VI.     LE FAZ

 

1.                  Che cos’è una FAZ

 

Abbiamo visto in che modo attraverso i Titan è possibile costruire relazioni economiche che generano ricchezza e non determinano né debito né potere finanziario, poiché eliminano l’accumulazione finanziaria. Abbiamo anche visto che questo sistema deve necessariamente passare attraverso l’erogazione del RdC a tutti i membri della società, e che questo è un elemento fondamentale per costruire un’economia fondata sui principi del dono e non dell’accumulazione monetaria.

Dobbiamo, quindi, descrivere in grandi linee il funzionamento di questa società, e dare una dimostrazione della ragione per la quale in essa sia possibile applicare principi come quelli della partecipazione e della solidarietà senza dover necessariamente fare affidamento sul volontarismo dei suoi membri.

FAZ è l’acronimo di Financial Autonomous Zone, Zona di Autonomia Finanziaria. L’acronimo ricalca volutamente quello ben più famoso di TAZ (Temporary Autonomus Zone), le Zone di Autonomia Temporanea teorizzate e descritte da Hakim Bey nel suo noto libro [66] .

Una FAZ è uno spazio di autonomia giuridica, finanziaria e sociale di costruire una zona di autonomia permanente in uno spazio che non è prevalentemente fisico, ma virtuale e giuridico, spazio che scaturisce per effetto di un meccanismo finanziario che è in grado di generarla. Si tratta di costruire un concetto del tutto nuovo di rivoluzione.

Che cos’è la rivoluzione? La presa del palazzo d’inverno, l’eliminazione fisica di un gruppo di potere per metterne al suo posto un altro? So bene che questo è l’insegnamento che ci viene dalla storia. Le rivoluzioni sono state fatte nel sangue, nello scontro di un gruppo con un altro gruppo, in genere élites contro altre élites e il popolo a seguire gli uni o gli altri, spesso diviso, un po’ con gli uni, un po’ con gli altri, apparentemente vincitore, in genere sempre sconfitto dal potere, dal quale è sostanzialmente escluso.

Il potere è in sé un fatto d’élite. La rappresentanza e il consenso non ci danno alcuna indicazione per distinguere tra democrazia e totalitarismo, se pensiamo che sanguinari dittatori avevano un consenso reale di gran lunga superiore a quello di molti Presidenti di Repubbliche democratiche.

Una rivoluzione popolare non porta al potere il popolo, espressione ricca di ambiguità e di ipocrisia e in sé priva di senso, visto che quel potere, poi, lo esercitano i soliti quattro gatti. Sono poche le rivoluzioni veramente popolari e sono state tutte soffocate nel sangue da un potere che contro l’anarchia ritrova sempre sé stesso.

E’ questa l’idea di rivoluzione che abbiamo? Abbattere il potere comportava passare a fil di spada tutti coloro che con quel potere erano in qualche modo compromessi. Abbattere il potere finanziario comporta, forse, il passare a fil di spada tutte le banconote, o magari bruciarle nella pubblica piazza, nel corso di solenni cerimonie, tra il giubilo del popolino nullatenente e le lacrime disperate di rentières e prostitute d’alto bordo? E’ così che si fa scomparire il denaro dalla vita degli esseri umani?

La logica del sangue delle rivoluzioni del passato è la logica del potere e della sopraffazione, qualunque sia il colore della maglietta del vincitore e anche se egli è animato dalle migliori intenzioni. Al potere non interessa affatto il colore del cappello di coloro che lo detengono, ma solo che qualcuno lo eserciti.

Non contano le intenzioni ma i fatti che parlano di migliaia o centinaia di migliaia o milioni di morti perché un’idea trionfi. Che cos’è questo se non un residuo degli antichi sacrifici tribali che pretendevano sangue umano da tributare agli dei affinché rinnovassero il mondo?

 

 

2.                  Il potere e le rivoluzioni

                       

La rivoluzione francese fu seguita dal bagno di sangue delle guerre napoleoniche che da guerre di difesa della patria, si trasformarono in guerre di conquista. La rivoluzione russa fu seguita dalle purghe staliniane con il massacro di milioni di persone base a ragioni puramente ideologiche. La stessa rivoluzione americana fu seguita oltre che dalla guerra con gli inglesi, da un conflitto massacrante tra la borghesia industriale del nord e l’aristocrazia terriera del sud, che segnò l’esplosione delle contraddizioni per cui era stata combattuta e vinta la lotta di liberazione: la necessità di passare da un’economia terriera e aristocratica ad un’economia industriale e borghese.

Insomma, al potere di una classe si è sostituito il potere di un’altra classe, anche per mezzo dell’eliminazione fisica della classe al potere. Le rivoluzioni non risolvono il problema del potere, ma decidono quale tra i poteri in conflitto debba essere vincente.

Una rivoluzione popolare deve cominciare a risolvere una volta per tutte il problema del potere, che vuol dire cercare di eliminarlo o ridurlo il più possibile. Deve essere chiaro che chiunque eserciti il potere è tentato di farlo in nome proprio o del gruppo che egli rappresenta. Perciò è necessario ridurre il più possibile la presenza del potere nella vita sociale.

Al popolo il potere interessa solo nella misura in cui è costretto a subirlo. Ma è proprio necessario? Adesso che è venuta meno la necessità primaria del potere, ovvero la divisione equa di risorse scarse, adesso che le risorse non sono scarse affatto, poiché la loro scarsità è determinata dallo stesso potere allo scopo di sopravvivere, non è forse la sua eliminazione lo strumento per costruire una società più libera, più felice, più solidale, in altri termini, più umana?

