PRESSO IL COLLEGIO AMERICANO DEL NORD - VIA GIANICOLO N.14 - ROMA - TEL.06684931

DATE ED ORARI DEGLI SPETTACOLI (il prezzo del biglietto di ingresso è di lire DIECIMILA e l'incasso sarà devoluto in beneficenza per il terzo mondo):

Giovedì 13 maggio 1999, ore 20

Venerdì 14 maggio 1999, ore 20

Sabato 15 maggio 1999, ore 15 ed ore 20

"STALAG 17", prodotto da José Ferrer, in associazione con Richard Condon, messo in scena per la prima volta a New York presso il "48° Street theater" l'8 maggio 1951.

Il dramma "STALAG 17" verrà interpretato da studenti del collegio (TRA I QUALI PAUL HALLIDAY), in lingua inglese. Tuttavia, a tutti gli spettatori verrà distribuito un programma, contenente una presentazione in italiano dello spettacolo

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

DOMENICA 16 MAGGIO 1999 - ORE 10 - Via Barberini - Palestrina - Quota di partecipazione lire 10.000 - Prenotazione obbligatoria - Palestrina: Il Santuario della Fortuna Primigenia e Museo archeologico (a cura di Zaccaria Mari - Ass. Roma oltre le Mura)

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

GIOVEDI' 20 MAGGIO 1999 - ORE 18 - Libreria Pagine sul Mondo - Viale Sacco e Vanzetti 78 - Presentazione del libro di Marina D'Amato "I TELEROI" - I personaggi, le storie, i miti della TV dei ragazzi (a cura di Gabriella Romano) - Sarà presente l'Autrice

VENERDI’ 21 MAGGIO 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"PADRE PADRONE" - un film di Paolo e Vittorio TAVIANI dal romanzo "Padre Padrone l'educazione di un pastore" di Gavino LEDDA - anno 1977 - durata 115 minuti circa - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Autobiografia di un giovane pastore analfabeta che, a diciotto anni, si ribella ad un genitore autoritario, a una civiltà primitiva, si mette a studiare e si laurea: esempio vivente delle conquiste cui può condurre la volontà, ma ancor più dell'analisi di una condizione sociale e intellettuale propria del sottosviluppo.

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

DOMENICA 23 MAGGIO 1999 - ORE 10 - Via di S. Giovanni a Porta Latina - Quota di partecipazione lire 10.000 - San Giovanni a Porta Latina, San Giovanni in Oleo, Colombario di Pomponio Hylas (a cura di Franco Astolfi - Ass. Roma oltre le Mura)

Agnese di Dio

MARTEDI' 28 DICEMBRE 1993:

"Agnese di Dio" (Agnes of God), di Norman Jewison (orario massimo d'inizio le 22, essendo lungo 95 minuti).

TRAMA: Il corpicino strangolato di un neonato viene ritrovato in un convento. La dottoressa Martha Livingstone (JANE FONDA), psichiatra nominata dalla Corte, viene incaricata di scoprire la verità. Agnese (MEG TILLY), una giovane ed angelica novizia, sostiene di non avere nessun ricordo né della nascita né del concepimento. La Madre Superiora (ANNE BANCROFT) crede nella sua storia.

La verità verrà svelata ma con il dramma psicologico della giovane Agnese che si trasforma in una battaglia tra il rapporto con la vita e la sua stessa anima.

MARTEDI' 11 GENNAIO 1994:

"Dracula di Bram Stoker", regia di Francis Ford Coppola (durata 120 minuti circa).

Il regista FRANCIS FORD COPPOLA torna alle origini del mito di Dracula e dalle atmosfere tenebrose del romanzo di Bram Stoker crea un capolavoro di assoluta modernità. "Dracula" narra le avventure dell'affascinante principe transilvano (GARY OLDMAN - JFK, Stato di grazia) che giunge nella Londra ottocentesca alla ricerca del suo grande amore perduto, Elisabeta, reincarnatasi nella splendida Mina (WINONA RYDER - Sirene, Edward mani di forbice). Il vampiro affronterà così una serie di spettacolari metamorfosi: sarà giovane e vecchio, uomo e animale, principe e mostro. ANTHONY HOPKINS (Il silenzio degli innocenti) è il celebre dottor Van Helsing, l'uomo che crede nell'esistenza di Dracula e l'unico che ha il coraggio di affrontarlo. KEANU REEVES (Point Break, Il piccolo Buddha) è il giovane costretto a misurarsi con le forze oscure del Male per l'amore della bella Mina.

Visivamente seducente, ricco di effetti speciali e profondamente appassionato, vincitore di tre Oscar, Dracula è la storia intramontabile del vampiro condotto all'estremo sacrificio per un umanissimo bisogno d'amore.

DAL DIZIONARIO ENCICLOPEDICO ITALIANO TRECCANI: Vampiro. La credenza nei vampiri è diffusa in vaste aree del mondo moderno, dall'Europa centrale e orientale (in particolare tra i popoli slavi e nella Transilvania) fino alla Cina, ed è documentata nelle antiche civiltà della Babilonia, dell'Egitto e della Scandinavia. Spesso si crede che diventino vampiri coloro che muoiono prima del tempo, di morte violenta o accidentale, e perciò sono ancora assetati di vita; oppure persone dedite già nella vita alla stregoneria o alla delinquenza. In base a queste credenze, quando in un villaggio si avverte la presenza di un vampiro, la popolazione cerca di individuarlo: si disseppellisce il morto sospetto e, specie se si trova una conferma del sospetto, come per esempio tracce di sangue intorno alla bocca, gli si trafigge il cuore o lo si decapita, lo si sbrana, eccetera. Contro i vampiri si ricorre anche ad altri mezzi di difesa che possono essere certe piante (l'aglio), il segno della croce, la luce, eccetera. La credenza nell'esistenza dei vampiri può assumere carattere di panico popolare (come per esempio in Ungheria nel 18° secolo). Le tenebrose superstizioni legate alle figure di vampiri hanno richiamato l'attenzione di vari poeti romantici, tra cui il Byron ed E.T.A. Hoffman; ma l'opera letteraria che ha reso particolarmente celebri le credenze relative ai vampiri è il romanzo di Bram Stoker, Dracula (1897), ambientato nella Transilvania, che ha fornito materia per più di un soggetto cinematografico.

MARTEDI' 18 GENNAIO 1994:

"Madame Bovary", regia di Claude Chabrol, con Isabelle Huppert (durata 139 minuti circa).

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Siamo nella pigra e sonnolenta provincia francese. In un salotto, quello buono, ci sono un marito innamorato, una bella bambina e una donna, la moglie e la mamma. Qui, giorno dopo giorno, la vita scorre piacevole, normale. Troppo normale per Madame Bovary. Troppo normale per chi dalla vita vuole passioni brucianti. Il mondo fuori è assai più interessante. E Madame Bovary non può accontentarsi di guardarlo dalla finestra.

DAL DIZIONARIO ENCICLOPEDICO ITALIANO TRECCANI: Bovarismo. Termine designante dapprima la situazione spirituale di Madame Bovary, poi esteso a significare il dissidio tra fantasia e azione o realtà. Jules de Gaultier (Le bovarysme, 1902) v'imperniò un sistema psicologico basato sulla tendenza che ha l'uomo di farsi una personalità fittizia, di ostinarsi a sostenere un ruolo non corrispondente alla propria natura e ai fatti. Per ulteriore estensione, tutte le illusioni che individui e popoli si facciano su se stessi.

Papà ho trovato un amico

Guida ai programmi telepiù - dicembre 1993

Papà ho trovato un amico (My Girl), Comm., Usa, 1991 (1:42) - Regia: Howard Zieff

Vada, una ipocondriaca e solitaria ragazzina di undici anni figlia di un impresario di pompe funebri vedovo, vive i problemi e le esperienze della sua età: la solitudine, la prima cotta, l'amicizia, le gelosie.

Nonostante il fenomenale successo di Mamma ho perso l'aereo Macaulay Culkin si limita a fare da spalla alla debuttante Anna Chlumsky, mentre star del calibro di Dan Aykroyd (The Blues Brothers) e Jamie Lee Curtis (Un pesce di nome Wanda) si ritagliano soltanto gustosi ruoli di contorno in questa tenera e "spiazzante" commedia girata dallo specialista Howard Zieff (Soldato Giulia agli ordini, 4 pazzi in libertà). Il regista ha soprattutto il pregio di non forzare mai i toni, né sul versante comico-brillante, né su quello patetico-sentimentale. Non inganni infatti l'ovattata provincia americana che fa da sfondo e la colonna sonora melodica e retrò. Complici un cast all'altezza della situazione e lo humour nero e paradossale delle situazioni e dei dialoghi legati agli strani "ospiti" con cui è costretto ad intrattenersi, per ragioni di lavoro, il papà della protagonista, Zieff riesce sempre a fermarsi un attimo prima che il dolore si trasformi in patetismo kitsch rivelandosi, in questo modo, autore sensibile e forse sottovalutato, coadiuvato dalla sceneggiatura dell'esordiente Laurice Elehwany. ______________________________________________________________________

D O M E N I C A 23 GENNAIO 1994:

Maratona cinematografica con visione de "Il Mahabharata".

"Vedi con occhio equanime il piacere e la pena, il guadagno e la perdita, la vittoria e la sconfitta e gettati nella battaglia; così non commetterai peccato." (Bhagavad Gita, canto II, versetto 38)

SCHEDA TRATTA DALLA GUIDA AI PROGRAMMI TELEPIU': Il Mahabharata-film è soltanto la tappa conclusiva del lavoro decennale di Peter Brook sul mastodontico testo di oltre 120.000 versi (circa 15 volte la Bibbia), scritto in sanscrito 3.500 anni fa, che costituisce il punto di riferimento centrale della cultura e della religione indiana. All'origine, infatti, c'era stato uno spettacolo teatrale di 9 ore e quindi un video di 6 diretti dal regista inglese. Condensando ulteriormente l'enormità della materia nelle tre ore del film uscito nelle sale, con l'aiuto di Jean-Claude Carrière, Brook ha vinto ampiamente la difficile scommessa di tradurre in universalità narrativa la diversità culturale e la complessità, invero solo apparente, della sua affascinante fonte ispiratrice. Un lavoro titanico che è più compiutamente apprezzabile nella versione integrale di sei ore.

Prima di ogni altra cosa il film è un racconto fantastico e avvincente, una fiaba popolata di eroi e divinità e scandita da amori, tradimenti, battaglie, che rapisce lo spettatore col suo ritmo avvolgente e l'inarrestabile flusso delle invenzioni figurative. Ma proprio questa straordinaria immediatezza comunicativa, cui contribuisce in larga parte l'eccellente cast cosmopolita (nel ruolo del guerriero Arjuna vi figura anche il nostro Vittorio Mezzogiorno), lascia filtrare quello che è forse il messaggio più significativo di questa emozionante avventura intellettuale: la possibilità, se solo si abbandonano pigrizie e pregiudizi, di entrare in sintonia con culture e mitologie apparentemente diverse e lontane.

DA "LO YOGA DELLA BHAGAVAD GITA" DI SRI AUROBINDO: Quando Dhritarashtra, il re cieco dei Kuru, divenne vecchio, decise di cedere il trono, non a suo figlio Duryodhana, ma a Yudhishthira, il figlio maggiore di Pandu, suo fratello minore. Duryodhana, uomo di cattive inclinazioni, non era degno di governare un dharmarajya (regno dove vigono i princìpi di diritto e giustizia, ideale dell'antica India), come invece lo era Yudhishthira, in cui s'incarnavano la virtù e la purezza. Ma Duryodhana, mediante la scaltrezza e il tradimento, s'impadronì del trono, cercando con tutti i mezzi di annientare Yudhishthira e i suoi quattro fratelli.

Krishna, Dio incarnato, capo del clan Yadava, amico e parente dei Kuru, tentò di riconciliare le due parti. In nome dei cinque fratelli Pandava (figli di Pandu), reclamò solamente cinque villaggi: Duryodhana rifiutò brutalmente; senza battaglia, disse, non avrebbe dato terra, nemmeno quella che sarebbe potuta stare sulla punta di uno spillo. Divenne in tal modo inevitabile battersi in nome della giustizia e del diritto. Tutti i prìncipi dell'India si unirono all'una o all'altra delle due fazioni. Krishna, amico imparziale, offrì una scelta alle due parti: Duryodhana scelse per sé il potente esercito di Krishna, e Krishna, personalmente, entrò nel campo opposto - non come combattente, ma come auriga del carro di combattimento di Arjuna (uno dei cinque fratelli Pandava).

Dei cinque fratelli Pandava, il maggiore, Yudhishthira, era il più puro e il più virtuoso, 'sattvico'; il minore Bhima, il più forte, 'rajasico', mentre Arjuna, il terzo dei fratelli, era un equilibrio di purezza e di forza, di sattva e rajas; per questo fu scelto dal Divino per essere il Suo principale strumento nella grande guerra che doveva determinare, nel mondo, un ciclo, yugantara, e per essere il discepolo a cui dare il divino messaggio per condurre l'umanità alla sua meta: l'immortalità sulla terra.

DALLA "ENCICLOPEDIA CATTOLICA": Due fratelli, appartenenti alla dinastia dei Bharaditi, Dhrtarastra e Pandu, hanno ereditato il territorio, approssimativamente compreso tra il Gange superiore e la Sutudri (Sutlej) che ha per capitale Hastinapura. Dhrtarastra, nato cieco, non può regnare; perciò il potere resta affidato a Pandu fino alla prematura sua morte, la quale costringe Dhrtarastra ad assumere le redini del governo. Pandu aveva lasciato cinque figli, detti, dal nome del padre, Panduidi (o Pandava); cento erano i figli di Dhrtarastra, chiamati Kuruidi (o Kaurava), cioè discendenti da Kuru, un celebre antenato che aveva dato il nome anche al territorio (Kuruksetra). Educati a corte e istruiti nel maneggio delle armi insieme con i cugini, i Panduidi li superano ben presto in fortezza e valore, con grande cruccio dell'invidioso Duryodhana, il maggiore dei Kuruidi. Accade che Arjuna, il secondo dei Panduidi, partecipando ad un torneo indetto dal re Drupada per maritare la figlia Draupadi al più valente arciere, vince la gara. E poiché i Panduidi avevano pattuito che ogni cosa preziosa doveva essere da loro posseduta in comune, Draupadi diventa la sposa dei cinque fratelli. Dopo il matrimonio, Dhrtarastra, desideroso di vivere in pace con i nipoti, assegna loro la metà del regno, e i Panduidi si trasferiscono a Indraprastha (Indarpat) sulla Yamuna, in prossimità della moderna Delhi. Ma Duryodhana, che cercava il mezzo di liberarsi dagli odiati cugini e riacquistare il territorio perduto, strappato il consenso al debole Dhrtarastra, fa invitare Yudhisthira a giocare a dadi con Sakuni, una prima e una seconda volta. Sakuni rappresenta i Kuruidi, Yudhisthira i Panduidi, e la posta della seconda partita è il volontario esilio della parte soccombente per la durata di 13 anni, e la temporanea cessione del regno al vincitore. Perde Yudhisthira che cerca rifugio nella selva Kamyaka con i fratelli e la consorte. Finito il tredicenne esilio, i Panduidi chiedono a Dhrtarastra la pacifica restituzione della loro parte di regno, ma Duryodhana, imponendosi nuovamente al padre, risponde che non avrebbero restituito neppure tanto terreno, quanto ne poteva coprire la punta di un ago. Da ambe le parte si fa ricorso alle armi, e lo scontro avviene nelle pianure del Kuruksetra, dove Panduidi e Kuruidi combattono, insieme con i loro alleati, una battaglia durata 18 giorni, nella quale i Kuruidi restano sconfitti. All'inizio del combattimento, Krsna, cugino e alleato dei Panduidi, che guida il carro da battaglia di Arjuna, visto l'abbattimento dell'eroe, il quale vorrebbe rinunciare a combattere per non uccidere i parenti, lo conforta con la celebre teodia, denominata Bhagavadgita. La vittoria tuttavia non giova ai vincitori che, assaliti di notte a tradimento, vengono quasi distrutti. Sopravvive, con i fratelli, Yudhisthira che governa saggiamente il regno per trentasei anni ed è quindi assunto in cielo dove già lo hanno preceduto i congiunti.

Il film è lungo sei ore, diviso in tre cassette.

L'idea sarebbe di vederlo in tre tranches:

1) dalle 11 alle 13, con successivo pranzo;

2) dalle 15 alle 17, con successiva merenda;

3) dalle 18 alle 20, con successiva dormita ristoratrice.

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MARTEDI' 25 GENNAIO 1994:

"Fuga dal futuro" (Danger zone), regia di Jonathan Kaplan, con Matthew Broderick (durata 103 minuti circa).

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: La spettacolarità della fantascienza dalla parte degli animali, in una storia commovente e delicata diretta dal regista di "Sotto accusa". Matthew Broderick ("Sono affari di Famiglia") è Jimmy, un giovane pilota spaziale ingaggiato per addestrare un simpatico scimpanzé a volare su un aeroplano per un progetto sperimentale e segreto. Ma quando Jimmy scoprirà il vero e atroce scopo degli esperimenti, inizierà una folle corsa contro il tempo per impedirne la realizzazione e salvare la giovane scimmia da una morte sicura.

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MARTEDI' 1° FEBBRAIO 1994:

"I misteri del giardino di Compton House", regia di Peter Greenaway, durata 106 minuti circa, Gran Bretagna, 1982.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Peter Greenaway in una Inghilterra settecentesca, crudele e contraddittoria, imbastisce un insolito giallo in costume. Anche il più piccolo indizio nasconde una traccia: la prova di un terribile segreto. E' quello che Mrs. Talman crede di intravedere nei 12 disegni commissionati al paesaggista di fama e talento, Mr. Neville. Con un contratto a dir poco insolito il pittore doveva eseguire dodici vedute della tenuta di Compton Anstey che dovevano essere l'oggetto di un regalo a Mr. Talman al suo rientro da Southampton. In ogni disegno Mrs. Talman crede di riconoscere i vestiti che il marito indossava alla partenza ed anche un'accusa di omicidio... E' il film capolavoro che ha fatto conoscere alla critica e al pubblico il genio barocco di Greenaway.

DA "FARE SCUOLA CON I FILM", DI SANDRO BERNARDI, UNIVERSALE SANSONI: Siamo nella seconda metà del Settecento, in una splendida villa inglese. Un pittore seguace del realismo paesaggistico, viene ingaggiato con un generoso contratto per eseguire dodici vedute della villa e del giardino circostante, o forse anche per mettere incinta la moglie del proprietario che è sterile. Per disegnare nel modo più fedele possibile si serve di uno strumento comune a quell'epoca, un apparecchio chiamato velo, inventato, pare, da Leon Battista Alberti e molto usato dai pittori fiamminghi. Ma, a poco a poco, scopre che le scene divergono per una serie di piccoli particolari, che potrebbero anche essere indizi di un assassinio. Fra un sottile erotismo e un'arte del mistero irrisolto, il film sviluppa però un tema figurativo molto importante: la riproduzione del reale e le trasformazioni che il reale subisce nel tempo stesso in cui lo si dipinge. Inoltre suggerisce che il pittore coglie, del mondo che ha davanti molti aspetti che rimangono nascosti agli osservatori quotidiani, aspetti che solo l'occhio suo, educato all'attenzione e alla precisione, riesce a vedere. Il pittore, o il disegnatore, sono quindi come lo scienziato, che scopre nuovi aspetti del mondo, o come il detective, se si preferisce, che cerca negli indizi meno rilevanti le trame della storia e l'intreccio invisibile degli eventi.

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MARTEDI' 8 FEBBRAIO 1994:

"Calore e polvere", regia di James Ivory (durata 110 minuti circa).

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Anna (Julie Christie), giovane inglese si interessa al passato misterioso e scandaloso della sua prozia Olivia (Greta Scacchi), che giovane sposa, negli anni venti, raggiunse suo marito Douglas (Christopher Cazenove), trasferitosi in India. Olivia cercò di adattarsi al rigido stile di vita dei funzionari britannici mentre però veniva sempre più affascinata dall'atmosfera di una India romantica e lussuosa, dove potere, violenza e passione smascheravano il perbenismo dei dirigenti britannici. Una India che la fece finire tra le braccia del principe Nawab (Shashi Kapoor). Anna consulta tutti i documenti esistenti e i ricordi del migliore amico di Nawab e si reca in India dove la sua esperienza e quella di Olivia sembrano seguire delle vie stranamente parallele.

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MARTEDI' 15 FEBBRAIO 1994:

"Belva di guerra", regia di Kevin Reynolds (durata 109 minuti circa), anno 1988.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: "Belva di guerra" è il commovente ritratto a forti tinte di un soldato sul campo di battaglia diviso fra coscienza e dovere. La storia si svolge in una desolata regione dell'Afghanistan; un piccolo villaggio viene raso al suolo da uno spietato comandante e dalle sue truppe che si avvalgono di un carroarmato apparentemente indistruttibile. Il soldato che ha guidato il carroarmato (Jason Patrick, "I ragazzi perduti"), non riuscendo a trovare una giustificazione a tanta brutalità, si ribella e perciò, giudicato un traditore, viene lasciato a morire sotto il sole cocente del deserto. Per un'ironia della sorte, il soldato viene salvato proprio da un capo nemico (Steven Bauer, "Scarface"). Insieme, i due improbabili alleati si prefiggono di distruggere il carroarmato, soprannominato "Belva di guerra". Iscrivendosi nel filone di "Das Boot" e "Platoon", questa avvincente avventura offre spettacolari sequenze di azione e mostra dei combattenti che in un panorama di morte e distruzione riescono tuttavia a stabilire un legame di umanità.

DA "VARIETY MOVIE GUIDE 1994"- Traduzione mia:

A harrowing, tightly focused war film that becomes a moving, near-Biblical allegory, The Beast represents a stellar achievement for all involved. Based on William Mastrosimone's play Nanawatai, the picture explores a single fictional incident set in 1981, the second year of the Russian occupation of Afghanistan.

A Russian tank gets trapped in a no-exit valley after its brutal decimation of a nearby Afghan village, and the surviving villagers, who've discovered a weapon capable of destroying a tank, decide to track it down for revenge.

'The Beast' is the tank, a formidably efficient war machine that becomes the center of the picture. Among its crew are Daskal (George Dzundza), a vicious, paranoid commander capable of killing his own crewmen, and Koverchenko (Jason Patric), a conscience-stricken former philosophy student. The Afghans, who see the war in religious terms, include a young man (Steven Bauer) struggling to attain a leadership role.

Performances, many of them repeated from the stage version, are remarkably evocative, particularly from the Afghans, who speak in subtitled dialect (the Russians speak English). Patric gives a resonant portrayal of the questioning Russian.

From the picture's harrowing opening scene to its beautiful, meditative final stroke, director Kevin Reynolds (Fandango) displays remarkably mature and effecti-

 

 

 

 

 

 

Atroce film di guerra, saldamente focalizzato, che diventa una commovente, quasi-biblica allegoria, Belva di guerra rappresenta un risultato stellare per tutte le persone implicate. Basato sul dramma di William Mastrosimone Nanawatai, il film esplora un singolo episodio, frutto di fantasia, verificatosi nel 1981, secondo anno dell'occupazione dell'Afghanistan da parte dei russi.

Un carro armato resta intrappolato in una valle senza via d'uscita dopo aver brutalmente decimato la popolazione in un vicino villaggio afgano, ed i sopravvissuti, che hanno trovato un'arma capace di distruggere il carro armato, decidono di snidarlo per vendicarsi.

'La Belva di guerra' è il carro armato, una macchina bellica eccezionalmente efficiente che diventa il centro del film. Membri dell'equipaggio sono Daskal (George Dzundza), un cattivo, paranoico comandante capace di uccidere i suoi stessi uomini, e Koverchenko (Jason Patric), colpito nella propria coscienza, precedentemente studente in filosofia. Gli afgani, che vedono la guerra in termini religiosi, hanno nelle proprie file un giovane uomo (Steven Bauer), che lotta per ottenere la leadership.

Le interpretazioni, molte delle quali mutuate dalla versione teatrale, sono evocative in maniera rimarchevole, particolarmente dalla parte degli afgani, che parlano in un dialetto sottotitolato (I russi parlano inglese). Patric fornisce un ritratto risonante del russo non conformista.

Dall'atroce scena iniziale fino al bello, meditativo colpo di scena finale, il regista Kevin Reynolds (Fandango) mostra di essere capace di narrare una storia

ve storytelling skills. Photography of Israeli desert locales is striking.

in maniera matura ed efficace. E' impressionante la fotografia delle località del deserto israeliano.

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MARTEDI' 22 FEBBRAIO 1994:

"Silverado", regia di Lawrence Kasdan (durata 127 minuti circa), 1985.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Silverado, una piccola città di frontiera dell'Ovest, è controllata dal corrotto e potente sceriffo Langstone, che esegue velocemente condanne a morte. A salvare dall'impiccagione il giovane Jake (KEVIN COSTNER) arriva in città suo fratello Emmet (SCOTT GLENN) aiutato dall'avventuriero Paden (KEVIN KLINE). Ai tre si unisce un pistolero di colore dalla mira infallibile (DANNY GLOVER): insieme combatteranno per riportare la libertà a Silverado.

Sparatorie spettacolari, inseguimenti a cavallo, furiose risse, mandrie in fuga, cowboy, prostitute, proprietari terrieri: tutti i temi classici del western sono presenti in un film concepito sinfonicamente e realizzato con affettuosa nostalgia, cura filologica e risorse spettacolari da LAWRENCE KASDAN, regista di grandi successi di pubblico e di critica (Brivido caldo, Il grande freddo, Turista per caso). Un cast eccezionale, KEVIN COSTNER (Balla coi lupi), SCOTT GLENN (Il silenzio degli innocenti), KEVIN KLINE (Un pesce di nome Wanda) e DANNY GLOVER (Arma letale), per un film che ripropone il piacere dell'avventura e la rinascita di un genere.

DA "VARIETY MOVIE GUIDE 1994"- Traduzione mia:

Rather than relying on legendary heroes of Westerns past, writer-director Lawrence Kasdan with his brother Mark have used their special talent to create a slew of human scale characters against a dramatic backdrop borrowing from all the conventions of the genre. Silverado strikes an uneasy balance between the intimate and naturalistic with concerns that are classical and universal.

Drifters Paden (Kevin Kline) and Emmett (Scott Glenn) join fates in the desert and follow their destiny to Silverado where they tangle with the McKendrick clan. Along the way they meet up with Glenn's gun happy brother Jake (Kevin Costner) who they break from a jail guarded by Sheriff Langston (John Cleese).

Modern element in the stew is introduction of Danny Glover, an itinerant black returning to Silverado to rejoin what's left of his family.

On the other side of the fence is arch villain Cobb, sheriff of Silverado and puppet of the Mckendricks. As Cobb, Brian Dennehy is an actor born to be in Westerns, so powerful is his sense of destruction. Other performances, especially Kline and Glenn, are equally strong.

Real rewards of the film are in the visuals and rarely has the West appeared so alive, yet unlike what one carries in his mind's eye. Ida Random's production design is thoroughly convincing in detail.

 

 

 

 

 

Piuttosto che fare affidamento su eroi leggendari del passato del Western, lo scrittore-regista Lawrence Kasdan e suo fratello Mark hanno usato il loro speciale talento per creare una gamma di personaggi, piuttosto che fare ricorso a caratteri drammatici convensionali del genere. Silverado arriva ad un inquieto equilibrio fra l'intimo ed il naturalistico da una parte e le preoccupazioni che sono classiche ed universali dall'altra.

I vagabondi Paden (Kevin Kline) ed Emmett (Scott Glenn) uniscono le loro sorti nel deserto e seguono il loro destino fino a Silverado dove si scontrano con il clan dei McKendrick. Lungo la strada incontrano l'allegro pistolero Jake (Kevin Costner) fratello di Glenn, che essi tirano fuori da un carcere custodito dallo Sceriffo Langston (John Cleese).

Una novità nel film è la prima apparizione sullo schermo di Danny Glover, un nero vagabondo che sta ritornando a Silverado per raggiungere quanto resta della sua famiglia.

Dall'altra parte del recinto abbiamo il furbetto mascalzone Cobb, sceriffo di Silverado e marionetta dei McKendrick. Nella parte di Cobb, Brian Dennehy è un attore nato per stare nei Western, tanto forte è il suo senso della distruzione. Altre interpretazioni, specialmente quelle di Kline e Glenn, sono ugualmente forti.

Altri pregi del film sono rappresentati dai panorami e raramente il West è apparso così vivo, eppure diverso da quanto si ha davanti agli occhi della mente. Il progetto di produzione di Ida Random è del tutto convincente nei dettagli.

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MARTEDI' 1° MARZO 1994:

"Spartacus"-PRIMA PARTE, regia di Stanley Kubrick,

versione integrale e restaurata (durata complessiva di ambedue le parti 186 minuti circa).

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Diretto da Stanley Kubrick, questo avvincente film ci racconta la storia di un audace gladiatore schiavo, Spartacus (Kirk Douglas), di una donna coraggiosa che crede in lui e nella sua causa (Jean Simmons) e di un potente generale romano (Laurence Olivier) che si schiera contro di loro. Ambientato nell'antica Roma Imperiale all'apice della sua gloria, Spartacus congiungendo la storia del tempo allo spettacolo, non solo è un documento sull'eterna lotta dell'uomo per la libertà ma anche un'entusiasmante storia d'amore.

DA "VARIETY MOVIE GUIDE 1994":

It took a lot of moolah - Universal says $ 12 million - and two years of intensive work to bring Spartacus to the screen. Film justifies the effort. There is solid dramatic substance, purposeful and intriguingly contrasted character portayals and, let's come right out with it, sheer pictorial poetry that is sweeping and savage, intimate and lusty, tender and bitter sweet.

Director Stanley Kubrick had a remarkably good screenplay with which to work by Dalton Trumbo, whose name appears on the film for the first time in about a decade since he served a prison sentence for contempt of Congress because he refused to declare whether or not he was a member of the Communist party.

Spartacus is a rousing testament to the spirit and dignity of man, dealing with a revolt by slaves against the pagan Roman Empire [from the novel by Howard Fast]. In terms of spectacle the clash between the slave army led by Kirk Douglas and the Romans commanded by Laurence Olivier is nothing short of flabbergasting.

Douglas is the mainstay of the picture. He is not particularly expressive - not in contrast with the sophisticated Olivier, the conniving parasite of a gladiator ring operator portayed by Peter Ustinov, or the supple and subtle slave maiden represented by Jean Simmons. But Douglas succeeds admirably in giving an impression of a man who is all afire inside. Tony Curtis as the Italian slave, Antoninus, who serves as houseboy to Olivier before running away to join Spartacus, gives a nicely balanced performance.

Charles Laughton is superbly wily and sophisticated as a Republican senator who is outwitted by Olivier in attempting to gain control of Rome through sponsorship

Sono stati necessari una notevole quantità di denaro - la Universal dice dodici milioni di dollari - e due anni di lavoro intenso per portare sullo schermo Spartacus. Il film giustifica lo sforzo. Vi è solida sostanza drammatica, sono presenti ritratti di personaggi determinati e intrigantemente contrastati e, lasciatemelo dire, vi è pura poesia cinematografica, impetuosa e selvaggia, intima e robusta, tenera e dolceamara.

Il regista Stanley Kubrick aveva una sceneggiatura molto buona con la quale lavorare, scritta da Dalton Trumbo, il cui nome appare nei titoli del film per la prima volta in circa una decade, dal momento che aveva dovuto scontare una pena detentiva per disprezzo del Congresso poiché si era rifiutato di dichiarare se fosse o meno membro del partito comunista.

Spartacus è uno stimolante testamento dello spirito e della dignità dell'uomo: racconta una rivolta di schiavi contro il pagano impero romano [dal romanzo di Howard Fast]. In termini di spettacolo, lo scontro tra l'armata degli schiavi condotta da Kirk Douglas ed i romani comandati da Laurence Olivier lascia veramente a bocca aperta.

Douglas è il sostegno del film. Non è particolarmente espressivo - non lo è se messo a confronto con il sofisticato Olivier, il parassita complice dell'organizzatore di incontri gladiatori interpretato da Peter Ustinov, o con la docile e delicata schiava interpretata da Jean Simmons. Ma Douglas è ammirabilmente efficace nel dare l'impressione di essere un uomo tutto fuoco interno. Tony Curtis, nella parte dello schiavo italiano Antonino, che serve come attendente di Olivier prima di fuggire per raggiungere Spartacus, fornisce un'interpretazione ben bilanciata.

of the young Julius Caesar. John Gavin plays the latter adequately.

Some 8,000 Spanish soldiers became Roman legionaires for the massive battle sequences filmed outside Madrid, but the rest of the picture was made in Hollywood.

[Version reviewed was the complete one, before censor cuts. Initial release version ran for 192 minutes. Complete version was finally released in 1991.]

 

 

 

 

 

 

 

Charles Laughton è superbamente astuto e sofisticato come senatore repubblicano che è messo nel sacco da Olivier nel tentativo di ottenere il controllo di Roma attraverso la protezione fornita al giovane Giulio Cesare. John Gavin interpreta quest'ultimo adeguatamente.

Circa ottomila soldati spagnoli diventarono legionari romani per le massicce sequenze delle battaglie filmate fuori Madrid, ma il resto del film fu realizzato ad Hollywood.

[La versione recensita è quella integrale, prima dei tagli operati dalla censura. La versione inizialmente distribuita dura 192 minuti. La versione completa è stata infine distribuita nel 1991.]

_ MARTEDI' 8 MARZO 1994:

"Spartacus"-SECONDA PARTE, regia di Stanley Kubrick,

versione integrale e restaurata (durata complessiva di ambedue le parti 186 minuti circa).

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Diretto da Stanley Kubrick, questo avvincente film ci racconta la storia di un audace gladiatore schiavo, Spartacus (Kirk Douglas), di una donna coraggiosa che crede in lui e nella sua causa (Jean Simmons) e di un potente generale romano (Laurence Olivier) che si schiera contro di loro. Ambientato nell'antica Roma Imperiale all'apice della sua gloria, Spartacus congiungendo la storia del tempo allo spettacolo, non solo è un documento sull'eterna lotta dell'uomo per la libertà ma anche un'entusiasmante storia d'amore.

DA "VARIETY MOVIE GUIDE 1994":

It took a lot of moolah - Universal says $ 12 million - and two years of intensive work to bring Spartacus to the screen. Film justifies the effort. There is solid dramatic substance, purposeful and intriguingly contrasted character portayals and, let's come right out with it, sheer pictorial poetry that is sweeping and savage, intimate and lusty, tender and bitter sweet.

Director Stanley Kubrick had a remarkably good screenplay with which to work by Dalton Trumbo, whose name appears on the film for the first time in about a decade since he served a prison sentence for contempt of Congress because he refused to declare whether or not he was a member of the Communist party.

Spartacus is a rousing testament to the spirit and dignity of man, dealing with a revolt by slaves against the pagan Roman Empire [from the novel by Howard Fast]. In terms of spectacle the clash between the slave army led by Kirk Douglas and the Romans commanded by Laurence Olivier is nothing short of flabbergasting.

Douglas is the mainstay of the picture. He is not particularly expressive - not in contrast with the sophisticated Olivier, the conniving parasite of a gladiator ring operator portayed by Peter Ustinov, or the supple and subtle slave maiden represented by Jean Simmons. But Douglas succeeds admirably in giving an impression of a man who is all afire inside. Tony Curtis as the Italian slave, Antoninus, who serves as houseboy to Olivier before running away to join Spartacus, gives a nicely balanced performance.

Charles Laughton is superbly wily and sophisticated as a Republican senator who is outwitted by Olivier in attempting to gain control of Rome through sponsorship

Sono stati necessari una notevole quantità di denaro - la Universal dice dodici milioni di dollari - e due anni di lavoro intenso per portare sullo schermo Spartacus. Il film giustifica lo sforzo. Vi è solida sostanza drammatica, sono presenti ritratti di personaggi determinati e intrigantemente contrastati e, lasciatemelo dire, vi è pura poesia cinematografica, impetuosa e selvaggia, intima e robusta, tenera e dolceamara.

Il regista Stanley Kubrick aveva una sceneggiatura molto buona con la quale lavorare, scritta da Dalton Trumbo, il cui nome appare nei titoli del film per la prima volta in circa una decade, dal momento che aveva dovuto scontare una pena detentiva per disprezzo del Congresso poiché si era rifiutato di dichiarare se fosse o meno membro del partito comunista.

Spartacus è uno stimolante testamento dello spirito e della dignità dell'uomo: racconta una rivolta di schiavi contro il pagano impero romano [dal romanzo di Howard Fast]. In termini di spettacolo, lo scontro tra l'armata degli schiavi condotta da Kirk Douglas ed i romani comandati da Laurence Olivier lascia veramente a bocca aperta.

Douglas è il sostegno del film. Non è particolarmente espressivo - non lo è se messo a confronto con il sofisticato Olivier, il parassita complice dell'organizzatore di incontri gladiatori interpretato da Peter Ustinov, o con la docile e delicata schiava interpretata da Jean Simmons. Ma Douglas è ammirabilmente efficace nel dare l'impressione di essere un uomo tutto fuoco interno. Tony Curtis, nella parte dello schiavo italiano Antonino, che serve come attendente di Olivier prima di fuggire per raggiungere Spartacus, fornisce un'interpretazione ben bilanciata.

of the young Julius Caesar. John Gavin plays the latter adequately.

Some 8,000 Spanish soldiers became Roman legionaires for the massive battle sequences filmed outside Madrid, but the rest of the picture was made in Hollywood.

[Version reviewed was the complete one, before censor cuts. Initial release version ran for 192 minutes. Complete version was finally released in 1991.]

 

 

 

 

 

 

 

Charles Laughton è superbamente astuto e sofisticato come senatore repubblicano che è messo nel sacco da Olivier nel tentativo di ottenere il controllo di Roma attraverso la protezione fornita al giovane Giulio Cesare. John Gavin interpreta quest'ultimo adeguatamente.

Circa ottomila soldati spagnoli diventarono legionari romani per le massicce sequenze delle battaglie filmate fuori Madrid, ma il resto del film fu realizzato ad Hollywood.

[La versione recensita è quella integrale, prima dei tagli operati dalla censura. La versione inizialmente distribuita dura 192 minuti. La versione completa è stata infine distribuita nel 1991.]

DAL "DIZIONARIO ENCICLOPEDICO ITALIANO TRECCANI": Spartaco. Ex soldato romano di origine tracia (morto nel 71 a.C.): disertore e perciò ridotto in schiavitù, fuggì nel 73 con alcuni compagni dalla scuola gladiatoria di Capua. Presto raccolse attorno a sé migliaia di schiavi fuggitivi, con cui predò per circa un anno la Campania: poi si diresse a nord, sconfiggendo il console L. Gellio e, a Modena, il governatore della Gallia Cisalpina. Tornò quindi nel sud ma, in Lucania, fu accerchiato, sconfitto e ucciso da M. Licinio Crasso (cui era aggiunto nel comando l'altro futuro triunviro, Pompeo), che guidava ben dieci legioni. Dei seguaci di Spartaco, 5.000 morirono in battaglia e 6.000 furono crocifissi.

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MARTEDI' 15 MARZO 1994:

"Milarepa", regia di Liliana Cavani (durata 104 minuti circa), anno 1974.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Film chiaramente orientato verso una denuncia dell'ingiustizia, della sopraffazione e della violenza sociale, Milarepa narra la vita di un famoso monaco tibetano attraverso le parole di un giovane d'oggi.

Solo dopo un difficile cammino il santo buddista, nel quale il ragazzo si è ormai identificato, giunge al distacco dal mondo, al nirvana.

DA "I MAESTRI SPIRITUALI", di Jacques Brosse, Gremese editore: MILAREPA (1040, Tibet - Tibet, 1123) - L'EROE NAZIONALE DEL TIBET - Milarepa visse da asceta in una grotta, ma esercitò sulla vita spirituale del suo paese un influsso ancora oggi riscontrabile.

Conosciamo la sua vita da ciò che ne ha scritto il suo discepolo Rechung che si intrattenne con Milarepa quando era ottuagenario. Alla morte di suo padre Milarepa fu spogliato di tutti i suoi beni dai parenti. Esortato da sua madre a vendicarsi, si diede alla stregoneria, con la quale riuscì a sterminare i suoi nemici. Poi, preso dal rimorso per i crimini commessi, egli si mise alla ricerca di un maestro spirituale, che trovò in Mar-pa (1012-1096), traduttore in tibetano dei testi sacri. Milarepa era andato a cercarlo in India. Mar-pa, che a sua volta era discepolo del grande siddha Naropa, sottomise Milarepa a prove terribili allo scopo di purificarlo. Dopo di che Milarepa poté ritornare al suo paese, ma nella sua casa in rovina trovò solo le ossa calcinate di sua madre, e apprese che sua sorella era divenuta una mendicante. Obbedì allora agli ordini del suo maestro e andò a vivere come un eremita presso le montagne dell'Himalaya, nella povertà più completa, e fece il voto di non ridiscendere a valle se prima non avesse ottenuto il Risveglio. Fu allora che prese il nome di Milarepa, che significa "vestito di cotone". La sua rigorosa vita ascetica, i suoi poteri miracolosi, le sue poesie ispirate gli attirarono numerosi discepoli, tra cui Gampo-pa (1079-1153), fondatore dell'ordine monastico Kagyupa.

Grazie a Milarepa il buddismo si radicò nel Tibet, dove questa figura di asceta e poeta è ancora considerata il più perfetto esempio di realizzazione spirituale.

LE OPERE: I Centomila canti (Gurbum) sono delle improvvisazioni poetiche di Milarepa sulle tappe della sua vita spirituale, e furono raccolti dai suoi discepoli. Sono considerati testi sacri, alla stessa stregua dei sutra buddistici.

L'INSEGNAMENTO: Milarepa respinge le pratiche magiche della religione tradizionale indigena, ma contemporaneamente non si cura gran che dei sacri testi buddistici; solo per lui conta la dura ascesi personale per ottenere il Risveglio e la scoperta in sé della vera identità dell'Essere. Il Gurbum esprime la lenta progressione dell'asceta, che è ancora sottoposto agli assalti delle forze malefiche, che progressivamente domerà, trasformandole in energie positive, fino alla vittoria finale, di cui sono testimonianza i molti discepoli, suoi figli spirituali, desiderosi di seguire sotto la sua direzione, la sua stessa via.

MILAREPA PARLA DI SE':

Un inno sale dalle mie labbra

di vecchio solitario e nudo.

La Natura è per me un libro.

Con il bastone dalla punta di ferro in mano

io traverso l'Oceano ondeggiante della vita,

essendo Maestro dello Spirito e della Luce.

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Io sono uno yoghi che canta per allegria

e non si cura di altre gioie.

DA "LILIANA CAVANI" DI CIRIACO TISO, IL CASTORO CINEMA, LA NUOVA ITALIA, SETTEMBRE 1975 (Pagg.90-91): Tutto ciò spinge lo spettatore ad un viaggio non in un Tibet reale ma in un Tibet immaginato con una operazione assolutamente mentale e filmica. Ecco perché, alla fine di tutto, il film inizia lo spettatore ad un viaggio nel proprio " inconscio ", provocandolo a seguire Milarepa nel suo itinerario spirituale, e a spogliarsi così della propria alienazione, compiendo la ricerca che lui compie. Ed è una ricerca interna, che diventa mitica non immediatamente ma mediatamente, poiché mediatamente e progressivamente essa conduce il protagonista a incontrare il proprio archetipo, il modello assoluto, il proprio mito, e parimenti a riconoscere nella propria solitudine, al termine della ricerca, sia la condizione essenziale per andare sino in fondo nel tracciato spirituale e conoscitivo, sia il risultato esterno e sociologico della compiutezza di tale itinerario. Infatti, Milarepa (Milarepa = l'uomo vestito di tela) si forma spiritualmente ma, quando alla fine ritorna nel suo villaggio, vi trova la desolazione più cupa: la casa è distrutta, la madre è morta. La saggezza e l'ascesi devono passare anche attraverso la desolazione tragica del sociale e della storia, e poi attraverso la accettazione della solitudine come condizione indispensabile per poter operare nella realtà con la saggezza acquisita e nella sola maniera in cui sa farlo la saggezza estrema, cioè in maniera rivoluzionaria.

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MARTEDI' 22 MARZO 1994:

"Hair", regia di Milos Forman (durata 114 minuti circa), anno 1979.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: L'Era dell'Acquario vive ancora! Il regista Milos Forman (Qualcuno volò sul nido del cuculo) ha confuso gli scettici e trasformato il musical degli anni '60 in una esuberante e gioiosa esperienza cinematografica.

Le memorabili canzoni si sentono ripetere ovunque: sopra i tavoli, a Central Park, guidando in autostrada, passeggiando a Wall Street, e in formazione militare a bordo degli aerei diretti verso il Viet Nam.

HAIR non è soltanto uno sguardo ai tempi che furono, è piuttosto qualcosa che fa rinascere lo spirito e la gioia degli anni '60.   Quando il film raggiunge il punto di massima intensità, non c'è dubbio che "il sole può ancora splendere".

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA", DI FERNALDO DI GIAMMATTEO, EDITORI RIUNITI, APRILE 1986: Divenuto cittadino statunitense nel '77, uomo ricco e regista affermato, Forman vuole togliersi il gusto di realizzare un musical, suo sogno da molti anni.   Hair - vero manifesto della generazione hippy degli anni '60, inno al pacifismo, all'amore, all'uso delle droghe, ai capelli lunghi - diventa nelle mani del regista cecoslovacco alla fine degli anni '70 una celebrazione nostalgica e un po' patetica.   Rappresentato per la prima volta nel '67 e poi replicato in tutto il mondo migliaia di volte con enorme successo, il musical vede ora, ad oltre dieci anni di distanza, irrimediabilmente compromessa la sua carica eversiva e abbondantemente fallito il suo messaggio.   Comunque Forman si sottrae al destino classico del regista di film 'singing & dancing' (tradizionalmente relegato al ruolo di coordinatore di numeri e coreografie) e riesce ad imporre un proprio stile ed una propria personale rilettura dell'epopea hippy.

DA "FORMAN" DI PAOLO VECCHI - IL CASTORO CINEMA - LA NUOVA ITALIA - FEBB. 1981:

Contrariamente a quanto spesso accadeva in passato, Hair è un film di regista, non di coreografo.   Con buona pace dell'ottima Twyla Tharp, infatti, ci pare chiaro che essa non è, non diciamo Berkeley, ma neppure, che so, un Gene Kelly o un Jerome Robbins.   Non siamo esegeti del genere, tuttavia ci azzardiamo ad affermare che una delle caratteristiche più evidenti del musical, almeno di quello classico, è la sua teatralità.   In esso le coreografie possiedono un'autonomia che è più da palcoscenico che da teatro di posa, il tessuto connettivo serve spesso da pretesto, al massimo da supporto, pronto com'è ad annullarsi per consentire al " numero " musicale di offrirsi allo spettatore in tutta la sua affascinante spettacolarità.   Inoltre lo spazio dell'azione si dà come chiuso, definendosi a guisa di scena anche quando (West Side Story, ad esempio) sconfina nelle strade di un intero quartiere.   Quasi sempre compito del regista è, conseguentemente, quello di filmare la messa in scena di un materiale preesistente che, tranne rarissime eccezioni, risulta decisivo agli effetti del risultato artistico.   Forman, viceversa, piega l'elemento coreografico ad un progetto tanto ferreo nella sua precisione da farne passare in secondo piano le pur evidenti qualità.   Il ritmo del film, infatti, non è scandito dai numeri musicali, ma da un montaggio che ha del prodigioso, e che letteralmente costruisce i balletti, operando come elemento costitutivo della messa in scena.   Si veda, ad esempio, la sequenza del pas de deux dei cavalli dei poliziotti al Central Park, o quella, straordinaria, di Black boys-White boys, con stacchi alternati sulle ballerine-cantanti nel parco e i militari, sessualmente ambigui, dell'ufficio leva.   Questo fa anche sì che non esista praticamente soluzione di continuità fra parti recitate e parti cantate, al punto che la struttura del film risulta molto più libera rispetto ai classici del genere.

" Ogni volta che sullo schermo qualcuno apre la bocca e comincia a cantare - ha dichiarato Forman - mi provoca uno choc [...] Quello che mi ha sempre messo a disagio nelle commedie musicali, è che si segue una storia e che improvvisamente tutto si ferma per un numero.   Mi sento allora tagliato fuori dal film.   Abbiamo trascorso molto tempo a risolvere questo problema " (Michel Ciment, Une expérience américaine (deux entretiens avec Milos Forman), " Positif ", n. 179, marzo 1976).   La successione di parti cantate e parti recitate risulta in effetti molto scorrevole, pur in (o proprio grazie ad) un'asimmetria desueta, che vede la prima parte del film quasi tutta musicale, l'ultima, quella della caserma, quasi tutta dialogata.   Questa " naturalezza ", questo occultamento della finzione contrastano con gli stereotipi di un genere solito ad esplicitarla fino alla specularità, all'autoriflessione.   Lo stesso uso di esterni assolutamente credibili (pensate alle campagne di Oklahoma! o di Sette spose per sette fratelli), anziché provocare stridore, assimila l'insolito (il canto, il ballo) ad un ambito di normalità.

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MARTEDI' 29 MARZO 1994:

"Papà, ho trovato un amico" (My girl), regia di Howard Zieff (durata 102 minuti circa), anno 1991.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Vada è una ragazzina che ha l'aria di un maschiaccio, bella, dolce, sensibile; il padre, vedovo, impresario di pompe funebri, è un simbolo di vita per la piccola Vada.   Il mondo della giovane va in frantumi quando l'adorato papà s'innamora di Shelly De Voto, una nuova impiegata dell'agenzia funebre, assunta come truccatrice.   Per fortuna un giorno Vada conosce Thomas J., un ragazzino del vicinato che più di chiunque altro capisce la gelosia. Cupido lancia la freccia e tra i due adolescenti scocca l'amore, ma la vita a volte...

Howard Zieff dirige una commedia soffice e delicata come il cinema hollywoodiano non produceva da anni.   Protagonisti i giovanissimi MACAULAY CULKIN (Io e zio Buck, Mamma ho perso l'aereo) e la rivelazione ANNA CHLUMSKY, spigliata e precocemente adulta.   Nel cast anche i veterani DAN AYKROYD (Ghostbusters, A spasso con Daisy) e JAMIE LEE CURTIS (Un pesce di nome Wanda, Amore per sempre).

Guida ai programmi telepiù - dicembre 1993: Vada, una ipocondriaca e solitaria ragazzina di undici anni figlia di un impresario di pompe funebri vedovo, vive i problemi e le esperienze della sua età: la solitudine, la prima cotta, l'amicizia, le gelosie.

Nonostante il fenomenale successo di Mamma ho perso l'aereo Macaulay Culkin si limita a fare da spalla alla debuttante Anna Chlumsky, mentre star del calibro di Dan Aykroyd (The Blues Brothers) e Jamie Lee Curtis (Un pesce di nome Wanda) si ritagliano soltanto gustosi ruoli di contorno in questa tenera e "spiazzante" commedia girata dallo specialista Howard Zieff (Soldato Giulia agli ordini, 4 pazzi in libertà).   Il regista ha soprattutto il pregio di non forzare mai i toni, né sul versante comico-brillante, né su quello patetico-sentimentale.   Non inganni infatti l'ovattata provincia americana che fa da sfondo e la colonna sonora melodica e retrò.   Complici un cast all'altezza della situazione e lo humour nero e paradossale delle situazioni e dei dialoghi legati agli strani "ospiti" con cui è costretto ad intrattenersi, per ragioni di lavoro, il papà della protagonista, Zieff riesce sempre a fermarsi un attimo prima che il dolore si trasformi in patetismo kitsch rivelandosi, in questo modo, autore sensibile e forse sottovalutato, coadiuvato dalla sceneggiatura dell'esordiente Laurice Elehwany.

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MARTEDI' 5 APRILE 1994:

"Thérèse", regia di Alain Cavalier (durata 90 minuti circa), anno 1986.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: "Un'ora e mezza di grande arte, di emozioni, di follia, di ammirazione senza riserve.   Un capolavoro dalla prima all'ultima immagine..." Così si esprime Le Monde per definire l'opera cinematografica che senza sbavature racconta la storia di una esuberante ragazza che lotta per entrare in convento e che diventerà santa Teresina di Lisieux.   Una storia che avvince nella sua realistica semplicità.

DA "CAHIERS DU CINEMA" N.387, SETT. 1986 - L'ENFANCE DE L'ART di Alain Philippon, pag.5 - Traduzione mia.

Il y avait bien longtemps que ne m'avait été donné de redécouvrir in vivo cette idée selon laquelle un film, neuf fois sur dix, dit, dès ses tout-premiers plans, ce qu'il va être, fond et forme, tempo et tonalité.   Dans les quatre ou cinq - pas plus - premiers plans de Thérèse, Alain Cavalier joue son va-tout: le film sera, dès lors, à prendre ou à laisser.   A Cannes, et c'est tant mieux, tout le monde a pris, et a été pris, c'est le moins qu'on puisse dire.   A l'heure où j'écris ces lignes, je n'ai lu ni entendu aucun propos d'Alain Cavalier sur son film.   (...) Mais je serais fort surpris que Cavalier ait calculé le meilleur moyen de " cueillir " le spectateur dès les premiers plans, tant il me semble que son film, même s'il respecte le public comme rarement, n'a pu être fait, dans une certaine mesure, qu'en ne pensant qu'à lui (le film).   Thérèse est à cet égard un exemple plutôt rare où une certaine forme d'autarcie (impliquée par le lieu, bien sûr, mais surtout par la démarche) permet paradoxalement une communica tion idéale avec le spectateur.

Car Thérèse, de toute évidence, n'appartient pas à la planète-cinéma.   Sans doute la position d'outsider du cinéma français d'Alain Cavalier y est-elle pour quelque chose.   Thérèse ne ressemble à rien, pas même au cinéma de Robert Bresson auquel on pourrait être tenté de le comparer, à cause de la rigueur de son écriture et de son recours intensif à l'ellipse, à la litote et à la métonymie.   Outre que Thérèse est tout sauf un film pessimiste, l'usage fréquent que fait Alain Cavalier du raccourci (ou de l'insert, de l'effet d'enchâssement) n'a rien à voir avec " l'effet-couperet " des films de Robert Bresson (dernière manière surtout, et L'argent plus que tout autre film): même si Alain Cavalier se permet quelques raccords fulgurants, ses plans ne " tombent " pas comme les plans bressonniens, qui raccordent à la Era molto tempo che non mi si offriva la possibilità di riscoprire in vivo l'idea secondo la quale un film, nove volte su dieci, dice, sin dai suoi primissimi piani, ciò che diventerà, sfondo e forma, tempo e tonalità.   Nei quattro o cinque - non di più - primi piani di Thérèse, Alain Cavalier gioca la sua ultima carta: il film sarà, sin da quel momento, da prendere o da lasciare.   A Cannes, ed è tanto meglio, tutti hanno preso e sono stati presi, è il meno che si possa dire.   Nel momento in cui scrivo questo articolo, non ho né letto né ascoltato alcun commento di Alain Cavalier sul suo film.   Ma sarei molto sorpreso se Cavalier avesse calcolato il modo migliore di " catturare " lo spettatore sin dai primi piani, tanto mi sembra che il suo film, anche se rispetta il pubblico così come accade raramente, non ha potuto essere costruito, in una certa misura, se non pensando che a lui (il film).   Thérèse è da questo punto di vista un esempio piuttosto raro in cui una certa forma d'autarchia (implicata dal luogo, certamente, ma soprattutto dal procedimento) permette paradossalmente una comunicazione ideale con lo spettatore.

Perché Thérèse, con molta evidenza, non appartiene al pianeta-cinema.   Senza dubbio la posizione di outsider del cinema francese d'Alain Cavalier gioca un ruolo importante.   Thérèse non somiglia a niente, neanche al cinema di Robert Bresson, al quale si potrebbe avere la tentazione di paragonarlo, a causa del rigore della sua scrittura e al ricorso intensivo all'ellissi, alla litote ed alla metonimia.   Oltre al fatto che Thérèse è tutt'altro che un film pessimista, l'uso frequente fatto da Alain Cavalier dello scorcio (o dell'inserto, dell'effetto di incastonamento) non ha niente che vedere con " l'effetto-mannaia " dei film di Robert Bresson (soprattutto ultima maniera, e L'Argent più di ogni altro film): anche se Alain Cavalier si permette qualche guillotine.   La différence, pour n'en citer qu'une, est toute dans les fondus au noir, sur lesquels j'aimerais m'attarder un peu, parce qu'ils excèdent largement un simple effet d'écriture.

(...) Thérèse est l'histoire d'une petite paysanne bien en chair (les interprètes sont formidables, mais Catherine Mouchet est tout simplement géniale) qui ne se désincarne pas, mais qui, tuberculose aidant, devient de plus en plus légère et aérienne.

 

raccordo folgorante, i suoi piani non " cadono " come i piani bressoniani, che si collegano alla ghigliottina.   La differenza, per non citarne che una, è tutta nei fondali al nero, sui quali mi piacerebbe soffermarmi un po', perché eccedono largamente un semplice effetto di scrittura.

Thérèse è la storia di una contadinella ben in carne (gli interpreti sono formidabili, ma Catherine Mouchet è semplicemente geniale) che non si disincarna, ma che, grazie alla tubercolosi, diventa sempre più leggera ed aerea.

DA "IL SANTO DEL GIORNO" - DI MARIO SGARBOSSA E LUIGI GIOVANNINI - EDIZIONI PAOLINE:

1° OTTOBRE - S. TERESA DI GESU' BAMBINO - vergine (memoria)

Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo (Thérèse Martin, nata ad Alençon in Francia nel 1873 e morta nel 1897) ha dato alla sua breve esistenza l'impronta ineguagliabile del sorriso, espressione di quella gioia ultraterrena, che secondo le sue parole, " non sta negli oggetti che ci circondano, ma risiede nel più profondo dell'anima ".   Incline per temperamento a una calma e composta tristezza, Teresa, magnifici capelli biondi, occhi azzurri, lineamenti delicati, alta, straordinariamente bella, quando scriveva sul suo diario " Oh, sì tutto mi sorriderà quaggiù ", stava sperimentando ingiustizie e incomprensioni, e già minata dalla tubercolosi polmonare, stremata di forze, non rifiutava alcun lavoro pesante e continuava " a gettare a Gesù i fiori dei piccoli sacrifici ".

Chiunque abbia letto le stupende pagine dei suoi quadernetti in cui andava tracciando, per obbedienza, le sue esperienze interiori, pubblicate poi sotto il titolo di Storia di un'anima, sa bene che questi sacrifici non erano piccoli.   Teresa ha dato alla sua vita di ascesi l'inconfondibile stile e titolo di " infanzia spirituale " non per una innata tendenza di mettere tutto al diminutivo, ma per una scelta ben precisa, conforme all'invito evangelico di " farsi piccoli " come i bambini.   Ella scrive: " Io mi ero offerta a Gesù Bambino per essere il suo trastullo, e gli avevo detto che non si servisse di me come di uno di quei balocchi di pregio, che i fanciulli si contentano di guardare, ma come di una piccola palla di nessun valore, da poter buttare per terra, spingere col piede, lasciare in un canto, oppure stringere al cuore, qualora ciò potesse fargli piacere.   In una parola volevo divertire Gesù Bambino e abbandonarmi ai suoi capricci infantili ".

La via dell'infanzia spirituale è anche espressione della sua profonda umiltà.   I nove anni che trascorse nel Carmelo di Lisieux (vi era entrata a quindici anni, dopo essersi recata a Roma a chiederne l'autorizzazione al papa) li visse così intensamente da offrire al mondo cattolico la sorprendente immagine di una santa, apparentemente estranea al mondo in cui visse, senza rapporti spirituali col mondo moderno, e tuttavia così immersa nella realtà della vita ecclesiale da essere dichiarata nel 1927, due anni dopo la sua elevazione agli onori degli altari, patrona principale delle missioni, ed essere invocata, dal 1944 come patrona secondaria della Francia, accanto alla battagliera S. Giovanna d'Arco.   La giovane santa, che aveva mantenuto la promessa di far cadere dal cielo una pioggia di rose, continua a irrorare la Chiesa.

ALCUNI PENSIERI DI TERESA:

Le attrattive del mondo sono svanite per noi, ma è tutto fumo, e a noi resta la realtà.   La vita diventa così un autentico tesoro: ogni istante è un'eternità, un'eternità di gioia per il cielo, un'eternità... Solamente Gesù è, tutto il resto non è.

 

Se fossi morta a ottant'anni e fossi stata in diversi monasteri, carica di responsabilità, sarei morta, lo sento bene, piccola come oggi.   Ed è scritto che alla fine il Signore si alzerà per salvare tutti i miti e gli umili della terra.   Non dice 'giudicare', bensì 'salvare'.

 

La gioia non la troviamo negli oggetti che ci stanno intorno, bensì nel profondo dell'anima, possiamo averla in una prigione altrettanto bene che in un palazzo: la prova è che io sono più felice nel Carmelo, anche tra prove intime ed esteriori, che nel mondo, circondata dalle comodità della vita, e soprattutto dalle dolcezze del focolare paterno.

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MARTEDI' 12 APRILE 1994:

"Good morning Vietnam", regia di Barry Levinson (durata 116 minuti circa), anno 1988.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Goooood Morning Vietnaaaaam! Nel 1965 il deejay Adrian Cronauer viene trasferito in Vietnam per risollevare il morale dei soldati USA.   Il suo obiettivo: farli ridere.   Adrian (l'attore Robin Williams) ha un'idea tutta sua su come impostare una trasmissione radiofonica.   Il suo umorismo fatto di irresistibili battute e tanto rock'n roll, inonda l'etere portando una ventata di novità; ma la nuova filosofia della trasmissione non è gradita al Pentagono.   Mentre fuori la guerra si fa aspra e la gente muore, Adrian stringe amicizia con una ragazza locale.   E sulle note di "What a wonderful world" di Louis Armstrong l'aviere Cronauer misura le difficoltà di realizzare sogni e ideali.

DA "VARIETY MOVIE GUIDE 1994":

After airman Adrian Cronauer (Robin Williams) blows into Saigon to be the morning man on armed forces radio, things are never the same. With a machine-gun delivery of irreverencies and a crazed gleam in his eye, Cronauer turns the staid military protocol on its ear.

On the air he's a rush of energy, perfectly mimicking everyone from Gomer Pyle to Richard Nixon as well as the working grunt in the battlefields, blasting verboten rock'n'roll over the airwaves while doing James Brown splits in the studio. From the start, the film bowls you over with excitement and for those who can latch on, it's a nonstop ride.

Although the film is set in Vietnam in 1965 the fighting seems to take a backseat to William's joking. Instead of the disk jockey being the eyes and ears of the events around him Williams is a totally self-contained character, and despite numerous topical references, his comedy turns in on itself rather than opening on the scene outside.

Bruno Kirby as Cronauer's uptight immediate superior has a few priceless comic moments of his own as he takes to the airwaves with an array of polka music.

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MARTEDI' 19 APRILE 1994:

"Un cuore in inverno" (Un coeur en hiver), regia di Claude Sautet (durata 100 minuti circa), anno 1992.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Maxime e Stéphane sono amici da molto tempo.   Un giorno Maxime si innamora di Camille.   Che è bella, bellissima.   E, come è logico, Maxime la fa conoscere al suo amico di sempre.   E qui nasce qualcosa.   Un gioco, fra Stéphane e Camille, pericoloso.   Le vie del cuore, si sa, sono tortuose, misteriose, mai scontate.   Un film pieno di sospensioni, allusioni, turbamenti, scoppi di passione.   Intenso, e bello.   Semplicemente e profondamente bello.

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MARTEDI' 26 APRILE 1994:

"Othello" (IN INGLESE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO), regia di Orson Welles (durata 98 minuti circa), anno 1952.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Il film si apre con la scena di un doppio funerale celebrato nell'isola di Cipro: Otello, generale della Repubblica di Venezia, si è tolto la vita dopo aver ucciso sua moglie Desdemona, sospettata ingiustamente di adulterio.   Un uomo, imprigionato in una gabbia ed issato sulla torre della fortezza, osserva il corteo e il tragico risultato delle sue azioni.

Storia d'amore e di gelosia tanto classica quanto famosa, prodotta e diretta da ORSON WELLES e da lui stesso interpretata.   Realizzazione sofferta e frazionata nel tempo (occorsero quattro anni per completarlo) e nei luoghi (da Tuscania a Venezia, al Marocco), il film fu finanziato con i guadagni provenienti dall'attività di Welles come attore.   Presentato al Festival di Cannes del 1952 sotto bandiera marocchina, fu premiato con la Palma d'Oro.   Interpretazione coraggiosa, sanguigna e terrestre del dramma shakespeariano, accompagnato da alterne fortune critiche (si rimproverò Welles di "barbarica vitalità"), il film è rimasto una sorta di capolavoro sconosciuto fino al recente restauro del 1992.

 

DA "VARIETY MOVIE GUIDE" EDIZIONE 1994:

After three years in the making, Orson Welles unveiled his Othello at the Cannes Film Festival in Aprile 1952 to win the top award. Film is an impressive rendering of the Shakespearean tragedy.

