III.      LA RICCHEZZA

 

 

1.        Economia agricola ed economia industriale

 

Come si può affrontare questa situazione?

E’ evidente che gli strumenti tradizionali di intervento sull’economia non sono in grado di stimolare una risposta efficace e che se pure producono degli effetti positivi questi sono temporanei e soprattutto, comportano sacrifici e rinunce di gran parte della popolazione.

Questa è la conseguenza più assurda, se pensiamo che l’enorme capacità produttiva che ha sviluppato il sistema industriale moderno è in grado di soddisfare le necessità essenziali di tutta la popolazione mondiale. A maggior ragione se poniamo mente alle potenzialità di ulteriore sviluppo e vediamo che esso è frustrato dalla mancanza di mezzi finanziari, mentre le potenzialità tecniche e umane continuano a crescere in maniera esponenziale.

Mancano dunque, i mezzi finanziari mentre non manca certo la ricchezza. Ma che cosa intendiamo per ricchezza? Che cos’è la produzione di ricchezza e per quale ragione la sua crescita deve essere limitata per non creare eccessivi squilibri nel sistema economico?

 

Per millenni la ricchezza prodotta nel mondo è rimasta pressoché stabile. La produzione era essenzialmente agricola e bastava a mala pena a soddisfare le esigenze della popolazione. Quando questa era in eccesso rispetto alle capacità produttive delle terre locali, arrivava una guerra o una pestilenza o semplicemente la fame a ristabilire l’equilibrio rotto dalla sovrappopolazione.

Certo, le civiltà che hanno preceduto la nostra hanno costruito molto, hanno generato grandi idee in parte riflesse nei grandi monumenti che sono stati edificati per dare gloria eterna a quelle idee, hanno lasciato opere d’arte e letterarie ineguagliabili ed intrecciato un tessuto connettivo di relazioni e di cultura nel quale affondano le nostre radici.

Però, la loro economia è stata per migliaia di anni un misto di lotta per la sopravvivenza e di rapine, con intervalli più o meno lunghi di relativa prosperità e altri periodi di duri sacrifici e cupa disperazione.

L’idea di utilizzare per produrre mezzi e risorse diverse dalla pura forza animale (schiavi, cavalli e buoi) è propria dell’inizio dell’era industriale, nonostante gli antichi conoscessero perfettamente la maniera di costruire macchine anche complesse e le utilizzassero per scopi diversi dalla produzione.

Molti dei principi sui quali si fondano le nostre macchine, erano noti ai matematici ed ai fisici greci e romani e, “dimenticati” dopo la caduta dell’impero romano per molti secoli, furono, poi, riscoperti dal rinascimento in poi.

Con l’industrializzazione, l’umanità ha cominciato a svincolarsi dall’economia del bisogno ed a produrre regolarmente un’eccedenza significativa rispetto a quanto necessario per soddisfare i propri bisogni immediati.

Sono passati solo duecento anni dall’inizio del fenomeno, e non è strano che il nostro concetto di ricchezza sia ancora legato a quello che ha spinto per millenni l’umanità alla guerra, alla rapina e alla schiavitù.

Nota Galbraith[25], che l’economia agricola è essenzialmente schiavistica mentre quella industriale non lo è. L’asservimento nell’industria si esprime in una forma del tutto diversa, e la relazione giuridica propria dello schiavismo non è affatto adatta a quella produzione.

Sta di fatto che la schiavitù è stata una realtà legale fino a centocinquanta anni fa nel mondo occidentale e fino a pochi anni fa in alcuni paesi dell’Africa (dove peraltro, essa viene tuttora praticata), e che solo nel secondo dopoguerra, ovvero da meno di sessant’anni, lo schiavismo è stato considerato un crimine contro l’umanità. C’è anche da considerare che ancora oggi in molti paesi la schiavitù viene praticata impunemente, nonostante la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e che il numero effettivo degli schiavi attualmente nel mondo si calcola tra i cinquanta e i duecento milioni.

Con questo voglio dire che non è facile estirpare l’idea che il possesso di un uomo e delle sue qualità fisiche e morali sia una ricchezza invece che un crimine contro l’umanità. Il riflesso di questa antica abitudine è nell’atteggiamento nei confronti degli immigrati, a volte trattati peggio delle bestie e considerati, anche a livello legislativo, come mere forze di lavoro che possono godere di diritti non in quanto esseri umani ma in quanto “cose produttive”.

Questa aberrazione è figlia dell’etica del lavoro, per la quale l’uomo in tanto esiste in quanto è produttore di ricchezza.

L’uomo che consuma non ha diritto all’esistenza nel mondo disegnato dall’etica del lavoro. Ciò sembra in contraddizione con la considerazione generalmente accettata nella società del consumo, nella quale il ruolo dell’uomo e la sua essenza dipendono, appunto, dalla qualità e dalla quantità del suo consumo.

Questa contraddizione spinge verso un’idea dell’uomo come produttore-consumatore, cioè come colui che deve produrre il più possibile e consumare il più possibile per avere il diritto di essere considerato nella società.

Le due cose sono però storicamente contraddittorie, come abbiamo visto. In una società contadina l’uomo che produce non può essere l’uomo che consuma, poiché altrimenti sarebbe libero, mentre l’essenza della relazione di potere nella società agricola è la schiavitù (che si è perpetuata in varie forme fino ai nostri giorni, o come schiavitù legale o come servitù della gleba).

Nella società industriale l’uomo non può essere schiavo perché deve essere anche consumatore (fino a divorare sé stesso come faceva l’antico signore dell’universo Cronos con i suoi figli). La modernità esige che l’uomo sia produttore e consumatore allo stesso tempo, con ciò negando la natura stessa del potere. Nelle società antiche, infatti, i produttori erano gli schiavi, mentre i consumatori erano i liberi, padroni della società, degli schiavi e alla ricerca della padronanza di sé.

Non è che il fatto di essere consumatori renda liberi, tutt’altro. Gli uomini sono spinti al consumo per la necessità del sistema produttivo di crescere, e di quello finanziario di esercitare attraverso il debito il proprio potere. Attraverso il consumo si esercita, quindi, una forma più moderna di potere. Però è indubbio che ci sia una contraddizione tra la forma arcaica e diretta di potere e quella moderna e indiretta rappresentata dalla spinta verso il consumo.

                                 

 

 

2.        La questione della coscienza

 

Nella più remota antichità gli uomini non avevano alcuna coscienza individuale.

La personalità si esauriva nella consapevolezza di essere parte di una comunità, alla quale il singolo tributava la propria intera esistenza. Il concetto di anima nasce nella società greca con l’inizio della tragedia, anche se in Eschilo esso è ancora indistinto e solo con Sofocle e meglio con Euripide assume una propria valenza particolare.

Insomma, con la tragedia greca nasce la coscienza individuale come distinta dalla coscienza collettiva. Che questo fosse un problema essenziale è dimostrato dalla sorte di Socrate, il cui sacrificio dipese proprio da questa contrapposizione cui egli rispose semplicemente sottoponendovisi e riconoscendone la funzione essenziale per la conservazione della comunità.

La nascita della psiche greca, però, non comporta ancora una contrapposizione interna all’uomo stesso tra corpo e anima.

La coscienza di sé non comportava alcuna separazione. Emergeva, semmai una contraddizione tra chi aveva l’anima e quindi coscienza di sé, e chi non l’aveva. Gli schiavi, in quanto non liberi di disporre del proprio corpo, non avevano l’anima, così come per la medesima ragione, non l’avevano le donne. Solo chi disponeva pienamente del proprio corpo poteva avere coscienza ed aveva certamente un’anima dentro il proprio corpo.

Con il Cristianesimo la questione si rovescia. Il Cristianesimo, infatti, attribuisce un’anima a tutti gli uomini, indipendentemente dalla propria condizione sociale e giuridica. Insomma, separa l’anima dal corpo e questo evento assunse allora un carattere particolarmente rivoluzionario, poiché creava un ambito sul quale il potere non aveva alcuna influenza.

Il potere dell’imperatore, diretta conseguenza del modo di produzione agricolo, era esercitato direttamente sul corpo. Il tributo alla dignità imperiale, cui erano tenuto tutti i popoli soggetti a Roma, era una manifestazione meramente esteriore che aveva la funzione di sancire la sacralità del potere imperiale, ma non pretendeva di estendersi all’anima degli individui, anche perché il presupposto era che la maggior parte di costoro ne fosse del tutto priva. Attribuendo l’anima a tutti, il Cristianesimo crea una categoria del tutto nuova della coscienza, sulla quale l’esercizio del potere è impossibile. Questa contrapposizione tra anima e corpo, tra libertà e potere si acuirà nei secoli successivi, insieme con i tentativi del potere di estendere la propria influenza all’interiorità per garantirsi un controllo più efficace di quello dell’impero romano.

Quando il Cristianesimo assumerà una dimensione metafisica e si porrà esso stesso come strumento di potere, utilizzerà un’arma potentissima per questo fine, il controllo delle intenzioni. La definizione delle intenzioni è uno strumento per estendere il controllo collettivo, e poi del potere, sull’anima delle persone, poiché assume nell’ambito della colpa non solo i comportamenti, che esprimono l’esteriorità, ma anche i pensieri che appartengono proprio all’interiorità, ovvero all’anima.

Attraverso questo passaggio, storicamente definito dall’istituzione della confessione come sacramento, il Cristianesimo cerca di riportare ad unità la contraddizione dell’anima con il corpo. Rendendo ugualmente sancibili comportamenti ed intenzioni, attraverso il meccanismo della colpa, la separazione perde la sua funzione, che era quella di sottrarre la persona all’esercizio del potere imperiale. Oltretutto la contrapposizione tra corpo e anima genera una contraddizione logica irresolubile per l’impossibilità di separare la coscienza di sé dal comportamento[26].

La parabola della separazione dell’anima e del corpo nel cristianesimo ci insegna come uno strumento rivoluzionario si trasformi in uno strumento di controllo e di esercizio di potere. Ma ci mostra anche, come per il potere sia necessario cambiare natura per continuare a prosperare. Questa dialettica è parte essenziale della storia dell’uomo. L’origine del potere mediatico è in questa storia della coscienza dell’uomo.

 

3.        Produttori e consumatori

 

La contraddizione si esprime nella forma di coscienza della libertà che la scelta per il consumo comporta.

La storia del capitalismo industriale comincia con relazioni di lavoro molto simili a quelle schiavistiche della società contadina. Gli operai lavoravano fino a sedici ore al giorno ed il loro salario era commisurato strettamente alla sopravvivenza. Il pensiero economico di allora rifletteva questa situazione nelle idee conservatrici di Malthus e in quelle rivoluzionarie di Marx.

Sotto la spinta delle idee rivoluzionarie e del cristianesimo che si battevano entrambi per migliori condizioni di vita e di lavoro per gli operai, la giornata lavorativa fu progressivamente ridotta, ma l’idea di creare un produttore-consumatore fu sostanzialmente di Ford che per fare uscire la sua fabbrica di automobili dalla crisi in cui l’aveva cacciata la Grande Depressione, prima di gettare la spugna dopo averle provate tutte, decise che restava solo di costruire automobili per venderle agli operai che le costruivano.

Per farlo, era necessario che la Ford producesse a costi molto bassi e quindi in quantità considerevoli. Nacque così nel 1935 il piano, sostenuto dal governo Roosvelt, di produrre un milione di autovetture, utilitarie tutte uguali persino nel colore, mentre fino ad allora la Ford era stata una fabbrica di auto di lusso come tutte le altre.

Ford riaprì i cancelli della fabbrica ed assunse quegli stessi operai cui due anni prima aveva fatto sparare addosso dalla polizia, perché volevano occupare la fabbrica per protesta contro i licenziamenti. Gli operai si indebitarono per comprare la macchina, e il piano di Ford ebbe successo.

Insomma, il capitalismo comprese ad un certo punto della sua storia, che era necessario che i i produttori diventassero consumatori dei prodotti che essi stessi creavano e questa idea fu alla base della ripresa economica del secondo dopoguerra.

La contraddizione tra produttore e consumatore si riflette nella contraddizione tra offerta e domanda. I produttori devono diventare consumatori altrimenti la domanda non cresce con la crescita dell’offerta dei beni, contrariamente a quanto supponesse l’economia classica con la legge di Say.

Essere consumatori non consapevoli equivale ad essere servi del sistema di potere dominante. Il consumo è di per sé uno strumento che favorisce la presa di coscienza, poiché il presupposto del consumo è la scelta.