Un’altra strada non contrappone violenza a violenza, ma rifiuta la violenza; non rivendica alcunché se non il proprio diritto di esistere e di costruire un altro mondo; non si propone di prendere il potere e nemmeno di abbatterlo in senso violento, ma di svuotarlo di contenuto.

Insomma, un’alternativa a questo sistema di potere non genera altro potere, poiché alla fine tutti i poteri sono necessariamente prevaricatori, ma svuota il potere della sua essenza, togliergli l’acqua nella quale nuotano gli squali del potere.

L’acqua del potere è data dalla coscienza degli individui e dal loro grado di dipendenza dall’idea del potere. Ora, è assurdo sperare che un rivolgimento violento possa cambiare la testa delle persone e di colpo metterle nelle condizioni di non aver bisogno del capo.

Il tempo è potere, appunto, e il tempo della nostra vita è oggi e non in un futuro remoto.

Oggi noi abbiamo il diritto di vivere nel migliore dei mondi possibili. Se proiettiamo a domani questa esigenza, vivremo la miseria del nostro presente nell’illusione del futuro migliore e questo, come abbiamo visto, è proprio lo strumento preferito dal potere per il suo dominio.

Si tratta, insomma, di costruire subito un’alternativa al mondo del potere, facendo in modo che oggettivamente nell’animo delle persone si generino comportamenti che fanno a meno del presupposto del potere. Questi comportamenti oggettivi possono essere alimentati solo dalla convenienza personale dei singoli, convenienza che deve vincere la paura del vuoto e del rischio di rimanere da soli che è alla base dell’idea di capo.

Dobbiamo fare in modo che l’egoismo individuale coincida con l’utilità sociale, e che questa coincidenza avvenga in modo automatico, senza che sia necessario l’intervento di un potere e di una volontà sopraordinata o gerarchica.

La struttura orizzontale, l’automatismo, la solidarietà, la partecipazione di tutti, sono i principi sui quali deve fondarsi la FAZ.

 

 

3.                  Democrazia, giustizia e verità

 

Le società democratiche sono caratterizzate dalla partecipazione di tutto il popolo alle decisioni politiche, ai diversi livelli in cui queste si articolano. Un altro principio posto alla base delle società democratiche è che esse sono società di diritto, nelle quali, cioè, la legge è posta al di sopra di ogni altro potere e quindi, ad essa tutti i poteri le devono obbedienza.

 Questo principio, che ha pochissime eccezioni nel nostro ordinamento positivo, viene in concreto attuato mediante la divisione e l’indipendenza dei poteri, che fornisce garanzie di equilibrio per effetto del reciproco controllo. Gli eventuali conflitti tra poteri sono attribuiti ad organi giudiziari particolari che hanno il compito di dirimerli interpretando la legge.

Com’è evidente, questa struttura presuppone una società fondata sul potere, nella quale è quindi necessario che essi siano regolati in maniera tale da evitare che il conflitto diventi paralizzante.

La logica del potere ammette, anzi pretende, che esso sia gestito da un organo in grado di assumere rapidamente le decisioni necessarie, e per questa ragione la delega è così diffusa nel nostro sistema politico. L’articolazione del potere per mezzo della delega determina anche la gerarchia delle strutture stesse. La gerarchia tra i poteri, così come la gerarchia tra le leggi, è uno dei principi fondanti del nostro ordinamento positivo.

In appendice ho messo alcune considerazioni sul rapporto tra il potere e i concetti di giustizia e di verità. Si tratta di accenni su un tema che meriterebbe da solo un trattato, ma è evidente che costruire una società senza il potere significa costruire una società senza “giustizia” e senza “verità”.

La giustizia e la verità di questa società si sono rovesciate nel loro opposto, e dico che questo è inevitabile data la natura dei rapporti economici.

L’accumulazione porta necessariamente all’ingiustizia sociale e alla falsa rappresentazione del teatrino mediatico. Il popolo che non vuole il potere (perché non ne ha bisogno), non vuole nemmeno la giustizia che decide, perché non deve separare ma unire e includere nel suo corpo, e non vuole nemmeno la verità, pronta a cadere di fronte ad un’altra verità più forte o più crudele.

 

 

4.                  Gerarchia e accumulazione

 

Tutte le società fondate sul principio di accumulazione hanno necessariamente una struttura gerarchica. La necessità della gerarchia discende dalla logica stessa dell’accumulazione, il cui prodotto presuppone un potere che lo gestisca.

E’ fuori di dubbio che la scarsità delle risorse spinge i membri a comportamenti egoistici che sono, nell’immediato, di maggiore utilità per l’individuo di un comportamento solidale. Il potere interviene non tanto per temperare questo egoismo immediato (ne cives ad arma ruant), quanto come fornitore di un solidarismo anch’esso iscritto nella logica dell’accumulazione ad infinitum che si traduce in controllo all’interno e aggressione all’esterno della società.

L’accumulazione infinita non potrà mai essere soddisfatta per definizione, poiché essa presuppone un mondo in perenne conflitto alla ricerca di una irraggiungibile piena soddisfazione dei bisogni.

L’aspirazione ad una società che sia fondata su un principio di funzionamento non gerarchico può, quindi, essere coltivata solo in un contesto economico che prescinda dall’accumulazione.