Beginning is catchy in lensing, plasticity and eye appeal, but a bit murky in development. After the marriage of Othello and Desdemona over the protests of her father, the film takes a firm dramatic line and crescendos as the warped Iago brings on the ensuing tragic results. The planting of the jealousy seed in Othello is a bit sudden, but once it takes hold, the picture builds in power until the final death scene.

Micheal MacLiammoir is good as Iago, the jealous, twisted friend whose envy turns to hate and murder. Orson Welles gives the tortured Moor depth and stature.

Footage shot in Italy and Morocco is well matched photographically. Standout scenes are the murder of Roderigo in a Moroccan bath as the chase weaves through the steamy air and ends in general skewering and mayhem.

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VENERDI' 29 APRILE 1994:

"Enrico V", regia di Kenneth Branagh (durata 137 minuti circa), anno 1989.

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MARTEDI' 3 MAGGIO 1994:

"Barton Fink - E' successo a Hollywood", regia di Joel Coen (durata 117 minuti circa), anno 1991.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: New York, 1941.   Autore di teatro socialmente impegnato, Barton Fink (JOHN TURTURRO - "Uomini d'onore", "Fa' la cosa giusta", "Stato di grazia", "Jungle fever", "Il siciliano"), sfonda a Broadway e l'eco della sua fama raggiunge ben presto la mecca del cinema.   Chiamato ad Hollywood per scrivere il copione di un film, Barton parte da New York alla conquista di nuovi successi.   Los Angeles lo accoglie a braccia aperte... ma lui perde la vena ispiratrice.   Aiutato dalla capace assistente Audrey (JUDY DAVIS - "Aracnofobia", "Chopin, Amore mio", "Mariti e Mogli") e dal simpatico vicino di casa Charlie Meadows (JOHN GOODMAN - "Seduzione pericolosa", "Sua maestà viene da Las Vegas"), Fink scopre che l'ispirazione tanto agognata gli verrà da fonti a dir poco sinistre.

Frutto della geniale mente dei fratelli Coen ("Blood Simple", "Crocevia della morte", "Arizona Junior"), l'acclamatissimo e pluripremiato Barton Fink - tre Nomination all'Oscar 1992 - racconta con estro ed ironia pungente la storia di una cosmica angoscia hollywoodiana.

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MARTEDI' 10 MAGGIO 1994:

"Manto nero" (Black Robe), regia di Bruce Beresford (durata 100 minuti circa), anno 1992.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Quebec, 1634.   "I selvaggi vivono nelle tenebre.   Va e convertili, Manto Nero.   Nel nome di Dio e della civiltà".   Un missionario e una tribù di Indiani si incontrano in una terra bellissima.   Due mondi diversi, due culture lontane, due religioni si trovano faccia a faccia.   E, per una volta, il missionario non è l'unico depositario della civiltà e della verità.   E i selvaggi non sono poi così selvaggi.

Il regista Beresford divide equamente i torti tra indiani e missionari, si dimostra pessimista sulla conciliabilità tra culture diverse, e svela - anche con troppa insistenza - gli orrori che i film d’avventure del passato non hanno mai mostrato. Alcune trovate sono geniali (gli algonchini che scoprono il tempo dell’orologio), ma alle idee della sceneggiatura non corrisponde un’idea forte di regia. Dal romanzo di Brian Moore.

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MARTEDI' 17 MAGGIO 1994:

"Cyrano", regia di Jean Paul Rappeneau (durata 140 minuti circa), anno 1991.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Nei panni del personaggio creato da Emond De Rostand, il Cadetto di Guascogna reso celebre dal coraggio, dall'eloquio e dalle dimensioni del naso, c'è un grande attore, Gérard Depardieu, perfettamente a suo agio nel ruolo del cavaliere romantico, irruente, capace di restare fedele, anche se non corrisposto, al proprio amore per la bella Roxane, tanto generoso da aiutare il giovane e impacciato corteggiatore di Roxane, prestandogli voce e parole perché conquisti il cuore della sua bella...

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MARTEDI' 24 MAGGIO 1994:

"Cape Fear - Il promontorio della paura", regia di J. Lee Thompson (durata 102 minuti circa), anno 1961.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Un thriller classico hollywoodiano, un capolavoro ricco di suspence in cui regnano vendetta e omicidio.   Tra i protagonisti Robert Mitchum è indimenticabile nella parte dell'ex carcerato che deve vendicarsi ad ogni costo dell'avvocato che in passato lo aveva difeso, nascondendo prove che gli avrebbero potuto risparmiare anni di prigione.

Gregory Peck è l'avvocato che insieme alla moglie (Polly Bergen) e alla giovane figlia (Lori Martin) deve subire continue minacce e provocazioni da parte dell'ex galeotto.   Nonostante l'aiuto del capo della polizia locale (Martin Balsam) e di un detective privato (Telly Savalas) l'avvocato non può fare nulla legalmente per allontanare l'inquietante Mitchum dalla sua famiglia e per fermare il suo terribile gioco.   E' così che decide di portare la sua famiglia lontano dalla città in un luogo da lui ritenuto sicuro e che, al contrario, si rivelerà una trappola mortale.

"Il promontorio della paura" è sicuramente uno dei thriller più inquietanti mai passati sul grande schermo.   Un cast eccezionale per un regista eccezionale (J. Lee Thompson) che riesce a creare una forte tensione in ogni scena e a regalarci un finale mozzafiato a Cape Fear.

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MARTEDI' 31 MAGGIO 1994:

"Fuori orario" (After Hours), regia di Martin Scorsese (durata 95 minuti circa), anno 1986.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: L'ipocondriaco esperto di computer Paul Hachett sta cercando di dare un senso alla sua vita nella noiosa routine di Manhattan.   Pieno di speranze e buona volontà, si reca verso Soho per un appuntamento notturno con Marcy, una ragazza carina che però conosce a malapena.   Povero Paul.   Sta per diventare l'oggetto di un gigantesco scherzo cosmico.   Nessuno gli ha mai comunicato che quando è "Fuori Orario", esistono dei regolamenti diversi.   Martin Scorsese, il celebre regista di film quali "Mean Streets", "Taxi Driver", "New York, New York", "Re per una notte", e altri capolavori che l'hanno consacrato come miglior filmaker della realtà newyorkese, ritrae la sua città preferita in chiave comica e satirica.   Il film inizia la sua escalation quando Paul (Griffin Dunne) si dirige verso Soho e vede i suoi soldi che volano fuori dal finestrino di un taxi.   E' il primo passo verso una lunga serie di avvenimenti.   Un bizzarro intreccio con i pazzi abitanti della notte, con un cast eccezionale composto da Rosanne Arquette ("Cercasi Susan disperatamente"), Teri Garr ("Tootsie") e il duo comico Cheech e Chong.   Ma gli eventi straordinari a sé stanti della sceneggiatura di Joseph Minion si rivelano tutti legati fra loro in una maniera molto divertente.   "Non ho mai letto niente di così originale e intrigante come FUORI ORARIO", disse Scorsese, premiato come miglior regista al Festival del Cinema a Cannes.   "Ero affascinato da quello che accadeva mentre si svolgeva la storia.   Era come un puzzle cinese".   E allora se volete vedere le tessere del puzzle a posto, non vi resta che guardare FUORI ORARIO.

DA "VARIETY MOVIE GUIDE", EDIZIONE 1994 (TRADUZIONE MIA):

The cinema of paranoia and persecution reaches an apogee in After Hours, a nightmarish black comedy from Martin Scorsese. Anxiety-ridden picture would have been pretty funny if it didn't play like a confirmation of everyone's worst fears about contemporary urban life.

A description of one rough night in the life of a mild-mannered New York computer programmer, film is structured like a 'Pilgrim's Progress' through the anarchic, ever-treacherous streets of SoHo. Every corner represents turn for the worse, and by the end of the night, he's got to wonder, like Kafka's K, if he might not actually be guilty of something.

It all starts innocently enough, as Griffin Dunne gets a come-on from Rosanna Arquette and ends up visiting her in the loft of avant-garde sculptress Linda Fiorentino. Both girls turn out to be too weird for Dunne, but he can't get home for lack of cash, so he veers from one stranger to another in search of the most mundane salvation and finds nothing but trouble.

This was Scorsese's first fictional film in a decade without Robert De Niro in the leading part, and Dunne, who doubled as co-producer, plays a mostly reactive role, permitting easy identification of oneself in his place.

Supporting roles are filled by uniformly vibrant and interesting thesps.

Il cinema sulla paranoia e la persecuzione raggiunge un suo apogeo in After Hours, una commedia nera da incubo realizzata da Martin Scorsese. Il film, dominato dall'ansia, sarebbe abbastanza divertente se non costituisse una conferma delle peggiori paure che ognuno ha riguardo alla vita urbana contemporanea.

Descrizione di una notte difficile nella vita di un programmatore di computer newyorkese abituato ad una esistenza tranquilla, il film è strutturato come un 'Pellegrinaggio' attraverso le strade di Soho, anarchiche, costantemente pericolose. Ogni angolo rappresenta un peggioramento della situazione ed al termine della notte, il protagonista arriva a chiedersi, come il kafkiano personaggio K, se egli non sia effettivamente colpevole di qualcosa.

Tutto ha inizio abbastanza innocentemente, quando Griffin Dunne riceve un incoraggiamento da Rosanna Arquette e finisce con il visitarla nel loft della scultrice d'avanguardia Linda Fiorentino. Ambedue le ragazze finiscono con l'essere troppo strane per Dunne, ma egli non è in grado di tornare a casa per mancanza di soldi, così egli passa da estraneo ad estraneo alla ricerca della più mondana delle salvezze e non trova che guai.

Questo è stato il primo film fiction di Scorsese dopo dieci anni senza Robert De Niro nella parte di protagonista e Dunne, che è stato anche co-produttore del film, recita un ruolo molto reattivo, che consente a ciascuno di identificarsi facilmente con lui.

I ruoli minori sono sostenuti da attori uniformemente vibranti ed interessanti.

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MARTEDI' 7 GIUGNO 1994:

"Jesus of Montreal", regia di Denys Arcand (durata 87 minuti circa), anno 1989.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Per realizzare uno spettacolo sulla Passione che si svolgerà sulle colline di Montreal, Daniel (Lothaire Bluteau), deciso ad interpretare Gesù, cerca degli attori pronti ad abbandonare tutto per seguirlo.   Incontra Mireille (Catherine Wilkening), una modella "perduta", Constance (Johanne-Marie Trembley), amante del prete che lo ha assunto, un doppiatore di film porno ed un attore appassionato di Shakespeare.   Sempre più coinvolto dal suo ruolo, Daniel mette in scena uno spettacolo grandioso e provocatorio, che sconvolge gli spettatori e li costringe a ripensare alla figura di Gesù al di fuori di comode e ingenue certezze.  

Ironico atto d'accusa contro la società dei consumi, il film concilia il dramma con la commedia più strampalata.   Amato dalla critica, il regista canadese Denys Arcand ha ottenuto i primi consensi internazionali con Il declino dell'impero americano (Le declin de l'empire americain, Premio FIPRESCI al Festival di Cannes nel 1986) acuto ritratto dei desideri e delle abitudini sessuali di un gruppo di giovani intellettuali.   Presentato al Festival di Cannes nel 1989, Jesus of Montreal ha ottenuto il Gran Premio della Giuria.

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MARTEDI' 14 GIUGNO 1994:

"Full Metal Jacket", regia di Stanley Kubrick (durata 115 minuti circa), anno 1987.

DA "VARIETY MOVIE GUIDE", EDIZIONE 1994 (Traduzione mia): Stanley Kubrick's Full Metal Jacket is an intense, schematic, superbly made Vietnam War drama.

Like the source material, Gustav Hasford's ultra-violent novel The Short-Timers, Kubrick's picture is strikingly divided into two parts. First 44 minutes are set exclusively in a Marine Corps basic training camp, while remaining 72 minutes embrace events surrounding the 1968 Tet Offensive and skirmishing in the devastated city of Hue.

While it doesn't develop a particularly strong narrative line, script is loaded with vivid, outrageously vulgar military vernacular that contributes heavily to the film's power.

Performances by the all-male cast (save for a couple of Vietnamese hookers) are also exceptional. Surrounded on one side by humorously macho types such as Cowboy and Rafterman, Matthew Modine holds the center effectively by embodying both what it takes to survive in the war and a certain omniscience.

Full Metal Jacket di Stanley Kubrick è un dramma sulla guerra del Vietnam, intenso, schematico, superbamente realizzato.

Come il materiale di origine, il romanzo ultra-violento di Gustav Hasford The Short-Timers, il film di Kubrick è meravigliosamente diviso in due parti. I primi 44 minuti sono ambientati esclusivamente in un campo per l'addestramento di base del corpo dei marines, mentre i rimanenti 72 minuti comprendono avvenimenti che si svolgono attorno all'offensiva del Tet nel 1968 e scaramucce nella devastata città di Hue.

Sebbene non sviluppi una linea narrativa particolarmente forte, il copione è carico di gergo militare, vivo, oltraggiosamente volgare, che molto contribuisce alla potenza del film. Le interpretazioni da parte del cast interamente maschile (eccezion fatta per una coppia di prostitute vietnamite) sono anche eccezionali. Circondato su un lato da tipi umoristicamente macho come Cowboy e Rafterman, Matthew Modine mantiene efficacemente il centro rappresentando sia quanto è necessario per sopravvivere in guerra sia una certa onniscienza.

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MARTEDI' 21 GIUGNO 1994:

"L'ultima tentazione di Cristo", regia di Martin Scorsese (durata 156 minuti circa), anno 1988.

"La doppia essenza di Cristo è sempre stata per me un mistero profondo e impenetrabile come l'appassionato desiderio degli uomini, così umano e così sovrumano, di arrivare fino a Dio. Fin dalla gioventù la mia angoscia dominante, sorgente di tutte le mie gioie e di tutte le mie amarezze, è stata appunto questa: la lotta spietata e incessante fra la carne e lo spirito. La mia anima era il campo di battaglia sul quale questi due eserciti si affrontavano."

Nikos Kazantzakis

 

 

"Il mondo e il demonio sono i nemici abituali della perfezione e unitamente alla concupiscenza costituiscono un pericolo potenziale per le anime. Gli stimoli attuali al peccato, da qualunque parte vengano, si chiamano tentazioni.

(...)

Non tutte le tentazioni sono causate dal demonio; alcune, come attesta S. Tomaso, provengono dal " dal libero arbitrio e dalla corruzione della carne ". Certi stimoli peccaminosi derivano dalla concupiscenza, dal disordine dei sensi, aggravato dai residui della ereditarietà e dalle abitudini cattive. Il demonio approfitta di queste disposizioni, mette a contatto immediato o suscita il ricordo delle cose del mondo, per provocare il consenso al male.

Non è facile distinguere le tentazioni diaboliche dalle altre, perché il diavolo si serve spesso della concupiscenza e del mondo per mascherare i suoi interventi e per fare presa sulle anime. In generale, le tentazioni provocate dal demonio sorgono d'improvviso, senza alcuna causa apparente, durano molto a lungo e sono di insolita violenza."

(P. Albino del Bambino Gesù, Compendio di teologia spirituale, Marietti, 1966.)

 

DAL "CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA", redatto dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II:

1707 - " L'uomo però, tentato dal Maligno, fin dagli inizi della storia abusò della libertà sua ". Egli cedette alla tentazione e commise il male. Conserva il desiderio del bene, ma la sua natura porta la ferita del peccato originale. E' diventato incline al male e soggetto all'errore:

Così l'uomo si trova in se stesso diviso. Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre.

 

DA "JE VEUX VOIR DIEU", del P. Marie-Eugène de l'E.-J., Éditions du Carmel, 1949 (TRADUZIONE MIA):

Créés dans l'état de justice et de sainteté, nos premiers parents avaient reçu non seulement les dons surnaturels de la grâce, mais des dons préternaturels (domination des passions, préservation de la maladie et de la mort) qui assuraient la rectitude et l'harmonie des puissances et facultés de la nature humaine. Privée par le péché de désobéissance des dons surnaturels et préternaturels, la nature humaine resta intacte mais fut blessée cependant par cette privation. Désormais la dualité des forces divergentes du corps et de l'esprit s'affirme et s'étale. En attendant la mort qui va les séparer, chacune d'elles réclame des satisfactions propres. L'homme découvre en lui la concupiscence ou forces désordonnées des sens, l'orgueil de l'esprit et de la volonté ou exigences d'indépendance de ces deux facultés. Un désordre foncier est installé dans la nature humaine.

Creati nello stato di giustizia e di santità, i nostri primi antenati avevano ricevuto non soltanto i doni soprannaturali della grazia, ma dei doni preternaturali (dominio delle passioni, preservazione dalla malattia e dalla morte) che assicuravano la rettitudine e l'armonia delle potenze e facoltà della natura umana. Privata dal peccato di disobbedienza dei doni soprannaturali e preternaturali, la natura umana restò intatta ma fu tuttavia ferita da questa privazione. Ormai la dualità delle divergenti forze del corpo e dello spirito s'afferma e si estende. Attendendo la morte che le separerà, ciascuna di esse reclama delle soddisfazioni proprie. L'uomo scopre in sé la concupiscenza o forze disordinate dei sensi, l'orgoglio dello spirito e della volontà o esigenze d'indipendenza di queste due facoltà. Un disordine innato è installato nella natura umana.

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MARTEDI' 28 GIUGNO 1994:

"ALIEN3", regia di David Fincher (durata 110 minuti circa), anno 1992.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Il film più atteso dell'anno è finalmente arrivato! Preparatevi a vivere emozioni indimenticabili, effetti speciali da 50 milioni di dollari e un thriller da pelle d'oca: cocktail di successo per quello che è già diventato un cult-movie. La lotta fra Ellen Ripley (Sigourney Weaver, "Una donna in carriera", "Ghostbusters") e l'alieno assassino ha raggiunto il suo ultimo episodio: sarà la morte a decidere chi è il vincitore! Sullo sperduto pianeta "Fiorina 161", ex-colonia penale abitata da ergastolani, non ci sono armi per combattere il pericolo... L'alieno è tornato, più forte che mai... ed è pronto a catturare anche voi!

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MARTEDI' 5 LUGLIO 1994:

"Lezioni di piano", regia di Jane Campion (durata 114 minuti circa), anno 1993.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: La regista di "Sweetie" e di "Un angelo sulla mia tavola" firma il suo capolavoro. Ada è muta dall'età di sei anni e suona il piano con la grazia delle persone belle "dentro". Nel 1853, costretta dal padre, si trasferisce dalla Scozia alla Nuova Zelanda per darsi in moglie ad un proprietario terriero. Qui, però, s'innamora di un bianco trasformatosi in maori, suscitando l'ira del "marito per forza". Colori forti, emozioni irresistibili, spiagge candide sporcate da improvvise scie di violenza. Holly Hunter è bravissima nel comunicare attraverso la gestualità al contempo istintiva e ragionata, muovendosi in un'atmosfera dolce e annebbiata, dove il romanticismo vive e si dispiega come nei romanzi dell'ottocento.

DA "VARIETY MOVIE GUIDE" - EDIZIONE 1994:

Jane Campion's fourth feature is a visually sumptuous and tactile tale of adultery set during the early European colonization of New Zealand, with Harvey Keitel daringly cast in the role of a passionately romantic lover, and Holly Hunter knockout as a woman physically unable to articulate her feelings.

Ada McGrath (Hunter) can hear, and can communicate in sign language through her young daughter, Fiona (Ana Paquin), but she can't talk. Apart from her child, Ada's most treasured possession is her piano. She's to marry a man she's never met, a pioneer settler (Sam Neill) in far-off New Zealand.

The marriage gets off to a bad start when Neill refuses to transport Ada's piano to his settlement. Later, he allows George Baines (Keitel) to take the piano. Baines, who has 'gone native', offers to return the piano to her - if she gives him some lessons. These become stages in an increasingly erotic courtship.

Campion unfolds this striking story with bold strokes, including flashes of unexpected humor. The settlement is a chilly, muddy, rainswept place where civilization is barely making an impact. Hunter herself played solo piano and acted as piano coach on the production.

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MARTEDI' 12 LUGLIO 1994:

"Ossessione", regia di Luchino Visconti (durata 135 minuti circa), anno 1943.

EDIZIONE ORIGINALE DA COLLEZIONE

SI AVVERTE CHE DURANTE LA VISIONE POSSONO VERIFICARSI ALCUNE IMPERFEZIONI AUDIO-VISIVE DA ATTRIBUIRSI ESCLUSIVAMENTE ALL'AUTENTICITA' DEL MATERIALE D'EPOCA UTILIZZATO.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Due grandi interpreti per un famoso classico di Luchino Visconti, tratto dal romanzo "Il postino suona sempre due volte".

Un amore "maledetto" tra una donna giovane e passionale ed un avventuriero colpito dal suo fascino. Ma c'è un marito di troppo. Amore e morte si scontrano e danno vita ad un film intenso e drammatico di grandissimo impatto.

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA", DI FERNALDO DI GIAMMATTEO, EDITORI RIUNITI, APRILE 1986: Realizzato durante l'ultimo scorcio del fascismo, questo cupo dramma segnò una clamorosa svolta nel melenso cinema di regime, tanto da dare il nome a uno stile e a un'epoca del cinema italiano: il cosiddetto neorealismo. In virtù di questa etichetta, il cinema di Visconti è incappato fin dall'inizio in un equivoco: le istanze politico-ideologiche che condivideva coi suoi collaboratori erano in lui controbilanciate da una inclinazione al melodramma che costoro eludevano o guardavano con sospetto. Ed è proprio tale contraddizione che costituisce la sostanza espressiva del film: vi convivono infatti un romantico anelito di libertà ed un tetro fatalismo, una forte ripugnanza per il modello di esistenza piccolo-borghese proposto dal fascismo ed un tenace attaccamento alla struttura familiare, la simpatia ideologica verso la figura irregolare del vagabondo e una fascinazione erotica dalle profonde implicazioni omosessuali. Osteggiato all'uscita e presto scomparso dagli schermi nell'ultima fase della guerra, il film fu recuperato nel dopoguerra, negli anni in cui si sviluppava su altre strade il neorealismo. Che fosse una libera versione del romanzo di Cain (come era già avvenuto e come ancora lo sarebbe stato) fu considerato da tutti un fatto secondario.

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MARTEDI' 19 LUGLIO 1994:

"I soldi degli altri" (Other people's money), regia di Norman Jewison (durata 101 minuti circa), anno 1991.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: In genere si dice, "dimmi con chi vai e ti dirò chi sei". Ma questo non vale per Lawrence Garfield, "Larry il liquidatore". Per lui è più adatto dire: "Dimmi con chi non vai e ti dirò chi sei".

Danny DeVito negozia, adula, blandisce e alletta in modo esilarante nel ruolo di Garfield, l'avventuriero di Wall Street. Nella commedia I SOLDI DEGLI ALTRI, diretta da Norman Jewison ("Stregata dalla luna"), Garfield è goloso tanto di ciambelle quanto di società da rilevare, purché siano senza debiti. Ma l'inflessibile patriarca ottantunenne della New England Wire & Cable (il premio Oscar Gregory Peck) gli darà del filo da torcere. Per difendersi contro un eventuale rilevamento societario ha assoldato un avvocato (Penelope Ann Miller), che non ha niente da invidiare a Larry per quanto riguarda stile e furbizia.

Apri gli occhi, Larry: forse hai incontrato la tua anima gemella, sia dal punto di vista sentimentale che professionale. Con lei si può negoziare di tutto, ma il denaro resta la seduzione per eccellenza... specialmente quando è quello degli altri.

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MARTEDI' 26 LUGLIO 1994:

"Europa", regia di Lars Von Trier (durata 115 minuti circa), anno 1991.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Leo Kessler, figlio di genitori tedeschi, arriva dagli Stati Uniti in Germania: è il 1945. Un vecchio zio gli trova lavoro presso la compagnia ferroviaria Zentropa. Leo comincia così a viaggiare attraverso il territorio tedesco, ridotto in macerie dalla guerra. E conosce Katharina, la figlia di Max Adler, il direttore della Zentropa, e suo fratello, antinazionalista e pacifista quanto la ragazza sembra incline a coltivare nostalgie naziste. Per amore di Katharina, Leo cerca di appianare le tensioni all'interno della famiglia, ma...

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MARTEDI' 2 AGOSTO 1994:

"Racconto d'inverno" (Conte d'hiver), regia di Eric Rohmer (durata 110 minuti circa), anno 1992.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Con il cuore legato al ricordo di Charles, che aveva amato intensamente e poi perso di vista, Felicie si divide senza grandi entusiasmi fra Loic e Maxence. In realtà non ama nessuno dei due e la sua insoddisfazione è soltanto lo specchio di un profondo disagio interiore: ma, a volte, il destino si mostra benevolo nei confronti di chi soffre per amore...

DALL'ARTICOLO "CONTE D'HIVER", FIRMATO DA JEAN DOUCHET (Cahiers du cinéma - Hors-série - 1992):

C'est par un biais particulier que j'aimerais aborder Conte d'hiver, par sa fin, son heureuse fin. Tout le film tend vers ce happy-end, mais - et c'est là où une fois encore se voit le plaisir des chemins pervers qu'affectionne Rohmer dans le parcours de ses films - il ne s'agit plus d'aller vers le happy-end de façon naturelle, comme on le faisait au temps du cinéma hollywoodien. Au contraire, ici, le happy-end est joué comme quelque chose qui fatalement doit arriver mais contre nous alors qu'on ne s'y attend plus, qu'on ne le désire plus. L'habileté ou l'art du suspense entretenu par Rohmer dans ce film consiste à forcer le spectateur à regarder dès l'ouverture du film ce happy-end. Il est là, évident, flagrant, en prologue. Puis toute la construction dramaturgique consiste à le faire peu à peu disparaître, à le rendre d'abord improbable, puis impensable et enfin inacceptable. Vrai travail contre-nature où le happy-end, qui est ce que le public espère, devient pour lui inespéré. Non seulement on ne l'espère plus mais on perd la volonté même de l'espérer. Peu à peu, le personnage principal a toutes les raisons de se contenter de ce qu'il obtient, c'est-à-dire l'amour de Loïc, représentation la plus parfaite d'un certain type d'amour et de bonheur bourgeois, rêve de roman-photo pour midinette. Rohmer montre ce personnage qui, contre toute logique, continue absolument à espérer et, de ce point de vue, transforme le happy-end en véritable sujet épique de son film. Il y a dans cette conception quelque chose qui attente à l'histoire même du cinéma, qui réfléchit à la façon dont le happy-end avait été travaillé jusqu'alors. Rohmer le détourne, le retourne, pour lui donner un sens qu'il n'avait en aucun cas au départ.

 

The Winter's Tale by Shakespeare - SCHEDA TRATTA DA "THE CONCISE OXFORD COMPANION TO ENGLISH LITERATURE", OXFORD REFERENCE, 1993:

Leontes, king of Sicily, and Hermione, his virtuous wife, are visited by Leontes' childhood friend Polixenes, king of Bohemia. Leontes presently convinces himself that Hermione and Polixenes are lovers, attempts to procure the death of the latter by poison, and on his escape imprisons Hermione, who in prison gives birth to a daughter. Paulina, wife of Antigonus, a Sicilian lord, tries to move the king's compassion by bringing the baby to him, but in vain. He orders Antigonus to leave the child on a desert shore to perish. He disregards a Delphian oracle declaring Hermione innocent. He soon learns that his son Mamillius has died of sorrow for Hermione's treatment, and shortly after that Hermione herself is dead, and is filled with remorse. Meanwhile Antigonus leaves the baby girl, Perdita, on the shore of Bohemia, and is himself killed by a bear. Perdita is found and brought up by a shepherd. Sixteen years pass. When she grows up, Florizel, son of King Polixenes, falls in love with her, and his love is returned. This is discovered by Polixenes, to avoid whose anger Florizel, Perdita, and the old shepherd flee from Bohemia to the court of Leontes, where the identity of Perdita is discovered, to Leontes' great joy, and the revival of his grief for the loss of Hermione. Paulina offers to show him a statue that perfectly resembles Hermione, and when the king's grief is intensified by the sight of this, the statue comes to life and reveals itself as the living Hermione, whose death Paulina falsely reported in order to save her life. Polixenes is reconciled to the marriage of his son with Perdita, on finding that the shepherd-girl is really the daughter of his former friend Leontes. The rogueries of Autolycus, the pedlar and 'snapper-up of unconsidered trifles', add amusement to the later scenes of the play; and his songs 'When daffodils begin to peer' and 'Jog on, jog on, the footpath way' are famous.

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MARTEDI' 9 AGOSTO 1994:

"Legge criminale" (Criminal law), regia di Martin Campbell (durata 110 minuti circa), anno 1988.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Ben Chase, giovane e agguerrito avvocato difensore, è al centro di una intricata storia di efferati omicidi che lo metterà faccia a faccia con i suoi istinti più reconditi. La scoperta del potenziale di violenza che porta dentro di sé mostra quanto sia esile la linea che in un uomo separa un comportamento civile da un comportamento dettato da emozioni allo stato puro.

LEGGE CRIMINALE è un thriller raffinato e dal ritmo incalzante che, fin dalle prime emozionanti scene d'inizio coinvolge il pubblico e lo tiene con il fiato sospeso. Ottimi interpreti: GARY OLDMAN (Stato di grazia, Dracula) e KEVIN BACON (Linea mortale, J.F.K.).

DA "VARIETY MOVIE GUIDE" - EDIZIONE 1994:

A very good actor plays a good lawyer in a badly written and directed crime drama and loses the case for suspenseful filmmaking in Criminal Law.

Director Martin Campbell (BBC's Edge of Darkness) opens his feature with police in Boston (played by Montreal) discovering a mutilated rape victim in a rain-soaked tableau of blackish-blue gloom, a mood/color motif that's recycled throughout the movie. Action then fast-forwards to a courtroom where cocky lawyer Ben Chase, rendered with superb American accent and mannerisms by British Gary Oldman, pulls a sly trick out of his hat to demolish an eyewitness and free his wealthy, self-absorbed client Martin Thiel (Kevin Bacon).

No sooner is Bacon back on the streets, however, than the killer strikes again. Oldman realizes he's unleashed a monster, and is reminded of this by two detectives (Joe Don Baker and Tess Harper). The stage is set for a clumsily plotted psychological cat-and-mouse game between Oldman and Bacon.

Although Bacon is convincing as the icy, deranged killer, his character's menace is undermined by the story's ill-defined pretensions as an essay on the American legal system and a herky-jerky continuity that's fatiguing instead of tingling.

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MARTEDI' 23 AGOSTO 1994(cena ore 20.30, indi film):

"L'Atalante", regia di Jean Vigo (durata 90 minuti circa), anno 1933.

VERSIONE INTEGRALE RESTAURATA

IN LINGUA ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Lento scorre il battello sulla Senna, il suo nome è Atalante ed è il Mondo per i suoi abitanti, Jean (Jean Destè), il vecchio marinario Jules (Michel Simon) e il loro cane.

Lento scivola l'Atalante e porta con sé anche la giovane Juliette (Dita Parlo), sposa di Jean.

Ma il mondo, in fondo, non può essere tutto lì, sulle tavole consumate di quel barcone, e Juliette ne è certa...

DA "I CAPOLAVORI DEL CINEMA" DI CLAUDE BEYLIE - EDITORE VALLARDI, APRILE 1990:

"Se si esamina il cinema francese degli inizi del sonoro, ci si accorge che tra il 1930 e il 1940 Jean Vigo è stato praticamente solo, con Jean Renoir l'umanista e Abel Gance il visionario", ha scritto François Truffaut.

L'esistenza breve e dolorosa (1903-1934) di questo creatore straordinario somiglia alla sua opera, ugualmente pura e rigorosa. Figlio dell'anarchico Almereyda, formatosi alla scuola dell'avanguardia, di salute fragile (fu spesso in sanatorio), Vigo ha potuto realizzare solo quattro film, di cui un unico lungometraggio, tutti segnati da una forte sensibilità e da un lirismo determinato da un'estrema tensione individuale. A proposito di Nizza (1929) è un "punto di vista documentato" sulla città dei miliardari, di vivacità salutare, influenzato dalla teoria avanzata nel cinema sovietico del "montaggio delle attrazioni"; Taris o del nuoto (1931) è un delicato documentario su un campione di nuoto; Zero in condotta (1933), un pamphlet sull'infanzia di humor corrosivo e di radicale contestazione sociale. Aiutato dalle immagini di Boris Kaufman, che fu operatore di Dziga Vertov, e per l'ultimo film dalla musica di Maurice Jaubert, Vigo vi manifesta un anticonformismo, una libertà di sguardo, una spontaneità, e soprattutto "un contatto pieno con la vita, con le cose presenti" (Jean Dasté) che sono rimasti ineguagliati nella storia del cinema. La critica non capì subito la novità dell'opera e la censura non gli risparmiò i suoi strali (Zero in condotta venne proibito fino al 1945).

Con L'Atalante, girato in pieno inverno da un uomo aggredito dalla malattia (morì di tubercolosi polmonare appena la lavorazione fu terminata), e distribuito nelle condizioni peggiori (con molti tagli e l'aggiunta di una canzonetta alla moda), Vigo ha dato alla settima arte il suo Battello ebbro. Comincia con il tono della farsa contadina alla Dubout e conclude come una meravigliosa poesia d'amore, dopo aver attraversato i modi della canzone alla Aristide Bruant (la sequenza dell'osteria periferica), la fantasmagoria surrealista e il documentario sociale (gli operai che aspettano al freddo davanti alla fabbrica). Michel Simon, con tutti i suoi tatuaggi, sembra uscito da un romanzo di Céline o di MacOrlan; la coppia Jean Dasté/Dita Parlo ha una presenza fisica rara; la scena, il ritmo, la musica danno all'avventura il tono di un sogno a occhi aperti. L'unione di tutte queste componenti produce un risultato miracoloso, di limpidissima vena. Meglio di tutti ha saputo parlarne Elie Faure già in un testo del 1934: "L'equilibrio di tutti gli elementi del dramma visivo nel tenero accoglimento di una accettazione totale (...), questo quadro così preciso, così privo di intralci e di eccessi, e insomma così classico, è lo spirito stesso dell'opera di Jean Vigo, tormentato, febbrile, traboccante di idee di una fantasia truculenta, di un romanticismo virulento, o perfino demoniaco, benché costantemente umano".

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA", DI FERNALDO DI GIAMMATTEO, EDITORI RIUNITI, APRILE 1986: Tratto da un soggetto di J. Guinée, L'Atalante è un film che nonostante la sua 'verosimiglianza' subì gli attacchi della stampa e della censura del tempo. Jean Vigo, debilitato dall'aggravarsi della sua malattia (morirà lo stesso anno), non poté controllare i tagli e i successivi rimaneggiamenti operati dalla casa distributrice. Sparito dalla circolazione dopo un solo mese, resta tuttora un film incompleto. Opera per certi aspetti autobiografica, il dramma di Vigo propone un'immagine dell'amore come esperienza totale del vivere. Giocato su una dilatazione, quasi erotica, del senso, è un grande esempio di 'cinema nella realtà', per un sentire e per un vedere cinematografici. Grazie anche a B. Kaufman e alle musiche di M. Jaubert L'Atalante giunge a una 'forma inattesa del verosimile' e si pone al di fuori d'ogni genere e d'ogni tendenza cinematografica.

DA "DICTIONNAIRE DU CINÉMA", DI JACQUES LOURCELLES, Éditions Robert Laffont, 1992:

Malgré l'interdiction de Zéro de conduite, le producteur Jacques Louis-Nounez, toujours confiant dans le génie de Vigo, tient à travailler de nouveau avec lui. " Il aimait Vigo, dit Louis Chavance, comme son fils, il risquait tout avec lui ". Il lui propose une histoire volontairement anodine qui ne pourra ainsi susciter d'ennuis du côté de la censure. Il table sur le fait que Vigo mettra tout son talent et toute sa fébrilité dans le style et la façon de la raconter. Simenon tuyaute Vigo sur les canaux, les écluses, les paysages intéressants à filmer. Le tournage (un mois environ) est difficile (conditions météorologiques, santé de Vigo) mais ne sera jamais interrompu. L'état de Vigo s'aggravant, c'est Louis Chavance qui s'occupera seul du montage définitif. Après la première présentation corporative, les exploitants réclament des coupes, qui sont effectuées. Les témoignages divergent quant à l'attitude de Vigo - approbation ou refus - vis-à-vis de ces coupes et de l'adjonction de la chanson " Le chaland qui passe " (qui donnera son nuoveau titre au film) dans la partition de Jaubert. Le film sort dans une bonne salle (Colisée) et à une bonne date (septembre 1934) mais n'a aucun succès. La presse souligne son originalité. Vigo meurt le mois suivant. Le film ressortira sous son vrai titre et dans une forme plus proche de l'original en octobre 1940. Excellent accueil critique. Succès moyen. L'Atalante est en rupture totale avec la majeure partie du cinéma français des années 30, cinéma de prose dur et réaliste, parfois cynique, ne tolérant la poésie qu'à dose homéopathique. Fragile et souvent balbutiant, L'Atalante n'est au contraire que poésie, traversée de quelques éclairs surréalistes (la séquence sous-marine). Formellement, le film dépasse de beaucoup Zéro de conduite, mais surtout au niveau théorique, comme véhicule d'un " art poétique " plus que comme réussite concrète et charnelle. Ses caractéristiques: dédramatisation extrême, refus du psychologisme, accent mis sur des instants privilégiés, sur des détails infimes ou curieux, sur des personnages (le camelot Margaritis) qui peuvent surgir de n'importe où et disparaître comme ils sont venus, sans raison ni logique. La ligne directrice de L'Atalante est molle et douce et très incertaine: ennui, première crise et fausse dislocation d'un couple après l'extase des noces. L'art poétique de Vigo, s'il a fait peu de vrais disciples (exemple Jacques Rozier), a impressionné, comme le font toujours les oeuvres de rupture, quantité de critiques et de cinéphiles. Seul Michel Simon fait le lien entre le cinéma de l'époque et Vigo. Personnage secondaire devenu principal par le seul relief de son interprétation, dont Vigo vit tout de suite le parti qu'il pouvait en tirer, il donne au film sa pesanteur. Il souligne aussi, sans l'avoir voulu, l'inachèvement de tout ce qui, dans ce film, n'est pas lui.

_ MARTEDI' 30 AGOSTO 1994(cena ore 20.30, indi film):

 

"Blade Runner", regia di Ridley Scott (durata 116 minuti circa), anno 1982.

MONTAGGIO ORIGINALE DI RIDLEY SCOTT

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Rick Deckard (Harrison Ford) si aggira nella giungla d'acciaio e microchips della Los Angeles del 21mo secolo. E' un "blade runner" a caccia di replicanti criminali, prodotti di una genetica ormai estremamente sofisticata. Il suo compito: ucciderli. Il loro crimine: voler essere umani. La storia di BLADE RUNNER è nota a un grandissimo pubblico, ma pochi la conoscono in questa versione, così come il grande regista Ridley Scott l'ha ideata. La nuova versione omette la voce narrante fuori campo di Deckard, approfondisce la storia d'amore fra Deckard e Rachael (Sean Young) ed elimina il noto finale. Il risultato è un impatto emotivo più intenso: un grande film reso ancora più grande. La parte che più incuriosisce è una nuova scena in cui la visione di un unicorno suggerisce che Deckard sia un umanoide. Allora anche Deckard è un replicante? Sta a voi scoprirlo.

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA", DI FERNALDO DI GIAMMATTEO, EDITORI RIUNITI, APRILE 1986:

Realizzato con un costo produttivo di 15 milioni di dollari, Blade Runner ha ottenuto un grande successo di pubblico, facendo definitivamente conoscere il nome di Ridley Scott, reduce dai successi di Alien (1979) e di The Duellists (I duellanti, 1977). Opera fra le più significative della nuova science-fiction, mette in campo una quantità enorme di valenze spettacolari postmoderne fondendole tra di loro secondo le caratteristiche proprie del mezzo cinematografico. Offre allo spettatore più chiavi interpretative fino a divenire la metafora della creazione umana - esemplare la sequenza dell'invenzione tragica dell'accecamento edipico, attuato sul padre/Dio - fino all'abbandono del sapere, del passato, in nome della dimenticanza, dell'"incompletezza" definitiva. Ma Blade Runner è anche pura illusione semantica: ciò che significa non è mai volutamente determinato. Modulato sul furto delle convenzioni iconico-tematiche proprie della nostra civiltà, Blade Runner è un film di fantascienza che integra perfettamente i mezzi espressivi cinematografici. Per le sue doti di rigore narrativo e di 'splendore' visuale diviene capostipite di una nuova tendenza hollywoodiana, che ha già avuto un primo esempio significativo in Raiders of the Lost Ark (I predatori dell'Arca perduta, 1981) di S. Spielberg.

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MARTEDI' 6 SETTEMBRE 1994(cena ore 20.30, indi film):

 

"Rashomon", regia di Akira Kurosawa (durata 90 minuti circa), anno 1951.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Giappone, intorno all'anno Mille e Cento. Sotto il portale di un antico tempio si sono rifugiati, per ripararsi dalla pioggia, un bonzo ed un boscaiolo, entrambi reduci dall'avere assistito ad un processo per l'assassinio di un samurai, ucciso mentre attraversava la foresta insieme alla moglie. Ai due si unisce un servo, che, incuriosito, si fa raccontare quanto è avvenuto durante il processo. Come testimoni sono comparsi davanti al giudice un bandito, Tajomaru, la moglie del samurai, Hasago, e il samurai stesso, la cui anima è stata evocata da una veggente; e ognuno dei tre ha raccontato l'accaduto in maniera diversa. Il bandito ammette di avere ucciso il samurai, ma giura di averlo fatto lealmente, in duello. La moglie dichiara di avere assassinato il marito, perché questi non l'aveva difesa dai volgari approcci del bandito. L'anima del samurai confessa un suicidio, causato dalla vergogna per il comportamento indecente della moglie. L'unico testimone oculare del fatto, il boscaiolo, riferisce invece di come il bandito abbia ucciso vilmente il samurai, durante una rissa scatenata dalla malizia della donna. Ma forse anche il racconto del boscaiolo non è veritiero...

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA" di Fernaldo Di Giammatteo (aprile 1986):

Accolto senza entusiamo dalla critica giapponese (quinto nella lista annuale dei best-ten della rivista 'Kinema Jumpo'), Rashômon, presentato a Venezia contro il parere dei produttori e all'insaputa del regista, vince il Leone d'oro e, alcuni mesi dopo, l'Oscar per il migliore film straniero. Il film è ispirato a due racconti di Akutagawa, un giovane scrittore dei primi anni del secolo, che morì suicida. L'opera rappresenta una delle parabole più esemplari sulla verità. Vuole dimostrare l'inesistenza di una verità univoca e assoluta. Così di un avvenimento esistono tante versioni ugualmente valide, quanti sono i protagonisti. Il bonzo capisce che l'unica cosa in cui si deve credere è la bontà dell'animo umano. Giocato sul dinamismo dell'immagine, sui rapidi e intensi movimenti di macchina, su un montaggio di estrema precisione, Rashômon si affida alla recitazione in eccesso degli attori, mutuata dal 'kabuki' e rafforzata dal maquillage espressionista del muto. La fotografia ne accentua il carattere ambiguo e onirico, immergendo l'opera in una sorta di espressionismo orientale. La spiegazione migliore dello straordinario successo del film è stata data dal direttore della Daiei, che quasi per caso aveva affidato l'impresa a Kurosawa: "Un critico americano disse che Kurosawa aveva imparato l'arte della fotografia da Fritz Lang, quella della rappresentazione teatrale da Pirandello, e che era stato ispirato dalla musica di Ravel. E' così che il suo cinema svolge la funzione di un meraviglioso intermediario". Rashômon ebbe un remake nel 1964: The Outrage (L'oltraggio) diretto da Martin Ritt, con Paul Newman e Claire Bloom.

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MARTEDI' 13 SETTEMBRE 1994(cena ore 20.30, indi film):

 

"Totò, Peppino e la malafemmina", regia di Camillo Mastrocinque (durata 92 minuti circa), anno 1956.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Per amore cosa non si farebbe!

Ed è proprio quello che fa Gianni, un aspirante laureando che travolto dalla passione per Marisa, una giovane attrice in cerca di gloria, pianta gli studi e la segue in tournée per tutta l'Italia, facendo debiti qua e là. Il fatto non tarda ad arrivare al suo paese, dove Gianni ha lasciato la mamma e gli zii, che poco dopo ricevono una lettera anonima nella quale vengono informati che il loro nipote frequenta donne di malaffare. E così Toto, Peppino e la madre di Gianni partono per Milano...

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MARTEDI' 20 SETTEMBRE 1994(cena ore 20.30, indi film):

 

"Radio days", regia di Woody Allen (durata 85 minuti circa), anno 1987.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

"Amo le vecchie trasmissioni radiofoniche, e ne conosco a migliaia. Le ho collezionate attraverso gli anni, un vero hobby. Aneddoti, chiacchiere e storie segrete sulle dive. In più mi ricordo tante esperienze personali, da quando sono cresciuto ascoltando trasmissione dopo trasmissione. Ora è tutto finito, rimangono solo i ricordi."

WOODY ALLEN, NARRATOR & DIRECTOR

Fatevi riportare indietro all'epoca d'oro dei "radio days". Abbinando le numerose storie della radio di quegli anni ad un incantevole affresco sulla sua infanzia, lo scrittore-regista ricostruisce quest'epoca perduta.

Scoprite il segreto dei Masked Avengers! Osservate come una bellissima e bionda venditrice di sigarette (Mia Farrow) diventa una diva! E come dei rapinatori riescono a vincere il primo premio del programma "Indovina la Canzone" per le loro insospettabili vittime!!!

 

DA "IL FILM '90" - TULLIO KEZICH - OSCAR MONDADORI, ottobre 1990:

Memorie lontane di Joe, scolaretto degli anni Quaranta in quel di Rockaway, Long Island. Ovvero i tempi, tutt'altro che beati, tra la realtà della guerra e la minaccia oscura dell'Olocausto, in cui si viveva spensieratamente, cullati dalla chiacchiera e dalle musiche della radio. Lo spettatore italiano di una certa età non fa fatica, mutatis mutandis, a seguire Woody Allen sul filo dei suoi ricordi; e pezzetto per pezzetto si ricompone sotto i nostri occhi il mosaico di un passato anche nostro. Il libro francese di Thierry de Navacelle Woody Allen action!, che è una puntualissima cronistoria della lavorazione, la dice lunga sulla fattura del film, girato in due periodi intervallati da un tempo di meditazione, condensato nella stretta finale in una lodevole ricerca di essenzialità. In ordine sparso, ma solo apparentemente, Woody ammucchia notazioni e battute, situazioni e figurine. A poco a poco però prendono corpo i due personaggi femminili affidati a Dianne Wiest, che impersona la zia destinata a restare zitella, e a Mia Farrow, la sigarettaia che diventa una diva del microfono. Tiratosi in prima persona dietro le quinte, ma sua è la voce del narratore (che nell'originale ha un timbro umoristico impareggiabile), l'autore cede il passo alle signore, come ama fare da quando il suo stile è diventato più lucido e l'impegno più profondo. Seguendo le due ragazze approdiamo al capodanno 1944, celebrato dalla zia in famiglia e dall'attrice sul tetto di un gaio locale notturno, in un clima da fine del mondo che rivela in Woody Allen più che l'ammiratore di Fellini, il lettore attento di Cechov.

DA "VARIETY MOVIE GUIDE" - EDIZIONE 1994:

Although lacking the bite and depth of his best work, Radio Days is one of Woody Allen's most purely entertaining pictures. It's a visual monolog of bits and pieces from the glory days of radio and the people who were tuned in.

Rockaway Beach, a thin strip of land on the outskirts of New York City is where young Joe (Seth Green) and his family live in not-so splendid harmony and for entertainment and escape to listen to the radio. Set at the start of World War II, it's a world of aunts and uncles all living on top of each other and the magical events and people, real and imagined, that forever shape one's young imagination.

Radio Days is not simply about nostalgia, but the quality of memory and how what one remembers informs one's present life.

Dianne Wiest is delicious as an aunt who is desperate to find a husband but somehow keeps meeting Mr Wrong. The robust Masked Avenger is, in real life, the diminutive Wallace Shawn. Mia Farrow is a none-too-bright cigaret girl with a yen for stardom who magically transforms her life.

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MARTEDI' 27 SETTEMBRE 1994(cena ore 20.30, indi film):

 

"Shining", regia di Stanley Kubrick (durata 118 minuti circa), anno 1980.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Jack Torrance è un insegnante con l'ambizione di diventare scrittore. Perciò quando gli propongono il posto di guardiano in un grande albergo di montagna, per il periodo di chiusura invernale, accetta, ben felice dell'occasione.

Durante il colloquio con il direttore dell'albergo, viene a sapere che il precedente guardiano, Grady, aveva ucciso la moglie e i due figli, apparentemente perché impazzito per il lungo isolamento. Ma Jack non sembra preoccuparsi molto, malgrado la moglie Wendy e il figlio Danny mostrino una certa apprensione. Danny ha una speciale appercezione psichica che gli consente di conoscere avvenimenti passati e futuri e ciò che vede riguardo all'albergo lo impaurisce.

Per sua fortuna anche il cuoco dell'albergo, Hallorann, ha la stessa capacità percettiva di Danny e lo mette in guardia contro la camera 237. Ma molto presto le misteriose forze dell'albergo iniziano ad esercitare sulla famiglia Torrance il loro nefasto potere.

Ed un giorno che la porta della camera 237 è stranamente aperta, Danny non sa resistere alla tentazione di entrare...

DA "DIZIONARIO DEI FILM" - GEORGES SADOUL - Sansoni Editore - 1990:

"E' la storia l'elemento più importante, oppure essa non è che il mezzo per produrre del piacere e per mantenere acceso l'interesse, mentre la vera preoccupazione dell'autore è nell'aspetto formale dell'opera? Non so rispondere a questa domanda" dice Kubrick. Questo film, la storia di uno scrittore che diventa pazzo, di sua moglie e di suo figlio terrorizzati, del cuoco dotato di telepatia, che tenta di salvarli, potrebbe essere un tentativo di rispondere a quella domanda. Un continuo alternarsi fra il reale e i fantasmi, fra la follia di un uomo e la follia degli elementi. Grande è qui in ogni caso la forza di Kubrick, che lancia la macchina da presa in corse folli, per dinamizzare un genere cinematografico spesso fiacco, quale il film di fantasmi.

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LUNEDI' 3 OTTOBRE 1994(cena ore 20.30, indi film):

 

"Stati di allucinazione", regia di Ken Russell (durata 97 minuti circa), anno 1981.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Fino a qualche anno fa la scienza ci proponeva una definizione assai limitata di "coscienza", come stato vigile e razionale, con il quale ci opponiamo al mondo che ci circonda. Ma di recente, diversi livelli di coscienza sono stati sperimentati, soprattutto da mistici dell'Oriente. In laboratorio sono state prodotte condizioni di sospensione delle funzioni vitali, quali temperatura, pressione del sangue, battito cardiaco, fino quasi alla soglia della morte. Fra questi esperimenti, uno dei più inquietanti è quello di John Lilly, fisico e psicanalista, che s'è immerso in una autoclave colma di liquido amniotico, galleggiando, totalmente isolato dall'esterno. Le visioni che sperimentò erano ricchissime di carica emotiva, come riporta lo stesso Lilly nel libro "L'Io Profondo". "Ero inondato da flussi di energia senza limiti, lampi di luce fantastica e terrificante, tali da farmi temere di perdere completamente il controllo di me stesso e non poter più tornare indietro". Ogni nuovo esperimento e scoperta porta ad una crescente consapevolezza del mondo meraviglioso, ma colmo di abissali ed ignote profondità, che sta dentro di noi.

DA "BHAGAVAD GITA", Saggio introduttivo di Sarvepalli Radhakrishnan, Ubaldini Editore - Roma:

La nostra coscienza, quando è unita con il corpo è rivolta verso l'esterno al fine di compiere la sua opera di registrazione del mondo esterno per mezzo dei sensi. Nel suo operare esteriore, impiega i concetti per portare a compimento la comprensione del sensibile. Volgendosi al mondo interiore, di solito ottiene una apprensione inferenziale del sé, attraverso gli atti immediatamente appresi, nel senso che gli oggetti appresi non sono conosciuti per altro mezzo che per l'atto stesso dell'apprendere. Tutto ciò non ci dice che cosa sia il sé nella sua realtà essenziale; noi veniamo ad apprendere qualcosa sugli aspetti fenomenici del sé, ma non sul sé in se stesso. Per giungere alla esperienza esistenziale del sé, dobbiamo liberarci della molteplicità di oggetti, esterni ed interni, che impediscono e precludono la visione diretta o intuitiva dell'essenza del sé. Di solito, il contenuto fenomenico, esterno ed interno, occupa la scena ed il sé non è percepito nella sua essenzialità. Quanto più noi portiamo il buio in noi stessi e cioè attraverso la riflessione e l'introspezione, tanto più siamo in rapporto con le manifestazioni fenomeniche del sé. Dobbiamo adottare un metodo tutto diverso, se nostro fine dev'essere quello di venire a diretta esperienza del Sommo Sé che è in noi. Dobbiamo chiudere nella sua realtà la serialità fenomenica, andar contro la nostra stessa intima natura, spogliarci fino alla completa nudità, sfuggire all'ego che appartiene all'apparire e pervenire all'abisso della soggettività pura, al Sé assoluto.

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MERCOLEDI' 12 OTTOBRE 1994(cena ore 20.30, indi film):

 

"Music box - prova d'accusa", regia di Costa-Gavras (durata 120 minuti circa), anno 1990.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Una tranquilla famiglia americana, come tante altre che negli Stati Uniti hanno trovato casa e patria nel dopoguerra. Il padre è originario dell'Ungheria, e nella nuova terra è riuscito a crescere ed educare la figlia, consentendole di seguire gli studi fino alla laurea in giurisprudenza. Ora la ragazza è diventata un avvocato di successo, e tutto sembra andare per il meglio, quando improvvisamente la situazione subisce un drammatico mutamento. Il padre viene accusato di essere responsabile di ignobili crimini di guerra ed efferate crudeltà ai danni dei prigionieri. Sconvolta ed incredula, la figlia decide di incaricarsi del compito di difendere il genitore. Abile, appassionata, esperta nella sua professione, l'avvocato difensore riesce a tenere bravamente testa alle accuse del tribunale, ribattendo colpo su colpo, contrapponendo testimonianza a testimonianza. Ma la sua determinazione si incrina quando la donna, fino a quel momento convintissima dell'innocenza paterna, comprende che un carillon che il padre le aveva regalato quand'era bambina costituisce una prova determinante della colpevolezza dell'uomo...

DA "IL FILM '90" - TULLIO KEZICH - OSCAR MONDADORI, ottobre 1990:

Lo spunto del copione di Joe Eszterhas nasce dalle cronache di qualche anno fa, quando un operaio dell'industria automobilistica a Cleveland fu improvvisamente accusato di essere John Demjanjuk, il famigerato kapò di Treblinka soprannominato Ivan il Terribile. Allora sfilarono sul video patetici e angoscianti i testimoni d'epoca, puntando il dito accusatore contro il mostro e rievocando le sue nefandezze. E' ciò che accade nelle scene centrali del film, dove un gruppo di attori europei tra i quali Sol Frieder e Elzbieta Czyzewska, rievocano al processo come negli anni dell'orrore il Danubio blu divenne rosso per il sangue dei martiri gettati nelle sue acque. Nell'edizione originale il regista ha compiuto la scelta coraggiosa di conservare ai testimoni la loro lingua, facendoli esprimere in un inglese precario o addirittura attraverso l'interprete. Ne deriva al film un agghiacciante senso di verità, che ricorda il tono teso e solenne di un dramma come L'istruttoria di Peter Weiss. Ma Costa-Gavras, articolando la vicenda tra Chicago e Budapest senza ricorrere a "flashbacks", ha piazzato bene anche gli interpreti principali. L'ambiguo imputato dagli occhi cilestrini è l'attore fassbinderiano Armin Müller-Stahl, mentre Jessica Lange (nominata per l'Oscar) è la figlia avvocatessa che adora il padre e ne assume la disperata difesa. La soluzione è nascosta nel carillon del titolo e ne salta fuori in sottofinale con l'effetto un po' deludente di tutte le spiegazioni dei "gialli". Forse era meglio lasciare l'enigma dell'ambiguità che spesso occulta gli eventi del passato, certo sarebbe stato un modo per non mettere a troppo dura prova l'impegno dei bravissimi interpreti in una serie di finali non all'altezza della situazione.

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DOMENICA 16 OTTOBRE 1994 (film ore 16.45, indi cena):

"The Mahabharata" (versione cinematografica in unica videocassetta), regia di Peter Brook (durata 172 minuti circa), anno 1990.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

"Il Mahabharata" è uno splendido film presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia del 1989. E' la trasposizione cinematografica di un poema indù lungo quindici volte la Bibbia che abbraccia nove secoli di storia e che ha richiesto un lavoro di preparazione durato dodici anni.

Moltissime le vicende, i personaggi, le azioni sceniche: alla base la convinzione che culture, religioni, civiltà diverse, abbiano radici comuni.

Pur se differenti sono le risposte, le domande sul perché dell'esistenza, del destino, della contrapposizione tra bene e male, sono domande universali per l'uomo.

"Vedi con occhio equanime il piacere e la pena, il guadagno e la perdita, la vittoria e la sconfitta e gettati nella battaglia; così non commetterai peccato." (Bhagavad Gita, canto II, versetto 38)

 

Fui iniziato in una torre di legno e di canne in riva al Danubio, fu mio padrino Marcio Turbo, un compagno d'armi. Ricordo che il peso del toro agonizzante fu lì lì per far crollare il pavimento a graticci sotto cui stavo per ricevere l'aspersione di sangue. In seguito, ho riflettuto ai pericoli che possono rappresentare per lo Stato, sotto un principe debole, siffatte società segrete, e ho finito per infierire contro di esse, ma confesso che quando si è in presenza del nemico esse conferiscono agli adepti una forza quasi sovrumana. Ciascuno di noi era convinto di sfuggire ai limiti angusti della propria condizione umana, si sentiva se stesso e l'avversario simultaneamente, assimilato al dio di cui non si sa più se muore nelle spoglie di bestia o se uccide sotto forma umana. Quei sogni bizzarri, che a volte oggi mi sgomentano, non differivano poi profondamente dalle teorie di Eraclito sull'identità dell'arco e del bersaglio. Allora, mi aiutavano a tollerare la vita. La vittoria e la sconfitta si mescolavano, si confondevano, erano raggi diversi d'una stessa luce solare. Quei fanti daci che calpestavo sotto gli zoccoli del cavallo, quei cavalieri sarmati abbattuti in seguito nei corpo a corpo dove i nostri cavalli impennati si mordevano al petto, m'era tanto più facile colpirli in quanto m'identificavo con loro. Se fosse rimasto abbandonato sul campo di battaglia, il mio corpo spoglio delle vesti non sarebbe stato tanto diverso dal loro. Identico sarebbe stato l'urto dell'ultimo colpo di spada.

(Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano)

SCHEDA TRATTA DALLA GUIDA AI PROGRAMMI TELEPIU':

Il Mahabharata-film è soltanto la tappa conclusiva del lavoro decennale di Peter Brook sul mastodontico te sto di oltre 120.000 versi (circa 15 volte la Bibbia, scritto in sanscrito 3.500 anni fa, che costituisce il punto di riferimento centrale della cultura e della religione indiana. All'origine, infatti, c'era stato uno spettacolo teatrale di 9 ore e quindi un video di 6 diretti dal regista inglese. Condensando ulteriormente l'enormità della materia nelle tre ore del film uscito nelle sale, con l'aiuto di Jean-Claude Carrière, Brook ha vinto ampiamente la difficile scommessa di tradurre in universalità narrativa la diversità culturale e la complessità, invero solo apparente, della sua affascinante fonte ispiratrice. Un lavoro titanico che è più compiutamente apprezzabile nella versione integrale di sei ore.

Prima di ogni altra cosa il film è un racconto fantastico e avvincente, una fiaba popolata di eroi e divinità e scandita da amori, tradimenti, battaglie, che rapisce lo spettatore col suo ritmo avvolgente e l'inarrestabile flusso delle invenzioni figurative. Ma proprio questa straordinaria immediatezza comunicativa, cui contribuisce in larga parte l'eccellente cast cosmopolita (nel ruolo del guerriero Arjuna vi figura anche il nostro Vittorio Mezzogiorno), lascia filtrare quello che è forse il messaggio più significativo di questa emozionante avventura intellettuale: la possibilità, se solo si abbandonano pigrizie e pregiudizi, di entrare in sintonia con culture e mitologie apparentemente diverse e lontane.

DA "LO YOGA DELLA BHAGAVAD GITA" DI SRI AUROBINDO:

Quando Dhritarashtra, il re cieco dei Kuru, divenne vecchio, decise di cedere il trono, non a suo figlio Duryodhana, ma a Yudhishthira, il figlio maggiore di Pandu, suo fratello minore. Duryodhana, uomo di cattive inclinazioni, non era degno di governare un dharmarajya (regno dove vigono i princìpi di diritto e giustizia, ideale dell'antica India), come invece lo era Yudhishthira, in cui s'incarnavano la virtù e la purezza. Ma Duryodhana, mediante la scaltrezza e il tradimento, s'impadronì del trono, cercando con tutti i mezzi di annientare Yudhishthira e i suoi quattro fratelli.

Krishna, Dio incarnato, capo del clan Yadava, amico e parente dei Kuru, tentò di riconciliare le due parti. In nome dei cinque fratelli Pandava (figli di Pandu), reclamò solamente cinque villaggi: Duryodhana rifiutò brutalmente; senza battaglia, disse, non avrebbe dato terra, nemmeno quella che sarebbe potuta stare sulla punta di uno spillo. Divenne in tal modo inevitabile battersi in nome della giustizia e del diritto. Tutti i prìncipi dell'India si unirono all'una o all'altra delle due fazioni. Krishna, amico imparziale, offrì una scelta alle due parti: Duryodhana scelse per sé il potente esercito di Krishna, e Krishna, personalmente, entrò nel campo opposto - non come combattente, ma come auriga del carro di combattimento di Arjuna (uno dei cinque fratelli Pandava).

Dei cinque fratelli Pandava, il maggiore, Yudhishthira, era il più puro e il più virtuoso, 'sattvico'; il minore Bhima, il più forte, 'rajasico', mentre Arjuna, il terzo dei fratelli, era un equilibrio di purezza e di forza, di sattva e rajas; per questo fu scelto dal Divino per essere il Suo principale strumento nella grande guerra che doveva determinare, nel mondo, un ciclo, yugantara, e per essere il discepolo a cui dare il divino messaggio per condurre l'umanità alla sua meta: l'immortalità sulla terra.

 

DALLA "ENCICLOPEDIA CATTOLICA":

Due fratelli, appartenenti alla dinastia dei Bharaditi, Dhrtarastra e Pandu, hanno ereditato il territorio, approssimativamente compreso tra il Gange superiore e la Sutudri (Sutlej) che ha per capitale Hastinapura. Dhrtarastra, nato cieco, non può regnare; perciò il potere resta affidato a Pandu fino alla prematura sua morte, la quale costringe Dhrtarastra ad assumere le redini del governo. Pandu aveva lasciato cinque figli, detti, dal nome del padre, Panduidi (o Pandava); cento erano i figli di Dhrtarastra, chiamati Kuruidi (o Kaurava), cioè discendenti da Kuru, un celebre antenato che aveva dato il nome anche al territorio (Kuruksetra). Educati a corte e istruiti nel maneggio delle armi insieme con i cugini, i Panduidi li superano ben presto in fortezza e valore, con grande cruccio dell'invidioso Duryodhana, il maggiore dei Kuruidi. Accade che Arjuna, il secondo dei Panduidi, partecipando ad un torneo indetto dal re Drupada per maritare la figlia Draupadi al più valente arciere, vince la gara. E poiché i Panduidi avevano pattuito che ogni cosa preziosa doveva essere da loro posseduta in comune, Draupadi diventa la sposa dei cinque fratelli. Dopo il matrimonio, Dhrtarastra, desideroso di vivere in pace con i nipoti, assegna loro la metà del regno, e i Panduidi si trasferiscono a Indraprastha (Indarpat) sulla Yamuna, in prossimità della moderna Delhi. Ma Duryodhana, che cercava il mezzo di liberarsi dagli odiati cugini e riacquistare il territorio perduto, strappato il consenso al debole Dhrtarastra, fa invitare Yudhisthira a giocare a dadi con Sakuni, una prima e una seconda volta. Sakuni rappresenta i Kuruidi, Yudhisthira i Panduidi, e la posta della seconda partita è il volontario esilio della parte soccombente per la durata di 13 anni, e la temporanea cessione del regno al vincitore. Perde Yudhisthira che cerca rifugio nella selva Kamyaka con i fratelli e la consorte. Finito il tredicenne esilio, i Panduidi chiedono a Dhrtarastra la pacifica restituzione della loro parte di regno, ma Duryodhana, imponendosi nuovamente al padre, risponde che non avrebbero restituito neppure tanto terreno, quanto ne poteva coprire la punta di un ago. Da ambo le parti si fa ricorso alle armi, e lo scontro avviene nelle pianure del Kuruksetra, dove Panduidi e Kuruidi combattono, insieme con i loro alleati, una battaglia durata 18 giorni, nella quale i Kuruidi restano sconfitti. All'inizio del combattimento, Krsna, cugino e alleato dei Panduidi, che guida il carro da battaglia di Arjuna, visto l'abbattimento dell'eroe, il quale vorrebbe rinunciare a combattere per non uccidere i parenti, lo conforta con la celebre teodia, denominata Bhagavadgita. La vittoria tuttavia non giova ai vincitori che, assaliti di notte a tradimento, vengono quasi distrutti. Sopravvive, con i fratelli, Yudhisthira che governa saggiamente il regno per trentasei anni ed è quindi assunto in cielo dove già lo hanno preceduto i congiunti.

