La moneta ha sempre svolto una funzione di mezzo di scambio. Per millenni essa è stata legata ad una merce, o meglio, era essa stessa rappresentata da una merce di particolare pregio o valore presso il popolo che l’accettava comunemente.
In altri termini, la moneta anticamente era un intermediario più o meno sofisticato del baratto. Tutte le merci venivano rapportate al prezzo del bene che fungeva da moneta, fosse esso l’oro, l’argento, il rame, il tabacco o il sale.
Come spesso tuttora accade, qualche commerciante barava sul peso o sulla qualità del bene usato come moneta, così come, allo stesso modo, qualche commerciante barava sul valore effettivo delle merci oggetto del baratto. Ma questo non aveva alcuna influenza sull’inflazione, semmai ne aveva sulle tasche dei cittadini raggirati dal commerciante truffatore.
Allo stesso modo dei commercianti, anche gli Stati baravano sul prezzo delle monete: il fatto che venissero ridotte le quantità di metallo nelle monete, non aveva altro significato che un gioco da bari fatto per lo più in posizione dominante, dato che per la maggioranza dei sudditi, non era certo agevole verificare il peso effettivo e la qualità del conio.
Che questo portasse ad un aumento del prezzo nominale dei beni era una ovvia conseguenza, poiché i commercianti si accorgevano della diminuzione di valore della moneta e si adeguavano aumentando i prezzi nominali, così da ottenere la stessa quantità di metallo prezioso (o una maggiore se erano “furbi”).
Ma attraverso quel trucchetto, nello Stato circolava più denaro e quindi si verificava una certa ripresa economica, finché l’effetto non si esauriva ed il sistema non si stabilizzava ad un livello di prezzi più elevato. Era allora necessario un ulteriore intervento di limatura del metallo allo scopo di creare una nuova eccedenza della moneta necessaria per mandare avanti quel tipo di sistema economico [9] .
L’inflazione che ne derivava, non era molto diversa da quella attuale, anche se oggi il sistema di riferimento per le emissioni monetarie è completamente diverso.
In altri termini, rispetto al prezzo effettivo dell’oro, o del metallo usato come moneta, i prezzi non salivano affatto, poiché essi erano rapportati alla effettiva quantità di metallo contenuta nella moneta.
Di conseguenza, se quella quantità di metallo si riduceva, erano necessarie più monete per ottenerla, e quindi il prezzo nominale del bene saliva. Allo stesso modo il prezzo saliva se per qualche ragione aumentava considerevolmente la quantità di metallo prezioso posta a base della moneta [10] .
Un altro genere di inflazione è quello che si è verificato in alcuni periodi storici per effetto di emissioni di moneta cartacea senza alcun corrispettivo in metallo. In genere queste emissioni avvenivano per sopperire alla carenza di metallo da moneta in momenti di particolare necessità o di assenza di un governo centrale, come per esempio durante la rivoluzione americana o quella francese, che furono finanziate stampando notevoli quantità di banconote senza che vi fosse né oro né altri metalli preziosi né, tanto meno, attività economiche a giustificare le emissioni.
La guerra è un’attività che crea ricchezza solo per il vincitore, ma è una ricchezza illusoria poiché le distruzioni che essa comporta sono di gran lunga maggiori delle ricchezze che il vincitore riesce ad arraffare [11] .
A maggior ragione, la guerra civile porta a distruzioni di ricchezza e soprattutto dell’apparato produttivo, con la conseguenza che dopo ogni guerra la massa di moneta cartacea esistente è notevolmente maggiore di quanto sia necessario per il livello degli scambi nel sistema economico.
Gli economisti classici ritenevano che ogni merce potesse fungere da moneta e che nel mercato le persone scambiassero ciascuna il prodotto del proprio lavoro. La moneta svolgeva una mera funzione di intermediario per i calcoli, ma erano irrilevanti sia la qualità che la quantità della moneta. In altri termini, se i beni sono calcolati in termini di oro o di sale o di tabacco non cambia la natura di scambio che attraverso il calcolo può essere effettuata.
Di conseguenza, la moneta non entrava nell’analisi dell’economia classica, e gli studi del ciclo economico non tenevano in alcun conto degli effetti della moneta cartacea e del debito sul suo verificarsi.
In un’economia in cui gli scambi sono pochi e sporadici, e in cui qualsiasi bene può fungere da moneta, con un maggiore o minore premio di liquidità [12] , in effetti, la natura della moneta è ben poco significativa rispetto ai processi economici.
Per millenni, la grande maggioranza della popolazione ha creato un prodotto complessivo a malapena sufficiente per mantenere in vita sé stessa e in condizioni di ricchezza qualche privilegiato dal potere o dal culto.
In altri termini, fino alla metà del secolo scorso, buona parte della popolazione produttiva era impegnata in agricoltura, e i contadini usavano il denaro solo qualche volta l’anno per acquistare beni che non erano in grado di produrre direttamente.
E’ chiaro che in un’economia siffatta, qualunque bene può essere usato come moneta.
Il salario degli operai prende il nome dal fatto che il pagamento era effettuato con il sale, spezia relativamente preziosa ed essenziale in cucina e per la conservazione dei cibi, e molti contadini barattavano i prodotti dei propri campi con le merci che acquistavano al mercato senza necessità di alcun intermediario.
Era quindi ragionevole che l’economia classica ritenesse la moneta del tutto ininfluente nel ciclo economico. Era anche altrettanto ragionevole il dibattito che allora si svolgeva tra gli economisti a proposito della effettiva produttività dei beni.
I fisiocratici sostenevano che la ricchezza fosse creata dalla terra, gli economisti ortodossi dal capitale, quelli eterodossi dal lavoro. Tutti erano alla ricerca del “plusvalore”, ovvero di quel prodotto in più che consentiva al sistema economico di crescere ed alla gente (in verità, allora, solo ad alcune persone) di arricchirsi.
Nessuno dubitava dell’esistenza del valore intrinseco alle cose, e scoprirlo avrebbe significato trovare la chiave per comprendere i fenomeni dell’economia nella loro essenza.
Questo avrebbe comportato notevoli conseguenze pratiche, la prima di esse che, conoscendo i valori dei prodotti, sarebbe stato possibile determinare i prezzi senza tema di errore. E questo era il sogno di ogni capitalista dei tempi di Adam Smith.
Insomma, quello che veniva in effetti scambiato era, per gli economisti classici, il valore intrinseco a tutte le cose prodotte dall’uomo o dalla natura, ed i prezzi non ne erano che un’ovvia conseguenza.
