IL PIACERE

Dopo A rebours di Huysmans, e forse anche più approfonditamente di questo, l'opera che meglio rappresenta la cultura decadente, questa volta in Italia, è sicuramente Il piacere di Gabriele D'Annunzio. L'opera apparve per la prima volta nel 1889, ed ebbe un enorme successo di pubblico che consacrò definitivamente D'Annunzio non solo come poeta, ma soprattutto come romanziere.

Fondamentale nell'opera l'elemento della decadenza, causata dall'avidità del piacere da cui il giovane è completamente preso.

Che avrebbe detto il padre se avesse veduto il figliuolo accasciato nell'orribile miseria ? Come l'avebbe sollevato ? Con quale forza? Il suo pensiero andava al morto, con un immenso rammarico. Ma non era in lui nemmeno l'ombra del sospetto, che la causa remota della sua miseria fosse nel primo insegnamento paterno.

 

Il libro di divide in tre parti principali, individuate dal primo libro, dal secondo, e dal terzo e il quarto insieme.

-Il primo libro è il libro del piacere nella sua esaltazione: nella Roma mondana degli anni Ottanta del XIX secolo Andrea Sperelli è preso irresistibilmente da un amore passionale, carnale, è dedito completamente alla vita mondana, al divertimento. Ma Elena, la donna con cui intrattiene questa relazione, lo abbandona improvvisamente. Egli allora si lascia investire ancora maggiormente nel turbinio degli amori, dei giochi, delle stravaganze. Il protagonista raggiunge in questo momento il massimo della sua fama: ruba la donna ad un altro giovane nobile, batte lo stesso in una entusiasmante corsa di cavalli sotto gli occhi di tutti, e sicuro di se lo sfida a duello. E' però questo l'inaspettato crollo di Andrea Sperelli che, ferito a morte, lascia Roma e si trasferisce al mare presso la cugina. L'opera presenta aspetti caratteristici del Decadentismo a partire dal suo personaggio principale: Scrive l'autore nel Piacere:

Il conta Andrea Sperelli-Fieschi d'Ugenta, unico erede, proseguiva la tradizione familiare. Egli era […] legittimo campione di una stirpe di gentiluomini e artisti eleganti, l'ultimo discendente di una razza intellettuale. Egli era per così dire tutto impreganto d'arte. […] Dal padre apprese il gusto delle cose d'arte, il culto passionato della bellezza, l'avidità del piacere. […] La grande forza sensistiva, di cui era dotato, non si stancava mai di fornire tesori alle sue prodigalità. Ma l'espansion dei quella sua forza era la distruzione in lui di un'altra forza, della forza morale, che il padre stesso non aveva ritegno a deprimere. […] Il padre gli aveva dato, tra le altre questa massima: "Bisogna fare la propria vita come si fa un'opera d'arte".

 

-In un rinnovato spirito del personaggio ha inizio il secondo libro. Umiliato dalla sconfitta nel duello, e ancora maggiormente dalla spavalderia con cui si era presentato alla sfida, Sperelli si dedica alla riflessione, alla contemplazione di se stesso. E' la fase più morale, del Piacere, che corrisponde al nuovo amore del personaggio per un'altra donna, Maria. A colpire Sperelli non è questa volta la bellezza della donna, ma la sua integrità d'animo, la sua castità, la sua purezza. Quello di Maria è un personaggio antitetico rispetto a quello di Elena: mentre questa rappresenta infatti l'amore-passione per Sperelli, Maria è l'amore spirituale e incorruttibile. Confessato il suo amore a Maria, che purtroppo è sposata, Andrea strappa una confessione anche all'amante, senza però che nulla si concluda tra i due. Inoltre la stessa cugina è innamorata di lui, e Maria, in quanto grande amica della donna, non vuole andarle contro ricambiando l'amore di Andrea. Significativo il passo a seguire, che esprime la nuova tendenza del personaggio difronte al sentimento estetico e artistico.

Il piccolo supplizio del versificare a furia gli parve insoffribile, in quel grandioso e gaudioso giardino ove il sole di settembre faceva dischiudere una specie di primavera soprannaturale. Perchè disperedere quella rara commozione in un giuoco affrettato di rime? Perchè rimpicciolire quel vasto sentimento in un breve sospiro metrico?