Un fondamento non gerarchico non significa nessun fondamento né nessuna regola, come traspare da certo anarchismo ingenuo o arcaicizzante. Il funzionamento di una società solidale deve fondarsi su principi di solidarietà, ma questi non devono essere imposti alla collettività.

Insomma, non è possibile imporre la solidarietà per legge, poiché per sua definizione la solidarietà deve essere spontanea e perché, come risulta chiaro leggendo l’appendice sulla giustizia e sulla verità, la stessa legge è frutto e fonte di potere. E’ quindi necessario costruire strutture che per loro conto determinino comportamenti solidali, in modo che a ciascun membro della società, o alla maggior parte di essi, risulti evidente che un comportamento solidale è individualmente più conveniente di un comportamento immediatamente egoistico.

Abbiamo concluso che l’accumulazione monetaria è diretta conseguenza dell’accumulazione capitalistica e che pertanto, solo eliminando questo principio è possibile costruire relazioni che prescindano stabilmente dalla riduzione economica cui l’accumulazione inevitabilmente le conduce.

Una società realmente alternativa deve escludere sia il principio gerarchico sia il principio della delega.

L’alternativa consiste appunto, nel ridurre, fino all’azzeramento, il potere come strumento di regolazione dei rapporti tra gli uomini.

Affinché questo obiettivo si possa attuare in concreto, e non resti una mera petizione di principio, è necessario ricostruire le relazioni sociali dalle fondamenta, partendo dalle relazioni economiche che di quelle sociali sono la matrice.

Questo capitolo non vuole essere una trattazione approfondita di un argomento così complesso, e neppure ha la pretesa di dare indicazioni se non in linea di grande massima.

L’intento è solo di mettere in evidenza che, senza un radicale e profondo mutamento delle relazioni economiche, non è possibile cambiare in alcun modo le strutture politiche, e inoltre, che ogni tentativo di modificare il sistema politico dal suo interno, si rivela inutile e velleitario, poiché saranno le stesse relazioni economiche a generare gli strumenti necessari per ricondurre i poteri in una logica di equilibrio.

Di fatto, un sistema che si fonda sull’accumulazione monetaria è irriformabile dal suo interno, poiché esso stesso impedisce di affrontare la sua stessa matrice, appunto il potere che discende dall’accumulazione.

Questo, però, non significa affatto che non sia possibile cambiare la società se non attraverso un moto violento, anzi, è al contrario proprio la violenza ad essere perfettamente iscritta nella logica di un sistema fondato sul potere.

 

 

5.                  Principi della FAZ

 

Indicherò, quindi, qui di seguito, alcuni principi di funzionamento della FAZ basati sul rovesciamento del principio d’accumulazione. Non è certamente un’elencazione esaustiva, che non è possibile perché ogni FAZ deve trovare nella propria storia i punti di appoggio per effettuare questo rovesciamento.

Un primo principio di funzionamento della FAZ deve essere quello che inibisce al suo interno la creazione di accumulazione monetaria.

Questo è possibile solo tramite i titoli a tasso negativo, e pertanto tutte le FAZ dovranno uniformarsi alla logica del tasso negativo ed essere fondate su strumenti monetari a tempo.

Nulla vieta che ad un certo punto della vita di una FAZ, gli strumenti monetari siano abbandonati completamente, anzi questo deve essere un obiettivo ragionevole di una struttura che si pone disegnare una società a misura d’uomo.

E’ perfettamente possibile immaginare una società in cui la misura degli scambi sia eliminata anche perché non è difficile ipotizzare che, dati certi presupposti, gli scambi perdano ogni importanza.

L’ambiente in cui lo scambio potrebbe diventare del tutto inutile, è quello in cui esso rappresenti una quota irrisoria delle attività dell’umanità e la maggior parte del prodotto materiale venga distribuita tramite il RdC. Una situazione del genere potrebbe verificarsi sia nella società in generale, ma è più probabile che possa verificarsi in una singola FAZ o in un insieme di esse. In questo caso le uniche operazioni monetarie dovrebbero disciplinare le relazioni tra l’insieme del prodotto delle FAZ non destinato all’uso interno e l’insieme del prodotto proveniente dall’esterno della FAZ.

Ma anche allo scopo di addivenire ad una società senza denaro senza dover necessariamente passare per una catastrofe finanziaria, quale si può ipotizzare in questo contesto storico, è necessario che gli strumenti monetari delle FAZ si basino sul principio dei Titan. Di conseguenza, esse devono fondarsi anche sul principio del Reddito di Cittadinanza Universale per tutti i membri della FAZ, poiché abbiamo visto come questo sia strettamente connesso all’altro.

Entrambi questi due principi, però, devono derivare dal principio di ordine superiore della tutela del diritto alla vita.

I Titan ed il RdC sono tecniche volte ad evitare che nella società si riproducano logiche di sopraffazione e di ineguaglianza, ma senza l’affermazione del principio fondante, le tecniche sono inutili e a volte controproducenti. Voglio dire che nulla esclude che in futuro anche il RdC o il tasso negativo, che oggi appaiono come gli strumenti per impedire l’accumulazione monetaria e ridistribuire in maniera equa parte della ricchezza sociale possano rivelarsi inefficaci di fronte ad un radicale mutamento della situazione che oggi è imprevedibile.

Insomma, né il principio del RdC né, tanto meno quello del tasso negativo, sono degli assoluti come peraltro nessun principio di funzionamento dell’economia.

