Il termine Titan è l’acronimo dell’espressione Titoli a Tasso Negativo.
I titoli a tasso negativo sono strumenti finanziari emessi con un tasso di interesse negativo a carico del portatore del titolo. Essi, quindi, perdono valore con il decorso del tempo.
I titoli possono essere emessi sia da società private che da enti pubblici. Le differenze sono notevoli quanto alle conseguenze politiche, ma da un punto di vista tecnico, a parte la normativa di riferimento e le modalità di emissione, le differenze tra le due tipologie di titoli sono irrisorie, e per gli utilizzatori, produttori e consumatori, non c’è alcuna differenza.
Per questa ragione, gli aspetti tecnici dell’emissione e della circolazione dei titoli saranno trattati insieme nell’appendice alla quale rimando per una descrizione degli aspetti pratici e tecnici dei titoli. Qui ne tratto gli aspetti teorici e filosofici.
L’idea dei titoli a tasso negativo è direttamente derivata dal denaro a tempo elaborato da Silvius Gesell ai primi del secolo scorso [52] . Nel mio libro Un Milione al mese a tutti: Subito! ho trattato in maniera dettagliata il senso della proposta di Gesell e le critiche alla sua proposta. Alle critiche si aggiunsero, però, gli elogi di economisti di grande prestigio come Fisher e Keynes che consideravano l’idea di Gesell degna della massima considerazione, pur avanzando delle obiezioni sul suo funzionamento. In particolare, Keynes dedica al denaro a tempo di Gesell un capitolo intero del suo Trattato, nel quale esamina il funzionamento del sistema ed espone una critica, fondata sulla questione degli equivalenti monetari. Si tratta in pratica del fatto che, poiché il denaro è una merce, se lo assoggetti a tassazione, quale di fatto è il denaro a tempo, gli operatori sceglieranno un’altra merce per le transazioni, vanificando di fatto l’applicazione dell’imposta.
La risposta a questa obiezione consiste nel fatto che oggi la complessità è la varietà dei pagamenti da effettuare quotidianamente impedisce di fatto l’utilizzo per le transazioni di uno strumento diverso dal denaro liquido, mentre all’epoca di Keynes e Gesell le transazioni erano molto ridotte ed il denaro era in pratica usato con continuità solo da una ristretta cerchia di persone.
La logica di Gesell è che il denaro debba essere un puro strumento di misura degli scambi e non una merce. In questo egli è stato molto lungimirante, poiché per primo si è reso conto che l’irruzione del denaro cartaceo modificava in modo radicale la stessa natura del denaro.
Un’altra critica nei
confronti del denaro a data di Gesell è stata recentemente formulata da Nikolaus
Laüfer, un economista tedesco che, in uno studio sulle monete di decumulo,
evidenzia i possibili meccanismi negativi ingenerati da queste nel lungo termine.
In effetti, non c'è mai stata una sperimentazione a lungo
termine del denaro di decumulo, ma in linea teorica il sistema dovrebbe funzionare
molto meglio dell'attuale perché rende possibile regolare la quantità di moneta
nel sistema economico in maniera molto più precisa di quanto non avvenga oggi.
Insomma, in una fase di recessione oggi la quantità di
moneta si riduce per mezzo dei fallimenti e delle insolvenze. Con i Titan
si ridurrebbe con un paio di provvedimenti della BdM o delle finanziarie di
emissione.
Ritengo la critica di Laüfer infondata e ne spiego le
ragioni.
Laüfer sostiene che il denaro a data è un rimedio contro
la tesaurizzazione e quindi un sostegno alla domanda. Questo in effetti era
il problema negli anni trenta, quando l'oro, che costituiva la base metallica
per le emissioni monetarie, scomparve dalla circolazione per effetto della
crisi e gli economisti escogitarono le idee più svariate (in genere pure idiozie),
per farlo uscire fuori. Alla fine fu vietata la conversione delle banconote
in oro e istituito l'obbligo di trasferire l'oro in lingotti allo Stato. Ci
si accorse che non era l'oro il problema, ma la moneta, ed in questo contesto
nacque il keynesismo.
Dice Laüfer che una riduzione del "valore" del denaro ridurrebbe la domanda
di denaro finché la base monetaria non si stabilizzasse ad un nuovo livello
d’equilibrio. Questo ragionamento presuppone:
a) che la moneta sia una merce;
b) che il sistema di emissione e quello di circolazione
della moneta siano identici all'attuale.
Quello che Laüfer non considera è che il denaro a data
modifica in maniera radicale tutti i parametri della moneta ed in particolare
i due che abbiamo appena considerato.
Mi spiego meglio. L’argomentazione di Laüfer è la seguente:
in una economia in crisi il denaro viene
tesaurizzato. Questo riduce l'offerta di moneta sul mercato e genera una forte
domanda. Di conseguenza i tassi di interesse sono alti
[53]
. La perdita di valore, genera un'offerta sul mercato poiché
fa venire meno la convenienza alla tesaurizzazione. Allo stesso tempo, però
si indebolisce la domanda di denaro e poiché si riduce la base monetaria (la
quantità di denaro in circolazione), finché ci sarà una domanda inferiore
alla base il denaro circolerà. Quando la domanda coinciderà di nuovo con la
base monetaria, il denaro sarà di nuovo tesaurizzato, si ridurrà l'offerta
e aumenterà la domanda al nuovo livello dei tassi di interesse. Pertanto,
conclude Laüfer, per stimolare di nuovo l'offerta di denaro, è necessario
aumentare il tasso di deperimento creando una nuova differenza di potenziale
tra domanda di denaro e base monetaria.
Il presupposto del ragionamento è quindi la tesaurizzazione
del denaro. Questo presupposto aveva un senso in un sistema monetario fondato
sul gold standard, ma non ce l'ha in un sistema fondato sul debito. La tesaurizzazione
del debito è un nonsenso. Il risparmio è un sogno del passato, nella nostra
società non si fa più risparmio e la base monetaria viene regolata esclusivamente
dal debito.
Inoltre, Laüfer considera il sistema del denaro che perde
di valore contrapposto ad un sistema in cui il valore è costante, che sarebbe
l'attuale. Niente di più falso. Nel sistema attuale il denaro perde continuamente
valore per effetto dell'inflazione, com'è evidente a tutti. Eppure questo
non comporta un incremento esponenziale della velocità di deperimento di valore.
Infine Laüfer considera gli effetti del denaro a scadenza
solo dal lato della domanda di beni. E' vero che Gesell enfatizzò gli effetti
del denaro a data sulla domanda di beni, perché quello era allora il problema.
Ma il denaro a data ha effetti anche sul lato dell'offerta di beni, ovvero
sulla produzione poiché consente, come vedremo, di armonizzare il ciclo della
produzione con il ciclo del consumo.
Infine, ma non si tratta certo di una considerazione
di scarsa importanza, il denaro a data sottrae alle banche il potere di creare
denaro sul debito, e abbiamo visto come questo sia decisivo per la liberazione
dell’umanità dal giogo del potere finanziario. Laüfer ignora questo argomento,
e si limita a notare che i sostenitori del denaro a data di Gesell accusano
il sistema bancario di non volere il denaro a data per ragioni di potere,
mentre le sue considerazioni sarebbero decisive per considerare inefficace
la proposta del denaro a data. Magnifico esempio di come si possa nascondere
una realtà politica (il potere delle banche), dietro una critica tecnica (peraltro
pure infondata).
Se l’idea del tasso negativo trova la sua radice nel
denaro a data di Gesell, il suo sviluppo è alquanto più articolato, per le
ragioni che andremo ad esaminare in seguito.
Il tasso negativo non è certo
una grande novità.
All’inizio della pratica bancaria, veniva richiesto ai depositanti il pagamento di una somma per il deposito dell’oro e degli altri preziosi dati in custodia alla banca, e questo di fatto si traduceva nell’applicazione di un tasso negativo sul deposito.