Di conseguenza, per mantenersi il potere tende proprio ad attaccare la possibilità per l’uomo di compiere scelte consapevoli con il suo consumo, da un lato sottoponendolo ad un bombardamento mediatico per imporgli un modello di vita tutto incentrato sul consumo come fine dell’esistenza, dall’altra costringendolo a scegliere determinati beni di consumo attraverso il potere del debito.

Prendere coscienza, quindi, della potenzialità liberatoria dell’atto di consumo è un fatto rivoluzionario, che rompe il dominio del potere esercitato attraverso gli oggetti del consumo.

Nell’essere produttore l’uomo è anche produttore di sé stesso, e nel consumare consuma anche sé stesso in quanto strumento della produzione ed oggetto del processo di produzione. In questo consumare sé stesso è compreso un residuo dell’antico rapporto schiavistico, la considerazione dell’uomo come oggetto della produzione.

La relazione nella società industriale, è però complicata dal fatto che questa subordinazione dell’uomo al consumo è una relazione tutta interna alla coscienza dell’uomo. Essa è stata interiorizzata come relazione di potere ed è la fonte dell’alienazione, ovvero dell’essere altro da sé dell’uomo.

Questa alienazione è necessaria così come il controllo del potere (attraverso il mediatico e il debito) sul consumo, poiché altrimenti emergerebbe la possibilità dell’uomo di esercitare un consumo consapevole, che consiste anche nel non-consumo.

 Questo, porterebbe ad un indebolimento della relazione di potere, laddove le scelte fossero orientate dalla coscienza critica e non dalle necessità dell’apparato produttivo.

In conclusione, il consumo in sé non è un atto liberatorio, anche se, rispetto all’uomo soltanto produttore, il produttore-consumatore gode certamente di un grado maggiore di libertà. Ma si tratta di libertà potenziale, poiché, in effetti, senza la coscienza critica del consumo responsabile, non è possibile effettuare alcuna scelta.

La contraddizione produzione-consumo è una contraddizione debole, poiché esige un elevato grado di coscienza affinché essa possa tradursi in reale contrapposizione al sistema di potere.

Nel sistema è però presente anche un’altra contraddizione, che determina la necessità di una crescita della coscienza e della consapevolezza dei produttori-consumatori.

Si tratta della  contrapposizione tra produzione materiale e produzione immateriale.

Non è disgiunta dall’altra tra produttore e consumatore, poiché nella produzione immateriale le due figure finiscono spesso per sovrapporsi. I produttori di immateriale finiscono spesso per essere consumatori all’interno di un sistema di scambio nel quale ciascun produttore contribuisce per una frazione del prodotto e riceve l’intero.

Questa situazione è peculiare della produzione immateriale, nella quale il prodotto si moltiplica, al contrario di quella materiale in cui il prodotto si divide.

In particolare, la moltiplicazione dell’oggetto della produzione è vera per tutti quei beni che richiedono la collaborazione e l’impegno di una pluralità di soggetti come ad esempio il software.

Insomma, due persone che si scambiano degli oggetti restano con un oggetto per uno, due che si scambiano un’idea si trovano con due idee ciascuno.

La ricchezza immateriale ha potenzialmente una capacità di crescita illimitata a differenza di quella materiale che è soggetta ai limiti propri della scarsità[27].

La libertà dell’uomo consumatore di beni materiali è limitata dalla scarsità dei beni prodotti e dalla loro collocazione. Quella dell’uomo consumatore di beni immateriali è limitata dal tempo a disposizione e dalla capacità di apprendimento, poiché ogni bene immateriale è raggiungibile per essere “consumato[28].

Qui dobbiamo rilevare una contraddizione nel nostro linguaggio. La relazione con i beni immateriali non può essere ascrivibile all’ambito del consumo che è proprio dei beni materiali. In altri termini, la produzione immateriale modifica la stessa natura dell’uomo nell’approccio economico.

Da consumatore l’uomo diventa fruitore.

In questo senso, l’intuizione di Rifkin[29] che annette una grande importanza all’emergere di una relazione di “accesso” ai beni in luogo di quella tradizionale di “proprietà”, è, senza dubbio, fondata. Tuttavia, non possiamo riferirla ai beni materiali se non in maniera del tutto marginale, mentre l’essenziale sfugge all’analisi di Rifkin. L’accesso, nel senso di fruizione, godimento, disponibilità dei beni è essenziale per i beni immateriali, e data la loro crescente importanza nell’economia, la stessa relazione tra gli uomini ed i prodotti economici ne risulta radicalmente trasformata.

 

4.        Dal consumatore al fruitore

 

L’uomo produttore di beni agricoli necessari per la sussistenza è lo schiavo dell’antichità. La libertà consiste nel possedere un numero di schiavi sufficiente a garantirsi la produzione dei beni necessari alla vita. L’uomo libero dell’antichità, infatti, non lavora ma usa gli uomini che ha reso schiavi per il lavoro materiale. Solo in questo modo egli si garantisce la possibilità di avere una coscienza. L’anima ce l’hanno solo gli uomini liberi, gli schiavi la perdono nel momento in cui perdono la libertà.

E’ un mondo duale quello della produzione agricola per mezzo degli schiavi. Da una parte, le anime di coloro che sono abbastanza forti da potersi assicurare la libertà, e dall’altra i corpi di coloro che non lo sono stati ed il cui scopo nella vita è quello di assicurare le migliori condizioni di vita agli spiriti liberi.

Con l’industrializzazione mutano anche i rapporti sociali e la relazione dell’uomo con sé stesso. L’uomo rientra in sé, diventando consumatore dei beni che egli stesso produce. Però, questo rientro in sé, non gli dà alcuna libertà, poiché il potere sposta la sua influenza dal corpo all’anima dei suoi schiavi.

Il produttore-consumatore deve consumare i beni della produzione secondo criteri che prescindono dalle sue scelte e che vengono decisi dallo stesso sistema di produzione. Insomma egli non sceglie che cosa produrre e nemmeno sceglie che cosa consumare.

Questo processo decisionale, ovviamente non è pienamente cosciente, non esiste, insomma, il “grande vecchio” che decide la sorte di ciascuno. Si tratta di un processo di condizionamento oggettivo che avviene indipendentemente dalla volontà cosciente dei protagonisti del sistema. Il modo di produzione ha oggettivamente la necessità di controllare le coscienze in misura sempre maggiore, poiché è per quella strada che verifica quotidianamente la possibilità di sopravvivere e di crescere[30].

Semmai, la coscienza di questo fenomeno che ha inizialmente una dimensione puramente empirica, è data dalla scienza della comunicazione e dalla pianificazione delle campagne pubblicitarie. Si è, insomma, verificato che i condizionamenti a livello inconscio hanno un’efficacia maggiore sulle vendite dei prodotti della pura e semplice illustrazione della bontà del prodotto, come avveniva nei tempi pionieristici della pubblicità.

Storicamente avviene una sorta di trasfigurazione dell’uomo produttore in consumatore, processo in cui l’essere consumatore assume, mano a mano, un’importanza sempre maggiore. Nella trasfigurazione, il produttore-consumatore acquista coscienza di sé e della propria libertà. Questa coscienza di sé assume una dimensione retorica per il potere.

Se potesse esprimersi nelle cose, la coscienza di sé sarebbe rivoluzionaria e cambierebbe il mondo. Pertanto il potere ha necessità di circoscriverla in un ambito controllabile cosicché essa stemperi la sua potenzialità rivoluzionaria fino a perderla. Questo ambito è definito dalla metafisica[31].

E’ questa la necessità della natura metafisica del denaro. Esso svolge la funzione di spostare dal mondo la coscienza di ogni individuo e proiettarla in un universo in cui tutto è dominato da un pensiero altro. Che è, poi, il pensiero unico del mediatico, tradotto a livello materiale dall’unicità “divina” del denaro, fonte di ogni bene e tra questi, soprattutto, la sicurezza individuale.

Ne segue che ogni discorso sulla libertà e sull’individualità all’interno di questo sistema metafisico, assume una valenza retorica.

La retorica della libertà individuale, ed il nascondimento della coscienza come costitutiva di quella libertà, sono, quindi, gli strumenti utilizzati dal potere per riprodursi.

La retorica della libertà ha il fine di dimostrare che la liberazione dell’uomo consiste nel consumo di beni materiali, insomma nella mera materialità dell’esistenza.

Nascondendo agli uomini la coscienza di esseri spirituali, gli si nasconde anche la possibilità che essi hanno di sviluppare una coscienza critica. Se il possesso di beni materiali è libertà, qualunque bene materiale soddisfa questa esigenza e un’infinità di beni materiali fa da surrogato al bisogno di infinito. Nella materialità pura si risolve e definisce l’intera esistenza dell’uomo.

In questa ottica, i valori diventano misurabili in termini di beni materiali e la loro misura è il denaro. E quale unica misura, il denaro è onnisciente e ubiquo ed in tal modo esso diventa l’unico valore, cui tutti gli altri fanno necessario riferimento.

Man mano che il produttore-consumatore assume sempre più la dimensione del consumatore, il controllo sulla sua coscienza deve diventare sempre più completo, per evitare che egli possa appunto essere messo in grado di effettuare delle scelte che gli possano far prendere coscienza di sé. Perciò è necessario svalutare del tutto la dimensione spirituale dell’uomo, che è quella che gli consente di iscrivere la propria esistenza in un contesto di valori ai quali ispirarsi.

Sembra però abbastanza chiaro che nella retorica della libertà sia insita un’ulteriore contraddizione. La proposizione di modelli di vita che presuppongono la libertà assoluta e la ricchezza assoluta stride in maniera evidente con la realtà quotidiana, che è fatta di asservimento e di sporcizia interiore. Di fronte a questa contraddizione, le reazioni di fuga sono sempre più frequenti e la diffusione di queste reazioni alla conoscenza collettiva genera ulteriore coscienza della contraddizione.

Le immagini di splendide fanciulle e bellissimi uomini, sempre giovani, sempre sani, sempre sorridenti, ricchi e sicuri di sé, costruiscono un modello di vita assolutamente metafisico, poiché nessuno è così, e nessuno può essere così, tanto meno quegli stessi che interpretano quei personaggi nel mondo del mediatico. All’interno della loro vita si trovano le stesse contraddizioni, gli stessi compromessi, le stesse fatiche, miserie e grandezze che ci sono nella vita di ogni essere umano. Eppure, nulla della loro umanità trapela dallo spettacolo che viene inscenato, in quel momento essi non sono umani, ma dei di un universo che sta fuori del nostro mondo, appunto un universo metafisico.

La visione di un modello irraggiungibile paralizza la coscienza di sé. Gli idioti[32] finiscono per imitarne gli aspetti esteriori, il vestito, l’orecchino, il taglio di capelli, lo sguardo ammiccante. Soprattutto, l’automobile o gli spaghetti, o la bibita, che sono presentati come costitutivi di quelle personalità e di quei modelli. Oggetti della produzione, che finisce per produrre la coscienza stessa degli uomini.

Il sistema economico di per sé spinge verso la presa di coscienza di larghe fasce della popolazione. E’ difficile e sostanzialmente inutile fare qui considerazioni di carattere sociologico per i fini che ci proponiamo. Un’analisi delle classi sociali, in una società in cui le trasformazioni sociali sono divenute rapidissime non ci aiuta certamente a comprendere la direzione dei fenomeni storici, al contrario di quanto avvenisse nel secolo scorso e, ancora meglio, nell’ottocento.

Insomma, non sono la proletarizzazione della borghesia o l’imborghesimento del proletariato quelli che determinano le spinte per un mutamento radicale del sistema. C’è anche una questione terminologica, tutt’altro che irrilevante, dato che un tempo erano definiti proletari coloro che avevano come unica ricchezza i figli, mentre oggi, se non si gode di un reddito congruo e pure stabile, i figli non si possono neppure fare.

Rispetto ai nostri antenati le nostre condizioni di vita sono decisamente migliorate, anche quelle delle classi più povere. Almeno nel mondo occidentale la fame non è più un problema di massa. Ciononostante è diffusa la sensazione che si viva sempre peggio e che questo sia determinato da un peggioramento della qualità della vita, intesa come indisponibilità di tempo per la cura di sé. L’intervento massiccio del potere, mascherato da dovere sociale, nella vita degli uomini, e la sua presenza ingombrante nell’immaginario, un tempo depositario delle istanze di libertà, rende gli esseri umani sempre più estranei a sé stessi.