DA "IL FILM '90" - TULLIO KEZICH - OSCAR MONDADORI, ottobre 1990:

Questo film di tre ore (staffetta di una versione televisiva di sei) nasce dall'omonimo spettacolo di Peter Brook presentato anche a Prato: nove ore di teatro in tre sere (ma fruibili anche a maratona) con 25 intrepidi attori di 16 Paesi diversi. Assunto a soggetto è il poema in sanscrito quindici volte più ampio della Bibbia, elaborato nel corso di otto secoli e considerato fra le grandi creazioni dello spirito umano. Ci si perde un po' nella "nomenklatura" degli dei e degli eroi, poi il cerchio si stringe intorno allo scontro fra i cinque fratelli Pandavas, fra i quali c'è l'invincibile Arjuna, e i cento Kauravas, figli gli uni e gli altri della stessa madre Kunti. Nel combattersi a morte i due clan, tra i quali esiste un legame di sangue, ricorrono alla magia, ai colpi bassi e all'aiuto degli dei. Per l'occasione Brook affina lo stile sontuoso-poveristico dell'indimenticabile Marat/Sade: incorniciando fellinianamente l'intero poema fra le pareti di uno storico studio cinematografico (è quello parigino di Joinville, demolito alla fine del film), il regista si ispira volta a volta allo Shakespeare secondo Olivier, a Orson Welles e a Eisenstein, senza trascurare qualche esplicita strizzata d'occhio allo stile "teatro della fiaba". Ovviamente l'ottica è occidentale e insiste sulle concordanze fra la leggenda sanscrita e le tradizioni nostrane. Vengono omesse, forse per brevità, alcune finezze della cornice: e cade, così, quella sorprendente battuta pirandelliana dello sceneggiatore Carrière in cui Ganesha che scrive chiede a Vyasa che racconta: "Chi di noi due ha inventato l'altro?".

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VENERDI' 21 OTTOBRE 1994(INIZIO ORE 20.30):

PRIMO COMPLEANNO DEL CINEFORUM

 

La data di nascita effettiva del "cineforum" non è il 21 ottobre 1993. Come tutti gli eventi straordinari, le sue origini affondano nella leggenda. Sarà compito degli storici futuri stabilire quando effettivamente sia nata la nostra iniziativa.

Per quanto ci riguarda l'importante è che piaccia a più amici possibile, che il cibo non sia del tutto scadente e che la compagnia sia piacevole.

Passeremo la serata a rievocare i momenti felici trascorsi in questo ultimo anno, a mangiare la torta di compleanno e ad ascoltare dischi di musica classica e colonne sonore di film.

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SABATO 29 OTTOBRE 1994(cena ore 20.00, indi film):

 

"Il Vangelo secondo Matteo", regia di Pier Paolo Pasolini (durata 133 minuti circa), anno 1964.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Come un'illustrazione fedele del Vangelo di Matteo, il film narra la vita di Cristo che si è fatto uomo per salvare gli uomini con la sua vita, la sua morte e la sua resurrezione.

Le immagini ispirate alla tradizione figurativa del tre-quattrocento italiano e la scelta delle musiche ricreano in modo suggestivo l'Annunciazione alla Vergine Maria, il suo matrimonio con Giuseppe e la nascita di Gesù a Betlemme. Poi le vicende di Cristo divenuto adulto, le tentazioni nel deserto, la predicazione della Buona Novella, il tradimento di Giuda Iscariota, la crocifissione e infine la resurrezione che conclude la vita terrena del Redentore.

Questo film, trionfo del tipico manierismo pasoliniano, è riuscito a restituire fedelmente la violenza e la bellezza della parola del Vangelo.

 

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA" - DI FERNALDO DI GIAMMATTEO - EDITORI RIUNITI - Edizione 1984:

Il film illustra gran parte del Vangelo di Matteo: l'annunciazione, l'arrivo dei Magi, la fuga in Egitto, la predicazione del Battista, la strage degli innocenti, il battesimo di Cristo, le tentazioni nel deserto, la chiamata degli apostoli, la guarigione del lebbroso, il discorso della montagna, la danza di Salomè e la morte del Battista, l'apparizione di Cristo sulle acque, la moltiplicazione dei pani, l'episodio del giovane ricco, l'ingresso a Gerusalemme, la cacciata dei mercanti dal Tempio, la maledizione del fico, le insidie di Caifa e del Sinedrio, la cena di Betania, il patto di Giuda, l'ultima cena, la cattura di Cristo sul monte degli ulivi, le negazioni di Pietro, il suicidio di Giuda, il giudizio di Pilato, la salita al Golgota, la crocifissione di Cristo e il dolore di Maria, la resurrezione dal sepolcro e la missione degli apostoli.

Con questo film epico-religioso, Pasolini ha dato una versione fedele del Vangelo e, insieme, una sua personalissima interpretazione. Ha ambientato la Palestina di allora nell'Italia meridionale contemporanea; ha affidato il ruolo degli apostoli - antichi portatori di 'sapienza' - ai moderni intellettuali. Si è posto con la macchina da presa (spesso tenuta a mano da lui) prevalentemente alle spalle di Gesù, seguendolo come un discepolo tra i discepoli. Ha proiettato nel suo Cristo polemico e combattivo il suo stesso fervore pedagogico e la sua stessa vocazione allo 'scandalo'. Polemista e poeta, ha voluto restituire la violenza e la bellezza della parola del Vangelo. Marxista, ne ha dato una interpretazione religiosa, ma non metafisica, e ha trovato - ma solo per una breve stagione - l'approvazione e il sostegno di quella parte della Chiesa più sensibile allo spirito innovatore del Concilio e del pontificato di Giovanni XXIII (una didascalia dedica il film "alla cara, lieta e familiare memoria di Giovanni XXIII"). Trionfo quasi perfetto del tipico manierismo pasoliniano, impasto raffinato di grigi e di bianchi, aggregazione convulsa di gesti e di parole, di furori e di ieratiche solennità, esposizione di languori estatici (il volto di Maria giovane, il battesimo) e di tremende violenze (il discorso della montagna, la crocifissione) Il Vangelo secondo Matteo entra con pieno diritto nel gruppo sparuto degli autentici film religiosi.

 

DA "LA BIBBIA"- NUOVISSIMA VERSIONE DAI TESTI ORIGINALI - EDIZIONI PAOLINE:

Il Vangelo secondo Matteo di cui parlano gli antichi fu scritto in aramaico e andò presto perduto; quello giunto sino a noi, che non pare una traduzione, probabilmente non risale a Matteo, pur usufruendo del materiale dell'opera originale. E' certo però che esso è il Vangelo più completo, ordinato e dottrinale dei primi tre, e rispecchia più e meglio degli altri la primitiva catechesi apostolica, motivo per cui fu il più utilizzato nei primi tempi della Chiesa, per l'istruzione sia dei catecumeni che degli adulti.

Esso fu scritto per gli Ebrei, per provare ad essi che Gesù Cristo è il Messia promesso. Infatti fin dal principio, con la genealogia, così importante per gli Ebrei, Matteo intende dare non soltanto la realtà ebraica e davidica di Gesù, ma inserire lui, la sua storia e la sua opera nel complesso della storia della salvezza, che forma l'ossatura di tutto l'Antico Testamento. Così, nel discorso posto come a base del nuovo Regno fondato da Gesù, egli è proposto come il nuovo Mosè che sul monte promulga la nuova legge; e in tutto il corso del Vangelo è dato il massimo valore all'Antico Testamento, considerato come profetico e pedagogo al nuovo Regno.

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Matteo presenta Gesù assai più come Maestro che come Taumaturgo, da cui deduce il dovere di mettersi alla sua scuola non solo per gli Ebrei, ma per tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, ai quali il Padre celeste continua a rivolgere il comando: " Ascoltatelo ", 17,5, e dal quale gli apostoli ricevettero la missione di condurli come discepoli: " Andate e fate miei discepoli (ammaestrate) tutti i popoli ", 28,19.

 

DA "Rivista del cinematografo e delle comunicazioni sociali" - Autore: Francesco Bolzoni:

Di film sulla vita e la passione di Gesù Cristo, la storia del cinema ne enumera a dozzine; specie alle origini quando, per conquistare il pubblico subito incuriosito dalla nuova invenzione, ci si buttò su spettacoli che, con maggiore o minore rispondenza al dettato evangelico, venivano organizzati in questa o quella località durante la settimana pasquale.

Ma nessuno, neppure progetti che rispondevano a ipotesi serie (quelli poi abbandonati di Dreyer e Pontecorvo), derivava da un'ipotesi così azzardata e così spericolata in fase realizzativa come IL VANGELO SECONDO MATTEO di Pier Paolo Pasolini; e alcuna lettura o provocazione ispirata alla figura di Cristo ha mai raccolto le attese e le speranze di una generazione come la proposta pasoliniana.

Servendosi di visi di attori sconosciuti - i suoi amici scrittori e la gente meridionale (Matera e dintorni) - Pasolini mise in scena, quasi pagina per pagina, il primo dei Vangeli sinottici.

Gli riuscì di inventare un linguaggio spoglio e immediato, eppure fecondo, del tutto depurato dal piacere della citazione. Vi si era preparato con le opere iniziali della sua avventura cinematografica e, in particolare, con LA RICOTTA (un episodio di ROGOPAG). Qui, si erano sfrenate alcune delle sue pulsioni: la partecipazione, anche allegra nell'empito sentimentale, al mondo del sottoproletariato romano; lo sviscerato amore per il manierismo in pittura che distingueva le scene (a colori) delle riprese cinematografiche della passione di Cristo; la sfida "corsara" che, affidata a Orson Welles, bollava ipocrisie dominanti nella società italiana di allora e coinvolgevano lo stesso destino di diverso, di alteramente diverso, dello scrittore-regista. Frenando alcune tipiche componenti pasoliniane, IL VANGELO SECONDO MATTEO è tutto scritto dalla parte di Stracci, il povero Cristo affamato di LA RICOTTA. Qui ogni residuo manieristico viene bruciato.

Il personaggio di Stracci, a ben vedere, costituisce il punto terminale della poetica della partecipazione che nutre, in un modo o nell'altro, la cultura del dopoguerra italiano; ribadisce la riscoperta dell'umile Italia, dell'Italia volgare che poi era l'architrave della religiosità italiana; offre un sostegno in campo artistico a quel movimento, a quella fioritura impetuosa che accompagnarono il Concilio Vaticano Secondo.

IL VANGELO SECONDO MATTEO - opera di grande resistenza nel tempo sulla quale esiste una vasta, attendibile letteratura a cui si rimanda - sottolineò una svolta che parve rilevante.

Fu il momento ultimo di quell'umanesimo cristiano che, in seguito, non sempre diede frutti copiosi.

Con linguaggio appropriato all'intensità dell'occasione che lo aveva suggerito, Pasolini disse alcune cose fondamentali e altre, problematiche, ne sottintese. Raccolse e onorò una sublime indicazione. E, contemporaneamente, seppe individuare quello che chiamava il "sordo caos delle cose".

Si potrebbe dire, raccogliendo una suggestione pasoliniana sottolineata da Sandro Bernardi nella sua INTRODUZIONE ALLA RETORICA DEL CINEMA (Le lettere, Firenze, 1994), che coesistono due film nel VANGELO SECONDO MATTEO: "uno narrativo, logico, consequenziale, ordinario e un altro invece soggettivo, dispersivo, divagante come uno sguardo che si lasci attrarre dalle cose pure e semplici".

Dato che del primo quasi tutto si è detto è al secondo - il film che si fece catturare dalle attese della generazione che condivise lo spirito del Concilio Vaticano Secondo - che si dovrebbe guardare in una rilettura del Vangelo Secondo Pasolini.

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VENERDI' 4 NOVEMBRE 1994(cena ore 20.30, indi film):

 

"Zardoz", regia di John Boorman (durata 102 minuti circa), anno 1974.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Terra, anno 2293. Creato dagli immortali, gli eterni scienziati che vivono nel Vortex, Zardoz è una malvagia divinità che, grazie ai suoi riti sanguinari, ottenebra le menti degli uomini rendendoli schiavi. Ma un misterioso individuo, Zed (Sean Connery), brutale capo della tribù degli sterminatori, non ci sta; inizia così una feroce lotta, che scatena la violenta reazione degli immortali, pur facendo balenare la speranza nelle masse sottomesse degli uomini. Firmato dal grande regista John Boorman, "Zardoz" è interpretato da Sean Connery (lo 007 prima maniera) e dalla bellissima Charlotte Rampling.

 

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA" - DI FERNALDO DI GIAMMATTEO - EDITORI RIUNITI - Edizione 1984:

Apologo in forma di science-fiction che s'immerge nella zona del mito e dell'allegoria. L'idea della maschera Zardoz deriva, dichiaratamente, dal romanzo fantastico 'il mago di Oz' di Frank Baum. La fantasia avveniristica di J. Boorman ripropone un luogo tematico ricorrente nella fantascienza anni '50: il progresso tecnologico come trappola, la necessità di rivolta e ripristino della vita secondo natura (cicli biologici, sentimenti, ricerca della verità). Sul piano dell'espressione invece, molto affollata di simbolismi, Boorman realizza un film magniloquente, barocco, tendente all'iterazione. La volontà di creare un contesto suggestivo si manifesta nella cura dell'aspetto scenografico. La ricerca di un linguaggio originale passa, invece, attraverso virtuosismi della macchina da presa e tentativi di innovazione dinamico-cromatica (così è risolta la scena del 'passaggio di conoscenza' a Zed). Evidente l'influenza di Tolkien, di cui Boorman aveva tentato invano di trasferire sullo schermo 'Il signore degli anelli'. Ma evidenti sono anche i prestiti da autori di science-fiction come Ray Bradbury, John Wyndhan e Frank Herbert. Sul fondo, il ciclo di re Artù, che il regista potrà affrontare direttamente nel 1981, con Excalibur. Molte e disparate suggestioni per un film che resta fra i più tipici delle ossessioni boormaniane e che la critica americana - a differenza di quella europea - giudicò negativamente.

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GIOVEDI' 10 NOVEMBRE 1994(cena ore 20.30, indi film):

 

"Fahrenheit 451", regia di François Truffaut (durata 108 minuti circa), anno 1966.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Tratto dall'omonimo best-seller di Ray Bradbury e diretto dal famoso regista François Truffaut, "FAHRENHEIT 451" è un grande capolavoro cinematografico che innova il genere fantastico, soprattutto per l'originalità della trama. Ci troviamo in un "improbabile" futuro, in una nazione imprecisata, dove la legge vieta la lettura di libri che, per questo, vengono perseguiti e bruciati da una squadra di uomini dipendente dal governo e attrezzata debitamente per lo scopo. Il nostro protagonista, Montag (Oskar Werner), è un uomo in apparenza rassegnato al sistema. Sposato con una donna tranquilla e conformista, egli lavora da anni proprio per quella "squadra anti-cultura". La sua vita giunge però ad un bivio quando conosce una professoressa ribelle che legge e colleziona libri.

Abbracciando gli ideali della donna ed intrecciando con lei una relazione amorosa, Montag si rende conto di essere diventato un ribelle e per questo si vede costretto a fuggire di fronte a quella stessa legge che prima rappresentava.

Ora Montag si trova nella scomoda posizione di dover compiere una scelta, non solo tra la sicurezza personale e la libertà di cultura, ma anche riguardo a quale delle due donne (interpretate entrambe dalla famosa attrice americana Julie Christie) dovrà restargli a fianco!

 

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA" - DI FERNALDO DI GIAMMATTEO - EDITORI RIUNITI - Edizione 1984:

E' un film di fantascienza, pur negandone gli stereotipi e i codici figurativi. Secondo Truffaut, "si trattava di costruire una storia fantastica in modo naturale, rendendo banali le scene troppo strane, e anormali le scene quotidiane" (punta, per esempio, sull'uso straniato di oggetti del passato, come il vecchio telefono a cornetta). Ma il film è soprattutto un apologo (e un omaggio) sulla civiltà del libro, minacciata dall'avanzare dell'audiovisivo. Clarissa/Linda interpretate - assai bene - dalla stessa attrice (Julie Christie), non sono che il duplice aspetto di una medesima civiltà, il segno di una contraddizione interna al mondo della comunicazione. Vistoso e pacchiano soprattutto all'inizio per sottolineare la falsità del mondo di domani, il colore di Roeg contribuisce all'efficacia della storia.

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VENERDI' 18 NOVEMBRE 1994(cena ore 20.30, indi film):

 

"Pomodori verdi fritti - Alla Fermata del Treno", regia di Jon Avnet (durata 127 minuti circa), anno 1992.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Evelyn Couch sta facendo l'ennesimo "strappo" della giornata con la sesta fetta di dolce, quando Ninny Threadgoode entra involontariamente nella sua vita cambiandola per sempre... La mediocre esistenza di Evelyn si consuma nella monotonia: con un marito che la ignora e una vecchia zia che la detesta. L'unico modo per uscirne è immergersi nei ricordi dell'arguta ottuagenaria Ninny. Grazie ai suoi racconti su Whistle Stop e sulla straordinaria amicizia tra la coraggiosa Idgie e la dolce Ruth, Evelyn troverà la forza per dare una nuova svolta alla propria vita, con risultati spesso molto divertenti...

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MARTEDI' 22 NOVEMBRE 1994(INIZIO ORE 20.30):

C O N V E R S A Z I O N E

 

Incontro con l'amico Franco Libero MANCO, Presidente del Movimento biocentrista per l'etica universale, sul tema:

"VANTAGGI FISICI, MENTALI E SPIRITUALI DELL'ALIMENTAZIONE VEGETARIANA".

Prima della chiacchierata con l'amico Franco, autore, fra l'altro, di "Lotta all'antropocentrismo", edito da Nuova Impronta, mangeremo, come sempre, qualcosa insieme, esclusivamente vegetariano.

 

DA "AUTOBIOGRAFIA DI UNO YOGHI" di Paramahansi Yogananda - Astrolabio ed. Roma - 1966, cap. XIV, pagg. 153-154:

UN'ESPERIENZA DI COSCIENZA COSMICA

"Il mio corpo divenne immobile e come radicato al suolo. Non potevo più respirare come se un immenso magnete avesse ritirato l'aria dai miei polmoni. Anima e mente perdettero all'istante i loro vincoli fisici e fluirono come un'ondata di penetrantissima luce da ogni mio poro. La carne era come morta, eppure nel mio intenso stato di consapevolezza sentii che mai, prima di allora, ero stato pienamente vivo. Il mio senso d'identità non era più limitato a un corpo ma abbracciava tutti gli atomi circostanti. La gente in strade lontane sembrava si muovesse dolcemente nella mia remota periferia. Le radici delle piante e degli alberi mi apparivano attraverso un'opaca trasparenza del suolo; distinguevo il fluire della loro linfa.

Tutto quello che mi era vicino era nudo davanti a me. La mia abituale visione frontale si era mutata in una vasta vista sferica che percepiva tutto simultaneamente. Attraverso la parte posteriore della mia testa vedevo le persone camminare lontano sulla via Rai Ghat e mi accorsi anche di una mucca bianca che si avvicinava lentamente; quando giunse sullo spiazzo dinanzi al cancello aperto dell'ashram (eremitaggio), la osservai come con i miei occhi fisici. Quando passò dietro il muro di mattoni del cortile, la vidi ancora con perfetta chiarezza.

Tutti gli oggetti nel raggio della mia visuale panoramica tremavano e vibravano come figure sullo schermo. Il mio corpo, quello del Maestro, il cortile dai pilastri, i mobili e il pavimento, gli alberi e i raggi del sole a volte si agitavano con violenza sino a che tutto si fondeva in un mare luminoso, come dei cristalli di zucchero messi in un bicchiere d'acqua si sciolgono dopo essere stati agitati. La luce unificatrice si alternava con le materializzazioni della forma, e le metamorfosi rivelavano la legge di causa ed effetto presente nella creazione.

Una gioia oceanica scoppiò sulle rive calme e infinite dell'anima mia. Compresi che lo Spirito di Dio è inesauribile Beatitudine. Il Suo corpo è fatto di innumerevoli tessuti di luce. Una luce di gloria che si espandeva sempre più entro di me cominciò ad avviluppare città, continenti, la terra, i sistemi solari e stellari, le tenui nebulose e i fluttuanti universi. L'intero cosmo, dolcemente luminoso, simile a una città che si scorge lontano nella notte, scintillava nell'infinità del mio essere.

L'abbagliante luce al di là dei profili sferici acutamente incisi si attenuava un poco agli estremi limiti, dove potevo scorgere una morbida irradiazione che non diminuiva mai. Essa era indescrivibilmente sottile; i quadri planetari erano formati da una luce più densa.

La divina dispersione di raggi scaturiva da una Eterna Sorgente che fiammeggiava in galassie, trasfigurate da aure ineffabili. Incessantemente vedevo i raggi creatori condensarsi in costellazioni e poi risolversi in lembi di trasparente fiamma; con ritmica inversione, miriadi di mondi si tramutavano in diafana lumescenza; poi il fuoco divenne firmamento.

Conobbi il centro dell'empireo quale un punto di percezione intuitiva nel mio cuore. Uno splendore irradiante sorgeva dal mio nucleo e si distendeva su ogni parte della struttura universale. La divina "amrita" (Vibrazione - la scintilla interiore), il nettare dell'immortalità, pulsava attraverso di me con una fluidità di argento vivo. Udii la Voce creativa di Dio risuonare quale "Aum" (Il Fiat di vita, la vibrazione creativa - la Parola o Verbo), la vibrazione del Motore Cosmico.

Ad un tratto l'aria ritornò nei miei polmoni e respirai di nuovo. Con una delusione quasi insostenibile, capii di aver perduto la immensità infinita. Di nuovo ero costretto nella umiliante gabbia del mio corpo, che difficilmente si adatta allo Spirito. Come un figliuol prodigo ero fuggito via dalla mia casa macrocosmica e avevo imprigionato me stesso in uno stretto e meschino microcosmo."

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DOMENICA 27 NOVEMBRE 1994(film ore 17.00, indi cena):

 

"Pelle alla conquista del mondo", regia di Bille August (durata 145 minuti circa), anno 1988.

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Svezia fine 1800: su una goletta che veleggia verso un mare gonfio e nebbioso Lasse dice al giovane figlio Pelle, basta volerlo e puoi conquistare il mondo. Arrivati in Danimarca Lasse trova lavoro come bracciante e mentre cede alla fatica annegando i suoi sogni nell'alcool Pelle cresce, muto testimone di una vita spietata, con nel cuore un mondo diverso, quello che sognava suo padre, quello in cui partirà in una mattina di primavera.

Una storia tenera e intensa sottolineata dalla splendida fotografia di Jörgen Persson. Diretto da Bille August (Con le migliori intenzioni), interpretato da Max Von Sydow (Il settimo sigillo, L'esorcista, I tre giorni del condor, Con le migliori intenzioni) e dal giovane Pelle Hvenegaard, il film ha vinto la Palma d'Oro al Festival di Cannes 1988 e l'Oscar come Miglior Film Straniero.

 

DA "IL FILM '90" - TULLIO KEZICH - OSCAR MONDADORI, ottobre 1990:

Tratto dalla trilogia di Martin Andersen Nexö (che morì ottantacinquenne nel '54 a Dresda, dove si era rifugiato per fede stalinista dalla nativa Danimarca), Pelle racconta l'odissea di un bambino di 9 anni che al seguito del padre vedovo, Lasse, emigra dalla Svezia in Danimarca sul finire del secolo scorso. Poiché Lasse è troppo vecchio e Pelle troppo giovane li assoldano al minimo, li sbattono a dormire in un pollaio e giù maltrattamenti, sadismi, frustate a culo nudo. Il peggio (e anche il meglio del film, dal punto di vista della recitazione di von Sydow) è il progressivo degrado dell'immagine paterna agli occhi del bambino: Lasse brontola e giura vendetta, ma sul punto non può che chiedere scusa con il berretto in mano. Temprato nell'inferno rurale, Pelle sarebbe maturo per assumere la carica di aiutante del fattore quando un'estrema lite con il figlio del prete lo salva dal diventare un kapò. Salutate le mucche non resta che fuggire in America, dove lo attendono altri due volumi di disgrazie. Il paragone con L'albero degli zoccoli non regge perché in questo film sopravvalutato (Palma d'oro a Cannes!) non c'è nessuno spessore di verità antropologica: tratto da un romanzo e messo in scena, Pelle è il tipico film di fiction all'antica europea. Nei suoi limiti può risultare gradevole per chi ama l'odore di stallatico e il realismo socialista, certo è una schidionata di luoghi comuni e stereotipi strapaesani che all'uscita del cinema riconcilia con i panorami di stracittà.

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VENERDI' 2 DICEMBRE 1994(cena ore 20.30, indi film):

 

"Film blu" (Trois couleurs-bleu), regia di Krzysztof Kieslowski (durata 93 minuti circa), anno 1993.

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Julie è rimasta sola: suo marito e sua figlia sono morti in un incidente stradale. La vita di Julie è divenuta improvvisamente vuota. Si rinchiude dapprima in un ostinato isolamento: poi, lentamente e fra mille sofferenze, inizia a scoprire una nuova libertà. Da un maestro del cinema, il primo capitolo di una emozionante trilogia sui sentimenti umani.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA EDIZIONE ARTIFICIAL EYE:

Following the highly acclaimed Polish director's award-winning 'Dekalog' and 'The Double Life of Véronique', Krzysztof Kieslowski's compelling psychological drama, 'Three Colours Blue', was an immediate success, winning the top prizes at the 1993 Venice Film Festival. The film is the first of a trilogy exploring the French Revolutionary ideals of Freedom, Equality and Brotherhood. Julie (Binoche) loses her composer husband and their child in a car crash and, though devastated, she tries to make a new start, away from her country house and a would-be lover. But music still surrounds her and she unconvers unpleasant facts about her husband's life. Slowly Julie learns to live again, as music and the gift to create it prove to be a healing force.

 

Se anche parlo le lingue degli uomini e degli angeli, ma non ho la carità, sono un bronzo sonante o un cembalo squillante. E se anche ho il dono della profezia e conosco tutti i misteri e tutta la scienza; e se anche possiedo tutta la fede, sì da trasportare le montagne, ma non ho la carità, non sono niente. E se anche distribuisco tutte le mie sostanze, e se anche do il mio corpo per essere bruciato, ma non ho la carità, non mi giova nulla. La carità è magnanima, è benigna la carità, non è invidiosa, la carità non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità; tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine; le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà; la scienza svanirà; conosciamo infatti imperfettamente, e imperfettamente profetizziamo. Ma quando verrà la perfezione, sarà abolito ciò che è imperfetto. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma quando mi sono fatto adulto, ho smesso ciò che era da bambino. Adesso vediamo come in uno specchio, in immagine; ma allora vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in parte, ma allora conoscerò perfettamente, come perfettamente sono conosciuto. Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità; ma la più grande di esse è la carità.

(Prima lettera di Paolo Apostolo ai Corinzi, capitolo 13)

 

 

DA "Dolore blu, distacco bianco, rosso emozione", di GILLO PONTECORVO, introduzione a "Tre colori: blu bianco rosso - Sceneggiature di Krzysztof Keislowski" - Bompiani:

Davanti a Film Blu mi sono chiesto, per prima cosa, se la coniugazione del paradigma di "libertà", che è il motore del racconto, arrivava a suscitare la mia emozione e davvero riusciva a coinvolgermi oltre la sfida intellettuale. Alla fine della proiezione mi sono accorto che mai per un attimo - durante la storia di Julie e del suo dolore, che le immagini riescono in più punti a rendere autentica sofferenza fisica - l'impianto ideologico di Kieslowski mi aveva fatto velo all'umanissima, entusiasmante, drammatica ricerca di se stessa che la protagonista compie attraversando il tunnel della solitudine. E' un film di grande chiarezza, a ripensarci: il motivo dell'assenza di umanità che scaturisce dalla ricerca, tutta astratta, della libertà assoluta non rimane piattamente alla superficie. Non pensi mai a Julie, a quella donna che cerca di troncare ogni filo tra sé e il mondo, come all'enunciato di un postulato filosofico. La guardi vivere, rifiutare il passato, cercare le lacrime del ricordo e del desiderio, come guarderesti qualsiasi madre e moglie che smarrisca ogni speranza nel futuro. E quando, alla fine, il suo ultimo grido si fa silenzio (e, per questo, suono fortissimo), avverti che un velo si lacera, che più dell'autoconservazione e dell'attutirsi di ogni sentimento può il desiderio d'amore, la necessità dell'amore.

 

DA "CINEMA '93" - Giovanni Grazzini - Laterza 1994:

Perché abbiamo aspettato un po' a parlare di Film Blu. Libertà che ha vinto il "Leone d'oro" all'ultima Mostra di Venezia insieme ad America oggi di Altman? Perché volevamo vederlo più volte e rifletterci su, senza lasciarsi trascinare dalla prima impressione (vi sono film dei quali il cronista vuole liberarsi subito, altri su cui sente l'obbligo di sostare: e questo è il caso). Ora abbiamo raggiunto la certezza. Entrato nell'Olimpo del cinema grazie al Decalogo, il polacco Kieslowski s'avvia a consolidare il proprio primato con un film che, inaugurando una trilogia intitolata ai colori della bandiera francese e ai valori da essa esaltati, per intanto riflette magnificamente sull'illusione della libertà, un traguardo irraggiungibile perché tutti siamo in qualche modo legati al tempo e alle cose.

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Un brano della Lettera ai Corinzi sigilla, inneggiando all'amore, un film che ha qualche caduta (e una musica non bella) ma rappresenta, per interposta Juliette Binoche, attrice dal volto ricchissimo d'espressività, un'eccezionale spedizione speleologica nei misteriosi meandri dell'animo. Per la sua densità, per la sua tensione, per la suggestione di quel dominante colore blu, per la sostanza delle domande che pone con le sue immagini dolorose e un'ombra di ironia, il nuovo capolavoro di Kieslowski, scritto ancora una volta con Piesiewicz, tocca il traguardo dell'intelligenza del cuore e del bello estetico. Siamo in quella che giustamente fu detta una sorta di "metafisica laica", nello sfratto d'ogni ideologia. Là dove il cinema va in cerca dell'ultima verità, dove si realizza il connubio fra la preziosa osservazione del reale e l'afflato filosofico. Ma chissà, per tornare terra-terra, se l'Alfa Romeo farà davvero causa al produttore, accusato d'averla diffamata attribuendo a un difetto di fabbricazione della "164" su cui viaggia la famiglia di Julie l'incidente da cui il film prende il via...

 

DA "KRZYSZTOF KIESLOWSKI" - Dino Audino Editore - Dicono del film:

Il "cinematografo" - ha scritto un Maestro della Settima Arte - si distingue dal più corrente e corrivo "cinema", perché ricompone il reale senza "spiegarlo". Valorizza le immagini non attraverso la loro composizione ma mediante la loro interrelazione; accosta le cose che si è soliti tenere distinte; non rappresenta il mistero degli oggetti e delle persone copiandoli fotograficamente, ma cogliendone le leggi segrete; offre, attraverso il dettaglio, la verità dell'insieme. Forse perché il laico spiritualismo di Kieslowski è uno dei pochi che possa essere in qualche modo avvicinato al pur diverso spiritualismo di Bresson, queste definizioni sembrano adattarsi anche ai film del cineasta polacco: un cinema, tra i pochi, lontano dal chiasso ricattatorio e dalla volgarità gestuale degli schermi dominanti. E dove il dramma non nasce dalla rappresentazione mimetica del reale ma dal progressivo accostamento di elementi non drammatici. Era il metodo seguito da Kieslowski nei momenti più stupendamente magici del Decalogo, e il segreto della intensità, a tratti lancinante, della Doppia vita di Veronica. E' la via seguita in Trois couleurs: Bleu. Una morte suggerita e non vista, un lutto paralizzante ma senza lacrime, una creazione musicale interrotta da una creatività indefinita, una inanità disperata e senza spasimi, un desiderio di vita che risorge, quale farfalla da una crisalide, da una sorta di mutazione: bagliori d'incubo, dettagli di quotidianità, frammenti di ricordo e lacerti di vissuto. Come la Veronica del film precedente, la Julie di Bleu non ci racconta gli eventi ma le loro periferie sensibili: l'eco, a volte insondabile, che ne risuona nell'anima, l'immobilità e il silenzio su cui essi agiscono. Di fronte ad un "cinema" che copia il verosimile dai simulacri della realtà televisiva, semplificando ciò che è complesso e riducendo a pacificatorio "spettacolo" la pena del vivere, il "cinematografo" di Kieslowski si propone come un (complesso) cinema della complessità. Cioè della verità profonda dell'esistenza. Se la bellezza di un film si commisura sull'idea alta (e "altra") che esso dà del cinema, il film di Kieslowski è indiscutibilmente bello. Dalla concertazione duplicemente musicale delle sue immagini, emerge, come per visibile incanto, l'ineffabile dell'esistenza.

Lino Miccichè

(inedito)

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GIOVEDI' 8 DICEMBRE 1994(film ore 16.45, indi cena):

 

"Con le migliori intenzioni" (Best Intentions), regia di Bille August (durata 180 minuti circa), anno 1991.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Nella Svezia inizio secolo, turbata da scioperi e inquietudini sociali, il povero studente di teologia Henrik Bergman (Samuel Fröler) incontra Anna Akerblom (Pernilla Ostergen), energica e viziata figlia di una ricca famiglia borghese. Si amano e contro il volere delle due famiglie si sposano. Il carattere ostinato di entrambi e dolorose vicende private e sociali trasformano il matrimonio in una lotta continua che, tra liti e riappacificazioni, li vedrà riconciliarsi prima della nascita del secondo figlio: Ingmar.

Dopo aver portato sullo schermo i ricordi della sua infanzia con Fanny e Alexander (1982), Ingmar Bergman prosegue la sua personale cronaca familiare, sospesa tra memoria e fantasia, affidando la realizzazione del film a Bille August, regista svedese del pluripremiato Pelle alla conquista del mondo (Pelle Erovraren, 1987 - Palma d'Oro a Cannes e Oscar come Miglior Film Straniero). Al Festival di Cannes del 1992 Con le migliori intenzioni ha vinto la Palma d'Oro come Miglior Film e Pernilla Ostergren il Premio per la Miglior Interpretazione Femminile.

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MARTEDI' 13 DICEMBRE 1994(cena ore 20.30, indi film):

 

"Corvo Rosso non avrai il mio scalpo" (Jeremiah Johnson), regia di Sidney Pollack (durata 108 minuti circa), anno 1972.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Stanco della cosiddetta civiltà, Jeremiah Johnson (Robert Redford) decide di ritornare alla natura e vivere in solitudine nell'incontaminata purezza delle montagne rocciose. La decisione si rivela difficile: arriva l'inverno e quasi muore di stenti e di freddo... finché un burbero montanaro gli insegna le astuzie necessarie per cavarsela in ogni situazione. Johnson impara a guardare i grizzly negli occhi, a convivere con gli indiani e ad affrontare gli imprevisti, anche i più spaventosi, uscendone sempre a testa alta. La coppia Redford-Pollack (quest'ultimo insignito dell'Oscar per la regia di "La Mia Africa") si riconferma vincente, in un film di spettacolare bellezza, dove sceneggiatura, fotografia ed interpretazioni costituiscono un insieme che difficilmente potrete dimenticare.

 

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA" - DI FERNALDO DI GIAMMATTEO - EDITORI RIUNITI - Edizione 1984:

Jeremiah Johnson è uno dei western più significativi della revisione che - al termine degli anni '60 e sino alla metà degli anni '70 - attraversò il genere definito da André Bazin "cinema americano per eccellenza". Gli indiani sono visti come una cultura ostile all'estendersi della colonizzazione ma non inferiore né negativa: fanno parte della natura che l'uomo bianco sfida per costruirsi una esistenza e un futuro. Sono riprese alcune situazioni classiche del western: il matrimonio casuale di Redford rimanda per esempio a quello altrettanto casuale (e sintomo di incomunicabilità etnica) che Jeffrey Hunter conosce in The Searchers (Sentieri selvaggi, 1956) di John Ford. Pollack aveva pensato tre finali differenti (morte del pioniere, morte dell'indiano, riconciliazione) e li girò tutti e tre. Preferì poi l'ultimo senza mostrarsi però del tutto soddisfatto. Il film vede l'esordio alla sceneggiatura di John Milius, uno dei registi che segneranno una nuova epoca per il cinema americano.

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DOMENICA 18 DICEMBRE 1994(film ORE 17, indi cena):

F I L M O P E R A

CANTATA IN ITALIANO CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

 

"DON GIOVANNI di Wolfgang Amadeus Mozart", regia di Joseph Losey (durata 168 minuti circa), anno 1979 - IN ITALIANO CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

INTERPRETI: Ruggero Raimondi: Don Giovanni / Kiri Te Kanawa: Donna Elvira / Teresa Berganza: Zerlina / Edda Moser: Donna Anna / José van Dam: Leporello.

ORCHESTRA E CORO DELL'OPERA DI PARIGI CONDOTTI DA LORIN MAAZEL.

 

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA" - DI FERNALDO DI GIAMMATTEO - EDITORI RIUNITI - Edizione 1984:

Don Giovanni è un gentiluomo veneziano che pratica la seduzione come sua unica attività. Lo troviamo, all'inizio dell'azione, mentre fugge precipitosamente, cercando di mantenere l'incognito, da un tentativo di seduzione di Donna Anna. Sopraggiunge il padre di Anna, il Commendatore, che sfida a duello Don Giovanni, e ne viene ucciso. Rifugiatosi nella sua casa di campagna, Don Giovanni è seccato da Donna Elvira che gli rammenta le sue antiche promesse d'amore; e, nello stesso tempo, è attratto dalle grazie di Zerlina, una giovane contadina che concupisce il giorno stesso dello nozze, traendo in un inganno il giovane sposo, Masetto. La notte, Don Giovanni deve sfuggire alle ricerche contemporanee di Masetto, di Donna Elvira e di Don Ottavio, fidanzato di Donna Anna. Scambia gli abiti con il suo servo Leporello e sotto questo travestimento seduce, con una serenata, una giovane serva, lasciando Leporello nei guai. Si ritrovano, a notte alta, nel cimitero. Qui capitano di fronte alla tomba del Commendatore, che viene scherzosamente invitato a cena da Don Giovanni, mentre Leporello quasi sviene dalla paura. Inaspettatamente, la statua del Commendatore risponde affermativamente all'invito, con voce sepolcrale. E la statua giungerà effettivamente alla cena di Don Giovanni, invitandolo a pentirsi delle sue colpe. Don Giovanni rifiuta, ed è così trascinato all'inferno dalla statua del Commendatore.

Primo tentativo, molto discusso, di opera realistica. I cantanti si muovono in ambienti reali - nella stragrande maggioranza dei casi, le ville palladiane di Vicenza - e cercano di realizzare, nonostante il canto (i recitativi sono del resto registrati in presa diretta), una performance scenica più vicina al cinema che non al teatro lirico. Il film sembra aprire una nuova fase nell'opera di Joseph Losey, affermandone la figura d'autore agli occhi del grande pubblico e insieme confermando la sua grande abilità nel controllare la messa in scena e una sua certa tendenza calligrafica. Non indifferente il feed-back commerciale del film: dischi (notevole l'interpretazione del direttore d'orchestra, Maazel), libretti, dibattiti, rinnovato interesse per il Palladio (a ridosso dei festeggiamenti per il centenario). Si riproduce in tal modo, a un livello questa volta colto, il processo di integrazione economica che è ormai proprio di un kolossal.

 

DAL "DIZIONARIO DELL'OPERA LIRICA" - a cura di Michele Porzio - Arnoldo Mondadori Editore:

LA TRAMA. Atto primo. Quadro primo. L'azione si svolge in una città della Spagna. Davanti alla dimora del commendatore, Leporello attende il suo padrone: don Giovanni, mascherato si è infatti introdotto nella casa per insidiare donna Anna ma, sventato il suo tentativo, irrompe sulla scena inseguito dal commendatore, che cerca di trattenere l'ignoto fuggitivo. In un breve duello il commendatore resta ucciso e don Giovanni fugge. Quadro secondo. E' ormai l'alba e don Giovanni si accinge a nuove imprese amorose, quando sopraggiunge donna Elvira, da lui un tempo sedotta e abbandonata; il cavaliere si sottrae al poco gradito incontro affidando a Leporello l'incarico di rivelare alla fanciulla la vera natura del suo carattere, cinico e dissoluto. Il lungo elenco degli amori di don Giovanni lascia sconvolta donna Elvira. Quadro terzo. Nei pressi di un'osteria don Giovanni incontra un corteo nuziale. Il cavaliere è attratto dalle grazie della sposa, una contadina di nome Zerlina, e incarica Leporello di invitare tutti a una festa nella sua casa. La giovane, lusingata dalle attenzioni del cavaliere, sta per cedergli, quando interviene donna Elvira. Entrano in scena anche donna Anna e Ottavio, in cerca dell'assassino del commendatore. La situazione si fa complicata: da una parte donna Anna e Ottavio chiedono, ignari della verità, aiuto a don Giovanni nella loro vendetta, dall'altra donna Elvira rivela a tutti ciò che ha appena appreso da Leporello. Don Giovanni impassibile cerca di tenere a bada la situazione promettendo agli uni il suo appoggio, accusando di pazzia donna Elvira, corteggiando la giovane Zerlina. Ma donna Anna ha riconosciuto in don Giovanni, dalla voce, l'uccisore del padre e chiede vendetta. Quadro quarto. Giardino nel palazzo di don Giovanni. Zerlina è profondamente turbata: un vero e profondo affetto la lega a Masetto, il suo promesso sposo, ma il fascino che emana da don Giovanni è irresistibile. Compaiono nel giardino alcune maschere: sono donna Elvira, donna Anna e Ottavio decisi a fare vendetta; don Giovanni, che non le ha riconosciute, le invita alla festa. Quadro quinto. Nella sala da ballo entrano le maschere accolte da un inno del padrone di casa alla libertà. Iniziano le danze; don Giovanni riesce a trarre in disparte Zerlina che invoca aiuto. Le maschere si scoprono il volto, apertamente accusano don Giovanni di tutti i suoi misfatti e predicono vicina la punizione del cielo. Atto secondo, quadro primo. Una strada, davanti alla casa di donna Elvira. Leporello è stanco della vita che conduce, ma il tintinnare di alcuni scudi lo induce non solo a continuare il suo servizio, ma ad indossare anche i vestiti del padrone per sostituirlo in un'avventura galante, che ha come oggetto proprio donna Elvira; don Giovanni, preso l'aspetto di Leporello, si dedica alla cameriera. Il travestimento dà vita a due scene simmetriche. Nella prima don Giovanni, scambiato per Leporello dal furibondo Masetto, non solo riesce a sottrarsi alla vendetta, ma scarica sulle spalle del povero contadino un sacco di legnate. Nella seconda scena (quadro secondo) Leporello viene scambiato per don Giovanni e quasi ci rimette la vita, riuscendo a stento a sfuggire all'ira di Masetto, Zerlina, donna Anna, Ottavio e donna Elvira, ognuno fermamente deciso a vendicarsi. Quadro terzo. Un cimitero con la statua del commendatore. Don Giovanni, ancora una volta reduce da un'avventura galante, entra in scena scavalcando il muro di cinta per sfuggire agli inseguitori. L'avventura l'ha messo di buon umore e, mentre racconta a Leporello l'accaduto, ride. Ma dall'oscurità risuona una voce minacciosa; invano don Giovanni cerca tra le tombe chi ha parlato, alla fine si rende conto che è stata la statua del commendatore, lì sepolto. Costretto da don Giovanni, Leporello, tremante, invita da parte del suo padrone il commendatore a cena. La statua risponde: "Sì". Interrotta momentaneamente l'atmosfera drammatica da una breve scena d'amore tra donna Anna e don Ottavio (quadro quarto) si arriva alla conclusione della vicenda. Quadro quinto. In una sala del palazzo don Giovanni siede a mensa. La tavola è imbandita, i musicanti allietano il convito. Donna Elvira irrompe in un ultimo disperato tentativo di indurre don Giovanni al pentimento, ma, schernita e derisa, fugge. Sulla porta si imbatte nella statua del commendatore che ha accettato l'invito.

La commedia ormai volge rapidamente al dramma. Don Giovanni non ha esitazioni e quando il commendatore chiede di restituirgli la visita, accetta e, come pegno, porge la destra alla statua che gliela afferra. Già il gelo percorre le membra del cavaliere e ancora egli rifiuta di pentirsi e con questo "no" ostinato sulle labbra don Giovanni è inghiottito dalle fiamme dell'inferno. A questo punto entrano in scena tutti i personaggi e le loro voci si uniscono per cantare la morale della storia.

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"CYRANO DE BERGERAC" (AU THÉÂTRE MARIGNY) - Con Jean-Paul BELMONDO, Edmond ROSTAND, Robert HOSSEIN - durata 180 minuti circa - anno 1990 - IN FRANCESE SENZA SOTTOTITOLI

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Belmondo-Cyrano: rencontre magique de deux monstres sacrés. Le comédien le plus populaire de son temps interprétant le héros préféré des français. Deux seigneurs! Et une même fougue, un même humour, un même talent. Un même panache!

 

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VENERDI' 23 DICEMBRE 1994(cena ore 20.30, indi film):

 

"La timida" (La discrète), regia di Christian Vincent (durata 90 minuti circa), anno 1990 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Nonostante il piglio da grande conquistatore, Antoine (Fabrice Luchini), un giovane in cerca di notorietà, è stato piantato dalla sua ultima ragazza. Deluso dalle donne decide di vendicarsi con la prima che incontra: la farà innamorare per poi abbandonarla e raccontare tutti i particolari - anche i più intimi - in un libro commissionatogli da un amico editore. Il ruolo della vittima tocca a Catherine (Judith Henry), una dattilografa apparentemente timida e scialba che cambierà invece le regole del gioco e Antoine si ritroverà 'Seduttore sedotto'.

Sofisticata ed irresistibile disamina di un seduttore in una feroce lettura dei rapporti uomo-donna: commedia dalle atmosfere vagamente rohmeriane, La timida (La discrète, 1990) è il primo lungometraggio di Christian Vincent. Diplomatosi all'Istituto di Studi Cinematografici (IDHEC) a Parigi, Vincent ha diretto alcuni cortometraggi premiati ai più importanti festival del settore. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 1990 nella sezione 'La settimana della critica', La timida ha vinto il Premio della Critica.

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MERCOLEDI' 28 DICEMBRE 1994(cena ore 20.30, indi film):

 

I N I N G L E S E S E N Z A S O T T O T I T O L I

"I misteri del giardino di Compton House", regia di Peter Greenaway, durata 106 minuti circa, Gran Bretagna, 1982 - IN INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

 

I N I N G L E S E S E N Z A S O T T O T I T O L I

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Peter Greenaway in una Inghilterra settecentesca, crudele e contraddittoria, imbastisce un insolito giallo in costume. Anche il più piccolo indizio nasconde una traccia: la prova di un terribile segreto. E' quello che Mrs. Talman crede di intravedere nei 12 disegni commissionati al paesaggista di fama e talento, Mr. Neville. Con un contratto a dir poco insolito il pittore doveva eseguire dodici vedute della tenuta di Compton Anstey che dovevano essere l'oggetto di un regalo a Mr. Talman al suo rientro da Southampton. In ogni disegno Mrs. Talman crede di riconoscere i vestiti che il marito indossava alla partenza ed anche un'accusa di omicidio... E' il film capolavoro che ha fatto conoscere alla critica e al pubblico il genio barocco di Greenaway.

DA "FARE SCUOLA CON I FILM", DI SANDRO BERNARDI, UNIVERSALE SANSONI:

Siamo nella seconda metà del Settecento, in una splendida villa inglese. Un pittore seguace del realismo paesaggistico, viene ingaggiato con un generoso contratto per eseguire dodici vedute della villa e del giardino circostante, o forse anche per mettere incinta la moglie del proprietario che è sterile. Per disegnare nel modo più fedele possibile si serve di uno strumento comune a quell'epoca, un apparecchio chiamato velo, inventato, pare, da Leon Battista Alberti e molto usato dai pittori fiamminghi. Ma, a poco a poco, scopre che le scene divergono per una serie di piccoli particolari, che potrebbero anche essere indizi di un assassinio. Fra un sottile erotismo e un'arte del mistero irrisolto, il film sviluppa però un tema figurativo molto importante: la riproduzione del reale e le trasformazioni che il reale subisce nel tempo stesso in cui lo si dipinge. Inoltre suggerisce che il pittore coglie, del mondo che ha davanti molti aspetti che rimangono nascosti agli osservatori quotidiani, aspetti che solo l'occhio suo, educato all'attenzione e alla precisione, riesce a vedere. Il pittore, o il disegnatore, sono quindi come lo scienziato, che scopre nuovi aspetti del mondo, o come il detective, se si preferisce, che cerca negli indizi meno rilevanti le trame della storia e l'intreccio invisibile degli eventi.

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VENERDI' 30 DICEMBRE 1994(cena ore 20.30, indi film):

 

"Robocop", regia di Paul Verhoeven (durata 99 minuti circa), anno 1987 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

In una Detroit del futuro dove regnano corruzione e criminalità, una potente corporazione ha assunto il controllo del dipartimento di polizia. Fare osservare la legge è diventato un grosso business dove il lucro è fondamentale. Murphy, un onesto e coraggioso poliziotto morto in azione, viene trasformato dall'organizzazione in un "Cyborg", parte uomo e parte macchina, dotato di incredibile forza fisica e di un cervello computerizzato, al servizio del potere. Ma progressivamente il cyborg riacquista le sensazioni e i ricordi di Murphy, l'uomo del cui corpo si è appropriato...

Dal regista di Atto di forza e Basic Instinct, PAUL VERHOEVEN, un film di fantascienza ricco di sofisticati effetti speciali, esplosioni e colpi di scena. Un grande esempio di cinema spettacolare nella migliore tradizione di Hollywood.

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VENERDI' 6 GENNAIO 1995 (film ore 16.45, indi cena):

"Barry Lyndon", regia di Stanley Kubrick (durata 180 minuti circa), anno 1975 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Ambizioso ma ingenuo, Barry è deciso a conquistare una migliore posizione sociale. Le sue avventure hanno inizio quando sfugge alla legge dopo un duello combattuto a causa di una donna infedele. Si arruola nell'esercito inglese, ma diserta dopo la sua prima battaglia. Viene catturato dai prussiani e costretto ad entrare nelle loro file.

Con gli occhi sempre più aperti sulle cose del mondo, viene introdotto, prima come spia e poi come baro, nella più prestigiosa e splendida società europea, dove il suo successo con il gentil sesso e la sua abilità e velocità con la spada e la pistola diventano le sue caratteristiche più sorprendenti.

Alla fine, abbandonate tutte le idee romantiche sull'amore, con le quali aveva iniziato la sua vita, decide di consolidare la sua fortuna sposando la Contessa di Lyndon, una donna di grande bellezza e di enorme ricchezza. Nonostante questo matrimonio gli dia un figlio e una considerevole agiatezza, esso lo condurrà alla rovina.

PRESENTAZIONE DI "LE MEMORIE DI BARRY LYNDON" - Garzanti, 1976:

Torna il Settecento al cinema: veneto con il " Casanova " di Fellini, inglese con il " Barry Lyndon " di Stanley Kubrick. Le memorie di Barry Lyndon è forse il capolavoro giovanile di William Makepeace Thackeray. Durante tutta la sua carriera Thackeray fu cosciente dei limiti imposti al suo realismo dal rispetto delle convenzioni vittoriane e rimpianse la libertà di espressione dei grandi romanzieri settecenteschi, da Fielding a Defoe. Nel Barry Lyndon il sogno settecentesco di Thackeray si scatena, nell'ambientazione e ancor più nello spirito. Barry Lyndon è un ribaldo che, in carcere, scrive il memoriale delle sue fortune, dei suoi amori e dei suoi successi, con un tono di assoluta innocenza. Non vi è forse altro romanzo dell'Ottocento che così a lungo sappia mantenere il registro picaro e quello dell'ironia. In Barry Lyndon Thackeray ricordò alla borghesia, nell'epoca della serietà e del contegno, i bei tempi delle sue insolenze giovanili. William Makepeace Thackeray nacque a Calcutta nel 1811, morì a Londra nel 1863. Fu il grande rivale di Dickens. Tra i suoi maggiori romanzi: La fiera delle vanità, Pendennis, Henry Esmond.

 

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA" - DI FERNALDO DI GIAMMATTEO - EDITORI RIUNITI - Edizione 1984:

Accuratissima rappresentazione d'epoca costata 11 milioni di dollari. E' una riflessione sul rapporto fra il cinema e la storia attraverso la ricostruzione iconografica minuziosa e il potere evocativo della musica. Un film d'avventure, ancora nell'area del 'realismo fantastico' kubrickiano. Complesso nei meccanismi narrativi e nella struttura visiva (le dense inquadrature, la durata del film), Barry Lyndon nasconde, sotto fredde apparenze, un impiego quasi sperimentale delle potenzialità del mezzo. Generalmente accusato dalla critica di figurativismo raggelato, come un album di illustrazioni d'epoca o una galleria d'arte, il film ottenne un successo inferiore alle aspettative. Secondo molti, i personaggi erano trascurati a favore delle immagini d'ambiente e la storia talvolta oscura, raccontata dalla voce narrante, era troppo macchinosa. Per girarlo Kubrick utilizzò sofisticatissime lenti Zeiss (impiegate nella tecnologia spaziale), col proposito di ricreare la luce del passato in interni illuminati unicamente da candele. Le copie del film distribuite in tutto il mondo erano accompagnate da un libretto di Kubrick con le istruzioni dettagliate per la corretta proiezione.

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MARTEDI' 10 GENNAIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"La Crisi!", regia di Coline Serreau (durata 98 minuti circa), anno 1993 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Nello stesso giorno, Victor perde moglie e lavoro. Sta molto male. Sconvolto dai suoi problemi e in preda ad un legittimo sentimento di indignazione, si precipita dai suoi amici per sfogarsi e farsi commiserare. Ma ovunque vada trova solo persone sull'orlo di una crisi di nervi, alle prese con problemi che sembrano a tutti ben più gravi dei suoi.

Donne, uomini, bambini, giovani, vecchi, poveri e ricchi: nessuno mostra interesse per i suoi guai. Neanche sua madre. Sballottato da un mare di persone che sembrano non vederlo e non capirlo, vivendo situazioni comico-grottesche Victor diviene fragile e silenzioso, ma proprio per questo più attento agli altri, e ai loro problemi.

Attraverso le storie di tutti Victor riuscirà a capire perché è iniziata la sua crisi e, forse, a cercare il modo per poter sopravvivere.

 

DA "CINEMA '93" - Giovanni Grazzini - Laterza 1994:

Una commedia sbellichevole, un apologo sul volersi bene, viene dalla Francia, scritto e diretto dalla stessa Coline Serreau alla quale già dobbiamo gratitudine per Tre uomini e una culla e Romuald e Juliette. Protagonista de La crisi! è Victor, un giovane avvocato parigino al quale tutto sembra andar bene e che invece, nella stessa giornata, perde senza alcun preavviso non soltanto la moglie, scappata di casa per mettersi con un altro lasciandogli due figlioletti sulle spalle, ma anche il lavoro e la segretaria. Con le mani nei capelli, Victor cerca conforto presso gli amici, ma nessuno ha tempo o voglia di dargli ascolto.

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Il finale consolatorio, dettato da un femminismo che vuol salvare capra e cavoli (la rivolta delle donne e il loro rientro all'ovile) è un po' di maniera, ma per oltre tre quarti La crisi! offre un'esilarante serie di esempi della confusione generale in cui annaspiamo. Sotto la buccia, il film non è sempre mordente, e tuttavia la brillantezza dello stile, con l'ironia che lo domina, gli assicura il successo.

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VENERDI' 13 GENNAIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

 

F I L M O P E R A

"LE NOZZE DI FIGARO", regia di Jean-Pierre Ponnelle (durata 181 minuti circa), anno 1976 - IN ITALIANO

F I L M O P E R A

 

C A N T A T A I N I T A L I A N O

di Wolfgang Amadeus Mozart, Libretto di Lorenzo Da Ponte, Orchestra Wiener Philharmoniker, direttore Karl Böhm.

INTERPRETI: Mirella Freni - Kiri Te Kanawa - Maria Ewing - Hermann Prey - Dietrich Fischer-Dieskau.

DAL "DIZIONARIO DELL'OPERA LIRICA" - a cura di Michele Porzio - Arnoldo Mondadori Editore:

I PERSONAGGI. Il conte d'Almaviva, grande di Spagna (basso); la contessa Rosina, sua moglie (soprano); Figaro, cameriere del conte (basso); Susanna, cameriera della contessa (soprano); Barbarina, figlia di Antonio (mezzosoprano); Cherubino, paggio (soprano); Bartolo, medico (basso comico); Marcellina, governante (soprano); don Basilio, maestro di cappella (tenore); Antonio, giardiniere (basso); don Curzio, giudice (tenore). Villani e servitori.

LA TRAMA. L'azione ha luogo nel palazzo del conte d'alamaviva. Atto primo. Una stanza del castello. Figaro e Susanna stanno preparandosi per le nozze imminenti, ma la posizione della stanza che il conte ha loro assegnato desta alcune perplessità e non pochi sospetti nei due sposi: essa infatti è vicina alla camera da letto del padrone, che potrà così più facilmente approfittare della graziosa cameriera. Figaro si mostra sicuro di sé, ma sorgono nuovi ostacoli alla celebrazione di queste nozze: Marcellina, anziana governante di don Bartolo, si fa avanti per far valere un impegno nuziale sottoscritto da Figaro in un momento di grande bisogno per ottenere un prestito. Sopraggiunge Cherubino, un paggio galante con tutte le donne, innamorato della contessa; egli è in cerca di Susanna che interceda per lui presso il conte, adirato d'averlo sorpreso con Barbarina. Ma anche il conte ha scelto proprio quel momento per rinnovare a Susanna le sue profferte amorose e a stento Cherubino riesce a nascondersi dietro una poltrona. Mentre il conte cerca di ottenere da Susanna un appuntamento, sopraggiunge don Basilio e solo l'abilità della fanciulla fa sì che il conte, che a sua volta si nasconde, non si imbatta in Cherubino. Ma il conte, quando don Basilio accenna alla passione di Cherubino per la contessa, non sa trattenersi, esce dal nascondiglio; nella foga del discorso, solleva casualmente un abito della contessa posto sulla poltrona e scopre Cherubino, che qui aveva trovato rifugio. Grande confusione in scena, finché sopraggiunge Figaro a chiedere se può affrettare le nozze. Cherubino andrà soldato a Siviglia. Atto secondo. Camera della contessa. Figaro e Susanna convincono la contessa, triste perché non si sente più amata come un tempo dal conte, a prendersi gioco di lui, mettendolo così nella necessità di rinunciare alle sue galanterie. Tramite don Basilio verrà consegnato al conte un biglietto in cui si parla di una relazione della contessa col suo paggio, mentre Susanna fingerà di accettare un appuntamento, ma, nel luogo stabilito, si presenterà al conte Cherubino, travestito da donna. Ha inizio il travestimento del paggio. Sul più bello sopraggiunge il conte; la contessa confusa nasconde Susanna dietro a una tenda e Cherubino in uno spogliatoio attiguo. Il rumore di uno sgabello rovesciato da Cherubino, casualmente, insospettisce il conte, già allarmato dal biglietto di don Basilio; egli vuol sapere chi si nasconde ed esce con la contessa in cerca di arnesi per scassinare la porta. Susanna approfitta del momento per prendere il posto di Cherubino, che fugge buttandosi dalla finestra. All'apertura della porta, di fronte alla contessa tutta spaurita, si presenta la sorridente Susanna e tutto sembra risolto per il meglio. Il conte addirittura deve chiedere perdono per i suoi sospetti. Ma i guai non sono ancora finiti: il giardiniere Antonio viene a lamentarsi che qualcuno, poco prima, si è gettato dalla finestra rovinandogli i fiori. Figaro cerca di addossare a sé la responsabilità, ma il conte ha la netta impressione di essere preso in giro. La situazione diventa ancora più confusa col sopraggiungere di Marcellina e don Bartolo che vogliono far valere i loro diritti. Atto terzo. Sala del palazzo in cui si devono celebrare le nozze. La contessa non ha ancora rinunciato al suo proposito di combinare un appuntamento a cui intende presentarsi lei stessa. Ma una frase sussurrata a Figaro da Susanna mette in sospetto il conte, che è sempre più deciso a far sposare il suo cameriere con la matura Marcellina. Proprio a questo proposito si assiste a un colpo di scena: da alcuni particolari che Figaro racconta circa la sua nascita misteriosa, Marcellina riconosce in lui il figlio avuto illegittimamente da don Bartolo. Marcellina è quindi la madre di Figaro e le nozze sfumano definitivamente. Ora i matrimoni da celebrare sono due: Figaro e Susanna, Marcellina e don Bartolo che intendono regolarizzare la loro unione. Ritorna in scena Cherubino, creduto lontano, ma che non riesce a staccarsi dalla contessa. Egli si presenta vestito da donna, tra alcune fanciulle che offrono un mazzo di fiori alla contessa. Il giardiniere Antonio, che non sa darsi pace per i suoi fiori calpestati, smaschera Cherubino. Il conte esasperato gli ordina di sposare Barbarina. Si dà inizio alla festa di nozze; mentre l'intrigo ordito dalla contessa ai danni del marito prosegue: Susanna consegna furtivamente al conte un biglietto in cui gli fissa un appuntamento. Atto quarto. Il giardino del palazzo del conte. Figaro viene incidentalmente messo al corrente dell'appuntamento che Susanna avrà col conte e con un gran seguito di testimoni tra cui Bartolo e Basilio si reca al luogo del convegno per smascherare la sposa infedele. Sul luogo giungono la contessa e Susanna in abbigliamenti scambiati; giungono anche Barbarina e Cherubino, Marcellina e ultimo il conte. Da questo momento si intreccia una fitta rete di equivoci, di situazioni rese spassose dallo scambio continuo di persona di cui fanno soprattutto le spese Figaro e il conte: le due donne infatti sono decise a prendersi gioco di loro e a metterli nella situazione di dover infine chiedere perdono dei sospetti infondati. La vicenda si conclude così festosamente, tra la soddisfazione generale.

 

 

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VENERDI' 20 GENNAIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"2001: Odissea nello spazio" (2001: A Space Odyssey), regia di Stanley Kubrick (durata 139 minuti circa), anno 1968 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Proiettato anni luce nel futuro questo film, magistralmente diretto da Stanley Kubrick, acquista sempre maggior fascino col trascorrere degli anni. Con questo ... 'raro esempio di fantascienza poetica' - (New Yorker) - Kubrick crea una perfetta fusione fra storia e futuro, fra progresso e sovraumano, fra conoscenza ed inconoscibile. 2001: Odissea nello Spazio, vincitore dell'ambito premio 'Academy Award' per i suoi effetti spettacolari, resterà sempre una pietra miliare nella storia del cinema.

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA" - DI FERNALDO DI GIAMMATTEO - EDITORI RIUNITI - Edizione 1984:

Film di enorme risonanza popolare alla fine degli anni '60, di grande impegno produttivo (costò 10 milioni di dollari, fu girato in Gran Bretagna, come il regista faceva dal tempo di Lolita, 1962), di robusta costruzione narrativa (il modello è la detective story), di raffinata sapienza tecnica - sia visiva (gli effetti speciali) che sonora (l'uso di musiche sinfoniche fra '800 e '900, dei rumori, delle modulazioni della voce umana) -, 2001: A Space Odyssey occupa un posto appartato nella fantascienza cinematografica. Sta a mezza strada fra le angosce politico-esistenziali degli anni '50 e il meraviglioso fiabesco degli anni '70-'80. Il suo fascino non nasce tanto dai temi scientifico-metafisici che - banalmente - sfiora (la relatività, la catena vita-morte-resurrezione, la teologia laico-materialistica implicita nel simbolo del monolito, ecc.) quanto dall'essere una macchina di spettacolo che ruota su se stessa, dilatandosi e contraendosi senza ordine apparente, come una allucinazione. Film emblematico di una ideologia, sospeso fra speranza e timore, tra fiducia e orrore, l'opera di Kubrick, la sua più significativa e riassuntiva, suscitò reazioni contrastanti, soprattutto in Usa ("moralmente pretenzioso, intellettualmente oscuro, anormalmente lungo", lo definì Arthur Schlesinger jr.; "una via di mezzo fra l'ipnosi e una immensa noia" dissero in molti). Tenendo presente l'ulteriore evoluzione di Kubrick - in particolare The Shining (Shining, 1980) - si potrebbe definirlo una contorta e inconscia introduzione a un nevrotico cinema dell'orrore.