Per questa ragione, la moneta non aveva alcuna importanza nella teoria economica. Anche la merce-moneta aveva un proprio valore, che si poneva nei confronti dei valori delle altre merci secondo relazioni determinate da quel “quid” che la teoria del valore intendeva scoprire.
Keynes inferse un duro colpo a questa idea dell’economia. Nel frattempo, infatti, le cose erano cambiate notevolmente, il livello degli scambi si era moltiplicato, un gran numero di persone aveva abbandonato la vita dei campi per riversarsi nelle grandi città dove trovava un lavoro in fabbrica e condizioni di vita meno dure che in campagna.
Soprattutto, era stata introdotta nel sistema la moneta cartacea che aveva radicalmente cambiato la natura stessa del denaro.
Se prima della sua introduzione, infatti, una moneta d’oro era una merce come le altre, la moneta cartacea moltiplica il valore di quella moneta d’oro, senza però creare alcuna ricchezza se non nelle mani dei banchieri e dei signori della finanza.
Sul meccanismo di creazione di denaro da parte del sistema bancario, ho parlato diffusamente in altre mie opere alle quali rimando per una trattazione completa [13] .
Ricordo soltanto, che il numero virtuale di quelle monete, con l’introduzione delle banconote, si è moltiplicato in funzione inversa al tasso di riserva adottato dalle banche. Tutti quelli che lavoravano, versavano in banca il frutto del proprio lavoro, in metallo o in banconote rappresentative di metallo e in teoria convertibili in esso in qualunque momento. Quelle banconote rappresentavano, però, allora, solo una frazione sempre più piccola del metallo detenuto dalle Banche, indipendentemente dal fatto che le banche tenessero o meno un comportamento truffaldino, il che, tra l’altro, capitava anche abbastanza di frequente.
Questo denaro cartaceo era giustificato dalla circolazione stessa della moneta e in teoria, in caso di arresto o rallentamento del sistema, tutte le banconote avrebbero trovato il loro pagamento in metallo o nei beni che avevano contribuito a creare.
In pratica le cose andavano in maniera affatto diversa, poiché era sufficiente un affare andato a male o anche una voce maligna sulle difficoltà della banca emittente, per scatenare il panico tra i depositanti ed il ritiro immediato dei depositi. E poiché le monete metalliche erano solo una frazione delle banconote emesse dalle banche e non c’era il tempo per realizzare i beni creati dalle banconote, in genere ad una crisi di panico seguiva il fallimento della banca [14] .
Quando negli anni Trenta, fu istituito il divieto di conversione delle banconote in metallo, le banche non cessarono di creare denaro, nonostante tale funzione fosse stata nominalmente assunta dallo Stato.
Così come avveniva prima del divieto di conversione, anche successivamente il meccanismo di creazione del denaro passò attraverso il debito.
In altri termini, le banche si sono arrogate il diritto esclusivo di prestare denaro che esse stesse creano fondandolo sul lavoro della nazione. E lo prestano non solo alle imprese, ma anche alle famiglie ed allo Stato, che paradossalmente gli ha conferito in nostro nome, il diritto di creare il denaro che ad esso Stato serve per mandare avanti il sistema.
In pratica il meccanismo è questo.
Per creare denaro una banca lo deve prestare a qualcuno. Assume tutte le garanzie del caso, e poi annota il debito nei proprio libri contabili. La copertura di questo debito è data nominalmente dalla riserva obbligatoria e dai prestiti che la banca a sua volta riceve dalla Banca centrale di emissione. In realtà, dato che la riserva è attualmente del tre per cento sui depositi, le banche creano il denaro che prestano, e che è giustificato proprio dalla ricchezza che viene prodotta da coloro che ricevono il prestito.
Le banconote emesse dalla Banca centrale, rappresentano oltre un trentesimo del totale dei depositi a breve e a medio termine, e questi sono indubbiamente denaro. Alla stessa stregua dobbiamo considerare i titoli del debito pubblico, che sono appunto denaro anch’essi, e che sommati ai depositi, portano la massa monetaria a oltre settanta volte il totale delle banconote emesse e che circolano nel paese.
Keynes si fermava qui, nel calcolare la massa monetaria. Direi che però dobbiamo aggiungere sia le azioni delle società quotate in borsa, sia i prodotti finanziari emessi in gran quantità, soprattutto negli ultimi venti anni, da parte del sistema bancario e di operatori finanziari privati.
Allo stesso modo, dobbiamo considerare come parte integrante della massa monetaria i titoli di debito a breve e medio termine emessi dai privati, sia sotto forma di prestiti obbligazionari sia sotto forma di cambiali o altri titoli di credito.
Per loro natura, infatti, essi non sono affatto diversi dai titoli di debito emessi dalle banche, a parte la maggiore (apparente) solidità di queste ultime. E inoltre, i titoli di debito tra privati sono regolarmente usati come mezzi di pagamento, com’è ben noto a tutti coloro che abbiano avuto a che fare con un’attività commerciale o di produzione [15] .
Se questo è il meccanismo di creazione di denaro, non vi sembra
almeno strano che all’opinione pubblica il “debito” sia rappresentato come una
minaccia per l’economia? E che si faccia continuamente ricorso alla necessità
di fare sacrifici per evitare che questo debito esploda mettendo in crisi l’economia
nazionale e quella di tutto il resto del mondo?
Sappiamo tutti, per esperienza diretta, quanto il denaro sia necessario
per vivere in questa società. Ora sappiamo anche che esso viene creato solo
sul debito. Generare il timore del debito nella gente è come prospettargli l’impossibilità
di vivere.
Dobbiamo comprendere le ragioni di tutto ciò.
Se ritorniamo al pensiero economico classico, l’idea che qualunque mezzo potesse fungere da moneta comportava che ogni produzione trovasse alla fine la propria collocazione. Un economista francese, Jean-Baptiste Say, la espresse in una legge che prese il suo nome e che dominò il pensiero economico per oltre un centinaio di anni, nonostante l’evidenza dicesse da tempo il contrario. Keynes ne dimostrò l’infondatezza anzi direi la sopravvenuta infondatezza, negli anni Trenta, ma occorsero ancora parecchi anni prima che gli economisti ne prendessero atto [16] .