La perdita dell’identità è vissuta con paura e a volte con rabbia. Le esplosioni di violenza, che di tanto in tanto riaffiorano nelle periferie suburbane o negli stadi, sono il riflesso di un problema sull’identità e sul ruolo di ciascuno. E l’avidità con cui i giovani soprattutto si sono gettati su internet è la controprova che un qualsiasi “spazio libero” è la ricerca e l’aspirazione di tutti. Il respiro incessante e necessario dell’umanità.

E’ quindi doveroso ricondurre ad unità l’uomo moderno, spezzato in due tra un lavoro estraneo e una vita sociale alienante e il bisogno di trovare sé stesso.

La via per il superamento della divisione passa attraverso la responsabilizzazione delle scelte e la partecipazione effettiva alla società.

 

5.        La ricchezza e l’accumulazione monetaria

 

In una società che soffre spesso di scarsità di risorse è naturale legare il concetto di ricchezza all’accumulazione di beni.

 La ricchezza coincide con l’abbondanza, e la povertà con la scarsità di beni. Oltretutto la scarsità e l’abbondanza si riferivano essenzialmente ai beni di prima necessità, quelli necessari per mantenersi in vita. Insomma, l’esser ricchi coincideva con l’avere una maggiore speranza di vita, mentre la povertà metteva continuamente a repentaglio la sopravvivenza.

Il concetto di accumulazione è tipico della società contadina. Si accumulano infatti, le scorte alimentari che derivano dalla coltivazione dei campi, per garantirsi la semina dell’anno successivo ed assicurarsi il futuro, mentre lo stesso concetto è difficilmente applicabile ad una società dedita alla pastorizia, in cui il numero dei capi deve essere proporzionato al territorio che li ospita[33].

Oltretutto, mentre si può accumulare il grano nei depositi senza necessità di alcuna cura supplementare, non si possono accumulare capi di bestiame senza doversene prendere costantemente cura e senza foraggiarli.

L’accumulazione per il pastore ha un costo sproporzionato rispetto a quella del contadino ed è quindi antieconomica.

Ciononostante, il termine Capitale viene proprio dal latino “capita”, ovvero dal numero dei capi di bestiame che compongono la mandria o il gregge. Il capitalista è colui che possiede un numero elevato di capi di bestiame. In questo senso, la mentalità del contadino ha prevalso su quella del pastore, traducendo il concetto di ricchezza da possesso di un numero sufficiente al possesso di un numero crescente di capi di bestiame. 

La tendenza immediatamente egoistica all’accumulazione ad infinitum, anche in danno degli altri componenti la comunità, era contrastabile solo con un atto di imperio, ovvero un atto di forza istituzionalizzato. Questo, per essere giusto, doveva necessariamente essere regolato da una legge impersonale che tenesse conto dell’interesse generale, considerato superiore a quello individuale.

Questo comportamento era ovvio. La sopravvivenza del maggior numero di individui, anche a scapito dell’opulenza di un membro del gruppo, assicurava una maggiore possibilità di sopravvivenza della comunità stessa. Su questa necessità vitale per la comunità, si fonda la nascita della legge e del diritto[34].

Solo da poche decine di anni, il problema della sopravvivenza dal rischio di carestie è stato risolto nel mondo occidentale, mentre rimane tale in buona parte del terzo mondo per oltre un miliardo di persone e altri due miliardi, circa, vivono in uno stato di estrema indigenza[35].

Però, l’idea di ricchezza come accumulazione crescente di beni necessari per la sopravvivenza è rimasta assolutamente immutata nella testa della gente.

Che questo sia accaduto è naturale, se si pone mente al fatto che per migliaia di anni l’umanità ha fatto i conti con risorse scarse e con ricorrenti carestie che decimavano la popolazione.

In realtà, non è per nulla ovvio, se consideriamo il problema della scarsità delle risorse nella sua giusta dimensione. Il rovesciamento di questo punto di vista è essenziale per comprendere come sia possibile uscire da questo sistema. Il tema della scarsità delle risorse è un argomento fondamentale per suscitare negli uomini il terrore del futuro. E il terrore è lo strumento prediletto del potere. Un uomo terrorizzato è docile e disposto a tutto pur di uscire dallo stato di paura.

Il concetto di accumulazione crescente comprende l’idea che il capitale dia dei frutti. E’ così per la terra, ed è così anche per il gregge e per la mandria, anche se il frutto del gregge è meno evidente ed originariamente la sua destinazione era finalizzata al mantenimento della consistenza del gregge e non alla sua crescita infinita.

I frutti del lavoro dei campi sono invece di immediata evidenza, e la necessità del sacrificio per l’accumulazione era anche legata alla necessità di conservare una parte del prodotto per la semina dell’anno successivo. Maggiore era la parte conservata, maggiore poteva essere l’abbondanza del raccolto successivo, sempre che ci fossero altri campi da coltivare. A questo si provvedeva con le guerre di conquista.

Di conseguenza, ogni capitale cresce se dal suo impiego derivano frutti tali da costituire un insieme maggiore del capitale iniziale. Di qui, anche, la contrapposizione tra consumo e accumulazione. Contrapposizione che a noi appare evidente, poiché l’abbiamo interiorizzata in millenni di pratica, mentre se ci pensiamo bene, essa non lo è per nulla.

Infatti, se la contrapposizione ha senso rispetto ai frutti della terra ed al lavoro del contadino, essa non lo ha rispetto all’attività del pastore, che deve consumare il prodotto del gregge o della mandria per mantenerla in vita. Le mucche da latte devono essere munte, così come le pecore devono essere tosate, se le si vuole mantenere in buone condizioni.

Il consumo è quindi un evento necessario per il mantenimento stesso del capitale. In questo senso, per il pastore, il consumo è strettamente connesso al mantenimento del capitale, mentre per il contadino il consumo costituisce una perdita netta di capitale.

Per i filosofi greci e romani, così come per i pensatori cristiani, il concetto di frutto era applicabile al solo capitale vivente, ovvero la terra o il bestiame, mentre appariva innaturale se applicato al denaro o alle cose immobili. La ragione della generale condanna degli interessi, comminata anche dalla Bibbia, si trova nella considerazione che solo le cose viventi danno dei frutti e sono quindi produttive, mentre le cose immobili non sono produttive e pretendere un interesse sul denaro, ad esempio, nasconde un’indebita appropriazione del frutto del lavoro altrui o della produttività della terra.

Ciononostante, l’attività dei banchieri prosperò fiorente per tutta l’antichità, e grandi fortune durante la storia di Roma furono accumulate proprio mediante il prestito ad interesse. Cicerone ci ricorda che Bruto, l’uccisore di Cesare, pretendeva dai suoi debitori un interesse del 40% all’anno e non esitava a ricorrere ad ogni mezzo per esigerlo[36].

Peraltro, lo stesso Cesare era costantemente inseguito dagli strozzini che gli prestavano il denaro necessario per le sue imprese confidando nelle sue virtù militari e sui grandi profitti che ne sarebbero derivati[37].

Gli antichi sapevano bene che l’applicazione di interessi sui debiti faceva arricchire ancora di più i ricchi ed impoveriva i poveri e che questo metteva a repentaglio la pace sociale. Per questa ragione era diffusissima nell’antichità la celebrazione degli anni giubilari, nei quali il principale provvedimento era quello della remissione dei debiti, in tutto o in parte[38].

Durante il medioevo era vietato ai cristiani di prestare denaro ad interesse, in conformità con l’insegnamento di S. Agostino e di S. Tommaso, pena la scomunica e le pene dell’inferno. Poiché però, anche nella Roma medioevale c’era necessità di capitali, con successive bolle i Papi[39] imposero agli ebrei, dannati per definizione, di prestare il denaro, confinandoli in una zona ben delimitata della città dalla quale non potevano uscire senza l’autorizzazione delle autorità pontificie. E’ questa l’origine del ghetto e della tradizione finanziaria degli ebrei nel mondo cristiano.

Insomma, nonostante le condanne e l’ostruzionismo degli intellettuali e delle autorità religiose, l’idea dei frutti si estese al capitale monetario ed al suo prodotto, appunto gli interessi. Per tutta l’antichità e fino alla Riforma, il prestito in denaro apparve come un male necessario in momenti particolari oppure per l’effettuazione di singoli affari.

Dobbiamo ricordare che la Chiesa accomunava nella condanna sia gli usurai, ovvero tutti coloro che prestavano denaro ad un qualunque tasso di interesse, che i commercianti, poiché entrambi speculavano senza produrre alcunché.

Il protestantesimo tolse la condanna morale della Chiesa ai frutti del capitale monetario, e conferì ai finanzieri ed ai commercianti pari dignità con i produttori. Il fatto era che la nascente industria aveva necessità di ingenti capitali non solo per gli affari occasionali con le Americhe o l’India, ma soprattutto per costruire le prime fabbriche. L’oro spagnolo, in parte sottratto ai galeoni dai corsari di Drake, in parte dissipato da Filippo II con le sue guerre di conquista, in parte portato in Inghilterra dalle persecuzioni nei confronti degli ebrei, allora già frequenti in tutta Europa, costituì il nucleo sul quale fu fondata la Banca d’Inghilterra e la moltiplicazione del denaro.

Già alla fine del settecento, dell’originaria condanna di filosofi e padri della Chiesa non c’era più traccia, e tutta l’economia aveva cominciato a dipendere dal denaro e dai suoi interessi.

Le ragioni morali ed economiche per immaginare un mondo diverso da quello fondato sul denaro rimanevano tutte, anche se i correttivi adottati nell’antichità avevano mostrato limiti grossolani. Ma l’orgia di guadagno facile che l’industria capitalistica garantiva, mise ogni remora morale nel dimenticatoio.

Nasce il capitalismo, ovvero l’economia fondata sul capitale monetario e sulla sua valorizzazione all’infinito.

Il capitalismo non è un’istituzione eterna. Così com’è nato è presumibile che scompaia dalla storia, nel momento in cui verranno meno le ragioni che l’hanno fatto prosperare.

La sua logica è semplice e ferrea. La ricchezza è l’accumulazione del capitale monetario e niente altro.

Qualsiasi attività in tanto è produttiva se dall’investimento monetario (tradotto in strumenti, lavoro, materie prime) derivano merci di un ammontare superiore all’investimento dopo la trasformazione delle merci in moneta.

Questa logica a noi appare assolutamente naturale, di un’evidenza direi lapalissiana. Provate a chiedere a chiunque e vi dirà che questo e solo questo è l’essenza del diventare ricchi. Però, come abbiamo visto non c’è nulla di naturale in questo meccanismo, anzi esso è proprio contro natura, come mise in chiara evidenza per primo Aristotele.

Oltre a non essere naturale, l’accumulazione del capitale monetario non è nemmeno logica, poiché essa non crea sempre ricchezza. Nella maggior parte dei casi, al contrario, l’accumulazione monetaria crea impoverimento e distruzione.

 Basti pensare alla produzione di armi che certamente incrementano il capitale monetario, ma allo stesso tempo creano distruzione e morte là dove viene speso il loro prodotto. Keynes descrive benissimo questa assurdità ricordando quanto sia sciocco considerare ricchezza sprecare il tempo a fare buche per terra cercando l’oro invece di impiegare lo stesso tempo e le stesse energie per costruire case o strade[40].

Ma anche nella produzione industriale di beni di consumo, la logica dell’accumulazione crea impoverimento, poiché favorisce le produzioni di minore qualità e di maggiore redditività dal punto di vista dell’accumulazione monetaria, a discapito del benessere effettivo della gente.

E’ vero che la concorrenza sui costi che si genera tra le imprese per conquistare quote crescenti di mercato, favorisce la diffusione del consumo poiché abbassa i prezzi, ma gli effetti principali sono assolutamente deleteri a medio e lungo termine, poiché le conseguenze sono l’omologazione verso il basso dei prodotti ed un generale impoverimento della ricchezza culturale.

Le conseguenze del considerare ricchezza solo quello che deriva dall’accumulazione monetaria, sono assolutamente contraddittorie sul piano della logica economica.

La stessa attività, infatti, è produttiva se inscritta nell’ambito dell’accumulazione monetaria e non lo è se è fuori da questo meccanismo.