 

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MARTEDI' 24 GENNAIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"La doppia vita di Veronica", regia di Krzysztof Kieslowski (durata 97 minuti circa), anno 1991 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Veronica (Irene Jacob) è polacca, ha una voce stupenda e la sua passione è il canto. Veronica (Irene Jacob) è francese e in tutto e per tutto, a cominciare dalla voce, è identica alla prima. Non possono saperlo, ma i loro destini seguono la stessa, invisibile strada, sarà possibile separarli solo a patto di una grande, importante rinuncia...

 

L'idea de La doppia vita di Veronica era già embrionalmente presente nel Decalogo 9 (il personaggio della cantante che deve smettere); si trattava per Kieslowski di sviluppare ulteriormente uno dei temi che più gli sono cari, quello della "comunicazione", delle consonanze non dichiarate, dei legami invisibili al di là del reale e della fisicità. E nello stesso tempo di sfidare le capacità di percezione dello spettatore, confondendolo con particolari, detriti della memoria, suoni, visioni. Ci invita così ad aprire un'indagine, l'ennesima, sulle infinite sfaccettature dell'esperienza; e perché non dovrebbe andar bene un supposto caso di reincarnazione o di sdoppiamento?

La prima mezz'ora del film è perfetta, ammaliante, irreperibile. Nemmeno il Decalogo poteva vantare tanta occulta capacità di penetrazione, tanta mormorata inquietudine...

Soggettive rovesciate, oggetti in dettaglio, misteriosi avvertimenti di un "ordine" che va incrinandosi si susseguono: un esibizionista al parco, i primi malesseri... fino a quell'incontro casuale, l'unico, fra le due Veroniche, in piazza a Cracovia durante dei disordini; l'una vedrà l'altra, non vista a sua volta, ma l'altra fotograferà per caso la prima, portando con sé un'immagine che diventerà fonte di turbamento e spaesamento.

La vicenda di Weronika si consuma durante un concerto, in una specie di rito funebre preconizzato dalla musica lugubre, lirica e arcaica di Zbigniew Preisner su testi (sarà un caso?) dal Paradiso dantesco: la ragazza polacca muore stroncata da un attacco di cuore...

A questo punto qualcosa, nel film, si interrompe e nello stesso tempo si distende. E' come il venir meno di una tensione, di una barriera dietro la quale mille interrogativi senza risposta attendevano udienza. Véronique diventa una specie di detective proiettata dentro se stessa, i segnali si fanno più forti, espliciti ed ermetici nello stesso tempo. C'è ancora un momento altissimo: quando il marionettista e scrittore Alexandre invia alla ragazza una cassetta di soli rumori, registrata in una stazione parigina. La decodificazione di quella cassetta e il "lavoro" sul suono, e sulla percezione e separazione di questo suono, diventano improvvisamente una questione centrale. "Sentire" ci appare così in tutta la sua ambiguità: udire, ma anche provare, soffrire. E Véronique soffre, perché non accetta l'idea del doppio: men che meno quando Alexandre, di cui pure è innamorata, la mette dinnanzi ad una sorta di fatto compiuto mostrandole due marionette a lei ispirate ed eguali. Una viva e diritta, l'altra distesa. Credendo forse di semplificare Kieslowski ingarbuglia: o, peggio ancora, credendo di ingarbugliare finisce col semplificare troppo. Le domande si fanno concrete e urgenti, pretendendo risposte che non esistono, sinché il film si arresta al suono della musica che Weronika stava cantando al momento di morire.

Questo squilibrio, aggravato anche dall'eccesso di zelo nei dettagli della love story tra Véronique e Alexandre e da qualche inutile didascalismo, non sottrae però nulla alla valenza complessiva del film: che è quella di scrutare, con dolore e freddezza, gli infiniti rivoli in cui si disperde il mistero della coscienza.

Roberto Pugliese

(Segno cinema, 1991)

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VENERDI' 27 GENNAIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

F I L M O P E R A

CANTATA IN ITALIANO CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

 

"DON GIOVANNI di Wolfgang Amadeus Mozart", regia di Joseph Losey (durata 168 minuti circa), anno 1979 - IN ITALIANO CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

INTERPRETI: Ruggero Raimondi: Don Giovanni / Kiri Te Kanawa: Donna Elvira / Teresa Berganza: Zerlina / Edda Moser: Donna Anna / José van Dam: Leporello.

ORCHESTRA E CORO DELL'OPERA DI PARIGI CONDOTTI DA LORIN MAAZEL.

 

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA" - DI FERNALDO DI GIAMMATTEO - EDITORI RIUNITI - Edizione 1984:

Don Giovanni è un gentiluomo veneziano che pratica la seduzione come sua unica attività. Lo troviamo, all'inizio dell'azione, mentre fugge precipitosamente, cercando di mantenere l'incognito, da un tentativo di seduzione di Donna Anna. Sopraggiunge il padre di Anna, il Commendatore, che sfida a duello Don Giovanni, e ne viene ucciso. Rifugiatosi nella sua casa di campagna, Don Giovanni è seccato da Donna Elvira che gli rammenta le sue antiche promesse d'amore; e, nello stesso tempo, è attratto dalle grazie di Zerlina, una giovane contadina che concupisce il giorno stesso dello nozze, traendo in un inganno il giovane sposo, Masetto. La notte, Don Giovanni deve sfuggire alle ricerche contemporanee di Masetto, di Donna Elvira e di Don Ottavio, fidanzato di Donna Anna. Scambia gli abiti con il suo servo Leporello e sotto questo travestimento seduce, con una serenata, una giovane serva, lasciando Leporello nei guai. Si ritrovano, a notte alta, nel cimitero. Qui capitano di fronte alla tomba del Commendatore, che viene scherzosamente invitato a cena da Don Giovanni, mentre Leporello quasi sviene dalla paura. Inaspettatamente, la statua del Commendatore risponde affermativamente all'invito, con voce sepolcrale. E la statua giungerà effettivamente alla cena di Don Giovanni, invitandolo a pentirsi delle sue colpe. Don Giovanni rifiuta, ed è così trascinato all'inferno dalla statua del Commendatore.

Primo tentativo, molto discusso, di opera realistica. I cantanti si muovono in ambienti reali - nella stragrande maggioranza dei casi, le ville palladiane di Vicenza - e cercano di realizzare, nonostante il canto (i recitativi sono del resto registrati in presa diretta), una performance scenica più vicina al cinema che non al teatro lirico. Il film sembra aprire una nuova fase nell'opera di Joseph Losey, affermandone la figura d'autore agli occhi del grande pubblico e insieme confermando la sua grande abilità nel controllare la messa in scena e una sua certa tendenza calligrafica. Non indifferente il feed-back commerciale del film: dischi (notevole l'interpretazione del direttore d'orchestra, Maazel), libretti, dibattiti, rinnovato interesse per il Palladio (a ridosso dei festeggiamenti per il centenario). Si riproduce in tal modo, a un livello questa volta colto, il processo di integrazione economica che è ormai proprio di un kolossal.

 

DAL "DIZIONARIO DELL'OPERA LIRICA" - a cura di Michele Porzio - Arnoldo Mondadori Editore:

LA TRAMA. Atto primo. Quadro primo. L'azione si svolge in una città della Spagna. Davanti alla dimora del commendatore, Leporello attende il suo padrone: don Giovanni, mascherato si è infatti introdotto nella casa per insidiare donna Anna ma, sventato il suo tentativo, irrompe sulla scena inseguito dal commendatore, che cerca di trattenere l'ignoto fuggitivo. In un breve duello il commendatore resta ucciso e don Giovanni fugge. Quadro secondo. E' ormai l'alba e don Giovanni si accinge a nuove imprese amorose, quando sopraggiunge donna Elvira, da lui un tempo sedotta e abbandonata; il cavaliere si sottrae al poco gradito incontro affidando a Leporello l'incarico di rivelare alla fanciulla la vera natura del suo carattere, cinico e dissoluto. Il lungo elenco degli amori di don Giovanni lascia sconvolta donna Elvira. Quadro terzo. Nei pressi di un'osteria don Giovanni incontra un corteo nuziale. Il cavaliere è attratto dalle grazie della sposa, una contadina di nome Zerlina, e incarica Leporello di invitare tutti a una festa nella sua casa. La giovane, lusingata dalle attenzioni del cavaliere, sta per cedergli, quando interviene donna Elvira. Entrano in scena anche donna Anna e Ottavio, in cerca dell'assassino del commendatore. La situazione si fa complicata: da una parte donna Anna e Ottavio chiedono, ignari della verità, aiuto a don Giovanni nella loro vendetta, dall'altra donna Elvira rivela a tutti ciò che ha appena appreso da Leporello. Don Giovanni impassibile cerca di tenere a bada la situazione promettendo agli uni il suo appoggio, accusando di pazzia donna Elvira, corteggiando la giovane Zerlina. Ma donna Anna ha riconosciuto in don Giovanni, dalla voce, l'uccisore del padre e chiede vendetta. Quadro quarto. Giardino nel palazzo di don Giovanni. Zerlina è profondamente turbata: un vero e profondo affetto la lega a Masetto, il suo promesso sposo, ma il fascino che emana da don Giovanni è irresistibile. Compaiono nel giardino alcune maschere: sono donna Elvira, donna Anna e Ottavio decisi a fare vendetta; don Giovanni, che non le ha riconosciute, le invita alla festa. Quadro quinto. Nella sala da ballo entrano le maschere accolte da un inno del padrone di casa alla libertà. Iniziano le danze; don Giovanni riesce a trarre in disparte Zerlina che invoca aiuto. Le maschere si scoprono il volto, apertamente accusano don Giovanni di tutti i suoi misfatti e predicono vicina la punizione del cielo. Atto secondo, quadro primo. Una strada, davanti alla casa di donna Elvira. Leporello è stanco della vita che conduce, ma il tintinnare di alcuni scudi lo induce non solo a continuare il suo servizio, ma ad indossare anche i vestiti del padrone per sostituirlo in un'avventura galante, che ha come oggetto proprio donna Elvira; don Giovanni, preso l'aspetto di Leporello, si dedica alla cameriera. Il travestimento dà vita a due scene simmetriche. Nella prima don Giovanni, scambiato per Leporello dal furibondo Masetto, non solo riesce a sottrarsi alla vendetta, ma scarica sulle spalle del povero contadino un sacco di legnate. Nella seconda scena (quadro secondo) Leporello viene scambiato per don Giovanni e quasi ci rimette la vita, riuscendo a stento a sfuggire all'ira di Masetto, Zerlina, donna Anna, Ottavio e donna Elvira, ognuno fermamente deciso a vendicarsi. Quadro terzo. Un cimitero con la statua del commendatore. Don Giovanni, ancora una volta reduce da un'avventura galante, entra in scena scavalcando il muro di cinta per sfuggire agli inseguitori. L'avventura l'ha messo di buon umore e, mentre racconta a Leporello l'accaduto, ride. Ma dall'oscurità risuona una voce minacciosa; invano don Giovanni cerca tra le tombe chi ha parlato, alla fine si rende conto che è stata la statua del commendatore, lì sepolto. Costretto da don Giovanni, Leporello, tremante, invita da parte del suo padrone il commendatore a cena. La statua risponde: "Sì". Interrotta momentaneamente l'atmosfera drammatica da una breve scena d'amore tra donna Anna e don Ottavio (quadro quarto) si arriva alla conclusione della vicenda. Quadro quinto. In una sala del palazzo don Giovanni siede a mensa. La tavola è imbandita, i musicanti allietano il convito. Donna Elvira irrompe in un ultimo disperato tentativo di indurre don Giovanni al pentimento, ma, schernita e derisa, fugge. Sulla porta si imbatte nella statua del commendatore che ha accettato l'invito.

La commedia ormai volge rapidamente al dramma. Don Giovanni non ha esitazioni e quando il commendatore chiede di restituirgli la visita, accetta e, come pegno, porge la destra alla statua che gliela afferra. Già il gelo percorre le membra del cavaliere e ancora egli rifiuta di pentirsi e con questo "no" ostinato sulle labbra don Giovanni è inghiottito dalle fiamme dell'inferno. A questo punto entrano in scena tutti i personaggi e le loro voci si uniscono per cantare la morale della storia.

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VENERDI' 3 FEBBRAIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"Incontri ravvicinati del terzo tipo - EDIZIONE SPECIALE", regia di Steven Spielberg (durata 129 minuti circa), anno 1978 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Roy Neary (Richard Dreyfuss) assiste all'arrivo di dischi volanti provenienti da un mondo alieno. Questo fatto coincide con una serie incredibile di avvenimenti culminanti con il contatto diretto degli esseri alieni quando Neary viene condotto a bordo dell'incredibile astronave. I terrestri e gli alieni hanno raggiunto una pacifica intesa.

Il regista STEVEN SPIELBERG ha sostituito alcune scene con degli spezzoni inediti ed ha aumentato la spettacolarità degli effetti speciali a tal punto da condurre lo spettacolo all'interno dell'astronave luminosa, superando i limiti dell'immaginazione.

 

¿Adónde te escondiste,

Amado, y me dejaste con gemido?

Como el ciervo huiste,

habiéndome herido;

salí tras ti clamando, y eras ido.

Dove ti nascondesti,

Amato, e mi lasciasti gemente?

Come il cervo fuggisti,

dopo avermi ferito;

uscii dietro di te gridando, e te ne eri andato.

Pastores, los que fuerdes

allá por las majadas al otero,

si por ventura vierdes

aquel que yo más quiero,

decilde que adolezco, peno y muero.

Pastori, voi che andrete

là per i pascoli al monticello,

se, per caso, vedeste

colui che io più amo,

ditegli che languisco, peno e muoio.

Buscando mis amores,

iré por esos montes y riberas;

ni cogeré las flores,

ni temeré las fieras,

y pasaré los fuertes y fronteras.

In cerca dei miei amori,

andrò per questi monti e questi pendii;

non coglierò i fiori,

né temerò le fiere,

e supererò i forti e le frontiere.

(Giovanni della Croce, Cantico Spirituale)

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MARTEDI' 7 FEBBRAIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

IN FRANCESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

"Un cuore in inverno" (Un coeur en hiver), regia di Claude Sautet (durata 100 minuti circa), anno 1992 - IN FRANCESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

IN FRANCESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Maxime e Stéphane sono amici da molto tempo.   Un giorno Maxime si innamora di Camille.   Che è bella, bellissima.   E, come è logico, Maxime la fa conoscere al suo amico di sempre.   E qui nasce qualcosa.   Un gioco, fra Stéphane e Camille, pericoloso.   Le vie del cuore, si sa, sono tortuose, misteriose, mai scontate.   Un film pieno di sospensioni, allusioni, turbamenti, scoppi di passione.   Intenso, e bello.   Semplicemente e profondamente bello.

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SABATO 11 FEBBRAIO 1995 (cena ore 20.00, indi film):

"CONAN IL BARBARO", regia di John Milius (durata 129 minuti circa), anno 1981 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Una favola fantastica che segna il trionfo del fantasy e dei muscoli di Schwarzenegger, trasformato in eroico principe vendicatore in lotta contro il perfido stregone Thulsa Doom (James Earl Jones) per conservare il segreto dell'acciaio che forgia spade invincibili. Un film altamente spettacolare, un'avventura epica scritta da John Milius e Oliver Stone.

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GIOVEDI' 16 FEBBRAIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"DON CAMILLO" (Le petit monde de Don Camillo), regia di Julien Duvivier (durata 105 minuti circa), anno 1952 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

A Brescello la vita trascorrerebbe tranquilla se le dispute tra il combattivo Don Camillo e il sindaco comunista Peppone non fossero all'ordine del giorno. I due cercano vicendevolmente di ostacolarsi e Don Camillo per il suo temperamento focoso deve subire i frequenti rimproveri del Crocefisso della chiesetta con il quale dialoga ogni giorno. Il battesimo del figlio di Peppone, uno sciopero di braccianti, l'inaugurazione della Casa del Popolo sono alcuni dei pretesti che danno origine ai continui scontri. Dopo una scazzottatura generale provocata dal parroco e dal sindaco, Don Camillo viene mandato per punizione in una chiesetta di montagna.

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MARTEDI' 21 FEBBRAIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO", regia di Elio Petri (durata 109 minuti circa), anno 1970 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Negli anni '70, in pieno periodo di contestazione, un alto funzionario di PS uccide l'amante che lo tradisce. Compie il delitto il giorno stesso della sua promozione da capo della sezione omicidi alla guida della squadra politica, non curandosi minimamente di nascondere le tracce del delitto. E' una sfida al potere per appurare fino a che punto i suoi rappresentanti vengono protetti...

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VENERDI' 24 FEBBRAIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

I N S P A G N O L O S O T T O T I T O L A T O I N I N G L E S E

 

"COME l'ACQUA PER IL CIOCCOLATO", regia di Alfonso Arau (durata 109 minuti circa), anno 1992 - IN SPAGNOLO CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Tita is prevented from marrying the man she loves because she must look after her mother. Forced to endure further distress when her sister's hand is offered to him she finds expression for her fury, passion, sorrow and delight through cooking. This magical and extravagant comedy, set in turn-of-the-century Mexico, is taken from Laura Esquivel's best-selling novel and has won 18 international awards.

Mexican hot chocolate is made with boiling water and fresh cocoa. Someone in a state of agitation or sexually aroused is said to be 'like water for chocolate'.

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MARTEDI' 28 FEBBRAIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"IL SETTIMO SIGILLO", regia di Ingmar Bergman (durata 101 minuti circa), anno 1956 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Un nobile crociato, dopo dieci anni di assenza, giunge in Svezia, sua patria natia. Trova però ad attenderlo la Morte, per portarselo via. Il cavaliere allora fa un patto con la Morte: giocheranno la sua vita in una partita a scacchi. E tra una mossa e l'altra egli giungerà al suo castello, ove è atteso dalla consorte. La Morte vincerà la partita, ma il cavaliere, resosi conto delle colpe e degli errori commessi, sarà ormai pronto per il trapasso e accetta la sua ora.

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VENERDI' 3 MARZO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

F I L M O P E R A

"IL FLAUTO MAGICO" (Trollflöjten), regia di Ingmar Bergman (durata 135 minuti circa), anno 1974 - VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

INTERPRETI: Ulrik Cold, Josef Kostlinger, Birgit Nordin.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

L'antica leggenda del Principe Tamino, del Mago Sarastro e della Regina della Notte ben si adatta alla cinematografia di Ingmar Bergman.

I temi cari al regista svedese, il confine tra Bene e Male, la morte e la malvagità contrapposte alla Speranza e all'Amore, filtrati e addolciti dalla musica dell'opera mozartiana, compongono un film perfetto e armonioso.

Dal "magico incontro di Mozart e Bergman" è nata una pellicola eccezionale, il primo film che rende completa l'unione tra un'opera musicale e il cinema.

Versione originale con sottotitoli in italiano.

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA", DI FERNALDO DI GIAMMATTEO, EDITORI RIUNITI, APRILE 1986:

Il principe Tamino, salvato da un mostro grazie a tre giovani fate, riceve da queste l'incarico di salvare Pamina, figlia della Regina della notte, e ora prigioniera del mago Sarastro. Le fate gli consegnano il ritratto della fanciulla, della quale egli s'innamora, e un flauto magico, e donano a Papageno, un uccellatore divenuto suo scudiero dopo essersi fatto passare inutilmente per suo salvatore, un carillon. Tamino scopre che il mago in realtà è un saggio sacerdote di Iside, padre di Pamina ed ex consorte della Regina della notte, mentre Papageno libera Pamina dalla sorveglianza di Monostato, un negro innamorato della principessa e servitore di Sarastro. I tre si ritrovano nel bosco dove Monostato e i suoi guerrieri stanno per acciuffarli. Ma un carillon, che fa danzare tutti, permette loro di mettersi in salvo. Sopraggiunge Sarastro che punisce Monostato per la sua ostinazione, e spiega a Tamino che, per coronare il suo sogno d'amore ed entrare a far parte del regno della luce, deve superare le tre prove del silenzio, dell'acqua e del fuoco. Nonostante le complicazioni che nascono per la ingenuità di Papageno (innamorato a sua volta di Papagena), l'incredulità di Pamina e le malignità di Monostato (passato a servire la Regina della notte), Tamino ricorre all'aiuto del flauto magico (che allontana gli spiriti avversi) e di geni benevoli. Può così superare brillantemente le tre prove. La Regina della notte, infuriata, muove un attacco al regno del sole, ma è respinta da Sarastro e la luce trionfa sulle tenebre.

Film-opera a cui I. Bergman pensava da molto tempo (dal capolavoro mozartiano era stato colpito quando aveva dodici anni), Trollflöjten mette in scena fedelmente l'originale, come fosse una rappresentazione teatrale (primi piani del pubblico durante l'ouverture, ininterrotto permanere della macchina da presa sul palcoscenico e - nell'intervallo - qualche primo piano di una spettatrice bambina, di vecchi e di giovani di varie razze, nonché un breve sguardo dietro le quinte alla scoperta dell'attore che interpreta Papageno), superando, proprio attraverso il gusto della citazione teatrale, le insidie del melodramma filmato. Sensibile ai simboli massonici del testo, Bergman ne conserva e accentua il tono favolistico ma non rinuncia a inserire qua e là squisite notazioni ironiche (gli attori sollevano cartelli quando stanno per esprimere messaggi morali; una cantante fuma durante l'intervallo, Sarastro legge il 'Parsifal', un Genio si diverte con i disegni animati; i tre bambini salgono al cielo dentro una mongolfiera), in uno spettacolo pensato e realizzato per la televisione. Ne risulta, inaspettatamente (ma, non troppo), una summa delle tematiche non tanto mozartiane quanto bergmaniane: il gusto (attenzione-terrore) dell'ignoto e dell'inesprimibile, gli intrighi inspiegabili della commedia umana, la misoginia, la tendenza alla regressione (illusoria) all'infanzia, lo stupore (anche questo infantile) per la magia dello spettacolo, la malinconia. Un esito stupefacente.

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VENERDI' 10 MARZO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"DELICATESSEN", regia di Jeunet e Caro (durata 97 minuti circa), anno 1991 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

In un edificio fatiscente, immerso nella nebbia, abita una stravagante comunità di individui dalle bizzarre abitudini alimentari. Pur nelle enormi differenze un punto in comune lo hanno: adorano la carne macellata dall'irascibile proprietario del negozio di Delicatessen lì accanto.

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MARTEDI' 14 MARZO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

I N T E D E S C O C O N S O T T O T I T O L I I N I N G L E S E

"DIE MARQUISE VON O...", regia di Eric Rohmer (durata 100 minuti circa), anno 1976 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

In a move away from his apparently casual use of contemporary French settings, Rohmer presents this German costume drama, a faithful adaptation of Heinrich von Kleist's novella. The rigours and regulations of 19th century Society are mercilessly exposed in this story of double standards and mixed morals.

The sets and Moidele Bickele's beautiful costumes garnered much praise, and the outstanding photography was provided by Nestor Almendros, a Rohmer regular.

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DOMENICA 19 MARZO 1995 (film ore 17.15, indi cena):

"IL MESSIA", regia di Roberto Rossellini (durata 145 minuti circa), anno 1975 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Nel decadimento delle istituzioni politico-religiose e dei costumi del popolo ebraico si colloca la figura di Gesù. Il Messia cammina, lavora, predica, stimola gli apostoli a diffondere il messaggio, poi si concede alla violenza omicida che lo porta alla croce e infine risorge.

Il film si divide nelle 7 parti seguenti:

1. Il tempo dell'attesa - 2. Il Battista e la Samaritana - 3. I Dodici - 4. Il discorso della montagna - 5. Il Buon Pastore - 6. La Pasqua - 7. Il Risorto

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VENERDI' 24 MARZO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"CAPE FEAR - Il promontorio della paura", regia di Martin Scorsese (durata 122 minuti circa), anno 1991 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Dopo 14 anni di carcere Max Cady (Robert De Niro), psicopatico perverso, ha un solo pensiero nella sua mente: vendicarsi del suo avvocato Sam Bowden (Nick Nolte). La presenza di Cady attorno a Bowden si fa sempre più minacciosa e rischia di rompere gli equilibri già fragili della sua famiglia. Sam si rende conto che legalmente non può fare nulla per proteggere la sua bellissima moglie Leigh (Jessica Lange) e la sua giovane figlia Danielle (Juliette Lewis) e quindi decide di procedere con mezzi poco ortodossi che lo porteranno a ritrovarsi a Cape Fear, dove dovrà affrontare un'indimenticabile resa dei conti. Un susseguirsi di splendide immagini e un cast formato da attori di successo, sono gli elementi di spicco di questo film che ci trasporta in un clima di inesorabile tormento psicologico.

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MARTEDI' 28 MARZO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"ATMOSFERA ZERO", regia di Peter Hyams (durata 106 minuti circa), anno 1981 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Io, terza luna di Giove, è ceduta in appalto alla Con-Amalgamate, per lo sfruttamento delle sue miniere di titanio. I minatori si recano su Io, con un contratto di un anno, attratti dal favoloso compenso, nonostante le condizioni di vita quasi sub-umane, una perenne caserma di cubi per dormire e di tane per vivere. O'Niel è il nuovo arrivato, lo sceriffo federale incaricato di garantire la legge e l'ordine tra i duemila abitanti di Io. E subito scopre che un elevato numero di operai è vittima di turbe psichiche che provocano incidenti mortali. Solo la cinica ed antipatica Dottoressa Lazarus lo aiuta nelle indagini, dopo che la moglie ed il figlio lo hanno lasciato per tornarsene sulla Terra. Poi lo lascia anche il suo aiutante, istigato dal direttore delle miniere. Finché arrivano, inviati dalla Terra, tre killers con l'incarico di ucciderlo...

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VENERDI' 31 MARZO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"La timida" (La discrète), regia di Christian Vincent (durata 90 minuti circa), anno 1990 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Nonostante il piglio da grande conquistatore, Antoine (Fabrice Luchini), un giovane in cerca di notorietà, è stato piantato dalla sua ultima ragazza. Deluso dalle donne decide di vendicarsi con la prima che incontra: la farà innamorare per poi abbandonarla e raccontare tutti i particolari - anche i più intimi - in un libro commissionatogli da un amico editore. Il ruolo della vittima tocca a Catherine (Judith Henry), una dattilografa apparentemente timida e scialba che cambierà invece le regole del gioco e Antoine si ritroverà 'Seduttore sedotto'.

Sofisticata ed irresistibile disamina di un seduttore in una feroce lettura dei rapporti uomo-donna: commedia dalle atmosfere vagamente rohmeriane, La timida (La discrète, 1990) è il primo lungometraggio di Christian Vincent. Diplomatosi all'Istituto di Studi Cinematografici (IDHEC) a Parigi, Vincent ha diretto alcuni cortometraggi premiati ai più importanti festival del settore. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 1990 nella sezione 'La settimana della critica', La timida ha vinto il Premio della Critica.

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VENERDI' 7 APRILE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"AMLETO", regia di Franco Zeffirelli (durata 130 minuti circa), anno 1991 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Su un faraglione battuto dal vento, davanti a un mare tempestoso, in un imponente castello del Nord, vive un uomo solo, perseguitato dal destino, dal mistero, dall'odio, dalla vendetta. Un orribile misfatto ha provocato la morte del padre e l'ascesa al trono della madre, al fianco dell'assassino. E l'uomo, tormentato dalla propria impotenza ad agire, si pone domande alle quali non sa rispondere. Quell'uomo è Amleto, principe di Danimarca...

Dopo "La bisbetica domata" e "Romeo e Giulietta", Franco Zeffirelli affronta ancora una volta un capolavoro di William Shakespeare, una tragedia psicologica riletta filmicamente in una chiave personale e insieme tradizionale, affidata all'interpretazione di un cast prestigioso.

 

 

To be, or not to be, that is the question:

Whether 'tis nobler in the mind to suffer

The slings and arrows of outrageous fortune,

Or to take arms against a sea of troubles

And by opposing end them. To die - to sleep,

No more; and by a sleep to say we end

The heart-ache and the thousand natural shocks

That flesh is heir to: 'tis a consummation

Devoutly to be wish'd. To die, to sleep;

To sleep, perchance to dream - ay, there's the rub:

For in that sleep of death what dreams may come,

When we have shuffled off this mortal coil,

Must give us pause - there's the respect

That makes calamity of so long life.

For who would bear the whips and scorns of time,

Th'oppressor's wrong, the proud man's contumely,

The pangs of dispriz'd love, the law's delay,

The insolence of office, and the spurns

That patient merit of th'unworthy takes,

When he himself might his quietus make

With a bare bodkin? Who would fardels bear,

To grunt and sweat under a weary life,

But that the dread of something after death,

The undiscover'd country, from whose bourn

No traveller returns, puzzles the will,

And makes us rather bear those ills we have

Than fly to others that we know not of?

Thus conscience does make cowards of us all,

And thus the native hue of resolution

Is sicklied o'er with the pale cast of thought,

And enterprises of great pitch and moment

With this regard their currents turn awry

And lose the name of action.

Essere o non essere, è questo che mi chiedo:

se è più grande l'animo che sopporta

i colpi di fionda e i dardi della fortuna insensata,

o quello che si arma contro un mare di guai

e opponendosi li annienta. Morire... dormire,

null'altro. E con quel sonno mettere fine

allo strazio del cuore e ai mille traumi

che la carne eredita: è un consummatum

da invocare a mani giunte. Morire, dormire, -

dormire, sognare forse - ah, qui è l'incaglio:

perché nel sonno della morte quali sogni

possano venire, quando ci siamo districati

da questo groviglio funesto, è la domanda

che ci ferma - ed è questo il dubbio

che dà una vita così lunga alla nostra sciagura.

Perché, chi sopporterebbe le frustate e le ingiurie del tempo,

il torto dell'oppressore, l'oltraggio del superbo,

le angosce dell'amore disprezzato, le lentezze della legge,

l'insolenza delle autorità, e le umiliazioni

che il merito paziente riceve dagli indegni,

quando, da sé, potrebbe darsi quietanza

con un semplice colpo di punta? Chi accetterebbe

di accollarsi quelle some, e grugnire

e sudare sotto il peso della vita,

se non fosse il terrore di qualcosa

dopo la morte, la terra sconosciuta

da dove non torna mai nessuno, a paralizzarci

la volontà, e farci preferire i mali che abbiamo

ad altri di cui non sappiamo niente? Così

la coscienza ci rende codardi, tutti,

e così il colore naturale della risolutezza

s'illividisce all'ombra pallida del pensiero

e imprese di gran rilievo e momento

per questo si sviano dal loro corso

e perdono il nome di azioni.

(Hamlet, atto III, scena I,

traduzione di Nemi D'Agostino)

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MARTEDI' 11 APRILE 1995 (cena ore 20.30,

indi CONVERSAZIONE):

 

L'AMICO GIAMPIERO VALENTINI

ANIMERA' UNA FRATERNA CHIACCHIERATA

SUL TEMA:

A.I.D.S.: se lo conosci o l'aspetti o lo eviti - Categorie a rischio - Profilassi

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VENERDI' 14 APRILE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"UN UOMO CHIAMATO CAVALLO" (A man called horse), regia di Elliot Silverstein (durata 109 minuti circa), anno 1970 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Primi anni dell'Ottocento: Lord John Morgan (Richard Harris), nobile inglese a caccia nelle regioni inesplorate del Dakota, viene catturato dai Sioux di Mano Gialla. I pellerossa, che non hanno mai visto un bianco, lo considerano - e trattano - come un animale, un "cavallo dalla pelle bianca". Per farsi accettare come uomo, John deve superare crudeli riti di iniziazione e dimostrare in battaglia il proprio valore. Sembra l'inizio di una nuova vita, ma altre dure prove lo attendono...

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MARTEDI' 18 APRILE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

 

F I L M O P E R A

"LE NOZZE DI FIGARO", regia di Jean-Pierre Ponnelle (durata 181 minuti circa), anno 1976 - IN ITALIANO - PRIMO E SECONDO ATTO

 

PRIMO E SECONDO ATTO

 

F I L M O P E R A

 

C A N T A T A I N I T A L I A N O

di Wolfgang Amadeus Mozart, Libretto di Lorenzo Da Ponte, Orchestra Wiener Philharmoniker, direttore Karl Böhm.

INTERPRETI: Mirella Freni - Kiri Te Kanawa - Maria Ewing - Hermann Prey - Dietrich Fischer-Dieskau.

DAL "DIZIONARIO DELL'OPERA LIRICA" - a cura di Michele Porzio - Arnoldo Mondadori Editore:

I PERSONAGGI. Il conte d'Almaviva, grande di Spagna (basso); la contessa Rosina, sua moglie (soprano); Figaro, cameriere del conte (basso); Susanna, cameriera della contessa (soprano); Barbarina, figlia di Antonio (mezzosoprano); Cherubino, paggio (soprano); Bartolo, medico (basso comico); Marcellina, governante (soprano); don Basilio, maestro di cappella (tenore); Antonio, giardiniere (basso); don Curzio, giudice (tenore). Villani e servitori.

LA TRAMA. L'azione ha luogo nel palazzo del conte d'alamaviva. Atto primo. Una stanza del castello. Figaro e Susanna stanno preparandosi per le nozze imminenti, ma la posizione della stanza che il conte ha loro assegnato desta alcune perplessità e non pochi sospetti nei due sposi: essa infatti è vicina alla camera da letto del padrone, che potrà così più facilmente approfittare della graziosa cameriera. Figaro si mostra sicuro di sé, ma sorgono nuovi ostacoli alla celebrazione di queste nozze: Marcellina, anziana governante di don Bartolo, si fa avanti per far valere un impegno nuziale sottoscritto da Figaro in un momento di grande bisogno per ottenere un prestito. Sopraggiunge Cherubino, un paggio galante con tutte le donne, innamorato della contessa; egli è in cerca di Susanna che interceda per lui presso il conte, adirato d'averlo sorpreso con Barbarina. Ma anche il conte ha scelto proprio quel momento per rinnovare a Susanna le sue profferte amorose e a stento Cherubino riesce a nascondersi dietro una poltrona. Mentre il conte cerca di ottenere da Susanna un appuntamento, sopraggiunge don Basilio e solo l'abilità della fanciulla fa sì che il conte, che a sua volta si nasconde, non si imbatta in Cherubino. Ma il conte, quando don Basilio accenna alla passione di Cherubino per la contessa, non sa trattenersi, esce dal nascondiglio; nella foga del discorso, solleva casualmente un abito della contessa posto sulla poltrona e scopre Cherubino, che qui aveva trovato rifugio. Grande confusione in scena, finché sopraggiunge Figaro a chiedere se può affrettare le nozze. Cherubino andrà soldato a Siviglia. Atto secondo. Camera della contessa. Figaro e Susanna convincono la contessa, triste perché non si sente più amata come un tempo dal conte, a prendersi gioco di lui, mettendolo così nella necessità di rinunciare alle sue galanterie. Tramite don Basilio verrà consegnato al conte un biglietto in cui si parla di una relazione della contessa col suo paggio, mentre Susanna fingerà di accettare un appuntamento, ma, nel luogo stabilito, si presenterà al conte Cherubino, travestito da donna. Ha inizio il travestimento del paggio. Sul più bello sopraggiunge il conte; la contessa confusa nasconde Susanna dietro a una tenda e Cherubino in uno spogliatoio attiguo. Il rumore di uno sgabello rovesciato da Cherubino, casualmente, insospettisce il conte, già allarmato dal biglietto di don Basilio; egli vuol sapere chi si nasconde ed esce con la contessa in cerca di arnesi per scassinare la porta. Susanna approfitta del momento per prendere il posto di Cherubino, che fugge buttandosi dalla finestra. All'apertura della porta, di fronte alla contessa tutta spaurita, si presenta la sorridente Susanna e tutto sembra risolto per il meglio. Il conte addirittura deve chiedere perdono per i suoi sospetti. Ma i guai non sono ancora finiti: il giardiniere Antonio viene a lamentarsi che qualcuno, poco prima, si è gettato dalla finestra rovinandogli i fiori. Figaro cerca di addossare a sé la responsabilità, ma il conte ha la netta impressione di essere preso in giro. La situazione diventa ancora più confusa col sopraggiungere di Marcellina e don Bartolo che vogliono far valere i loro diritti. Atto terzo. Sala del palazzo in cui si devono celebrare le nozze. La contessa non ha ancora rinunciato al suo proposito di combinare un appuntamento a cui intende presentarsi lei stessa. Ma una frase sussurrata a Figaro da Susanna mette in sospetto il conte, che è sempre più deciso a far sposare il suo cameriere con la matura Marcellina. Proprio a questo proposito si assiste a un colpo di scena: da alcuni particolari che Figaro racconta circa la sua nascita misteriosa, Marcellina riconosce in lui il figlio avuto illegittimamente da don Bartolo. Marcellina è quindi la madre di Figaro e le nozze sfumano definitivamente. Ora i matrimoni da celebrare sono due: Figaro e Susanna, Marcellina e don Bartolo che intendono regolarizzare la loro unione. Ritorna in scena Cherubino, creduto lontano, ma che non riesce a staccarsi dalla contessa. Egli si presenta vestito da donna, tra alcune fanciulle che offrono un mazzo di fiori alla contessa. Il giardiniere Antonio, che non sa darsi pace per i suoi fiori calpestati, smaschera Cherubino. Il conte esasperato gli ordina di sposare Barbarina. Si dà inizio alla festa di nozze; mentre l'intrigo ordito dalla contessa ai danni del marito prosegue: Susanna consegna furtivamente al conte un biglietto in cui gli fissa un appuntamento. Atto quarto. Il giardino del palazzo del conte. Figaro viene incidentalmente messo al corrente dell'appuntamento che Susanna avrà col conte e con un gran seguito di testimoni tra cui Bartolo e Basilio si reca al luogo del convegno per smascherare la sposa infedele. Sul luogo giungono la contessa e Susanna in abbigliamenti scambiati; giungono anche Barbarina e Cherubino, Marcellina e ultimo il conte. Da questo momento si intreccia una fitta rete di equivoci, di situazioni rese spassose dallo scambio continuo di persona di cui fanno soprattutto le spese Figaro e il conte: le due donne infatti sono decise a prendersi gioco di loro e a metterli nella situazione di dover infine chiedere perdono dei sospetti infondati. La vicenda si conclude così festosamente, tra la soddisfazione generale.

 

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VENERDI' 21 APRILE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

VERSIONE ORIGINALE INGLESE SOTTOTITOLATA IN INGLESE

"LEZIONI DI PIANO" (The piano), regia di Jane Campion (durata 114 minuti circa), anno 1992 - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

VERSIONE ORIGINALE INGLESE SOTTOTITOLATA IN INGLESE

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

La regista di "Sweetie" e di "Un angelo sulla mia tavola" firma il suo capolavoro. Ada è muta dall'età di sei anni e suona il piano con la grazia delle persone belle "dentro". Nel 1853, costretta dal padre, si trasferisce dalla Scozia alla Nuova Zelanda per darsi in moglie ad un proprietario terriero. Qui, però, s'innamora di un bianco trasformatosi in maori, suscitando l'ira del "marito per forza". Colori forti, emozioni irresistibili, spiagge candide sporcate da improvvise scie di violenza. Holly Hunter è bravissima nel comunicare attraverso la gestualità al contempo istintiva e ragionata, muovendosi in un'atmosfera dolce e annebbiata, dove il romanticismo vive e si dispiega come nei romanzi dell'ottocento.

 

DA "VARIETY MOVIE GUIDE" - EDIZIONE 1994:

Jane Campion's fourth feature is a visually sumptuous and tactile tale of adultery set during the early European colonization of New Zealand, with Harvey Keitel daringly cast in the role of a passionately romantic lover, and Holly Hunter knockout as a woman physically unable to articulate her feelings.

Ada McGrath (Hunter) can hear, and can communicate in sign language through her young daughter, Fiona (Ana Paquin), but she can't talk. Apart from her child, Ada's most treasured possession is her piano. She's to marry a man she's never met, a pioneer settler (Sam Neill) in far-off New Zealand.

The marriage gets off to a bad start when Neill refuses to transport Ada's piano to his settlement. Later, he allows George Baines (Keitel) to take the piano. Baines, who has 'gone native', offers to return the piano to her - if she gives him some lessons. These become stages in an increasingly erotic courtship.

Campion unfolds this striking story with bold strokes, including flashes of unexpected humor. The settlement is a chilly, muddy, rainswept place where civilization is barely making an impact. Hunter herself played solo piano and acted as piano coach on the production.

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"KIKA", regia di Pedro ALMODOVAR (durata 109 minuti circa), anno 1993 - IN SPAGNOLO SOTTOLINEATO IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Kika is a bubbly make-up artist who's used to putting a brave face on things. She is involved in a web of intrigue with a crime writer (Peter Coyote) and his stepson whose ex-girlfriend, Andrea Scarface (Victoria Abril), is the predatory host of sicko true-crime TV show Today's Worst. On the look-out for a gruesome scoop and a swipe at her successor, Scarface manages to be the vamp on the spot with a camera when Kika (Verónica Forqué) falls prey to a crazed porn star. It's sexy, it's outrageous, it's wickedly funny!

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VENERDI' 28 APRILE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"CAMERA CON VISTA" (A room with a view), regia di James Ivory (durata 120 minuti circa), anno 1985 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Il capolavoro di James Ivory, premiato con ben tre premi Oscar, è una delle opere più significative della cinematografia europea recente. La suggestiva atmosfera della Firenze dei primi del Novecento avvolge i protagonisti del racconto. Lucy, giovane inglese educata secondo i principi e i canoni della cultura anglosassone, conosce nella città toscana un giovane stravagante connazionale. Svincolati dalle rigide e ferree tradizioni britanniche, vivono un momento di spensierata e forse inconsapevole anarchia.

L'atmosfera del racconto, pervasa da una raffinata ricostruzione degli ambienti e velata da una sottile ironia, coinvolge e rapisce lo spettatore lasciando tuttavia spazio per una critica valutazione dei temi contenuti.

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VENERDI' 5 MAGGIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

 

F I L M O P E R A

"LE NOZZE DI FIGARO", regia di Jean-Pierre Ponnelle (durata 181 minuti circa), anno 1976 - IN ITALIANO - TERZO E QUARTO ATTO

 

TERZO E QUARTO ATTO

F I L M O P E R A

 

C A N T A T A I N I T A L I A N O

di Wolfgang Amadeus Mozart, Libretto di Lorenzo Da Ponte, Orchestra Wiener Philharmoniker, direttore Karl Böhm.

INTERPRETI: Mirella Freni - Kiri Te Kanawa - Maria Ewing - Hermann Prey - Dietrich Fischer-Dieskau.

DAL "DIZIONARIO DELL'OPERA LIRICA" - a cura di Michele Porzio - Arnoldo Mondadori Editore:

I PERSONAGGI. Il conte d'Almaviva, grande di Spagna (basso); la contessa Rosina, sua moglie (soprano); Figaro, cameriere del conte (basso); Susanna, cameriera della contessa (soprano); Barbarina, figlia di Antonio (mezzosoprano); Cherubino, paggio (soprano); Bartolo, medico (basso comico); Marcellina, governante (soprano); don Basilio, maestro di cappella (tenore); Antonio, giardiniere (basso); don Curzio, giudice (tenore). Villani e servitori.

LA TRAMA. L'azione ha luogo nel palazzo del conte d'Almaviva. Atto primo. Una stanza del castello. Figaro e Susanna stanno preparandosi per le nozze imminenti, ma la posizione della stanza che il conte ha loro assegnato desta alcune perplessità e non pochi sospetti nei due sposi: essa infatti è vicina alla camera da letto del padrone, che potrà così più facilmente approfittare della graziosa cameriera. Figaro si mostra sicuro di sé, ma sorgono nuovi ostacoli alla celebrazione di queste nozze: Marcellina, anziana governante di don Bartolo, si fa avanti per far valere un impegno nuziale sottoscritto da Figaro in un momento di grande bisogno per ottenere un prestito. Sopraggiunge Cherubino, un paggio galante con tutte le donne, innamorato della contessa; egli è in cerca di Susanna che interceda per lui presso il conte, adirato d'averlo sorpreso con Barbarina. Ma anche il conte ha scelto proprio quel momento per rinnovare a Susanna le sue profferte amorose e a stento Cherubino riesce a nascondersi dietro una poltrona. Mentre il conte cerca di ottenere da Susanna un appuntamento, sopraggiunge don Basilio e solo l'abilità della fanciulla fa sì che il conte, che a sua volta si nasconde, non si imbatta in Cherubino. Ma il conte, quando don Basilio accenna alla passione di Cherubino per la contessa, non sa trattenersi, esce dal nascondiglio; nella foga del discorso, solleva casualmente un abito della contessa posto sulla poltrona e scopre Cherubino, che qui aveva trovato rifugio. Grande confusione in scena, finché sopraggiunge Figaro a chiedere se può affrettare le nozze. Cherubino andrà soldato a Siviglia. Atto secondo. Camera della contessa. Figaro e Susanna convincono la contessa, triste perché non si sente più amata come un tempo dal conte, a prendersi gioco di lui, mettendolo così nella necessità di rinunciare alle sue galanterie. Tramite don Basilio verrà consegnato al conte un biglietto in cui si parla di una relazione della contessa col suo paggio, mentre Susanna fingerà di accettare un appuntamento, ma, nel luogo stabilito, si presenterà al conte Cherubino, travestito da donna. Ha inizio il travestimento del paggio. Sul più bello sopraggiunge il conte; la contessa confusa nasconde Susanna dietro a una tenda e Cherubino in uno spogliatoio attiguo. Il rumore di uno sgabello rovesciato da Cherubino, casualmente, insospettisce il conte, già allarmato dal biglietto di don Basilio; egli vuol sapere chi si nasconde ed esce con la contessa in cerca di arnesi per scassinare la porta. Susanna approfitta del momento per prendere il posto di Cherubino, che fugge buttandosi dalla finestra. All'apertura della porta, di fronte alla contessa tutta spaurita, si presenta la sorridente Susanna e tutto sembra risolto per il meglio. Il conte addirittura deve chiedere perdono per i suoi sospetti. Ma i guai non sono ancora finiti: il giardiniere Antonio viene a lamentarsi che qualcuno, poco prima, si è gettato dalla finestra rovinandogli i fiori. Figaro cerca di addossare a sé la responsabilità, ma il conte ha la netta impressione di essere preso in giro. La situazione diventa ancora più confusa col sopraggiungere di Marcellina e don Bartolo che vogliono far valere i loro diritti. Atto terzo. Sala del palazzo in cui si devono celebrare le nozze. La contessa non ha ancora rinunciato al suo proposito di combinare un appuntamento a cui intende presentarsi lei stessa. Ma una frase sussurrata a Figaro da Susanna mette in sospetto il conte, che è sempre più deciso a far sposare il suo cameriere con la matura Marcellina. Proprio a questo proposito si assiste a un colpo di scena: da alcuni particolari che Figaro racconta circa la sua nascita misteriosa, Marcellina riconosce in lui il figlio avuto illegittimamente da don Bartolo. Marcellina è quindi la madre di Figaro e le nozze sfumano definitivamente. Ora i matrimoni da celebrare sono due: Figaro e Susanna, Marcellina e don Bartolo che intendono regolarizzare la loro unione. Ritorna in scena Cherubino, creduto lontano, ma che non riesce a staccarsi dalla contessa. Egli si presenta vestito da donna, tra alcune fanciulle che offrono un mazzo di fiori alla contessa. Il giardiniere Antonio, che non sa darsi pace per i suoi fiori calpestati, smaschera Cherubino. Il conte esasperato gli ordina di sposare Barbarina. Si dà inizio alla festa di nozze; mentre l'intrigo ordito dalla contessa ai danni del marito prosegue: Susanna consegna furtivamente al conte un biglietto in cui gli fissa un appuntamento. Atto quarto. Il giardino del palazzo del conte. Figaro viene incidentalmente messo al corrente dell'appuntamento che Susanna avrà col conte e con un gran seguito di testimoni tra cui Bartolo e Basilio si reca al luogo del convegno per smascherare la sposa infedele. Sul luogo giungono la contessa e Susanna in abbigliamenti scambiati; giungono anche Barbarina e Cherubino, Marcellina e ultimo il conte. Da questo momento si intreccia una fitta rete di equivoci, di situazioni rese spassose dallo scambio continuo di persona di cui fanno soprattutto le spese Figaro e il conte: le due donne infatti sono decise a prendersi gioco di loro e a metterli nella situazione di dover infine chiedere perdono dei sospetti infondati. La vicenda si conclude così festosamente, tra la soddisfazione generale.

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DOMENICA 7 MAGGIO 1995 (film ore 17, indi cena):

 

"ADDIO MIA CONCUBINA" (Farewell My Concubine), regia di Chen Kaige (durata 170 minuti circa), anno 1992 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Cresciuti insieme in una durissima scuola di teatro per ragazzi poveri, Dieyi (Leslie Cheung) e Xiaolou (Zhang Fengyi) diventano la coppia di attori più famosa dell'Opera di Pechino. Il dramma classico che interpretano insieme è per Dieyi, destinato per il suo aspetto ai ruoli femminili, il solo spazio concesso al suo amore per Xiaolou. I tragici cambiamenti politici e il matrimonio di Xiaolou con una bellissima prostituta (Gong Li) incrinano il loro sodalizio: accusati ogni volta di essere compromessi con il regime precedente, riusciranno a superare insieme i 50 anni più sconvolgenti della storia cinese.

Melodramma storico ed affresco sgargiante, primo film cinese ad affrontare il tema dell'omosessualità e a condannare apertamente gli orrori della rivoluzione culturale, Addio mia concubina consolida il successo internazionale del cinema cinese. Ammesso alla Accademia di Cinema di Pechino dopo un'esperienza di lavoro rurale - e dopo aver denunciato come 'reazionario' il proprio padre regista di film-opera -, Chen Kaige si è segnalato al Festival di Cannes del 1988 con Il re dei bambini. Insieme a Zhang Yimou, regista di Lanterne rosse e La storia di Qiu Ju, fa parte degli autori artefici della rinascita del cinema cinese detti la 'Quinta Generazione'. Il film ha ricevuto la nomination all'Oscar come Miglior Film Straniero 1993.

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GIOVEDI' 11 MAGGIO 1995 (cena ore 20.30,

indi CONVERSAZIONE):

 

Incontro con il Dottor Giuseppe SFERRAZZA e le Dottoresse Anna Maria CIOTTA e Rosa DE GRANDIS, membri dell'Associazione "Prometeo" di Roma (Associazione per lo studio e lo sviluppo della psicologia e delle psicoterapie), che presenteranno la loro associazione e parleranno sul tema:

"Training autogeno: un mezzo naturale per riappropriarsi dell'equilibrio psico-fisico."

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VENERDI' 12 MAGGIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

 

"TUTTE LE MATTINE DEL MONDO" (Tous les matins du monde), regia di Alain Corneau (durata 110 minuti circa), anno 1991 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Un anziano musicista della corte del Re di Francia, Marin Marais, rievoca la figura dell'insuperato maestro, Sainte Colombe. Nel susseguirsi dei ricordi, Marais rivaluta la personalità schiva e intransigente del maestro, coerente con l'assoluta tensione verso la perfezione musicale, all'opposto con la propria immagine di allora giovane allievo, ambizioso e mondano.

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MARTEDI' 16 MAGGIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

 

"DOPO LA PROVA", regia di Ingmar Bergman (durata 73 minuti circa), anno 1983 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Si tratta della pellicola che il celebre regista svedese ha girato dopo "Fanny e Alexander". Quest'opera è considerata il suggello definitivo al suo lavoro per lo schermo: Bergman, infatti, vi impegna tutto il suo talento cinematografico. Lo scenario è dato da un teatro nudo, dopo la prova, per l'appunto, di un dramma di Strindberg. Gli unici elementi oltre agli attori sono pochi mobili e qualche paravento.

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VENERDI' 19 MAGGIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

F I L M O P E R A

"IL FLAUTO MAGICO", regia di Ingmar Bergman (durata 135 minuti circa), anno 1974 - VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

INTERPRETI: Ulrik Cold, Josef Kostlinger, Birgit Nordin.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

L'antica leggenda del Principe Tamino, del Mago Sarastro e della Regina della Notte ben si adatta alla cinematografia di Ingmar Bergman.

I temi cari al regista svedese, il confine tra Bene e Male, la morte e la malvagità contrapposte alla Speranza e all'Amore, filtrati e addolciti dalla musica dell'opera mozartiana, compongono un film perfetto e armonioso.

Dal "magico incontro di Mozart e Bergman" è nata una pellicola eccezionale, il primo film che rende completa l'unione tra un'opera musicale e il cinema.

Versione originale con sottotitoli in italiano.

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA", DI FERNALDO DI GIAMMATTEO, EDITORI RIUNITI, APRILE 1986:

Il principe Tamino, salvato da un mostro grazie a tre giovani fate, riceve da queste l'incarico di salvare Pamina, figlia della Regina della notte, e ora prigioniera del mago Sarastro. Le fate gli consegnano il ritratto della fanciulla, della quale egli s'innamora, e un flauto magico, e donano a Papageno, un uccellatore divenuto suo scudiero dopo essersi fatto passare inutilmente per suo salvatore, un carillon. Tamino scopre che il mago in realtà è un saggio sacerdote di Iside, padre di Pamina ed ex consorte della Regina della notte, mentre Papageno libera Pamina dalla sorveglianza di Monostato, un negro innamorato della principessa e servitore di Sarastro. I tre si ritrovano nel bosco dove Monostato e i suoi guerrieri stanno per acciuffarli. Ma un carillon, che fa danzare tutti, permette loro di mettersi in salvo. Sopraggiunge Sarastro che punisce Monostato per la sua ostinazione, e spiega a Tamino che, per coronare il suo sogno d'amore ed entrare a far parte del regno della luce, deve superare le tre prove del silenzio, dell'acqua e del fuoco. Nonostante le complicazioni che nascono per la ingenuità di Papageno (innamorato a sua volta di Papagena), l'incredulità di Pamina e le malignità di Monostato (passato a servire la Regina della notte), Tamino ricorre all'aiuto del flauto magico (che allontana gli spiriti avversi) e di geni benevoli. Può così superare brillantemente le tre prove. La Regina della notte, infuriata, muove un attacco al regno del sole, ma è respinta da Sarastro e la luce trionfa sulle tenebre.

Film-opera a cui I. Bergman pensava da molto tempo (dal capolavoro mozartiano era stato colpito quando aveva dodici anni), Trollflöjten mette in scena fedelmente l'originale, come fosse una rappresentazione teatrale (primi piani del pubblico durante l'ouverture, ininterrotto permanere della macchina da presa sul palcoscenico e - nell'intervallo - qualche primo piano di una spettatrice bambina, di vecchi e di giovani di varie razze, nonché un breve sguardo dietro le quinte alla scoperta dell'attore che interpreta Papageno), superando, proprio attraverso il gusto della citazione teatrale, le insidie del melodramma filmato. Sensibile ai simboli massonici del testo, Bergman ne conserva e accentua il tono favolistico ma non rinuncia a inserire qua e là squisite notazioni ironiche (gli attori sollevano cartelli quando stanno per esprimere messaggi morali; una cantante fuma durante l'intervallo, Sarastro legge il 'Parsifal', un Genio si diverte con i disegni animati; i tre bambini salgono al cielo dentro una mongolfiera), in uno spettacolo pensato e realizzato per la televisione. Ne risulta, inaspettatamente (ma, non troppo), una summa delle tematiche non tanto mozartiane quanto bergmaniane: il gusto (attenzione-terrore) dell'ignoto e dell'inesprimibile, gli intrighi inspiegabili della commedia umana, la misoginia, la tendenza alla regressione (illusoria) all'infanzia, lo stupore (anche questo infantile) per la magia dello spettacolo, la malinconia. Un esito stupefacente.

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MARTEDI' 23 MAGGIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

 

"JESUS CHRIST SUPERSTAR", regia di Norman Jewison (durata 104 minuti circa), anno 1973 - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Un musical rock tratto dalla commedia musicale di TIM RICE e ANDREW LLOYD WEBBER ancora sui palcoscenici di tutto il mondo. Un film che ripropone gli episodi più significativi della vita di Gesù in una versione originale e fedele allo stesso tempo. Un "cult movie" per più generazioni, un modo di proporre e attualizzare il Nuovo Testamento con una superba colonna sonora ed intepreti eccezionali.

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VENERDI' 26 MAGGIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

 

I N I N G L E S E S E N Z A S O T T O T I T O L I

"I misteri del giardino di Compton House", regia di Peter Greenaway, durata 106 minuti circa, Gran Bretagna, 1982 - IN INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

 

I N I N G L E S E S E N Z A S O T T O T I T O L I

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Peter Greenaway in una Inghilterra settecentesca, crudele e contraddittoria, imbastisce un insolito giallo in costume. Anche il più piccolo indizio nasconde una traccia: la prova di un terribile segreto. E' quello che Mrs. Talman crede di intravedere nei 12 disegni commissionati al paesaggista di fama e talento, Mr. Neville. Con un contratto a dir poco insolito il pittore doveva eseguire dodici vedute della tenuta di Compton Anstey che dovevano essere l'oggetto di un regalo a Mr. Talman al suo rientro da Southampton. In ogni disegno Mrs. Talman crede di riconoscere i vestiti che il marito indossava alla partenza ed anche un'accusa di omicidio... E' il film capolavoro che ha fatto conoscere alla critica e al pubblico il genio barocco di Greenaway.

DA "FARE SCUOLA CON I FILM", DI SANDRO BERNARDI, UNIVERSALE SANSONI:

Siamo nella seconda metà del Settecento, in una splendida villa inglese. Un pittore seguace del realismo paesaggistico, viene ingaggiato con un generoso contratto per eseguire dodici vedute della villa e del giardino circostante, o forse anche per mettere incinta la moglie del proprietario che è sterile. Per disegnare nel modo più fedele possibile si serve di uno strumento comune a quell'epoca, un apparecchio chiamato velo, inventato, pare, da Leon Battista Alberti e molto usato dai pittori fiamminghi. Ma, a poco a poco, scopre che le scene divergono per una serie di piccoli particolari, che potrebbero anche essere indizi di un assassinio. Fra un sottile erotismo e un'arte del mistero irrisolto, il film sviluppa però un tema figurativo molto importante: la riproduzione del reale e le trasformazioni che il reale subisce nel tempo stesso in cui lo si dipinge. Inoltre suggerisce che il pittore coglie, del mondo che ha davanti molti aspetti che rimangono nascosti agli osservatori quotidiani, aspetti che solo l'occhio suo, educato all'attenzione e alla precisione, riesce a vedere. Il pittore, o il disegnatore, sono quindi come lo scienziato, che scopre nuovi aspetti del mondo, o come il detective, se si preferisce, che cerca negli indizi meno rilevanti le trame della storia e l'intreccio invisibile degli eventi.

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VENERDI' 2 GIUGNO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

 

"ROGOPAG", regia di Ugo GREGORETTI, Pier Paolo PASOLINI, Jean Luc GODARD e Roberto ROSSELLINI (durata 119 minuti circa), anno 1963 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Quattro episodi diretti da quattro registi famosi le cui iniziali formano il titolo del film.

"Il pollo ruspante": è il ritratto di un piccolo borghese che, seguendo i suggerimenti di un esperto di vendite, decide di fare un affare che si rivelerà una delusione.

"Illibatezza": una hostess si finge spregiudicata per scoraggiare le avances di uno spasimante.

"Il nuovo mondo": le radiazioni, dovute all'esplosione di una bomba atomica, che hanno colpito gli abitanti di una città distruggono in essi ogni sentimento umano.

"La ricotta": una comparsa in un film con soggetto religioso muore per una indigestione di ricotta divorata nel tentativo di sfamarsi.

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DOMENICA 4 GIUGNO 1995 (film ORE 17.15, indi cena):

 

I N I T A L I A N O

"QUEL CHE RESTA DEL GIORNO" (THE REMAINS OF THE DAY), regia di James Ivory (durata 129 minuti circa), anno 1993 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA NELLA VERSIONE INGLESE:

Stevens (Anthony Hopkins) is the perfect English butler. Now employed by Mr Lewis (CHRISTOPHER REEVE - Superman), the new American owner of Darlington Hall, Steven has spent the best part of his working life serving Lord Darlington (JAMES FOX - Patriot Games), the host of many prestigious international conferences in the 1930s. It was only when war broke out in 1939, that Lord Darlington's involvment with the Nazi party was uncovered.

Now, twenty years later, Stevens realizes that his unquestioning faith and dedication to duty were misplaced, and cost him dearly in his own personal life. Over several years, he carried on an intense relationship with the Estate's attractive young housekeeper, Miss Kenton (EMMA THOMPSON). But his unwavering sense of duty led Stevens to deny his emotions - and eventually drive away the one woman he loved. Now he wants to make amends...

An extraordinary story of blind emotion and repressed love, THE REMAINS OF THE DAY achieved an astounding 8 Academy Award nominations, including Best Picture, Best Actor and Best Actress. Anthony Hopkins received the BAFTA Award for the Best Performance by an actor in a leading role.

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MARTEDI' 27 GIUGNO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"SIAMO UOMINI O CAPORALI", regia di Camillo Mastrocinque (durata 91 minuti circa), anno 1955 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Totò Esposito è un poveraccio che spera di trovare lavoro come comparsa a Cinecittà, dove si sta girando un film in costume. Esasperato dalle angherie del capocomparse, Totò gli si avventa contro, minacciando di ucciderlo. Finisce così al manicomio, in osservazione; qui espone al medico le sue convinzioni. Secondo lui, al mondo ci sono due categorie di persone: quelle che soffrono, lavorano e sopportano (gli uomini) e quelle che angariano, sfruttano e fanno soffrire gli altri (i caporali). Per spiegarsi meglio, Totò descrive al dottore tutti i "caporali" che ha conosciuto nella sua vita: un milite fascista, il direttore di un campo di concentramento, un ufficiale americano che gli insidia la fidanzata...

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VENERDI' 30 GIUGNO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"Madame Bovary", regia di Claude Chabrol, con Isabelle Huppert (durata 139 minuti circa) - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Siamo nella pigra e sonnolenta provincia francese. In un salotto, quello buono, ci sono un marito innamorato, una bella bambina e una donna, la moglie e la mamma. Qui, giorno dopo giorno, la vita scorre piacevole, normale. Troppo normale per Madame Bovary. Troppo normale per chi dalla vita vuole passioni brucianti. Il mondo fuori è assai più interessante. E Madame Bovary non può accontentarsi di guardarlo dalla finestra.

DAL DIZIONARIO ENCICLOPEDICO ITALIANO TRECCANI:

Bovarismo. Termine designante dapprima la situazione spirituale di Madame Bovary, poi esteso a significare il dissidio tra fantasia e azione o realtà. Jules de Gaultier (Le bovarysme, 1902) v'imperniò un sistema psicologico basato sulla tendenza che ha l'uomo di farsi una personalità fittizia, di ostinarsi a sostenere un ruolo non corrispondente alla propria natura e ai fatti. Per ulteriore estensione, tutte le illusioni che individui e popoli si facciano su se stessi.

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MARTEDI' 4 LUGLIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"Thérèse", regia di Alain Cavalier (durata 90 minuti circa), anno 1986 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

"Un'ora e mezza di grande arte, di emozioni, di follia, di ammirazione senza riserve.   Un capolavoro dalla prima all'ultima immagine..." Così si esprime Le Monde per definire l'opera cinematografica che senza sbavature racconta la storia di una esuberante ragazza che lotta per entrare in convento e che diventerà santa Teresina di Lisieux.   Una storia che avvince nella sua realistica semplicità.

DA "CAHIERS DU CINEMA" N.387, SETT. 1986 - L'ENFANCE DE L'ART di Alain Philippon, pag.5 - Traduzione mia:

Il y avait bien longtemps que ne m'avait été donné de redécouvrir in vivo cette idée selon laquelle un film, neuf fois sur dix, dit, dès ses tout-premiers plans, ce qu'il va être, fond et forme, tempo et tonalité.   Dans les quatre ou cinq - pas plus - premiers plans de Thérèse, Alain Cavalier joue son va-tout: le film sera, dès lors, à prendre ou à laisser.   A Cannes, et c'est tant mieux, tout le monde a pris, et a été pris, c'est le moins qu'on puisse dire.   A l'heure où j'écris ces lignes, je n'ai lu ni entendu aucun propos d'Alain Cavalier sur son film.

(...) Mais je serais fort surpris que Cavalier ait calculé le meilleur moyen de " cueillir " le spectateur dès les premiers plans, tant il me semble que son film, même s'il respecte le public comme rarement, n'a pu être fait, dans une certaine mesure, qu'en ne pensant qu'à lui (le film).   Thérèse est à cet égard un exemple plutôt rare où une certaine forme d'autarcie (impliquée par le lieu, bien sûr, mais surtout par la démarche) permet paradoxalement une communication idéale avec le spectateur.