Le banche svizzere per molto tempo hanno applicato ai depositi provenienti dall’estero un costo di gestione maggiore dell’interesse erogato, e anche questa pratica si traduceva di fatto in un tasso negativo sul deposito.
Ciò era reso possibile dalle garanzie di sicurezza che la neutralità della Svizzera offriva ai depositanti, oltre all’affidabilità nel deposito e alla riservatezza assoluta.
Di fatto, la Svizzera, così come gli altri paradisi fiscali, è stata, una manna fino a pochi anni fa, per dittatori, ladri, speculatori, evasori fiscali e truffatori [54] . Poi, quando le mutate condizioni internazionali e l’azione di una magistratura più indipendente dal potere politico, hanno messo allo scoperto diversi scandali, il potere finanziario svizzero ha cominciato a declinare.
Insomma, il tasso negativo applicato da quelle banche costituiva, di fatto, il prezzo del silenzio e della correità.
Recentemente, nella primavera del 2002, il tasso negativo è stato applicato da Warren Buffett ad un prestito obbligazionario convertibile nelle azioni del suo stesso fondo.
Lo scopo, evidentemente, era quello di alzare la quotazione delle azioni del fondo, e d’altra parte Buffett non aveva alcun bisogno di denaro liquido, considerato che al momento dell’emissione del prestito, il suo fondo aveva una liquidità di oltre sette miliardi di dollari.
Ancora più recentemente, nell’inverno del 2002, la banca internazionale ABN Amro ha concesso un prestito in yen a Société Genérale al tasso negativo dello 0,1% annuo per dieci anni. Anche qui lo scopo è di tutelarsi da una deflazione che si prevede sarà maggiore del tasso negativo previsto in Giappone.
Da un altro punto di vista, possiamo dire che,
in un certo senso, l’inflazione è l’applicazione di un tasso negativo al denaro,
poiché alla fine l’effetto è il medesimo, vale a dire quello di una perdita
continua del potere di acquisto della moneta. La differenza di immediata evidenza
è che mentre nel tasso negativo la perdita è costante e predeterminata, nell’inflazione
la perdita è incostante ed imprevedibile
[55]
L’inflazione è vista a volte come un nemico da combattere altre volte come un male necessario, altre volte ancora come un toccasana. In genere, le discussioni sull’inflazione sono infarcite di luoghi comuni e di banalità prive di significato reale. Questo non solo sui mass media ma soprattutto nelle pubblicazioni specialistiche.
Il punto è che non sono mai stati esaminati compiutamente gli effetti in un sistema economico dell’applicazione di un tasso negativo agli strumenti finanziari e non se ne conosce, quindi, l’effettiva potenzialità.
L’introduzione del tasso negativo nell’economia modifica in maniera radicale l’organizzazione della produzione, determina le condizioni per un efficace controllo sull’andamento del ciclo economico, e determina le condizioni di un pieno sviluppo delle forze produttive. Allo stesso tempo, il tasso negativo consente di uscire dall’economia del debito, con tutte le conseguenze di ordine politico che questo comporta.
La teoria del tasso negativo comporta una diversa definizione dei concetti di ricchezza e di produzione. In particolare, come abbiamo visto, ogni attività immateriale è produzione di ricchezza e la loro irruzione nel sistema economico ha reso necessaria la crescente smaterializzazione del denaro e la creazione della moneta segno.
Sembra strano che sia necessario dimostrare quello che è sotto gli occhi di tutti e che peraltro sembra accettato comunemente, poiché nel calcolo del PIL di qualsiasi nazione i servizi e le attività immateriali entrano a pieno diritto nel novero delle attività che producono ricchezza.
Ciononostante, gli strumenti di analisi economica non tengono affatto conto della differenza ontologica che intercorre tra una produzione materiale e una immateriale. Anzi, per molti economisti questa differenza non esiste e le attività immateriali appartengono, comunque, ad una specie di secondaria importanza rispetto a quelle materiali.
Le conseguenze sono paradossali. Rispetto alla prima metà del ventesimo secolo, i rapporti di produzione sono cambiati in maniera radicale ma nessuno sembra essersene accorto fino in fondo e gli strumenti di indagine e di intervento sono rimasti quelli del secolo scorso.
Allo stesso tempo, in maniera del tutto empirica, e provenendo da punti di vista affatto diversi, gruppi di persone e di società stanno cercando di porre rimedio a quello che è il problema principale e che sta sotto gli occhi di tutti.
Nonostante la nostra ricchezza sia di gran lunga maggiore di quella dei nostri nonni o dei nostri antenati, mancano gli strumenti finanziari per poterla raggiungere e sviluppare.
In poche parole, alla maggior parte della gente mancano i soldi.
E così, esperimenti come quelli dello Eiar, o delle LENS inglesi, oppure le Ithaca Hours newyorkesi [56] , stanno a dimostrare che per scambiarsi servizi la gente ha necessità di una misura delle proprie prestazioni e che senza una moneta segno gli scambi non sarebbero possibili.
Il problema è quindi che è necessario trovare un sistema di monetazione abbastanza elastico da essere adeguato alla quantità di beni e servizi che vengono prodotti in un dato momento in una società, che non generi debito, e che quindi non cresca su sé stesso, e che, pertanto sia legato alla sorte ed alla durata nel tempo dei beni che ha contribuito a far creare.
Entrando nello specifico, mi propongo di dimostrare che:
1. Le emissioni monetarie sono soggette alla funzione del tempo e che pertanto devono essere commisurate ad esso. Inoltre tale misura è una funzione dell’obsolescenza dei beni per i quali sono state eseguite le emissioni monetarie.
2. La funzione del risparmio è legata intrinsecamente alla logica dell’accumulazione monetaria e questa all’interesse sul denaro. E’ possibile costruire un’economia in cui il risparmio non sia affatto determinante per ottenere i capitali necessari agli investimenti e nel quale l’interesse sul denaro sia bandito.
3. L’andamento del ciclo economico è determinato essenzialmente dalla creazione della relativa moneta, ed è pertanto possibile innescare un ciclo virtuoso utilizzando i diversi strumenti di controllo sulla moneta consentiti dal tasso negativo.
4. L’armonizzazione del ciclo deve risultare dall’azione congiunta di interventi a livello nazionale con politiche locali, nel rispetto assoluto delle dinamiche del mercato.
Il tasso negativo tende a ridurre la funzione di merce del denaro e ne esalta la funzione di mezzo di scambio.
E’ possibile costruire all’interno di questo sistema società e gruppi che agiscano indipendentemente dal sistema finanziario ordinario e che interagiscano con il sistema economico finanziario ordinario. Come abbiamo visto, chiameremo FAZ (Zone Finanziarie Autonome) queste società. Il loro obiettivo sarà quello di prefigurare la più generale riforma del sistema finanziario ed economico.
In passato, la realizzazione concreta dell’idea di un denaro di decumulo (o gravato da tasso negativo), fu tentata da Silvius Gesell, che provò ad applicarla nel governo comunista della Baviera del 1919 la cui brevissima durata, però, non consentì alcun esito all’esperimento. Altre applicazioni del tasso negativo, furono tentate in alcune regioni d’Europa subito dopo la crisi del ’29, contribuendo a risollevare le economie locali, ma vennero tutte spazzate via dai venti di guerra che travolsero il vecchio continente subito dopo.
In realtà, il denaro di decumulo non è esattamente un titolo finanziario a tasso negativo, anche se, agli effetti pratici, cambia poco o nulla. Sia il denaro di decumulo che i titoli a tasso negativo perdono il loro valore con il decorso del tempo fino a scomparire definitivamente.
Il denaro di decumulo, però, presuppone un’Autorità Centrale che determini il tasso, e poiché si tratta di denaro, questo non può che essere uguale per tutte le emissioni. Infatti, come il tasso di sconto è applicato nei confronti di tutti gli istituti bancari, così il tasso negativo sulle emissioni monetarie ovvero l’imposta sul denaro che ne costituisce una variante meramente nominale ma identica negli effetti, deve essere il medesimo per tutta la massa monetaria.