Un esempio esilarante è quello di una persona che fa pulizie per conto di un’impresa privata, che viene conteggiata nel PIL di una paese per l’intero stipendio, oltre che per l’utile che la sua attività produce. Se la stessa persona fa le pulizie per conto di un ente pubblico, la sua attività entra nel PIL al solo costo, poiché non genera utili. Se infine, la stessa persona si mette a fare pulizie a casa sua o di amici, allora quella attività non viene conteggiata affatto nel PIL, nonostante essa sia altrettanto importante per la sopravvivenza della società.

Immaginate che cosa può succedere in un paese se tutti quelli che puliscono le case, a qualsiasi titolo lo facciano, si rifiutino di continuare le proprie prestazioni senza una remunerazione. Dopo meno di un mese, tutto il paese sarebbe fermo per essere sprofondato nella sporcizia.

L’assurdità della logica dell’accumulazione monetaria ai fini del computo della ricchezza è evidente se poniamo mente alle attività immateriali. L’informazione è certamente una ricchezza, ma essa viene diffusa solo in funzione della logica capitalista. Non importa la natura dell’informazione, ma solo se essa produca soldi, e questo comporta spesso un risultato che è l’opposto della produzione di cultura. Con la stessa finalità, la produzione di spettacoli e di programmi di attualità finisce per diffondere informazione di pessima qualità. 

Lo stesso metodo applicato alle Università e alle scuole produce ignoranza, e degrado culturale e morale. La ragione per cui l’arte, l’architettura, la letteratura e la musica hanno prodotto ben poco rispetto alle epoche precedenti, malgrado non siano certo mancati grandi talenti e le possibilità di espressione si siano moltiplicate, discende dall’applicazione anche all’arte della logica del capitale monetario. E’ arte solo quello che è vendibile e che produce accumulazione.

In generale, il capitale monetario non ha alcun interesse all’arte quale espressione della creatività, ma solo in quanto possibile generatrice di profitti monetari. La ricerca, che nell’arte è spesso penosa e difficile viene così sempre penalizzata in favore di quelle forme espressive che sono di facile comprensione (e quindi spesso già vecchie), ma che però proprio in quanto tali si riescono a vendere meglio. Al capitalismo non interessa affatto l’arte, ma solo il profitto.

Nel medioevo, uomini che avevano a mala pena di che sostentarsi e che pativano pene di ogni genere, per carestie, pestilenze e guerre, immaginarono e costruirono edifici fantastici come le grandi cattedrali gotiche che invasero l’Europa a partire dall’anno mille o quelle romaniche, o i castelli e le abbazie che costellano città e campagne. .

Opere straordinarie, se pensiamo ai mezzi limitati di cui quegli uomini disponevano. Se poi vediamo la straordinaria rete stradale romana o gli acquedotti, o le piramidi egizie e i templi greci; ci rendiamo conto che la bellezza, l’arte, il valore delle cose non sono mai state correlate all’accumulazione del capitale monetario, anche se è stato utilizzato il denaro per costruirle.

Solo con l’industrializzazione il denaro è divenuto la rappresentazione della ricchezza e la sua unica misura. Solo ciò che produce denaro è considerato ricchezza, e le attività produttive sono solo quelle che consentono al capitale monetario di crescere e di prosperare.

La stessa vita umana, in questo modo, è subordinata al capitale monetario. Non si mette a repentaglio il capitale monetario per salvare una vita umana, poiché il valore è il capitale e non la vita. Da strumento per fare le cose, il denaro è diventato il fine dell’esistenza.

La logica dell’accumulazione monetaria è disumana e avvilente. Essa rende l’uomo estraneo a sé stesso, poiché domina la sua vita al di fuori del suo essere e della sua umanità. In questo senso il capitale è metafisico, ma al contrario del Dio degli antichi che riassumeva in sé tutte le qualità (e anche le perversioni) degli esseri umani, esso è un dio disumano, indifferente alle sorti dell’umanità e interessato solo alla propria sopravvivenza. Ed è un dio crudele e famelico, che esige sacrifici in misura crescente dai suoi fedeli.

Che cos’è la ricchezza

 

 

Ma allora che cos’è la ricchezza? Come possiamo definire l’origine di quello che tutti noi sappiamo certamente riconoscere quando c’è?

Il denaro non è che il modo moderno in cui la ricchezza si manifesta e viene utilizzata. Il possesso di denaro è essenziale per definire oggi una persona ricca. Il suo patrimonio si calcola, appunto in denaro e lo stesso ragionamento si applica alle società private e alle nazioni. Tutto viene calcolato in denaro. Però, non dobbiamo farci ingannare dallo strumento di misura, per quanto esso sia universalmente accettato. E’ come pensare che la terra sia il metro, o l’acqua il litro.

Ricchezza non è nemmeno il possesso dei mezzi o delle materie prime che sono pur necessarie per la produzione. Ci sono paesi nel mondo che sono ricchissimi di materie prime, ma la loro popolazione è però poverissima.

Certo, le materie prime sono essenziali per tutte le produzioni materiali. Ma è ancora più necessaria la capacità di utilizzarle al meglio e di organizzare la produzione in maniera tale da generare la massima diffusione della ricchezza.

E’ difficile che il singolo individuo possa pensare alla distribuzione della ricchezza che egli produce come ad un atto che gli genera benefici, ma in realtà è proprio così, se ci liberiamo della mentalità contadina che vede nell’accumulazione l’essenza della ricchezza. Dobbiamo riscoprire la mentalità del pastore-raccoglitore o, meglio, quella dell’economia del dono, liberandola dalle pastoie del misticismo collettivo che l’aveva relegata nell’ambito delle attività rituali.

Il consumo per il pastore è un atto necessario quanto la produzione. Senza il consumo, la produzione non sarebbe possibile. Lo stesso vale per l’economia del dono. Per quegli uomini, senza il consumo di tutte le scorte accumulate nel corso dell’anno, la natura non avrebbe donato altrettanta abbondanza nel corso dell’anno successivo.

Essi rispettavano la Natura e i suoi doni comportandosi così. Che lo facessero perché credevano che altrimenti sarebbero stati puniti dagli dei, o perché il loro legame con la natura era vissuto come strettamente intrecciato con la loro stessa esistenza, insomma, qualunque fosse l’origine di questa coscienza ecologica, non ha importanza. Sta di fatto che essil’avevano mentre il nostro mondo non ce l’ha, accecato com’è dal profitto del dio denaro che travolge (non trasforma) tutto a partire dall’essenza stessa degli uomini.

Per quale ragione l’energia atomica è stata scoperta e utilizzata solo nella sua versione “sporca”, come energia da fissione che produce inquinamento da radioattività o come energia da fusione calda, che necessita di grandi investimenti e di centralizzazione progettuale e produttiva? Perché l’intelligenza scientifica che ha teorizzato e reso concreta l’energia atomica era completamente immersa nella logica del potere e del dominio. Non a caso la prima applicazione dell’energia atomica è stata la bomba, arma di distruzione totale.

Solo recentemente, nell’ambito di un pensiero altro, è stata scoperta la fusione fredda, semplice, pulita, decentralizzata ed economica[41]. Il boicottaggio di queste ricerche, che è giunto fino alla falsificazione dei dati ed alle calunnie nei confronti di Fleishmann e Pons, si giustifica solo pensando al fatto che la fusione fredda non produce accumulazione monetaria, ma benessere per tutti. 

Nell’economia moderna la scarsità è divenuta relativa alla domanda e non alla produzione. L’assurdità di restare legati ad un‘idea contadina dell’economia consiste nel fatto che le crisi ricorrenti nel nostro sistema economico sono crisi di sovrapproduzione, ed esse dipendono solo dal fatto che la domanda non è sufficientemente sostenuta dai redditi che il sistema genera.

Questa considerazione rafforza l’idea che la ricchezza non si trovi nelle cose, ma nella capacità di scoprirle ed usarle. Per millenni l’umanità ha tranquillamente ignorato i giacimenti di petrolio sui quali generazioni di cammellieri hanno viaggiato. L’acqua che brucia, come la chiamò Marco Polo, è stata a lungo più una bizzarra curiosità che una possibilità.

Gli studi di Leonardo erano eccessivamente avanzati per il suo tempo, ed egli era conosciuto per le sue doti artistiche e per le sue stranezze, più che per le sua capacità scientifiche. Un’intera società dovette cambiare mentalità affinché si sviluppasse quella nuova visione che consentì lo sviluppo industriale.

Non mi stancherò mai di ricordare che, nonostante tutti i guai e le incongruenze della nostra società, noi viviamo molto meglio dei nostri antenati, di quelli di cinquant’anni fa ed a maggior ragione di quelli di cento o duecento anni fa. Chi vagheggia il ritorno alla “bella” vita dei secoli passati, dimentica spesso che quella vita era costellata di incertezze, di malattie, fame, guerre e disperazione molto più che nel nostro tempo.

Indipendentemente dal fatto che si abbia o meno una visione teleologica dell’universo, che insomma si sia convinti che questo ha un fine, non credo che sia possibile tornare indietro senza rischiare di ritrovarsi nelle stesse condizioni, o in situazioni molto simili a quelle che hanno generato gli errori o gli orrori del passato. Voglio dire, ad esempio, che una società il cui modo di produzione sia essenzialmente contadino, sarà probabilmente una società fortemente gerarchizzata, poiché la produzione agricola ha necessità di produttori ma non di consumatori e, inevitabilmente, il prodotto tende ad essere scarso rispetto alle esigenze della popolazione. 

Noi abbiamo oggi la possibilità di risolvere una volta per tutte il problema dell’usura, e le proposte contenute in questo libro vanno proprio in questa direzione, ma non dobbiamo pensare che i nostri antenati non abbiano tentato di risolvere il problema in qualche modo. Il fatto è che una società fondata su un modo di produzione agricolo, a mio avviso, non è in grado di risolvere un problema di questo genere nemmeno con le norme più severe e penalizzanti per chi la pratica, e nemmeno con le periodiche remissioni di debito (che avevano prevalentemente l’effetto di alzare i tassi medi di interesse).

Come scrisse Keynes oltre settant’anni fa, dobbiamo fare finta ancora per almeno un secolo che l’usura sia una virtù [42]”. Quel secolo è quasi passato, e oggi, noi abbiamo la possibilità di realizzare un mondo in cui l’usura sia considerata tale e sia eliminata per sempre dalla faccia della terra. Oggi, e non ieri, perché solo oggi sussistono le condizioni affinché la profezia di Keynes si possa verificare. Oggi e non domani, perché la nostra umanità ha urgente bisogno di esprimersi subito.

Non possiamo, certo, dire di non avere la capacità di “consumare” quello che produciamo, se ci sono ancora molti esseri umani che muoiono di fame nel mondo o che sono privi del necessario per vivere. Come ho già rilevato in precedenza, la produzione immateriale rende ancora più assurda la logica della accumulazione e del risparmio.

Infatti, l’immateriale non si può accumulare. Rispetto ad esso, l’idea stessa di accumulazione è insensata ma altrettanto insensata è la categoria del consumo. A differenza delle cose materiali, infatti, l’immateriale non si consuma.

Un melone può essere consumato da una persona sola, oppure  essere ripartito tra più persone. Se queste lo dividono tra loro, ciascuna rinuncerà ad una parte in favore degli altri. Perché tutti possano goderne, la ricchezza materiale deve essere divisa, e se essa è poca, ciascuno dovrà rinunciare ad una parte per fare posto agli altri.

Un film, invece, può essere visto da una, da cento, da mille, da un milione di persone, senza che nessuna di esse debba rinunciare a qualcosa affinché gli altri possano vederlo. Lo stesso vale per l’informazione, per il software, per la cultura in genere, per internet. La ricchezza, se per ricchezza intendiamo l’informazione, è per tutti, essa può essere moltiplicata all’infinito per chiunque possa o voglia accedervi.

Per internet, in particolare, il fatto che un numero crescente di persone condivida le stesse informazioni, non solo non impoverisce ma, al contrario, arricchisce tutti gli utenti.

L’open source, come ho scritto nel mio libro “Dove andrà a finire l’economia dei ricchi”, si fonda proprio sul sapere condiviso, nel quale la partecipazione ad una frazione del progetto ti rende fruitore dell’intero lavoro. Il che significa la moltiplicazione del proprio lavoro in relazione diretta con il numero dei partecipanti al progetto stesso[43].

Non possiamo, quindi, più considerare la ricchezza frutto di una divisione di beni scarsi che derivano da risorse e mezzi anch’essi scarsi.

La ricchezza è il frutto diretto della nostra capacità (intendo della collettività cui apparteniamo) di organizzare le risorse materiali e di produrre attività immateriali.