La legge di Say dice in pratica che ogni offerta crea la propria domanda, e se ci pensate la cosa è di immediata evidenza, se ogni merce può fungere da moneta. In tale guisa, infatti, creando una merce si crea anche la moneta che nel gioco degli scambi servirà a stimolare la domanda di quei beni che sono stati prodotti.
L’altra conseguenza della legge di Say, è che il sistema economico tende verso l’equilibrio. Pure se occorre del tempo affinché tutti i fattori della produzione siano remunerati opportunamente ed ogni merce possa trovare la propria collocazione, la tendenza naturale del sistema economico è che alla fine tutti troveranno soddisfazione.
In fondo la politica del “laisser faire” nasce sulla scorta di queste considerazioni. Si tratterà, semmai, per lo Stato e per i produttori di organizzarsi affinché le cose si sistemino nel più breve tempo possibile, e in questo senso le azioni delle organizzazioni sindacali e dello Stato sono viste come uno strumento che accelera la naturale tendenza del sistema all’equilibrio, ma per gli economisti classici il mercato, come essi chiamavano il complesso delle relazioni economiche piuttosto che semplicemente il luogo dove avvenivano gli scambi, è capace di regolarsi da sé.
Keynes dimostrò che questa “naturale” tendenza del mercato a regolarsi da sé è solo un caso dovuto a condizioni particolari, mentre nella normalità il mercato, abbandonato a sé stesso, tende non all’equilibrio bensì a determinare disoccupazione e miseria economica.
Le conclusioni cui pervenne Keynes non erano molto dissimili a quelle cui era pervenuto Marx molti anni prima, pure se il filosofo di Treviri vi era arrivato sulla scorta di considerazioni affatto diverse.
Sembra strano che la legge di Say possa essere valida in un sistema dove si svolge un numero relativamente ridotto di scambi, e non esserlo più se gli scambi aumentano in maniera considerevole. Infatti, un maggior numero di scambi comporta che un numero crescente di merci è in grado di fungere da moneta, e quindi gli scambi dovrebbero intensificarsi invece che ridursi. Se però pensiamo per un momento a quello che avviene in una nostra qualunque giornata, ci appare evidente che, senza il denaro, gli scambi che oggi effettuiamo non sarebbero possibili. In una società come la nostra, in cui le categorie di merci sono decine se non centinaia di migliaia, è assolutamente necessario che le misurazioni delle merci siano assolutamente precise, e questa precisione non è ottenibile in termini di merci, ma solo in termini di denaro.
Ciascuno di noi, in una giornata, effettua svariate operazioni con il denaro, e alcune persone ne effettuano decine o centinaia. Provate ad immaginare cosa accadrebbe alla cassa di un qualunque supermercato se in pagamento venissero accettate tutte le merci, in base ad una tabella che stabilisse i valori di scambio reciproci. A prescindere, poi, dall’effetto esilarante che produrrebbe il tentativo di un lavoratore dei servizi di piazzare il proprio prodotto in cambio della spesa al supermercato.
Che cosa ci fa la cassiera di un supermercato con il progetto di un architetto o i consigli di un avvocato, e, soprattutto, come li valuta? E se pensiamo che oggi, i servizi rappresentano oltre il settanta per cento del totale del prodotto interno di un qualsiasi paese occidentale, ci rendiamo conto della impossibilità di poter considerare denaro ogni tipo di merce prodotta.
Un tempo, invece, quando gli scambi erano per ciascuno in numero irrisorio ogni anno, e le tipologie di merce erano poche decine o centinaia, era relativamente semplice valutare una mucca in termini di pecore o uova o grano. Anche allora era necessario, per chi voleva comprare una mucca e non disponeva di denaro se non nella forma di pecore del gregge, trovare il mercante disposto a quello scambio, o meglio il pastore interessato a diversificare i propri investimenti in ruminanti, il che non era affatto semplice.
Questa considerazione introduce il concetto di utilità marginale, nel senso che presupposto di ogni scambio è che si trovino almeno due persone che abbiano interesse a farlo e che trovino sufficiente soddisfazione dallo scambio così come viene proposto.
Se una mucca vale quattro pecore, e la mia necessità è quella di aumentare il gregge proprio di quattro pecore, non venderò due mucche, ma soltanto una. Il pastore potrà piazzare da me solo quattro delle venti pecore che intende vendere per comprare le cinque mucche di cui ha bisogno.
Insomma, si fa prima e si corrono meno rischi a vendere le pecore ad un intermediario, ricavare oro o altra moneta, e andare a comprare le pecore che si desiderava ottenere.
D’altra parte, se le pecore circolano con una qualche lentezza, le monete possono circolare con velocità crescente e servire un numero crescente di scambi [17] . La stessa quantità di moneta che può effettuare, poniamo, dieci scambi in una giornata, se la velocità di circolazione raddoppia ne può effettuare venti, e se decuplica, arriverà a cento. Questo fenomeno non è infrequente in un mercato vivace, dove molti operatori intervengono per acquistare e vendere nella stessa giornata più volte le stesse merci se dalle operazioni che effettuano ricavano un guadagno [18] .
La stessa operazione, però, poteva essere effettuata anche con il sale o con il tabacco, mentre sarebbe più difficile concretizzarla utilizzando come moneta le pecore. La moneta, ha quindi un elevato (il più elevato) premio di liquidità, mentre le pecore l’hanno estremamente scarso.
La legge di Say ha altre conseguenze. La prima è che non esiste la disoccupazione involontaria, poiché se ogni offerta trova la sua domanda, anche l’offerta di lavoro troverà prima o poi collocazione. Secondo gli economisti, infatti, il lavoro è una merce come un’altra (ma guai a dirlo ai lavoratori, potrebbero prenderla a male). Il fatto che un’idea così ripugnante sia tranquillamente accettata da tutti gli economisti, è indice della profondità alla quale è arrivato il concetto di accumulazione monetaria nella logica economica.
Insomma, applicando la legge di Say, il sistema tende naturalmente verso la piena occupazione dove tutti i fattori della produzione trovano piena soddisfazione. Ovviamente, occorrerà del tempo affinché questo avvenga, sia perché non è facile trovare l’allocazione giusta, sia per il fatto che c’è una discrasia tra il tempo in cui si forma l’offerta di lavoro e quello in cui questa offerta viene soddisfatta dalla domanda, poiché tale domanda necessita di investimenti.
Però, a parte questa sfasatura temporale, cui si può porre rimedio con sostegni temporanei ai disoccupati, secondo questa impostazione, chi vuole una occupazione remunerata alla fine riuscirà a trovarla.