 Dobbiamo considerare un assoluto solo un principio come quello della tutela del diritto alla vita. Il rispetto di quello porta agevolmente a comprendere che lo strumento attualmente in grado di realizzare tale principio nella nostra società è il RdC e il tasso negativo.

 

Altro principio fondante della FAZ deve essere quello che ho definito il “principio della macchina”.

Questo principio in sostanza afferma che nessun comportamento solidale o di qualsivoglia altro genere debba essere imposto da una norma, ma che la solidarietà deve trovare la sua realizzazione in un complesso di situazioni in cui i membri della FAZ trovino più conveniente adottare quel comportamento solidale piuttosto che un comportamento egoistico. Questo discorso ha una valenza particolare nella produzione di immateriale nel quale i vantaggi della solidarietà sono più immediatamente percepibili soprattutto in un ambiente nel quale la competizione è spinta all’estremo. Ma esso ha valore anche in una società la cui produzione sia essenzialmente materiale, e basta ricordarsi di Adam Smith e del suo oste che è felice di perseguire il proprio tornaconto dando da mangiare ai suoi avventori. Ovviamente, purché il prodotto complessivo della società sia sufficiente a soddisfare le necessità primarie di tutti i membri della società.

Lo strumento più agevole per la realizzazione concreta del principio della macchina è il diritto negativo, così come l’ho descritto in appendice. Una norma che non genera potere è una “legge senza comando”, insomma un rovesciamento del senso profondo della legge e del diritto positivo. Si tratta, in altri termini, di recuperare il senso originario del termine “legge”, ovvero di legame che unisce i cittadini in modo indissolubile per via della comunanza di interessi e di obiettivi, e non di strumento volto a determinare la supremazia di un potere su un altro all’interno della società.

E’ quel senso che emerge da una rilettura critica dell’antico e famoso brocardo “ubi societas ibi jus”, nel quale il termine jus si identifica con la legge unificante perché creatrice di legame.

Il comando, appunto lo jus, è lo strumento concreto per l’attuazione del legame, ma solo successivamente finisce per identificarsi con il legame stesso, conferendo carattere di assolutezza ad un potere che in sé è un mero prodotto della storia.

C’è una contraddizione insolubile tra il legame della legge e il suo sciogliersi nella de-cisione, che è appunto un tagliare (la contrapposizione dei poteri, che comporta anche il tagliare i legami della legge). La contrapposizione degli interessi che è insita nella logica dell’accumulazione, è la fonte di questa contraddizione e solo eliminandola è possibile ricostruire il senso originario del legame societario [67] .

La contraddizione è resa più evidente dal fatto che il potere non unisce ma separa, non solo perché, come abbiamo già rilevato, de-cide, tagliando di volta in volta il legame più debole a vantaggio del più forte, ma perché lo stesso potere si concreta in un atto di forza sull’individuo, che lo allontana definitivamente dalla solidarietà “naturale” del legame societario.

Il potere comporta un ordinamento “positivo” nel quale l’adattamento dell’individuo al legame sociale è determinato dalla violenza del potere su di lui. Il rovesciamento di questo ordinamento passa attraverso un “de-ordine negativo”, nel quale l’individuo ritrova il senso della sua appartenenza alla società.

Nel potere, la libertà dell’individuo è limitata dalla libertà degli altri; nel rovesciamento del potere, la libertà dell’individuo è accresciuta dalla libertà degli altri.

Se il potere è un limite, la sua rimozione elimina anche quel limite in una logica di solidarietà e comunione sociale.

Il de-ordine non è un dis-ordine [68] , bensì uno stato nel quale le strutture del potere sono inefficaci e i rapporti tra gli uomini siano regolati da principi di solidarietà e di collaborazione e non dalla sopraffazione e dalla violenza. In altri termini, laddove c’è un potere, questo deve essere eliminato oppure, se ciò non è possibile, almeno circoscritto e limitato.

 

In che modo è possibile incrementare il de-ordine nella società? Abbiamo visto che uno strumento utile a tal fine è il contenuto negativo della norma che impedisce il sorgere di tutti i poteri diretti di coercizione. Ciononostante, questo non è sufficiente poiché una società si trova spesso in circostanze nelle quali la difesa del debole passa, apparentemente senza altra soluzione, attraverso la coercizione del più forte o del prepotente.

La questione della difesa e della sicurezza non può essere liquidata sulla considerazione apodittica che in una società solidale, i comportamenti violenti o prepotenti saranno di fatto eliminati. Questo presuppone una visione razionale dell’uomo altrettanto astratta come quella utilitaristica o quella eroica. Attribuire agli uomini univocità di intenti e linearità di comportamenti, non tiene conto della ricchezza e varietà dell’animo umano e degli infiniti comportamenti che da questa possono derivare.

Nello stesso uomo possono convivere sentimenti nobili e meschinità disgustose, senza che questo debba necessariamente comportare un giudizio di quell’uomo, né in un senso né in un altro.

L’idea che sia sufficiente rimuovere le cause economiche dei comportamenti criminosi per eliminarli dalla società è del tutto utopistica. E’ vero che l’ansia del bisogno è spesso causa di comportamenti criminali, ma non è certo la sola fonte di essi, e il fatto che la maggior parte dei detenuti sia composta da diseredati è dovuto al fatto che, come abbiamo visto, la giustizia è un potere che colpisce il più debole. Interpretare i delitti dei “colletti bianchi” o certi omicidi in termini di bisogno è un’evidente forzatura. Ancora più pericolosa è la pretesa dello Stato di educare quelli che hanno comportamenti asociali. Uno stato etico è la premessa della dittatura e dell’assolutismo.

