fallere è incluso l’inganno che consisteva nella tattica di aggirare l’ostacolo e farlo cadere mediante trattati con paesi confinanti, finché il nemico non cadeva appunto perché circondato ed impossibilitato a difendersi. In questo “aggirare e prendere alle spalle”, si trova il significato concreto dell’imperium latino che non deriva tanto dallo scontro frontale vittorioso, dall’esito sempre incerto, ma consiste proprio nell’includere per mezzo del “far cadere l’altro nel proprio ambito”. Ed è consequenziale, a questo proposito, la considerazione sull’origine della parola “pace” che deriva dal verbo “pangere”, ovvero fissare, stabilire. La pace è la condizione stabilita per colui che è caduto e che in quanto falsum, non è stato distrutto ma tenuto in piedi dal vincitore che ne fissa le condizioni di esistenza. La pace è lo stato di dominio del vincitore che detta le condizioni in cui può proseguire l’esistenza del vinto. Non a caso i guerrafondai dei nostri tempi dicono di volere la pace. Lo dicono nel senso originario del termine (anche se per lo più lo ignorano), poiché per essi la pace coincide con l’ordine costituito dal potere. In altri termini, all’origine della pace c’è sempre una guerra poiché i due termini sono strettamente correlati e nel significato originario di pace c’è la volontà di dominio del vincitore (non un dominio assoluto, visto che i romani lasciavano ampi margini di autonomia alle città “fatte cadere”).

[83] Il termine semanticamente contrapposto ad Alétheia non è Léthe ma Pséudos. Tuttavia, il significato del termine Léthe chiarisce la comprensione di Alétheia come disvelamento, poiché il significato originario di Léthe è oblio, dimenticanza (il Léthe è il fiume dell’oblio che separa il mondo dei morti dalla terra). Insomma, il disvelamento dell’Alétheia è un puro atto mentale che deriva dal ricordare ciò che si è conosciuto tramite la mente, mentre il velato è ciò che è lontano dalla mente in quanto dimenticato.

[84] Heidegger nota che l’origine della metafisica moderna si trova nel momento in cui l’essenza della veritas si trasforma in certitudo. “La questione del vero diviene quella dell’uso sicuro, assicurato e autoassicurantesi della ratio”. (intesa come facoltà di giudizio, cioè facultas iudicandi), in Heidegger, Parmenide, op. cit. pag. 111. Questo significato si trova originariamente nelle Meditationes de prima philosophia di Descartes, ma successivamente nella Critica della Ragion pura di Kant, nella quale è “posta ovunque la questione dell’usus, cioè dell’uso della ragione. Critica della ragion pura significa delimitazione essenziale dell’uso retto della facoltà razionale umana. La questione dell’uso retto corrisponde alla volontà di assicurare la sicurezza in cui deve e vuole collocarsi l’uomo che, posto su se stesso, sta in mezzo all’ente. La veritas concepita in termini cristiani come rectitudo animae, quindi quale iustitia, plasma l’essenza moderna della verità nel senso della sicurezza e dell’assicurazione della sussistenza (Bestandsicherung) propria dell’atteggiamento umano e del suo modo di comportarsi. Il vero, il verum, è il retto (das Rechte) che garantisce la sicurezza ed è, in tal senso, il giusto (das Gerechte)”. Ibidem, pag. 112. La sicurezza, e l’assicurazione della sussistenza, sono l’essenza dell’economia dell’accumulazione. Per vie diverse siamo arrivati allo stesso punto, l’origine della verità e della giustizia è nel potere necessario ad assicurare la sicurezza economica, ovvero l’accumulazione monetaria.

[85] Questa insistenza per la denominazione non deve essere fraintesa. Essa sta da un lato ad indicare la necessitò di dover comprendere in profondità le strutture stesse dell’architettura concettuale portata dal nostro linguaggio, e dall’altra l’esigenza di doverlo innovare allo scopo di creare un approccio ai problemi che tenga conto della necessitò di rivoluzionare permanentemente le architetture concettuali. La ridenominazione non è fine a sé stessa e certamente non esaurisce il compito di ricostruire il mondo attraverso la semplice attribuzione di nomi diversi a concetti che conservano la medesima valenza. So bene che il rischio è quello che la pigrizia mentale ed il conservatorismo, traducano in conformismo burocratico e nominalistico quella che è una vera e propria rivoluzione concettuale che alcuni (temo molti) avranno difficoltà a comprendere fino in fondo. Molte rivoluzioni hanno perduto buona parte della propria valenza proprio nel momento in cui hanno tradotto in attività di “ridenominazione a tutti i costi” la propria carica innovativa. D’altra parte è pur necessario affrontare questo problema anche se comporta il rischio che si usi il cambiamento di denominazione per lasciare tutto come prima.

[86] Adele Oliveri, economista, traduttrice in Italia di Albert di cui ha curato l’edizione italiana di Parecon - Life After Capitalism, Verso Books, London & New York: 2003 di prossima uscita in Italia per i tipi del Saggiatore.

 

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