A differenza degli animali, che sono o raccoglitori o cacciatori (tranne le api che sono produttrici ma di un solo prodotto), gli uomini sono essenzialmente produttori, e anche di un’infinità di prodotti.

Questo è reso possibile dall’intelligenza e dalla sua applicazione ai processi di produzione. Possiamo quindi affermare che tutte le produzioni sono essenzialmente immateriali, poiché l’elemento che le unifica e le rende possibili è l’intelligenza applicata al processo produttivo.

Solo questo ha reso possibile il grande salto dall’economia contadina che ha dominato la storia dell’umanità per millenni, all’economia essenzialmente immateriale come quella dei nostri giorni. Economia che però produce eccedenza di prodotti alimentari, mentre le economie prevalentemente rurali combattono ancora con la scarsità della produzione. 

 

La ricchezza è dunque nella nostra capacità di pensare il mondo ed organizzarlo in funzione delle nostre esigenze[44].

Capacità che è individuale e collettiva allo stesso tempo, ed è variamente distribuita tra civiltà, nazioni, regioni e paesi.

La capacità di un ingegnere che progetta una strada è inutile senza la laboriosità degli operai, l’organizzazione degli impiegati, la fatica dei minatori che estraggono il ferro e di quelli che lo lavorano, le aziende che fanno  il cemento e quelle che fanno la vernice per le righe sulla strada. Sarebbe anche inutile senza le automobili e i camion che percorreranno quella strada quando sarà costruita.

Senza l’enorme serie di conoscenze che rendono possibile la costruzione di quella strada, la capacità progettuale dell’ingegnere non potrebbe nemmeno esistere. Egli è in grado di progettare, perché un’intera società mette a sua disposizione le proprie scoperte e la propria laboriosità[45].

Ciascuno ha sviluppato la propria vocazione in dipendenza della ricchezza e della diversità del luogo, della storia, del clima, dell’orografia del luogo di origine. 

Nella capacità di pensare il mondo è compresa soprattutto la poesia, che è in sé un fare come dice il termine stesso[46].

Il potere dell’uomo si manifesta nel poeta, scrisse Goethe nel Faust. La poesia è sempre rivoluzionaria, poiché rende scoperto il senso nascosto della visione del mondo.

E’ questa la ragione per cui i poeti sono sempre stati tenuti in grande considerazione nella storia dell’umanità.

Oggi, invece, la poesia è mortificata come ogni altra arte, poiché il capitale monetario non trae dalla poesia benefici immediati. L’assurdità consiste nel fatto che senza la poesia non c’è produzione, in quanto l’una è la fonte dell’altra. E non solo produzione in senso spirituale, come pensiero, intuizione, idee, ma produzione anche in senso materiale, in quanto cose prodotte.

Infatti, senza il pensare le cose non può esistere alcuna produzione, ogni forma degli oggetti che sono prodotti è dapprima pensata e in quanto tale può poi essere trasformata in materia.

Uccidendo la poesia si uccide la stessa capacità produttiva dell’uomo. E’ un comportamento stupido, come uccidere la gallina dalle uova d’oro per il profitto immediato delle uova che sono nel suo ventre.

Considerare la poesia dal punto di vista della remunerazione è altrettanto insensato. In questa società la remunerazione è una funzione dell’accumulazione del capitale, e comunque da essa deve discendere un ritorno dell’investimento, anche senza profitto, altrimenti il capitale privato si esaurisce in breve tempo.

Perciò dobbiamo intendere la remunerazione della poesia, come una funzione dell’accumulazione del capitale sociale, così come esso sarà descritto nei prossimi capitoli. Insomma, una funzione necessaria per la sopravvivenza della società stessa, ma che non può e non deve essere regolata in modo dirigistico. Non è possibile, cioè, che ci sia qualcuno che abbia il potere di stabilire se un poeta (o un pensatore o un creativo in genere) debba o meno essere remunerato dalla collettività, pena la distruzione della sua creatività.

La questione della remunerazione della creatività è una delle ragioni che è necessario porre a fondamento della istituzione del Reddito di Cittadinanza Universale che, come vedremo, è uno strumento per la remunerazione e l’incremento del capitale sociale inteso come intelligenza collettiva.

Sul piano pratico, poi, la qualità della produzione dipende dalla coscienza critica dei consumatori e dalla loro capacità di indirizzare la produzione verso livelli di maggiore rilevanza.

Però dobbiamo consentire ai poeti di rifare continuamente il mondo in piena libertà, prospettando le loro visioni, poiché è attraverso esse che è possibile ogni produzione. 

In una società in grado di erogare RdC ai suoi membri, il poeta trova la sua collocazione perfetta, poiché egli potrà ripensare il mondo mille volte e contribuire così a suo modo allo sviluppo sociale.

E’ ridicolo pensare che l’attività del poeta, così come ogni altra attività creativa, debba essere finalizzata alla remunerazione monetaria. Nel momento in cui lo fosse, essa cesserebbe di essere creativa. La prima caratteristica della creatività è, infatti, la sua innovazione rispetto alla situazione preesistente e questo comporta, necessaria-mente, un notevole lasso di tempo prima che l’innovazione sia accettata comunemente, anche se i suoi vantaggi e benefici sono di immediata evidenza.

E’ stupefacente come certe idee abbiano incontrato resistenze enormi da parte dei loro contemporanei, soprattutto se su quelle idee si fondavano abitudini e potere.

Oltretutto la ricerca non è fatta solo di idee vincenti, ma soprattutto di tentativi ed errori tra i quali le idee migliori si aprono faticosamente la propria strada. E per ogni idea vincente ci sono mille tentativi andati a male, ma senza quelli, le idee migliori non potrebbero nemmeno nascere.

Il pensiero e la creatività sono, quindi, il motore della ricchezza. Ed è assurdo che la società mortifichi la creatività quasi impedendole di esprimersi, cagionando con ciò, un grave danno a sé stessa. Questo comporta che ogni espressione di creatività debba essere considerata ricchezza e quindi promossa dalla società. Questa considerazione si traduce in concreto negli investimenti necessari per ideare e realizzare innovativa.

Tutti i membri della società sono esseri umani e in quanto tali hanno il diritto di essere mantenuti in vita.

Che poi qualcuno indirizzi le proprie energie creative verso attività di maggiore o minore oppure nessuna remunerazione immediata come appunto la poesia, è questione di scelte personali insindacabili a livello collettivo.

Diverso è il caso di creatività che si esprime tramite strumenti che possono avere necessità di investimenti. Ad esempio, le ricerche sulle energie alternative o sulla fusione fredda, hanno necessità di finanziamenti continui anche se in misura molto più ridotta delle ricerche sulla fusione cosiddetta calda.

Quello che sta accadendo nel mondo della ricerca scientifica è davvero esemplare. La ricerca è indirizzata verso quei campi che producono ritorni in termini di accumulazione monetaria e di potere finanziario, e che non modificano l’attuale assetto del potere di controllo dell’energia.

La fusione calda, anche se si realizzasse, non inciderebbe mai sul potere dei petrolieri, mentre la fusione fredda sarebbe applicabile in qualunque ambito, comprese le automobili e la gestione di una piccola unità abitativa, il che comporterebbe l’abbandono del petrolio con un radicale sconvolgimento degli assetti di potere nel mondo. Oltretutto, mentre la fusione calda avrebbe sempre necessità di un potere centrale che la gestisse e distribuisse, la fusione fredda, una volta realizzata, sfuggirebbe ad ogni controllo, e i generatori sarebbero costruibili da chiunque avesse le conoscenze necessarie, poiché i materiali necessari per costruirla sono comunemente diffusi e di nessuna pericolosità.

Lo scontro è tra il potere che vuole controllarla e la creatività che vuole essere libera di esprimersi. E’ un colossale braccio di ferro che attraversa in questo periodo della storia dell’uomo tutti i campi delle attività umane, dall’arte alla scienza, dalla produzione al tempo libero, dal lavoro al pensiero astratto.

Da una parte il sistema di potere dominante, strutturato gerarchicamente, sempre più potente ma allo stesso tempo sempre più povero di contenuti. Dall’altra parte, c’è una creatività sempre più diffusa, orizzontale, disorganizzata ma allo stesso tempo onnipresente, poiché estesa ormai ad un numero di persone mai visto prima nella storia dell’umanità, che sforna continuamente nuove idee e nuovi progetti per liberarsi del giogo di quel potere.

E’ una battaglia epocale quella che sta avvenendo sotto i nostri occhi tra il mondo del potere e quello della libertà.

 

6.        Il lavoro e l’automazione

 

Uno dei grandi problemi del nostro tempo è la progressiva scomparsa del lavoro stabile e sicuro.

Nella logica dell’accumulazione, l’automazione dei processi di produzione è allo stesso tempo una necessità ed una grande iattura. Una necessità, perché attraverso l’automazione, l’impresa riduce i costi e aumenta i margini di profitto. Una iattura, perché l’aumento di produzione indotto dall’automazione ha portato la maggior parte delle imprese di produzione materiale in una situazione di sovrapproduzione, e allo stesso tempo, l’espulsione di manodopera dal processo produttivo, ha ridotto la domanda globale di beni di consumo, accentuando le conseguenze della sovrapproduzione.

Dal punto di vista sociale, l’automazione è invece, soltanto una disgrazia, poiché distrugge posti di lavoro.

L’automazione dei processi produttivi è un grande avanzamento sulla strada della liberazione degli uomini dalla schiavitù del lavoro, e logica vorrebbe che essa fosse spinta al massimo, allo scopo di migliorare la qualità e la quantità della produzione e di liberare gli uomini dai lavori ripetitivi e faticosi.

E allora che cosa c’è che non funziona nel sistema se entrambi i suoi elementi fondanti (capitale e lavoro) vedono in misura diversa nell’automazione una disgrazia?

Facciamo un esempio. Per costruire un tratto di ferrovia, si utilizzavano un tempo un certo numero di operai. Alcuni addetti allo sbancamento della strada per mezzo di vanghe e picconi, altri per costruire la massicciata, altri ancora per posare le traversine in legno, altri per posare i binari ed altri, infine, per mettere i bulloni di connessione tra le traversine ed i binari.

In tutto, centinaia di uomini che erano in grado di costruire in media qualche chilometro di ferrovia al giorno.

Questo lavoro comportava anche l’erogazione di salari agli operai, i tecnici e gli ingegneri, salari che garantivano loro la sussistenza, ivi compreso anche il costo dei viaggi sulla ferrovia che essi stessi avevano costruito.

In ogni caso, la loro spesa per la sussistenza avrebbe comunque portato benefici alla società ferroviaria, poiché avrebbe incrementato il reddito dei fornitori dei beni per la sussistenza e avrebbe consentito loro di spendere denaro per i viaggi.

Se moltiplichiamo quest’evento per le migliaia di imprese e di attività in un determinato momento storico (non ha alcuna importanza che esse siano connesse con la costruzione della ferrovia), abbiamo un quadro del funzionamento dell’economia nel capitalismo.

La spinta è data dall’accumulazione del capitale monetario che induce gli imprenditori ad organizzare l’impresa allo scopo di ottenere alla fine del ciclo economico una somma maggiore di quella impiegata all’inizio.

La stessa spinta all’accumulazione induce gli imprenditori a sostituire gli uomini con le macchine che, pur richiedendo un investimento iniziale maggiore, hanno un costo di esercizio minore ed un’efficienza superiore. Notiamo qui, per inciso, che il paragonare gli uomini addetti ad una lavorazione ad una macchina sul piano dell’efficienza produttiva, mortifica l’essenza umana di quelle persone e li riduce a meri strumenti del capitale.

Come sappiamo, nell’economia dell’accumulazione conta il capitale e non gli uomini, e il fine è la crescita del capitale monetario e non l’umanizzazione della società.

Ma torniamo al nostro esempio. Da alcuni decenni, quegli uomini addetti alla costruzione della strada ferrata sono stati sostituiti da una sola macchina che fa tutto da sé con il controllo di pochi tecnici. Spiana la strada, costruisce la massicciata, posa le traversine e i binari, mette i bulloni ed assembla il tutto.

Questo lavoro viene eseguito ad una velocità multipla rispetto all’impiego di mano d’opera e con un’efficienza decisamente maggiore quanto a precisione e affidabilità.

Per il capitale impiegato è certamente una fortuna, poiché il suo ciclo di riproduzione diventa in questo modo decisamente più veloce ed ottiene un tasso di impiego sicuramente più elevato.