I Titan, invece, sono strumenti propri della finanza locale, sia pubblica
che privata, e per loro natura possono essere emessi a tassi di interesse
diversi, e non hanno bisogno di alcuna autorità centrale che li emetta.
I Titan, quindi, possono essere emessi, a determinate condizioni, da enti pubblici, da società e gruppi privati, e da banche.
Queste emissioni rendono concreto e definiscono un concetto di partecipazione all’impresa che va ben al di là del semplice acquisto dei titoli azionari.
Coniare ed emettere moneta è da sempre la principale prerogativa del potere. La mappa del potere è radicalmente cambiata negli ultimi decenni e le vicende della moneta ne descrivono in maniera efficace le vicissitudini.
I Titan sono, per questo aspetto, uno strumento di affermazione del potere locale contro quello centrale, e quindi, sono uno strumento di libertà.
Inoltre, la loro emissione e circolazione avviene sotto il controllo di tutti, smascherando definitivamente l’inganno nascosto dietro le ipocrisie del potere finanziario.
Il Tasso Negativo è lo strumento che supponiamo essere utilizzabile al fine di impedire in maniera automatica l’accumulazione monetaria.
In un’economia dell’accumulazione è naturale che lo strumento principale dello scambio, il denaro, sia anch’esso assoggettato alle stesse regole dei beni oggetto dello scambio.
Questa “naturalità”, a dire il vero, stride in maniera evidente con alcuni precetti etici e logici ritenuti da filosofi, giuristi e religiosi di fondamentale importanza.
Anche altre istituzioni del sistema dell’accumulazione, stridevano in maniera evidente con principi etici fondamentali, senza che questo però, avesse suscitato la ribellione degli stessi filosofi, giuristi e religiosi.
E’ chiaro, ad esempio, che la schiavitù contrasta con il principio etico fondamentale della pari dignità di tutti gli esseri umani, eppure i filosofi l’hanno considerata conseguenza di una legge naturale, i giuristi l’hanno regolamentata e i religiosi l’hanno anch’essi tollerata purché ne fossero mitigate le asprezze.
L’innaturalità dell’interesse e dell’accumulazione monetaria era riferito dagli antichi alla considerazione che dalle cose inerti, e tale doveva essere considerato il denaro, non potevano venire frutti che erano invece propri degli esseri viventi. Ciò che sfuggiva loro è che l’accumulazione era il presupposto del potere e la sua giustificazione storica.
Mediante l’esercizio del potere e con l’uso della forza, gli uomini regolavano una distribuzione dei beni prodotti o raccolti che era divenuta insufficiente rispetto alle necessità.
L’accumulazione svolgeva una funzione di garanzia, ed era quindi indispensabile per la sopravvivenza dei singoli e della comunità. Anche la schiavitù trovava la sua giustificazione nella logica dell’accumulazione. Solo con un atto di violenza era possibile convincere degli uomini a lavorare duramente, cedendo buona parte del frutto del proprio lavoro ad altri uomini per garantire loro la sopravvivenza e un relativo benessere.
Nell’antichità era abbastanza chiaro che la scarsità delle risorse fosse il problema. La mitica età dell’oro non conosceva né guerre né miseria e si fondava sulla pastorizia e sulla raccolta dei frutti della terra.
Nel mito dell’età dell’oro, insomma, gli antichi descrivevano una società perduta, fondata sull’economia del dono e del consumo rituale, una società in cui l’abbondanza dei beni accomunava gli uomini e li rendeva più miti e più saggi (oltre che decisamente più felici).
Nei libri di storia, si mostra ai ragazzi l’ingenuità di quelle tribù “primitive” che cedevano ai conquistatori europei il proprio oro in cambio di specchietti e perline colorate.
Li chiamiamo primitivi perché non conoscevano il “valore” delle cose e quindi cedevano oggetti che per noi hanno un grande “valore” in sé in cambio di altri oggetti che non ne hanno affatto. Insegniamo ai ragazzi un assurdo nel quale ci ha indotti la logica dell’accumulazione, che le cose, cioè, abbiano valore in sé, indipendentemente dagli uomini.
E’ questo rovesciamento della
relazione tra il vivente e l’inanimato, che rende in realtà gli occidentali
primitivi rispetto alle tribù più sperdute del mondo.
E’ questo mettere il valore al di fuori dell’umano, che è fonte della violenza e della prevaricazione. Gli uomini sono spinti alla violenza poiché, per tutelare la propria esistenza, devono difendere il sé stesso che è posto al di fuori di sé, appunto nel valore delle cose.
Quella che per gli antichi era la sacralità della vita, diventa per gli occidentali la sacralità delle cose depositarie della vita.
L’insicurezza dell’esistenza indotta dalla scarsità delle risorse e dalla violenza necessaria per garantirsela, sposta l’area del sacro dalla vita in sé alle cose che la rendono possibile.
Se c’è una ragione per cui è nata la metafisica, la ritroviamo in questa violenza alla natura umana che deriva dal salto di paradigma indotto dalla necessità di assicurarsi l’esistenza.
In questo salto trova la sua giustificazione anche la nascita del tempo e dello spazio come misura della sicurezza di vita.
La garanzia dell’accumulazione è nel futuro, mai nel presente. E’ il futuro ad essere luminoso e sereno, mentre il presente è oscuro e miserabile. Sotto la spinta della paura della morte per fame, ad imitazione dell’avaro di Molière, gli uomini rinunciano a vivere il presente della propria condizione umana concreta.
La speranza vissuta nel sogno gli fa dimenticare la miseria del presente e gli uomini non esitano a servirsene pur di allontanare il timore. Il pastore vive la concretezza del pascolo che, oggi, è necessario al suo gregge. Il contadino vive la speranza dei frutti che i semi gettati oggi daranno domani.
Il tempo, è l’intervallo tra un atto compiuto oggi – la semina – e quello che si spera di compiere domani – il raccolto -.
Il tempo dell’attesa è popolato di incubi e di sogni. Il potere dà concretezza ai sogni ed allontana gli incubi.
Lo spazio è quello del campo necessario per garantire la sopravvivenza al gruppo. In quanto tale, è visto come spazio vitale, poiché da esso deriva la vita del gruppo, che esso sia una famiglia di poveri contadini o un impero che si estende tra gli oceani. Per definizione lo spazio, nella logica dell’accumulazione, è sempre insufficiente, poiché in esso è logicamente impossibile addivenire ad una piena soddisfazione dei bisogni. I bisogni, infatti, sono infiniti, e i frutti del lavoro nello spazio, per quanto esso sia limitato sono accumulabili all’infinito (appunto per garantirsi contro infiniti anni di carestia), mentre lo spazio in sé è finito e limitato [57] . Per la logica dell’accumulazione, per quanto esteso sia lo spazio conquistato, esso non potrà mai soddisfare tutti i bisogni indotti da un’accumulazione infinita.
Non tanto la crescita demografica in sé, ma la sola possibilità che essa avvenisse, rendeva necessaria la ricerca di altro spazio, e la consapevolezza di quanto esso fosse limitato pesava in maniera angosciosa sulla coscienza di quegli uomini. Il potere legava indissolubilmente la vita allo spazio ed al tempo di cui esso stesso concepiva la durata e le dimensioni. Perciò, al di fuori di quello spazio e di quel tempo la vita era insensata, impossibile da vivere [58] .
Una società in cui il denaro non sia accumulabile, deve quindi necessariamente affrontare per primo il tema della sicurezza, proprio per evitare che il sogno di sicurezza che illusoriamente dona il denaro, si trasformi nell’incubo dell’incertezza permanente.
Il denaro ci dona la sicurezza del futuro. Viviamo nella certezza che la somma di denaro che possediamo oggi ci assicurerà domani contro il rischio di morire di fame o contro l’invasione del nostro spazio vitale.