Questa ipotesi, che Keynes dimostrò essere del tutto falsa, è alla base delle politiche di sussidio temporaneo ai disoccupati, ed al pregiudizio corrente nei loro confronti, che vede la disoccupazione come sostanzialmente fondata sulla mancanza o su una scarsa volontà di lavorare.
L’altra conseguenza è che tutto il prodotto che non viene consumato viene risparmiato, e poiché la produzione tende a crescere continuamente - per effetto dell’aumento di produttività, per l’introduzione delle macchine, per l’aumento della popolazione -, anche il risparmio tende ad aumentare, soprattutto quando i bisogni principali della popolazione sono stati soddisfatti dalla produzione.
Questo comporta che per indurre i risparmiatori ad investire, è necessaria una politica di tassi di interesse che li inducano a correre il rischio di prendere i propri soldi da sotto il mattone e portarli in banca per rimetterli in circolazione.
In base a questa ipotesi, negli anni Trenta, subito dopo la crisi del ’29, gli economisti se la presero con gli accaparratori di oro ed altri preziosi che accusarono di essere la causa della crisi economica.
In quel clima, il provvedimento che vietava il possesso dell’oro ai privati, e che aveva tutt’altro scopo, fu accolto come una giusta misura per fare ripartire l’economia.
Keynes ci ironizzò sopra spiegando la sua idea della spesa in deficit pubblico con l’esempio della scoperta di un tesoro che era stato dapprima opportunamente nascosto dagli stessi che poi lo ritrovavano [19] .
Secondo questa ipotesi fondata sulla legge di Say, il tasso di interesse tendenziale dovrebbe aumentare. Infatti, se con la crescita della produzione aumenta il risparmio poiché si riduce la propensione al consumo della popolazione, per convincere la gente a rischiare i propri denari è necessario un tasso d’interesse crescente.
Sulla scorta di questa folle considerazione, la Banca Centrale americana adottò la sua politica monetaria dopo la crisi del ’29.
Inizialmente ridusse il tasso di sconto che passò dal 6% di prima della crisi all’1,50% del 1932. C’è una sinistra coincidenza con quanto è avvenuto dopo la caduta delle borse nell’aprile del 2000. All’incirca nello stesso lasso di tempo di allora, la FED ha ridotto il tasso di sconto dal 6,5% all’1,50%.
Anche allora accadde ben poco. La gente non aveva i soldi per mangiare e nessuno era in grado di andare in banca per chiedere un prestito.
Ovviamente, se non ripartiva la domanda, nemmeno le imprese erano in grado di chiedere prestiti, nonostante i tassi di interesse favorevoli, poiché dovevano prima smaltire i magazzini pieni di merci invendute e che marcivano lì dentro.
Visto che il taglio dei tassi non dava alcun effetto ragionevole, gli economisti provarono con l’inflazione cercando in questo modo di ottenere un’inversione di tendenza nel meccanismo finanziario aggredito dalla deflazione.
Che cosa era successo? La mancanza di domanda induceva i produttori ad abbassare i prezzi delle merci, ed ovviamente dovevano anche ridurre i salari ed il personale per sostenere i costi. La riduzione dei salari e del personale, incideva però sulla domanda complessiva facendola scemare, ed il sistema scivolava sempre più in basso verso prezzi al di sotto dei costi, questi che inseguivano i prezzi al ribasso e un numero crescente di disoccupati disperati.
Gli effetti della deflazione furono particolarmente devastanti nel settore agricolo, ed indussero una massa enorme di persone ad abbandonare le campagne e rifugiarsi in città alla disperata ricerca di un’occupazione qualsiasi.
Gli economisti più influenti di allora, Schumpeter e Robbins, predicavano che non si poteva fare nulla contro la crisi se non aspettare che passasse.
Per l’economia classica la depressione non era un male curabile, anzi non era proprio contemplata dalla teoria. Schumpeter sostenne che ogni intervento volto ad alleviare gli effetti della crisi si sarebbe risolto in un aggravamento ed allungamento della stessa. Se gli economisti di allora li considerarono praticamente ininfluenti, gli imprenditori presero invece di mira i programmi di assistenza e di previdenza che il New Deal di Roosevelt aveva iniziato con il Social Security Act, sostenendo che essi avrebbero minato irrimediabilmente l’etica del lavoro [20] .
Un economista, indubbiamente geniale, ingaggiato in un brain trust organizzato dai repubblicani del Republican National Committee, Thomas Nixon Carter di Harward, sostenne pubblicamente la necessità di sterilizzare i poveri d’America per ridurre la povertà. Egli sosteneva che erano poveri coloro che godevano di un reddito inferiore ai 1.800 dollari all’anno [21] .
Vista l’inefficacia delle manovre sul tasso di sconto, gli economisti pensarono che si dovesse intervenire sulla base monetaria, che allora era l’oro, per far circolare più moneta.
Dopo il divieto di tesaurizzazione stabilito nel 1932 da Roosevelt nei primi tempi del suo mandato, ed il divieto di conversione delle banconote in oro, il governo americano pensò che per sostenere i prezzi potesse essere utile una strana manovra sul prezzo dell’oro.
George Warren, un economista studioso dell’andamento dei prezzi in agricoltura, fece notare che i prezzi dei prodotti agricoli seguivano l’andamento del prezzo dell’oro cosa che, come nota Galbraith, non è del tutto sorprendente.
Certamente sorprendente è l’idea che la correlazione funzioni anche all’inverso: aumentando il prezzo dell’oro sarebbero aumentati anche i prezzi dei prodotti agricoli. L’idea fu presa sul serio dal governo Roosevelt che ideò un programma di acquisto a prezzi crescenti dell’oro ancora in circolazione nel paese. Il Ministero del Tesoro fece lievitare il prezzo dell’oro nel cambio con i dollari, portandolo in pochi mesi quasi a raddoppiare [22] .
La manovra ebbe limitatissimi effetti solo sulle esportazioni americane, poiché il dollaro più a buon mercato rendeva le merci americane più appetibili. Ma il problema della crisi era la domanda interna e non quella estera, che già soffriva per conto suo dei problemi che avrebbero portato poi alla seconda guerra mondiale.
La domanda rimase debole e, nonostante le promesse elettorali e le previsioni che annunciavano anno dopo anno una forte e stabile ripresa dell’economia, le cose andavano sempre peggio. Nel 1937, dopo una breve ed effimera risalita, i prezzi ricominciarono a scendere con decisione.