Allo stesso tempo, però, il fatto che le centinaia di uomini prima addetti al lavoro della macchina, siano adesso disoccupati, è per il capitale una iattura, poiché essi non potranno più spendere il denaro che prima ottenevano a titolo di remunerazione.

Questo problema tocca marginalmente il capitale impiegato per la costruzione della ferrovia, poiché il reddito di quegli uomini rappresenta solo una frazione minima del reddito complessivo della società impiegato nei viaggi sulla ferrovia, ma è evidente che un processo generale di automazione comporta tassi crescenti di disoccupazione e quindi crisi di sovrapproduzione. Il capitalista padrone della ferrovia (oggi i manager che devono rispondere dei profitti e delle perdite ai milioni di azionisti della società), ha quindi un atteggiamento immediatamente egoistico nel decidere di soppiantare le centinaia di operai che prima occorrevano con le macchine e i pochi addetti che queste richiedono.

E ciò accade nonostante lo sviluppo tecnologico crei continuamente nuovi campi di impiego che riescono ad assorbire la mano d’opera prima impiegata nel settore automatizzato.

La ragione principale è che l’aumento dell’efficienza del capitale non è compensata da un adeguato aumento dei redditi nei nuovi impieghi, poiché le sacche di disoccupazione create dall’introduzione dell’automazione, incrementano l’offerta di lavoro ed inducono le persone ad accettare condizioni di lavoro anche peggiori di quelle precedenti pur di garantirsi la sopravvivenza.

L’aumento della produttività indotto dall’introduzione dell’automazione, invece, avrebbe necessità di un corrispondente incremento dei redditi in grado di assorbire l’eccesso di produzione. Di conseguenza, il sistema tende da un lato verso la sovrapproduzione, e dall’altro a deprimere gli investimenti, poiché la contrazione – stagnazione dei redditi non consente l’accumulazione necessaria.

Il problema è quindi nella logica stessa dell’accumulazione che induce il sistema a crisi ricorrenti, poiché ne riduce il tasso di efficienza.

In fondo è l’intuizione di Marx e dei primi economisti che compresero che l’economia dell’accumulazione comportava una caduta di efficienza che essi descrissero come caduta tendenziale del saggio di profitto.

Questa idea fu poi accantonata dal pensiero economico, che trovò con Keynes un approccio diverso al problema del livello degli interessi. Il capitalismo, infatti, reagì a questo problema, presente in forma embrionale sin dall’inizio del processo di accumulazione, utilizzando il potere che è la forma di manifestazione propria della logica di accumulazione.

Il passaggio da un’economia dell’accumulazione ad un’economia del consumo fu, infatti, regolato tramite la moneta e la sua emissione. La forma di potere di questa struttura fu, dunque, assicurata dall’economia del debito.

In altre parole, era evidente sin dall’inizio del processo di automazione, che l’incremento del reddito non sarebbe stato sufficiente a garantire un’accumulazione sufficiente a tenere il passo con il tasso d’innovazione che le nuove scoperte scientifiche e tecnologiche promettevano.

Peraltro, la stagione d’innovazione scientifica era a sua volta sollecitata dall’affluenza di capitali verso le nuove produzioni, capitali spinti dalla sete di guadagno e dalla logica dell’accumulazione.

Era chiaro, agli uomini che idearono le prime banche creatrici di denaro, che la partita politica si sarebbe giocata sul piano dell’accumulazione monetaria e sul controllo dell’emissione del denaro.

Allo stesso tempo era necessario una distribuzione del denaro tale da assicurare l’efficienza del ciclo di produzione, che gli economisti leggevano come un passaggio dal denaro alla merce e di nuovo al denaro[47].

Se la cosa era chiara ai banchieri, non fu altrettanto chiara agli economisti, per i quali il denaro contava poco o nulla nel processo di produzione, ed era considerato al massimo una stranezza o una follia della classe dominante, utilizzata allo scopo di ridistribuire il reddito all’interno di quella classe, più che a determinare in concreto le effettive relazioni di potere al di là della struttura di classe della società.

Insomma, l’uso del denaro come strumento di potere della borghesia nei confronti del proletariato era una conseguenza dei rapporti di produzione e non un suo presupposto.

Modificando i rapporti di produzione sarebbe mutato anche il segno dei rapporti politici che ne scaturivano. In realtà, la proprietà dei mezzi di produzione è relativamente irrilevante rispetto alla dinamica del capitalismo, soprattutto oggi che esso manifesta in tutta evidenza la sua natura di capitalismo monetario.

L’asservimento non avviene all’interno del processo di produzione, ma è presupposto e conseguenza di esso, poiché è dato dalla creazione del capitale monetario necessario agli investimenti e dal debito necessario per i consumi.

Entrambi i termini del processo di produzione sono nelle mani del potere finanziario che indirizza produzione e consumi verso le attività che determinano la migliore efficienza del capitale investito. Di conseguenza, quello che accade all’interno del processo di produzione conta poco per la logica del capitale monetario, il quale può ben dire di essere indifferente al regime politico.

Infatti, la lotta politica tra le classi ha teso sempre ad una ridistribuzione del prodotto in funzione dei rapporti di forza interni al processo di produzione, ed ha sempre ignorato gli effetti della creazione di moneta sul processo economico.

La contrapposizione storica è stata quella tra profitti e salari, e tra risparmio (e relativa rendita) e imposizione fiscale come strumento per la solidarietà e l’efficienza sociale.

Questo, sull’erroneo presupposto, tipico della logica dell’accumulazione, che fosse il risparmio a garantire il capitale necessario per gli investimenti, e che il ruolo delle istituzioni finanziarie sulle emissioni monetarie fosse semplicemente tecnico, e non politico. Il che è vero se consideriamo politico solo il conflitto salario capitale, mentre non lo è affatto se consideriamo come matrice dei fatti politici tutto ciò che genera potere effettivo.

Per gli investimenti non è affatto necessario il risparmio, ma le idee necessarie per costruire qualcosa di innovativo (altrimenti non ci sarebbe alcuna necessità dell’investimento) e la capacità di aggregare le forze necessarie.

E’ in questa società, nella quale il potere appare sotto forma di denaro, che questo appare indispensabile per gli investimenti. Ma se pensiamo a molte grandi imprese del passato, ci rendiamo conto che l’elemento fondamentale di esse era l’idea di fondo e l’entusiasmo degli uomini unito alla loro voglia di fare. E lo stesso vale se poniamo mente al software libero, che funziona perfettamente senza denaro e anzi cresce in misura esponenziale nonostante i tentativi del potere monetario di impedirne la diffusione.

Il risparmio è funzionale agli investimenti solo in un’economia dell’accumulazione materiale, ma com’è evidente, esistono altre logiche economiche nelle quali per effettuare gli investimenti il risparmio è marginale o inutile.

La retorica sul risparmio come motore dell’economia, ha avuto l’obiettivo di nascondere il vero motore degli investimenti e dell’economia, ovvero la creazione di denaro da parte delle istituzioni finanziarie.

Non a caso ho messo sullo stesso piano logico il software libero e le grandi imprese del passato che non si sono fondate sul potere del denaro, ma sugli ideali, ad esempio, o molto più prosaicamente sulle conquiste.

Una legge fondamentale dell’economia dice che ogni impresa è vincente se i suoi ricavi sono superiori ai costi. La monetizzazione dei ricavi, però, è solo un caso particolare del calcolo del successo di un’impresa, nella storia gli uomini hanno portato a termine grandi opere per il desiderio di gloria o di onori particolari o per restare a lungo nel ricordo delle generazioni future, poiché desideravano l’immortalità.

L’open source consente a tutti quelli che vi partecipano numerosi vantaggi, alcuni dei quali sono anche monetizzabili.

Essenzialmente, l’ideatore di un codice sorgente ha come principale ricompensa la reputazione che gli deriva nella comunità dei programmatori dalla diffusione e dall’utilizzo della sua idea. Dalla reputazione gli possono anche scaturire vantaggi economici, ma non è quello il fine principale.

Insomma, l’open source è una realizzazione pratica di un altro tipo di economia, nel quale la ricchezza non si misura in denaro né è il motore principale per la sua realizzazione[48].

La reputazione, la gloria, il rispetto e l’ammirazione sociale, il ricordo delle generazioni future, il desiderio di immortalità hanno una valenza certamente maggiore del denaro. Il denaro appare in tutta la sua misera meschinità di fronte allo splendore dei valori contenuti nell’esercizio delle qualità umane.

Il denaro in sé non “vale” niente, nemmeno come oggetto ha “valore” - si tratta in fondo di un pezzo di carta colorato -, se pure ha senso attribuire valore alle cose in sé, senza alcuna relazione con gli uomini che le usano.

Anche se rovesciamo la questione ed attribuiamo valore agli uomini che hanno la capacità di maneggiare denaro e farlo crescere, vediamo quanto sia miserabile questa attività che deve necessariamente mortificare le qualità umane per eccellenza per poter raggiungere i suoi obiettivi. Come sappiamo bene, l’accumulazione monetaria non tiene in alcun conto le qualità umane se non in quanto strumentali alla propria esistenza e al proprio dominio.

Ma se è la creatività dell’uomo che ha dato origine al denaro e solo la paura del domani ha consentito la nascita del potere, alla fine sarà la creatività vincere e il potere del denaro a scomparire.

 

7.        Le economie alternative

 

E’ possibile costruire un’altra economia?

In una società in cui le risorse scaturiscono solo dal denaro, ogni tentativo di costruire un’economia alternativa è perdente se non affronta la questione dell’emissione del denaro.

Le alternative tendono a nascondere il problema, a non considerarlo affatto, e ad elaborare sistemi in cui il denaro non esiste o non è un problema. E’ come se si nascondesse la testa sotto la sabbia per non vedere la realtà. Come se si potesse sradicare dalla testa della gente l’idea del denaro e dell’accumulazione con un atto di volontà o, peggio, con una legge.

In pratica, poi, i tentativi di fare un “altro mondo” devono fondarsi sul volontariato, sul no profit, sulla generosità e sulla solidarietà, ma non possono crescere fino al punto di sostituire il sistema attuale, anche se queste qualità umane sono grandemente diffuse nel mondo[49].

Una prospettiva indubbiamente interessante da questo punto di vista, è l’economia del dono del movimento dei focolarini, che ha raccolto centinaia di imprese in tutto il mondo e coinvolge centinaia di migliaia di persone cui offre un concreto sostegno ed aiuto.

L’idea di Chiara Lubich, la fondatrice del movimento, è che le imprese impieghino i loro utili in attività di solidarietà sociale, aiutando i più poveri ed emarginati ad uscire dalla propria situazione di indigenza.

La crescita del movimento è stata tumultuosa all’inizio e poi ha rallentato, pur attestandosi su livelli notevoli. Il motore principale dell’economia del dono dei focolarini, è il prestigio e la reputazione che deriva alle imprese dal loro comportamento solidale, reputazione che le fa crescere notevolmente poiché attira verso di loro tutti quelli che apprezzano questo tipo di comportamenti.

Si tratta in fondo, di utilizzare il concetto di pubblicità in maniera originale e solidale, rovesciandone l’originario intento egoistico. Oltretutto, la ridistribuzione di utili crea alle imprese anche un mercato, poiché i beneficiati si rivolgeranno a quelle imprese sia come consumatori che come produttori, almeno finché il prodotto che viene loro offerto è comparabile con quello della concorrenza.

Il punto è che il movimento, finché non affronta il nodo centrale degli investimenti, non potrà espandersi nel sistema fondato sulla concorrenza una volta esaurita la spinta iniziale che ne ha consentito la crescita.

Il comportamento solidale delle aziende che aderiscono all’economia del dono, è contrario alle regole del mercato ed oggettivamente espone quelle aziende al rischio di finire fuori mercato, se non effettuano investimenti in grado di farle competere con le concorrenti.

A questo scopo devono reinvestire almeno parte degli utili per l’innovazione e la ricerca nel settore in cui operano.

D’altra parte, la spinta della solidarietà e del volontariato prima o poi è destinata ad esaurirsi, venuti meno i vantaggi che derivano alle imprese dalla reputazione acquisita.

Certo i margini di operatività sono molto ampi e il movimento ha ancora molto spazio per crescere. Ma nel gioco della concorrenza è destinato a soccombere se non affronta il problema degli investimenti.