Convinzione quanto mai strana, se rapportata all’evidente inutilità ai fini della sopravvivenza del denaro senza una società che lo accetti universalmente, ma che è diffusa ovunque e radicata come un dogma.
E’ questa la ragione essenziale per cui ritengo necessario legare indissolubilmente
ogni discorso sul rovesciamento dell’accumulazione monetaria al Reddito di
Cittadinanza.
Senza un diverso concetto di sicurezza, non si esce dall’economia dell’accumulazione. I Titan, quindi, sono pensati espressamente come uno strumento finanziario proprio di un’economia del consumo e adatto a garantire la distribuzione di Reddito di Cittadinanza.
I Titan implicano l’idea che il denaro non abbia alcun valore in sé, se non come puro mezzo per favorire gli scambi e la creazione di ricchezza.
Essi implicano anche che neppure le cose abbiano alcun valore in sé se non in relazione con le persone che le usano.
Ovviamente, questa mancanza di valore intrinseco si estende anche ai prodotti immateriali. Questo non significa che le cose, materiali o immateriali che siano, non possano avere un prezzo, che si esprime appunto in una misura convenzionale che chiamiamo denaro.
I prezzi stanno ad indicare le relazioni delle cose tra loro e la misura degli scambi, non il valore delle cose che non esiste in sé ma è sempre riferito agli uomini che quelle cose desiderano [59] . In altri termini, trovo abbastanza soddisfacente, per la determinazione dei prezzi, la teoria marginalista, che appunto riferisce il meccanismo di determinazione dei prezzi al grado di soddisfazione di ciascuno rispetto ai beni che intende acquistare.
Che i prezzi abbiano sempre meno attinenza con un presunto valore oggettivo delle cose è evidente dall’andamento assolutamente schizofrenico di essi per molte cose nella nostra società [60] .
Nonostante la legge indichi i criteri di determinazione dei valori delle azioni delle società, il loro prezzo esula completamente dai presunti valori determinati a sensi di legge, e questa stessa determinazione oscilla in misura paurosa se consideriamo il margine di incertezza che accompagna le singole valutazioni.
Un immobile, un macchinario, un magazzino assumono un “valore” del tutto arbitrario al di fuori del contesto temporale e fisico nel quale sono collocati [61] .
Lo stesso concetto di debito ha assunto una dimensione diversa nelle valutazioni degli esperti in funzione della sua capacità di sollecitare la produttività dell’unità considerata. D’altra parte il debito in sé è un grande inganno se pensiamo che esso è necessario per gli investimenti e per la crescita delle aziende e che senza questa crescita, ogni impresa è destinata a scomparire.
Nella società dell’accumulazione, il debito è necessario come gli operai, gli impianti e le materie prime sono necessari in una fabbrica.
Dal punto di vista
dei produttori, il denaro a tempo suscita due ordini di obiezioni.
Il primo attiene
al fatto che senza l’accumulazione del capitale sarebbe difficile se non impossibile
mettere insieme le risorse per gli investimenti.
Il secondo ordine
di questioni attiene alla difficoltà di creare profitto, e quindi alla mancanza
di motivazioni per gli imprenditori a correre i rischi dell’impresa senza
ottenere adeguati benefici.
La prima obiezione
presuppone che il capitalismo sia un assoluto. In altri termini, senza l’accumulazione
del capitale non sarebbero possibili gli investimenti e quindi le imprese.
Abbiamo già visto che non è così, che l’accumulazione monetaria è un caso,
tra i tanti che la storia offre, di strumento per l’aggregazione delle risorse
necessarie per l’esercizio di un’impresa.
Il capitalismo,
consiste proprio nella manifestazione in forma monetaria di una forza per
l’aggregazione delle risorse e, in questo senso, il capitale è realmente metafisico.
Il nostro obiettivo
è quello di uscire da questa dimensione metafisica e riportare gli strumenti
nell’ambito del mondo della fenomenologia. Come vedremo il tasso negativo
consente alle “Banche del Movimento”
di emettere denaro sotto forma di obbligazioni e di finanziare in questo modo
le imprese, sia per la loro nascita che nel corso della loro esistenza.
Insomma, il rovesciamento
indotto dall’idea del tasso negativo consiste proprio nel rimettere il sistema
con i piedi per terra e restituire alla creatività umana il ruolo preminente
di strumento per l’aggregazione delle risorse al fine dell’esercizio dell’impresa.
In questo senso
il capitale perde la sua natura metafisica, perché smette di essere l’agente
della aggregazione delle risorse, e ritorna sulla terra restituendo agli uomini
il loro ruolo di creatori e di trasformatori del mondo.
Questo ruolo è
equamente diviso tra il singolo imprenditore e la collettività, ed entrambi
devono partecipare alla costruzione del progetto di impresa. Questo non è
molto diverso da ciò che accade ora, nel senso che le imprese sono necessariamente
molto sensibili ai desideri ed al gusto dei consumatori.
Qui, però, non
si tratta di riconoscere ai consumatori un ruolo di silente presenza passiva
che hanno attualmente, ma al contrario un ruolo decisamente attivo fino al
punto da essere determinante per gli investimenti.
L’intento non è
quello di perseguire un’astratta giustizia sociale, ma la ricerca di una maggiore
efficienza e soddisfazione per tutti i soggetti sociali.
Il problema dell’economia
dell’accumulazione consiste nel fatto che alla ricchezza di qualcuno corrisponde
necessariamente la povertà di qualche altro, in genere della maggioranza della
popolazione. E poiché l’accumulazione dei beni (id est
dei capitali) può essere teoricamente illimitata, alla enorme ricchezza di
pochi deve corrispondere necessariamente l’enorme povertà di molti.
Però, quello che
è inevitabile in un’economia dell’accumulazione, è del tutto insensato in
un’economia del consumo, nella quale cioè la ricchezza non coincida con l’accumulazione
di beni che di per sé non sono accumulabili, ma con il consumo o la fruizione
di essi. Era insensato accumulare frutti per il raccoglitore e conservarli
per vederli marcire, è insensato accumulare capitali che derivano da beni
fruibili collettivamente per poi veder deprimere quella stessa produzione.
Il produttore di
film o software, e in generale il produttore di immateriale, come abbiamo
già visto, non può accumulare il proprio prodotto, ma deve distribuirlo tra
il maggior numero di persone, a differenza del produttore di acciaio o di
petrolio che si trova perfettamente a suo agio nella logica dell’accumulazione.
Il produttore di
immateriale, per perseguire il proprio interesse, deve avere un comportamento
di fatto solidale, anche se le sue intenzioni sono agli antipodi della solidarietà.
Il produttore di acciaio e di petrolio, continuerà a costruire silos dove
stivare il suo prodotto proprio come i principi-contadini
costruivano silos per stivarvi il grano e gestire attraverso la gestione dei
depositi il potere sui propri sudditi.
Sono convinto che
l’unico modo per costruire una società migliore, sia quello di perseguire
allo stesso tempo efficienza e solidarietà attraverso il coinvolgimento di
tutti i suoi membri.
Questo coinvolgimento,
però, non deve e non può fondarsi sul volontarismo o sul sacrificio di spazi
personali di libertà o di disponibilità. In questo caso, il sistema non potrebbe
sostenere l’inevitabile usura della volontà che gli stessi fondatori finirebbero
per subire.
Il coinvolgimento
deve fondarsi sulla convinzione che un comportamento solidale è più conveniente
di un comportamento egoistico. La teoria dei giochi ha dato una dimostrazione
abbastanza convincente di questo assunto: la cooperazione tra i soggetti è
certamente un comportamento più “utile”
della non cooperazione
[62]
. Sullo stesso principio, come abbiamo visto, si fonda l’open
source.