Car Thérèse, de toute évidence, n'appartient pas à la planète-cinéma.   Sans doute la position d'outsider du cinéma français d'Alain Cavalier y est-elle pour quelque chose.   Thérèse ne ressemble à rien, pas même au cinéma de Robert Bresson auquel on pourrait être tenté de le comparer, à cause de la rigueur de son écriture et de son recours intensif à l'ellipse, à la litote et à la métonymie.   Outre que Thérèse est tout sauf un film pessimiste, l'usage fréquent que fait Alain Cavalier du raccourci (ou de l'insert, de l'effet d'enchâssement) n'a rien à voir avec " l'effet-couperet " des films de Robert Bresson (dernière manière surtout, et L'argent plus que tout autre film): même si Alain Cavalier se permet quelques raccords fulgurants, ses plans ne " tombent " pas comme les plans bressonniens, qui raccordent à la guillotine.   La différence, pour n'en citer qu'une, est toute dans les fondus au noir, sur lesquels j'aimerais m'attarder un peu, parce qu'ils excèdent largement un simple effet d'écriture.

(...) Thérèse est l'histoire d'une petite paysanne bien en chair (les interprètes sont formidables, mais Catherine Mouchet est tout simplement géniale) qui ne se désincarne pas, mais qui, tuberculose aidant, devient de plus en plus légère et aérienne.

Era molto tempo che non mi si offriva la possibilità di riscoprire in vivo l'idea secondo la quale un film, nove volte su dieci, dice, sin dai suoi primissimi piani, ciò che diventerà, sfondo e forma, tempo e tonalità.   Nei quattro o cinque - non di più - primi piani di Thérèse, Alain Cavalier gioca la sua ultima carta: il film sarà, sin da quel momento, da prendere o da lasciare.   A Cannes, ed è tanto meglio, tutti hanno preso e sono stati presi, è il meno che si possa dire.   Nel momento in cui scrivo questo articolo, non ho né letto né ascoltato alcun commento di Alain Cavalier sul suo film.   Ma sarei molto sorpreso se Cavalier avesse calcolato il modo migliore di " catturare " lo spettatore sin dai primi piani, tanto mi sembra che il suo film, anche se rispetta il pubblico così come accade raramente, non ha potuto essere costruito, in una certa misura, se non pensando che a lui (il film).   Thérèse è da questo punto di vista un esempio piuttosto raro in cui una certa forma d'autarchia (implicata dal luogo, certamente, ma soprattutto dal procedimento) permette paradossalmente una comunicazione ideale con lo spettatore.

Perché Thérèse, con molta evidenza, non appartiene al pianeta-cinema.   Senza dubbio la posizione di outsider del cinema francese d'Alain Cavalier gioca un ruolo importante.   Thérèse non somiglia a niente, neanche al cinema di Robert Bresson, al quale si potrebbe avere la tentazione di paragonarlo, a causa del rigore della sua scrittura e al ricorso intensivo all'ellissi, alla litote ed alla metonimia.   Oltre al fatto che Thérèse è tutt'altro che un film pessimista, l'uso frequente fatto da Alain Cavalier dello scorcio (o dell'inserto, dell'effetto di incastonamento) non ha niente che vedere con " l'effetto-mannaia " dei film di Robert Bresson (soprattutto ultima maniera, e L'Argent più di ogni altro film): anche se Alain Cavalier si permette qualche raccordo folgorante, i suoi piani non " cadono " come i piani bressoniani, che si collegano alla ghigliottina.   La differenza, per non citarne che una, è tutta nei fondali al nero, sui quali mi piacerebbe soffermarmi un po', perché eccedono largamente un semplice effetto di scrittura.

Thérèse è la storia di una contadinella ben in carne (gli interpreti sono formidabili, ma Catherine Mouchet è semplicemente geniale) che non si disincarna, ma che, grazie alla tubercolosi, diventa sempre più leggera ed aerea.

 

DA "IL SANTO DEL GIORNO" - DI MARIO SGARBOSSA E LUIGI GIOVANNINI - EDIZIONI PAOLINE:

1° OTTOBRE - S. TERESA DI GESU' BAMBINO - vergine (memoria)

Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo (Thérèse Martin, nata ad Alençon in Francia nel 1873 e morta nel 1897) ha dato alla sua breve esistenza l'impronta ineguagliabile del sorriso, espressione di quella gioia ultraterrena, che secondo le sue parole, " non sta negli oggetti che ci circondano, ma risiede nel più profondo dell'anima ".   Incline per temperamento a una calma e composta tristezza, Teresa, magnifici capelli biondi, occhi azzurri, lineamenti delicati, alta, straordinariamente bella, quando scriveva sul suo diario " Oh, sì tutto mi sorriderà quaggiù ", stava sperimentando ingiustizie e incomprensioni, e già minata dalla tubercolosi polmonare, stremata di forze, non rifiutava alcun lavoro pesante e continuava " a gettare a Gesù i fiori dei piccoli sacrifici ".

Chiunque abbia letto le stupende pagine dei suoi quadernetti in cui andava tracciando, per obbedienza, le sue esperienze interiori, pubblicate poi sotto il titolo di Storia di un'anima, sa bene che questi sacrifici non erano piccoli.   Teresa ha dato alla sua vita di ascesi l'inconfondibile stile e titolo di " infanzia spirituale " non per una innata tendenza di mettere tutto al diminutivo, ma per una scelta ben precisa, conforme all'invito evangelico di " farsi piccoli " come i bambini.   Ella scrive: " Io mi ero offerta a Gesù Bambino per essere il suo trastullo, e gli avevo detto che non si servisse di me come di uno di quei balocchi di pregio, che i fanciulli si contentano di guardare, ma come di una piccola palla di nessun valore, da poter buttare per terra, spingere col piede, lasciare in un canto, oppure stringere al cuore, qualora ciò potesse fargli piacere.   In una parola volevo divertire Gesù Bambino e abbandonarmi ai suoi capricci infantili ".

La via dell'infanzia spirituale è anche espressione della sua profonda umiltà.   I nove anni che trascorse nel Carmelo di Lisieux (vi era entrata a quindici anni, dopo essersi recata a Roma a chiederne l'autorizzazione al papa) li visse così intensamente da offrire al mondo cattolico la sorprendente immagine di una santa, apparentemente estranea al mondo in cui visse, senza rapporti spirituali col mondo moderno, e tuttavia così immersa nella realtà della vita ecclesiale da essere dichiarata nel 1927, due anni dopo la sua elevazione agli onori degli altari, patrona principale delle missioni, ed essere invocata, dal 1944 come patrona secondaria della Francia, accanto alla battagliera S. Giovanna d'Arco.   La giovane santa, che aveva mantenuto la promessa di far cadere dal cielo una pioggia di rose, continua a irrorare la Chiesa.

 

ALCUNI PENSIERI DI TERESA:

Le attrattive del mondo sono svanite per noi, ma è tutto fumo, e a noi resta la realtà.   La vita diventa così un autentico tesoro: ogni istante è un'eternità, un'eternità di gioia per il cielo, un'eternità... Solamente Gesù è, tutto il resto non è.

 

Se fossi morta a ottant'anni e fossi stata in diversi monasteri, carica di responsabilità, sarei morta, lo sento bene, piccola come oggi.   Ed è scritto che alla fine il Signore si alzerà per salvare tutti i miti e gli umili della terra.   Non dice 'giudicare', bensì 'salvare'.

 

La gioia non la troviamo negli oggetti che ci stanno intorno, bensì nel profondo dell'anima, possiamo averla in una prigione altrettanto bene che in un palazzo: la prova è che io sono più felice nel Carmelo, anche tra prove intime ed esteriori, che nel mondo, circondata dalle comodità della vita, e soprattutto dalle dolcezze del focolare paterno.

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MARTEDI' 11 LUGLIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"PEGGY SUE SI E' SPOSATA" (Peggy Sue got married), regia di Francis Coppola (durata 99 minuti circa), anno 1986 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Peggy Sue è una donna sposata, non ancora quarantenne con due figlie e un matrimonio in crisi. Come in una favola, ritorna... al passato durante una festa con ex compagni di college. Sviene e si ritrova (magicamente) ad un party di 25 anni prima, nei panni di una ragazzina con la testa di una donna matura. La tentazione di cambiare il proprio futuro è forte ma... Una bellissima favola sentimentale nell'American Graffiti degli anni '60, firmata Francis Ford Coppola ed interpretata da una bravissima Kathleen Turner e da un fascinoso Nicolas Cage.

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VENERDI' 14 LUGLIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"Belva di guerra", regia di Kevin Reynolds (durata 109 minuti circa), anno 1988 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

"Belva di guerra" è il commovente ritratto a forti tinte di un soldato sul campo di battaglia diviso fra coscienza e dovere. La storia si svolge in una desolata regione dell'Afghanistan; un piccolo villaggio viene raso al suolo da uno spietato comandante e dalle sue truppe che si avvalgono di un carroarmato apparentemente indistruttibile. Il soldato che ha guidato il carroarmato (Jason Patrick, "I ragazzi perduti"), non riuscendo a trovare una giustificazione a tanta brutalità, si ribella e perciò, giudicato un traditore, viene lasciato a morire sotto il sole cocente del deserto. Per un'ironia della sorte, il soldato viene salvato proprio da un capo nemico (Steven Bauer, "Scarface"). Insieme, i due improbabili alleati si prefiggono di distruggere il carroarmato, soprannominato "Belva di guerra". Iscrivendosi nel filone di "Das Boot" e "Platoon", questa avvincente avventura offre spettacolari sequenze di azione e mostra dei combattenti che in un panorama di morte e distruzione riescono tuttavia a stabilire un legame di umanità.

DA "VARIETY MOVIE GUIDE 1994"- Traduzione mia:

A harrowing, tightly focused war film that becomes a moving, near-Biblical allegory, The Beast represents a stellar achievement for all involved. Based on William Mastrosimone's play Nanawatai, the picture explores a single fictional incident set in 1981, the second year of the Russian occupation of Afghanistan.

A Russian tank gets trapped in a no-exit valley after its brutal decimation of a nearby Afghan village, and the surviving villagers, who've discovered a weapon capable of destroying a tank, decide to track it down for revenge.

'The Beast' is the tank, a formidably efficient war machine that becomes the center of the picture. Among its crew are Daskal (George Dzundza), a vicious, paranoid commander capable of killing his own crewmen, and Koverchenko (Jason Patric), a conscience-stricken former philosophy student. The Afghans, who see the war in religious terms, include a young man (Steven Bauer) struggling to attain a leadership role.

Performances, many of them repeated from the stage version, are remarkably evocative, particularly from the Afghans, who speak in subtitled dialect (the Russians speak English). Patric gives a resonant portrayal of the questioning Russian.

From the picture's harrowing opening scene to its beautiful, meditative final stroke, director Kevin Reynolds (Fandango) displays remarkably mature and effective storytelling skills. Photography of Israeli desert locales is striking.

Atroce film di guerra, saldamente focalizzato, che diventa una commovente, quasi-biblica allegoria, Belva di guerra rappresenta un risultato stellare per tutte le persone implicate. Basato sul dramma di William Mastrosimone Nanawatai, il film esplora un singolo episodio, frutto di fantasia, verificatosi nel 1981, secondo anno dell'occupazione dell'Afghanistan da parte dei russi.

Un carro armato resta intrappolato in una valle senza via d'uscita dopo aver brutalmente decimato la popolazione in un vicino villaggio afgano, ed i sopravvissuti, che hanno trovato un'arma capace di distruggere il carro armato, decidono di snidarlo per vendicarsi.

'La Belva di guerra' è il carro armato, una macchina bellica eccezionalmente efficiente che diventa il centro del film. Membri dell'equipaggio sono Daskal (George Dzundza), un cattivo, paranoico comandante capace di uccidere i suoi stessi uomini, e Koverchenko (Jason Patric), colpito nella propria coscienza, precedentemente studente in filosofia. Gli afgani, che vedono la guerra in termini religiosi, hanno nelle proprie file un giovane uomo (Steven Bauer), che lotta per ottenere la leadership.

Le interpretazioni, molte delle quali mutuate dalla versione teatrale, sono evocative in maniera rimarchevole, particolarmente dalla parte degli afgani, che parlano in un dialetto sottotitolato (I russi parlano inglese). Patric fornisce un ritratto risonante del russo non conformista.

Dall'atroce scena iniziale fino al bello, meditativo colpo di scena finale, il regista Kevin Reynolds (Fandango) mostra di essere capace di narrare una storia in maniera matura ed efficace. E' impressionante la fotografia delle località del deserto israeliano.

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MARTEDI' 18 LUGLIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"PICCOLO BUDDHA" (Little Buddha), regia di Bernardo Bertolucci (durata 132 minuti circa), anno 1993 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Nella vita della famiglia Konrad irrompono improvvisamente due monaci buddisti, giunti dal lontano Buthan. Il piccolo Jesse potrebbe infatti essere la reincarnazione di un saggio e onorato lama, scomparso tempo prima. Legatosi profondamente ai due monaci, il bambino si recherà con il padre in Buthan, per meglio studiare riti e costumi buddisti e compiere quel cammino di purificazione e illuminazione che secoli prima aveva affrontato il principe Siddharta personificazione di Buddha.

DALLA SCENEGGIATURA DEL FILM "PICCOLO BUDDHA" - EDITORE BOMPIANI:

LAMA NORBU: Stanno cantando il Sutra del Cuore... una bellissima preghiera... Imparatela, tenetela con voi, nel vostro cuore... sempre. Vi aiuterà...

"O Shariputra, la forma è vuota,

Il vuoto è forma.

La forma non è altro che il vuoto,

Il vuoto non è altro che la forma...

O Shariputra, tutte le cose che esistono

Sono espressione del vuoto:

Non nate, non distrutte, non macchiate, non pure,

Senza perdita, senza profitto...

Pertanto nel vuoto non c'è forma,

Né sensazione, concezione, discriminazione, consapevolezza.

Né occhio, né orecchio, né naso, né lingua, né corpo, né mente.

Né colore, né suono, né odore, né sapore, né tocco, né cosa esistente.

Né regno della vista, né regno della coscienza.

Né ignoranza, né fine dell'ignoranza,

Né vecchiaia, né morte.

Né sofferenza, né causa - né fine - della sofferenza.

Né strada, né saggezza, né profitto.

Senza profitto, così vivono i Bodhisattva

In perfetta comprensione e senza ostacoli

Per la mente - senza ostacoli, perciò senza paura.

Lontano, oltre i pensieri e le illusioni,

Ecco il Nirvana..."

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VENERDI' 21 LUGLIO 1995 (cena ore 20.30,

indi CONVERSAZIONE):

 

INCONTRO CON L'AMICO ULISSE DI CORPO CHE PARLERA' DELLA SUA PUBBLICAZIONE:

"MES - DALLA VECCHIA ALLA NUOVA ALLEANZA"

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MARTEDI' 25 LUGLIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

IN SPAGNOLO - SOTTOTITOLI IN INGLESE

"BELLE EPOQUE", regia di Fernando Trueba (durata 108 minuti circa), anno 1993 - IN SPAGNOLO SOTTOTITOLATO IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

A lyrical, visually stunning essay on living and loving in a time of social upheaval in Spain, at the dawn of the second Republic. Fernando (Jorge Sanz) is a young army deserter who finds sanctuary in the country estate of an elderly, liberal painter, Manolo (Fernando Fernán Gomez). He also encounters Manolo's four daughters, each with whom he experiences brief, but intense passion. Days of love and friendship, joy and sadness, pleasure and pain, follow and will be the best days of Fernando's life. Though he has no way of knowing at the time, these days will become his "belle époque" as he discovers the nature of free, unpossessive love.

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MARTEDI' 25 LUGLIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

IN SPAGNOLO - SOTTOTITOLI IN INGLESE

"BELLE EPOQUE", regia di Fernando Trueba (durata 108 minuti circa), anno 1993 - IN SPAGNOLO SOTTOTITOLATO IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

A lyrical, visually stunning essay on living and loving in a time of social upheaval in Spain, at the dawn of the second Republic. Fernando (Jorge Sanz) is a young army deserter who finds sanctuary in the country estate of an elderly, liberal painter, Manolo (Fernando Fernán Gomez). He also encounters Manolo's four daughters, each with whom he experiences brief, but intense passion. Days of love and friendship, joy and sadness, pleasure and pain, follow and will be the best days of Fernando's life. Though he has no way of knowing at the time, these days will become his "belle époque" as he discovers the nature of free, unpossessive love.

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VENERDI' 28 LUGLIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

 

"IL TEMPO DEI GITANI", regia di Emir Kusturica (durata 135 minuti circa), anno 1989 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Orfano, il giovane Perhan (Davor Dujmovic) vive in una piccola comunità Rom della Jugoslavia con la nonna Baba (Ljubica Adzovic), rispettata guaritrice, la sorellina menomata ad una gamba e lo zio dongiovanni. Non potendo sposare la ragazza che ama, Perhan parte per l'Italia al seguito di Ahmed, uomo ricco e disonesto, e impara rapidamente a rubare, mendicare, fare il ruffiano e perfino commerciare bambini. Tornato al villaggio lo attende una realtà mutata e dolente che lo spingerà progressivamente ad un liberatorio ed estremo gesto di riscatto.

Conciliando perfettamente gli elementi magici con il tessuto del dramma, Emir Kusturica ha realizzato, con un film corale, ricchissimo e disordinato, il più autentico omaggio alla cultura Rom. Nato a Sarajevo e diplomatosi alla scuola di cinema di Praga, ha tracciato, attraverso le storie private di bambini e adolescenti, un ritratto appassionato e poco conciliante della passata storia jugoslava con Ti ricordi di Dolly Bell? (Sjecasse Dolly Bell, 1981) - Premio Miglior Opera Prima alla Mostra di Venezia) e con il successivo Papà è in viaggio d'affari (Otac nasluzbenoh putu, 1985 - Palma d'Oro al Festival di Cannes).

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VENERDI' 4 AGOSTO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"UN MONDO PERFETTO" (A perfect world), regia di Clint Eastwood (durata 138 minuti circa), anno 1993 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Texas, 1965. Il presidente Kennedy sta per visitare Dallas. Il governatore non può permettere che lo scenario sia guastato da brutte notizie, come l'evasione del criminale incallito Butch Haynes (Kevin Costner) in fuga con un ostaggio di sette anni. L'esperto ranger Red Garnett (Clint Eastwood), accompagnato suo malgrado dalla giovane criminologa Sally Gerber (Laura Dern, "Jurassic Park"), si getta sulle tracce di Haynes. Ma è difficile prevederne tanto le mosse quanto lo sviluppo del suo rapporto con il piccolo ostaggio. Accomunati da un'infanzia difficile e da un padre assente, i due sviluppano un assurdo, toccante sodalizio; la terribile avventura del giovane Philip gli regala momenti splendidi, che cambieranno la sua vita... e quella di Haynes. Dall'inizio, alla toccante fine, il film unisce momenti di tensione a rappresentazioni di intenso calore umano e carica emotiva. Clint Eastwood, regista oltre che interprete, ha saputo valorizzare al meglio gli splendidi protagonisti, fra cui l'esordiente T.J. Lowther (Philip), che sa dotare il suo personaggio di spontaneità, tenerezza e simpatia indimenticabili.

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VENERDI' 11 AGOSTO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"LA CITTA' DEL SOLE", regia di Gianni Amelio (durata 68 minuti circa), anno 1973 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

LA CITTA' DEL SOLE è il titolo dell'opera più famosa del filosofo del '600 Tommaso Campanella. Gianni Amelio ha realizzato il film LA CITTA' DEL SOLE raccontando sia la vita di Campanella, soffermandosi sulle sue idee, sia facendo una profonda riflessione sul rapporto tra realtà e utopia. Il regista cerca di uscire dai confini della vicenda storica per cogliere i risvolti del pensiero di Campanella, che possono interessare l'attualità del nostri giorni.

La storia e le vicende biografiche del filosofo domenicano offrono l'occasione per meditare sui nodi problematici del suo pensiero, sui concetti di utopia, di rivoluzione e sul ruolo dell'intellettuale nella società. Un film profondo e affascinante, ricco di riferimenti culturali e costruito con una raffinata attenzione alla composizione figurativa delle immagini, che trae ispirazione dalla scuola pittorica napoletana del '600.

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VENERDI' 25 AGOSTO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"LE RELAZIONI PERICOLOSE", regia di Stephen Frears (durata 121 minuti circa), anno 1989 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

–I grandi protagonisti del romanzo più scandaloso del settecento "Relazioni pericolose" di Chordelos de Laclos tornano in questo film (vincitore di 3 Oscar) diretto da Stephen Frears. Il visconte di Valmont (John Malkovich) e la Marchesa di Merteuil (Glenn Close) tessono un intrigo per screditare un ex amante di lei, che sta per sposarsi con una giovane ragazza. Ma Valmont è più interessato a sedurre la signora di Tourvel (Michelle Pfeiffer), una giovane ed affascinante donna sposata. Alla fine riuscirà a sedurle entrambe ma con un'inattesa complicazione: trasgredendo il rigido codice del seduttore di professione che regola l'esistenza sua e della Marchesa di Merteuil, Valmont si macchia dell'unico peccato imperdonabile - innamorarsi di Madame de Tourvel. Una debolezza sentimentale che, inevitabilmente sfocerà in una tragedia...

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VENERDI' 1° SETTEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"IL BUONO, IL BRUTTO E IL CATTIVO", regia di Sergio Leone (durata 169 minuti circa), anno 1966 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Ambientato nel periodo della guerra di secessione, il film alterna atmosfere epiche caratteristiche del cinema di Leone a momenti beffardi e ironici.

Tre furfanti - Clint Eastwood, Lee Van Cleef ed Eli Wallach nella parte del Brutto - si contendono un ricco bottino cercando di raggirarsi a vicenda: chi ucciderà chi e con quale risultato?

"Il Buono, il Brutto e il Cattivo" è un kolossal dello "spaghetti western", un'opera tutta azione e messa in scena grandiosa, un film di massa che si trasforma in commedia umana. Wallach, ottimo attore americano, annovera tra i suoi successi "Baby Doll" e il classico "I magnifici sette" di John Sturges.

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MARTEDI' 5 SETTEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"COME l'ACQUA PER IL CIOCCOLATO", regia di Alfonso Arau (durata 109 minuti circa), anno 1992 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA IN ITALIANO:

Messico, 1940. La violenta passione che travolge Pedro e Tita, trova un ostacolo nella tradizione, che vuole che in ogni famiglia, la figlia minore resti nubile affinché accudisca la madre anziana.

Pedro non si dà pace e pur di stare vicino all'innamorata, prende in moglie Rosaura, la sorella maggiore.

Oppressa dalla clandestinità, Tita inventa allora un modo assai curioso per comunicare con Pedro: sfrutta il suo straordinario talento culinario preparando per l'amato dei piatti elaboratissimi, una sorta di codice segreto che solo Pedro può decifrare.

Un successo di pubblico e di critica straordinario per coniugare al meglio erotismo e pranzetti luculliani.

Il film è tratto dal libro: "Dolce come il cioccolato" di Laura Esquivel.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA IN SPAGNOLO:

Tita is prevented from marrying the man she loves because she must look after her mother. Forced to endure further distress when her sister's hand is offered to him she finds expression for her fury, passion, sorrow and delight through cooking. This magical and extravagant comedy, set in turn-of-the-century Mexico, is taken from Laura Esquivel's best-selling novel and has won 18 international awards.

Mexican hot chocolate is made with boiling water and fresh cocoa. Someone in a state of agitation or sexually aroused is said to be 'like water for chocolate'.

DALLA PRESENTAZIONE DELL'EDIZIONE SPAGNOLA DEL LIBRO "COMO AGUA PARA CHOCOLATE" DI LAURA ESQUIVEL:

Tita y Pedro se aman. Pero ella está condenada a permanecer soltera, cuidando a su madre hasta que ésta muera. Y Pedro, para estar cerca de Tita, se casa con la hermana de ella, Rosaura. Las recetas de cocina que Tita elabora puntean el paso de las estaciones de su vida, siempre marcada por la presente ausencia de Pedro. Y la acompañan en su apoteosis y en su tránsito a una sabrosa, muy sabrosa eternidad.

Como agua para chocolate, "novela de entregas mensuales, con recetas, amores y remedios caseros" es una agridulce comedia de amores y desencuentros. Bajo una deliberada forma de lo que podría llamarse "folletín gastronómico", se encierra una obra chispeante, tierna y llena de talento de la mejor ley. Por todo ello, esta novela se ha convertido en una auténtica revelación y en un éxito extraordinario, "el más fulminante de la literatura iberoamericana desde Cien años de soledad" (Sergio Vila-San Juan).

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VENERDI' 8 SETTEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

 

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 1° EPISODIO: "L'EPOCA DELLE PRIME CANZONI", regia di Edgar Reitz (durata 120 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

HEIMAT 2 - PRESENTAZIONE GENERALE

Cronaca di una giovinezza - Un Bildungsroman per immagini della generazione degli Anni '60, piena di sogni e di utopie. Un gruppo di ventenni innamorati della musica e dell'arte, tutti alla ricerca di una strada per esprimere se stessi, tutti alla ricerca di "una seconda patria" dove vivere, dove trovare finalmente la piena realizzazione delle proprie aspirazioni. L'amore, i sogni, le sconfitte, i fallimenti di giovani che si dibattono disperatamente nella vana ricerca della libertà e dell'arte.

PRIMO EPISODIO: "L'EPOCA DELLE PRIME CANZONI"

Hermann decide di lasciare Schabbach, la sua cittadina natale, per andare a Monaco a studiare musica. Il giovane fugge dal soffocante e ottuso clima della provincia e da una cocente delusione d'amore per mettere alla prova il suo talento artistico e dedicare tutte le sue energie alla musica. A Monaco Hermann trova un ambiente culturalmente molto vivace e stimolante, ma soprattutto incontra al Conservatorio Clarissa, un'affascinante violoncellista. I due si corteggiano con diffidenza, sono fortemente attratti l'uno dall'altra, ma entrambi feriti nei sentimenti da precedenti esperienze faticano a lasciarsi andare alle passioni. Un grande amore solo sfiorato, incompiuto, che forse nessuno dei due ha il coraggio di affrontare.

AVVENIMENTI DELL'ANNO 1960 (dalla sceneggiatura di HEIMAT 2 - edizione italiana):

Gennaio: inizio della costruzione dela diga di Assuan - Febbraio: la Francia diviene potenza atomica - Marzo: Hans Jochen Vogel diventa sindaco di Monaco - Aprile: in Germania esce Hiroshima mon amour - Maggio: muore Boris Pasternak; gli israeliani rapiscono Georg Eichmann in Argentina; Breznev diventa presidente - Agosto: i Beatles suonano per la prima volta a St. Pauli; Armin Hary vince l'oro alle olimpiadi di Roma.

DALLA SCENEGGIATURA:

HERMANN. Lieber Gott, du bist in mir. Deswegen kannst du mich auch hören. Deswegen gelobe ich jetzt folgendes.

Erstens: Mit der Liebe soll es für alle Zeiten vorbei sein. Wenn es nämlich die Liebe gibt, dann gibt es sie nur einmal, und lieber wollt' ich mir die Zung' abbeißen, als zu einer anderen Frau zu sagen: Ich liebe dich. Und auf die zweit und dritt und viert und fünfzehnt Lieb' kann ich verzichten, weil ich sie lächerlich finde.

Zweitens: Ich schwöre, daß ich aus Schabbach und dem fürchterlichen Hunsrück fortgehe. Vor allem von meiner Mutter und dem Elternhaus - und ich will nie mehr zurückkommen, auch dann net, wenn ich mal berühmt bin und sie mich alle gern sehen wollen. Dann erst recht net.

Drittens: Die Musik soll meine einzige Liebe sein und meine Heimat. Die Musik ist überall, wo die Menschen frei sind. Ich weiß, daß mich niemand verstehen wird, aber ich will von den großen Meistern lernen, die auch alle einsam waren.

Lieber Gott, ich schwöre, daß ich all das eisern in die Tat umsetzen werde, sobald ich neunzehn bin und das Abitur bestanden habe.

Amen.

HERMANN: [O caro Dio, tu sei in me. Per questo mi puoi anche sentire. Per questo ora faccio il seguente voto:

Primo: con l'amore è finita per sempre. Se infatti l'amore esiste, allora esiste solo una volta, e preferirei piuttosto mozzarmi la lingua che dire a un'altra donna: ti amo. E al secondo e terzo e quarto e quindicesimo amore posso rinunciare, perché li trovo ridicoli.

Secondo: giuro di andarmene via da Schabbach e dallo spaventoso Hunsrück. Prima di tutto da mia madre e dalla casa dei miei genitori; e non voglio ritornare mai più, nemmeno quando diventassi famoso e tutti volessero salutarmi. Allora meno che mai.

Terzo: la musica deve essere il mio unico amore e la mia patria. La musica è dappertutto, dove gli uomini sono liberi. Lo so che nessuno mi capirà, ma voglio imparare dai grandi maestri, che erano persone dei solitarie.

Caro Dio, ti giuro che metterò in pratica in modo ferreo tutto questo, non appena avrò diciannove anni e avrò fatto la maturità.

Amen.]

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MARTEDI' 12 SETTEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

 

"IL VENTRE DELL'ARCHITETTO", regia di Peter Greenaway (durata 118 minuti circa), anno 1987 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Un architetto inglese, Sturley Kracklite, viene a Roma con la moglie Luisa per organizzare una mostra su Etienne Luis Boulée, un architetto visionario della fine del XVIII secolo noto per la grandiosità dei suoi progetti mai realizzati. Durante la permanenza a Roma, egli si accorge di essere colpito da un male incurabile. Dapprima cerca consolazione nell'amore, nel sesso, nei soldi e nella reputazione professionale ma, non riuscendo a trovare nessun conforto, si aggrappa infine all'ultima speranza che gli resta: il suo lavoro e la sua arte.

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MARTEDI' 12 SETTEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

 

"IL VENTRE DELL'ARCHITETTO", regia di Peter Greenaway (durata 118 minuti circa), anno 1987 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Un architetto inglese, Sturley Kracklite, viene a Roma con la moglie Luisa per organizzare una mostra su Etienne Luis Boulée, un architetto visionario della fine del XVIII secolo noto per la grandiosità dei suoi progetti mai realizzati. Durante la permanenza a Roma, egli si accorge di essere colpito da un male incurabile. Dapprima cerca consolazione nell'amore, nel sesso, nei soldi e nella reputazione professionale ma, non riuscendo a trovare nessun conforto, si aggrappa infine all'ultima speranza che gli resta: il suo lavoro e la sua arte.

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VENERDI' 15 SETTEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

 

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 2° EPISODIO: "DUE OCCHI DA STRANIERO", regia di Edgar Reitz (durata 115 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

HEIMAT 2 - PRESENTAZIONE GENERALE

Cronaca di una giovinezza - Un Bildungsroman per immagini della generazione degli Anni '60, piena di sogni e di utopie. Un gruppo di ventenni innamorati della musica e dell'arte, tutti alla ricerca di una strada per esprimere se stessi, tutti alla ricerca di "una seconda patria" dove vivere, dove trovare finalmente la piena realizzazione delle proprie aspirazioni. L'amore, i sogni, le sconfitte, i fallimenti di giovani che si dibattono disperatamente nella vana ricerca della libertà e dell'arte.

 

RIASSUNTO DEL PRIMO EPISODIO:

Hermann decide di lasciare Schabbach, la sua cittadina natale, per andare a Monaco a studiare musica. Il giovane fugge dal soffocante e ottuso clima della provincia e da una cocente delusione d'amore per mettere alla prova il suo talento artistico e dedicare tutte le sue energie alla musica. A Monaco Hermann trova un ambiente culturalmente molto vivace e stimolante, ma soprattutto incontra al Conservatorio Clarissa, un'affascinante violoncellista. I due si corteggiano con diffidenza, sono fortemente attratti l'uno dall'altra, ma entrambi feriti nei sentimenti da precedenti esperienze faticano a lasciarsi andare alle passioni. Un grande amore solo sfiorato, incompiuto, che forse nessuno dei due ha il coraggio di affrontare.

SECONDO EPISODIO: "DUE OCCHI DA STRANIERO"

Nella Monaco degli anni '60 Hermann si trova circondato da altri giovani con le stesse speranze, con le stesse ingenue illusioni. La ricerca della grandezza, l'utopia megalomane e coraggiosa di dedicare la propria vita all'arte sembrano essere il comune denominatore dei giovani aspiranti artisti, che si ritrovano a Monaco. Hermann conosce Juan, un giovane studente cileno, musicista e prestigiatore, dal genio esuberante e poliedrico, che insegue in modo un po' caotico la via del successo e dell'affermazione artistica col solo risultato di ritrovarsi un'esistenza disordinata e sconclusionata. Grazie a Hermann, Juan conosce Clarissa e se ne innamora, complicando ancora di più i tormenti sentimentali di Hermann.

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MARTEDI' 19 SETTEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

IL FILM SARA' PRECEDUTO DA UN DOCUMENTARIO

SU NEW ORLEANS

IN LINGUA INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

DELLA DURATA DI CIRCA TRENTA MINUTI

"PRETTY BABY", regia di Louis Malle (durata 105 minuti circa), anno 1980 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Per questo toccante film, Louis Malle (acclamato regista di fama internazionale) ha scelto come soggetto una cruda realtà ancora oggi considerata da molti un "tabù", la prostituzione minorile. E.J. Bellocq (Keith Carradine) nella storia è un fotografo la cui ossessione per le prostitute del quartiere "a luci rosse" di New Orleans lo porta un giorno a restare totalmente affascinato da Violet (Brooke Shields all'età di dodici anni), per il suo comportamento spregiudicatamente civettuolo. Malle, regista di indiscutibile talento, affronta splendidamente temi e situazioni controverse rendendo "Pretty Baby" un film da non perdere! Tra i protagonisti, anche Susan Sarandon ("Calda emozione").

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VENERDI' 22 SETTEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

VERSIONE ORIGINALE INGLESE SOTTOTITOLATA IN INGLESE

"LEZIONI DI PIANO" (The piano), regia di Jane Campion (durata 114 minuti circa), anno 1992 - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

VERSIONE ORIGINALE INGLESE SOTTOTITOLATA IN INGLESE

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

La regista di "Sweetie" e di "Un angelo sulla mia tavola" firma il suo capolavoro. Ada è muta dall'età di sei anni e suona il piano con la grazia delle persone belle "dentro". Nel 1853, costretta dal padre, si trasferisce dalla Scozia alla Nuova Zelanda per darsi in moglie ad un proprietario terriero. Qui, però, s'innamora di un bianco trasformatosi in maori, suscitando l'ira del "marito per forza". Colori forti, emozioni irresistibili, spiagge candide sporcate da improvvise scie di violenza. Holly Hunter è bravissima nel comunicare attraverso la gestualità al contempo istintiva e ragionata, muovendosi in un'atmosfera dolce e annebbiata, dove il romanticismo vive e si dispiega come nei romanzi dell'ottocento.

 

DA "VARIETY MOVIE GUIDE" - EDIZIONE 1994:

Jane Campion's fourth feature is a visually sumptuous and tactile tale of adultery set during the early European colonization of New Zealand, with Harvey Keitel daringly cast in the role of a passionately romantic lover, and Holly Hunter knockout as a woman physically unable to articulate her feelings.

Ada McGrath (Hunter) can hear, and can communicate in sign language through her young daughter, Fiona (Ana Paquin), but she can't talk. Apart from her child, Ada's most treasured possession is her piano. She's to marry a man she's never met, a pioneer settler (Sam Neill) in far-off New Zealand.

The marriage gets off to a bad start when Neill refuses to transport Ada's piano to his settlement. Later, he allows George Baines (Keitel) to take the piano. Baines, who has 'gone native', offers to return the piano to her - if she gives him some lessons. These become stages in an increasingly erotic courtship.

Campion unfolds this striking story with bold strokes, including flashes of unexpected humor. The settlement is a chilly, muddy, rainswept place where civilization is barely making an impact. Hunter herself played solo piano and acted as piano coach on the production.

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MARTEDI' 26 SETTEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

 

"GLI OCCHI DEL DELITTO", regia di Bruce Robinson (durata 120 minuti circa), anno 1992 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Andy Garcia ("Gli intoccabili" - "Black Rain - Pioggia sporca") è il sergente della polizia John Berlin entrato a far parte del Corpo Investigativo di una piccola città del nord della California. La cittadina, che in apparenza sembra essere un tranquillo luogo di periferia, si trasforma misteriosamente, dopo l'arrivo di Berlin, in teatro di una sanguinosa serie di delitti... Berlin inizia immediatamente le indagini ed in poco tempo intuisce che l'uomo a cui sta dando la caccia non è un assassino qualunque, bensì un pericoloso "serial killer" che vanta già la sua ottava vittima, nome in codice: JENNIFER. Berlin non ha né sospetti né indizi e tutto sembra dover rimanere circondato nel mistero. Nel corso dell'investigazione incontra una bella ragazza cieca, Helena Robertson (Uma Thurman: "Lo sbirro, il boss e la bionda" - "Henry & June"), che oltre ad essere la probabile prossima vittima, per Berlin è l'unica via d'uscita da questo oscuro "incubo" che lo travolge personalmente e professionalmente; in cui tutti sono i sospettati... lui compreso!

 

DA "ENGLISH MOVIE COLLECTION":

Il regista-sceneggiatore Bruce Robinson nel film Jennifer 8 (Gli occhi del delitto) non ha tralasciato nessuno degli ingredienti necessari a un thriller psicologico: personaggi ambigui e insospettabili, moventi reconditi e inconfessabili, interni bui e inquietanti. Robinson ha dichiarato che Andy Garcia e Uma Thurman, gli attori protagonisti, erano nella sua mente sin dall'inizio; gli occorrevano, infatti, un interprete sofisticato per la parte di John Berlin e un'attrice dal viso acqua e sapone per il ruolo della cieca Helena Robertson. Un'intuizione che, visti i risultati finali, si è rivelata esatta. Andy Garcia si è calato perfettamente nei panni di un sergente, così esigente verso se stesso al punto di compromettere, non senza successivi rimpianti, la propria vita matrimoniale. Per lui il lavoro è quasi un'ossessione, la sua mente è sempre all'erta, pronta a cogliere dettagli e collegamenti con il caso del giorno. Difficile, però, mantenere in una situazione come questa, l'equilibrio necessario per poter vivere una vita privata e personale. E la scelta di Berlin di fuggire non fa altro che rinviare il momento del suo confronto con la realtà.

Anche Uma Thurman si è perfettamente adeguata alle esigenze espressive di una non vedente, a cominciare dallo sguardo fisso e inespressivo fino ai movimenti incerti e insicuri. Il suo è il ruolo di una giovane donna la cui esistenza è stata sconvolta da un incidente che l'ha privata della vista. Il buio è l'elemento che accomuna i due protagonisti: fisico quello di Helena, mentale quello di John. Insieme possono uscire dalle loro oscurità per poter ricominciare ad aprirsi alla voglia di vivere.

Oltre ad Andy Garcia e Uma Thurman, non dimentichiamo Lance Henriksen nei panni di Freddy Ross: un esempio di conquistato equilibrio tra lavoro, famiglia e amici. L'attore ha nella sua carriera un altro riuscito ruolo poliziesco nell'acclamato film di Sidney Lumet Dog Day Afternoon (Un pomeriggio di un giorno da cani). Indispensabile alla preparazione tecnica dei protagonisti è stata la consulenza di un ufficiale professionista del dipartimento di polizia della contea di Los Angeles: il sergente T.J. Hageboeck. Insieme a lui il regista e gli attori hanno assistito a vere scene di crimine; sono stati introdotti nei laboratori della polizia criminale e hanno preso parte ai meeting dei detectives. La scrupolosa preparazione ha dato al film verosimiglianza e credibilità, mantenendo alta la tensione dall'inizio alla fine.

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VENERDI' 29 SETTEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

 

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 3° EPISODIO: "GELOSIA E ORGOGLIO", regia di Edgar Reitz (durata 116 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

HEIMAT 2 - PRESENTAZIONE GENERALE

Cronaca di una giovinezza - Un Bildungsroman per immagini della generazione degli Anni '60, piena di sogni e di utopie. Un gruppo di ventenni innamorati della musica e dell'arte, tutti alla ricerca di una strada per esprimere se stessi, tutti alla ricerca di "una seconda patria" dove vivere, dove trovare finalmente la piena realizzazione delle proprie aspirazioni. L'amore, i sogni, le sconfitte, i fallimenti di giovani che si dibattono disperatamente nella vana ricerca della libertà e dell'arte.

 

RIASSUNTO DEL PRIMO E DEL SECONDO EPISODIO:

Hermann decide di lasciare Schabbach, la sua cittadina natale, per andare a Monaco a studiare musica. Il giovane fugge dal soffocante e ottuso clima della provincia e da una cocente delusione d'amore per mettere alla prova il suo talento artistico e dedicare tutte le sue energie alla musica. A Monaco Hermann trova un ambiente culturalmente molto vivace e stimolante, ma soprattutto incontra al Conservatorio Clarissa, un'affascinante violoncellista. I due si corteggiano con diffidenza, sono fortemente attratti l'uno dall'altra, ma entrambi feriti nei sentimenti da precedenti esperienze faticano a lasciarsi andare alle passioni. Un grande amore solo sfiorato, incompiuto, che forse nessuno dei due ha il coraggio di affrontare.

Nella Monaco degli anni '60 Hermann si trova circondato da altri giovani con le stesse speranze, con le stesse ingenue illusioni. La ricerca della grandezza, l'utopia megalomane e coraggiosa di dedicare la propria vita all'arte sembrano essere il comune denominatore dei giovani aspiranti artisti, che si ritrovano a Monaco. Hermann conosce Juan, un giovane studente cileno, musicista e prestigiatore, dal genio esuberante e poliedrico, che insegue in modo un po' caotico la via del successo e dell'affermazione artistica col solo risultato di ritrovarsi un'esistenza disordinata e sconclusionata. Grazie a Hermann, Juan conosce Clarissa e se ne innamora, complicando ancora di più i tormenti sentimentali di Hermann.

 

TERZO EPISODIO: "GELOSIA E ORGOGLIO"

Il difficile rapporto sentimentale tra Clarissa e Hermann continua a trascinarsi senza trovare una via d'uscita. Nessuno dei due sembra disposto ad abbandonarsi all'amore, pur vivendone ardentemente il nostalgico desiderio. Lo stravagante ed estroso Juan rende ancora più instabile la relazione tra Hermann e Clarissa. I tre giovani si attraggono e si scontrano senza trovare un equilibrio sentimentale che renda le loro vite più tranquille e serene. La variopinta cerchia dei personaggi si arricchisce di Evelyne, una giovane provinciale che, dopo la morte del padre, lascia la natale Neuburg per approdare a Monaco alla ricerca della madre e di una nuova vita. A Monaco Evelyne incontra Ansgar, un giovane studente in medicina, e si innamora di lui.

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GIOVEDI' 5 OTTOBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

 

"ZIO VANJA", regia di Andrej Koncialowski (durata 99 minuti circa), anno 1972 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Tratto dall'omonimo racconto di Cechov, narra la vicenda di Vanja, gentiluomo di campagna che si è sacrificato in nome della famiglia.

Di fronte al cugino, intellettuale molto noto, ma in realtà fasullo, un giorno ha una esplosione di violenza. Ma ben presto tutto rientra nell'ordine.

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MARTEDI' 10 OTTOBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

 

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 4° EPISODIO: "LA MORTE DI ANSGAR", regia di Edgar Reitz (durata 100 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

HEIMAT 2 - PRESENTAZIONE GENERALE

Cronaca di una giovinezza - Un Bildungsroman per immagini della generazione degli Anni '60, piena di sogni e di utopie. Un gruppo di ventenni innamorati della musica e dell'arte, tutti alla ricerca di una strada per esprimere se stessi, tutti alla ricerca di "una seconda patria" dove vivere, dove trovare finalmente la piena realizzazione delle proprie aspirazioni. L'amore, i sogni, le sconfitte, i fallimenti di giovani che si dibattono disperatamente nella vana ricerca della libertà e dell'arte.

 

RIASSUNTO DEL SECONDO EPISODIO E TERZO EPISODIO:

Nella Monaco degli anni '60 Hermann si trova circondato da altri giovani con le stesse speranze, con le stesse ingenue illusioni. La ricerca della grandezza, l'utopia megalomane e coraggiosa di dedicare la propria vita all'arte sembrano essere il comune denominatore dei giovani aspiranti artisti, che si ritrovano a Monaco. Hermann conosce Juan, un giovane studente cileno, musicista e prestigiatore, dal genio esuberante e poliedrico, che insegue in modo un po' caotico la via del successo e dell'affermazione artistica col solo risultato di ritrovarsi un'esistenza disordinata e sconclusionata. Grazie a Hermann, Juan conosce Clarissa e se ne innamora, complicando ancora di più i tormenti sentimentali di Hermann.

Il difficile rapporto sentimentale tra Clarissa e Hermann continua a trascinarsi senza trovare una via d'uscita. Nessuno dei due sembra disposto ad abbandonarsi all'amore, pur vivendone ardentemente il nostalgico desiderio. Lo stravagante ed estroso Juan rende ancora più instabile la relazione tra Hermann e Clarissa. I tre giovani si attraggono e si scontrano senza trovare un equilibrio sentimentale che renda le loro vite più tranquille e serene. La variopinta cerchia dei personaggi si arricchisce di Evelyne, una giovane provinciale che, dopo la morte del padre, lascia la natale Neuburg per approdare a Monaco alla ricerca della madre e di una nuova vita. A Monaco Evelyne incontra Ansgar, un giovane studente in medicina, e si innamora di lui.

 

QUARTO EPISODIO: "LA MORTE DI ANSGAR"

Tra Evelyne e Ansgar nasce un grande amore e i due diventano inseparabili. Ansgar, apparentemente freddo e distaccato, trova finalmente una donna a cui dimostrare che è capace di esprimere vere passioni. Intanto Clarissa vince un concorso di violoncello con un pezzo scritto da Hermann; il giovane compositore rimane nell'ombra e soffre, incapace di partecipare alla felicità della sua amata. Hermann sembra fuggire dall'amore e trasforma Clarissa in un'inarrivabile e idealizzata musa ispiratrice. L'amore tra Ansgar e Evelyne prosegue con entusiasmo, a volte venato da qualche dolorosa incertezza. Dopo una gioiosa festa di Carnevale, che raccoglie tutto il variopinto mondo artistico di Monaco, la parentesi di spensierata allegria viene infranta dall'incidente di Ansgar.

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VENERDI' 13 OTTOBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"2001: Odissea nello spazio" (2001: A Space Odyssey), regia di Stanley Kubrick (durata 139 minuti circa), anno 1968 - IN ITALIANO

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Proiettato anni luce nel futuro questo film, magistralmente diretto da Stanley Kubrick, acquista sempre maggior fascino col trascorrere degli anni. Con questo ... 'raro esempio di fantascienza poetica' - (New Yorker) - Kubrick crea una perfetta fusione fra storia e futuro, fra progresso e sovraumano, fra conoscenza ed inconoscibile. 2001: Odissea nello Spazio, vincitore dell'ambito premio 'Academy Award' per i suoi effetti spettacolari, resterà sempre una pietra miliare nella storia del cinema.

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA" - DI FERNALDO DI GIAMMATTEO - EDITORI RIUNITI - Edizione 1984:

Film di enorme risonanza popolare alla fine degli anni '60, di grande impegno produttivo (costò 10 milioni di dollari, fu girato in Gran Bretagna, come il regista faceva dal tempo di Lolita, 1962), di robusta costruzione narrativa (il modello è la detective story), di raffinata sapienza tecnica - sia visiva (gli effetti speciali) che sonora (l'uso di musiche sinfoniche fra '800 e '900, dei rumori, delle modulazioni della voce umana) -, 2001: A Space Odyssey occupa un posto appartato nella fantascienza cinematografica. Sta a mezza strada fra le angosce politico-esistenziali degli anni '50 e il meraviglioso fiabesco degli anni '70-'80. Il suo fascino non nasce tanto dai temi scientifico-metafisici che - banalmente - sfiora (la relatività, la catena vita-morte-resurrezione, la teologia laico-materialistica implicita nel simbolo del monolito, ecc.) quanto dall'essere una macchina di spettacolo che ruota su se stessa, dilatandosi e contraendosi senza ordine apparente, come una allucinazione. Film emblematico di una ideologia, sospeso fra speranza e timore, tra fiducia e orrore, l'opera di Kubrick, la sua più significativa e riassuntiva, suscitò reazioni contrastanti, soprattutto in Usa ("moralmente pretenzioso, intellettualmente oscuro, anormalmente lungo", lo definì Arthur Schlesinger jr.; "una via di mezzo fra l'ipnosi e una immensa noia" dissero in molti). Tenendo presente l'ulteriore evoluzione di Kubrick - in particolare The Shining (Shining, 1980) - si potrebbe definirlo una contorta e inconscia introduzione a un nevrotico cinema dell'orrore.

DA "CIAK SI GIRA" - FEBBRAIO 1995 - di Fabio Feminò:

A dare origine al film "2001: Odissea nello spazio", forse il capolavoro assoluto del cinema di fantascienza, fu un breve racconto di Arthur C. Clarke apparso nel 1951 e intitolato "La sentinella", in cui alcuni astronauti scoprono sulla Luna un monumento lasciato da creature aliene che forse, millenni prima, avevano visitato la Terra. Nel 1964 il regista Stanley Kubrick, che già si era avvicinato al genere fantastico con "Il dottor Stranamore", scrisse a Clarke che voleva fare un film di fantascienza "veramente buono", e che era interessato soprattutto a due cose: 1) Le ragioni per credere all'esistenza di esseri extraterrestri. 2) L'impatto che la loro scoperta avrebbe potuto avere sulla Terra del vicino futuro. Clarke gli inviò una copia del suo racconto e Kubrick si mostrò interessato. I due passarono molti mesi ad ampliare quell'esile storia in una sceneggiatura, elaborando e scartando varie idee.

L'intenzione di Kubrick divenne subito quella di girare un film realistico sotto ogni punto di vista, addirittura semi-documentaristico. La fantasia rischiò anche di mischiarsi con la realtà: Kubrick e Clarke rimasero entrambi impietriti quando credettero di vedere un UFO sopra Manhattan (che in realtà era un enorme satellite artificiale). "Non può essere una coincidenza", pensò d'istinto Clarke. "Loro stanno cercando di impedirci di fare questo film". Invece, senza inconvenienti, nel 1965 partì la pre-produzione.

Il film immagina che l'intera storia della razza umana sia stata manipolata da enigmatici alieni che nessuno vede mai, e che si manifestano solo con la forma di un grande monolito nero. Questi esseri avevano fatto scoccare la prima scintilla d'intelligenza negli antropoidi africani, e avevano poi lasciato un secondo monolito sepolto sulla Luna, affinché gli uomini lo riscoprissero una volta completata la loro evoluzione. Ciò è appunto quanto accade nell'anno 2001, e lo scienziato Heywood Floyd viene inviato sulla Luna per indagare sulla scoperta.

In origine il monolito nero sarebbe dovuto essere un blocco trasparente, ma si rivelò impossibile fabbricarne uno delle dimensioni adatte. Il concetto che l'intelligenza fosse di origine aliena era stato ispirato a Clarke da un brano dell'antropologo Robert Ardrey: "Perché mai il genere umano non si estinse negli abissi del Pliocene?... sappiamo che se non fosse stato per un dono dalle stelle, per l'accidentale collisione fra un gene e un raggio cosmico, l'intelligenza sarebbe perita in qualche dimenticata pianura africana". L'idea che gli alieni non dovessero mai essere mostrati nel film fu invece del noto scienziato Carl Sagan, interpellato per un parere: Kubrick voleva farli impersonare da comparse truccate, ma Sagan riuscì fortunatamente a dissuaderlo.

Poiché il monolito lunare emette un potente segnale radio verso Giove, una spedizione di cinque uomini (tre dei quali ibernati) raggiunge il gigantesco pianeta. Uno di essi, Frank Poole, viene ucciso insieme a tre ibernati da Hal 9000, il computer di bordo impazzito, lasciando un solo sopravvissuto, David Bowman. Come scrisse Clarke: "Eravamo partiti con l'intenzione deliberata di ispirarci al mito. Il parallelo con Ulisse era nelle nostre menti fin dal principio, ancor prima di scegliere il titolo del film. E, dopotutto, Ulisse fu l'unico superstite...".

Una volta raggiunto Giove, Bowman si tuffa all'interno di una "porta delle stelle", un tunnel che lo conduce nello spazio più remoto. Come gli alieni avevano acceso il barlume della coscienza negli uomini-scimmia, così adesso trasformano Bowman in uno stadio superiore di vita, un "bambino delle stelle", e sotto questa nuova forma lo riconducono alla Terra, forse per guidare il resto dell'umanità.

Fin dalla "prima" dell'aprile 1968, su questo film i critici cinematografici hanno scritto fiumi di parole, anche per cercare di interpretare una trama considerata da certuni indecifrabile. Tuttavia, nessuno ha mai parlato di "2001" per analizzare le visioni tecnologico-avveniristiche in esso contenute. "Rivedendo "2001" negli anni '90, è della massima importanza ricordare che il film fu girato a livello tecnologico del 1965 e della prima metà del 1966", dice il consulente scientifico della pellicola, Fred Ordway. Nel tentativo di descrivere in modo convincente la vita quotidiana di domani, Ordway consultò la General Electric, la Bell Telephone, La Honeywell, l'IBM e la RCA Whirlpool, mentre in una scena apparve di sfuggita un numero di "Paris Match" con in copertina (realizzata dalla vera redazione della rivista) una ragazza in tuta spaziale.

Nel film appaiono molte innovazioni che a quei tempi sembravano dietro l'angolo, ma che in seguito non si sono diffuse: fra queste, il videotelefono e la cucina automatica. La parte più impressionante della pellicola è comunque, ancora oggi, la visione delle tecnologie spaziali. Kubrick, Clarke e Ordway pensavano seriamente che la conquista del cosmo fosse a portata di mano, e che entro il 2001 fosse possibile costruire una navetta spaziale di forma aerodinamica, una grande stazione orbitale a forma di doppia ruota (lo schema di base, con una ruota sola, era stato ideato nel 1952 da Wernher von Braun), un veicolo di collegamento fra la stazione e una base lunare, la base lunare stessa, un bus lunare per spostarsi da un punto all'altro del nostro satellite, e, per finire, un'astronave interplanetaria, la Discovery, con propulsione a... energia nucleare. Per curare questo aspetto interpellarono la General Electric e l'Atomic Energy Authority britannica. "Il disegno dell'astronave", afferma Ordway, "si basò sul presupposto che negli anni '80 e '90 venissero sviluppati reattori nucleari a nocciolo gassoso, del diametro di appena un paio di metri".

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MARTEDI' 17 OTTOBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 5° EPISODIO: "IL GIOCO CON LA LIBERTA'", regia di Edgar Reitz (durata 119 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

HEIMAT 2 - PRESENTAZIONE GENERALE

Cronaca di una giovinezza - Un Bildungsroman per immagini della generazione degli Anni '60, piena di sogni e di utopie. Un gruppo di ventenni innamorati della musica e dell'arte, tutti alla ricerca di una strada per esprimere se stessi, tutti alla ricerca di "una seconda patria" dove vivere, dove trovare finalmente la piena realizzazione delle proprie aspirazioni. L'amore, i sogni, le sconfitte, i fallimenti di giovani che si dibattono disperatamente nella vana ricerca della libertà e dell'arte.

RIASSUNTO DEL TERZO EPISODIO E QUARTO EPISODIO:

Il difficile rapporto sentimentale tra Clarissa e Hermann continua a trascinarsi senza trovare una via d'uscita. Nessuno dei due sembra disposto ad abbandonarsi all'amore, pur vivendone ardentemente il nostalgico desiderio. Lo stravagante ed estroso Juan rende ancora più instabile la relazione tra Hermann e Clarissa. I tre giovani si attraggono e si scontrano senza trovare un equilibrio sentimentale che renda le loro vite più tranquille e serene. La variopinta cerchia dei personaggi si arricchisce di Evelyne, una giovane provinciale che, dopo la morte del padre, lascia la natale Neuburg per approdare a Monaco alla ricerca della madre e di una nuova vita. A Monaco Evelyne incontra Ansgar, un giovane studente in medicina, e si innamora di lui.

Tra Evelyne e Ansgar nasce un grande amore e i due diventano inseparabili. Ansgar, apparentemente freddo e distaccato, trova finalmente una donna a cui dimostrare che è capace di esprimere vere passioni. Intanto Clarissa vince un concorso di violoncello con un pezzo scritto da Hermann; il giovane compositore rimane nell'ombra e soffre, incapace di partecipare alla felicità della sua amata. Hermann sembra fuggire dall'amore e trasforma Clarissa in un'inarrivabile e idealizzata musa ispiratrice. L'amore tra Ansgar e Evelyne prosegue con entusiasmo, a volte venato da qualche dolorosa incertezza. Dopo una gioiosa festa di Carnevale, che raccoglie tutto il variopinto mondo artistico di Monaco, la parentesi di spensierata allegria viene infranta dall'incidente di Ansgar.

 

QUINTO EPISODIO: "IL GIOCO CON LA LIBERTA'"

Helga, figlia di un insegnante di Dulmen in Vestfalia, è una studentessa in letteratura perennemente innamorata, che quando conosce Hermann si invaghisce del giovane musicista. Helga ha un carattere romantico e radicale, dopo una giovinezza dedicata all'arte comincia a interessarsi di politica, partecipando attivamente alla contestazione studentesca come membro di un gruppo extraparlamentare. Durante i violenti tumulti di Schwabing, Hermann viene picchiato dalla polizia e deve fuggire da Monaco per rifugiarsi nell'accogliente casa di Helga dove trova l'affetto e la consolazione di tre donne che lo coccolano e lo desiderano.

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VENERDI' 20 OTTOBRE 1995(INIZIO ORE 20.30):

SECONDO COMPLEANNO DEL CINEFORUM

 

Passeremo la serata a rievocare i momenti felici trascorsi in questo ultimo anno, a mangiare la torta di compleanno e ad ascoltare dischi di musica classica e colonne sonore di film.

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GIOVEDI' 26 OTTOBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO", regia di Elio Petri (durata 109 minuti circa), anno 1970 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Negli anni '70, in pieno periodo di contestazione, un alto funzionario di PS uccide l'amante che lo tradisce. Compie il delitto il giorno stesso della sua promozione da capo della sezione omicidi alla guida della squadra politica, non curandosi minimamente di nascondere le tracce del delitto. E' una sfida al potere per appurare fino a che punto i suoi rappresentanti vengono protetti...

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MARTEDI' 31 OTTOBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 6° EPISODIO: "NOI, FIGLI DI KENNEDY", regia di Edgar Reitz (durata 108 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

HEIMAT 2 - PRESENTAZIONE GENERALE

Cronaca di una giovinezza - Un Bildungsroman per immagini della generazione degli Anni '60, piena di sogni e di utopie. Un gruppo di ventenni innamorati della musica e dell'arte, tutti alla ricerca di una strada per esprimere se stessi, tutti alla ricerca di "una seconda patria" dove vivere, dove trovare finalmente la piena realizzazione delle proprie aspirazioni. L'amore, i sogni, le sconfitte, i fallimenti di giovani che si dibattono disperatamente nella vana ricerca della libertà e dell'arte.

RIASSUNTO DEL QUARTO E QUINTO EPISODIO:

Tra Evelyne e Ansgar nasce un grande amore e i due diventano inseparabili. Ansgar, apparentemente freddo e distaccato, trova finalmente una donna a cui dimostrare che è capace di esprimere vere passioni. Intanto Clarissa vince un concorso di violoncello con un pezzo scritto da Hermann; il giovane compositore rimane nell'ombra e soffre, incapace di partecipare alla felicità della sua amata. Hermann sembra fuggire dall'amore e trasforma Clarissa in un'inarrivabile e idealizzata musa ispiratrice. L'amore tra Ansgar e Evelyne prosegue con entusiasmo, a volte venato da qualche dolorosa incertezza. Dopo una gioiosa festa di Carnevale, che raccoglie tutto il variopinto mondo artistico di Monaco, la parentesi di spensierata allegria viene infranta dall'incidente di Ansgar.

Helga, figlia di un insegnante di Dulmen in Vestfalia, è una studentessa in letteratura perennemente innamorata, che quando conosce Hermann si invaghisce del giovane musicista. Helga ha un carattere romantico e radicale, dopo una giovinezza dedicata all'arte comincia a interessarsi di politica, partecipando attivamente alla contestazione studentesca come membro di un gruppo extraparlamentare. Durante i violenti tumulti di Schwabing, Hermann viene picchiato dalla polizia e deve fuggire da Monaco per rifugiarsi nell'accogliente casa di Helga dove trova l'affetto e la consolazione di tre donne che lo coccolano e lo desiderano.

 

SESTO EPISODIO: "NOI, FIGLI DI KENNEDY"

La morte di John Fitzgerald Kennedy rimbalza da Dallas a Monaco provocando forti emozioni nella gioventù tedesca. Il grasso e miope Alex vive con grande partecipazione l'assassinio del Presidente americano. Eterno studente di filosofia, Alex è un nullatenente, sfaticato e scroccone. Sempre alla ricerca di qualche amicizia occasionale, trova consolazione alla sua solitaria esistenza nell'alcolismo. La vita sentimentale di Hermann diviene sempre più ingarbugliata: mentre viene corteggiato dall'instabile e isterica Helga, Clarissa annuncia di essere incinta, ma di non voler tenere il bambino del quale non conosce con certezza la paternità. Nel frattempo Stefan e Reinhard, due amici appassionati di cinema, consumano i loro sogni su un set con la vana speranza di realizzare un film.

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MARTEDI' 7 NOVEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 7° EPISODIO: "I LUPI DI NATALE", regia di Edgar Reitz (durata 110 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

HEIMAT 2 - PRESENTAZIONE GENERALE

Cronaca di una giovinezza - Un Bildungsroman per immagini della generazione degli Anni '60, piena di sogni e di utopie. Un gruppo di ventenni innamorati della musica e dell'arte, tutti alla ricerca di una strada per esprimere se stessi, tutti alla ricerca di "una seconda patria" dove vivere, dove trovare finalmente la piena realizzazione delle proprie aspirazioni. L'amore, i sogni, le sconfitte, i fallimenti di giovani che si dibattono disperatamente nella vana ricerca della libertà e dell'arte.

RIASSUNTO DEL QUINTO E SESTO EPISODIO:

Helga, figlia di un insegnante di Dulmen in Vestfalia, è una studentessa in letteratura perennemente innamorata, che quando conosce Hermann si invaghisce del giovane musicista. Helga ha un carattere romantico e radicale, dopo una giovinezza dedicata all'arte comincia a interessarsi di politica, partecipando attivamente alla contestazione studentesca come membro di un gruppo extraparlamentare. Durante i violenti tumulti di Schwabing, Hermann viene picchiato dalla polizia e deve fuggire da Monaco per rifugiarsi nell'accogliente casa di Helga dove trova l'affetto e la consolazione di tre donne che lo coccolano e lo desiderano.

La morte di John Fitzgerald Kennedy rimbalza da Dallas a Monaco provocando forti emozioni nella gioventù tedesca. Il grasso e miope Alex vive con grande partecipazione l'assassinio del Presidente americano. Eterno studente di filosofia, Alex è un nullatenente, sfaticato e scroccone. Sempre alla ricerca di qualche amicizia occasionale, trova consolazione alla sua solitaria esistenza nell'alcolismo. La vita sentimentale di Hermann diviene sempre più ingarbugliata: mentre viene corteggiato dall'instabile e isterica Helga, Clarissa annuncia di essere incinta, ma di non voler tenere il bambino del quale non conosce con certezza la paternità. Nel frattempo Stefan e Reinhard, due amici appassionati di cinema, consumano i loro sogni su un set con la vana speranza di realizzare un film.

 

SETTIMO EPISODIO: "I LUPI DI NATALE"

Nel freddo inverno tedesco Clarissa abortisce e rischia di perdere la vita. Hermann riesce finalmente a realizzare il suo sogno artistico con l'esecuzione del concerto Ombre. Anche Juan, giovane artista cileno, scopre la delusione di una vita spesa alla ricerca di inutili gratificazioni professionali e seppellisce per sempre le sue utopistiche speranze di successo. La travagliata vita sentimentale di Hermann sembra trovare un po' di tranquillità quando, nell'imminenza del Natale, il giovane musicista si lega a Schnüsschen, una ragazza dell'Hunsrück che lavora come guida turistica.

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VENERDI' 10 NOVEMBRE 1995 (cena ore 20.30,

indi CONVERSAZIONE):

SECONDO INCONTRO CON L'AMICO ULISSE DI CORPO CHE PARLERA' DELLA SUA PUBBLICAZIONE:

"MES - DALLA VECCHIA ALLA NUOVA ALLEANZA"

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MARTEDI' 14 NOVEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

I N S P A G N O L O S O T T O T I T O L A T O I N I N G L E S E

 

"COME l'ACQUA PER IL CIOCCOLATO", regia di Alfonso Arau (durata 109 minuti circa), anno 1992 - IN SPAGNOLO CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Tita is prevented from marrying the man she loves because she must look after her mother. Forced to endure further distress when her sister's hand is offered to him she finds expression for her fury, passion, sorrow and delight through cooking. This magical and extravagant comedy, set in turn-of-the-century Mexico, is taken from Laura Esquivel's best-selling novel and has won 18 international awards.

Mexican hot chocolate is made with boiling water and fresh cocoa. Someone in a state of agitation or sexually aroused is said to be 'like water for chocolate'.