Noi conosciamo solo la modalità del potere per reprimere e prevenire comportamenti criminali e credo che per un certo tempo non si potrà fare a meno di continuare a garantire la sicurezza individuale attraverso il potere, anche se come abbiamo visto sopra, questo assume solo una connotazione di deterrenza in base a norme di diritto negativo.

Tuttavia, una nuova società deve trovare la maniera di affrontare il problema della criminalità in modo da non dover necessariamente ricorrere al potere per farla scomparire. Il principio qui deve essere quello dell’inclusione contrapposto all’esclusione operata dalla giustizia.

L’organizzazione sociale trovava nel legame della legge la sua fonte, un legame fondato sulla divinità tutelatrice della collettività. In questo legame, la collettività aveva un ruolo preminente rispetto all’individuo, poiché era essa stessa, in quanto comunità di umani, ad essere legittimata ad accedere alla conoscenza divina, proprio per il tramite del vincolo sociale [69] .

Il capitalismo ha rotto i vincoli religiosi dell’uomo con la sua comunità, traducendoli in un legame puramente economico e dominato dall’interesse, finendo per costruire una sorta di teodicea del mercato e dell’interesse che ha come essenza il dio denaro [70] .

Non sto, ovviamente, rimpiangendo l’antica relazione divina tra l’uomo e la società, che è una costruzione tutta metafisica, poiché delega ad un altrove la realizzazione dell’essenza dell’uomo. L’anticapitalismo, la ricerca della spiritualità non passano attraverso la ricostruzione di una metafisica dello spirito da contrapporre alla metafisica del denaro (id est del capitale).

Ciascuno può vivere la propria spiritualità come meglio crede e d’altra parte molti filosofi della religione hanno recentemente sottolineato il significato profondamente antimetafisico del cristianesimo, distorto da una pratica di potere ad esso sostanzialmente estranea [71] .

Il senso della socialità non deve scaturire dall’annullamento dell’individualità in un mondo altro dall’uomo, che esso sia frutto di una metafisica dello spirito o della metafisica della materia, bensì dalla sua esaltazione, nella consapevolezza che la socialità moltiplica le opportunità dell’individuo.

In questo senso, quindi, un altro principio di funzionamento della FAZ, è la partecipazione.

Partecipazione che deve essere personale e diretta e frutto di scelta consapevole e non certo né di obbligo né di adesione superficiale. Partecipazione che deve coinvolgere non solo gli interessi economici, e certamente non deve limitarsi ad essi, ma tutta la sfera della vita di relazione degli esseri umani.

Tutti gli aspetti della vita sociale devono poter essere discussi da tutti i componenti della FAZ in modo che ciascuno possa portare il proprio contributo, fosse soltanto per manifestare il proprio dissenso o la propria adesione. Solo partecipando alle discussioni ed alla vita sociale si può costruire la consapevolezza della propria libertà.

Ovviamente questa partecipazione non comporta alcun diritto di invasione della sfera personale degli altri, bensì la consapevolezza che la realizzazione della personalità presuppone il rispetto e la comprensione degli altri.  Questo ci porta ad un altro principio che sottende tutta la FAZ e non è certo l’ultimo di quelli esposti.

Voglio sottolineare che l’ordine di esposizione non implica alcun ordine gerarchico, poiché credo sia ormai chiaro che la FAZ non tollera alcuna gerarchia ed i suoi principi sono tutti pienamente compresenti. Il fatto che questa non sia un’elencazione esaustiva sta ad indicare il fatto che ogni FAZ, poiché composta da individui coscienti e ragionevoli, può stabilire i principi che ritiene necessari al suo funzionamento data la contingenza storica in cui quella FAZ si trova.

L’altro principio della FAZ è il principio di libertà. E’ ovvio che questo principio è già compreso sia nel diritto negativo, sia nel RdC, sia nella partecipazione. Però è sempre opportuno ribadirne l’essenzialità sia in ordine alle tentazioni - sempre presenti - di costruire strutture rigide nella società, tentazione che è in evidente contrasto con il principio di libertà, che di stabilire norme cogenti, anche esse del tutto in contrasto con il principio di libertà.

Una FAZ non sarà costituita da strutture rigide né burocratiche ma flessibili ed occasionali, in funzione delle necessità che mano a mano si presentano alla comunità. Anche le strutture di partecipazione risponderanno a questa logica che è tanto più necessaria quanto più la FAZ cresce di dimensioni. La delega sarà limitata a determinate funzioni specifiche e comunque dovrà ruotare tra vari membri della comunità, così come il comando, se necessario, sarà strettamente limitato nel tempo e circoscritto nell’ambito delle funzioni specifiche da svolgere [72] .

 

 

6.                  NIMG, Not in my garden!

 

Nel corso di una delle animate discussioni che hanno accompagnato la stesura di questo libro, è venuto fuori il “problema dell’inceneritore”, uno di quei problemi che gli americani definiscono NIMG questions, acronimo di Not In My Garden, per indicare il limite che l’interesse pubblico deve avere nell’intromettersi nelle faccende private.