Se dobbiamo costruire
strutture, dunque, esse devono essere pensate in modo che nel loro funzionamento
sia di immediata evidenza, per la nostra capacità di percezione, la maggiore
utilità del comportamento solidale rispetto a quello egoistico.
Per quanto concerne
la partecipazione alle decisioni sull’avvio di un’impresa, già oggi, di fatto,
qualsiasi impresa deve avere un mercato per poter aspirare a qualche possibilità
di successo. Il mercato, da questo punto di vista, rappresenta la adesione
acritica di un numero congruo di persone agli obiettivi dell’impresa e la
gradevolezza del prodotto che sarà immesso sul mercato.
L’idea è di rendere
tutto ciò più efficiente, sollecitando la consapevolezza dei consumatori,
insomma di addivenire ad una partecipazione critica e consapevole dei consumatori
ai fattori che determinano il mercato. Indirizzando le scelte di produzione,
le persone determinano la direzione e la qualità di elementi importanti della
propria esistenza.
Insomma, dopo il
RdC, che è lo strumento della ridistribuzione minima per la garanzia dell’esistenza
di tutti, la partecipazione consapevole alle decisioni del mercato comporta
un ulteriore passo avanti sulla via della consapevolezza di sé.
E questo comporta,
certamente, una maggiore equità sociale, se consideriamo che l’esclusione
dalle decisioni e l’ignoranza sono elementi importanti nella determinazione
di ingiustizia sociale.
Oltretutto, questo
finisce per intaccare una delle principali fonti dell’egoismo del mercato,
poiché per quanto le imprese siano indirizzate al profitto ed alla competizione,
la decisione collettiva sulla produzione necessariamente terrà conto di un
interesse ed una visione più generale di quella che possa essere alla portata
di un Consiglio d’Amministrazione o di un’assemblea di azionisti.
Anche se la collettività
che assume la decisione non è che una frazione minima di quella in cui il
prodotto andrà ad interagire, il grado di rappresentatività delle diverse
posizioni al momento di assumere la decisione sarà comunque un derivato degli
interessi globali della collettività.
Dal punto di vista
dei consumatori, il denaro a tempo rappresenta un problema solo dal punto
di vista della sicurezza, poiché con esso il risparmio ne risulta penalizzato.
Ma proviamo a ragionare. Intanto, come sappiamo, il risparmio come motore
degli investimenti è divenuto da tempo una chimera. Per la maggior parte della
gente il risparmio stesso è divenuto pressoché irrealizzabile, date le difficoltà
di avere un lavoro stabile, l’incertezza sui costi della vita, la difficoltà
di ogni mese di mettere da parte qualcosa
per domani.
L’unica maniera
per affrontare il problema della sicurezza dal punto di vista monetario è,
come abbiamo visto, il Reddito di Cittadinanza, che sappiamo essere strettamente
connesso alla istituzione del tasso negativo.
Sul piano della
disponibilità di beni materiali, il tasso negativo favorisce un consumo ragionevole
e una tesaurizzazione sensata. La costruzione delle case, ad esempio, sarà
molto meno costosa e alla portata di tutti, così come l’acquisto di mobili
e delle altre cose che sono usuali.
L’armonizzazione
tra domanda e offerta di beni, che comporta l’adozione del tasso negativo
da parte di una comunità, rende disponibili quantità sufficienti di prodotto in ogni momento storico. Nella misura in cui
l’interiorizzazione della sicurezza che discende dal Reddito di Cittadinanza
è in grado di allontanare i fantasmi della paura, la stessa accumulazione
di beni materiali diventerà ragionevole, poiché non ci sarà alcuna necessità
di produrre per accumulare.
Il fine della produzione,
soprattutto relativamente ai beni immateriali, diventerà la realizzazione
che ciascuno potrà cercare nella creatività del lavoro. Lo stesso risparmio
individuale sarà modulato sulla sicurezza di disporre di mezzi liquidi per
affrontare un’evenienza improvvisa, ma con riferimento al RdC che sarà erogato
dalla società. C’è da considerare che con un RdC di 6.000 € l’anno, e un tasso
negativo medio del 5%, il possesso di un capitale monetario costante di 120.000
€ pareggia le entrate da RdC.
Chi non dispone
di riserve di denaro liquido e vive di RdC e stipendio o altri proventi da
lavoro, non si accorge nemmeno dell’incidenza del tasso negativo sui suoi
soldi. La gestione del RdC sarà fatta elettronicamente, e quindi il prelievo
sui conti sarà effettuato con cadenza almeno settimanale sui c/c dei soci.
Il livello del prelievo è di circa lo 0,09% alla settimana, che significa
che su un deposito medio di mille euro il prelievo è di 90 centesimi alla
settimana. Praticamente irrilevante per chiunque.
E’ possibile che
per sfuggire al prelievo, qualcuno possa pensare di tornare al baratto e di
non utilizzare i titan come mezzo di pagamento? Forse sì, relativamente ad
alcune operazioni particolari nelle quali il “valore”
dei beni da scambiare sia straordinariamente coincidente. Ma a parte che questo
è escluso per le spese di tutti i giorni, relativamente alle quali è irragionevole
pensare che si possa andare in giro a proporre scambi di beni, il rischio
del baratto su transazioni di grosse dimensioni è che si debba sacrificare
una parte consistente del valore del bene per il solo gusto di non essere
assoggettati ad un prelievo automatico di minime dimensioni.
Faccio un esempio.
Chi deve comprare una casa ed ha stanziato per questa evenienza una somma
consistente, mettiamo 300.000 €, rischia di perdere in un anno il 5% sulla
somma, ovvero 15.000 € meno quello che prende a titolo di RdC vale adire 6.000
€. Per evitare il prelievo in attesa di trovare l’immobile che fa al caso
suo, potrebbe trasformare il denaro in un altro immobile qualunque da permutare
con quello che intende acquistare nel momento in cui avrà le idee più chiare.
Rischia, però, di non trovare un venditore disposto a prendere in permuta
proprio quell’immobile che lui ha frettolosamente acquistato allo scopo di
sfuggire al tasso negativo, oppure di trovarne uno che svaluti il suo acquisto
di una percentuale superiore al 5%.
Insomma, rischia
fortemente di rimetterci sull’acquisto. Di fatto, quindi, la via del baratto
è impraticabile. A maggior ragione questo ragionamento vale per le grandi
transazioni, tipo l’acquisto di un palazzo da tre o trenta milioni di euro,
o l’acquisto di materie prime da rivendere ai produttori. Il rischio anche
lì di un deprezzamento del bene acquistato è superiore al deperimento dovuto
al tasso negativo, di cui l’operatore può tenere conto nella determinazione
finale del prezzo assumendosi il rischio abituale dell’operazione commerciale.
Com’è noto gli
operatori tendono a minimizzare il rischio, non certo ad esaltarlo, e quindi
tutti preferiranno utilizzare il mezzo di pagamento usuale piuttosto che rischiare
di rimetterci anche su quello. Semmai, come accade già ora, per le transazioni
con l’estero, gli operatori cercheranno di assicurarsi contro il rischio di
cambio, che terrà a sua volta conto del deperimento da tasso negativo.
C’è un’ulteriore
ragione per cui è necessario ed utile che la collettività partecipi alle decisioni
sulla costituzione delle imprese e sui loro prodotti, ed è il fatto che il
capitale monetario che viene emesso per costruire l’impresa è giustificato
dalla capacità produttiva e di consumo della collettività. In altri termini,
considero che la proprietà del capitale monetario in una FAZ sia della collettività,
almeno per la parte che rappresenta la capacità collettiva di generare le
risorse necessarie per l’esercizio dell’impresa.
Friedrich Hayek,
economista austriaco nobel nel 1972, scrisse che l’unica definizione adeguata
di “capitale azionario” posseduto
da una società, è una lista completa dei flussi di reddito che, nel corso
del tempo, le risorse della società possono generare
[63]
. In altri termini, il capitale può essere definito solo
dai suoi effetti e non in sé.