DALLA PRESENTAZIONE DELL'EDIZIONE SPAGNOLA DEL LIBRO "COMO AGUA PARA CHOCOLATE" DI LAURA ESQUIVEL:

Tita y Pedro se aman. Pero ella está condenada a permanecer soltera, cuidando a su madre hasta que ésta muera. Y Pedro, para estar cerca de Tita, se casa con la hermana de ella, Rosaura. Las recetas de cocina que Tita elabora puntean el paso de las estaciones de su vida, siempre marcada por la presente ausencia de Pedro. Y la acompañan en su apoteosis y en su tránsito a una sabrosa, muy sabrosa eternidad.

Como agua para chocolate, "novela de entregas mensuales, con recetas, amores y remedios caseros" es una agridulce comedia de amores y desencuentros. Bajo una deliberada forma de lo que podría llamarse "folletín gastronómico", se encierra una obra chispeante, tierna y llena de talento de la mejor ley. Por todo ello, esta novela se ha convertido en una auténtica revelación y en un éxito extraordinario, "el más fulminante de la literatura iberoamericana desde Cien años de soledad" (Sergio Vila-San Juan).

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VENERDI' 17 NOVEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 8° EPISODIO: "IL MATRIMONIO", regia di Edgar Reitz (durata 120 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

HEIMAT 2 - PRESENTAZIONE GENERALE

Cronaca di una giovinezza - Un Bildungsroman per immagini della generazione degli Anni '60, piena di sogni e di utopie. Un gruppo di ventenni innamorati della musica e dell'arte, tutti alla ricerca di una strada per esprimere se stessi, tutti alla ricerca di "una seconda patria" dove vivere, dove trovare finalmente la piena realizzazione delle proprie aspirazioni. L'amore, i sogni, le sconfitte, i fallimenti di giovani che si dibattono disperatamente nella vana ricerca della libertà e dell'arte.

RIASSUNTO DEL SESTO E SETTIMO EPISODIO:

La morte di John Fitzgerald Kennedy rimbalza da Dallas a Monaco provocando forti emozioni nella gioventù tedesca. Il grasso e miope Alex vive con grande partecipazione l'assassinio del Presidente americano. Eterno studente di filosofia, Alex è un nullatenente, sfaticato e scroccone. Sempre alla ricerca di qualche amicizia occasionale, trova consolazione alla sua solitaria esistenza nell'alcolismo. La vita sentimentale di Hermann diviene sempre più ingarbugliata: mentre viene corteggiato dall'instabile e isterica Helga, Clarissa annuncia di essere incinta, ma di non voler tenere il bambino del quale non conosce con certezza la paternità. Nel frattempo Stefan e Reinhard, due amici appassionati di cinema, consumano i loro sogni su un set con la vana speranza di realizzare un film.

Nel freddo inverno tedesco Clarissa abortisce e rischia di perdere la vita. Hermann riesce finalmente a realizzare il suo sogno artistico con l'esecuzione del concerto Ombre. Anche Juan, giovane artista cileno, scopre la delusione di una vita spesa alla ricerca di inutili gratificazioni professionali e seppellisce per sempre le sue utopistiche speranze di successo. La travagliata vita sentimentale di Hermann sembra trovare un po' di tranquillità quando, nell'imminenza del Natale, il giovane musicista si lega a Schnüsschen, una ragazza dell'Hunsrück che lavora come guida turistica.

 

OTTAVO EPISODIO: "IL MATRIMONIO"

Schnüsschen trascorre il Capodanno nell'Hunsrück, già decisa a sposarsi al più presto con Hermann. Quando ha l'opportunità di prendersi cura dei bambini di una sua amica in compagni di Hermann, cerca di mostrare al suo innamorato tutti i vantaggi e i piaceri della vita familiare. Il matrimonio di Hermann e Schnüsschen diventa una grande festa per tutti gli amici. Anche Clarissa arriva a sorpresa proprio quando nessuno sperava di vederla di ritorno da Monaco dove aveva tenuto un concerto. L'atmosfera di felicità e serenità viene però infranta dal disperato gesto di Juan che, ormai deluso da tutti e da tutto, cerca di togliersi la vita.

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MARTEDI' 21 NOVEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

IN POLACCO CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

"DEKALOG" - 1° FILM: "I AM THE LORD THY GOD. THOU SHALT HAVE NO OTHER GOD BUT ME", regia di Krzysztof Kieslowski (durata un'ora circa), anno 1988 - IN POLACCO CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

A deeply moving story of the trust and affection between a father and his son.

DA "KRZYSZTOF KIESLOWSKI" - DINO AUDINO EDITORE:

Un professore di linguistica, che crede profondamente nella scienza e nell'affidabilità dei computer, programma insieme a Pawel, il figlio, anche la vita quotidiana. Quando il ragazzo vuole andare a pattinare, il padre calcola al terminale la stima dello spessore del ghiaccio. Senza riuscire ad evitare che per una fatalità il figlio muoia tragicamente.

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VENERDI' 24 NOVEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"IL SETTIMO SIGILLO", regia di Ingmar Bergman (durata 101 minuti circa), anno 1956 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Un nobile crociato, dopo dieci anni di assenza, giunge in Svezia, sua patria natia. Trova però ad attenderlo la Morte, per portarselo via. Il cavaliere allora fa un patto con la Morte: giocheranno la sua vita in una partita a scacchi. E tra una mossa e l'altra egli giungerà al suo castello, ove è atteso dalla consorte. La Morte vincerà la partita, ma il cavaliere, resosi conto delle colpe e degli errori commessi, sarà ormai pronto per il trapasso e accetta la sua ora.

 

DA "GUIDA ALLA VISIONE" - SAMPAOLO AUDIOVISIVI:

Narrativamente il film mostra un cavaliere che torna da quel particolare pellegrinaggio che erano le Crociate. Ma, tematicamente, quello del cavaliere Antonius Blok non è un puro viaggio di trasferimento dalle coste della patria al proprio castello. E' qualcosa di più e di diverso. Sotto un certo aspetto è una specie di pellegrinaggio al contrario: il ritorno a casa di Blok è una partenza non un arrivo: torna per "partire" per un nuovo viaggio, misterioso stavolta e definitivo. Chiaramente l'argomento narrativo del film è diverso e minore rispetto al tema. L'argomento è una rappresentazione piuttosto ampia e varia del Medio Evo: le crociate, le pestilenze, i mercanti arricchiti, le processioni penitenziali, gli spettacoli popolari, la caccia alle streghe, la vita nei villaggi, la pittura sacra.

Il tema è l'inquietudine spirituale dell'epoca, con gli interrogativi personali e sociali di una vita che è un viaggio, un pellegrinaggio.

L'argomento ci lega alla cronaca, il tema ci immerge nella storia.

L'abilità di Bergman sta nell'aver fuso la tematica con la narrazione, intrecciando fittamente elementi narrativi e tematici sul denominatore comune dei personaggi, che catturano l'attenzione dello spettatore.

Il protagonista del film è Antonius Blok, grande pellegrino che addensa attorno a sé tutti gli altri personaggi, è il portatore degli interrogativi più tormentosi. Uomo profondamente religioso, Blok vuol guadagnare tempo prima di morire, non per amore della vita fisica ma per avere un'ultima possibilità di risposta ai propri quesiti. Egli vuole l'evidenza del soprannaturale: di Dio, del diavolo, del bene, del male. Suo grande antagonista è la Morte che gli si presenta sin dall'inizio personalmente e attraverso gli effetti distruttivi sull'umanità.

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MARTEDI' 28 NOVEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

VISIONE DI DUE DOCUMENTARI DELL'AMICO PIERO MUSILLI:

"HIMALAYA" - Regione del Khumbu: Everest e Lhotse, rispettivamente prima e quarta vetta più alta del mondo, ripresi da quota 5.600 metri circa, otto giorni di cammino, ottanta chilometri. Maggio 1991. Durata del documentario venti minuti circa, con musiche, con commento dal vivo dell'amico Piero.

"ECUADOR": Da Quito alle montagne del Cotopaxi e del Chimborazo (metri 6280), con immagini riprese dalla vetta del Chimborazo. Navigazione in Amazzonia con piroga a motore su Rio Napo, affluente del Rio delle Amazzoni. Agosto 1992. Durata del documentario cinquanta minuti circa, con musiche, con commento dal vivo dell'amico Piero.

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VENERDI' 1° DICEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 9° EPISODIO: "L'ETERNA FIGLIA", regia di Edgar Reitz (durata 118 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

HEIMAT 2 - PRESENTAZIONE GENERALE

Cronaca di una giovinezza - Un Bildungsroman per immagini della generazione degli Anni '60, piena di sogni e di utopie. Un gruppo di ventenni innamorati della musica e dell'arte, tutti alla ricerca di una strada per esprimere se stessi, tutti alla ricerca di "una seconda patria" dove vivere, dove trovare finalmente la piena realizzazione delle proprie aspirazioni. L'amore, i sogni, le sconfitte, i fallimenti di giovani che si dibattono disperatamente nella vana ricerca della libertà e dell'arte.

RIASSUNTO DEL SETTIMO ED OTTAVO EPISODIO:

Nel freddo inverno tedesco Clarissa abortisce e rischia di perdere la vita. Hermann riesce finalmente a realizzare il suo sogno artistico con l'esecuzione del concerto Ombre. Anche Juan, giovane artista cileno, scopre la delusione di una vita spesa alla ricerca di inutili gratificazioni professionali e seppellisce per sempre le sue utopistiche speranze di successo. La travagliata vita sentimentale di Hermann sembra trovare un po' di tranquillità quando, nell'imminenza del Natale, il giovane musicista si lega a Schnüsschen, una ragazza dell'Hunsrück che lavora come guida turistica.

Schnüsschen trascorre il Capodanno nell'Hunsrück, già decisa a sposarsi al più presto con Hermann. Quando ha l'opportunità di prendersi cura dei bambini di una sua amica in compagni di Hermann, cerca di mostrare al suo innamorato tutti i vantaggi e i piaceri della vita familiare. Il matrimonio di Hermann e Schnüsschen diventa una grande festa per tutti gli amici. Anche Clarissa arriva a sorpresa proprio quando nessuno sperava di vederla di ritorno da Monaco dove aveva tenuto un concerto. L'atmosfera di felicità e serenità viene però infranta dal disperato gesto di Juan che, ormai deluso da tutti e da tutto, cerca di togliersi la vita.

 

NONO EPISODIO: "L'ETERNA FIGLIA"

Elisabeth Cerphal, figlia di un ricco editore degli Anni '20, è una talent-scout e mecenate di giovani artisti. Vive come una ricca Bohème di un'epoca ormai lontana, fra gli entusiasmi e le illusioni dei giovani artisti che, arrivati a Monaco, cercano nella sua persona e nella sua casa un punto di riferimento, un rifugio per poter andare avanti. Elisabeth entra in un difficile periodo di crisi quando scopre che suo padre morirà presto e che la lussuosa villa in cui abita non le appartiene. Hermann e Schnüsschen nel frattempo hanno avuto un bambino e cercano di essere felici. Clarissa continua la sua carriera e si avvicina a Volker, un famoso pianista. Alla morte del vecchio Cerphal finisce per tutti un'epoca: la stagione della vita consumata fra sogni e illusioni è ormai alle spalle.

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MARTEDI' 5 DICEMBRE 1995: cena ore 20.30,

indi SERATA

con l'amico Mario Pio Mancini che presenterà il suo ultimo disco Flying with the chakras, con esecuzione dal vivo di alcuni brani.

Successivamente verrà proiettato il cortometraggio Sex Condicio (sulla par condicio sessuale) del regista Paolo Armillei, di cui il nostro amico Mario Pio ha scritto le musiche.

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VENERDI' 8 DICEMBRE 1995 (film ore 17.15, indi cena):

"TRA CIELO E TERRA", regia di Oliver Stone (durata 140 minuti circa), anno 1993 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Con "Platoon" ha mostrato la vita sul fronte in prima linea. Con "Nato il 4 Luglio" ci ha mostrato come anche in patria ci fosse stato un fronte. Ora Oliver Stone, vincitore di tre premi Oscar (per la sceneggiatura di "Fuga di Mezzanotte" e la regia di Platoon" e "Nato il 4 Luglio") completa la sua trilogia con la storia di una battaglia combattuta su entrambi i fronti. Tommy Lee Jones, vincitore dell'Oscar nel 1993 (Come Miglior Attore Non Protagonista per il "Il Fuggitivo") guida un cast eccezionale nella potente vicenda di un uomo che combatte, di una donna che sopporta... e di un amore intrappolato negli stravolgimenti della guerra, sospeso tra cielo e terra.

MARTEDI' 12 DICEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

IN POLACCO CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

"DEKALOG" - 2° FILM: "THOU SHALT NOT TAKE THE NAME OF THE LORD THY GOD IN VAIN", regia di Krzysztof Kieslowski (durata un'ora circa), anno 1988 - IN POLACCO CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

A lonely elderly hospital consultant is asked by a patient's wife to predict her husband's chances of survival as she is pregnant by another man.

DA "KRZYSZTOF KIESLOWSKI" - DINO AUDINO EDITORE:

Dorota si accorge di aspettare un bambino dal suo amante mentre il marito lotta in ospedale tra la vita e la morte. Chiede al medico che lo cura una previsione precisa delle sue possibilità di sopravvivenza: se il marito dovesse morire, deciderà di tenere il bambino, altrimenti vorrebbe abortire. Il dottore prima sfugge al quesito poi le confessa di ritenere il marito quasi sicuramente spacciato. L'uomo invece riesce a superare la crisi. E Dorota ha già deciso di tenere il bambino.

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VENERDI' 15 DICEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 10° EPISODIO: "LA FINE DEL FUTURO", regia di Edgar Reitz (durata 132 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

HEIMAT 2 - PRESENTAZIONE GENERALE

Cronaca di una giovinezza - Un Bildungsroman per immagini della generazione degli Anni '60, piena di sogni e di utopie. Un gruppo di ventenni innamorati della musica e dell'arte, tutti alla ricerca di una strada per esprimere se stessi, tutti alla ricerca di "una seconda patria" dove vivere, dove trovare finalmente la piena realizzazione delle proprie aspirazioni. L'amore, i sogni, le sconfitte, i fallimenti di giovani che si dibattono disperatamente nella vana ricerca della libertà e dell'arte.

RIASSUNTO DELL'OTTAVO E NONO EPISODIO:

Schnüsschen trascorre il Capodanno nell'Hunsrück, già decisa a sposarsi al più presto con Hermann. Quando ha l'opportunità di prendersi cura dei bambini di una sua amica in compagni di Hermann, cerca di mostrare al suo innamorato tutti i vantaggi e i piaceri della vita familiare. Il matrimonio di Hermann e Schnüsschen diventa una grande festa per tutti gli amici. Anche Clarissa arriva a sorpresa proprio quando nessuno sperava di vederla di ritorno da Monaco dove aveva tenuto un concerto. L'atmosfera di felicità e serenità viene però infranta dal disperato gesto di Juan che, ormai deluso da tutti e da tutto, cerca di togliersi la vita.

Elisabeth Cerphal, figlia di un ricco editore degli Anni '20, è una talent-scout e mecenate di giovani artisti. Vive come una ricca Bohème di un'epoca ormai lontana, fra gli entusiasmi e le illusioni dei giovani artisti che, arrivati a Monaco, cercano nella sua persona e nella sua casa un punto di riferimento, un rifugio per poter andare avanti. Elisabeth entra in un difficile periodo di crisi quando scopre che suo padre morirà presto e che la lussuosa villa in cui abita non le appartiene. Hermann e Schnüsschen nel frattempo hanno avuto un bambino e cercano di essere felici. Clarissa continua la sua carriera e si avvicina a Volker, un famoso pianista. Alla morte del vecchio Cerphal finisce per tutti un'epoca: la stagione della vita consumata fra sogni e illusioni è ormai alle spalle.

 

DECIMO EPISODIO: "LA FINE DEL FUTURO"

Reinhard, sempre impegnato a rincorrere i suoi sogni cinematografici, quando torna dal Messico non trova più la casa di Cerphal e con Rob, un giovane amico fotografo e cameraman, cerca di rappresentare la scomparsa della villa in un film. Anche Hermann è addolorato dalla scomparsa dell'abitazione del vecchio Cerphal, simbolo di un'epoca e di un sogno ormai svaniti, e scrive un requiem per –la casa abbattuta. Intanto Clarissa diventa madre e Reinhard decide di partire alla volta di Venezia per scrivere una sceneggiatura e per cercare nuove esperienze. A Venezia Reinhard conosce Esther, una giovane fotografa figlia di un ufficiale delle SS. L'incontro però avrà un finale tragico: Reinhard, infatti, mentre gira un film diretto da Esther annega nelle acque dell'Ammersee.

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DOMENICA 17 DICEMBRE 1995 (ore 17.30, indi cena):

–Pomeriggio poetico con l'amico Lorenzo Artale che leggerà poesie di autori noti, proprie e di amici che vo–lessero far recitare proprie poesie (chi ne ha le può consegnare a Claudio o direttamente a Lorenzo).

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MARTEDI' 19 DICEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

I N I N G L E S E S E N Z A S O T T O T I T O L I

"THE MISSION", regia di Roland Joffé (durata 121 minuti circa), anno 1986 - IN INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Jeremy Irons is Father Gabriel, a man of the cloth. Robert De Niro is Rodrigo Mendoza, a man of the sword. Set in the almost mystical rain forests of South America, The Mission presents each man with his greatest challenge. The priest has come to spread the word of God amongst the Guarani Indians; the mercenary has come to enslave them. With the passing of time their destinies become entwined. Rodrigo finds his redemption in the Jesuit order by serving those he once enslaved. But when the Pope's emissary demands they abandon –the Mission of San Carlos, both men are confronted with a grim choice: should they break their vows of non-violence and fight alongside the Indians against hte Portuguese conquerors or be passive spectators at the annihilation of a whole tribe? The award winning team of David Puttnam and Roland Joffe (The Killing Fields) have crafted a film of breathtaking beauty, and raw, passionate power. The Mission is an unforgettable experience which glorifies the human spirit above the bloodlust and greed of governments and even the church.

Visivamente maestoso, con parecchie debolezze narrative e qualche lungaggine di troppo, è un film edulcorato dalla messa in scena fastosa, ma ugualmente emozionante specie nella sequenza finale, che conclude in modo drammatico la lotta della storia e in parità la gara di bravura tra i due attori protagonisti. Molto più discutibili le scelte ideologiche: sarà per la fede gesuita, sarà per il mito di Rousseau, certo è che gli indios sono tutti "buoni selvaggi", l’esotismo trionfa e il paternalismo europeo raggiunge spesso dei livelli intollerabili. Sceneggiatura (letteraria) di Robert Bolt, colonna sonora (insistente) di Ennio Morricone. Il film è stato girato in Colombia e Argentina.

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VENERDI' 22 DICEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"L'ARPA BIRMANA", regia di Kon Ichikawa (durata 120 minuti circa), anno 1956 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

–E' il luglio del 1945, e la guerra volge ormai al termine. Per sfuggire alla morte o alla prigionia, i soldati giapponesi cercano attraverso montagne e foreste di raggiungere la Thailandia. La pattuglia guidata dal capitano Inoue marcia guidata dal suono dell'arpa, con la quale il soldato Mizushima segnala che la via è libera. Mentre i giapponesi si riposano in un villaggio, questo viene circondato dalle truppe inglesi. Incerti se resistere o arrendersi, infine i giapponesi si rassegnano alla resa. Mizushima viene poi mandato in missione presso una guarnigione giapponese, per convincerla ad arrendersi; ma –non riesce nell'intento, anzi resta gravemente ferito nella battaglia che segue al suo arrivo. Curato da un bonzo, si mette in marcia per raggiungere il campo di concentramento nel quale sono prigionieri i suoi compagni, ma strada facendo decide invece di dedicarsi ad un'opera di misericordia, seppellendo religiosamente tutti i cadaveri rimasti insepolti sui campi di combattimento, in terra straniera. E quando il suo capitano gli farà pervenire, in un modo decisamente inusuale, l'invito a rimpatriare, Mizushima rifiuterà per continuare la sua pietosa incombenza.

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VENERDI' 29 DICEMBRE 1995 (cena ore 20.30, indi film):

IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 11° EPISODIO: "L'EPOCA DEL SILENZIO", regia di Edgar Reitz (durata 120 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

HEIMAT 2 - PRESENTAZIONE GENERALE

–Cronaca di una giovinezza - Un Bildungsroman per immagini della generazione degli Anni '60, piena di sogni e di utopie. Un gruppo di ventenni innamorati della musica e dell'arte, tutti alla ricerca di una strada per esprimere se stessi, tutti alla ricer–ca di "una seconda patria" dove vivere, dove trovare finalmente la piena realizzazione delle proprie aspirazioni. L'amore, i sogni, le sconfitte, i fallimenti di giovani che si dibattono disperatamente nella vana ricerca della libertà e dell'arte.

RIASSUNTO DEL NONO E DECIMO EPISODIO:

–Elisabeth Cerphal, figlia di un ricco editore degli Anni '20, è una talent-scout e mecenate di giovani artisti. Vive come una ricca Bohème di un'epoca ormai lontana, fra gli entusiasmi e le illusioni dei giovani artisti che, arrivati a Monaco, cercano nella sua persona e nella sua casa un punto di riferimento, un rifugio per poter andare avanti. Elisabeth entra in un difficile periodo di crisi quando scopre che suo padre morirà presto e che la lussuosa villa in cui abita non le appartiene. Hermann e Schnüsschen nel frattempo hanno avuto un bambino e cercano di essere felici. Clarissa continua la sua carriera e si avvicina a Volker, un famoso pianista. Alla morte del vecchio Cerphal finisce per tutti un'epoca: la stagione della vita consumata fra sogni e illusioni è ormai alle spalle.

Reinhard, sempre impegnato a rincorrere i suoi sogni cinematografici, quando torna dal Messico non trova più la casa di Cerphal e con Rob, un giovane amico fotografo e cameraman, cerca di rappresentare la scomparsa della villa in un film. Anche Hermann è addolorato dalla scomparsa dell'abitazione del vecchio Cerphal, simbolo di un'epoca e di un sogno ormai svaniti, e scrive un requiem per la casa abbattuta. Intanto Clarissa diventa madre e Reinhard decide di partire alla volta di Venezia per scrivere una sceneggiatura e per cercare nuove esperienze. A Venezia Reinhard conosce Esther, una giovane fotografa figlia di un ufficiale delle SS. L'incontro però avrà un finale tragico: Reinhard, infatti, mentre gira un film diretto da Esther annega nelle acque dell'Ammersee.

UNDICESIMO EPISODIO: "L'EPOCA DEL SILENZIO"

Rob, l'amico di Reinhard, ed Esther dopo essersi conosciuti decidono di proseguire insieme il loro percorso artistico e di elaborare alcuni esperimenti innovativi di tecnica cinematografica. Anche Hermann si interessa alla ricerca artistica di Rob, che riesce finalmente a portare avanti i suoi progetti cinematografici. Rob, –all'inaugurazione di Maria Vision, perde però temporaneamente e misteriosamente la vista. La carriera di Hermann prosegue anche grazie alla conoscenza del "console" Handschuh, che ha molti soldi e molta fiducia nel talento artistico del giovane compositore.

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VENERDI' 5 GENNAIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 12° EPISODIO: "L'EPOCA DELLE MOLTE PAROLE", regia di Edgar Reitz (durata 121 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

HEIMAT 2 - PRESENTAZIONE GENERALE

–Cronaca di una giovinezza - Un Bildungsroman per immagini della generazione degli Anni '60, piena di sogni e di utopie. Un gruppo di ventenni innamorati della musica e dell'arte, tutti alla ricerca di una strada per esprimere se stessi, tutti alla ricer–ca di "una seconda patria" dove vivere, dove trovare finalmente la piena realizzazione delle proprie aspirazioni. L'amore, i sogni, le sconfitte, i fallimenti di giovani che si dibattono disperatamente nella vana ricerca della libertà e dell'arte.

RIASSUNTO DEL DECIMO ED UNDICESIMO EPISODIO:

–Reinhard, sempre impegnato a rincorrere i suoi sogni cinematografici, quando torna dal Messico non trova più la casa di Cerphal e con Rob, un giovane amico fotografo e cameraman, cerca di rappresentare la scomparsa della villa in un film. Anche Hermann è addolorato dalla scomparsa dell'abitazione del vecchio Cerphal, simbolo di un'epoca e di un sogno ormai svaniti, e scrive un requiem per la casa abbattuta. Intanto Clarissa diventa madre e Reinhard decide di partire alla volta di Venezia per scrivere una sceneggiatura e per cercare nuove esperienze. A Venezia Reinhard conosce Esther, una giovane fotografa figlia di un ufficiale delle SS. L'incontro però avrà un finale tragico: Reinhard, infatti, men–tre gira un film diretto da Esther annega nelle acque dell'Ammersee.

Rob, l'amico di Reinhard, ed Esther dopo essersi conosciuti decidono di proseguire insieme il loro percorso artistico e di elaborare alcuni esperimenti innovativi di tecnica cinematografica. Anche Hermann si interessa alla ricerca artistica di Rob, che riesce finalmente a portare avanti i suoi progetti cinematografici. Rob, all'inaugurazione di Maria Vision, perde però temporaneamente e misteriosamente la vista. La carriera di Hermann prosegue anche grazie alla conoscenza del "console" Handschuh, che ha molti soldi e molta fiducia nel talento artistico del giovane compositore.

DODICESIMO EPISODIO: "L'EPOCA DELLE MOLTE PAROLE"

–Stefan riesce finalmente a trovare l'occasione per girare il suo primo film e si reca a Berlino per iniziare le riprese. Schnüsschen riprende gli studi e cerca una realizzazione personale proprio nel momento in cui il suo rapporto con Hermann comincia a manifestare i primi segni di logoramento. Hermann si separa dalla moglie e si trasferisce a Berlino da –Katrin, una studentessa molto impegnata politicamente, che partecipa attivamente al movimento del '68. Ma Hermann non riesce a trovare una vera serenità e comincia a riflettere sul passato, sulle occasioni perdute. Intanto Clarissa grazie a un amico americano, dopo aver smesso di suonare il violoncello, scopre di possedere un talento vocale.

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VENERDI’ 12 GENNAIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 13° ED ULTIMO EPISODIO: "L’ARTE O LA VITA", regia di Edgar Reitz (durata 133 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA

HEIMAT 2 - PRESENTAZIONE GENERALE

–Cronaca di una giovinezza - Un bildungsroman per immagini della generazione degli Anni ‘60, piena di sogni e di utopie. Un gruppo di ventenni innamorati della musica e dell’arte, tutti alla ricerca di una strada per esprimere se stessi, tutti alla ricerca di "una seconda patria" dove vivere, dove trovare finalmente la piena realizzazione delle proprie aspirazioni. L’amore, i sogni, le sconfitte, i fallimenti di giovani che si dibattono disperatamente nella vana ricerca della libertà e dell’arte.

RIASSUNTO DELL’UNDICESIMO E DODICESIMO EPISODIO

Rob, l’amico di Reinhard, ed Esther dopo essersi conosciuti decidono di proseguire insieme il loro percorso artistico e di elaborare alcuni esperimenti innovativi di tecnica cinematografica. Anche Hermann si interessa alla ricerca artistica di Rob, che riesce finalmente a portare avanti i suoi progetti cinematografici. Rob, all’inaugurazione di Maria Vision, perde però temporaneamente e misteriosamente la vista. La carriera di Hermann prosegue anche grazie alla conoscenza del "console" Handschuh, che ha molti soldi e molta fiducia nel talento artistico del giovane compositore.

Stefan riesce finalmente a trovare l’occasione per girare il suo primo film e si reca a Berlino per iniziare le riprese. Schnüsschen riprende gli studi e cerca una realizzazione personale proprio nel momento in cui il suo rapporto con Hermann comincia a manifestare i primi segni di logoramento. Hermann si separa dalla moglie e si trasferisce a Berlino da Katrin, una studentessa molto impegnata politicamente, che partecipa attivamente al movimento del ‘68. Ma Hermann non riesce a trovare una vera serenità e comincia a riflettere sul passato, sulle occasioni perdute. Intanto Clarissa grazie a un amico americano, dopo aver smesso di suonare il violoncello, scopre di possedere un talento vocale.

TREDICESIMO CAPITOLO: "L’ARTE O LA VITA"

–E’ ormai tempo di bilanci per Hermann. La vita, l’arte, i sogni di gioventù sono ricorrenti pensieri che sembrano giostrare nella sua mente e nel suo cuore senza trovare pace. Il "console", suo amico e mecenate, non ha figli e dimostra nei confronti del giovane compositore un sempre crescente affetto. Hermann, sempre alla disperata ricerca di un’ancora esistenziale, quando ha bisogno degli amici non trova più nessuno. Il suo viaggio alla ricerca degli affetti perduti lo conduce al nostalgico ricordo di Clarissa. Ad Amsterdam Hermann riesce finalmente a trovare la sua compagna di un tempo, ma dopo una lunga notte d’amore decide di tornare al suo paese nell’Hunstrück.

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MARTEDI’ 16 GENNAIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

"DIE MARQUISE VON O...", regia di Eric Rohmer (durata 100 minuti circa), anno 1976 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA

In a move away from his apparently casual use of contemporary French settings, Rohmer presents this German costume drama, a faithful adaptation of Heinrich von Kleist’s novella. The rigours and regulations of 19th century Society are mercilessly exposed in this story of double standards and mixed morals.

The sets and Moidele Bickele’s beautiful costumes garnered much praise, and the outstanding photography was provided by Nestor Almendros, a Rohmer regular.

VENERDI’ 19 GENNAIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"SOLARIS", regia di Andrej Tarkovskij (durata 115 minuti circa), anno 1972 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA

Kris Kelvin, sociopsicologo, viene inviato sulla piattaforma orbitante intorno al pianeta Solaris, per indagare sugli strani fenomeni che vi avvengono e che coinvolgono in maniera preoccupante gli scienziati a bordo. Raggiunta la stazione, Kelvin scopre che il capo della missione si è ucciso e che gli altri due membri si trovano sull’orlo della pazzia. Questo perché Solaris è stato bombardato con raggi X ed ha reagito inviando a sua volta radiazioni che hanno la facoltà di materializzare i ricordi e le ossessioni degli uomini. In questo film Tarkovskij si è spinto a condannare le mete disumane che si prefigge la tecnologia, specialmente quando questa va a condizionare l’origine della vita dell’uomo. Il messaggio del regista è che non dai prodigi della crudele tecnologia ma solo dall’amore nasce e si sviluppa la vita e che l’uomo, privato di consistenza interiore, svuotato dei suoi sentimenti, è solo un arido robot destinato all’infelicità.

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VENERDI' 26 GENNAIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"SPIE COME NOI", regia di John Landis (durata 100 minuti circa), anno 1985 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Non hanno neanche il minimo sospetto di cosa sia la loro missione. Ma se ha qualcosa a che fare con il farci ridere, allora è certamente una "missione compiuta" con due protagonisti come Chevy Chase e Dan Aykroyd.

Due impiegatucci del governo di Washington (Chase e Aykroyd), stanchi di una vita monotona e senza mordente, superano un esame del servizio civile, dando prova d'essere quello che alcuni politici stanno cercando: due perfetti stupidi, i cui limiti non hanno limiti! Due tra i più divertenti comici della nuova generazione hollywoodiana, alle prese con la loro prima commedia insieme.

MARTEDI' 30 GENNAIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

IN SPAGNOLO - SOTTOTITOLI IN INGLESE

"STRAWBERRY AND CHOCOLATE", regia di Tomas Gutierrez Alea (durata 106 minuti circa), anno 1993 - IN SPAGNOLO SOTTOTITOLATO IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Strawberry and Chocolate won eight top prizes at the Havana Film Festival last year, including Best Film, Best Director, and a Silver Bear at the Berlin Film Festival. Tomas Gutierrez Alea is considered a master filmmaker in Cuba. Since 1955 he has directed such acknowledged classics as Memories of Underdevelopment and The Last Supper voted Best Film at the London Film Festival 1979.

VENERDI' 2 FEBBRAIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

VISIONE DI DUE DOCUMENTARI DELL'AMICO PIERO MUSILLI:

"HIMALAYA" - Regione del Khumbu: Everest e Lhotse, rispettivamente prima e quarta vetta più alta del mondo, ripresi da quota 5.600 metri circa, otto giorni di cammino, ottanta chilometri. Maggio 1991. Durata del documentario venti minuti circa, con musiche, con commento dal vivo dell'amico Piero.

"STATI UNITI - WEST":

Itinerario:

Stati:

Nevada, Arizona, Colorado, Utah, Montana, California.

Parchi:

Zion, Yellowstone, Yosemity, Arches National Park.

Canyons:

Gran Canyon, Brice Canyon, Canyon de Chelly.

Città principali:

San Francisco, Los Angeles, San Diego, Las Vegas.

Agosto 1993. Durata del documentario cinquanta minuti circa, con musiche, con commento dal vivo dell'amico Piero.

MARTEDI' 6 FEBBRAIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

IN INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

"THE REMAINS OF THE DAY", regia di James Ivory (durata 129 minuti circa), anno 1993 - IN INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

IN INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Stevens (Anthony Hopkins) is the perfect English butler. Now employed by Mr Lewis (CHRISTOPHER REEVE - Superman), the new American owner of Darlington Hall, Steven has spent the best part of his working life serving Lord Darlington (JAMES FOX - Patriot Games), the host of many prestigious international conferences in the 1930s. It was only when war broke out in 1939, that Lord Darlington's involvment with the Nazi party was uncovered.

Now, twenty years later, Stevens realizes that his unquestioning faith and dedication to duty were misplaced, and cost him dearly in his own personal life. Over several years, he carried on an intense relationship with the Estate's attractive young housekeeper, Miss Kenton (EMMA THOMPSON). But his unwavering sense of duty led Stevens to deny his emotions - and eventually drive away the one woman he loved. Now he wants to make amends...

An extraordinary story of blind emotion and repressed love, THE REMAINS OF THE DAY achieved an astounding 8 Academy Award nominations, including Best Picture, Best Actor and Best Actress. Anthony Hopkins received the BAFTA Award for the Best Performance by an actor in a leading role.

VENERDI’ 9 FEBBRAIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"GORILLA NELLA NEBBIA", regia di Michael Apted (durata 129 minuti circa), anno 1988 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Nel settembre del 1967, Dian Fossey, un’insegnante di 34 anni, va in Africa a studiare i gorilla. Ci rimane diciotto anni, durante i quali diviene un figura mitica del Continente Nero, una "madre coraggio" dei quadrumani, che difende contro la ferocia dei cacciatori e dei mercanti. Per gli animali, Dian Fossey rinuncerà persino alla sua felicità privata (rifiuta il matrimonio con un fotografo innamorato di lei). Verrà trovata uccisa nel suo laboratorio e il suo assassino non sarà mai trovato. Un’eccezionale interpretazione di Sigourney Weaver, candidata all’Oscar.

MARTEDI' 13 FEBBRAIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

IN POLACCO CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

"DEKALOG" - 4° FILM: "HONOUR THY FATHER AND THY MOTHER", regia di Krzysztof Kieslowski (durata un'ora circa), anno 1988 - IN POLACCO CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

Anka is a young drama student who has a close relationship with her widowed father. When he goes on a trip abroad Anka finds a letter revealing that he may not in fact be her real father.

VENERDI' 16 FEBBRAIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"THE VANISHING - SCOMPARSA", regia di George Sluizer (durata 110 minuti circa), anno 1993 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Cos'è successo a Diane Shaver? Una splendida giornata di sole, una vacanza con Jeff (Kiefer Sutherland, "Codice d'Onore"), la promessa di non lasciarsi mai, una sosta in autostrada. D'improvviso Diane scompare, senza una traccia, senza un motivo. Jeff inizia le sue ossessive ricerche, ma dovranno passare tre anni prima che il rapitore psicopatico, Barney (Jeff Bridges, "Texasville", "C'è un fantasma tra noi due") si faccia vivo. Jeff ha un solo modo per liberarsi della sua ossessione. Un thriller senza spargimenti di sangue, ma capace di creare un'altissima tensione psicologica dalla prima all'ultima scena.

VENERDI' 23 FEBBRAIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"TRE COLORI - FILM BIANCO", regia di Krzysztof Kieslowski (durata 91 minuti circa), anno 1993 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Abbandonato dalla moglie a causa della sua impotenza, Karol, buffo parrucchiere polacco emigrato a Parigi, rientra in patria dentro a una valigia, con l'aiuto di un ricco compatriota. Una fortunata e rischiosa speculazione terriera ai danni di due delinquenti frutterà a Karol il denaro necessario per attirare l'ex-moglie in Polonia e vendicarsi della sua indifferenza. Secondo capitolo della trilogia di Kieslowski sui colori della bandiera francese, dedicato all'uguaglianza. Gran Premio per la regia al Festival di Berlino.

DAL "DIZIONARIO DEI FILM 1998" - Baldini&Castoldi:

Con toni più leggeri e ironici rispetto al precedente Tre colori-Film blu, Kie[ lowski continua la sua riflessione sui colori della bandiera e le parole d’ordine della Rivoluzione francese, qui l’uguaglianza e il bianco. Ma è un’uguaglianza "al negativo", perché Dominique, dopo aver sconfitto il marito in tribunale, dovrà subire una giustizia altrettanto ingiusta e immorale, che annulla ogni tipo di umanità (proprio come il colore bianco degli stacchi narrativi "nega" la varietà degli altri colori), condannata per "colpa" di quei valori - il sesso e il denaro - che in un mondo materialistico come è quello descritto dal film, che si tratti dell’Est o dell’Ovest, sono alla base di ogni negazione d’uguaglianza. Questo film intreccia il sostrato melodrammatico della storia d’amore tra i due protagonisti con venature comiche e paradossi surreali (l’arrivo in Polonia nascosto dentro un baule, rubato dagli impiegati dell’aeroporto) dimostrando ancora una volta la straordinaria libertà narrativa del suo autore, che nessuna formula riesce ad ingabbiare. Premiato a Berlino con l’Orso d’argento per la miglior regia.

 

 

VENERDI' 1° MARZO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

IN INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

"AMADEUS", regia di Milos Forman (durata 152 minuti circa), anno 1984 - IN INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

IN INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

A bawdy hellraiser. A screeching, raucous child. And the composer of the greatest music ever written.

Adored by the gods. Haunted by ghosts. Destroyed by the jealousy of the man who worshipped, envied and hated him.

 

MARTEDI' 5 marzo 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"TUTTE LE MATTINE DEL MONDO" (Tous les matins du monde), regia di Alain Corneau (durata 110 minuti circa), anno 1991 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Un anziano musicista della corte del Re di Francia, Marin Marais, rievoca la figura dell'insuperato maestro, Sainte Colombe. Nel susseguirsi dei ricordi, Marais rivaluta la personalità schiva e intransigente del maestro, coerente con l'assoluta tensione verso la perfezione musicale, all'opposto con la propria immagine di allora giovane allievo, ambizioso e mondano.

MERCOLEDI' 6 marzo 1996 (cena ore 20.30, indi film):

IL BRANCO, regia di Marco RISI, con Ricky Memphis, anno 1994, durata 95 min. circa - IN ITALIANO

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Questo film violento, aspro, brutale, terribilmente "vero", ha scatenato in Italia una bagarre come non se ne vedeva più dai tempi di Pier Paolo Pasolini...

Da un fatto veramente accaduto, alla periferia di Roma. Una banda di ragazzi sequestra due autostoppiste tedesche, poi ne organizza e consuma lo stupro collettivo. Una delle ragazze muore...

IL REGISTA: "Pasolini raccontava le periferie, la violenza come emarginazione, il branco come forma di sopravvivenza. Io racconto il branco come la sola ragione d’orgoglio e di identità di quei ragazzi..."

IL REGISTA: "Finora le storie di stupro sono state raccontate dalle donne. Io ho tentato di immedesimarmi nella parte degli aggressori..."

 

VENERDI' 8 MARZO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

IN INGLESE - SOTTOTITOLI IN INGLESE

"IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI", regia di Jonathan Demme (durata 115 minuti circa), anno 1991 - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Tratto dal romanzo best-seller di Thomas Harris e portato sullo schermo dal regista Jonathan Demme, IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI è stato uno strepitoso successo cinematografico in tutto il mondo. Anthony Hopkins è il dottor Hannibal Lecter. Geniale. Astuto. Psicopatico. Nella sua mente è nascosto l'indizio che può smascherare uno spietato assassino. Jodie Foster è Clarice Starling, agente F.B.I.. Geniale. Vulnerabile. Sola. Per fermare l'assassino dovrà fidarsi di lui.

MARTEDI' 12 MARZO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"Hair", regia di Milos Forman (durata 114 minuti circa), anno 1979 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

L'Era dell'Acquario vive ancora! Il regista Milos Forman (Qualcuno volò sul nido del cuculo) ha confuso gli scettici e trasformato il musical degli anni '60 in una esuberante e gioiosa esperienza cinematografica.

Le memorabili canzoni si sentono ripetere ovunque: sopra i tavoli, a Central Park, guidando in autostrada, passeggiando a Wall Street, e in formazione militare a bordo degli aerei diretti verso il Viet Nam.

HAIR non è soltanto uno sguardo ai tempi che furono, è piuttosto qualcosa che fa rinascere lo spirito e la gioia degli anni '60.   Quando il film raggiunge il punto di massima intensità, non c'è dubbio che "il sole può ancora splendere".

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA", DI FERNALDO DI GIAMMATTEO, EDITORI RIUNITI, APRILE 1986:

Divenuto cittadino statunitense nel '77, uomo ricco e regista affermato, Forman vuole togliersi il gusto di realizzare un musical, suo sogno da molti anni.   Hair - vero manifesto della generazione hippy degli anni '60, inno al pacifismo, all'amore, all'uso delle droghe, ai capelli lunghi - diventa nelle mani del regista cecoslovacco alla fine degli anni '70 una celebrazione nostalgica e un po' patetica.   Rappresentato per la prima volta nel '67 e poi replicato in tutto il mondo migliaia di volte con enorme successo, il musical vede ora, ad oltre dieci anni di distanza, irrimediabilmente compromessa la sua carica eversiva e abbondantemente fallito il suo messaggio.   Comunque Forman si sottrae al destino classico del regista di film 'singing & dancing' (tradizionalmente relegato al ruolo di coordinatore di numeri e coreografie) e riesce ad imporre un proprio stile ed una propria personale rilettura dell'epopea hippy.

DA "FORMAN" DI PAOLO VECCHI - IL CASTORO CINEMA - LA NUOVA ITALIA - FEBB. 1981:

Contrariamente a quanto spesso accadeva in passato, Hair è un film di regista, non di coreografo.   Con buona pace dell'ottima Twyla Tharp, infatti, ci pare chiaro che essa non è, non diciamo Berkeley, ma neppure, che so, un Gene Kelly o un Jerome Robbins.   Non siamo esegeti del genere, tuttavia ci azzardiamo ad affermare che una delle caratteristiche più evidenti del musical, almeno di quello classico, è la sua teatralità.   In esso le coreografie possiedono un'autonomia che è più da palcoscenico che da teatro di posa, il tessuto connettivo serve spesso da pretesto, al massimo da supporto, pronto com'è ad annullarsi per consentire al " numero " musicale di offrirsi allo spettatore in tutta la sua affascinante spettacolarità.   Inoltre lo spazio dell'azione si dà come chiuso, definendosi a guisa di scena anche quando (West Side Story, ad esempio) sconfina nelle strade di un intero quartiere.   Quasi sempre compito del regista è, conseguentemente, quello di filmare la messa in scena di un materiale preesistente che, tranne rarissime eccezioni, risulta decisivo agli effetti del risultato artistico.   Forman, viceversa, piega l'elemento coreografico ad un progetto tanto ferreo nella sua precisione da farne passare in secondo piano le pur evidenti qualità.   Il ritmo del film, infatti, non è scandito dai numeri musicali, ma da un montaggio che ha del prodigioso, e che letteralmente costruisce i balletti, operando come elemento costitutivo della messa in scena.   Si veda, ad esempio, la sequenza del pas de deux dei cavalli dei poliziotti al Central Park, o quella, straordinaria, di Black boys-White boys, con stacchi alternati sulle ballerine-cantanti nel parco e i militari, sessualmente ambigui, dell'ufficio leva.   Questo fa anche sì che non esista praticamente soluzione di continuità fra parti recitate e parti cantate, al punto che la struttura del film risulta molto più libera rispetto ai classici del genere.

" Ogni volta che sullo schermo qualcuno apre la bocca e comincia a cantare - ha dichiarato Forman - mi provoca uno choc [...] Quello che mi ha sempre messo a disagio nelle commedie musicali, è che si segue una storia e che improvvisamente tutto si ferma per un numero.   Mi sento allora tagliato fuori dal film.   Abbiamo trascorso molto tempo a risolvere questo problema " (Michel Ciment, Une expérience américaine (deux entretiens avec Milos Forman), " Positif ", n. 179, marzo 1976).   La successione di parti cantate e parti recitate risulta in effetti molto scorrevole, pur in (o proprio grazie ad) un'asimmetria desueta, che vede la prima parte del film quasi tutta musicale, l'ultima, quella della caserma, quasi tutta dialogata.   Questa " naturalezza ", questo occultamento della finzione contrastano con gli stereotipi di un genere solito ad esplicitarla fino alla specularità, all'autoriflessione.   Lo stesso uso di esterni assolutamente credibili (pensate alle campagne di Oklahoma! o di Sette spose per sette fratelli), anziché provocare stridore, assimila l'insolito (il canto, il ballo) ad un ambito di normalità.

VENERDI' 1° MARZO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

IN INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

"AMADEUS", regia di Milos Forman (durata 152 minuti circa), anno 1984 - IN INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

IN INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

A bawdy hellraiser. A screeching, raucous child. And the composer of the greatest music ever written.

Adored by the gods. Haunted by ghosts. Destroyed by the jealousy of the man who worshipped, envied and hated him.

 

MARTEDI' 5 marzo 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"TUTTE LE MATTINE DEL MONDO" (Tous les matins du monde), regia di Alain Corneau (durata 110 minuti circa), anno 1991 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Un anziano musicista della corte del Re di Francia, Marin Marais, rievoca la figura dell'insuperato maestro, Sainte Colombe. Nel susseguirsi dei ricordi, Marais rivaluta la personalità schiva e intransigente del maestro, coerente con l'assoluta tensione verso la perfezione musicale, all'opposto con la propria immagine di allora giovane allievo, ambizioso e mondano.

MERCOLEDI' 6 marzo 1996 (cena ore 20.30, indi film):

IL BRANCO, regia di Marco RISI, con Ricky Memphis, anno 1994, durata 95 min. circa - IN ITALIANO

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Questo film violento, aspro, brutale, terribilmente "vero", ha scatenato in Italia una bagarre come non se ne vedeva più dai tempi di Pier Paolo Pasolini...

Da un fatto veramente accaduto, alla periferia di Roma. Una banda di ragazzi sequestra due autostoppiste tedesche, poi ne organizza e consuma lo stupro collettivo. Una delle ragazze muore...

IL REGISTA: "Pasolini raccontava le periferie, la violenza come emarginazione, il branco come forma di sopravvivenza. Io racconto il branco come la sola ragione d’orgoglio e di identità di quei ragazzi..."

IL REGISTA: "Finora le storie di stupro sono state raccontate dalle donne. Io ho tentato di immedesimarmi nella parte degli aggressori..."

 

VENERDI' 8 MARZO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

IN INGLESE - SOTTOTITOLI IN INGLESE

"IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI", regia di Jonathan Demme (durata 115 minuti circa), anno 1991 - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Tratto dal romanzo best-seller di Thomas Harris e portato sullo schermo dal regista Jonathan Demme, IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI è stato uno strepitoso successo cinematografico in tutto il mondo. Anthony Hopkins è il dottor Hannibal Lecter. Geniale. Astuto. Psicopatico. Nella sua mente è nascosto l'indizio che può smascherare uno spietato assassino. Jodie Foster è Clarice Starling, agente F.B.I.. Geniale. Vulnerabile. Sola. Per fermare l'assassino dovrà fidarsi di lui.

MARTEDI' 12 MARZO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"Hair", regia di Milos Forman (durata 114 minuti circa), anno 1979 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

L'Era dell'Acquario vive ancora! Il regista Milos Forman (Qualcuno volò sul nido del cuculo) ha confuso gli scettici e trasformato il musical degli anni '60 in una esuberante e gioiosa esperienza cinematografica.

Le memorabili canzoni si sentono ripetere ovunque: sopra i tavoli, a Central Park, guidando in autostrada, passeggiando a Wall Street, e in formazione militare a bordo degli aerei diretti verso il Viet Nam.

HAIR non è soltanto uno sguardo ai tempi che furono, è piuttosto qualcosa che fa rinascere lo spirito e la gioia degli anni '60.   Quando il film raggiunge il punto di massima intensità, non c'è dubbio che "il sole può ancora splendere".

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA", DI FERNALDO DI GIAMMATTEO, EDITORI RIUNITI, APRILE 1986:

Divenuto cittadino statunitense nel '77, uomo ricco e regista affermato, Forman vuole togliersi il gusto di realizzare un musical, suo sogno da molti anni.   Hair - vero manifesto della generazione hippy degli anni '60, inno al pacifismo, all'amore, all'uso delle droghe, ai capelli lunghi - diventa nelle mani del regista cecoslovacco alla fine degli anni '70 una celebrazione nostalgica e un po' patetica.   Rappresentato per la prima volta nel '67 e poi replicato in tutto il mondo migliaia di volte con enorme successo, il musical vede ora, ad oltre dieci anni di distanza, irrimediabilmente compromessa la sua carica eversiva e abbondantemente fallito il suo messaggio.   Comunque Forman si sottrae al destino classico del regista di film 'singing & dancing' (tradizionalmente relegato al ruolo di coordinatore di numeri e coreografie) e riesce ad imporre un proprio stile ed una propria personale rilettura dell'epopea hippy.

DA "FORMAN" DI PAOLO VECCHI - IL CASTORO CINEMA - LA NUOVA ITALIA - FEBB. 1981:

Contrariamente a quanto spesso accadeva in passato, Hair è un film di regista, non di coreografo.   Con buona pace dell'ottima Twyla Tharp, infatti, ci pare chiaro che essa non è, non diciamo Berkeley, ma neppure, che so, un Gene Kelly o un Jerome Robbins.   Non siamo esegeti del genere, tuttavia ci azzardiamo ad affermare che una delle caratteristiche più evidenti del musical, almeno di quello classico, è la sua teatralità.   In esso le coreografie possiedono un'autonomia che è più da palcoscenico che da teatro di posa, il tessuto connettivo serve spesso da pretesto, al massimo da supporto, pronto com'è ad annullarsi per consentire al " numero " musicale di offrirsi allo spettatore in tutta la sua affascinante spettacolarità.   Inoltre lo spazio dell'azione si dà come chiuso, definendosi a guisa di scena anche quando (West Side Story, ad esempio) sconfina nelle strade di un intero quartiere.   Quasi sempre compito del regista è, conseguentemente, quello di filmare la messa in scena di un materiale preesistente che, tranne rarissime eccezioni, risulta decisivo agli effetti del risultato artistico.   Forman, viceversa, piega l'elemento coreografico ad un progetto tanto ferreo nella sua precisione da farne passare in secondo piano le pur evidenti qualità.   Il ritmo del film, infatti, non è scandito dai numeri musicali, ma da un montaggio che ha del prodigioso, e che letteralmente costruisce i balletti, operando come elemento costitutivo della messa in scena.   Si veda, ad esempio, la sequenza del pas de deux dei cavalli dei poliziotti al Central Park, o quella, straordinaria, di Black boys-White boys, con stacchi alternati sulle ballerine-cantanti nel parco e i militari, sessualmente ambigui, dell'ufficio leva.   Questo fa anche sì che non esista praticamente soluzione di continuità fra parti recitate e parti cantate, al punto che la struttura del film risulta molto più libera rispetto ai classici del genere.

" Ogni volta che sullo schermo qualcuno apre la bocca e comincia a cantare - ha dichiarato Forman - mi provoca uno choc [...] Quello che mi ha sempre messo a disagio nelle commedie musicali, è che si segue una storia e che improvvisamente tutto si ferma per un numero.   Mi sento allora tagliato fuori dal film.   Abbiamo trascorso molto tempo a risolvere questo problema " (Michel Ciment, Une expérience américaine (deux entretiens avec Milos Forman), " Positif ", n. 179, marzo 1976).   La successione di parti cantate e parti recitate risulta in effetti molto scorrevole, pur in (o proprio grazie ad) un'asimmetria desueta, che vede la prima parte del film quasi tutta musicale, l'ultima, quella della caserma, quasi tutta dialogata.   Questa " naturalezza ", questo occultamento della finzione contrastano con gli stereotipi di un genere solito ad esplicitarla fino alla specularità, all'autoriflessione.   Lo stesso uso di esterni assolutamente credibili (pensate alle campagne di Oklahoma! o di Sette spose per sette fratelli), anziché provocare stridore, assimila l'insolito (il canto, il ballo) ad un ambito di normalità.

VENERDI' 15 MARZO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"IL VIAGGIO DI CAPITAN FRACASSA", regia di Ettore Scola (durata 133 minuti circa), anno 1989 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

L'Europa della metà del diciassettesimo secolo è sconvolta da guerre, pestilenze, carestie. Il popolino è povero e superstizioso; l'aristocrazia tenta invano di conservare i suoi vecchi privilegi. Un carro di comici girovaghi porta in giro il suo teatrino viaggiando su carri trainati da buoi. Ad essi si unisce l'ultimo - e affamato - erede della nobile casata dei Sigognac; al suo fianco c'è Pulcinella che, tra i comici della compagnia, avrà il ruolo del servitore. Così inizia un viaggio che cambierà la vita del giovane barone.

MARTEDI' 19 MARZO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

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"L'UOMO SENZA VOLTO", regia di Mel Gibson (durata 110 minuti circa), anno 1993 - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

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SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Un uomo solitario, segnato nel suo cuore e sul suo volto da un oscuro passato. Un ragazzino difficile, bisognoso soltanto di affetto e fiducia. Il loro è un incontro importante, ma la cattiveria della gente cercherà in ogni modo di dividerli. Un film tenero e delicato per l'esordio di Mel Gibson dietro la macchina da presa.

 

VENERDI' 22 MARZO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"GREMLINS", regia di Joe Dante (durata 105 minuti circa), anno 1984 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

"Sicuro è carino. Certo che lo puoi tenere. Ma bada, rispetta questi tre avvertimenti: non bagnarlo mai, tienilo lontano dalla luce intensa e, cosa più importante di tutte, non dimenticare, anche se lui piangerà, ti pregherà e ti implorerà, che non devi mai dargli da mangiare dopo la mezzanotte". Con queste misteriose istruzioni il giovane Billy Peltzer prende con sé questo grazioso animaletto. Ben presto si accorgerà di avere ben più di quanto si aspetti. GREMLINS è un film buffo e cattivello allo stesso tempo, una bizzarra creazione alla Dott. Jeckyll e Mr. Hyde che ogni tanto ti fa chiudere gli occhi per la paura, ma riesce spesso a farti morire dalle risate. Inizia tranquillamente come una divertente commedia, trasformandosi d’un tratto in una infernale baldoria al cui confronto i riti mistici delle streghe appaiono dei balli di festa campagnola. Se avete già visto il film "The Howling" o l’episodio "E’ Una Bella Vita " dal film "Ai Confini Della Realtà", avrete già certamente un’idea delle magiche e deliranti immagini che il regista Joe Dante sa dare. Nei suoi film tutto finisce male; l’unica cosa da fare è quella di tenersi forte e sperare di arrivare alla fine ancora tutto intero. Il mago degli effetti speciali Chris Walas infonde la sua magia in tutte le creature protagoniste di questo film, sia in quelle buone e adorabili che in quelle terribili e mostruose. "Certo, è impossibile da farsi" disse Walas la prima volta che lesse la sceneggiatura "perciò facciamolo". Il risultato della sua fatica è stato un’orda di piccoli demoni capaci di muoversi in una maniera sorprendente e selvaggia. Il produttore Steven Spielberg disse a proposito dei Gremlins: "Se potessero parlare, probabilmente direbbero: ‘Facciamo baldoria’". Ma la festa per i Gremlins vuol dire panico per gli esseri umani. In una sequenza mozzafiato della più classica "commedia nera", la madre di Billy difende la sua accessoriata cucina americana contro un furioso assalto di un Gremlin mutilato ma indistruttibile, con risultati meravigliosamente perversi. Isterico, brutale, irriverente ma anche buono e divertente; GREMLINS è tutto questo e anche molto di più. Allora forza, bagnati la testa, procurati uno spuntino per mezzanotte e goditi lo spettacolo.

MARTEDI' 26 MARZO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"The Mahabharata" - PRIMA PARTE ("The game of dice"), regia di Peter Brook, anno 1990 - durata 97 minuti circa - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

"Il Mahabharata" è uno splendido film presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia del 1989. E' la trasposizione cinematografica di un poema indù lungo quindici volte la Bibbia che abbraccia nove secoli di storia e che ha richiesto un lavoro di preparazione durato dodici anni.

Moltissime le vicende, i personaggi, le azioni sceniche: alla base la convinzione che culture, religioni, civiltà diverse, abbiano radici comuni.

Pur se differenti sono le risposte, le domande sul perché dell'esistenza, del destino, della contrapposizione tra bene e male, sono domande universali per l'uomo.

"Vedi con occhio equanime il piacere e la pena, il guadagno e la perdita, la vittoria e la sconfitta e gettati nella battaglia; così non commetterai peccato." (Bhagavad Gita, canto II, versetto 38)

 

Fui iniziato in una torre di legno e di canne in riva al Danubio, fu mio padrino Marcio Turbo, un compagno d'armi. Ricordo che il peso del toro agonizzante fu lì lì per far crollare il pavimento a graticci sotto cui stavo per ricevere l'aspersione di sangue. In seguito, ho riflettuto ai pericoli che possono rappresentare per lo Stato, sotto un principe debole, siffatte società segrete, e ho finito per infierire contro di esse, ma confesso che quando si è in presenza del nemico esse conferiscono agli adepti una forza quasi sovrumana. Ciascuno di noi era convinto di sfuggire ai limiti angusti della propria condizione umana, si sentiva se stesso e l'avversario simultaneamente, assimilato al dio di cui non si sa più se muore nelle spoglie di bestia o se uccide sotto forma umana. Quei sogni bizzarri, che a volte oggi mi sgomentano, non differivano poi profondamente dalle teorie di Eraclito sull'identità dell'arco e del bersaglio. Allora, mi aiutavano a tollerare la vita. La vittoria e la sconfitta si mescolavano, si confondevano, erano raggi diversi d'una stessa luce solare. Quei fanti daci che calpestavo sotto gli zoccoli del cavallo, quei cavalieri sarmati abbattuti in seguito nei corpo a corpo dove i nostri cavalli impennati si mordevano al petto, m'era tanto più facile colpirli in quanto m'identificavo con loro. Se fosse rimasto abbandonato sul campo di battaglia, il mio corpo spoglio delle vesti non sarebbe stato tanto diverso dal loro. Identico sarebbe stato l'urto dell'ultimo colpo di spada.

(Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano)

SCHEDA TRATTA DALLA GUIDA AI PROGRAMMI TELEPIU':

Il Mahabharata-film è soltanto la tappa conclusiva del lavoro decennale di Peter Brook sul mastodontico testo di oltre 120.000 versi (circa 15 volte la Bibbia), scritto in sanscrito 3.500 anni fa, che costituisce il punto di riferimento centrale della cultura e della religione indiana. All'origine, infatti, c'era stato uno spettacolo teatrale di 9 ore e quindi un video di 6 diretti dal regista inglese. Condensando ulteriormente l'enormità della materia nelle tre ore del film uscito nelle sale, con l'aiuto di Jean-Claude Carrière, Brook ha vinto ampiamente la difficile scommessa di tradurre in universalità narrativa la diversità culturale e la complessità, invero solo apparente, della sua affascinante fonte ispiratrice. Un lavoro titanico che è più compiutamente apprezzabile nella versione integrale di sei ore.

Prima di ogni altra cosa il film è un racconto fantastico e avvincente, una fiaba popolata di eroi e divinità e scandita da amori, tradimenti, battaglie, che rapisce lo spettatore col suo ritmo avvolgente e l'inarrestabile flusso delle invenzioni figurative. Ma proprio questa straordinaria immediatezza comunicativa, cui contribuisce in larga parte l'eccellente cast cosmopolita (nel ruolo del guerriero Arjuna vi figura anche il nostro Vittorio Mezzogiorno), lascia filtrare quello che è forse il messaggio più significativo di questa emozionante avventura intellettuale: la possibilità, se solo si abbandonano pigrizie e pregiudizi, di entrare in sintonia con culture e mitologie apparentemente diverse e lontane.

DA "LO YOGA DELLA BHAGAVAD GITA" DI SRI AUROBINDO:

Quando Dhritarashtra, il re cieco dei Kuru, divenne vecchio, decise di cedere il trono, non a suo figlio Duryodhana, ma a Yudhishthira, il figlio maggiore di Pandu, suo fratello minore. Duryodhana, uomo di cattive inclinazioni, non era degno di governare un dharmarajya (regno dove vigono i princìpi di diritto e giustizia, ideale dell'antica India), come invece lo era Yudhishthira, in cui s'incarnavano la virtù e la purezza. Ma Duryodhana, mediante la scaltrezza e il tradimento, s'impadronì del trono, cercando con tutti i mezzi di annientare Yudhishthira e i suoi quattro fratelli.

Krishna, Dio incarnato, capo del clan Yadava, amico e parente dei Kuru, tentò di riconciliare le due parti. In nome dei cinque fratelli Pandava (figli di Pandu), reclamò solamente cinque villaggi: Duryodhana rifiutò brutalmente; senza battaglia, disse, non avrebbe dato terra, nemmeno quella che sarebbe potuta stare sulla punta di uno spillo. Divenne in tal modo inevitabile battersi in nome della giustizia e del diritto. Tutti i prìncipi dell'India si unirono all'una o all'altra delle due fazioni. Krishna, amico imparziale, offrì una scelta alle due parti: Duryodhana scelse per sé il potente esercito di Krishna, e Krishna, personalmente, entrò nel campo opposto - non come combattente, ma come auriga del carro di combattimento di Arjuna (uno dei cinque fratelli Pandava).

Dei cinque fratelli Pandava, il maggiore, Yudhishthira, era il più puro e il più virtuoso, 'sattvico'; il minore Bhima, il più forte, 'rajasico', mentre Arjuna, il terzo dei fratelli, era un equilibrio di purezza e di forza, di sattva e rajas; per questo fu scelto dal Divino per essere il Suo principale strumento nella grande guerra che doveva determinare, nel mondo, un ciclo, yugantara, e per essere il discepolo a cui dare il divino messaggio per condurre l'umanità alla sua meta: l'immortalità sulla terra.

 

DALLA "ENCICLOPEDIA CATTOLICA":

Due fratelli, appartenenti alla dinastia dei Bharaditi, Dhrtarastra e Pandu, hanno ereditato il territorio, approssimativamente compreso tra il Gange superiore e la Sutudri (Sutlej) che ha per capitale Hastinapura. Dhrtarastra, nato cieco, non può regnare; perciò il potere resta affidato a Pandu fino alla prematura sua morte, la quale costringe Dhrtarastra ad assumere le redini del governo. Pandu aveva lasciato cinque figli, detti, dal nome del padre, Panduidi (o Pandava); cento erano i figli di Dhrtarastra, chiamati Kuruidi (o Kaurava), cioè discendenti da Kuru, un celebre antenato che aveva dato il nome anche al territorio (Kuruksetra). Educati a corte e istruiti nel maneggio delle armi insieme con i cugini, i Panduidi li superano ben presto in fortezza e valore, con grande cruccio dell'invidioso Duryodhana, il maggiore dei Kuruidi. Accade che Arjuna, il secondo dei Panduidi, partecipando ad un torneo indetto dal re Drupada per maritare la figlia Draupadi al più valente arciere, vince la gara. E poiché i Panduidi avevano pattuito che ogni cosa preziosa doveva essere da loro posseduta in comune, Draupadi diventa la sposa dei cinque fratelli. Dopo il matrimonio, Dhrtarastra, desideroso di vivere in pace con i nipoti, assegna loro la metà del regno, e i Panduidi si trasferiscono a Indraprastha (Indarpat) sulla Yamuna, in prossimità della moderna Delhi. Ma Duryodhana, che cercava il mezzo di liberarsi dagli odiati cugini e riacquistare il territorio perduto, strappato il consenso al debole Dhrtarastra, fa invitare Yudhisthira a giocare a dadi con Sakuni, una prima e una seconda volta. Sakuni rappresenta i Kuruidi, Yudhisthira i Panduidi, e la posta della seconda partita è il volontario esilio della parte soccombente per la durata di 13 anni, e la temporanea cessione del regno al vincitore. Perde Yudhisthira che cerca rifugio nella selva Kamyaka con i fratelli e la consorte. Finito il tredicenne esilio, i Panduidi chiedono a Dhrtarastra la pacifica restituzione della loro parte di regno, ma Duryodhana, imponendosi nuovamente al padre, risponde che non avrebbero restituito neppure tanto terreno, quanto ne poteva coprire la punta di un ago. Da ambo le parti si fa ricorso alle armi, e lo scontro avviene nelle pianure del Kuruksetra, dove Panduidi e Kuruidi combattono, insieme con i loro alleati, una battaglia durata 18 giorni, nella quale i Kuruidi restano sconfitti. All'inizio del combattimento, Krsna, cugino e alleato dei Panduidi, che guida il carro da battaglia di Arjuna, visto l'abbattimento dell'eroe, il quale vorrebbe rinunciare a combattere per non uccidere i parenti, lo conforta con la celebre teodia, denominata Bhagavadgita. La vittoria tuttavia non giova ai vincitori che, assaliti di notte a tradimento, vengono quasi distrutti. Sopravvive, con i fratelli, Yudhisthira che governa saggiamente il regno per trentasei anni ed è quindi assunto in cielo dove già lo hanno preceduto i congiunti.