Altro movimento di indubbio successo ed interesse è quello del microcredito[50], nato dall’idea di Mohammad Yunus, il banchiere dei poveri che da oltre vent’anni concede ai poverissimi, cui nessuna altra banca al mondo darebbe mai una lira, piccoli prestiti per consentire loro di iniziare un’attività che li conduca fuori dallo stato di disperazione in cui versano. Sull’idea di Yunus sono sorte oltre duemila istituzioni che praticano questa finanza etica il cui scopo non è l’accumulazione monetaria, poiché i prestiti sono effettuati a tassi prossimi allo zero, ma il riscatto del maggior numero di persone dalla povertà e dalla miseria. Di questi finanziamenti hanno beneficiato oltre 55 milioni di persone in questi anni. La percentuale di restituzione, per quanto possa sembrare strano ad una mentalità occidentale, è elevatissima, sfiorando quasi il cento per cento. Chi investe in questa finanza etica non prende profitti, ma ha la consapevolezza di aver compiuto un atto di solidarietà oltre ad avere la quasi certezza che il proprio capitale monetario non subirà perdite.

La logica del microcredito, poiché esclude gli interessi e l’accumulazione, si avvicina molto all’idea dei finanziamenti della Banca del Movimento che, allo stesso modo sono privi di interessi a carico del soggetto finanziato. Un finanziamento senza interessi come quello gestito dalle banche etiche che praticano l’idea di Yunus, è vicino all’idea di un’economia di non accumulazione. Si tratta pur sempre di eliminare gli interessi, e di consentire agli emarginati di iniziare una qualche attività economica che li metta in condizione di mantenersi da sé. Non è l’economia del dono ma quanto meno ci si avvicina.

Il principio sul quale si fonda l’economia del dono è però, assolutamente corretto. Il dono e la generosità sono certamente più vantaggiosi rispetto all’egoismo ed al profitto.

Occorre però trovare gli strumenti affinché questa superiorità dell’economia del dono diventi permanente, e sia in grado di suscitare risorse ed energie in misura maggiore di quanto non faccia il sistema attuale.

Un elemento fondamentale affinché questo avvenga è la partecipazione di tutti alle scelte di produzione e di investimento. Il sistema attuale è per questo aspetto, invece assolutamente gerarchico e piramidale.

Le scelte sugli investimenti sono effettuate dalle istituzioni finanziarie che privilegiano le iniziative che garantiscono i maggiori profitti, mentre le scelte sulla produzione (dall’organizzazione alla tipologia del prodotto) sono effettuale dalla direzione dell’azienda senza che i lavoratori siano in alcun modo coinvolti in esse.

Come abbiamo visto, in queste scelte sulla produzione sono in qualche modo coinvolti i consumatori, presso i quali viene sondato il gradimento dei nuovi prodotti.

Questo coinvolgimento, però, è a sua volta determinato dagli investimenti, nel senso che spesso il gradimento viene costruito con un bombardamento mass mediatico che rende gradevoli anche cose o prodotti che in sé non lo sarebbero affatto.

Di qui l’importanza della coscienza critica del consumatore al fine di indirizzare la produzione verso attività di effettiva utilità e gradimento.

 

Di grande interesse è la proposta di Michael Albert e Robin Hanhel che va sotto il nome di Economia Partecipativa (o ParEcon)[51]. In questo progetto Albert esplora una strada per la costruzione di un’economia alternativa sia al liberismo capitalista che al centralismo di stampo sovietico.

La sua attenzione è incentrata sulla partecipazione dei produttori e dei consumatori a tutte le fasi del processo di produzione, per mezzo di un sistema assembleare, abbastanza complesso, di discussione e decisione sulle scelte di consumo e di produzione.

La domanda globale (beni di consumo e di investimento) viene determinata tramite una pianificazione partecipativa dai consumatori e dei produttori che, in maniera non molto lontana da quanto avviene ora in una qualsiasi azienda di grandi dimensioni, indicano le proprie necessità per l’anno successivo. La novità consiste nel fatto che a determinare la domanda effettiva contribuiscono tutti i soggetti sociali attraverso un sistema assembleare organizzato orizzontalmente, spesso praticabile per via elettronica, attraverso il quale si attua una pianificazione non verticistica della produzione in funzione della domanda effettiva. 

Per i dettagli sul sistema ideato da Albert e Hanhel vi rimando alle sue opere e al sito internet.

Qui mi preme sottolineare la linearità della dimostrazione di Albert sulla superiorità della pianificazione partecipativa rispetto al mercato che lascia alla  teodicea della mano invisibile le scelte di  produzione, causando una grande inefficienza del sistema economico.

L’obiettivo della Economia partecipativa è la democratizzazione e la razionalizzazione dei processi di produzione e di quelli di consumo, e Albert dimostra in maniera abbastanza convincente che, tramite questa via, i processi di produzione diventano più efficienti di quanto non siano oggi, poiché il coinvolgimento dei produttori e dei consumatori, in quanto agenti sociali, determina una migliore veicolazione dei prodotti che rispondono alle esigenze sociali, senza che sia necessario il convincimento mediatico per indurre al consumo. Si tratta insomma, di una pianificazione dal basso che dovrebbe risultare molto più efficiente in termini di produzione di ricchezza, sia della pianificazione centralizzata che del mercato, nel quale l’efficienza marginale del capitale è la legge che non tiene conto dei costi sociali degli investimenti.

La collegialità delle decisioni sugli investimenti è uno strumento anch’esso caratteristico dell’economia partecipativa ed è di estrema importanza poiché comprende il concetto di funzione sociale del capitale che è proprio dell’idea dei Titan, come vedremo in seguito.

Se l’analisi di Albert è convincente, il suo progetto lo è meno poiché la sua piena attuazione comporta una rivoluzione e un potere che la gestisca. Nondimeno, nel progetto di realizzazione di una FAZ, si possono introdurre alcuni principi di funzionamento della Parecon, come ad esempio i consigli di produttori e di consumatori che pianifichino i propri bisogni. Insomma, gli aspetti “politici” della Parecon possono essere facilmente adottati da una struttura come le FAZ in cui le relazioni umane prevalgono sugli interessi meramente egoistici. Ma ritengo fondamentale l’adozione di uno strumento di decumulo del denaro al fine di uscire dalla logica del capitalismo.

Insomma la costruzione di una macchina che oggettivamente porti il sistema fuori dall’organizzazione capitalistica fondata sulla accumulazione monetaria.

Questa, come vedremo, è la logica della FAZ e dei Titan, che peraltro condivide con l’economia partecipativa il principio della collegialità delle scelte sulla produzione e del coinvolgimento sociale su tutti i processi economici.

Ma, appunto, il problema fondamentale è come costruire una macchina che non dipenda per il suo funzionamento da volontà politiche o sociali.

Se fosse necessario un intervento normativo per mantenere in piedi il sistema, ci troveremmo in una situazione in cui il potere avrebbe di nuovo il sopravvento e finirebbe alla fine per stravolgere il senso stesso di ogni riforma.

 

Una nuova economia deve dimostrare la propria superiorità indipendentemente dalla volontà degli uomini che vi partecipano, poiché deve essere conveniente per tutti e deve indurre automaticamente comportamenti conformi ai suoi principi.

Per superiorità intendo una migliore adesione dei principi di funzionamento allo stato dei rapporti di produzione, con la conseguenza che questi sono messi in condizione di svilupparsi in misura più soddisfacente per il maggior numero di membri della società.

In altri termini, è necessario che le scelte politiche non siano necessarie per il funzionamento della macchina, un po’ come avviene per l’economia cosiddetta di mercato, nella quale la politica interviene come correttivo, ma non per determinare il funzionamento del sistema.

Dobbiamo anche togliere dalla testa della gente l’idea che il liberismo di mercato abbia qualcosa a che vedere con la libertà individuale o con quella delle nazioni. Cosa c’è di libero in un mercato dominato da oligopoli o monopoli di multinazionali e che fonda il suo principale potere su una truffa come quella della creazione del denaro e sulla rappresentazione dell’inganno come quello riprodotto quotidianamente dalla televisione?

Dobbiamo fare in modo che lo spirito critico si diffonda il più possibile, e a questo fine, internet è un grande veicolo. Mai come oggi è vero che la verità è rivoluzionaria.

Il nostro obiettivo è di creare un’economia solidale perché, come abbiamo visto, i principi di solidarietà e di partecipazione sono più convenienti per tutti i membri della società e quindi ci permettono di addivenire all’obiettivo di una società più giusta e che funzioni meglio della precedente.

Il sistema di un’economia alternativa deve funzionare meglio di un sistema di economia di mercato o di uno di economia centralizzata perché la sua organizzazione è in grado di utilizzare al meglio le energie dei suoi membri. Questo non comporta necessariamente né una ridistribuzione forzata del prodotto, né una organizzazione gerarchica della società né, tanto meno, la spoliazione di una classe sociale in favore delle altre. Questo tipo di approccio al problema è tutto all’interno della logica dell’accumulazione e della scarsità delle risorse e del prodotto.

In una situazione in cui, al contrario, le risorse e il prodotto sono sovrabbondanti, quello che è necessario comprendere è che è possibile ed utile, per tutte le classi sociali, che la ridistribuzione avvenga secondo criteri diversi che finiscano per premiare le qualità umane, e non gli egoismi e le fortune contingenti.

 

E’ possibile che per un certo periodo convivano diverse economie, e non ritengo sia necessario che l’una prenda il sopravvento sull’altra per effetto di interventi normativi che scaturiscono dall’esercizio di un potere.

Un’economia alternativa all’accumulazione monetaria ha come fondamento un meccanismo che impedisca appunto l’accumulazione della moneta, e che determini un sistema di investimenti in grado di suscitare al meglio le energie produttive.

 

La proposta è che questo meccanismo si possa costruire sul tasso negativo e sul reddito di cittadinanza.

 

 

 


 

[25] J.K. Galbraith, Storia dell’economia, Rizzoli, Mi, 1990

[26] Sull’impossibilità di separare anima e corpo, rimando ad una divertente ed istruttiva storiella, rigorosamente logica, raccontata da Raymond Smullyan, un logico americano contemporaneo, nel libro di D. R. Hofstadter e D. C. Dennett, L’io della mente, Adelphi, Mi, 1985, dal titolo Un dualista sfortunato.

[27] La contrapposizione è solo apparente, poiché tra breve vedremo che anche per i beni materiali la scarsità non esiste se non in quanto frutto del potere. Cfr. infra, sez. IV cap. 6 Il capitale sociale.

[28] La differenza tra produzione immateriale e materiale è chiara nel seguente esempio. Se il totale del prodotto è una torta e decidiamo di goderne tutti in parti uguali, dobbiamo dividerla tra noi. Se siamo in venti avremo il doppio che se siamo in quaranta. Se il totale del prodotto è un film, non dobbiamo dividere un bel nulla, poiché tutti, sia che siamo venti o quaranta o un miliardo, possiamo goderne l’intero.

[29] J. Rifkin, L’accesso, Rizzoli, Mi, 2001

[30] Cfr. sul controllo mediatico e sulla sua natura di potere, J. Rubin, Il fascino del fascismo rosa, Malatempora, Roma, 2001

[31] Penso alla straordinaria forza che ha animato S. Francesco ed alla rivoluzione che egli ha causato nel mondo cristiano. Il suo Cristo non era metafisico, ma fenomenologico, egli lo viveva nella natura, nelle cose, nella miseria e nella grandezza delle persone. Il Cristo del potere è metafisico, sta al di là del mondo reale, staccato da esso fonte del sogno e dell’incubo, del timore e della salvezza in un mondo altro. Il Cristo di Francesco vive in mezzo agli uomini, continuamente ed eternamente presente, nell’oggi non nel domani. Il Cristo fenomenologico è compresente e comprensivo, il Cristo metafisico è astratto e punitivo poiché giudica. L’uno è qui, l’altro è su. C’è una contraddizione di fondo tra l’infinita bontà ed il giudizio che si risolve solo nella attualità del Cristo, nel suo calarsi nella storia e nella quotidianità, accanto agli uomini, e non sopra di essi.