Il fisico Frank
Tipler, citando questa definizione di Hayek, osserva che, in altri termini,
questo comporta che il patrimonio di una società consiste nelle opportunità
che i membri della società stessa hanno a disposizione. Insomma, noi viviamo
meglio dei nostri antenati perché abbiamo più opportunità di loro e questo,
tra l’altro, aumenta il nostro (della società) grado di libertà. Nessuno dei
nostri antenati avrebbe potuto comunicare in tempo reale con l’altro capo
del mondo (tramite internet) né spostarsi tra Parigi e New York in poche ore
(in aereo).
Tipler deduce da
questa considerazione che la questione della limitatezza delle risorse è un
falso problema, tramite una interessante dimostrazione matematica
[64]
.
In termini generali,
non esiste impresa che possa funzionare senza essere inserita in un contesto
sociale. Non solo perché il prodotto di ogni impresa deve avere come destinatario
la collettività (che questa sia rappresentata da un pubblico indistinto, da
un ente pubblico o da altre società private che utilizzano il semilavorato
non ha importanza), ma soprattutto perché in una società della divisione del
lavoro, senza la collaborazione è impossibile produrre alcunché. Le imprese
devono quindi riconoscere alla collettività la sua capacità di aver generato
quella cultura che ha consentito all’iniziativa più innovativa di esistere
e di impiantarsi effettivamente.
Qui è necessario
chiarire che la proprietà collettiva del capitale non comporta che l’uso di
esso debba essere necessariamente pubblico. Comporta semmai che l’uso del
capitale deve remunerare la collettività che da questo punto di vista, rappresenta
uno dei fattori di produzione.
A differenza del
collettivismo forzato e centralista, ritengo che l’uso del capitale sociale
debba essere prevalentemente privato, nel senso che esso deve essere affidato
in mano ai privati, e che questi, dopo averlo adoperato per la costruzione
dell’impresa, siano tenuti a restituirlo alla collettività con una remunerazione
sufficiente.
In una società
in cui le emissioni monetarie sono gestite secondo la logica del tasso negativo,
definiamo capitale sociale ogni emissione di denaro. Come abbiamo visto, queste
emissioni sono possibili a fronte di un progetto di creazione di ricchezza,
fatto che dà origine alla costituzione di un’impresa. La ragione per cui le
imprese sono tenute a restituire il capitale ricevuto, si trova proprio nel
fatto che questo capitale non appartiene all’impresa né all’imprenditore,
ma alla collettività, almeno per la parte rappresentata dall’emissione iniziale
nonché per gli ulteriori finanziamenti che l’impresa dovesse richiedere nel
corso della sua esistenza.
Nel sistema attuale,
questa quota di capitale viene restituita alle banche che l’hanno emessa e
serve a redimere il debito, il che comporta la riduzione della massa monetaria
nella misura in cui il prestito è restituito.
Gli interessi parimenti
pagati dall’impresa, al contrario, sono utilizzati dalla banca per remunerare
il fattore capitale (in genere sé stessa) che, come sappiamo è nelle mani
di privati.
Insomma, per l’impresa
non cambia nulla se non che la proprietà collettiva del capitale comporta
un costo decisamente inferiore del capitale stesso e quindi una riduzione
degli oneri finanziari nella gestione dell’impresa.
Inoltre, la partecipazione
della collettività alla costruzione dell’impresa consente a questa di conoscere
sin dall’inizio con una certa precisione il tipo di accoglimento che avrà
il suo prodotto nella collettività, e quindi di determinare con maggior precisione
di adesso la quantità e la qualità della produzione.
In linea del tutto
teorica è più difficile per un imprenditore disporre di capitali propri per
l’esercizio dell’impresa, poiché il tasso negativo rende difficoltosa l’accumulazione
di ingenti somme. Ma questo è in realtà un caso di scuola che si verifica
raramente. In genere, infatti, gli imprenditori rischiano solo in minima parte
il proprio capitale e si avvalgono di capitali di terzi, procurandoselo o
in banca o in borsa oppure presso privati.
Nella pratica,
le piccole imprese che hanno poco credito in banca e non sono sufficientemente
grandi per accedere in borsa, si finanziano tramite la fiducia che i fornitori
hanno nei confronti dell’imprenditore,
dilazionando il pagamento delle forniture e creando così un “castelletto” di titoli che di fatto diventa
un fido simile a quelli bancari. Emettendo titoli di pagamento scaglionati
nel tempo, di fatto molti imprenditori emettono denaro che ha la caratteristica
di essere assoggettato al rischio di impresa né più né meno che i titoli azionari
quotati in borsa (che però, almeno, qualche controllo sulla correttezza della
loro gestione ce l’hanno).
Insomma gli imprenditori
solo raramente usano capitali propri per l’esercizio e l’impianto dell’impresa.
Il tasso negativo
ha l’ulteriore effetto di ridurre il rischio di insolvenza su questa emissione
di denaro, per la semplice ragione che viene meno la necessità di emetterli
se la collettività finanzia tutti i costi di impianto e di esercizio a un
tasso che è per definizione identico a quello che potrebbe praticare un qualunque
fornitore.
E’ chiaro che i
fornitori dotati di solidità finanziaria possono avere interesse a prendere
titoli dilazionati per non trovarsi con liquidità assoggettata al tasso negativo.
Allo stesso tempo, però, l’impresa che ha necessità di liquidità, la ottiene
rivolgendosi alla BdM con maggiore facilità che non se si rivolgesse a privati.
Insomma, non c’è ragione per cui ci
si debba rivolgere a privati invece che alla BdM per ottenere liquidità.
Inoltre, come vedremo,
il tasso negativo consente una gestione completamente elettronica dei conti,
il che comporta qualche difficoltà nella emissione di titoli di pagamento
se non utilizzando cambiali che però sono gravate da costi che ne rendono
meno appetibile l’uso.
In altri termini,
il credito privato con il tasso negativo perde la sua funzione di motore dell’investimento
e della produzione e tende a scomparire.
Da un altro punto
di vista, la proprietà sociale del capitale determina un sistema completamente
diverso da quello in cui alla proprietà collettiva dei mezzi di produzione
si accompagna una pianificazione centralizzata della produzione e del consumo.
L’uso del capitale
collettivo, infatti, come ho già detto più volte, è prevalentemente destinato
a finanziare iniziative private proposte da imprenditori, cooperative, gruppi
di ogni specie e natura. Nella gestione centralizzata, invece, le decisioni
sulla produzione, insomma, le iniziative imprenditoriali, sono assunte dalle
varie sezioni in cui è articolata la gestione dell’economia, secondo criteri
che sono per lo più politici e non imprenditoriali.
Il sistema dei
Titan non elimina il profitto e l’economicità come criteri di gestione dell’impresa,
poiché se un’impresa non è in grado di restituire il capitale ricevuto dalla
collettività chiude la propria attività. Essa, quindi, deve essere gestita
secondo criteri economici.
Questo comporta
che ci saranno persone che diventeranno più ricche di altre poiché sapranno
mettere a frutto meglio di altri la propria capacità organizzativa dei fattori
di produzione e ricavare un profitto maggiore dall’esercizio dell’impresa,
né più e né meno di quanto avvenga oggi.
Rispetto al sistema
attuale, però, ci sono differenze notevolissime, sia per il fatto che questo
sistema supporta e si fonda in parte sulla distribuzione di RdC, il che comporta
la garanzia della vita per tutti i membri della società, sia perché la collettività
entra in maniera determinante nelle scelte di produzione e di consumo, sia
perché, infine, l’accumulazione monetaria cessa di essere uno strumento di
potere.
In linea di principio
non ritengo “ingiusto” che ci siano
persone che vogliano arricchirsi più di altre, purché questo non comporti
né il venire meno della garanzia dell’esistenza per tutti, né che questa ricchezza
sia usata a fini di potere secondo la logica dell’accumulazione monetaria.