Il problema è questo. In una comunità sorge l’esigenza di costruire un inceneritore per smaltire i rifiuti. Si sa che gli inceneritori puzzano, soprattutto se ci si trova sotto vento, e che sono un po’ rumorosi, anche per effetto del via vai di camion che scaricano i rifiuti da smaltire. Nella comunità non c’è uno spazio sufficientemente lontano dalle abitazioni ed è giocoforza che il depuratore sia costruito nei pressi di un gruppo di case. La scelta ricade su una certa area i cui abitanti non ne sono, ovviamente, contenti.

Come affrontano il problema i diversi regimi e come deve affrontare il problema una FAZ?

Un regime autoritario decide e basta che il depuratore vada in un certo posto. Eviterà di piazzarlo nei pressi del quartiere dove sa di avere il massimo consenso, e ovviamente non lo metterà nel giardino del dittatore o in quello dei membri del regime. Chi protesta viene denunciato e al limite arrestato per attività sovversive antinazionali e contrarie all’interesse pubblico.

Un regime democratico borghese liberale, farà operare il mercato [73] . L’ente privato acquisterà il terreno meno costoso (quindi per forza di cose nel quartiere più popolare), e metterà lì il depuratore in forza di un contratto con la Pubblica Amministrazione che gli ha delegato la costruzione. Tutte le proteste si scontreranno con i provvedimenti amministrativi e giudiziari che daranno ragione alla ditta in forza della validità dei contratti giustificati dall’interesse superiore della collettività.

Un regime borghese socialdemocratico, farà agire l’ente pubblico competente che effettuerà le sue valutazioni, farà la proposta all’assemblea dei delegati locali (dal consiglio di circoscrizione a quello regionale) e deciderà a maggioranza perseguendo un criterio politico nell’assumere la sua decisione. In altri termini, starà attento alle conseguenze sull’elettorato, a contemperare gli interessi delle lobbies locali, e poi deciderà a maggioranza nella sede competente.

In tutti questi tre regimi, ovviamente, questo è il meglio che si può ottenere, poiché non ho considerato le varianti che si possono verificare per effetto di comportamenti devianti dei soggetti interessati alla soluzione del problema. E’ evidente, ad esempio, che la corruzione potrebbe far cambiare parere alle autorità che devono decidere [74] .

In ogni caso, tutti questi regimi mettono in primo piano la questione del costo dell’opera che dovrà essere il minore possibile, per non gravare il bilancio dell’ente di una spesa eccessiva (che comporta ulteriori tasse e quindi una perdita di consenso).

I cittadini gratificati del dono del depuratore nel loro giardino, nei regimi due e tre, potranno ricorrere all’autorità giudiziaria per far valere le proprie ragioni ma in genere senza esito alcuno se non ottenere al massimo un risarcimento monetario [75] .

La soluzione del problema sarà quindi individuale. Chi comprerà le mollette per il naso e i tappi per le orecchie, chi venderà la casa rimettendoci per il diminuito “valore” di essa dopo la costruzione del depuratore, chi sarà stato abbastanza furbo da sapere in anticipo che in quella zona si stava decidendo di piazzare un depuratore ed ha venduto la casa a prezzo pieno, eccetera. In ogni caso gli interessi della minoranza sono schiacciati dalla “dittatura della maggioranza” al potere.

Come affronta il problema una società democratica alternativa? Una FAZ dovrebbe operare in maniera completamente diversa.

Per la Parecon, la questione dovrebbe essere affrontata a livello di consigli locali e discussa in assemblea. Alla fine della discussione, la scelta sarebbe votata dalla maggioranza, però la minoranza penalizzata dalla decisione avrebbe il diritto di recedere dalla comunità [76] .

Anzitutto dovrebbe capire se il problema non ha altre soluzioni, ovvero se è proprio necessario costruire il depuratore. Nelle altre ipotesi, questo è dato per scontato, ma non è affatto così. Infatti, la necessità di costruire il depuratore nasce da un problema di inquinamento, ed è importante sapere se questo problema non possa essere affrontato a monte eliminando la fonte o le fonti di inquinamento e quindi anche la necessità di costruire il depuratore.

In altri termini, ritengo che una FAZ debba sempre procedere in questo modo, risalendo all’origine del problema e cercare quindi di eliminarlo. Se questo non è possibile, e il depuratore deve essere costruito per forza, allora si cerca un accordo che raggiunga l’unanimità dei consensi.

Se però, non si riesce a raggiungere l’unanimità sulla soluzione proposta dai tecnici e anche approvata dalla maggioranza, allora deve essere trovata un’altra soluzione che possa essere approvata da tutti i membri della comunità.

L’idea è che ci sia sempre una soluzione e che solo apparentemente questa non sia praticabile. Nel capitalismo il problema è in genere finanziario. Le altre soluzioni sono troppo costose e quindi impraticabili. In una FAZ il costo non è un problema per definizione. Questo è reso possibile in una FAZ dal fatto che le spese per impianti di uso comune, non sono considerate dei costi, ma produzione di ricchezza e quindi la questione del minor prezzo possibile non si pone affatto.

Certamente le nostre conoscenze tecniche ci consentono di trovare soluzioni forse molto costose che però non rovinano il giardino (ad esempio, invece di un inceneritore solo, quattro o dieci o venti inceneritori più piccoli dislocati sotto terra con accesso per i camion da strade normalmente trafficate). E’ chiaro che soluzioni di questo genere sono impraticabili in una logica di valutazione dei costi in funzione dell’accumulazione monetaria, mentre per una FAZ sarebbe molto più costosa la mancata soluzione unanime del problema.