DA "IL FILM '90" - TULLIO KEZICH - OSCAR MONDADORI, ottobre 1990:

Questo film di tre ore (staffetta di una versione televisiva di sei) nasce dall'omonimo spettacolo di Peter Brook presentato anche a Prato: nove ore di teatro in tre sere (ma fruibili anche a maratona) con 25 intrepidi attori di 16 Paesi diversi. Assunto a soggetto è il poema in sanscrito quindici volte più ampio della Bibbia, elaborato nel corso di otto secoli e considerato fra le grandi creazioni dello spirito umano. Ci si perde un po' nella Errore. L'origine riferimento non è stata trovata. degli dei e degli eroi, poi il cerchio si stringe intorno allo scontro fra i cinque fratelli Pandavas, fra i quali c'è l'invincibile Arjuna, e i cento Kauravas, figli gli uni e gli altri della stessa madre Kunti. Nel combattersi a morte i due clan, tra i quali esiste un legame di sangue, ricorrono alla magia, ai colpi bassi e all'aiuto degli dei. Per l'occasione Brook affina lo stile sontuoso-poveristico dell'indimenticabile Marat/Sade: incorniciando fellinianamente l'intero poema fra le pareti di uno storico studio cinematografico (è quello parigino di Joinville, demolito alla fine del film), il regista si ispira volta a volta allo Shakespeare secondo Olivier, a Orson Welles e a Eisenstein, senza trascurare qualche esplicita strizzata d'occhio allo stile "teatro della fiaba". Ovviamente l'ottica è occidentale e insiste sulle concordanze fra la leggenda sanscrita e le tradizioni nostrane. Vengono omesse, forse per brevità, alcune finezze della cornice: e cade, così, quella sorprendente battuta pirandelliana dello sceneggiatore Carrière in cui Ganesha che scrive chiede a Vyasa che racconta: "Chi di noi due ha inventato l'altro?".

VENERDI’ 29 MARZO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

MERY PER SEMPRE, regia di Marco RISI, con Michele PLACIDO e Claudio AMENDOLA, anno 1989, durata 100 min. circa

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

MICHELE PLACIDO ("La Piovra") è Marco, un insegnante di lettere che sceglie di lavorare nel famigerato carcere minorile Rosaspina a Palermo.

Non è facile educare ragazzi come questi; giovani arrabbiati soffocati dalla violenza nella quale sono cresciuti. Violenza da sfogare disperatamente alla minima occasione di ribellione, come durante la notte, quando le luci nelle camerate si spengono e si allenta la morsa delle guardie.

Numerosi sono i premi ricevuti da questa acclamata opera di Marco Risi. Tra questi, "Il Gran Premio della Giuria" al Festival di Montreal, la "Grolla d’Oro" Saint Vincent e "L’Efebo d’Oro" di Agrigento.

DA "MERI PER SEMPRE", di Aurelio GRIMALDI, Editrice "La Luna":

Entrai a Malaspina il 5 ottobre 1983 come insegnante alla sua prima nomina.

Avevo scelto quella sede su altre 400 disponibili con l’entusiasmo di chi raggiunge ciò che ha sempre desiderato. I miei studi sulla deprivazione ambientale finalmente avrebbero trovato il più vivo riscontro. Entrai per il portone di Malaspina con la solennità e il batticuore che il momento richiedeva: stavo per entrare nel carcere minorile della città della mafia, dell’eroina, dei duecento omicidi l’anno. Rammentai, più con compiacimento che con ribrezzo, che Palermo era al secondo posto in Europa occidentale, dopo Napoli, nella squallida graduatoria di delinquenza minorile. Stavo per entrare nel suo tempio.

Quel 5 ottobre oltrepassai il cupo muraglione di Malaspina - un muraglione da carcere - rassicurandomi con questi pensieri, autoconvincendomi della mia ferrea preparazione in quel settore, della mia motivazione cristallina, e ripetendomi l’articolo 27 della Costituzione che avevo già provveduto ad imparare a memoria ("Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato"). Ma tra tanti autopensieri magniloquenti predominava la paura.

MARTEDI' 2 APRILE 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"The Mahabharata" - SECONDA PARTE ("Exile in the forest"), regia di Peter Brook, anno 1990 - durata 113 minuti circa - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

"Il Mahabharata" è uno splendido film presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia del 1989. E' la trasposizione cinematografica di un poema indù lungo quindici volte la Bibbia che abbraccia nove secoli di storia e che ha richiesto un lavoro di preparazione durato dodici anni.

Moltissime le vicende, i personaggi, le azioni sceniche: alla base la convinzione che culture, religioni, civiltà diverse, abbiano radici comuni.

Pur se differenti sono le risposte, le domande sul perché dell'esistenza, del destino, della contrapposizione tra bene e male, sono domande universali per l'uomo.

"Vedi con occhio equanime il piacere e la pena, il guadagno e la perdita, la vittoria e la sconfitta e gettati nella battaglia; così non commetterai peccato." (Bhagavad Gita, canto II, versetto 38)

 

Fui iniziato in una torre di legno e di canne in riva al Danubio, fu mio padrino Marcio Turbo, un compagno d'armi. Ricordo che il peso del toro agonizzante fu lì lì per far crollare il pavimento a graticci sotto cui stavo per ricevere l'aspersione di sangue. In seguito, ho riflettuto ai pericoli che possono rappresentare per lo Stato, sotto un principe debole, siffatte società segrete, e ho finito per infierire contro di esse, ma confesso che quando si è in presenza del nemico esse conferiscono agli adepti una forza quasi sovrumana. Ciascuno di noi era convinto di sfuggire ai limiti angusti della propria condizione umana, si sentiva se stesso e l'avversario simultaneamente, assimilato al dio di cui non si sa più se muore nelle spoglie di bestia o se uccide sotto forma umana. Quei sogni bizzarri, che a volte oggi mi sgomentano, non differivano poi profondamente dalle teorie di Eraclito sull'identità dell'arco e del bersaglio. Allora, mi aiutavano a tollerare la vita. La vittoria e la sconfitta si mescolavano, si confondevano, erano raggi diversi d'una stessa luce solare. Quei fanti daci che calpestavo sotto gli zoccoli del cavallo, quei cavalieri sarmati abbattuti in seguito nei corpo a corpo dove i nostri cavalli impennati si mordevano al petto, m'era tanto più facile colpirli in quanto m'identificavo con loro. Se fosse rimasto abbandonato sul campo di battaglia, il mio corpo spoglio delle vesti non sarebbe stato tanto diverso dal loro. Identico sarebbe stato l'urto dell'ultimo colpo di spada.

(Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano)

SCHEDA TRATTA DALLA GUIDA AI PROGRAMMI TELEPIU':

Il Mahabharata-film è soltanto la tappa conclusiva del lavoro decennale di Peter Brook sul mastodontico testo di oltre 120.000 versi (circa 15 volte la Bibbia), scritto in sanscrito 3.500 anni fa, che costituisce il punto di riferimento centrale della cultura e della religione indiana. All'origine, infatti, c'era stato uno spettacolo teatrale di 9 ore e quindi un video di 6 diretti dal regista inglese. Condensando ulteriormente l'enormità della materia nelle tre ore del film uscito nelle sale, con l'aiuto di Jean-Claude Carrière, Brook ha vinto ampiamente la difficile scommessa di tradurre in universalità narrativa la diversità culturale e la complessità, invero solo apparente, della sua affascinante fonte ispiratrice. Un lavoro titanico che è più compiutamente apprezzabile nella versione integrale di sei ore.

Prima di ogni altra cosa il film è un racconto fantastico e avvincente, una fiaba popolata di eroi e divinità e scandita da amori, tradimenti, battaglie, che rapisce lo spettatore col suo ritmo avvolgente e l'inarrestabile flusso delle invenzioni figurative. Ma proprio questa straordinaria immediatezza comunicativa, cui contribuisce in larga parte l'eccellente cast cosmopolita (nel ruolo del guerriero Arjuna vi figura anche il nostro Vittorio Mezzogiorno), lascia filtrare quello che è forse il messaggio più significativo di questa emozionante avventura intellettuale: la possibilità, se solo si abbandonano pigrizie e pregiudizi, di entrare in sintonia con culture e mitologie apparentemente diverse e lontane.

DA "LO YOGA DELLA BHAGAVAD GITA" DI SRI AUROBINDO:

Quando Dhritarashtra, il re cieco dei Kuru, divenne vecchio, decise di cedere il trono, non a suo figlio Duryodhana, ma a Yudhishthira, il figlio maggiore di Pandu, suo fratello minore. Duryodhana, uomo di cattive inclinazioni, non era degno di governare un dharmarajya (regno dove vigono i princìpi di diritto e giustizia, ideale dell'antica India), come invece lo era Yudhishthira, in cui s'incarnavano la virtù e la purezza. Ma Duryodhana, mediante la scaltrezza e il tradimento, s'impadronì del trono, cercando con tutti i mezzi di annientare Yudhishthira e i suoi quattro fratelli.

Krishna, Dio incarnato, capo del clan Yadava, amico e parente dei Kuru, tentò di riconciliare le due parti. In nome dei cinque fratelli Pandava (figli di Pandu), reclamò solamente cinque villaggi: Duryodhana rifiutò brutalmente; senza battaglia, disse, non avrebbe dato terra, nemmeno quella che sarebbe potuta stare sulla punta di uno spillo. Divenne in tal modo inevitabile battersi in nome della giustizia e del diritto. Tutti i prìncipi dell'India si unirono all'una o all'altra delle due fazioni. Krishna, amico imparziale, offrì una scelta alle due parti: Duryodhana scelse per sé il potente esercito di Krishna, e Krishna, personalmente, entrò nel campo opposto - non come combattente, ma come auriga del carro di combattimento di Arjuna (uno dei cinque fratelli Pandava).

Dei cinque fratelli Pandava, il maggiore, Yudhishthira, era il più puro e il più virtuoso, 'sattvico'; il minore Bhima, il più forte, 'rajasico', mentre Arjuna, il terzo dei fratelli, era un equilibrio di purezza e di forza, di sattva e rajas; per questo fu scelto dal Divino per essere il Suo principale strumento nella grande guerra che doveva determinare, nel mondo, un ciclo, yugantara, e per essere il discepolo a cui dare il divino messaggio per condurre l'umanità alla sua meta: l'immortalità sulla terra.

DALLA "ENCICLOPEDIA CATTOLICA":

Due fratelli, appartenenti alla dinastia dei Bharaditi, Dhrtarastra e Pandu, hanno ereditato il territorio, approssimativamente compreso tra il Gange superiore e la Sutudri (Sutlej) che ha per capitale Hastinapura. Dhrtarastra, nato cieco, non può regnare; perciò il potere resta affidato a Pandu fino alla prematura sua morte, la quale costringe Dhrtarastra ad assumere le redini del governo. Pandu aveva lasciato cinque figli, detti, dal nome del padre, Panduidi (o Pandava); cento erano i figli di Dhrtarastra, chiamati Kuruidi (o Kaurava), cioè discendenti da Kuru, un celebre antenato che aveva dato il nome anche al territorio (Kuruksetra). Educati a corte e istruiti nel maneggio delle armi insieme con i cugini, i Panduidi li superano ben presto in fortezza e valore, con grande cruccio dell'invidioso Duryodhana, il maggiore dei Kuruidi. Accade che Arjuna, il secondo dei Panduidi, partecipando ad un torneo indetto dal re Drupada per maritare la figlia Draupadi al più valente arciere, vince la gara. E poiché i Panduidi avevano pattuito che ogni cosa preziosa doveva essere da loro posseduta in comune, Draupadi diventa la sposa dei cinque fratelli. Dopo il matrimonio, Dhrtarastra, desideroso di vivere in pace con i nipoti, assegna loro la metà del regno, e i Panduidi si trasferiscono a Indraprastha (Indarpat) sulla Yamuna, in prossimità della moderna Delhi. Ma Duryodhana, che cercava il mezzo di liberarsi dagli odiati cugini e riacquistare il territorio perduto, strappato il consenso al debole Dhrtarastra, fa invitare Yudhisthira a giocare a dadi con Sakuni, una prima e una seconda volta. Sakuni rappresenta i Kuruidi, Yudhisthira i Panduidi, e la posta della seconda partita è il volontario esilio della parte soccombente per la durata di 13 anni, e la temporanea cessione del regno al vincitore. Perde Yudhisthira che cerca rifugio nella selva Kamyaka con i fratelli e la consorte. Finito il tredicenne esilio, i Panduidi chiedono a Dhrtarastra la pacifica restituzione della loro parte di regno, ma Duryodhana, imponendosi nuovamente al padre, risponde che non avrebbero restituito neppure tanto terreno, quanto ne poteva coprire la punta di un ago. Da ambo le parti si fa ricorso alle armi, e lo scontro avviene nelle pianure del Kuruksetra, dove Panduidi e Kuruidi combattono, insieme con i loro alleati, una battaglia durata 18 giorni, nella quale i Kuruidi restano sconfitti. All'inizio del combattimento, Krsna, cugino e alleato dei Panduidi, che guida il carro da battaglia di Arjuna, visto l'abbattimento dell'eroe, il quale vorrebbe rinunciare a combattere per non uccidere i parenti, lo conforta con la celebre teodia, denominata Bhagavadgita. La vittoria tuttavia non giova ai vincitori che, assaliti di notte a tradimento, vengono quasi distrutti. Sopravvive, con i fratelli, Yudhisthira che governa saggiamente il regno per trentasei anni ed è quindi assunto in cielo dove già lo hanno preceduto i congiunti.

DA "IL FILM '90" - TULLIO KEZICH - OSCAR MONDADORI, ottobre 1990:

Questo film di tre ore (staffetta di una versione televisiva di sei) nasce dall'omonimo spettacolo di Peter Brook presentato anche a Prato: nove ore di teatro in tre sere (ma fruibili anche a maratona) con 25 intrepidi attori di 16 Paesi diversi. Assunto a soggetto è il poema in sanscrito quindici volte più ampio della Bibbia, elaborato nel corso di otto secoli e considerato fra le grandi creazioni dello spirito umano. Ci si perde un po' nella "nomenklatura" degli dei e degli eroi, poi il cerchio si stringe intorno allo scontro fra i cinque fratelli Pandavas, fra i quali c'è l'invincibile Arjuna, e i cento Kauravas, figli gli uni e gli altri della stessa madre Kunti. Nel combattersi a morte i due clan, tra i quali esiste un legame di sangue, ricorrono alla magia, ai colpi bassi e all'aiuto degli dei. Per l'occasione Brook affina lo stile sontuoso-poveristico dell'indimenticabile Marat/Sade: incorniciando fellinianamente l'intero poema fra le pareti di uno storico studio cinematografico (è quello parigino di Joinville, demolito alla fine del film), il regista si ispira volta a volta allo Shakespeare secondo Olivier, a Orson Welles e a Eisenstein, senza trascurare qualche esplicita strizzata d'occhio allo stile "teatro della fiaba". Ovviamente l'ottica è occidentale e insiste sulle concordanze fra la leggenda sanscrita e le tradizioni nostrane. Vengono omesse, forse per brevità, alcune finezze della cornice: e cade, così, quella sorprendente battuta pirandelliana dello sceneggiatore Carrière in cui Ganesha che scrive chiede a Vyasa che racconta: "Chi di noi due ha inventato l'altro?".

 

VENERDI' 5 APRILE 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"NATA IERI" (Born Yesterday), regia di Luis Mandoki, anno 1993 - durata 95 minuti circa - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Il brillante ruolo che nel 1950 aveva portato all’Oscar Judy Hollyday rivive nell’interpretazione dell’esplosiva Melanie Griffith ("Una donna in carriera", "Qualcosa di travolgente"), capace di mescolare simpatia e sex appeal nei panni di Billie Dawn, una showgirl di Las Vegas la cui scarsa conoscenza delle buone maniere mal si adatta al sofisticato jet-set di Washington. Proprio per questo motivo il suo ricchissimo fidanzato Harry Brock (John Goodman, "Aracnofobia") decide di affidarla alle cure delle’elegante giornalista Paul Verral (Don Johnson, "La strada per il paradiso"). Peccato che il rapporto tra la biondissima Billie e il suo nuovo precettore si faccia ben presto più "intimo" di quanto Harry avesse immaginato... Un trio di divi in forma smagliante offre il meglio di sé in NATA IERI: una commedia di gran classe che sa essere anche pungente satira su vizi e peccati dell’ambiente politico-affaristico della capitale americana.

 

MARTEDI' 9 APRILE 1996 (cena ore 20.30, indi film):

 

"The Mahabharata" - TERZA PARTE ("The war"), regia di Peter Brook, anno 1990 - durata 110 minuti circa - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN ITALIANO

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

"Il Mahabharata" è uno splendido film presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia del 1989. E' la trasposizione cinematografica di un poema indù lungo quindici volte la Bibbia che abbraccia nove secoli di storia e che ha richiesto un lavoro di preparazione durato dodici anni.

Moltissime le vicende, i personaggi, le azioni sceniche: alla base la convinzione che culture, religioni, civiltà diverse, abbiano radici comuni.

Pur se differenti sono le risposte, le domande sul perché dell'esistenza, del destino, della contrapposizione tra bene e male, sono domande universali per l'uomo.

"Vedi con occhio equanime il piacere e la pena, il guadagno e la perdita, la vittoria e la sconfitta e gettati nella battaglia; così non commetterai peccato." (Bhagavad Gita, canto II, versetto 38)

 

Fui iniziato in una torre di legno e di canne in riva al Danubio, fu mio padrino Marcio Turbo, un compagno d'armi. Ricordo che il peso del toro agonizzante fu lì lì per far crollare il pavimento a graticci sotto cui stavo per ricevere l'aspersione di sangue. In seguito, ho riflettuto ai pericoli che possono rappresentare per lo Stato, sotto un principe debole, siffatte società segrete, e ho finito per infierire contro di esse, ma confesso che quando si è in presenza del nemico esse conferiscono agli adepti una forza quasi sovrumana. Ciascuno di noi era convinto di sfuggire ai limiti angusti della propria condizione umana, si sentiva se stesso e l'avversario simultaneamente, assimilato al dio di cui non si sa più se muore nelle spoglie di bestia o se uccide sotto forma umana. Quei sogni bizzarri, che a volte oggi mi sgomentano, non differivano poi profondamente dalle teorie di Eraclito sull'identità dell'arco e del bersaglio. Allora, mi aiutavano a tollerare la vita. La vittoria e la sconfitta si mescolavano, si confondevano, erano raggi diversi d'una stessa luce solare. Quei fanti daci che calpestavo sotto gli zoccoli del cavallo, quei cavalieri sarmati abbattuti in seguito nei corpo a corpo dove i nostri cavalli impennati si mordevano al petto, m'era tanto più facile colpirli in quanto m'identificavo con loro. Se fosse rimasto abbandonato sul campo di battaglia, il mio corpo spoglio delle vesti non sarebbe stato tanto diverso dal loro. Identico sarebbe stato l'urto dell'ultimo colpo di spada.

(Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano)

SCHEDA TRATTA DALLA GUIDA AI PROGRAMMI TELEPIU':

Il Mahabharata-film è soltanto la tappa conclusiva del lavoro decennale di Peter Brook sul mastodontico testo di oltre 120.000 versi (circa 15 volte la Bibbia), scritto in sanscrito 3.500 anni fa, che costituisce il punto di riferimento centrale della cultura e della religione indiana. All'origine, infatti, c'era stato uno spettacolo teatrale di 9 ore e quindi un video di 6 diretti dal regista inglese. Condensando ulteriormente l'enormità della materia nelle tre ore del film uscito nelle sale, con l'aiuto di Jean-Claude Carrière, Brook ha vinto ampiamente la difficile scommessa di tradurre in universalità narrativa la diversità culturale e la complessità, invero solo apparente, della sua affascinante fonte ispiratrice. Un lavoro titanico che è più compiutamente apprezzabile nella versione integrale di sei ore.

Prima di ogni altra cosa il film è un racconto fantastico e avvincente, una fiaba popolata di eroi e divinità e scandita da amori, tradimenti, battaglie, che rapisce lo spettatore col suo ritmo avvolgente e l'inarrestabile flusso delle invenzioni figurative. Ma proprio questa straordinaria immediatezza comunicativa, cui contribuisce in larga parte l'eccellente cast cosmopolita (nel ruolo del guerriero Arjuna vi figura anche il nostro Vittorio Mezzogiorno), lascia filtrare quello che è forse il messaggio più significativo di questa emozionante avventura intellettuale: la possibilità, se solo si abbandonano pigrizie e pregiudizi, di entrare in sintonia con culture e mitologie apparentemente diverse e lontane.

DA "LO YOGA DELLA BHAGAVAD GITA" DI SRI AUROBINDO:

Quando Dhritarashtra, il re cieco dei Kuru, divenne vecchio, decise di cedere il trono, non a suo figlio Duryodhana, ma a Yudhishthira, il figlio maggiore di Pandu, suo fratello minore. Duryodhana, uomo di cattive inclinazioni, non era degno di governare un dharmarajya (regno dove vigono i princìpi di diritto e giustizia, ideale dell'antica India), come invece lo era Yudhishthira, in cui s'incarnavano la virtù e la purezza. Ma Duryodhana, mediante la scaltrezza e il tradimento, s'impadronì del trono, cercando con tutti i mezzi di annientare Yudhishthira e i suoi quattro fratelli.

Krishna, Dio incarnato, capo del clan Yadava, amico e parente dei Kuru, tentò di riconciliare le due parti. In nome dei cinque fratelli Pandava (figli di Pandu), reclamò solamente cinque villaggi: Duryodhana rifiutò brutalmente; senza battaglia, disse, non avrebbe dato terra, nemmeno quella che sarebbe potuta stare sulla punta di uno spillo. Divenne in tal modo inevitabile battersi in nome della giustizia e del diritto. Tutti i prìncipi dell'India si unirono all'una o all'altra delle due fazioni. Krishna, amico imparziale, offrì una scelta alle due parti: Duryodhana scelse per sé il potente esercito di Krishna, e Krishna, personalmente, entrò nel campo opposto - non come combattente, ma come auriga del carro di combattimento di Arjuna (uno dei cinque fratelli Pandava).

Dei cinque fratelli Pandava, il maggiore, Yudhishthira, era il più puro e il più virtuoso, 'sattvico'; il minore Bhima, il più forte, 'rajasico', mentre Arjuna, il terzo dei fratelli, era un equilibrio di purezza e di forza, di sattva e rajas; per questo fu scelto dal Divino per essere il Suo principale strumento nella grande guerra che doveva determinare, nel mondo, un ciclo, yugantara, e per essere il discepolo a cui dare il divino messaggio per condurre l'umanità alla sua meta: l'immortalità sulla terra.

 

DALLA "ENCICLOPEDIA CATTOLICA":

Due fratelli, appartenenti alla dinastia dei Bharaditi, Dhrtarastra e Pandu, hanno ereditato il territorio, approssimativamente compreso tra il Gange superiore e la Sutudri (Sutlej) che ha per capitale Hastinapura. Dhrtarastra, nato cieco, non può regnare; perciò il potere resta affidato a Pandu fino alla prematura sua morte, la quale costringe Dhrtarastra ad assumere le redini del governo. Pandu aveva lasciato cinque figli, detti, dal nome del padre, Panduidi (o Pandava); cento erano i figli di Dhrtarastra, chiamati Kuruidi (o Kaurava), cioè discendenti da Kuru, un celebre antenato che aveva dato il nome anche al territorio (Kuruksetra). Educati a corte e istruiti nel maneggio delle armi insieme con i cugini, i Panduidi li superano ben presto in fortezza e valore, con grande cruccio dell'invidioso Duryodhana, il maggiore dei Kuruidi. Accade che Arjuna, il secondo dei Panduidi, partecipando ad un torneo indetto dal re Drupada per maritare la figlia Draupadi al più valente arciere, vince la gara. E poiché i Panduidi avevano pattuito che ogni cosa preziosa doveva essere da loro posseduta in comune, Draupadi diventa la sposa dei cinque fratelli. Dopo il matrimonio, Dhrtarastra, desideroso di vivere in pace con i nipoti, assegna loro la metà del regno, e i Panduidi si trasferiscono a Indraprastha (Indarpat) sulla Yamuna, in prossimità della moderna Delhi. Ma Duryodhana, che cercava il mezzo di liberarsi dagli odiati cugini e riacquistare il territorio perduto, strappato il consenso al debole Dhrtarastra, fa invitare Yudhisthira a giocare a dadi con Sakuni, una prima e una seconda volta. Sakuni rappresenta i Kuruidi, Yudhisthira i Panduidi, e la posta della seconda partita è il volontario esilio della parte soccombente per la durata di 13 anni, e la temporanea cessione del regno al vincitore. Perde Yudhisthira che cerca rifugio nella selva Kamyaka con i fratelli e la consorte. Finito il tredicenne esilio, i Panduidi chiedono a Dhrtarastra la pacifica restituzione della loro parte di regno, ma Duryodhana, imponendosi nuovamente al padre, risponde che non avrebbero restituito neppure tanto terreno, quanto ne poteva coprire la punta di un ago. Da ambo le parti si fa ricorso alle armi, e lo scontro avviene nelle pianure del Kuruksetra, dove Panduidi e Kuruidi combattono, insieme con i loro alleati, una battaglia durata 18 giorni, nella quale i Kuruidi restano sconfitti. All'inizio del combattimento, Krsna, cugino e alleato dei Panduidi, che guida il carro da battaglia di Arjuna, visto l'abbattimento dell'eroe, il quale vorrebbe rinunciare a combattere per non uccidere i parenti, lo conforta con la celebre teodia, denominata Bhagavadgita. La vittoria tuttavia non giova ai vincitori che, assaliti di notte a tradimento, vengono quasi distrutti. Sopravvive, con i fratelli, Yudhisthira che governa saggiamente il regno per trentasei anni ed è quindi assunto in cielo dove già lo hanno preceduto i congiunti.

DA "IL FILM '90" - TULLIO KEZICH - OSCAR MONDADORI, ottobre 1990:

Questo film di tre ore (staffetta di una versione televisiva di sei) nasce dall'omonimo spettacolo di Peter Brook presentato anche a Prato: nove ore di teatro in tre sere (ma fruibili anche a maratona) con 25 intrepidi attori di 16 Paesi diversi. Assunto a soggetto è il poema in sanscrito quindici volte più ampio della Bibbia, elaborato nel corso di otto secoli e considerato fra le grandi creazioni dello spirito umano. Ci si perde un po' nella "nomenklatura" degli dei e degli eroi, poi il cerchio si stringe intorno allo scontro fra i cinque fratelli Pandavas, fra i quali c'è l'invincibile Arjuna, e i cento Kauravas, figli gli uni e gli altri della stessa madre Kunti. Nel combattersi a morte i due clan, tra i quali esiste un legame di sangue, ricorrono alla magia, ai colpi bassi e all'aiuto degli dei. Per l'occasione Brook affina lo stile sontuoso-poveristico dell'indimenticabile Marat/Sade: incorniciando fellinianamente l'intero poema fra le pareti di uno storico studio cinematografico (è quello parigino di Joinville, demolito alla fine del film), il regista si ispira volta a volta allo Shakespeare secondo Olivier, a Orson Welles e a Eisenstein, senza trascurare qualche esplicita strizzata d'occhio allo stile "teatro della fiaba". Ovviamente l'ottica è occidentale e insiste sulle concordanze fra la leggenda sanscrita e le tradizioni nostrane. Vengono omesse, forse per brevità, alcune finezze della cornice: e cade, così, quella sorprendente battuta pirandelliana dello sceneggiatore Carrière in cui Ganesha che scrive chiede a Vyasa che racconta: "Chi di noi due ha inventato l'altro?".

MERCOLEDI' 10 APRILE 1996 (cena ore 20.30, indi film):

FANNY E ALEXANDER, regia di Ingmar BERGMAN, con Bertil Guve e Pernilla Allwin, anno 1982, 189 min.

Nelle dichiarazioni di Ingmar Bergman "Fanny e Alexander" doveva rimanere il suo ultimo film, una sorta di testamento destinato a tutti coloro che hanno conosciuto le sue opere. Fortunatamente il Nostro non ha rispettato tale proponimento e ci ha donato "Dopo la prova", del 1983.

L’occasione di "Fanny e Alexander" è costituita da una trama complessa: una famiglia patriarcale si riunisce per celebrare la notte di Natale: da quel momento si dipanano le vicende dei molti personaggi presenti alla serata. Nasce un grande affresco storico-autobiografico, una sorta di bilancio generale della vita e dell’arte del grande regista.

Omaggio di Bergman alla vita, valutata con animo più sereno rispetto a tanti altri suoi capolavori, attraverso una ricerca dove lucidità e ironia sono ancora componenti essenziali, ma l’ottica è più indulgente e sfumata.

Oscar migliore film straniero.

Con questo lungo film, realizzato originariamente a puntate per la tv svedese e poi rimontato per la distribuzione cinematografica, Bergman è tornato a lavorare in patria, dopo alcuni anni di volontario esilio. Commedia drammatica e, in alcuni momenti, persino dramma comico, l’opera appare come una vera e propria rivoluzione nella filmografia del regista: ricca di luce, di speranza, di colori caldi e di fantasie, così come realizzati in penombra e pieni di sofferenza sono la quasi totalità dei film precedenti. Bergman torna ad avvalersi di molti suoi collaboratori abituali, e in particolare del direttore della fotografia, S. Nykvist, anche questa volta in grado di visualizzare in modo efficacissimo i differenti climi drammatici delle sequenze. Il regista dichiara che Fanny e Alexander è il suo ultimo film: lascia il cinema per dedicarsi esclusivamente al teatro. Sogno, fantasticherie, incubi, crudeltà, dolcezze, abbandoni, illusioni e gusto dello spettacolo (la vita come spettacolo): questa è la summa di Bergman offerta al pubblico come un testamento.

VENERDI' 12 APRILE 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"LA DONNA DEL TENENTE FRANCESE" (The french lieutenant's woman), regia di Karel Reisz (durata 124 minuti circa), anno 1981 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Meryl Streep (vincitrice di ben due premi Oscar per la "La Scelta di Sophie" e "Kramer contro Kramer") presta i suoi delicati lineamenti e la sua bravura, doti che l'hanno resa una delle attrici più popolari, alla misteriosa e mondana Sarah Woodruff, nel film tratto dal famoso romanzo di John Fowles. Jeremy Irons (premio Oscar per "Il mistero von Bülow" oltre che protagonista de "Il Danno", "La Casa degli Spiriti", "M. Butterfly") ne è l'incredibile partner, in un film che è ad un tempo una storia d'amore dell'età vittoriana e l'ironico ritratto di un'epoca nella quale la morale era soprattutto ipocrisia.

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MARTEDI’ 16 APRILE 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"JEAN DE FLORETTE", regia di Claude Berri (durata 104 minuti circa), anno 1987 - IN FRANCESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Jean de Florette is the classic tale of innocence and evil widely acclaimed as one of the gratest films of the past 25 years. Stunning performances from the brilliant trio of Montand, Depardieu and Auteuil make this an unforgettable jewel of modern cinema. The film’s breathtakingly evocative cinematography is for the first time portrayed in its original widescreen format.

 

VENERDI' 19 APRILE 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"Un cuore in inverno" (Un coeur en hiver), regia di Claude Sautet (durata 100 minuti circa), anno 1992 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Maxime e Stéphane sono amici da molto tempo.   Un giorno Maxime si innamora di Camille.   Che è bella, bellissima.   E, come è logico, Maxime la fa conoscere al suo amico di sempre.   E qui nasce qualcosa.   Un gioco, fra Stéphane e Camille, pericoloso.   Le vie del cuore, si sa, sono tortuose, misteriose, mai scontate.   Un film pieno di sospensioni, allusioni, turbamenti, scoppi di passione.   Intenso, e bello.   Semplicemente e profondamente bello.

DOMENICA 21 APRILE 1996 (film ore 17.15, indi cena):

F I L M O P E R A

"CARMEN", regia di Francesco Rosi (durata 150 minuti circa), anno 1984 - IN FRANCESE SOTTOTITOLATO IN ITALIANO

F I L M O P E R A

 

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

–Il brigadiere don José (PLACIDO DOMINGO) assiste all'uscita delle sigaraie dalla fabbrica, dove tutti sono affascinati dalla selvaggia bellezza di Carmen (JULIA MIGENES-JOHNSON). La maliarda getta il suo fiore all'uomo, per poi provocarlo nel mo–mento in cui egli dovrà condurla in prigione. Per amore di lei, don José abbandona tutto fino a diventare contrabbandiere e ad esserne tradito per i begli occhi del torero Escamillo (RUGGERO RAIMONDI).

–______________________________________________________________________ MERCOLEDI' 1° MAGGIO 1996 (film ore 17.15, indi cena):

"ANDREI ROUBLEV", regia di Andrei Tarkovski (durata 140 minuti circa), anno 1965-69 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

–Andrei Roublev è considerato un "capolavoro ritrovato del cinema sovietico" anche perché la censura ne ha impedito la proiezione. Alla base del soggetto del film c'è il ruolo del creatore, dell'artista nella società, la sua posizione nel fermento della contestazione. Un ruolo scomodo per persone che fanno fatica ad agire se–condo regole ben definite. Andrei Roublev è un pittore di icone, che, in una Russia devastata dalle invasioni barbariche, realizza le sue opere con una forte carica di serenità, di indipendenza. Non è facile però trovare il proprio spazio in una realtà che... (E’ FINITO IL TESTO DELLA PRESENTAZIONE?)

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MARTEDI' 7 MAGGIO 1996 (cena ore 20.30, indi INCONTRO):

 

INCONTRO CON L’AMICO FRANCO LIBERO MANCO

dal titolo

"UNIVERSALISMO: NUOVA CIVILTA’ UMANA"

 

VENERDI' 10 MAGGIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"IL MOSTRO", regia di Roberto Benigni (durata 115 minuti circa), anno 1994 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

UN MANIACO TERRORIZZA LA CITTÀ’, NESSUNA DONNA E’ AL RIPARO DAL PIU’ FAMELICO, IPERSESSUALE, ASTUTO SERIAL KILLER DELLA STORIA; MA LA POLIZIA E’ SULLE SUE TRACCE: E’ BENIGNI.

 

 

MARTEDI' 14 MAGGIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

I N I N G L E S E - S O T T O T I T O L I I N I N G L E S E

"NEL CENTRO DEL MIRINO", regia di Wolfgang PETERSEN (durata 124 minuti circa), anno 1993 - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

–Ormai prossimo alla pensione, Horrigan (CLINT EASTWOOD) è ancora ossessionato dal tragico fallimento del suo primo incarico presidenziale: avrebbe dovuto proteggere John F. Kennedy durante la sua visita a Dallas nel novembre del 1963. Quasi trent'anni dopo, il presidente degli Stati Uniti in carica è impegnato nel–la campagna per la rielezione ed Horrigan viene chiamato per sorvegliare su di lui. Quello che sarebbe dovuto essere un lavoro banale si rivela drammatico: Mitch Leary (JOHN MALKOVICH), un assassino di professione, è sulle tracce del presidente...

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VENERDI' 17 MAGGIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"TRE COLORI - FILM ROSSO", regia di Krzysztof Kieslowski (durata 96 minuti circa), anno 1994 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

–Divise e lontane fra loro, le vite di quattro personaggi si sfiorano e si intrecciano come i cavi telefonici nel sottosuolo. Una modella, un giudice in pensione che spia i suoi vici–ni, un aspirante magistrato e la sua volubile fidanzata, quattro destini uniti come per magia dalla mano invisibile del fato.

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MARTEDI' 21 MAGGIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

IN THE NAME OF THE FATHER (NEL NOME DEL PADRE), regia di Jim SHERIDAN, con Daniel Day-Lewis ed Emma Thompson, anno 1994, 127 min. - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Gerry Conlon (Daniel Day-Lewis) è un giovane di Belfast che, insieme alla sua famiglia ed ai suoi amici, venne ingiustamente incolpato dal governo inglese nel 1975 per gli attentati terroristici a due pub di Guildford, una piccola città fuori Londra. Tra coloro che vennero condannati, figura anche Giuseppe, il padre di Gerry, arrestato nel corso di una retata condotta dalla polizia all’indomani degli attentati. Detenuti per 15 anni "i quattro di Guildford" (come vennero chiamati i quattro principali indiziati) hanno ottenuto finalmente la libertà in seguito ad una decisione che ha scatenato una diffusa controversia che persino oggi continua a scuotere il sistema legale inglese fino alle sue fondamenta. Questa storia vera di ingiustizia mostruosa fornisce una base avvincente per il dramma toccante di un ragazzo che raggiunge la propria maturità in circostanze straordinarie, dividendo una cella con il proprio padre.

 

 

 

VENERDI' 24 MAGGIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

I N I N G L E S E - S O T T O T I T O L I I N I N G L E S E

"GHOST - FANTASMA", regia di Jerry ZUCKER (durata 121 minuti circa), anno 1990 - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

–Pensate alla storia d'amore più toccante che abbiate mai visto. Pensate anche alla commedia più brillante, al racconto fantastico più sorprendente e a un thriller pieno di mistero. Se non avete pensato a quattro film diversi, avete pensato a "Ghost", vincitore di due premi Oscar, tra cui la migliore sceneggiatura originale. Sam (PATRICK SWAYZE), dopo essere stato accidentalmente ucciso da uno –scippatore, rimane sulla Terra come fantasma per smascherare il suo assassino. Con l'aiuto di una stravagante veggente (WHOOPI GOLDBERG - premio Oscar come migliore attrice non protagonista), riuscirà a salvare la sua ragazza (DEMI MOORE) dal suo stesso destino, portando alla luce i retroscena del delitto. Se non credete ancora ai fantasmi, "Ghost" vi convincerà.

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VENERDI' 31 MAGGIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

FILM - TEATRO BBC SHAKESPEARE

"ENRICO IV - PARTE PRIMA", regia di David Giles (durata 149 minuti circa), anno 1988 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

–Nell'Enrico IV, una delle grandi opere storiche shakespeariane, insieme all'Amleto, La Tempesta, La Dodicesima Notte e l'Enrico V, Shakespeare diviene scrittore politico e critico storico, in cerca delle motivazioni profonde dei grandi eventi che hanno segnato la storia d'Inghilterra. Qui narra le vicende –di Henry Bolingbroke, sovrano tormentato per aver usurpato il trono di Riccardo II, per il destino del paese e per l'incertezza sul Principe Hal, suo figlio, che un giorno gli succederà. L'edizione italiana vanta grandi voci del teatro italiano, tra cui spiccano Walter Maestosi, Orso Maria Guerrini ed Elio Pandolfi.

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NON METTERE FILM IN QUESTA SETTIMANA

IN FRANCESE - SOTTOTITOLI IN INGLESE

"IL RAGGIO VERDE", regia di Eric Rohmer (durata 94 minuti circa), anno 1986 - IN FRANCESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

'Ah! Que le temps vienne où les coeurs s'eprennent'

'Ah! That the time might come when hearts succumb'

Rimbaud

The Green Ray, the fifth in Eric Rohmer's entertaining 'Comedies and Proverbs' series, has delighted audiences around the world since winning the Golden Lion for the Best Film at the 1986 Venice Film Festival.

In this charming romantic comedy, Delphine, beautifully played by Marie Rivière, is a young, single Parisienne in search of love and friendship. Delphine is faced with the problem of how to spend her summer holidays, having been let down by a friend. She goes IL TESTO DEVE ANCORA ESSERE COPIATO DALLA VIDEOCASSETTA

MARTEDI' 11 GIUGNO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

FILM - TEATRO BBC SHAKESPEARE

"ENRICO IV - PARTE SECONDA", regia di David Giles (durata 152 minuti circa), anno 1988 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

–Nell'Enrico IV, una delle grandi opere storiche shakespeariane, insieme all'Amleto, La Tempesta, La Dodicesima Notte e l'Enrico V, Shakespeare diviene scrittore politico e critico storico, in cerca delle motivazioni profonde dei grandi eventi che hanno segnato la storia d'Inghilterra. Qui narra le vicende –di Henry Bolingbroke, sovrano tormentato per aver usurpato il trono di Riccardo II, per il destino del paese e per l'incertezza sul Principe Hal, suo figlio, che un giorno gli succederà. L'edizione italiana vanta grandi voci del teatro italiano, tra cui spiccano Walter Maestosi, Orso Maria Guerrini ed Elio Pandolfi.

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VENERDI' 14 GIUGNO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"IL SOCIO", regia di Sydney Pollack (durata 148 minuti circa), anno 1993 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

In questo film, tratto dall'omonimo best-seller di John Grisham, Tom Cruise dà prova di tutto il suo talento nell'interpretazione più coinvolgente della sua carriera.

Tom Cruise è Mitch McDeere, un ambizioso e brillante giovane laureato di Harvard che per entrare a far parte di una piccola, anche se facoltosa, società di Memphis, rinuncia a collaborare con i più importanti studi legali della città consentendo così a lui e a sua moglie (Jeanne Tripplehorn) di iniziare una vita da sogno.

La facoltosa società, infatti, gli procura subito una Mercedes, estingue i suoi prestiti universitari e predispone un mutuo per la sua prima casa. Ma Mitch non impiega molto a scoprire che la società in questione si sta servendo di lui per coprire affari sporchi e quella che appariva come un'occasione irripetibile può invece costargli la vita!

MARTEDI’ 18 GIUGNO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

IN INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

"LADYHAWKE", regia di Richard Donner (durata 117 minuti circa), anno 1985 - IN INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Pickpocket Gaston "The Mouse" becomes the only man to escape the terrifying dungeons of Aquila alive - for the moment. He joins forces with Navarre, a fugitive warrior, and is –entrusted with his steed and hawk. Together, cunning thief and cursed swordsman must battle supernatural forces to break a spell of fiendish cruelty.

VENERDI’ 21 GIUGNO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

IN TEDESCO - SOTTOTITOLI IN INGLESE

"DAS BOOT ", regia di Wolfgang PETERSEN (durata 123 minuti circa), anno 1981 - IN TEDESCO SOTTITOLATO IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

A war film, unlike any you’ve ever seen, THE BOAT is the graphic and gripping tale of the elite crew of U-96, one of the famed German U-boats, known as the Grey Wolves.

Prowling the North Atlantic, they challenged the British Navy at every turn in a desperate life and death struggle.

The most elaborate and successful motion picture in the history of German cinema, THE BOAT delivers an accurate account of the true horrors of submarine warfare.

GIOVEDI’ 27 GIUGNO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"IL GRANDE COCOMERO", regia di Francesca ARCHIBUGI (durata 105 minuti circa), anno 1993 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Al reparto di neuropsichiatria infantile del Policlinico di Roma viene ricoverata una bambina di nome Valentina, detta Pippi, a seguito di una delle ricorrenti crisi epilettiche. Viene affidata ad un giovane psichiatra del reparto di nome Arturo, che decide di attuare una terapia sperimentale. Nell'ospedale nonostante i problemi organizzativi di struttura e personale, Pippi trova un ambiente affettivo, soprattutto con Arturo, che la induce ad aprirsi ed a tentare anche nuove relazioni, come con un'altra piccola paziente di sei anni di cui Pippi diventa una trepida maestra. La ripercussione della morte della piccola amica su Pippi è violentissima e definitiva: per dimostrare ad Arturo il suo dolore, si autoinduce una crisi epilettica, svelando così il suo meccanismo emotivo e dando le chiavi della sua persona e della sua guarigione.

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LUNEDI’ 1° LUGLIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

IN PORTOGHESE - SOTTOTITOLI IN INGLESE

"ORFEU NEGRO", regia di Marcel CAMUS (durata 105 minuti circa), anno 1959 - IN PORTOGHESE CON SOTTOTITOLI IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Breno Mello, Lourdes de Oliveira and Marpessa Dawn dance their way to the inevitably poignant ending of this re-working of the Orpheus legend, set in the pulsating environment of Carnival, in Rio de Janeiro.

With a best selling soundtrack and crisp, vibrant performances from all the major players, the multi-award winning BLACK ORPHEUS was and remains a thrilling and moving love story.

 

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA", DI FERNALDO DI GIAMMATTEO, EDITORI RIUNITI, APRILE 1986:

Malinconia e mito, folklore ed esotismo. Al ritmo di dolci musiche, la favola di Orfeo ed Euridice si sviluppa, tenera e tragica, nei paesaggi più suggestivi, albe e tramonti in luoghi incantati. Un po' cerebrale, ingenuamente intellettualizzato e anche troppo scoperto nel suo riferimento mitico, il film rivela, con la naturalezza della ovvietà, che il Brasile è anche questo, oltre a tutti i problemi sociali e politici che lo travagliano. Premiato a Cannes, dove costituì una sorpresa, vale per questo impasto di tradizioni popolari che offre uno sfondo smagliante e frenetico a una tragica storia d'amore. Imbrigliato dalla struttura rigida del mito, Marcel Camus non trova la via per tentare soluzioni più approfondite o più originali.

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MARTEDI' 9 LUGLIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"ARANCIA MECCANICA", regia di Stanley KUBRICK (durata 133 minuti circa), anno 1971 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

–Alex (Malcom Mc Dowell) è la violenza allo stato puro. Teppista minorenne in una Londra di un futuro non troppo lontano, ruba, uccide, incendia senza paure , senza esitazioni né rimorsi. Lo vediamo nella prima sequenza mascherato da giocatore di cricket mettere a soqquadro l'abitazione di due coniugi borghesi e violentare la padrona di casa.

Ma un giorno la polizia lo cattura, lo mette nelle mani di uno scien–ziato che lo sottopone ad uno speciale trattamento. Dopo la cura Alex è una tigre senza zanne, incapace della minima reazione violenta. Ma ora non è un bravo cittadino. Solo la vittima inerme di un mondo che rimane comunque violento. Finché Alex non capisce come tornare violento e impunito. Si arruola nella polizia dove potrà commettere le efferatezze di prima, però protetto dal potere di cui sarà strumento.

DA "CIAK SI GIRA" - GIUGNO 1995 - di Giovanna Asselle:

–Sullo schermo, un solo omicidio, cifra più che modica rispetto ai parametri odierni di violenza cinematografica. Eppure Arancia meccanica è ancora in grado di scioccare. Quando –esce, nel 1971, viene subito tacciato di corrompere minorenni, sposato nella stampa e in verdetti giudiziari ad atti di violenza e delinquenza giovanile. Un isterismo di tali proporzioni da provocarne, dopo meno di due anni di proiezioni, il ritiro in Inghilterra da parte dello sceneggiatore, produttore e regista, Stanley Kubrick, oggetto insieme alla famiglia di lettere minatorie. Persino le attuali polemiche su Tarantino sembrano impallidire di fronte al putiferio scatenato da Arancia meccanica, anche se, dopo i primi quindici minuti del film, la violenza di Alex e dei drughi lascia il passo alle punizioni subite dal protagonista a opera dello Stato, delle sue vittime e di ex compagni di brutalità.

Che cosa rende Arancia meccanica di tale difficile digestione? Il finale senza speranze col trionfo del male a cui viene restituito Alex da un secondo lavaggio del cervello, ma soprattutto l'eroe seducente rappresentato –da Malcom McDowell, in grado di attirare le simpatie del pubblico nello stesso momento in cui si fa oggetto di repulsione. "Il fatto che Alex personifichi il male ma non sia privo di fascino", ha commentato Kubrick, "è dovuto a diversi fattori: onestà, mancanza di ipocrisia, energia, intelligenza. Si inizia a provare simpatia per lui quando lo si riconosce vittima di un male maggiore. Ma se fosse un cattivo più annacquato, si diluirebbe la tesi del film. Sarebbe come uno di quei western in cui si linciano gli innocenti. Bisogna rifiutare il linciaggio di per sé, non perché si rischia di linciare gente innocente. Rifiutando la "terapia" di un personaggio malvagio come Alex, il principio morale è inequivocabile..".

 

MERCOLEDI’ 17 LUGLIO 1995 (cena ore 20.30, indi film):

"SCUSI, DOV'E' IL WEST?" (The Frisco Kid), regia di Robert ALDRICH (durata 120 minuti circa), anno 1979 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Negli anni gloriosi della corsa all'oro, nuove comunità di pionieri si formarono in California, bisognose di guide spirituali: di figure come Avram Belinsky, rabbino inviato da un famoso seminario polacco a svolgere questa difficile missione. Belinsky, al secolo Gene Wilder, ne passerà di cotte e di crude prima di arrivare a destinazione, cadendo preda di un trio di banditi e finendo invischiato in tutti i guai possibili, dagli assalti degli indiani alle sparatorie fra cowboys. Le vicissitudini lo costringeranno a porsi inquietanti interrogativi: varrà la pena continuare a fare il rabbino, o sarà più opportuno assecondare altri, più piacevoli istinti? La strepitosa comicità di Gene Wilder ("Mezzogiorno e Mezzo di Fuoco", "Frankenstein Junior", "Non Guardarmi... Non Ti Sento") trova ampiamente modo di esprimersi in questo esilarante western; lo accompagna Harrison Ford, bravissimo anche in quest'insolito ruolo comico. Un'epica parodia del vecchio west, firmata dal grande Robert Aldrich ("Quella Sporca Dozzina", "Che Fine Ha Fatto Baby Jane?").

 

 

GIOVEDI’ 25 LUGLIO 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"ROSENCRANTZ E GUILDENSTERN SONO MORTI", regia di Tom STOPPARD (durata 120 minuti circa), anno 1991 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Ironico, avvincente, divertente... il dramma di Shakespeare come nessuno lo aveva mai immaginato! "Essere o non essere..." ma che sventura essere proprio Rosencrantz (Gary Oldman: "JFK") e Guildenstern (Tim Roth: "Un mondo a parte"; "Il cuoco il ladro..."), vecchi amici di Amleto (Ian Glen: "Le montagne della luna") che si vedono trasformati in spie... "C'è del marcio in Danimarca" e i due finiscono per non capire più nulla, travolti da fatti e situazioni troppo grandi per loro.

Rosencrantz e Guildenstern, lasciate il castello di Elsinore, finché siete in tempo, tornate nell'ombra e lasciate al principe Amleto il ruolo che è suo, quello di protagonista.

Stufen

Wie jede Blüte welkt und jede Jugend

Dem Alter weicht, blüht jede Lebensstufe,

Blüht jede Weisheit auch und jede Tugend

Zu ihrer Zeit und darf nicht ewig dauern.

Es muß das Herz bei jedem Lebensrufe

Bereit zum Abschied sein und Neubeginne,

Um sich in Tapferkeit und ohne Trauern

In andre, neue Bindungen zu geben.

Und jedem Anfang wohnt ein Zauber inne,

Der uns beschützt und der uns hilft, zu leben.

Wir sollen heiter Raum um Raum durchschreiten,

An keinem wie an einer Heimat hängen,

Der Weltgeist will nicht fesseln uns und engen,

Er will uns Stuf’ um Stufe heben, weiten.

Kaum sind wir heimisch einem Lebenskreise

Und traulich eingewohnt, so droht Erschlaffen,

Nur wer bereit zu Aufbruch ist und Reise,

Mag lähmender Gewöhnung sich entraffen.

Es wird vielleicht auch noch die Todesstunde

Uns neuen Räumen jung entgegensenden,

Des Lebens Ruf an uns wird niemals enden ...

Wohlan denn, Herz, nimm Abschied und gesunde!

(HERMANN HESSE)

Gradini

Come ogni fior languisce e giovinezza

cede a vecchiaia, anche la vita in tutti

i gradi suoi fiorisce, insieme ad ogni

senno e virtù, né può durare eterna.

Quando la vita chiama, il cuore sia

pronto a partire ed a ricominciare,

per offrirsi sereno e valoroso

ad altri, nuovi vincoli e legami.

Ogni inizio contiene una magia

che ci protegge e a vivere ci aiuta.

Dobbiamo attraversare spazi e spazi

senza fermare in alcun d’essi il piede,

lo spirto universal non vuol legarci

ma su di grado in grado sollevarci.

Appena ci avvezziamo ad una sede

rischiamo d’infiacchire nell’ignavia;

sol chi è disposto a muoversi e partire

vince la consuetudine inceppante.

Forse il momento stesso della morte

ci farà andare incontro a nuovi spazi;

della vita il richiamo non ha fine...

Su, cuore mio, congedati e guarisci!

 

VENERDI’ 4 OTTOBRE 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"PICCOLO BUDDHA" (Little Buddha), regia di Bernardo Bertolucci (durata 132 minuti circa), anno 1993 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Nella vita della famiglia Konrad irrompono improvvisamente due monaci buddisti, giunti dal lontano Buthan. Il piccolo Jesse potrebbe infatti essere la reincarnazione di un saggio e onorato lama, scomparso tempo prima. Legatosi profondamente ai due monaci, il bambino si recherà con il padre in Buthan, per meglio studiare riti e costumi buddisti e compiere quel cammino di purificazione e illuminazione che secoli prima aveva affrontato il principe Siddharta personificazione di Buddha.

DALLA SCENEGGIATURA DEL FILM "PICCOLO BUDDHA" - EDITORE BOMPIANI:

LAMA NORBU: Stanno cantando il Sutra del Cuore... una bellissima preghiera... Imparatela, tenetela con voi, nel vostro cuore... sempre. Vi aiuterà...

"O Shariputra, la forma è vuota,

Il vuoto è forma.

La forma non è altro che il vuoto,

Il vuoto non è altro che la forma...

O Shariputra, tutte le cose che esistono

Sono espressione del vuoto:

Non nate, non distrutte, non macchiate, non pure,

Senza perdita, senza profitto...

Pertanto nel vuoto non c'è forma,

Né sensazione, concezione, discriminazione, consapevolezza.

Né occhio, né orecchio, né naso, né lingua, né corpo, né mente.

Né colore, né suono, né odore, né sapore, né tocco, né cosa esistente.

Né regno della vista, né regno della coscienza.

Né ignoranza, né fine dell'ignoranza,

Né vecchiaia, né morte.

Né sofferenza, né causa - né fine - della sofferenza.

Né strada, né saggezza, né profitto.

Senza profitto, così vivono i Bodhisattva

In perfetta comprensione e senza ostacoli

Per la mente - senza ostacoli, perciò senza paura.

Lontano, oltre i pensieri e le illusioni,

Ecco il Nirvana..."

DA "I MAESTRI SPIRITUALI" - Jacques BROSSE - Gremese editore:

L’esistenza terrena di colui che doveva divenire il Budda per antonomasia, pur essendo stata progressivamente avvolta in un alone di leggenda, è da noi conosciuta nei suoi tratti essenziali. Nacque nell’India settentrionale, ai piedi dell’Himalaya, ove regnava suo padre, capo della tribù degli Shakya nel clan dei Gotama. Il suo prenome era Siddharta ("Meta raggiunta") ma veniva normalmente chiamato Gotama o Sciakyamuni ("il saggio degli Sciakya"). La sua fu una giovinezza quale si addice a un giovane principe e a sedici anni sposò Yasodhana, che gli diede un figlio, Rahula. Ma, tormentato dal mistero dell’esistenza, contristata dalle malattie e destinata alla vecchiaia e alla morte, decise di partire in cerca della verità e a ventinove anni (nel 537 a.C.) abbandonò furtivamente il suo palazzo per condurre la vita di un monaco errante.

Dopo aver seguito, senza ottenere il risultato che si aspettava, gli insegnamenti di due maestri dello yoga, decise di proseguire nella ricerca della verità per proprio conto. A Uruvilva, insieme ad altri cinque monaci erranti, che si erano uniti a lui, condusse per sei anni una vita ascetica con esercizi fisici così severi che fu sul punto di morirne. Allora, avendo constatato che nemmeno per quella via era riuscito a raggiungere ciò che voleva, decise di rinunciare alle mortificazioni. I suoi compagni, scandalizzati, lo abbandonarono. Rimasto solo, Sciakyamuni si sedette in postura di loto sotto un fico sacro, a Bodh-Gaya e si concentrò sul mistero della morte e della rinascita nel mondo illusorio delle apparenze. In seguito all’esperienza di una notte del 531 a.C., durante la quale gli tornarono in mente i ricordi di tutte le sue precedenti esistenze e gli fu rivelato il segreto delle nascite e delle morti, egli acquistò la certezza che, essendosi definitivamente liberato delle passioni che accecano l’uomo, era anche definitivamente libero dal ciclo delle rinascite. Sciakyamuni aveva così raggiunto il Risveglio supremo e perfetto (bodhi in sanscrito), divenendo un budda (letteralmente "il Risvegliato").

SUE PAROLE: "Non vi lasciate guidare né dall’autorità dei testi sacri, né dalla semplice logica, né dalle apparenze o dalle opinioni degli altri, e nemmeno dall’insegnamento del vostro maestro spirituale; quando voi sapete da soli ciò che è nefasto, rinunciatevi, e se sapete ciò che è favorevole, accettatelo e seguitelo".

L’INSEGNAMENTO: Sciakyamuni non ha lasciato scritti e noi conosciamo la sua dottrina da testi molto posteriori, in cui venne ripresa e trascritta una lunga tradizione orale. Il Tripitaka, primo canone scritto in lingua pali, sarebbe stato fissato in occasione del III concilio di Pataliputra (245 a.C.). In seguito il buddismo produsse una copiosa letteratura, che testimonia il continuo rinnovo e approfondimento della dottrina.

La dottrina originale non si presenta che come un rimedio e una soluzione al problema del dolore, fondati su una diagnosi della condizione umana, e si riassume nell’esposizione delle "Quattro Sante Verità": 1) la Verità del dolore: tutto è sofferenza, malessere (duhkha), la nascita, la malattia, la vecchiaia e la morte, l’unione con ciò che si detesta, la separazione da ciò che si ama, il mancato ottenimento di ciò che si desidera; perché tutto è impermanente e tutti gli esseri sono sottoposti a una trasmigrazione senza fine in funzione dei loro atti anteriori (karma); 2) la Verità sull’origine del dolore: l’esistenza è il prodotto del desiderio, che ha come conseguenza l’ignoranza e agisce per mezzo della "produzione condizionata" in dodici tappe, muovendo dall’accecamento, che mette in moto la dinamica del karma, da cui si genera il desiderio di provare le sensazioni e, di conseguenza, l’attaccamento alla vita che condurrà a una nuova rinascita e dunque a nuovi dolori e a una nuova morte; 3) la Verità sulla cessazione del dolore: il dolore non può estinguersi se non si estingue prima in modo totale la sete esistenziale, se non si arriva all’estinzione definitiva, il nirvana, che è fusione con l’ordine cosmico e indicibile beatitudine eterna; 4) la Verità sulla via che conduce alla cessazione del dolore: si tratta dell’ottuplo sentiero, cioè fede pura, volontà, linguaggio, azione, mezzi di esistenza, applicazione, memoria e meditazione puri, che possono essere ricondotti a tre elementi fondamentali. Essi sono: la moralità (sila), la concentrazione (samadhi), ottenuta con la pratica assidua della meditazione, che permette allo spirito, divenuto chiaro e lucido, di trascendere le passioni per raggiungere la saggezza (prajna) che tutto comprende e che è perfetta serenità e, infine, nirvana. Se l’insegnamento fondamentale del Budda non ha subito alterazioni di rilievo da più di duemila e cinquecento anni a questa parte, esso però ha dato origine, nel corso dei secoli e a mano a mano che si diffondeva in tutto il continente asiatico, a molte scuole, che riflettono la sua adattabilità alle mentalità più diverse.

LUNEDI’ 7 OTTOBRE 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"IL BAMBINO D’ORO" (The Golden Child), regia di Michael Ritchie (durata 89 minuti circa), anno 1986 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Chandler Jarell (EDDIE MURPHY) è un assistente sociale di Los Angeles, addetto al ritrovamento delle persone scomparse. Al suo fianco, CHARLOTTE LEWIS interpreta l’affascinante Kee Nang, mandata dall’oracolo di Nechung per informare Chandler che è stato prescelto per una pericolosa missione: salvare il "bambino d’oro", un giovane dotato di poteri extra-sensoriali, rapito in Tibet da una setta segreta.

VENERDI' 25 OTTOBRE 1996(INIZIO ORE 20.30):

INCONTRO-DIBATTITO

Incontro con Laura FRANCHI dal titolo:

"Alimentazione biologica ed integrale"

LUNEDI’ 28 OTTOBRE 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"LA MESSA E’ finita", regia di Nanni MORETTI (durata 92 minuti circa), anno 1991 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Don Giulio è un giovane prete che esercita il suo ministero sacerdotale in un piccolo paesino su un’isola. Trasferito a Roma, destinato ad una chiesa della periferia, don Giulio accoglie con gioia il cambio di sede: nella sua città natale ritroverà la famiglia e gli amici. Ma appena arrivato a Roma, il sacerdote si rende conto che dovrà affrontare un compito molto difficile. La parrocchia è disertata dai fedeli; il suo predecessore ha gettato la tonaca, si è sposato ed ora vive a pochi metri dalla canonica; i vecchi amici sono molto cambiati (uno è sotto processo per terrorismo, uno ha problemi psicologici, uno vive disordinatamente la sua omosessualità, uno vegeta segregato in solitudine maniacale), e anche nella sua famiglia ci sono problemi molto gravi. Così don Giulio comincia a dubitare della sua capacità di affrontare le difficoltà della sua missione...

COMUNICAZIONE PER I CORTESI OSPITI DEL "CINEFORUM": Si è pensato all'eventualità di inserire nel programma un documentario dal titolo "L'UOMO DOPO L'UOMO", di Davide MONTEMURRI. L'argomento è il pensiero di Sri Aurobindo e gli studi di Mère sull'attuale crisi della coscienza umana in funzione della mutazione genetica necessaria alla prosecuzione della nostra specie. Il film è lungo un'ora e dieci minuti ed alla proiezione assisterebbe anche un membro dell'Istituto di Ricerche Evolutive. Il costo di noleggio della cassetta è di trecentomila lire. La mia proposta è che tutti gli amici interessati versino a me diecimila lire: quando avremo raggiunto la somma necessaria sarà mia cura fissare una data per la proiezione. E' INUTILE DIRE CHE, PER OVVIE RAGIONI, GLI AMICI CHE SARANNO COSI' CORTESI DA VERSARE LA QUOTA NON AVRANNO PURTROPPO LA CERTEZZA CHE LA DATA DA ME FISSATA ANDRA' LORO BENE Me ne scuso in anticipo, ma non sono riuscito ancora a trovare un sistema che possa accontentare tutti. IN OGNI CASO IL PREAVVISO SULLA DATA SARA' AMPIO. Grazie.

MARTEDI’ 5 NOVEMBRE 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"Othello", regia di Orson Welles (durata 98 minuti circa), anno 1952 - IN INGLESE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Il film si apre con la scena di un doppio funerale celebrato nell'isola di Cipro: Otello, generale della Repubblica di Venezia, si è tolto la vita dopo aver ucciso sua moglie Desdemona, sospettata ingiustamente di adulterio.   Un uomo, imprigionato in una gabbia ed issato sulla torre della fortezza, osserva il corteo e il tragico risultato delle sue azioni.

Storia d'amore e di gelosia tanto classica quanto famosa, prodotta e diretta da ORSON WELLES e da lui stesso interpretata.   Realizzazione sofferta e frazionata nel tempo (occorsero quattro anni per completarlo) e nei luoghi (da Tuscania a Venezia, al Marocco), il film fu finanziato con i guadagni provenienti dall'attività di Welles come attore.   Presentato al Festival di Cannes del 1952 sotto bandiera marocchina, fu premiato con la Palma d'Oro.   Interpretazione coraggiosa, sanguigna e terrestre del dramma shakespeariano, accompagnato da alterne fortune critiche (si rimproverò Welles di "barbarica vitalità"), il film è rimasto una sorta di capolavoro sconosciuto fino al recente restauro del 1992.

DA "VARIETY MOVIE GUIDE" EDIZIONE 1994:

After three years in the making, Orson Welles unveiled his Othello at the Cannes Film Festival in Aprile 1952 to win the top award. Film is an impressive rendering of the Shakespearean tragedy.

Beginning is catchy in lensing, plasticity and eye appeal, but a bit murky in development. After the marriage of Othello and Desdemona over the protests of her father, the film takes a firm dramatic line and crescendos as the warped Iago brings on the ensuing tragic results. The planting of the jealousy seed in Othello is a bit sudden, but once it takes hold, the picture builds in power until the final death scene.

Micheal MacLiammoir is good as Iago, the jealous, twisted friend whose envy turns to hate and murder. Orson Welles gives the tortured Moor depth and stature.

Footage shot in Italy and Morocco is well matched photographically. Standout scenes are the murder of Roderigo in a Moroccan bath as the chase weaves through the steamy air and ends in general skewering and mayhem.