Peraltro, in una
società in cui tutti hanno un Reddito di Cittadinanza, e quindi la garanzia
della sopravvivenza, la remunerazione del fattore di produzione lavoro sarà
presumibilmente più elevata che in una società in cui questa garanzia sia
assente.
Con il RdC, infatti,
viene meno la principale arma di ricatto del capitalismo nei confronti dei
lavoratori, appunto che sia il lavoro a garantirgli l’esistenza. Un lavoro
qualsiasi e a qualunque prezzo purché sufficiente ad assicurare la sopravvivenza,
un lavoro necessario perché altrimenti non si vive.
Il RdC fa sì che
ciascuno possa scegliersi il proprio lavoro, e allora la sua partecipazione
all’impresa sarà prevalentemente determinata da ragioni ideali. Tutti avranno
la possibilità di cercare un lavoro adatto alle proprie capacità ed aspirazioni,
poiché dal lavoro non verrà più la garanzia della sopravvivenza ma la crescita
e la soddisfazione personale.
Se dietro queste
ragioni ci sono, però, motivazioni di carattere economico, è ovvio che l’accettazione
di un lavoro sarà subordinata ad una remunerazione adeguata, visto che la
garanzia della sopravvivenza e di una vita dignitosa è già assicurata dal
RdC.
Come ho già dimostrato
altrove
[65]
, il RdC presumibilmente comporta un innalzamento delle
retribuzioni, mentre il sistema attuale di previdenza sociale sta determinando
una riduzione del salario reale, proprio per effetto del timore generato nell’animo
della gente dall’insicurezza del posto di lavoro.
Il RdC, per questo
verso, ha anche l’effetto di ridurre i costi sociali del lavoro, che sono
rappresentati essenzialmente dallo stress generato dall’insicurezza e dalla
competitività forzata al fine non del proprio prestigio sociale ma della sopravvivenza.
Nel mio ultimo libro “Per un’economia dal volto umano” ho avanzato l’idea che gli enti locali, Comuni, Regioni e Province, potessero utilizzare i titoli di debito, con cui lo Stato li sta indebitando dopo aver raggiunto il tetto del proprio indebitamento, per effettuare delle emissioni affatto diverse nella logica del tasso negativo. Ovviamente queste emissioni non possono essere collocate al pubblico come quelle che portano un tasso positivo. Ma la loro funzione non è quella di dare un interesse e rastrellare risparmio, anche perché il risparmio non c’è più.
L’idea è quella di emettere degli strumenti finanziari che non creino debito e non generino interessi.
I Titan sono dei titoli
finanziari destinati ad essere spesi e il più velocemente possibile, proprio
per non pagare l’interesse negativo dal quale sono gravati. Nella proposta
dei Titan ipotizzavo che essi fossero emessi da un ente locale, come un Comune,
una Provincia, una Regione, per finanziare iniziative di creazione di ricchezza.
Essi però, possono anche essere emessi da un’associazione privata, e facevo
l’esempio dei centri sociali, di cui alcuni svolgono attività di un qualche
rilievo economico.
Le società di capitali possono emettere obbligazioni secondo regole tecniche previste dalla legge. Se queste obbligazioni fossero gravate da un tasso negativo, esse funzionerebbero né più e né meno come i Titan. Ovviamente la loro emissione ha necessità di due presupposti: il primo che ci sia un numero sufficiente di persone che li accetti in pagamento di prestazioni o altri beni, e il secondo che esse vengano emesse a fronte della creazione di ricchezza che le giustifichi.
E’ necessario un contesto sufficientemente ampio per giustificare emissioni continue di titoli di questo genere, poiché solo così si possono recuperare la quantità e la qualità di beni e di servizi necessari a chiunque per vivere. Infine, in un ambiente ristretto è pressoché impossibile ricostruire un’intera filiera economica, vale a dire un processo di produzione che comprenda tutte o quasi le fasi di lavorazione di un prodotto e quindi la circolazione dei titoli sarebbe gravemente limitata da questo problema.
La soluzione è, quindi, di
avere un numero iniziale congruo di partecipanti, una o più filiere di produzione,
un istituto di emissione, ed un criterio di distribuzione razionale ed equo.
Non è semplice ottenere queste condizioni, ma è certamente possibile, poiché
queste risorse già ci sono nel movimento. Se poi i titoli emessi fossero
convertibili dall’istituto di emissione, allora il problema principale sarebbe
risolto. Insomma, con questi titoli ci si potrebbe comprare la casa e il cappuccino
al bar. Essi potrebbero esser spesi in pratica ovunque, soprattutto dopo un
certo tempo dalla loro entrata in circolazione.
Faccio un esempio di come potrebbe
funzionare il meccanismo, partendo dalla fine, ovvero dai suoi effetti.
Che ne pensate di una società
i cui soci ricevono dalla collettività, ogni mese, una somma sufficiente per
poter vivere, comprando nella società quanto è necessario a prezzi ragionevoli?
In cui ciascuno possa dedicarsi a fare quello che ritiene più adatto alle
proprie capacità, senza doversi preoccupare se produce soldi o meno, perché
comunque ha da vivere e perché comunque, quello che fa è considerato “ricchezza”?
E se vi viene il dubbio che
le imprese possano non avere interesse a partecipare ad una simile iniziativa,
vi espongo subito il ragionamento da fare ad un negoziante qualsiasi, mettiamo
il gestore di un supermercato (che è necessario che ci siano anche loro, poiché
è lì che si va a fare la spesa).
“Caro gestore, se ti mando 10.000 persone che mensilmente fanno la spesa da te, che sconto gli fai sulla spesa che essi fanno?”. Vedrete i suoi occhi illuminarsi e la mente effettuare rapidamente calcoli su quanto fatturato gli possono portare 10.000 persone. Si tratta di un sacco di soldi. Se poi gli dite che lo sconto consiste nel fatto che alla fine dell’anno sui titoli che riceve in pagamento e che restano nelle sue casse deve pagare il 5% (o l’uno per mille alla settimana il che è lo stesso), lo vedrete sorridere a trentadue denti. Perché di fatto, dato il cash flow di un supermercato, se pure alla fine dell’anno esso dovesse essere gravato dell’intero importo del tasso negativo, quel 5% sarebbe inferiore allo 0,5%. Negli esprimenti con denaro a data effettuati in passato, si è constatato che la velocità di circolazione è di circa 46 volte nel corso dell’anno, mentre il denaro normale girava non più di 5 volte.
Però è necessario che il gestore del supermercato, poi, possa andare a spendere quei titoli per comprare le cose che vi vende, altrimenti egli avrebbe una perdita secca. E a loro volta, i suoi fornitori dovranno poter spendere quei titoli presso i propri fornitori, altrimenti la perdita ricadrebbe su di loro. Questa è una filiera e noi possiamo ricostruirne alcune e poi attirare le altre nel nuovo sistema. Per una ragione semplicissima. Il sistema economico soffre di sovrapproduzione, e questo già di per sé comporta una perdita secca per gli operatori. E allora gli si pone l’interrogativo: Accettare i titoli ed il rischio che questi comportano (e cioè il fatto di dover impiegare un certo tempo per spenderli) oppure subire passivamente una perdita certa perché non si riesce a vendere i prodotti, fino al punto da dover chiudere lo stabilimento?
I produttori, in questo contesto, hanno interesse ad entrare in un nuovo sistema di distribuzione della ricchezza, che gli consente anche di accedere a fonti di finanziamento che non hanno costi propri. Quindi dopo aver fatto bene i propri conti, correranno nel sistema. Non ci interessa la ragione per cui lo faranno, ma il fatto che lo faranno.