Keynes comprese che se la Banca centrale può controllare l’inflazione rialzando i tassi, non può certamente fare altrettanto con la deflazione abbassandoli.
Galbraith usa in proposito un’immagine efficacissima. Si può spostare verso di sé qualcosa tirando un filo, ma non la si può allontanare spingendo il filo.
Insomma, per far ripartire la domanda era necessario che qualcuno spendesse dei soldi e solo lo Stato aveva la capacità di indebitarsi e creare in questo modo moneta per far ripartire le attività economiche. Keynes cercò di convincere le autorità politiche ad adottare la sua ricetta. Polemizzò con Churchill, si incontrò con Roosevelt, ma non riuscì a convincerli della bontà delle proprie tesi.
La cosa più strana è che dopo la recessione del 1937, gli americani adottarono proprio la politica di deficit pubblico di cui Keynes proclamava la necessità, e che altrettanto aveva fatto Hitler non appena salito al potere, riuscendo a portare la Germania fuori dalla gravissima crisi economica in cui versava dal dopoguerra. Agli occhi dei suoi contemporanei, le tesi di Keynes sembravano una giustificazione intellettuale della dolorosa necessità di una politica finanziaria folle, come quella di spendere di più di quello che lo Stato incassava, che non lo strumento per uscire effettivamente dalla crisi. Follia che era meglio nascondere facendo finta di nulla in attesa che il mercato rimettesse da solo le cose a posto.
Gli economisti che analizzavano lo stato dell’economia tedesca sul finire degli anni Trenta, ne preconizzavano l’imminente disastro economico, per l’impossibilità di sostenere finanziariamente le spese pubbliche in deficit che costituivano l’ossatura della politica economica nazista.
E quando scoppiò la guerra molti predissero che essa sarebbe durata pochi mesi poiché non esistevano le risorse economiche sufficienti a sostenere uno sforzo di maggiore durata.
Secondo Keynes, non è affatto detto che tutto il risparmio debba essere investito, poiché ci sono situazioni in cui la gente preferisce tesaurizzare il proprio risparmio se non ha fiducia nell’andamento dell’economia, e quindi non necessariamente dal risparmio si genereranno nuovi investimenti.
Se non aumenta la domanda, e peggio ancora se questa diminuisce, allora le imprese dovranno ridurre la produzione e licenziare gli operai, e questo genererà una ulteriore contrazione dei consumi finché il sistema non si assesterà su un livello di equilibrio che comprende una disoccupazione che può anche essere elevata. Ciò che lo farà muovere saranno nuovi investimenti, ma questi non potranno venire dal risparmio privato che, appunto, è tesaurizzato a causa della crisi.
Insomma Keynes dimostrò che il sistema economico lasciato a sé stesso, non tende affatto all’equilibrio della piena occupazione, ma che al contrario, esso si può ben equilibrare in una situazione di depressione, con un livello di consumo e di produzione bassi ed un alto livello di disoccupazione.
L’idea che il risparmio sia reddito non consumato e che esso debba salire necessariamente se cresce l’economia, è comunque ancora presente nella testa di molti economisti come in fondo, lo era anche nella testa di Keynes.
Sulla scorta di questa idea, è sufficiente che riparta un processo di crescita del PIL per ottenere nuovo risparmio, nuovi investimenti ed innescare un nuovo circuito virtuoso.
Perciò la cura proposta da Keynes fu quella che lo Stato dovesse intervenire facendo debiti pur di immettere nel sistema la liquidità necessaria per nuovi investimenti e per creare un clima di fiducia che inducesse i risparmiatori ad abbandonare la propria reticenza all’impiego dei capitali tesaurizzati.
Per questa ragione, tutte le politiche monetarie tendono ad effettuare iniezioni di liquidità nel sistema sufficienti a creare nuovi investimenti che possano generare nuovo risparmio.
La rivoluzione keynesiana, così come venne chiamato il complesso di interventi proposti da Keynes e dai suoi sostenitori, si impose subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, e generò una corrente di pensiero che restituiva allo Stato il ruolo di regolatore del mercato e dell’andamento dell’economia.
Seguirono oltre vent’anni di ininterrotta crescita nelle economie di tutto il mondo, finché con l’inizio degli anni settanta non apparve lo spettro dell’inflazione a dimostrare che nel modello ideato dai keynesiani c’erano alcune incongruenze che ne limitavano l’efficacia e la validità.
D’altra parte Keynes si era occupato essenzialmente della grande depressione del ’29 ed il suo Teoria Generale parla prevalentemente dei problemi di quel periodo. Allora il problema principale per la finanza era la deflazione e non certo l’inflazione, e la cosa urgente da fare sembrava proprio quella di far ripartire l’economia a tutti i costi.
Come ho già detto, Keynes giustificò in termini scientifici quell’indebitamento dello Stato che durante la crisi fu preso per una dura necessità politica anche se dalle conseguenze gravide di incognite.
All’inflazione pose rimedio il monetarismo di Friedman e della scuola di Chicago che mandò in soffitta il keynesismo.
Friedman dimostrò che l’offerta di moneta aveva una propria autonoma funzione all’interno del sistema mentre la teoria economica non la considerava affatto, in questo riecheggiando in qualche modo la legge di Say. Per frenare i prezzi era necessario quindi, ridurre l’offerta di moneta, e poiché questa dipendeva dal sistema bancario, la Banca centrale avrebbe dovuto rialzare i tassi di interesse in modo da indurre gli imprenditori a rinunciare ad ulteriori investimenti sul debito.
Andò così, e l’effetto collaterale fu che molte aziende fallirono perché non più in grado di fare fronte ai propri debiti contratti in un periodo in cui i tassi erano molto più bassi, e che altre furono costrette a licenziare parte dei propri dipendenti per evitare a loro volta la chiusura.
In questa situazione, le rivendicazioni salariali subirono un duro colpo e in molti casi i salari furono ridotti, inducendo il sistema ad uno stato di equilibrio con disoccupazione alta e domanda bassa, ma la moneta fu salva e l’inflazione venne domata.
Ovviamente, per fare fronte anche all’aumento di oneri finanziari derivante dal repentino aumento dei tassi di interesse, gli Stati dovettero aumentare le tasse e questo produsse nuova depressione nel sistema.
Alla fine, però, la grande massa monetaria che derivava dalla speculazione finanziaria, non appena i tassi di interesse cominciarono a calare, si riversò sulle borse e in parte sull’economia reale dando vita al boom finanziario degli anni ottanta.