[32] Il termine idiòtes (dal greco ìdios nel senso di particolare, che sta per sé), raffigura l’individuo privato senza cariche pubbliche e che pensa solo ai propri interessi ed affari. Da C. Gambescia, op. cit. pag. 33

[33] La differenza è intuitiva. Un gregge non può crescere all’infinito pena il rischio di rovina dell’intero “capitale”, per mancanza di alimentazione adeguata. Il gregge deve essere quindi proporzionato all’area sulla quale si trova. Al contrario, si possono costruire infiniti silos di grano per assicurarsi contro infiniti anni di carestia, continuando ogni anno ad accumulare l’eccedenza del prodotto. Il concetto di risparmio nasce in questo contesto. Il contadino si sacrifica per risparmiare ed accumulare una quantità maggiore di riserve, mentre il pastore trova insensato accumulare oltre le proprie possibilità di gestione. Per il cacciatore raccoglitore vale lo stesso ragionamento fatto per il pastore. Egli, infatti, non può accumulare più di quello che gli occorre per un periodo limitato, poiché i frutti che raccoglie e la selvaggina che caccia altrimenti deperiscono. Il consumo rituale alla fine dell’anno delle società di cacciatori raccoglitori, nasceva dalla necessità di consumare il sovrappiù ed evitare che deperisse inutilmente (cosa che avrebbe irritato gli dei che generosamente avevano favorito il raccoglitore durante la stagione). 

[34] Il termine latino per “diritto” è Jus da cui derivano Giustizia e Giusto, ma Jus è esattamente il contenuto dell’Imperium, la prerogativa del Console, comandante della legione. Alla fonte del diritto c’è, insomma un atto di forza (cfr sul punto Heidegger, Parmenide, Rizzoli editore, Mi, 1984). Cfr. in appendice i capitoli sulla Giustizia e sulla Verità nei quali il tema è trattato in maniera più estesa al fine di determinare le mutazioni che questi concetti subiscono in una società fondata su una economia diversa da quella dell’accumulazione.

[35] Considerando che per fare 50 kg di carne sono necessari 800 kg di foraggio, il mondo potrebbe produrre da mangiare per 18 miliardi di esseri umani se facesse meno hamburger e coltivasse più cereali. Però la produzione della carne da più utili che quella dei cereali. Appunto, il capitale monetario è il fine, non la vita umana.

[36] Lettera ad Attico. Bruto aveva prestato tramite i propri agenti Scapzio e Manuzio una grossa somma alla città di Salamina che si era lamentata con Cicerone dell’esosità del tasso di interesse richiesto.

[37] Cesare non badava a spese né per le sue ambizioni politiche né per i suoi vizi privati. La sua elezione a Pontefice Massimo fu scandalosamente procurata dalle enormi elargizioni al popolo dell’allora ventenne Caio Giulio, e Svetonio ricorda nella sua biografia, che durante i trionfi che Cesare celebrò sui Galli, i soldati delle sue legioni cantavano un distico che recitava testualmente così: “Attenti Romani, chiudete in casa le vostre donne! Vi riportiamo lo zozzone calvo che ha sperperato con tutte le prostitute della Gallia i soldi che ha rubato agli strozzini di Roma”.

[38] Poco prima di essere ucciso, Giulio Cesare indisse un anno giubilare in cui i debiti furono ridotti del 75% ed in alcuni casi eliminati del tutto. Nello stesso anno fu riveduta la lista degli aventi diritto ai benefici della Lex frumentaria, che prevedeva la distribuzione gratuita di grano per le famiglie non abbienti, riducendo il numero degli aventi diritto a 175.000 dai 375.000 originari.

[39] L’usura fu proibita al clero sin dal  Concilio di Nicea del 325 e ai fedeli nel secolo successivo da Papa Leone I. Nel secolo XII vari Concili precisarono e reiterarono la condanna, stabilendo per gli usurai la scomunica e il divieto di sepoltura in terra consacrata, nonché per le canoniche la proibizione di ricevere le offerte degli usurai, escludendoli di fatto dalla comunità. “Il prestito ad interesse  divenne un’attività molto proficua, dal momento che la condanna dell’usura da parte della Chiesa non li riguardava. Il Concilio Lateranense IV del 1215 che, fra l’altro, li costrinse a vivere nei ghetti, quasi li condannava a esercitare il prestito a interesse, proibito ai cristiani. In quanto deicidi, essi erano destinati al fuoco eterno, sicché il peccato di usura non poteva aggravare la loro condizione di anime perdute. In effetti anche la legge mosaica vietava il prestito a interesse, ma solo ai propri fratelli, vale a dire ai correligionari. […] In tal modo, la posizione della Chiesa e quella ebraica quasi si completavano, in quanto la prima lasciava l’ingrato compito di esercitare l’usura (di cui pure si sentiva l’esigenza) agli Ebrei, i quali, da parte loro, accettavano di buon grado di dedicarsi a un’attività così proficua, che peraltro non contrastava con i propri precetti religiosi.” E. De Simone, Monete e Banche attraverso i secoli, F. Angeli Editore – DASES – Mi, 2002, pag. 27

[40]E’ curioso come il buon senso, cercando di sfuggire a conclusioni assurde, sia incline ad esprimere una preferenza per forme interamente “improduttive” di erogazione di fondi presi a prestito invece che per forme parzialmente improduttive, le quali, non essendo interamente improduttive, sono spesso giudicate secondo principi strettamente “commerciali”. Per esempio si accetta più facilmente un sussidio di disoccupazione finanziato mediante prestiti che il finanziamento di miglioramenti ad un costo inferiore al saggio corrente di interesse; mentre la più accettabile fra tutte le soluzioni è quella forma di scavar buche nel terreno nota come estrazione dell’oro, la quale non soltanto non aggiunge nulla affatto alla ricchezza reale del mondo, ma implica la disutilità del lavoro” J. M. Keynes Teoria generale, op. cit. pag. 289.

[41] Che la fusione fredda sia una realtà scientifica è ormai accertato, così com’è evidente che è necessario ancora lavorarci sopra a lungo prima di avere una fonte di energia utilizzabile universalmente.

[42] "Vedo quindi gli uomini liberi tornare ad alcuni dei principi più solidi e autentici della religione e della virtù tradizionali: che l'avarizia è un vizio, l'esazione dell'usura, una colpa, l'amore per il denaro spregevole, e che chi meno si affanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della profonda saggezza. Rivaluteremo i fini sui mezzi e preferiremo il bene all'utile. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l'ora e il giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, i gigli del campo che non seminano e non filano. Ma attenzione! Il momento non è ancora giunto. Per almeno altri cento anni dovremo fingere con noi stessi e con tutti gli altri che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no. Avarizia, usura, prudenza devono essere il nostro dio ancora per un poco, perché solo questi principi possono trarci dal cunicolo del bisogno economico alla luce del giorno." J. M. Keynes, Esortazioni e profezie, Il Saggiatore, MI, 1968, pag. 282. La prima stesura del testo risale al 1930.

 

[43] Il progetto GNU linux combatte la proprietà dei codici sorgente del software e si fonda sull’idea che la condivisione del sapere sia molto più fruttifera della divisione. A questo fine, Linus Torvald, l’ideatore della GNU Licence, ha ideato un meccanismo semplice ed efficace. Il codice sorgente della GNU è protetto da una licenza “aperta”, che cioè, può essere utilizzata da tutti i programmatori purché il loro prodotto sia allo stesso modo utilizzabile da tutti. In altri termini, un programmatore non può utilizzare i codici GNU per costruire un software proprietario coperto da copyright. Il vantaggio per i programmatori è che in questo modo essi condividono il lavoro e le conoscenze degli altri e non devono, ogni volta, ricostruire l’architettura del software alla base del loro programma, e inoltre possono lo stesso essere remunerati per il loro lavoro di programmazione sia per donazioni da utenti soddisfatti, sia per il lavoro di assistenza e di installazione che la maggior parte dei programmo comunque richiede, sia per il prestigio che ad essi deriva dall’aver ideato un programma particolarmente interessante. Insomma, la GNU riporta il software nell’ambito della scienza inducendo i programmatori alla collaborazione tra loro. In questo modo, l’ambiente GNU è certamente più produttivo di quello proprietario, nel quale i codici sorgente sono protetti da copyright. I programmatori di codici proprietari, infatti, non collaborano tra loro e nemmeno con i programmatori GNU, mentre questi collaborano. E’ evidente che alla fine questo genererà programmi migliori ed in maggior numero ad un tasso di crescita che è insostenibile nell’ambito del codice proprietario.

[44] Sulla ricchezza come organizzazione di informazioni e in ultima analisi, come informazione essa stessa, cfr. infra, cap. IV par. 5 il capitale sociale

[45] Questa considerazione risale ad Adam Smith nel suo “Della ricchezza delle Nazioni”, ed è stata per centinaia di anni usata come manifesto dell’ideologia del libero mercato. Asserzione del tutto apodittica, considerato che Smith stesso denunciò nello stesso libro ed altrove le storture che derivavano alla vita sociale dall’assenza di regole. Di contro, l’opposta ideologia del centralismo dirigista, ha portato i paesi che l’hanno adottata in situazioni drammatiche per l’emergere di una nuova classe di burocrati (dalla quale, peraltro, nemmeno i paesi di libero mercato sono esenti, anzi). Questo libro tenta una terza via, quella della proprietà sociale del capitale e della libera iniziativa imprenditoriale in un contesto in cui ricchezza sia tutto ciò che arricchisce la conoscenza. Sembrerà strano che una considerazione così fondante sia messa in una nota sperduta in un testo, ma l’intenzione di questo libro non è quella di costruire un’alternativa politica, ma quella di indicare la via di un’alternativa economica al capitalismo finanziario e la maniera migliore per abbatterlo. Non ho alcuna intenzione di dare origine ad una nuova ideologia: se è stato possibile scrivere questo libro lo si deve anche al fatto che tutte le ideologie sono morte.

[46] In greco antico poiesìs significa fare, nel senso di creare qualcosa che prima non c’era. “Il fenomeno dell’artista è ancora quello più trasparente, che si può scrutare più facilmente [VIII, I, 116]… nell’artista l’essere riluce per noi nel modo più diretto e più chiaro. Perché? Nietzsche non lo dice esplicitamente; ma la ragione è facilmente trovata. Essere artista è un saper produrre. Ma produrre significa: porre in essere qualcosa che ancora non è. Nella produzione noi partecipiamo per così dire al divenire dell’ente e vi possiamo scorgere la sua essenza in forma non offuscata”. M. Heidegger, Nietzsche, Adelphi, Mi, 1994, pag 78.

[47] Ovvero, D-M-D1, dove D1 > D (D=Denaro; M= Merce).

[48] Dal manifesto della GNU: “Nel lungo periodo, rendere liberi i programmi è un passo verso l'epoca della fine del bisogno, quando nessuno sarà obbligato a lavorare molto duramente solo per guadagnarsi di che vivere. La gente sarà libera di dedicarsi ad attività divertenti, come programmare, dopo aver passato le dieci ore settimanali necessarie in compiti come legiferare, fare consulenza familiare, riparare i robot e prevedere il moto degli asteroidi. Non ci sarà bisogno di guadagnarsi da vivere con la programmazione”.

[49] E’ interessante notare la proliferazione ed il successo, anche in Italia, di esperimenti di democrazia partecipativa e di sviluppo sostenibile a livello locale. In Italia, il primato spetta a Grottammare, un comune abruzzese in cui i cittadini intervengono attivamente sulle decisioni importanti della vita del paese attraverso un sistema di assemblee.  Il Piano regolatore, la farmacia comunale, la gestione del depuratore, il rifiuto della grande distribuzione, l’olio di colza al posto della benzina, l’informatizzazione della popolazione, sono i principali risultati della partecipazione popolare alla gestione della cosa pubblica. Soprattutto il successo della lista che partita con una maggioranza striminzita, ha decisamente incrementato il proprio successo con il secondo mandato.  Altro Comune su questa china sono Pieve Emanuele e Monsano, che hanno sperimentato con successo analoghe iniziative.

[50] In Italia la logica del microcredito è stata concretizzata dalla rete delle MAG, società finanziarie in forma cooperativa che supportano piccoli progetti di impresa tutti legati tra loro e che si sostengono reciprocamente senza gravare i soci con garanzie e interessi se non in misura ridottissima. La rete è anche connessa a Banca Etica, struttura che finanzia progetti di imprese non inquinanti e con un tasso di interesse inferiore a quello praticato dalle altre banche. 

[51] Michael Albert, Parecon - Life After Capitalism, Verso Books, London & New York: 2003 di prossima uscita in Italia per i tipi del Saggiatore nella traduzione di Adele Oliveri. Buona parte del materiale sulla Parecon, comunque, si trova, rigorosamente no copyrught, sul sito Z.net il cui indirizzo per la versione italiana è www.zmag.org/italy/parecon-it.htm).

 

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