Sembra un sogno, e invece è
possibile, e oggi, subito. Perché tutto quello che noi facciamo è ricchezza,
e non solo quello che produce profitto. Ed in questa considerazione consiste
la rivoluzione prossima ventura. Ma se è ricchezza, allora è necessario che
ogni “produzione” sia accompagnata
da un numerario che ne consenta lo scambio e l’acquisto. E questo è l’altro
punto della rivoluzione. Vediamo come dovrebbe funzionare la società che emette
i titan e che chiamiamo Banca del Movimento, e l’economia che essa può andare
a generare che chiamiamo FAZ.
[52] Silvius Gesell, Die natürliche Wirtschaftsordnung durch Freiland und Freigeld, Hans Timm Verlag, Leipzig, 1916. (L'ordine naturale mediante l'affrancamento della terra e della moneta). Su Gesell e il suo denaro a tempo cfr, il mio Un Milione al mese a tutti: subito! Op. cit. pag. 145 e segg., con particolare riferimento alle considerazioni di Fisher e Keynes e sulla questione degli equivalenti monetari.
[53]
Per inciso va notato che uno dei provvedimenti
presi dalla FED nel 1932 per ovviare alla tesaurizzazione fu proprio quello
di alzare i tassi di interesse, con la conseguenza di distruggere quel poco
di economia sana che era rimasto dopo la crisi del '29.
[54] Vedi sull’argomento, R.Nobile, Paradisi fiscali, Malatempora edizioni, Roma 2001, una mappa completa dei paradisi fiscali nel mondo e delle tecniche di evasione ed elusione fiscale.
[55] Anche nel senso che le previsioni sul tasso futuro di inflazione vengono regolarmente sbagliate dagli addetti ai lavori e più che altro sembrano svolgere una funzione politica più che scientifica.
[56] Si tratta di monete alternative emesse da varie associazioni per favorire il baratto tra gli associati. In genere le emissioni stanno a rappresentare ore di lavoro che vengono scambiate alla pari tra gli aderenti (ad esempio un’ora di giardinaggio equivale ad un’ora di musica o di un idraulico), ma in alcuni paesi queste monete hanno assunto un peso ed un’importanza notevole per molte persone che riescono a vivere delle attività generate da questi scambi. In Argentina, in particolare, oltre un milione di persone fa riferimento a queste catene di baratto per sbarcare il lunario e il loro numero cresce a vista d’occhio per effetto della crisi. Anche in Giappone e Inghilterra queste strutture sono molto diffuse, mentre in Italia, anche a causa di una legge che ha attribuito ai Comuni il compito di promuoverle, il numero degli associati e la diffusione dell’iniziativa è molto ridotta. Queste attività sono iscritte nell’ambito del no-profit, termine con cui si indicano tutte le attività svolte fuori dalla logica di impresa. A volte, però, dietro queste realtà si nascondono realtà di sfruttamento del lavoro dei volontari.
[57] Forse è per questo che essi credevano che la terra fosse piatta. Un disco, infatti, ha una superficie finita e limitata mentre una sfera ha una superficie finita ma illimitata. La convinzione della scarsità delle risorse (convinzione che era la fonte del potere), li portava a costruire un mondo chiuso, mentre quello sferico, in quanto illimitato, è aperto per definizione.
[58] Gli uomini che riuscirono nell’impresa di rovesciare questo paradigma costruirono quelle che Hakim Bey chiamò le TAZ le Zone di Autonomia Temporanea, aree in cui la vita scorreva liberata dalla logica del tempo e dello spazio del potere.
[59] Sotto questo profilo la mia critica della moneta è profondamente diversa da quella di Auriti che invece, vede la moneta portatrice di “Valore indotto” dalla circolazione. Valore di cui si appropria il potere finanziario per mezzo di un’operazione truffaldina malamente nascosta dietro un paravento di legittimità giuridica, e che deve essere restituito alla collettività Perfettamente d’accordo con Auriti su questa parte del suo discorso che condivido in pieno ed ho già più volte esposto nei miei libri. In totale disaccordo per quanto riguarda il valore, che come ho scritto più volte, considero inutile e pericoloso.
[60] Chi può dire con un minimo di ragionevolezza quanto valgono effettivamente le azioni della Fiat o quelle della Olivetti? Le valutazioni della borsa dipendono da una legge, che è quella della domanda e dell’offerta, che prescinde quasi del tutto dal patrimonio delle società e persino dai loro risultati concreti.
[61] Da qualche tempo le valutazioni del patrimonio delle società nella pratica aziendale, si fonda più sugli aspetti dinamici dell’azienda e quindi sui flussi di reddito che essa è in grado di determinare, che su presunti valori intrinseci dei cespiti aziendali. La valutazione delle società che producono immateriale, ad esempio, è da questo punto di vista esemplare, poiché esse in genere hanno una scarsa o nulla capitalizzazione, ma ciò nonostante alcune di esse producono notevoli flussi di reddito con una continuità che garantisce l’investitore in misura certamente maggiore di molte aziende di produzione materiale fortemente capitalizzate.
[62] La dimostrazione di questo assunto è stata fornita da Robert Axelrod negli anni ottanta, e ripresa in tempi più recenti da Martin A. Novak. La dimostrazione si basa sul dilemma del prigioniero ed arriva alla conclusione che, in una situazione in cui il gioco abbia infinite iterazioni, la strategia vincente sarà quella della cooperazione, adottando il “tit for tat” ovvero il rispondere ad un tradimento con un tradimento. Avendo questa possibilità di riserva, il comportamento adottato sarà quello della collaborazione che a sua volta aumenterà la fiducia e spingerà verso ulteriori collaborazioni. Che un comportamento collaborativi e solidale sia più utile ai fini egoistici di un comportamento grettamente egoistico, è noto da tempo alle religioni. L’interpretazione di questo principio era, però, che l’altruismo fosse fine a sé stesso e dettato da ragioni di ordine superiore e non da una scelta egoistica, il che, peraltro, la rendeva difficilmente praticata e certamente poco appetibile. L’asseverazione di questo principio da parte della scienza, ha chiarito questo punto. In particolare, Dawking ha dimostrato che i comportamenti altruistici verso i propri simili, e a maggior ragione, verso i propri discendenti, sono dettati dalla pulsione egoistica dei geni che hanno l’obiettivo di perpetuarsi in quella discendenza. Senza di essa, i geni morirebbero. La perpetuazione della specie, una forma scientifica dell’idea dell’immortalità dell’anima, è la fonte egoistica dell’altruismo.
[63] “Il dato usualmente detto “riserva di capitale”, si può quindi descrivere in maniera adeguata soltanto in termini della totalità di tutti i flussi di reddito tra i quali l’esistenza di un certo capitale azionario di risorse non permanenti (insieme all’andamento previsto delle entrate) ci consente di scegliere. […] Ciascuna delle parti costituenti tale capitale può essere usata in modi diversi e in combinazioni diverse insieme ad altre risorse permanenti, per produrre flussi temporanei di reddito. […] Ciò che si sacrifica per ottenere un flusso di reddito di una particolare forma sono sempre le parti dei flussi di reddito potenziali di altre forme temporali che si sarebbero potute avere in alternativa. Pertanto, l’unica descrizione adeguata della “riserva di capitale” è un’enumerazione completa della gamma dei possibili flussi in uscita di diversa forma temporale che si possono produrre con le risorse esistenti”. F. Hayek brani scelti, 1942, 1971, citato da F. Tipler, Fisica dell’immortalità, Mondandori, Mi 1994 pag. 256.
[64] “Per definizione, il numero di disposizioni possibili che si possono codificare con I bit di informazione è 2^I. Se, in accordo con Hayek, si identifica il patrimonio totale con il numero delle disposizioni possibili, si ottiene 2^I per il patrimonio della società, il quale cresce, quindi, come 2^(tempo soggettivo); si tratta di una crescita esponenziale. Poiché il tempo soggettivo va da zero a più infinito, ciò significa che il patrimonio cresce in eterno in maniera esponenziale nel tempo soggettivo.” F. Tipler, op. cit. ibidem.
[65] Cfr. il mio Un Milione al mese a tutti: subito! Malatempora, op. cit.