Il resto è storia dei nostri giorni. Gli investitori fuggono spaventati, abbandonando gli investimenti, non appena c’è aria di crisi, e vi rientrano in massa quando tira aria di speculazione. Questo comportamento produce momenti di euforia collettiva alternati a momenti sempre più lunghi di panico e depressione economica.
I capitali invadono un paese, inondandolo di liquidità per un mezzo punto in più di interessi che esso offre, e incuranti del rischio che l’investimento comporta, poiché in realtà questo rischio non è affatto considerato.
All’investitore finanziario, interessa la misura della rendita e non la qualità dell’investimento.
Al primo segnale di crisi, reale o immaginaria che sia, se ne vanno come una mandria di bufali impazzita, travolgendo tutto quello che incontrano sul loro cammino.
E’ la storia recente delle crisi nel Centro America, nei paesi del Sud Est Asiatico, in Russia e in Sud America. Tra alti e bassi sempre più profondamente marcati, il sistema è andato avanti fino ad oggi, continuando a creare moneta nel sistema finanziario e continuando ad arricchire i pochi ai danni dei più. Il divario tra paesi ricchi e paesi poveri si è moltiplicato, e nazioni un tempo considerate ricche sono precipitate ai livelli di reddito che avevano prima della seconda guerra mondiale. All’interno dei paesi ricchi, è sempre più evidente il divario tra ricchi e poveri, e tra i poveri si annoverano fasce sempre più ampie della classe media. La povertà, poi, sta di nuovo assumendo i connotati che aveva durante l’ottocento o i primi decenni del novecento: comporta l’assoluta privazione di tutto, compresi i mezzi di pura sussistenza, cosa assolutamente intollerabile con l’abbondanza di mezzi e di risorse di cui è dotata la società industriale moderna [23] .
Nonostante la produzione del mondo sia stata in sostanziale crescita, il tenore di vita medio delle popolazioni è rimasto stabile se non si è ridotto negli ultimi dieci anni. Il risparmio, un tempo motore dell’economia poiché determinante per gli investimenti, si è ridotto se non azzerato per effetto delle difficoltà crescenti delle famiglie a fare fronte con i propri redditi alle spese correnti.
Anche in altri periodi della storia del capitalismo moderno ci sono stati momenti in cui il risparmio non si riusciva a creare, periodi in cui la crescita ristagnava o era negativa. Nei periodi in cui la produzione nazionale cresceva, invece, corrispondeva anche una crescita del risparmio e questo confortava le teorie di allora.
Invece, da circa un decennio, in tutto il mondo occidentale assistiamo ad una caduta del risparmio unita ad una caduta dei redditi, nonostante il prodotto nazionale continui a salire.
Per la verità, in alcuni paesi fortemente industrializzati, come il Giappone ad esempio, la crescita del sistema da molti anni sembra essersi arenata poiché oscilla tra momenti di stagnazione ed altri di lieve recessione.
In Europa e negli Stati Uniti, invece, i dati statistici danno una complessiva crescita del PIL, decisamente più marcata nel continente americano, e allo stesso tempo una grave crisi della formazione del risparmio.
Negli USA, il risparmio è da anni diventato negativo, nonostante tassi di crescita che per effetto della new economy hanno superato il tasso del 6% all’anno, mentre in Europa il risparmio si è di molto ridimensionato fino a raggiungere la crescita zero in alcuni paesi.
Che cosa è successo? Gli occidentali sono diventati improvvisamente scialacquatori, e dopo aver ottenuto la sicurezza alimentare spendono tutto quello che guadagnano in consumi?
Questa non sembra essere la risposta corretta, poiché in effetti anche la domanda di beni di consumo ristagna o cresce in misura ridotta da molti anni. Oltretutto, è notorio che le famiglie dal principio degli anni novanta hanno visto ridurre il proprio reddito ed hanno difficoltà crescenti a sostenere il peso delle spese correnti. Nello stesso periodo le famiglie povere sono aumentate e quella che sembrava una società opulenta per tutti (e oggettivamente lo è ancora rispetto al tenore di vita medio del XIX secolo), è diventata estremamente opulenta solo per pochi.
Altro dato noto, è che larghe fasce di classe media stanno scivolando verso il basso in condizioni di crescente difficoltà.
Le difficoltà della domanda di beni di consumo, ovviamente si riflettono sulla domanda di beni strumentali e le politiche fiscali adottate in occidente non sembrano avere alcuna efficacia.
Politiche diversissime tra di loro se, mentre in Europa si aumentavano in maniera sostanziosa le imposte e si spingeva la gente a fare sacrifici, negli USA è stata adottata la politica opposta di ridurre le imposte e liberalizzare il più possibile il sistema economico.
Ebbene, sia in Europa che negli USA, con una certa sfasatura temporale dovuta alle differenti condizioni economiche e politiche dei due continenti, l’economia ha dapprima rallentato e poi, con l’inizio del nuovo millennio, è entrata in una crisi di grave portata e dall’esito assolutamente incerto, sia per il profilo economico che per quello politico.
Questa situazione non si riesce ad affrontare efficacemente con i tradizionali strumenti di intervento elaborati dal pensiero e dalla pratica economica e finanziaria dopo Keynes. La sensazione sempre più diffusa è che gli strumenti di intervento abbiano del tutto perduto la loro capacità di incidere sull’economia.
Da un lato, la spesa pubblica è fortemente ridotta in Europa dai limiti imposti dall’accordo di Maastricht che impone ai paesi aderenti di raggiungere il pareggio di bilancio entro una data prefissata e comunque di tenere in costante ribasso il deficit annuale.
Negli Stati Uniti, dopo due anni straordinari di gestione in avanzo di bilancio, a seguito di una congiuntura favorevole, che ha visto la riduzione delle spese pubbliche sommarsi ad una stagione eccezionale di guadagni borsistici e di crescita dell’economia, il deficit ha ripreso a salire e con esso il debito pubblico, né questo è valso a far riprendere l’economia statunitense.
D’altra parte, sull’economia americana grava un pesante disavanzo della bilancia dei pagamenti alimentata anche dalla scarsa competitività delle merci statunitensi per effetto della debolezza dell’euro.