Questo modo di affrontare il problema non è molto distante da quello degli africani, che si riuniscono sotto un albero a discutere finché non sono tutti d’accordo sulla soluzione. Soluzione che viene cercata e trovata nel nome e nello spirito della comunità o della sua divinità tutelare, e che non richiede mai un intervento di trasformazione del mondo in cui essi vivevano.

Noi, invece, trasformiamo il mondo e nel farlo dobbiamo tenere conto del fatto che ogni intervento incide sulla vita di tutti, e che la vita è il massimo bene e la massima fonte di ricchezza. Per questa ragione, tutto ciò che tutela la vita è considerato nella FAZ fonte di ricchezza e come tale deve essere finanziato dalla collettività.

Per quale ragione oggi, la tecnica non è in grado di risolvere i problemi nel modo migliore? Perché essa non è agisce alla ricerca dell’ottimo sociale, ma è vincolata ai limiti economici indotti dalla logica dell’accumulazione monetaria e del profitto. Insomma non può tenere conto dei danni che un intervento può portare alla vita di tutti, poiché i costi sociali non sono considerati nel computo dei costi di un impianto. La valutazione di impatto ambientale, ad esempio, è un’istituzione recente e peraltro ancora marginale rispetto all’effettiva incidenza di un’opera sulla vita e sull’ambiente.

La soluzione migliore, anzi l’unica praticabile, in una società in cui la ricchezza sia data dall’accumulazione monetaria, è quella che comporta il profitto dell’impresa e non il miglior risultato dal punto di vista sociale. Con la conseguenza che per risparmiare sull’inceneritore e dare profitto ad un’impresa, sull’erroneo presupposto del minor costo dell’impianto, si pagano costi sociali pesantissimi in termini di qualità della vita individuale e sociale.

Il regime di concorrenza tra le imprese in materia di appalti pubblici determina l’assurdità di ribassi astrusi dei prezzi allo scopo di aggiudicarsi gli appalti, con la pratica poi di andare a recuperare i mancati utili del ribasso con un lavoro di scadente qualità o con varianti all’opera giustificate in genere dalla corruzione dei controllori.

La privatizzazione degli appalti non risolve il problema, poiché massimizza la ricerca del profitto da parte delle imprese che si aggiudicano i lavori.

Una soluzione possibile, potrebbe essere quella di mettere in concorrenza le imprese sulla migliore soluzione tecnica (anche per evitare che cessi la ricerca per soluzioni tecnicamente di pari efficacia ma meno dispendiose). La decisione sull’appalto dovrebbe essere presa dalla collettività interessata per mezzo del voto elettronico mentre la soluzione tecnica dovrebbe essere proposta da società di ingegneria indipendenti che non possono poi partecipare all’esecuzione dei lavori nemmeno come direzione lavori.

 

Il problema dell’inceneritore illustra in maniera abbastanza chiara le differenti procedure di approccio ad un problema cui è difficile trovare una soluzione soddisfacente per tutte le componenti della società. La superiorità della soluzione praticabile in un’economia FAZ è data dal fatto che è possibile applicare principi di partecipazione senza dover necessariamente passare per le de-cisioni della dittatura della maggioranza che per quanto si autodefinisca democratica, in realtà non è altro che una forma di violenza cui partecipano un numero elevato di individui.

Sarebbe ora di leggere lo stesso termine “democrazia” che nella nostra società ha assunto un significato di un assoluto in sé certamente positivo, nel suo significato reale, che è quello di “governo del popolo”. In quanto governo, la democrazia è la migliore forma possibile in una società in cui sia necessario usare il potere, ma essa resta sempre una forma di esercizio di un potere per il quale la composizione dei conflitti avviene tramite il sacrificio degli interessi di minor peso (dal punto di vista numerico, o elettorale, o economico).

L’idea della FAZ è quella di costruire un sistema che cerchi di prescindere dalla necessità di dover sacrificare qualcuno per il bene della collettività, adoperando procedure che consentano di risolvere ogni genere di problemi.

La questione non è tecnica ma politica, e con questo non intendo affatto mitizzare la tecnica, ma voglio solo dire che se la ricchezza consiste in ciò che nasce dalla creatività umana ci deve essere sempre una soluzione ad un problema, altrimenti non c’è il problema.

Nel momento in cui si pone come centrale l’interesse della collettività e quello dei suoi singoli componenti, insieme, la soluzione dei problemi deve essere trovata in modo da non pretendere sacrifici da parte di chicchessia, altrimenti il problema non può essere nemmeno posto.

La soddisfazione degli interessi in tanto può essere pensata in quanto non genera conflitti sociali. Altrimenti quegli interessi devono essere considerati alla stregua del volo aereo nel medioevo, semplicemente impossibile, finché la tecnica non ci ha consentito di pensarlo e di realizzarlo.

Da notare anche che, mentre nella società dell’accumulazione, l’apparente impossibilità di un problema comportava che nessuno era in grado di lavorarci sopra se non per mero diporto, in una società strutturata secondo i principi della FAZ chiunque può scommettere la propria esistenza con la soluzione di problemi apparentemente impossibili, poiché la società comunque considera la sua vita una ricchezza anche se essa viene trascorsa all’inseguimento di una vaga chimera.

Se pensiamo che in passato solo pochi uomini si sono potuti dedicare alle attività di ricerca perché per il resto della propria esistenza dovevano pensare principalmente al lavoro necessario per sopravvivere, e che oggi questa ricerca passa necessariamente attraverso enti e istituzioni che privilegiano alla scienza l’accumulazione del capitale, comprendiamo che enorme balzo in avanti può determinare una società che non si fondi sull’accumulazione monetaria sul piano specifico della produzione di ricchezza in senso proprio.