 

-Andrea torna a Roma, nel libro terzo, in un nuovo spirito. Ma le buone intenzioni riflessive svaniscono con l'incontro con gli amici, e soprattutto con altre donne, che gli fanno dimenticare Maria. La situazione, ritornata allo stato iniziale, muta ulteriormente quando a Roma capitano quasi contemporaneamente Elena e Maria. Lo spirito di Andrea si divide tra le due donne, tra la passione e l'amore. Le immagini delle due donne si fanno sempre più confuse nella sua mente, ed egli non riesce più a distinguere i due suoi istinti che si mescolano in parole diverse. Andrea si divide quindi tra incontri romantici con Maria, cui strappa poco più che un bacio, e incontri passionali, senza però mai raggiungere l'intento, con Elena.

Un’ora prima del bacio d’Elena,io avevo avuto un alto momento lirico accanto a Dona Maria. Domani, certo, ricomincerò. Io sono camaleontico, chimerico, incoerente, inconsistente. Qualunque mio sforzo verso l’unità riuscirà sempre vano. Rise di sè medesimo. E da quell’ora ebbe principio la nuova fase della sua misera morale.

Senza alcun riguardo, senza alcun ritegno, senza alcun rimorso, egli si diede tutto a porre in opera le sue imaginazioni. Per trarre Maria Ferres a cedergli, usò i più sottili artifizii, i più delcati intrichi, illudendola appunto nelle cose dell’anima, nella spiritualità, nell’idealità, nell’intima vita del cuore. Per proseguire con egual prestezza nell’acquisto della nuova amante e nel riacquisto dell’antica, per profittar d’ogni circostanza nell’una e nell’altra impresa, egli andò incontro a una quantità di contrattempi, d’ impacci, di bizzarri casi; e ricorse, per uscirne, ad una quantità di menzogne, di trovati, di ripieghi meschini, di sotterfugi degradanti, di bassi raggiri. La bontà, la fede, il candore di Donna Maria non lo soggiogavano. La povera creatura credeva di salvare un’anima, di redimere un’intelligenza, di purificare con la sua purità un uomo macchiato; credeva ancor profondamente alle parole indimenticabili udite nel parco, in quella Epifania dell’Amore, al conspetto del mare, sotto gli alberi floridi. E questa fede appunto la ristorava e la sollevava in mezzo alle lotte cristiane che di continuo si combattevano nella sua conscienza, la liberava dal sospetto, la inebriava d’una specie di misticismo voluttuoso in cui ella effondeva tesori di tenerezza, tutta l’onda raccolta de’ suoi languori, il fior più dolce della sua vita. […] E la vicenda continuò, ne’ giorni vegnenti, con le medesime torture, con torture peggiori, con più crudeli menzogne. Per un fenomeno non raro nell’abiezion morale degli uomini d’intelleto, egli aveva ora una terribile lucidità di conscienza, una lucidità continua, senza più oscurazioni, senza più eclissi. Egli sapeva quel che faceva, e giudicava poi quel che aveva fatto. E in lui il disprezzo di se stesso era paro all’ignavia della volontà.

 

-Il libro quarto segna l'inizio della decadenza. La depressione e la malinconia di Andrea che non trova pace altalenandosi tra le due donne non ha fine. Elena intanto, già sposata, trova un altro amante al posto di Andrea. Il protagonista, in un passionale amplesso con Maria, si lascia sfuggire il nome dell'altra. E' la fine dei rapporti con entrambe le donne.

 

Il libro presenta un ulteriore aspetto tipicamente decadente e superomistico: è lo spirito antidemocratico del personaggio (e dell'autore). Leggiamo, nel libro primo:

 

Sotto il grigio diluvio democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge miseramente, va anche a poco a poco scomparendo quella special classe di antica nobiltà italica, in cui era tenuta viva di generazione in generazione una certa tradizion familiare d'eletta cultura, d'eleganza e di arte.

 

Ecco quindi come reagisce Andrea Sperelli alla notizia del massacro di Dogali del 1887:

Era il 2 di febbraio, un mercoledì: in Montecitorio, il Parlamento disputava per il fatto di Dogali; le vie e le piazza prossime rigurgitavano di popolo e di soldati. Uscendo nel Corso, la carrozza fu costretta a procedere con lentezza perchè tutta la via era ingombra di gente in tumulto. Dalla piazza di Montecitorio, dalla piazza Colonna veniva clamori e si propagavano come uno strepito di flutti, aumentavano, cadevano, risorgevano,misti agli squilli delle trombe militari. La sedizione ingrossava, nella sera cinerea e fredda; L'orrore della strage lontana faceva urlare la plebe; uomini in corsa, agitando gran fasci di fogli, fendevano la calca; emergeva distinto su i clamori il nome d'Africa.

- Per quattrocento bruti, morti brutalmente!- mormorò Andrea, ritirandosi dopo aver osservato allo sportello.

 

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