Gli interventi sui tassi delle banche centrali europea ed americana, non hanno parimenti prodotto alcuni risultato tangibile. Negli USA, il Presidente della FED, Alan Greenspan, ha tagliato i tassi in rapida successione portandoli dal 6,5% del gennaio 2000 all’1,50% dell’ottobre 2002. Nonostante ciò, l’economia non solo non si è ripresa, ma continua a dare segni sconfortanti agli operatori finanziari ed economici e ad aggravare il clima di sfiducia che si è creato circa la ripresa dell’economia e intorno alle sue istituzioni.
Le peggiori previsioni sull’andamento dei corsi borsistici si sono realizzate nello sconforto generale, e non sembra affatto che si sia raggiunto il fondo della discesa.
Insomma, né gli interventi monetari, né le iniezioni di liquidità possibili per effetto della spesa pubblica in deficit, hanno portato ad alcun risultato tangibile.
La BCE, per sostenere il deprimente corso dell’euro, ha tenuto i tassi ad un livello decisamente più elevato del dollaro, e anche questo, oltre ai vincoli portati dall’accordo di Maastricht non ha favorito la ripresa dell’economia europea che ogni anno viene rinviata a quello successivo, tra l’imbarazzo (si fa per dire) delle autorità responsabili, lo sconforto degli operatori economici, e l’irritazione crescente della gente comune, che comincia seriamente a dubitare dell’attendibilità di governi, economisti e persino di istituzioni tradizionalmente attendibili come l’ISTAT.
L’effetto più evidente della crisi è proprio quello della debolezza cronica della domanda. Così come nel ’29, le aziende hanno i magazzini pieni, ma mancano i soldi per acquistarle, nonostante le favorevoli condizioni cui molte merci sono offerte.
In molti settori dell’economia di produzione si sta verificando una situazione di grave deflazione, insieme ad una accelerazione dei prezzi di altri beni, in genere di beni durevoli o di investimento come gli immobili.
Gli investimenti in borsa, dopo la sbornia speculativa dell’inizio del secolo, hanno subito un drastico ridimensionamento in tutto il mondo che in alcuni settori ha assunto la dimensione del crollo.
Insomma chi ha i soldi se li tiene o al più li investe in immobili, con questo contribuendo al rallentamento della velocità di circolazione della moneta.
Ogni tanto si assiste a fiammate speculative in un settore o in un altro, ovvero da un paese all’altro, subito seguite da rapidissime fughe degli investitori speculatori. Alla fuga, segue il disastro economico del settore o del paese.
E’ una nuova specie di quella trappola della liquidità che fu lucidamente analizzata da Keynes. I soldi ci sono, ma non vengono spesi e il clima di sfiducia che genera la mancanza di investimenti produce altra sfiducia ed altra tesaurizzazione con conseguente aggravamento della crisi.
Ovviamente la liquidità esistente è concentrata in poche mani ed è essenzialmente generata nel debito, poiché lo strumento principale per la creazione di moneta nel nostro sistema è appunto il debito.
La situazione è apparentemente senza via d’uscita. Da un lato le autorità monetarie non possono creare troppa moneta perché questa genererebbe un’ondata di inflazione, e dall’altra senza denaro in circolazione le imprese non possono fare investimenti e creare nuova ricchezza. Il denaro esistente o viene “bruciato” in attività speculative che si risolvono in una brusca caduta dei prezzi degli strumenti finanziari (come in borsa) oppure alimenta ondate inflattive gonfiando i prezzi in determinati settori dell’economia [24] . Senza gli investimenti le imprese sono costrette a ridimensionarsi e a ridurre il personale e questo produce una ulteriore contrazione della domanda ed aggrava la crisi economica.
[9] Nell’antica Roma la limatura delle monete era pratica corrente di tutti gli imperatori, perennemente a corto di metallo per mantenere la struttura dell’impero. L’aureus, la moneta d’oro di Augusto, che conteneva 7,80 grammo di oro, tre secoli dopo sotto Costantino che riprese una coniazione qualitativamente accettabile, era però ridotto a 4,55 grammi., e il dinaro che era d’argento al 75% all’epoca di Augusto, a quella di Aureliano conteneva il 95% di rame e successivamente il suo contenuto d’argento scese fino al 2%. Di fatto il sistema monetario romano era fondato sul rame travestito da una minutissima patina d’argento.
[10] Ad esempio nella Spagna di Filippo II in cui affluì una quantità eccessiva di oro dalle colonie americane che fece ridurre il prezzo dell’oro in tutta Europa ma soprattutto in Spagna, generando un aumento dei prezzi.
[11] Nell’antichità le cose andavano differentemente, poiché la maggior ricchezza che derivava dalla guerra era data dagli esseri umani catturati e fatti schiavi, più che dall’oro e dall’argento che veniva ritrovato nelle città distrutte o dai tributi che popolazioni spesso ridotte alla fame fossero in grado di versare al vincitore. Alessandro Magno finanziò la spedizione in Persia distruggendo Tebe e vendendo come schiavi i suoi trentamila abitanti, e Giulio Cesare versò nelle casse dell’erario e nelle proprie molto di più dalla vendita degli schiavi che dal resto del bottino e dai tributi che la Gallia versò a Roma nei dieci anni successivi alla conquista.
[12] Il premio di liquidità è definito “l'ammontare che la gente è disposta a pagare (in termini di quel bene) per la comodità e sicurezza potenziale data dal potere di disponibilità di un bene, è chiamato premio di liquidità". J. M. Keynes, Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, UTET, Torino, 1971, pag. 390
[13] Cfr. D. de Simone, Un Milione al mese a tutti: subito! Malatempora, Roma, 1999
[14]
“Mr.