Ricchezza che coincide con la crescita spirituale e materiale delle condizioni di esistenza e con l’equità sociale. E questo è proprio l’obiettivo delle FAZ.

 

 



[66] Hakim Bey, T.A.Z. Zone Temporaneamente Autonome, Shake Edizioni Underground, Mi, 1998

[67] Il legame societario era originariamente sancito nel sacro. Il termine jus ha la medesima radice di Juppiter e di jubeo; il comando e il diritto discendono entrambi da Giove, e il legame societario trova nella divinità protettrice della comunità la sua fonte. La obligatio è per i latini un juris vinculum cui necessitate adstringimur, ovvero, l’obbligazione che scaturisce dal legame della legge è un vincolo sacro (juris) giustificato dal bisogno (necessitate). 

[68] Il dis-ordine è la negazione dell’ordine, concetto che implica uno stato di instabilità che deve risolversi in un nuovo ordine. Il de-ordine è l’allontanamento dall’ordine, il distacco che, quindi, non implica alcuna necessaria instabilità nel suo svolgersi.

[69] Di qui la natura sacra del diritto e la sua superiorità anche rispetto agli uomini più potenti. Questa condizione fu violata nell’antica Roma solo dall’Impero ma solo quando gli imperatori si attribuirono una natura divina e quindi, si posero su un piano pari alla fonte del diritto.

[70] L’affidarsi al principio della “mano invisibile” che governerebbe il mercato, ha permesso ai moderni e in particolare a pensatori come Adam Smith, di poter dare risposta, benché in modo illusorio, al problema della giustizia divina, attribuendo al mercato lo stesso misterioso disegno salvifico che i Dottori della Chiesa assegnavano a Dio. Sotto questo aspetto il mercato come teodicea [...] non può non accompagnarsi ad un’altra idea, quella liberale di libertà. La libera iniziativa personale, come espressione assoluta della libertà individuale, teorizzata dal liberismo è necessaria al singolo per operare sul mercato. Solo facendo i propri interessi, l’individuo potrà consentire al mercato, attraverso lo scontro tra differenti egoismi (il male), di conseguire crescita economica e sviluppo sociale (il bene). In questo modo l’attuale “fede nel mercato”, per parafrasare Marx è “il sospiro della creatura oppressa [...]. Essa è l’oppio del popolo”. C. Gambescia, Mercato, Ed. Settimo Sigillo, Roma 2002

[71] Cfr. sul punto G. Vattimo, Dopo la Cristianità – Per un cristianesimo non religioso, Garzanti, Mi, 2002

[72] Un buon esempio che ci viene dalla storia sui limiti delle funzioni di comando è quello del Cunctator romano, ovvero del dittatore che veniva nominato dall’assemblea per guidare l’esercito in caso di estremo pericolo della società. Il suo mandato era limitato a sei mesi (il tempo delle campagne militari di quel periodo) ed egli non poteva essere rieletto alla carica prima che fossero passate un certo numero di legislature. Un classico esempio è Cincinnato che dopo aver cacciato i Galli che avevano occupato la città si ritirò in campagna. Il termine ha assunto una diversa connotazione dopo la fine della Repubblica ma per lungo tempo molti imperatori continuarono a nutrire un grande rispetto per le antiche istituzioni repubblicane. Augusto rifiutò sempre di assumere sia il titolo di dittatore che quello di imperatore, preferendo quello di Padre della Patria.

[73] La soluzione "di mercato", considerata generalmente efficiente, in questo caso non lo è, perché tiene conto solo dei benefici e dei costi privati (e al più dei benefici sociali per la collettività), ma non dei costi sociali che sono quelli sopportati dai cittadini che vivono nei pressi dell'inceneritore.

Una piena internalizzazione di tali costi sociali richiederebbe, ad esempio, che l'impresa appaltatrice costruisse un impianto non inquinante (dal punto di vista atmosferico e acustico) oppure che compensasse finanziariamente i cittadini affetti dall'esternalità. Un tale processo potrebbe portare l'impresa in questione a rivedere il piano di investimento, spingendola ad esempio a ricercare un sito più adatto alla costruzione dell'impianto (nota di A. Oliveri).

[74] La corruzione interviene in misura differente a seconda dei regimi. In quello autoritario riguarda gli interessi del gruppo dominante, in quello liberale, è relativa prevalentemente agli interessi delle imprese private, in quello socialdemocratico è relativa prevalentemente agli interessi dei rappresentanti politici.

[75] Nella migliore delle ipotesi, se i cittadini di quartiere danno luogo ad un'attività organizzata sufficientemente incisiva, potrebbero ottenere qualche forma di risarcimento per il fastidio causato dell'inceneritore.  Tali eventualità sono comunque generalmente abbastanza remote, e le metodologie analitiche (contingent valuation analysis) attraverso le quali vengono stimati i risarcimenti sono generalmente poco affidabili (nota di A. Oliveri).

 

[76] Su come la Parecon affronta il problema vedi il breve saggio di Adele Oliveri in appendice. Una FAZ si avvale del principio di partecipazione e della logica consiliare, orizzontale e non gerarchica, descritta nella Parecon. In pratica, la soluzione Parecon è per buona parte assumibile da una FAZ poiché il principio di cercare una soluzione a monte è in pratica identico.

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