Banks, il padre dei bambini cui Mary Poppins faceva da baby sitter, era un
austero funzionario della Banca Dawes di Credito, Risparmio e Sicurtà. Insomma
una tipica banca ottocentesca, dove tutti indossano il tight e le ghette,
portano la bombetta, l'ombrello e il garofano all'occhiello. La crisi di panico
si scatena, quando il piccolo Michael cerca di farsi restituire dal vecchio
Dawes i due penny con cui voleva comprare il miglio per i piccioni, e che
invece il banchiere vuole usare per fargli aprire un conto corrente. Non c'è
argomento che riesca a convincere il bambino. Nel suo animo sono entrate bene
le parole di Mary Poppins che l'aveva incitato a donare di cuore. Le sue grida
sono sentite da due clienti della Banca che, preoccupatissime, si affannano
a ritirare tutti i propri depositi. Anche gli altri clienti dentro l'edificio,
vista la reazione delle due correntiste si affrettano agli sportelli per ritirare
tutto il proprio denaro. E' il panico, scatenato apparentemente senza alcuna
ragione, da una voce, da uno sguardo preoccupato, da un passo affrettato.Per
convincere il bambino il vecchio Dawes aveva usato tutti gli argomenti della
cupidigia: "Con due miseri penny sarai proprietario di terreni in America,
di navi, di fabbriche, di palazzi. Il tuo capitale raddoppierà di anno
in anno e tu diventerai ricco!". Nulla riesce a smuovere Michael dal
suo proposito di usare i suoi due penny seguendo il suo cuore, ormai ricco
di amore e di generosità. Il discorso di Dawes sul raddoppio del capitale
è, però, il centro della truffa delle banche, il miraggio agitato dinanzi
agli occhi della gente per indurla a lavorare duramente e risparmiare con
la promessa di una felicità che non arriverà mai. E la crisi di panico trova,
in questa scena, la propria ragione profonda”.
Da D. de Simone, Un Milione al mese
a tutti: subito! Op. cit. pag. 66
[15] La definizione classica di moneta si riferisce alla sua immediata spendibilità (potere liberatorio legale) e quindi alla sua generale accettazione in quanto mezzo di pagamento. Sotto questo profilo, quindi, il credito nei confronti di una banca è generalmente considerato moneta (moneta bancaria) e allo stesso modo il credito nei confronti dello Stato sotto forma di Titoli del Debito Pubblico. Non sono fatti rientrare nella moneta le altre obbligazioni né gli altri strumenti finanziari emessi da privati o da banche a causa del rischio di insolvenza. L’aleatorietà di questa considerazione è resa evidente da quanto è recentemente accaduto in Argentina, dove i Titoli di Stato, le banconote e la moneta bancaria ha dimostrato che il rischio di insolvenza esiste per tutti gli strumenti finanziari. Tutta la moneta è, di fatto, un credito e la distinzione fatta da Keynes nel suo Trattato (pag. 327, nota a), si rivela essere una pura convenzione.
[16] Ancora nel 1947, un anno dopo la morte di Keynes, dichiararsi Keynesiani ad Harward comportava l’espulsione dall’università più prestigiosa degli Stati Uniti.
[17] Questo ragionamento che viene presentato come una caratteristica esclusiva del denaro, in realtà vale per ogni tipo di merce che funga, in un caso specifico da denaro. Un gregge di pecore, o un sacchetto di sale, può cambiare proprietario nello stesso giorno più volte ed essere utilizzato come base di valutazione degli scambi al pari dell’oro, del sale o delle mucche. Per quanto sia difficoltoso valutare il grano in termini di pecore o mucche, questo nondimeno non è impossibile. Questa considerazione rafforza la validità della legge di Say in un sistema con pochi scambi.
[18] Questo è esattamente quello che avviene nelle borse che sono un mercato nel quale si scambiano merci in una forma particolare, data dal titolo rappresentativo di quelle merci. La borsa di Chicago, tempio mondiale dello scambio di merci, vede quotidianamente furiose trattative nelle quali la stessa partita, poniamo, di alluminio, viene scambiata decine di volte mediante i titoli che ne rappresentano i diritti di proprietà. Spesso questi scambi riguardano partite di merci in viaggio verso un porto e l’acquirente finale andrà a ritirarle all’arrivo.
[19] Keynes sostenne che per ripristinare un clima di fiducia tra i cittadini e gli operatori economici lo Stato potesse sotterrare in terreni abbandonati bottiglie contenenti biglietti di banca e poi mettere all’asta il diritto di scavare nei terreni, paragonando questa attività allo scavare buche nel terreno per andare a cercare oro che egli giudica un’attività non meno improduttiva. La possibilità di trovare il “tesoro” nascosto avrebbe creato un’ondata di entusiasmo, e la sua “riscoperta” dopo lo scavo avrebbe fatto circolare di nuovo moneta creando un clima di fiducia e di ottimismo. J. M. Keynes, Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, op. cit. pagg. 288-290. Keynes, per la verità addebitava la necessità di utilizzare questo tipo di trucchi alla nefasta influenza della politica sulla forma mentis della gente. Queste considerazioni di Keynes ci saranno utili per definire la ricchezza. Cfr. infra, sez. II cap. 5.
[20] Arthur M. Schelsinger Jr. scrisse: “Con l’assicurazione contro la disoccupazione nessuno avrebbe lavorato; con l’assicurazione di vecchiaia e di reversibilità nessuno avrebbe risparmiato; ne sarebbe risultato un declino morale, una bancarotta finanziaria ed il collasso dello Stato”, in J. K. Galbraith, Storia dell’economia, Rizzoli, Mi, 1988, pag. 242.
[21] in J. K. Galbraith, Storia dell’economia, op. cit. pag. 219
[22] L’esecuzione del Programma Warren, portò il prezzo dell’oro da 0,66 dollari per grammo del 1933 a 1,12 dollari nel gennaio del 1934 (Galbraith, Storia dell’economia, op. cit. pag. 226).
[23] “Nel mondo moderno esistono materie prime a sufficienza, lavoro, impianti, mano d’opera qualificata, nozioni scientifiche e tecnologiche adeguate e, in generale, ricchezze sufficienti ad alimentare - anzi, a sovralimentare – i suoi abitanti. E nondimeno, in detto mondo moderno, si rinnovano puntualmente, periodicamente, crisi “economiche” e disoccupazione operaia con il suo corollario: la fame. La scienza economica ufficiale giustifica questa alternanza di fasi di prosperità e di recessione, biascicando di benessere fittizio ed eccesso della produzione ed approdando alla stupefacente conclusione che sia logico e naturale veder gente ciondolare di fame e miseria accanto a magazzini straripanti di ogni mercanzia. Personalmente sono arrivato alla conclusione che la cosiddetta scienza economica contemporanea costituisca [..] un “bluff” piramidale, che però quasi nessuno osa denunciare per il timore di passare per incompetente, disinformato, retrogrado, eccetera agli occhi della massa conformista e genuflessa in adorazione delle idee codificate. Quali che siano infatti le possibili obiezioni, è innaturale – e quindi impossibile – che la gente crepi di fame per aver prodotto troppi beni di consumo”. Joaquin Bochaca, La Finanza e il Potere, Roma 1979
[24] Come nel settore immobiliare o in quello dell’energia, dove si assiste a violenti rialzi di prezzi non giustificati dal mercato.