MERCOLEDI’ 13 NOVEMBRE 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"CODICE D’ONORE", regia di Rob Reiner (durata 135 minuti circa), anno 1992 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Nella base di Cuba un marinaio statunitense viene trovato ucciso e del delitto sono accusati due suoi commilitoni. Nel tentativo di mettere a tacere l’episodio, la difesa del caso viene affidata ad un giovane tenente, avvocato di fresca laurea assai abile nelle soluzioni di compromesso. Convinto però da un ostinato capitano il tenente decide di sfidare in tribunale i vertici militari, in una instancabile ricerca della giustizia contro gli intrighi, la corruzione e gli abusi di potere nelle forze armate.

GIOVEDI’ 21 NOVEMBRE 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"TRE DONNE, IL SESSO E PLATONE" (Der Philosoph), regia di Rudolf Thome (durata 90 minuti circa), anno 1988 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Timido trentenne laureato in filosofia, Georg Hermes vive da eremita, non ha mai avuto una fidanzata e mai fatto l’amore! Quando il suo primo libro viene pubblicato, Georg decide di comprarsi un vestito nuovo per la serata di presentazione. L’incontro con tre amiche che gestiscono un negozio cambierà la sua vita: le tre donne - come tre dee che sembrano attenderlo da tempo - lo invitano nella casa che abitano insieme e lo iniziano al sesso al di fuori degli schemi e delle gelosie. Sospeso tra la realtà e il sogno, Hermes accetta la sua nuova esistenza.

Tentativo originale di trasferire in commedia tematiche della filosofia greca: il risultato è un divertente apologo sulla felicità di un ‘paganesimo romantico’ ben praticato. Critico cinematografico, studioso di germanistica e filosofia, autore di cortometraggi e documentari, Rudolf Thome ha diretto il suo primo film Detektive nel 1968. Tre donne, il sesso e Platone è la terza parte di una trilogia intitolata ‘Le forme dell’amore’ che ha per temi dominanti la morte e il tempo.

VENERDI’ 29 NOVEMBRE 1996 (INIZIO ORE 20.30)

SPAGHETTATA

Nel corso della serata sarà ascoltata una breve audiocassetta di 15-20 minuti riguardante il lavoro di Sri Aurobindo

LUNEDI’ 2 DICEMBRE 1996 (cena ore 20.30, indi film):

"RAPPORTO CONFIDENZIALE" (Mr. Arkadin, Confidential Report), regia di Orson Welles (durata 95 minuti circa), anno 1954-1955 - IN ITALIANO

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA" - Fernaldo Di Giammatteo - 1984:

Questo film - sofferto nella realizzazione (sette mesi di riprese in Spagna, Germania, Italia e Francia) e nel montaggio (otto mesi e non è nemmeno ultimato dall’autore) - rappresenta un altro dei volti dell’ambiguità di Welles. Questa volta il regista - pur affidandosi sempre a un’inchiesta per tirare i fili del discorso - oscilla liberamente fra ‘giallo’ e ‘mélo’ in un intreccio dei più convenzionali. Una particolarità in più è data dal protagonismo dei personaggi minori, quasi a sottolineare lo stravolgimento degli schemi - rigorosi nel cinema americano prima di Welles - che separano il personaggio positivo dal personaggio negativo e dai comprimari. Qualcuno ha parlato anche di ‘deformazione’ a proposito della caratterizzazione dei personaggi di questo e di altri film; ma la deformazione (si veda, in parallelo, l’uso quasi esclusivo del grandangolo) fa parte della poetica cinematografica di Welles. Deformazione e amplificazione di ogni fatto - visivo, sonoro, ritmico, psicologico - che confluisce nella struttura del film: in ciò consiste l’ambiguità del regista.

MARTEDI’ 7 GENNAIO 1997 (cena ore 20.30, indi film):

"FRANTIC", regia di Roman Polanski (durata 120 minuti circa), anno 1988 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Un giallo di Roman Polanski che critica e pubblico hanno paragonato senza esitare ai classici di Alfred Hitchcock. Del mago del brivido Polanski ha ripreso il tema prediletto dell’uomo comune coinvolto in un intrigo internazionale. Harrison Ford impersona questa volta l’eroe riluttante, il cacciatore di spie suo malgrado. Ford è un medico americano a Parigi per un congresso (e magari per ripetere con la moglie la luna di miele vent’anni dopo). Ma la consorte scompare misteriosamente. Ford la cerca affannosamente (il fatto di essere in un paese straniero e di non sapere la lingua certo non l’aiuta) e scopre che è stata rapita da una banda di terroristi...

LUNEDI’ 20 GENNAIO 1997 (cena ore 20.30, indi film):

"LA JETÉE", regia di Chris MARKER (durata 29 minuti circa), anno 1962 - IN INGLESE SENZA SOTTITOLI (Trattasi praticamente di una narrazione in inglese corredata di immagini . L’inglese è decisamente ottimo e pronunciato molto chiaramente. La Jetée ha avuto un remake in "L’Esercito delle dodici scimmie" di Terry Gilliam)

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Chris Marker’s classic science-fiction short takes a man from the future on a terrifying journey back to his childhood. His ability to make contact with a woman he once glimpsed may be humanity’s last hope - and also his nemesis. Told almost entirely in stills, La Jetée is one of the most admired and influential of all modern fables about cinema as a time machine.

Though best known for his highly personal tapestries of material shot in remote corners of the world, Chris Marker has made one ‘fiction’ film which remains unique in the history of cinema and also seems to hold the key to understanding all his other work. La Jetée plays upon one of film’s most suggestive properties, its ability to persuade us that time can be traversed as easily ad space. But it does so with a restraint that makes the label ‘science-fiction’ seem inappropriate.

True, the setting is futuristic - Paris after nuclear devastation, with the survivors trapped underground. And the narrative idea is familiar from countless SF tales: experiments in time travel are being undertaken in a grim attempt to escape extinction. One man has been chosen to return to the pre-holocaust past because of his deep attachment to an image of the past - a memory snapshot from his childhood of a scene at Orly airport.

VENERDI’ 10 GENNAIO 1997

(CENA ORE 20.30, INDI INCONTRO)

PROGETTO "FORMULA S.U.M."

Salvare il Terzo Mondo e quindi noi stessi oggi è possibile grazie alla "Formula S.U.M." - progetto volto all’autosufficienza dei popoli poveri del Terzo Mondo - che prevede aiuti diretti ed esclude qualsiasi forma di intermediazione.

Vieni all’incontro e conoscerai anche tu cosa e come fare.

"IL RAGAZZO SELVAGGIO" (L’enfant sauvage), regia di François TRUFFAUT (durata 81 minuti circa), anno 1969 - IN ITALIANO

In fondo io racconto sempre la storia di una mancanza, di una frustrazione. "Les 400 coups" era la mancanza di tenerezza; "Fahrenheit 451", la mancanza di cultura. "L’enfant sauvage" è la frustrazione della conoscenza, con il tentativo ostinato di Itard di annullare questa mancanza. Lui stesso ha scritto nelle sue memorie: "Senza la civilizzazione, l’uomo sarebbe uno degli animali più deboli e meno intelligenti." E’ un film sulla comunicazione, lo scambio, il linguaggio, la cultura. FRANÇOIS TRUFFAUT

MERCOLEDI’ 5 FEBBRAIO 1997 (cena ore 20.30, indi film):

"NELLY ET MR ARNAUD", regia di Claude SAUTET (durata 103 minuti circa), anno 1995 - IN FRANCESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Struggling to pay off mounting debts Nelly (Béart) meets Monsieur Arnaud (Serrault) a retired judge 40 years her senior who offers to clear her bills. She reluctantly accepts his offer and decides to leave her lazy unemployed husband for good.

Nelly then takes a job with Arnaud typing up his memoirs and gradually their friendship grows into a barely acknowledged intimacy. Monsieur Arnaud is captivated by Nelly’s beauty and becomes jealous when she begins dating his young good-looking publisher (Anglade). Nelly must choose between financial security and true happiness...

GIOVEDI’ 13 FEBBRAIO 1997 (cena ore 20.30, indi film):

"MOONRAKER, OPERAZIONE SPAZIO", regia di Lewis GILBERT (durata 125 minuti circa), anno 1979 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Quando la navetta spaziale americana Moonraker viene dirottata nell’atmosfera, James Bond viene mandato ad investigare sulle industrie Drax. Qui viene a sapere che Hugo Drax ha elaborato un gas nervino che ucciderà la razza umana. Il fanatico sogna la creazione di una città orbitale intorno alla terra, popolata da una razza superiore. Il suo piano magistrale prevede di uccidere tutta la popolazione mondiale con il gas, e questo gli permetterebbe di creare una nuova civiltà sotto il suo governo tirannico. 007 e la sua compagna della CIA , Holly Goodhead, si preparano a combattere nello spazio. Ma quando pensano di aver eliminato il pericolo, Jaws è sulle loro tracce...

VENERDI’ 21 FEBBRAIO 1997 (ORE 20.30 CENA, INDI FILM)

E’ stato proposto dall’amico Giampiero VALENTINI di inserire nel programma un film-documentario dal titolo "L'UOMO DOPO L'UOMO", di Davide MONTEMURRI. L'argomento è il pensiero di Sri Aurobindo e gli studi di Mère sull'attuale crisi della coscienza umana in funzione della mutazione genetica necessaria alla prosecuzione della nostra specie. Il film è lungo un'ora e dieci minuti ed alla proiezione assisterà anche un membro dell'Istituto di Ricerche Evolutive. Il costo di noleggio della cassetta è di trecentomila lire. La mia proposta è che tutti gli amici interessati versino diecimila lire. LA DATA FISSATA PER LA PROIEZIONE E’ VENERDI’ 21 FEBBRAIO 1997 (solito orario: cena ore 20.30, indi film).

Per informazioni si può chiamare Giampiero al numero 06-67124878 (orario ufficio).

LUNEDI’ 3 MARZO 1997 - ORE 20.30

SPAGHETTATA

Martedì 11 marzo 1997 (ORE 20.30 CENA, INDI FILM)

ENCICLOPEDIA MULTIMEDIALE DELLE SCIENZE FILOSOFICHE

LE RADICI DEL PENSIERO FILOSOFICO

PLATONE - LA POLITICA

Interviste a Hans-Georg Gadamer, Margherita Isnardi Parente, Christoph Jermann, Mario Vegetti (durata della cassetta 57 minuti circa)

Per il pensiero politico nel senso più ampio Platone è divenuto determinante non meno che per la storia dell’etica, la teoria della conoscenza e la metafisica occidentali. Il citatissimo detto di Alfred North Whitehead, che la tradizione filosofica europea si lascia intendere come un séguito di annotazioni a Platone ("a series of footnotes to Plato"), corrisponde, nell’àmbito della filosofia politica, alla lapidaria affermazione di Karl Popper, tratta peraltro da una vivace presa di posizione polemica verso la concezione platonica dello Stato, secondo cui Platone è "il massimo filosofo di tutti i tempi". Così come corrisponde alla dichiarazione, quasi una confessione, di Hans Kelsen, un altro appassionato critico del concetto platonico di ‘giustizia’, che su questo tema non si dà, e nemmeno si può dare, riflessione più profonda di quella del filosofo greco. Se decisi oppositori di Platone dopo duemilacinquecento anni parlano ancora così di lui, possiamo essere certi che anche in futuro gli studiosi continueranno a schierarsi in due partiti di fronte al suo pensiero, e che questo continuerà a fecondare la riflessione sullo Stato, proprio in quanto costringe ad una critica adeguata, sicché l’ammirazione degli avversari gli sarà assicurata non meno di quella dei suoi sostenitori.

(THOMAS A. SZLEZÁK)

Mercoledì 19 marzo 1997 (ORE 20.30 CENA, INDI incontro)

Incontro con l’amico Franco Libero Manco, dal titolo:

"il linguaggio del corpo"

giovedì 27 marzo 1997 (ORE 20.30 CENA, INDI FILM)

 

"The Mahabharata" (versione cinematografica in unica videocassetta), regia di Peter Brook (durata 172 minuti circa), anno 1990 - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

"Il Mahabharata" è uno splendido film presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia del 1989. E' la trasposizione cinematografica di un poema indù lungo quindici volte la Bibbia che abbraccia nove secoli di storia e che ha richiesto un lavoro di preparazione durato dodici anni.

Moltissime le vicende, i personaggi, le azioni sceniche: alla base la convinzione che culture, religioni, civiltà diverse, abbiano radici comuni.

Pur se differenti sono le risposte, le domande sul perché dell'esistenza, del destino, della contrapposizione tra bene e male, sono domande universali per l'uomo.

"Vedi con occhio equanime il piacere e la pena, il guadagno e la perdita, la vittoria e la sconfitta e gettati nella battaglia; così non commetterai peccato." (Bhagavad Gita, canto II, versetto 38)

SCHEDA TRATTA DALLA GUIDA AI PROGRAMMI TELEPIU':

Il Mahabharata-film è soltanto la tappa conclusiva del lavoro decennale di Peter Brook sul mastodontico testo di oltre 120.000 versi (circa 15 volte la Bibbia), scritto in sanscrito 3.500 anni fa, che costituisce il punto di riferimento centrale della cultura e della religione indiana. All'origine, infatti, c'era stato uno spettacolo teatrale di 9 ore e quindi un video di 6 diretti dal regista inglese. Condensando ulteriormente l'enormità della materia nelle tre ore del film uscito nelle sale, con l'aiuto di Jean-Claude Carrière, Brook ha vinto ampiamente la difficile scommessa di tradurre in universalità narrativa la diversità culturale e la complessità, invero solo apparente, della sua affascinante fonte ispiratrice. Un lavoro titanico che è più compiutamente apprezzabile nella versione integrale di sei ore.

Prima di ogni altra cosa il film è un racconto fantastico e avvincente, una fiaba popolata di eroi e divinità e scandita da amori, tradimenti, battaglie, che rapisce lo spettatore col suo ritmo avvolgente e l'inarrestabile flusso delle invenzioni figurative. Ma proprio questa straordinaria immediatezza comunicativa, cui contribuisce in larga parte l'eccellente cast cosmopolita (nel ruolo del guerriero Arjuna vi figura anche il nostro Vittorio Mezzogiorno), lascia filtrare quello che è forse il messaggio più significativo di questa emozionante avventura intellettuale: la possibilità, se solo si abbandonano pigrizie e pregiudizi, di entrare in sintonia con culture e mitologie apparentemente diverse e lontane.

giovedì 27 marzo 1997 (ORE 20.30 CENA, INDI FILM)

 

"The Mahabharata" (versione cinematografica in unica videocassetta), regia di Peter Brook (durata 172 minuti circa), anno 1990 - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

"Il Mahabharata" è uno splendido film presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia del 1989. E' la trasposizione cinematografica di un poema indù lungo quindici volte la Bibbia che abbraccia nove secoli di storia e che ha richiesto un lavoro di preparazione durato dodici anni.

Moltissime le vicende, i personaggi, le azioni sceniche: alla base la convinzione che culture, religioni, civiltà diverse, abbiano radici comuni.

Pur se differenti sono le risposte, le domande sul perché dell'esistenza, del destino, della contrapposizione tra bene e male, sono domande universali per l'uomo.

"Vedi con occhio equanime il piacere e la pena, il guadagno e la perdita, la vittoria e la sconfitta e gettati nella battaglia; così non commetterai peccato." (Bhagavad Gita, canto II, versetto 38)

SCHEDA TRATTA DALLA GUIDA AI PROGRAMMI TELEPIU':

Il Mahabharata-film è soltanto la tappa conclusiva del lavoro decennale di Peter Brook sul mastodontico testo di oltre 120.000 versi (circa 15 volte la Bibbia), scritto in sanscrito 3.500 anni fa, che costituisce il punto di riferimento centrale della cultura e della religione indiana. All'origine, infatti, c'era stato uno spettacolo teatrale di 9 ore e quindi un video di 6 diretti dal regista inglese. Condensando ulteriormente l'enormità della materia nelle tre ore del film uscito nelle sale, con l'aiuto di Jean-Claude Carrière, Brook ha vinto ampiamente la difficile scommessa di tradurre in universalità narrativa la diversità culturale e la complessità, invero solo apparente, della sua affascinante fonte ispiratrice. Un lavoro titanico che è più compiutamente apprezzabile nella versione integrale di sei ore.

Prima di ogni altra cosa il film è un racconto fantastico e avvincente, una fiaba popolata di eroi e divinità e scandita da amori, tradimenti, battaglie, che rapisce lo spettatore col suo ritmo avvolgente e l'inarrestabile flusso delle invenzioni figurative. Ma proprio questa straordinaria immediatezza comunicativa, cui contribuisce in larga parte l'eccellente cast cosmopolita (nel ruolo del guerriero Arjuna vi figura anche il nostro Vittorio Mezzogiorno), lascia filtrare quello che è forse il messaggio più significativo di questa emozionante avventura intellettuale: la possibilità, se solo si abbandonano pigrizie e pregiudizi, di entrare in sintonia con culture e mitologie apparentemente diverse e lontane.

Venerdì 4 aprile 1997 (ORE 20.30 CENA, INDI FILM)

"I FRATTALI illustrati da E. Lorenz e B.B. Mandelbrot" (durata 60 minuti circa), anno 1991 - IN ITALIANO

La geometria frattale è senza dubbio la più affascinante scoperta della matematica contemporanea. Nella videocassetta sono gli stessi Ed Lorenz e Benoit Mandelbrot, i "padri" di questa avvincente teoria, ad illustrare la storia, il significato e le regole matematiche che ne stanno alla base. Attraverso i colori e le forme di una videografica estremamente raffinata ci si addentra nel mondo dell’autosomiglianza e del caos per percorrere le frastagliatissime frontiere degli insiemi di Mandelbrot e di Julia e per scivolare lungo i fantastici binari dell’attrattore di Lorenz.

Segnalo a tutti gli amici un bellissimo film italiano. Si tratta de "La Frontiera", di Franco GIRALDI - Cinema Intrastevere, Vicolo Moroni 3/A (vicino Piazza Trilussa) tel.06-5884230. Orari: 16, 18.10, 20.20, 22.30.

TRAMA: Due giovani dalmati nati nella stessa isola ma a vent’anni di distanza. Due guerre differenti ma ugualmente atroci. Il 1916 e il 1941. Italiani, slavi, tedeschi. Un destino che sembra ripetersi nel labirinto delle identità "di confine". Dal romanzo di Franco Vegliani (Sellerio).

DA "CINEMA ITALIANO - Annuario 1996 - a cura di Paolo D’Agostini" - Editrice il Castoro:

Questa che Franco Giraldi - egli stesso un’origine "di frontiera": triestino, figlio di un italiano e di una slovena - ha sentito, com’egli dice, "la necessità" di trasformare in film, è una bella, una bellissima storia. La storia di due giovani nati nello stesso luogo, un’isola dalmata, ma di due generazioni diverse, vissuti durante due guerre diverse: la prima e la seconda guerra mondiale. Emidio era un ufficiale dell’esercito austroungarico, Franco dell’esercito italiano. Il primo, malgrado le sue origine italiane, è stato costretto dalla storia ad essere antitaliano; il secondo, malgrado le sue origine dalmate, a mettersi contro la gente che l’ha visto nascere e crescere. I loro destini si sovrappongono nel racconto a incastro che il film propone.

.....

Il film di Giraldi, nella sua classicità un po’ fuori moda e nella sua cristallina onestà, contiene un insegnamento e un invito. Alla conoscenza, alla coscienza, alla memoria del passato così carico di valori educativi. Alla conoscenza dell’altro, di quell’ "altro" che è fuori ma anche dentro di noi. Finché questo non avverrà non ci sarà vera pace.

Venerdì 4 aprile 1997 (ORE 20.30 CENA, INDI FILM)

"I FRATTALI illustrati da E. Lorenz e B.B. Mandelbrot" (durata 60 minuti circa), anno 1991 - IN ITALIANO

La geometria frattale è senza dubbio la più affascinante scoperta della matematica contemporanea. Nella videocassetta sono gli stessi Ed Lorenz e Benoit Mandelbrot, i "padri" di questa avvincente teoria, ad illustrare la storia, il significato e le regole matematiche che ne stanno alla base. Attraverso i colori e le forme di una videografica estremamente raffinata ci si addentra nel mondo dell’autosomiglianza e del caos per percorrere le frastagliatissime frontiere degli insiemi di Mandelbrot e di Julia e per scivolare lungo i fantastici binari dell’attrattore di Lorenz.

MARTEDì 22 aprile 1997 (ORE 20.30 CENA, INDI FILM)

"RICCARDO III", regia di Richard LONCRAINE (durata 105 minuti circa), anno 1996 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Un carro armato penetra sventrando la stanza del quartier generale, uomini armati ed incappucciati irrompono correndo, urlando e ammazzando tutti: alla loro testa Riccardo, Duca di Gloucester, il deforme fratello del Re... E’ l’inizio della sua sanguinosa e feroce ascesa al trono. L’altro fratello viene sgozzato, quello della regina accoltellato ed i principini soffocati con un panno rosso. Circondato da truppe in uniforme ed esaltato da cerimoniali da Terzo Reich, il Duca di Gloucester costringe i nobili ad incoronarlo, divenendo così Riccardo III. Interpretato da un incredibile gruppo di attori in stato di grazia con uno straordinario Ian McKellen nelle vesti di Riccardo, il film è non solo bellissimo, ma travolgente, ricco, stupefacente ed unico nel suo genere. Ambientato nell’Inghilterra degli anni Trenta ed esprimendo una chiara impronta politica, il film è estremamente spettacolare.

DA "RICCARDO III" - OSCAR MONDADORI - PRESENTAZIONE SULLA COPERTINA: Dramma storico scritto tra il 1591 e il 1594, Riccardo III appartiene alle opere "giovanili" di Shakespeare eppure rivela già, soprattutto nella complessità e contraddittorietà della figura del protagonista, la grandezza del suo genio. "Lo scopo totalizzante di Riccardo" scrive Paolo Bertinetti nell’Introduzione "è la conquista del potere e la sua malvagità è ciò che gli consente di ottenerlo: non indietreggia dinanzi ad alcun crimine, si finge amico di coloro che farà poi assassinare, maschera la sua ambizione e si presenta come un uomo timorato di Dio proprio quando trama i delitti più atroci. E’ soprattutto nell’esercizio magistrale della finzione che si esalta la sua abilità "machiavellica" ed emerge quell’ironia arguta e crudele che costituisce la basilare caratteristica psicologica del personaggio creato da Shakespeare. Riccardo è un istrione sublime che eleva l’impostura ad arte perversa della politica."

Ma forse la popolarità che il Riccardo III ha conosciuto fin dall’inizio e l’interesse che suscita tuttora sono legati al fatto che la storia ha spesso riproposto dittature altrettanto nefaste, sicché esso ha conservato intatto nei secoli il suo angosciante valore di monito.

DA "RICCARDO III" - Introduzione, traduzione e note di Gabriele BALDINI - Biblioteca Universale Rizzoli - Presentazione sulla copertina: La serie dei drammi di Shakespeare celebrativi della storia inglese esprime con "Riccardo III" una delle più impressionanti figure di eroe negativo che il teatro abbia prodotto. Al culmine della propria nequizia, nel virtuosismo gelido delle azioni, così come nella seduzione retorica, il personaggio di Riccardo assomma e trascende l'astuzia machiavellica e la malvagità meccanica degli eroi di Marlowe. Egli diventa in tal modo un esempio irripetibile, tragicamente umano, di intelligenza e di suprema energia. Ogni mossa di Riccardo il Gobbo provoca l'allucinato stupore dell'inventiva diabolica e, con essa, rivela il timbro di un'inesauribile vena teatrale, dall'uccisione di Clarence, alla violenza psicologica del corteggiamento della cognata, all'assassionio dei nipoti, alla tragedia conclusiva che lo travolge. Una tragedia che, al suo concludersi nella celebre battuta: "Un cavallo, un cavallo! Il mio regno per un cavallo!", diventa nemesi della storia e del principio stesso della regalità, per diritto naturale e diritto divino, con l'introduzione della vincente dinastia Tudor a fondamento della grandezza e della ritrovata unità dell'Inghilterra.

"YAABA", scritto e diretto da Idrissa OUEDRAOGO, anno 1989, durata 90 minuti circa.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Yaaba in lingua morè significa nonna, ed è il modo in cui un bambino di un villaggio del Burkina Faso si rivolge a Sana, una donna anziana accusata di stregoneria e messa al bando dalla comunità. Il film è la storia dell’amicizia che lega il bambino, Bila, alla vecchia, andando a cozzare con le superstizioni e le credenze dell’intero villaggio. Bila, forte della sua innocenza, sfida il potere degli adulti e diventa il protettore di Sana. Le porta cibo rubato ai genitori e ascolta i racconti della "nonna".

Il cinema di Ouedraogo punta alla modernità senza rinnegare le proprie radici culturali: come è simboleggiato nel rapporto tra i bambini e la "nonna" (yaaba), depositaria di una saggezza antica e preziosa. Una storia tribale tipicamente africana, ma valida anche per il mondo occidentale dilaniato dall’intolleranza e spesso irrispettoso nei confronti degli anziani. Le immagini sono di una bellezza semplice e vissuta, senza i manierismi e le bellurie turistiche che quasi sempre caratterizzano l’Africa vista dai registi europei. Uno dei film che ha aperto la strada al cinema del continente nero, un poema nazionale realizzato con apporti tecnici europei, ma libero da ogni forma di dipendenza neocolonialista.

 

GIOVEDI’ 1° maggio 1997 (ORE 18 FILM, INDI CENA )

Il film Þ molto lungo (190 minuti) - InizierÓ massimo alle ore 18.10

"GLI INTRIGHI DEL POTERE - NIXON", regia di Oliver STONE (durata 190 minuti circa), anno 1996 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: "Nixon rappresenta l’uomo di questo secolo: ha vissuto le promesse della California dei pionieri, la grande depressione del ‘29, la seconda guerra mondiale, la guerra fredda, il Vietnam, la tensione interna di quegli anni, la fine della guerra fredda e del comunismo mondiale... Il suo potenziale era sconfinato, ma in definitiva limitato dai poteri che egli stesso non poteva controllare." (Oliver Stone)

Venerdì 9 maggio 1997 (ORE 20.30 CENA, INDI FILM)

"DIDO & AENEAS - Opera lirica di Henry PURCELL", regia di Peter MANIURA (durata 56 minuti circa), anno 1995 - IN INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Purcell’s much-loved tragic opera is an intense tale of heroism, passion, betrayal and ultimate tragedy, played out against a backdrop of fiery rituals, evil spells and pageantry. Filmed entirely on location at Hampton Court House, England, where spectacular settings are created in the house and grounds.

DA "DIZIONARIO DELL’OPERA LIRICA" - Oscar Mondadori: LA TRAMA. Atto primo. Il palazzo reale di Cartagine. Belinda esorta la sorella Didone alla serenità, ma invano, perché il cuore della regina è tormentato dall’amore per l’ospite straniero ora giunto, valoroso come il padre Anchise e bello come la madre Venere. Belinda garantisce a Didone che Enea, l’ospite, contraccambia il suo amore; il coro esorta la donna a questa unione. Enea entra con il suo seguito, confessa a Didone il suo amore e supplica la regina di accoglierlo, nonostante che essa lo spinga a dimenticare i suoi sentimenti per lei e a proseguire il viaggio, seguendo il suo destino. Belinda invoca Amore, che intervenga a realizzare questa unione, e l’atto si chiude con un coro e una danza maestosi. Atto secondo, scena prima. La caverna delle streghe. Una maga evoca le streghe e palesa loro il suo progetto di togliere Enea a Didone e di procurare la rovina della città di Cartagine. Per raggiungere il suo scopo manda da Enea il suo elfo nelle sembianze di Mercurio, con un falso messaggio di Giove: che Enea lasci Cartagine e Didone per seguire il suo destino di conquista. Scena seconda. Un boschetto vicino alla città. Mentre Enea, Didone e Belinda sono a caccia con il loro seguito, vengono colti da una tempesta suscitata dalla maga per far tornare la regina al palazzo. Belinda esorta la compagnia ad affrettarsi verso la casa e il coro ripete il suo invito. Tutti lasciano il bosco. Anche Enea sta per andarsene, ma viene raggiunto dall’elfo travestito da Mercurio, che gli ingiunge di lasciare la città quella notte stessa. Enea vede con angoscia quali terribili sacrifici dovrà sopportare per obbedire all’ordine, tanto che sarebbe forse preferibile la morte, e maledice gli dèi che infliggono notti di pianto, prima ancora che sia trascorsa una notte di gioia. Atto terzo. La riva, con i rudi e semplici marinai della flotta di Enea. I marinai hanno ricevuto l’ordine di tenersi pronti a partire e, contenti, si preparano a riprendere il mare. Eseguita una danza, la maga e le streghe pregustano la gioia dell’imminente rovina di Didone e auspicano la distruzione della flotta di Enea. E’ venuto il momento degli addii. Didone confida a Belinda la sua disperata sofferenza per aver perso per sempre il suo amore. Enea, turbato dai rimproveri di Didone, pensa per un momento di non partire e ubbidire piuttosto ai dettami di Amore che agli ordini di Giove; ma infine si fa forza e si rimprovera l’atto di debolezza. Con il cuore spezzato dal dolore, la regina si dichiara pronta a subire la sua sorte e gli intima con fierezza di partire. Il coro rammenta con gravità le strane contraddizioni delle passioni umane, che impediscono agli animi nobili di accettare comodi compromessi. Sola con Belinda, Didone, abbandonata, morente, canta il suo canto funebre: con un estremo atto d’amore chiede che i suoi errori non siano causa di dolore a Enea. L’opera termina in una quiete tragica e definitiva, con un coro che invita Amore a spargere petali di rose sull’infelice regina morta.

Didone ed Enea è la sola opera, nel senso italiano del termine, scritta da Purcell. Ma è anch’essa particolare e con un destino particolare. Vivo Purcell, non ebbe altre rappresentazioni, oltre a quella per cui fu scritta. Due rappresentazioni si ebbero nel 1700 e nel 1704, con il pretesto della prosa e inserite come masques, al Little Lincoln’s Field Theatre. Poi, a parte sporadiche e infedeli rappresentazioni, l’opera non fu ripresa che a Londra dalla Royal Academy of Music il 10 luglio 1878. Singolari pure le circostanze della sua composizione: il libretto fu riscritto da Tate su un suo testo precedente, tenendo conto del fatto che doveva essere destinato a un pensionato femminile. Risorse teatrali quindi assai modeste, opera della durata di poco più di un’ora: nulla risponde ai requisiti richiesti per tale genere nel Seicento. Didone ed Enea, scritta quando Purcell aveva trent’anni, è certamente un capolavoro, come taluno pretende, ma non scevro di difetti. I limiti stretti imposti alle azioni avrebbero creato problemi anche a musicisti ben più esperti di lui nel genere. Gli episodi e i movimenti si susseguono a volte in maniera troppo precipitosa, senza quelle pause che l’opera può permettere. Tenue è il personaggio di Enea, le cui passioni non sono approfondite se non nei recitativi. Didone invece gode di una reale definizione psicologica: particolarmente espressive sono le due arie, l’una del primo atto, all’entrar di scena, l’altra nel terzo, quando Didone è in punto di morte. Situata a metà strada fra le masques inglesi e le produzioni musicali italiane, la cui influenza è innegabile, anche se non ci è dato di sapere quali opere italiane Purcell conoscesse, Didone ha aperto la via a nuove possibilità. Il suo valore principale risiede infatti nella maestria con cui l’autore, prima di qualsiasi altro, soddisfa le complesse esigenze di un’opera seria, vincendo i limiti imposti dal soggetto, ridotto, come durata e come azioni, a un quadro corrispondente a non più di un atto d’opera.

Lunedì 19 maggio 1997 (ORE 20.30 CENA, INDI FILM)

ENCICLOPEDIA MULTIMEDIALE DELLE SCIENZE FILOSOFICHE

LE RADICI DEL PENSIERO FILOSOFICO

ARISTOTELE TEORETICO

Interviste a Gabriele GIANNANTONI, Andreas KAMP, Wolfgang KULLMANN, Emilio LLEDÓ (durata della cassetta 51 minuti circa)

PERCHE’ ANCHE OGGI LA METAFISICA RIMANE UNA COMPONENTE NECESSARIA DEL SAPERE UMANO.

Giunti al termine del discorso sulla metafisica aristotelica, e proprio per il fatto che si è rivelata avere una dimensione epocale di straordinaria portata - tanto che da molti è stata considerata, e ancor oggi viene considerata, il modello per eccellenza di questa forma di sapere, in positivo o in negativo - ci domandiamo: ha ancora senso, oggi, il ripensare il discorso metafisico aristotelico e il far metafisica in generale? Non viviamo, forse, in un’epoca del post-metafisico?

Ricordiamo che la metafisica ha ricevuto la sua più potente riduzione, in conseguenza della rivoluzione scientifica, in età moderna.

Inoltre è stata decisiva, in senso negativo, la presa di posizione di Kant.

La tesi di Kant è ben nota. Dal punto di vista conoscitivo il pensiero umano è limitato strutturalmente all’esperienza. Il suo desiderio di andare al di là dell’esperienza e di trascenderla risponde, tuttavia, ad un preciso bisogno dello spirito dell’uomo, e quindi Kant riconosce che è naturale. Ma, non appena l’uomo tenta di trascendere l’esperienza, cade in illusioni e in errori, che non sono casuali, ma trascendentali, ossia errori che la mente umana non può non commettere, non appena voglia appunto trascendere l’esperienza.

Kant ha chiamato "ragione" la facoltà dello spirito umano che tenta di spingersi oltre l’esperienza, e l’ha differenziata nettamente dall’"Intelletto", che, invece, non si spinge al di là dell’orizzonte dell’esperienza possibile.

La metafisica, dunque, per Kant non può essere "scienza", ma resta pura "esigenza" della ragione; e le idee metafisiche sono, in realtà, non altro che supreme forme della ragione, ossia le forme che manifestano appunto le sue esigenze strutturalmente. Le idee non hanno un uso costitutivo, e quindi conoscitivo; quando vengono usate in senso costitutivo, come se determinassero oggetti reali della conoscenza, producono "apparenze", che sono splendide, ma illusorie. Le idee, se ben utilizzate, possono avere solo un uso regolativo per ordinare l’esperienza e per darle la maggiore unità possibile, ma solo nella dimensione del "come se" (als ob), e quindi dell’ipotetico.

La metafisica, in ogni caso, si colloca al di fuori della conoscenza scientifica. (Giovanni REALE)

Mercoledì 11 giugno 1997 (ORE 20.30 CENA, INDI FILM)

"INDEPENDENCE DAY", regia di Roland EMMERICH (durata 140 minuti circa), anno 1996 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Racconta dell’incontro ravvicinato con una potente razza aliena che attacca l’umanità, invadendo la Terra. Lo spettacolo inizia con l’apparizione di immense navicelle spaziali. La sorpresa si trasforma presto in terrore quando le astronavi lanciano dei raggi di fuoco mortali sulle più importanti città del pianeta. Ora l’unica speranza di salvezza per il mondo è nelle mani di un gruppo di determinati sopravvissuti, uniti per un ultimo attacco agli invasori - prima che venga decretata la fine del genere umano.

sabato 28 giugno 1997 (ORE 20 CENA, INDI FILM)

Essendo il film lungo ben 223 minuti, inizierà massimo alle ore 21.30, dimodoché possa finire massimo all’una e mezzo

"VIA COL VENTO", regia di Victor FLEMING (durata 223 minuti circa), anno 1939 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Ambientato nell’epoca della Guerra civile americana, è un film che diventò leggenda nel momento stesso in cui venne realizzato e che anche dopo quarant’anni dalla sua prima uscita, coinvolge ancora lo spettatore con il suo eccezionale fascino e con la sua incomparabile spettacolarità. Abilmente diretto da Victor Fleming con un cast di interpreti indimenticabili, "Via col vento" ha vinto dieci Oscar.

L'amico Ulisse Di Corpo (anche noto come Michi) ha pubblicato un romanzo New Age dal titolo "SINTROPIA".

Esso sarà presente presso l’Associazione Gruppo Astrofili "HIPPARCOS", nell'ambito della manifestazione "Sotto le Stelle", che avrà luogo al Pincio nella seconda metà di questo mese di luglio 1997.

Dalla quarta di copertina: SINTROPIA narra la nascita di una nuova visione della vita in cui scienza e religione si fondono assieme.

Il termine sintropia è stato coniato nel 1942 da Luigi Fantappié, uno dei maggiori matematici italiani. Mentre entropia è sinonimo di disordine e disgregazione, sintropia è sinonimo di armonia e coesione.

Diventare consapevoli, prendere coscienza, di questo aspetto fondamentale della nostra realtà permette di iniziare il cammino verso una nuova consapevolezza trascendentale e spirituale.

Ambientato in Italia nel 2026, SINTROPIA parte da una rilettura della crisi sociale ed economica attuale per arrivare ad una proposta, una via d’uscita, particolarmente originale e positiva.

Dalla nota dell’autore: Luigi Fantappié, uno dei maggiori matematici italiani, nel 1942 propose la teoria unitaria del mondo fisico e biologico. Tale teoria, esposta in un volume del 1944 dimostrava l’esistenza di una dimensione che fu chiamata sintropia.

Questa dimensione sta oggi allargando le prospettive della scienza portandola verso una nuova consapevolezza in cui scienza e religione si fondono assieme. Consapevolezza dalla quale inizia un cammino trascendentale e spirituale che trasformerà profondamente l’uomo e la società.

In merito a questa evoluzione, Ilya Prigogine, premio Nobel per la chimica, parla di una nuova alleanza culturale e le prospettive sono a dir poco incredibili. Si intravede un cambiamento epocale verso facoltà finora sconosciute. Nasceranno nuove forme di convivenza, un nuovo patto sociale, una nuova armonia. Scompariranno i conflitti tra uomini, tra uomini e ambiente, tra materialità e spiritualità, tra cultura maschile e cultura femminile.

Ho voluto descrivere l’inizio di questo cammino, di questa evoluzione, in un racconto che unisse assieme realtà e fantasia.

Venerdì 1° agosto 1997 (ORE 20.30 cena, indi film)

"LA CADUTA DELL’IMPERO ROMANO", regia di Anthony MANN (durata 150 minuti circa), anno 1964 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Un grande attore del teatro inglese, Alec Guinness (tra i cui film vanno citati "Sangue Blu" e "La Signora degli omicidi") interpreta Marc’Aurelio in questo film in costume, per la regia di Anthony Mann. Al centro della vicenda la guerra tra i Romani e i popoli d’Oriente, ribellatisi all’iniquo imperatore Commodo (figlio di Marco Aurelio). Contro costui insorge persino il re d’Armenia, che pure ha sposato Lucilla, la sorella: ma viene sconfitto e ucciso. Nel finale Commodo verrà battuto in duello dal comandante romano, Livio.

Venerdì 8 agosto 1997 (ORE 20.30 cena, indi film)

"IL COLONNELLO REDL", regia di Istvan Szabò (durata 140 minuti circa), anno 1988 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Nato in Galizia da una modesta famiglia di ferrovieri, Alfred Redl (Klaus Maria Brandauer) viene ammesso alla scuola militare per volontà dell’imperatore Francesco Giuseppe. Alla scuola militare Redl dimostra grandi capacità: riesce brillantemente in tutto; sa sfruttare al massimo le sue possibilità; è disposto a qualunque sacrificio pur di primeggiare. Alfred stringe inoltre una grande amicizia con il barone Christof Kubinyi che lo introduce nella sua famiglia e gli fa conoscere sua sorella Katalin. Chiamato a dirigere il servizio informazioni militari, Redl dà ulteriori prove della sua abilità, accattivandosi le simpatie dei suoi superiori, ma anche molte ostilità, tra cui quella di Kubinyi...

Venerdì 8 agosto 1997 (ORE 20.30 cena, indi film)

"IL COLONNELLO REDL", regia di Istvan Szabò (durata 140 minuti circa), anno 1988 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Nato in Galizia da una modesta famiglia di ferrovieri, Alfred Redl (Klaus Maria Brandauer) viene ammesso alla scuola militare per volontà dell’imperatore Francesco Giuseppe. Alla scuola militare Redl dimostra grandi capacità: riesce brillantemente in tutto; sa sfruttare al massimo le sue possibilità; è disposto a qualunque sacrificio pur di primeggiare. Alfred stringe inoltre una grande amicizia con il barone Christof Kubinyi che lo introduce nella sua famiglia e gli fa conoscere sua sorella Katalin. Chiamato a dirigere il servizio informazioni militari, Redl dà ulteriori prove della sua abilità, accattivandosi le simpatie dei suoi superiori, ma anche molte ostilità, tra cui quella di Kubinyi...

Mercoledì 13 agosto 1997 (ORE 20.30 cena, indi film)

"IL PIANETA DELLE SCIMMIE" (Planet of the apes), regia di Franklin J. SCHAFFNER (durata 118 minuti circa), anno 1967 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

E’ un mondo capovolto, dove le scimmie dominano sugli uomini, il luogo su cui atterra un’astronave terrestre dopo un viaggio di duemila anni. I tre astronauti sopravvissuti sono perplessi: è la terra o un altro pianeta?... Comincia così uno dei classici della fantascienza mondiale, interpretato da Charlton Heston.

I tre, dopo essere sfuggiti avventurosamente alla cattura, arrivano in un luogo isolato. Là, fra decine di umani simili a loro, ma spaventati da qualcosa di misterioso, fanno una terribile scoperta...

Venerdì 22 agosto 1997 (ORE 20.30 cena, indi film)

"PERSUASIONE", regia di Roger MICHELL (durata 106 minuti circa), anno 1995 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Ambientato in una grigia Inghilterra primo ‘800, sferzata da un mare cupo e violento, il film racconta la storia di Anne Elliot (AMANDA ROOT) rigidamente costretta ad accettare le regole che il codice di classe imponeva, impedendole di coronare per tempo il suo sogno d’amore e lasciandola in balia del frustrante gioco dei silenzi del corpo e delle reticenze sociali.

Lunedì 1° settembre 1997 (ORE 20.30 cena, indi film)

"IL LAMENTO SUL SENTIERO", regia di Satyajit RAY (durata 86 minuti circa), anno 1955 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Primo episodio della famosa "Trilogia di Apu", firmata dal grande maestro del cinema indiano Satyajit Ray. Nel 1945, Satyajit Ray cura le illustrazioni della trilogia narrativa "Pather panchali" e si innamora a tal punto del testo da progettarne una versione cinematografica. Solo nel 1952 comincerà le riprese del primo film, servendosi di collaboratori non professionisti e girando le scene dal vero, come aveva visto fare dai registi del Neorealismo italiano durante un suo soggiorno in Europa. L’opera, ambientata ai primi del ‘900 in un villaggio del Bengala, racconta le vicissitudini e i travagli quotidiani di una povera famiglia che lotta duramente ogni giorno per garantirsi la sopravvivenza. Satyajit Ray riesce a fondere mirabilmente la sua cultura pittorica e le esperienze delle scuole cinematografiche europee all’interno della tradizione indiana, creando un poetico capolavoro di ritmo e armonia.

mARTedì 9 SETTEMBRE 1997, ORE 20.30

SPAGHETTATA

MERCOLEdì 17 settembre 1997 (ORE 20.30 cena, indi film)

"TERRA E LIBERTÀ", regia di Ken LOACH (durata 106 minuti circa), anno 1995 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Liverpool 1994: l’anziano operaio David (Ian Hart) muore sull’ambulanza che lo porta in ospedale. Una valigia piena di ricordi e di lettere permette alla nipote Kim di tornare al lontano 1936, all’insorgere della Guerra di Spagna. Partito volontario, David è accolto nella milizia internazionale del POUM, formata da anarchici e dissidenti del partito staliniano. In una guerra fatta di trincee, armi antiquate e lunghe discussioni, David trova anche allegria e l’amore per la partigiana Blanca, fino a quando, isolati dal partito comunista, i miliziani sono schiacciati e dispersi dall’esercito repubblicano: le divisioni consegnarono la Spagna a quaranta anni di dittatura franchista.

Costruito come un lungo flash back, sorta di apologo sull’utopia anarchica e lettura commossa di una pagina scomoda della guerra di Spagna, undicesimo film di uno dei più autentici rivoluzionari che il cinema abbia conosciuto. Inglese, regista alla Bbc, Ken Loach passa al cinema nel 1967 con opere brucianti ed intransigenti. Negli anni ‘90 raggiunge il grande pubblico con un film sulla situazione nordirlandese, Hidden Agenda (1990), che riceve il Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes, a cui seguono Riff Raff (1991), Piovono pietre (Raining Stones, 1992) e Ladybird (1993), tutti sulla condizione dei proletari inglesi. Terra e libertà è stato presentato in concorso al Festival di Cannes 1995.

LA SCENEGGIATURA DI ôTERRA E LIBERT└ö ╚ PUBBLICATA IN ITALIANO DALLA GAMBERETTI EDITRICE

Venerdì 3 ottobre 1997 - ore 20.30 cena, indi incontro

Incontro con l’amico Ulisse Di Corpo, autore del libro "SINTROPIA" , romanzo di 216 pagine, collocato nel filone New Age

Dalla quarta di copertina: SINTROPIA narra la nascita di una nuova visione della vita in cui scienza e religione si fondono assieme.

Il termine sintropia è stato coniato nel 1942 da Luigi Fantappié, uno dei maggiori matematici italiani. Mentre entropia è sinonimo di disordine e disgregazione, sintropia è sinonimo di armonia e coesione.

Diventare consapevoli, prendere coscienza, di questo aspetto fondamentale della nostra realtà permette di iniziare il cammino verso una nuova consapevolezza trascendentale e spirituale.

Ambientato in Italia nel 2026, SINTROPIA parte da una rilettura della crisi sociale ed economica attuale per arrivare ad una proposta, una via d’uscita, particolarmente originale e positiva.

Dalla nota dell’autore: Luigi Fantappié, uno dei maggiori matematici italiani, nel 1942 propose la teoria unitaria del mondo fisico e biologico. Tale teoria, esposta in un volume del 1944 dimostrava l’esistenza di una dimensione che fu chiamata sintropia.

Questa dimensione sta oggi allargando le prospettive della scienza portandola verso una nuova consapevolezza in cui scienza e religione si fondono assieme. Consapevolezza dalla quale inizia un cammino trascendentale e spirituale che trasformerà profondamente l’uomo e la società.

In merito a questa evoluzione, Ilya Prigogine, premio Nobel per la chimica, parla di una nuova alleanza culturale e le prospettive sono a dir poco incredibili. Si intravede un cambiamento epocale verso facoltà finora sconosciute. Nasceranno nuove forme di convivenza, un nuovo patto sociale, una nuova armonia. Scompariranno i conflitti tra uomini, tra uomini e ambiente, tra materialità e spiritualità, tra cultura maschile e cultura femminile.

Ho voluto descrivere l’inizio di questo cammino, di questa evoluzione, in un racconto che unisse assieme realtà e fantasia.

Luigi Fantappié, uno dei maggiori matematici italiani, propose nel 1942 la teoria unitaria del mondo fisico e biologico. Tale teoria fu esposta in un volume del 1944 che dimostrava l'esistenza di una nuova dimensione, la sintropia. Poco dopo von Bertalanffy, padre dell'approccio sistemico, dimostrava l'esistenza della neghentropia e Ilya Prigogine della termodinamica dei sistemi dissipativi.

Fantappié partì dai principi della fisica relativistica e quantistica per mostrare che l’equazione di D’Alembert, che regola la propagazione delle onde, poteva essere risolta secondo due soluzioni: i potenziali ritardati e i potenziali anticipati. I potenziali ritardati descrivono le onde divergenti da una sorgente posta nel passato. I potenziali anticipati descrivono le onde convergenti verso una sorgente posta nel futuro. I fisici avevano accettato le soluzioni dei potenziali ritardati, perché hanno un chiaro significato causale, scartando quelle dei potenziali anticipati ritenute non esistenti in natura. Fantappié dimostrò che le soluzioni dei potenziali anticipati corrispondono ad un nuovo tipo di fenomeni, che chiamò sintropici. Questi fenomeni furono identificati con quelli tipici della vita. Mentre alle soluzioni dei potenziali ritardati corrispondono invece i comuni fenomeni della fisica e della chimica, che vengono chiamati entropici.

Fantappié mostrò che tutti i fenomeni entropici sono determinati da onde divergenti, cause, poste nel loro passato, mentre tutti i fenomeni sintropici convergono verso una o più sorgenti poste nel loro futuro. In questo modo venne introdotto il concetto di attrattore, cioè sorgente del fenomeno localizzata nel futuro. Heddington affermava che l’entropia obbliga il tempo a muoversi dal passato verso il futuro, Feyman e Fantappié nel 1949 dimostrarono che la sintropia inverte la freccia del tempo, cioè fa fluire l’informazione dal futuro verso il passato.

Quando il sistema segue solamente le leggi delle onde divergenti, entropiche, abbiamo un sistema meccanico, che funziona secondo il principio causa-effetto, determinato dal passato. Ma quando il sistema segue le leggi delle onde convergenti, sintropiche, cambiano i segni delle equazioni e abbiamo un sistema vivente che tende verso il futuro, motivato dal futuro.

Lunedì 13 ottobre 1997 (ORE 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 2° EPISODIO: "DUE OCCHI DA STRANIERO", regia di Edgar Reitz (durata 115 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

HEIMAT 2 - PRESENTAZIONE GENERALE

Cronaca di una giovinezza - Un Bildungsroman per immagini della generazione degli Anni '60, piena di sogni e di utopie. Un gruppo di ventenni innamorati della musica e dell'arte, tutti alla ricerca di una strada per esprimere se stessi, tutti alla ricerca di "una seconda patria" dove vivere, dove trovare finalmente la piena realizzazione delle proprie aspirazioni. L'amore, i sogni, le sconfitte, i fallimenti di giovani che si dibattono disperatamente nella vana ricerca della libertà e dell'arte.

RIASSUNTO PRIMO EPISODIO

Hermann decide di lasciare Schabbach, la sua cittadina natale, per andare a Monaco a studiare musica. Il giovane fugge dal soffocante e ottuso clima della provincia e da una cocente delusione d'amore per mettere alla prova il suo talento artistico e dedicare tutte le sue energie alla musica. A Monaco Hermann trova un ambiente culturalmente molto vivace e stimolante, ma soprattutto incontra al Conservatorio Clarissa, un'affascinante violoncellista. I due si corteggiano con diffidenza, sono fortemente attratti l'uno dall'altra, ma entrambi feriti nei sentimenti da precedenti esperienze faticano a lasciarsi andare alle passioni. Un grande amore solo sfiorato, incompiuto, che forse nessuno dei due ha il coraggio di affrontare.

SECONDO EPISODIO: "DUE OCCHI DA STRANIERO"

Nella Monaco degli anni '60 Hermann si trova circondato da altri giovani con le stesse speranze, con le stesse ingenue illusioni. La ricerca della grandezza, l'utopia megalomane e coraggiosa di dedicare la propria vita all'arte sembrano essere il comune denominatore dei giovani aspiranti artisti, che si ritrovano a Monaco. Hermann conosce Juan, un giovane studente cileno, musicista e prestigiatore, dal genio esuberante e poliedrico, che insegue in modo un po' caotico la via del successo e dell'affermazione artistica col solo risultato di ritrovarsi un'esistenza disordinata e sconclusionata. Grazie a Hermann, Juan conosce Clarissa e se ne innamora, complicando ancora di più i tormenti sentimentali di Hermann.

vENERDì 24 ottobre 1997 (ORE 20.30)

QUARTO COMPLEANNO DEL CINEFORUM

gIOVEDì 30 ottobre 1997 (ORE 20.30 cena, indi film)

"DIMENTICATE MOZART", regia di Slavo LUTHER (durata 87 minuti circa), anno 1986 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Vienna, 5 dicembre 1791

Attorno al letto di morte di Mozart si sono riunite le persone che l’hanno frequentato negli ultimi anni della sua breve vita. Sono venuti a piangere la scomparsa del grande maestro. Sui loro volti, tuttavia, è percepibile la paura, la diffidenza: si sospettano l’un l’altro. Il capo della polizia segreta è venuto di persona a far luce sulla sua morte. La breve vita di Mozart viene passata in rivista nel corso di un drammatico interrogatorio che fa rivivere il suo genio musicale, il suo amore sfrenato per la libertà, la sua smisurata voglia di vivere e le sue ardenti passioni. Ma neppure l’interrogatorio permette di rispondere a tutte le domande, tutte le persone presenti avrebbero avuto un motivo e la possibilità di uccidere Mozart. La sua morte era e rimane un mistero.

Venerdì 7 novembre 1997 (ore 20.30 cena, indi incontro)

L’amico Giampiero VALENTINI presenterà ed eventualmente proverà (naturalmente su chi lo vorrà) lo ZAPPER, antibiotico elettronico a sterminio mirato dei virus e geni infettivi, realizzato dall’équipe statunitense facente capo alla dottoressa CLARCK

Lunedì 17 novembre 1997 (ORE 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 3° EPISODIO: "GELOSIA E ORGOGLIO", regia di Edgar Reitz (durata 116 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

HEIMAT 2 - PRESENTAZIONE GENERALE

Cronaca di una giovinezza - Un Bildungsroman per immagini della generazione degli Anni '60, piena di sogni e di utopie. Un gruppo di ventenni innamorati della musica e dell'arte, tutti alla ricerca di una strada per esprimere se stessi, tutti alla ricerca di "una seconda patria" dove vivere, dove trovare finalmente la piena realizzazione delle proprie aspirazioni. L'amore, i sogni, le sconfitte, i fallimenti di giovani che si dibattono disperatamente nella vana ricerca della libertà e dell'arte.

RIASSUNTO DEL PRIMO E DEL SECONDO EPISODIO:

Hermann decide di lasciare Schabbach, la sua cittadina natale, per andare a Monaco a studiare musica. Il giovane fugge dal soffocante e ottuso clima della provincia e da una cocente delusione d'amore per mettere alla prova il suo talento artistico e dedicare tutte le sue energie alla musica. A Monaco Hermann trova un ambiente culturalmente molto vivace e stimolante, ma soprattutto incontra al Conservatorio Clarissa, un'affascinante violoncellista. I due si corteggiano con diffidenza, sono fortemente attratti l'uno dall'altra, ma entrambi feriti nei sentimenti da precedenti esperienze faticano a lasciarsi andare alle passioni. Un grande amore solo sfiorato, incompiuto, che forse nessuno dei due ha il coraggio di affrontare.

Nella Monaco degli anni '60 Hermann si trova circondato da altri giovani con le stesse speranze, con le stesse ingenue illusioni. La ricerca della grandezza, l'utopia megalomane e coraggiosa di dedicare la propria vita all'arte sembrano essere il comune denominatore dei giovani aspiranti artisti, che si ritrovano a Monaco. Hermann conosce Juan, un giovane studente cileno, musicista e prestigiatore, dal genio esuberante e poliedrico, che insegue in modo un po' caotico la via del successo e dell'affermazione artistica col solo risultato di ritrovarsi un'esistenza disordinata e sconclusionata. Grazie a Hermann, Juan conosce Clarissa e se ne innamora, complicando ancora di più i tormenti sentimentali di Hermann.

TERZO EPISODIO: "GELOSIA E ORGOGLIO"

Il difficile rapporto sentimentale tra Clarissa e Hermann continua a trascinarsi senza trovare una via d'uscita. Nessuno dei due sembra disposto ad abbandonarsi all'amore, pur vivendone ardentemente il nostalgico desiderio. Lo stravagante ed estroso Juan rende ancora più instabile la relazione tra Hermann e Clarissa. I tre giovani si attraggono e si scontrano senza trovare un equilibrio sentimentale che renda le loro vite più tranquille e serene. La variopinta cerchia dei personaggi si arricchisce di Evelyne, una giovane provinciale che, dopo la morte del padre, lascia la natale Neuburg per approdare a Monaco alla ricerca della madre e di una nuova vita. A Monaco Evelyne incontra Ansgar, un giovane studente in medicina, e si innamora di lui. Lunedì 17 novembre 1997 (ORE 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 3° EPISODIO: "GELOSIA E ORGOGLIO", regia di Edgar Reitz (durata 116 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

HEIMAT 2 - PRESENTAZIONE GENERALE

Cronaca di una giovinezza - Un Bildungsroman per immagini della generazione degli Anni '60, piena di sogni e di utopie. Un gruppo di ventenni innamorati della musica e dell'arte, tutti alla ricerca di una strada per esprimere se stessi, tutti alla ricerca di "una seconda patria" dove vivere, dove trovare finalmente la piena realizzazione delle proprie aspirazioni. L'amore, i sogni, le sconfitte, i fallimenti di giovani che si dibattono disperatamente nella vana ricerca della libertà e dell'arte.

RIASSUNTO DEL PRIMO E DEL SECONDO EPISODIO:

Hermann decide di lasciare Schabbach, la sua cittadina natale, per andare a Monaco a studiare musica. Il giovane fugge dal soffocante e ottuso clima della provincia e da una cocente delusione d'amore per mettere alla prova il suo talento artistico e dedicare tutte le sue energie alla musica. A Monaco Hermann trova un ambiente culturalmente molto vivace e stimolante, ma soprattutto incontra al Conservatorio Clarissa, un'affascinante violoncellista. I due si corteggiano con diffidenza, sono fortemente attratti l'uno dall'altra, ma entrambi feriti nei sentimenti da precedenti esperienze faticano a lasciarsi andare alle passioni. Un grande amore solo sfiorato, incompiuto, che forse nessuno dei due ha il coraggio di affrontare.

Nella Monaco degli anni '60 Hermann si trova circondato da altri giovani con le stesse speranze, con le stesse ingenue illusioni. La ricerca della grandezza, l'utopia megalomane e coraggiosa di dedicare la propria vita all'arte sembrano essere il comune denominatore dei giovani aspiranti artisti, che si ritrovano a Monaco. Hermann conosce Juan, un giovane studente cileno, musicista e prestigiatore, dal genio esuberante e poliedrico, che insegue in modo un po' caotico la via del successo e dell'affermazione artistica col solo risultato di ritrovarsi un'esistenza disordinata e sconclusionata. Grazie a Hermann, Juan conosce Clarissa e se ne innamora, complicando ancora di più i tormenti sentimentali di Hermann.

TERZO EPISODIO: "GELOSIA E ORGOGLIO"

Il difficile rapporto sentimentale tra Clarissa e Hermann continua a trascinarsi senza trovare una via d'uscita. Nessuno dei due sembra disposto ad abbandonarsi all'amore, pur vivendone ardentemente il nostalgico desiderio. Lo stravagante ed estroso Juan rende ancora più instabile la relazione tra Hermann e Clarissa. I tre giovani si attraggono e si scontrano senza trovare un equilibrio sentimentale che renda le loro vite più tranquille e serene. La variopinta cerchia dei personaggi si arricchisce di Evelyne, una giovane provinciale che, dopo la morte del padre, lascia la natale Neuburg per approdare a Monaco alla ricerca della madre e di una nuova vita. A Monaco Evelyne incontra Ansgar, un giovane studente in medicina, e si innamora di lui.

MartEDì 25 novembre 1997 (ORE 20.30 cena, indi film)

"THE ROCK", regia di Michael BAY (durata 136 minuti circa), anno 1996 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

La vita degli abitanti di San Francisco è appesa a un filo: Il generale Hummel (Ed Harris - "Apollo 13", "The Abyss", "Il Socio") ha preso il controllo dell’isola di Alcatraz e minaccia di lanciare sulla città una salva di missili caricati con letale gas nervino. Due uomini possono fermarlo: l’esperto di armi chimiche Stanley Goodspeed (Nicolas Cage - "Via da Las Vegas", "Stregata dalla luna") e John Patrick Mason (Sean Connery - "Gli Intoccabili", "Sol Levante", "Caccia a Ottobre Rosso"), ovvero l’unico detenuto mai evaso dal carcere di Alcatraz, ora tenuto a marcire in una prigione federale.

Mercoledì 3 dicembre 1997 (ORE 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 4° EPISODIO: "LA MORTE DI ANSGAR", regia di Edgar Reitz (durata 100 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

RIASSUNTO DEL SECONDO E TERZO EPISODIO:

Nella Monaco degli anni '60 Hermann si trova circondato da altri giovani con le stesse speranze, con le stesse ingenue illusioni. La ricerca della grandezza, l'utopia megalomane e coraggiosa di dedicare la propria vita all'arte sembrano essere il comune denominatore dei giovani aspiranti artisti, che si ritrovano a Monaco. Hermann conosce Juan, un giovane studente cileno, musicista e prestigiatore, dal genio esuberante e poliedrico, che insegue in modo un po' caotico la via del successo e dell'affermazione artistica col solo risultato di ritrovarsi un'esistenza disordinata e sconclusionata. Grazie a Hermann, Juan conosce Clarissa e se ne innamora, complicando ancora di più i tormenti sentimentali di Hermann.

Il difficile rapporto sentimentale tra Clarissa e Hermann continua a trascinarsi senza trovare una via d'uscita. Nessuno dei due sembra disposto ad abbandonarsi all'amore, pur vivendone ardentemente il nostalgico desiderio. Lo stravagante ed estroso Juan rende ancora più instabile la relazione tra Hermann e Clarissa. I tre giovani si attraggono e si scontrano senza trovare un equilibrio sentimentale che renda le loro vite più tranquille e serene. La variopinta cerchia dei personaggi si arricchisce di Evelyne, una giovane provinciale che, dopo la morte del padre, lascia la natale Neuburg per approdare a Monaco alla ricerca della madre e di una nuova vita. A Monaco Evelyne incontra Ansgar, un giovane studente in medicina, e si innamora di lui.

 

QUARTO EPISODIO: "LA MORTE DI ANSGAR"

Tra Evelyne e Ansgar nasce un grande amore e i due diventano inseparabili. Ansgar, apparentemente freddo e distaccato, trova finalmente una donna a cui dimostrare che è capace di esprimere vere passioni. Intanto Clarissa vince un concorso di violoncello con un pezzo scritto da Hermann; il giovane compositore rimane nell'ombra e soffre, incapace di partecipare alla felicità della sua amata. Hermann sembra fuggire dall'amore e trasforma Clarissa in un'inarrivabile e idealizzata musa ispiratrice. L'amore tra Ansgar e Evelyne prosegue con entusiasmo, a volte venato da qualche dolorosa incertezza. Dopo una gioiosa festa di Carnevale, che raccoglie tutto il variopinto mondo artistico di Monaco, la parentesi di spensierata allegria viene infranta dall'incidente di Ansgar.

Venerdì 19 dicembre 1997 (ORE 20.30 cena, indi film)

"UNA NOTTE SUI TETTI", regia di David MILLER (durata 93 minuti circa), anno 1949 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Girotondo di intrighi intorno a una preziosa collana di brillanti, tesoro dei Romanoff. Sulle sue tracce si mettono il detective Lince e madame Stella Prudovich, collezionista di matrimoni sbagliati. La collana, finita nelle mani di una bizzarra famiglia d’artisti ridotta in povertà, è barattata da Stella con il debutto sulla scena dell’impagabile famigliola. Ma le cose prenderanno una piega diversa...

Martedì 30 dicembre 1997 (ore 20.30 cena, indi film)

CAPIRE LA MUSICA

GLI STRUMENTI DELL’ORCHESTRA

LA SERENATA

W. Amadeus Mozart "Serenata in re maggiore KV 239"

Durata della videocassetta un’ora e 24 minuti

Venerdì 16 gennaio 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"IL RAPPORTO PELICAN", regia di Alan J. Pakula (durata 140 minuti circa), anno 1993 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Si tratta di un thriller, tratto dal best-seller di John Grisham e diretto da Alan J. Pakula ("Presunto innocente"). Due giudici della Corte Suprema vengono uccisi; una studentessa di legge (J. Roberts) trasforma i suoi sospetti sulla loro morte in un rapporto provocatorio, che arriva a sconvolgere i massimi livelli del governo. La ragazza e un determinato giornalista-investigatore (D. Washington) vogliono rivelare al mondo la loro scoperta. Tutto ciò se vivranno abbastanza a lungo per farlo! La corsa è iniziata e i due non sono semplici corridori... sono bersagli mobili.

vENERDì 6 febbraio 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

CAPIRE LA MUSICA

GLI STRUMENTI DELL’ORCHESTRA

LA SINFONIA

Ludwig Van Beethoven - Sinfonia n.3 in MI bemolle maggiore , op. 55 "EROICA"

Johannes Brahms - Sinfonia n.4 in MI minore, op. 98

Durata della videocassetta un’ora e 55 minuti Venerdì 13 febbraio 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"PICCOLE MERAVIGLIE", regia di Allan MILLER (durata 99 minuti circa), anno 1997 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

"PICCOLE MERAVIGLIE" è la storia di Roberta Guaspari-Tzavaras e della sua passione per l’insegnamento. Madre single, si è trasferita a East Harlem per mantenere la famiglia. Quando il consiglio delle Scuole Americane si è trovato costretto ad eliminare il suo posto a causa di ingenti tagli al bilancio, Roberta si è rifiutata di smettere. Nel 1990 ha creato un’organizzazione senza scopo di lucro per continuare a finanziare il suo programma di violino. La popolarità del suo programma è tale, che ogni anno viene organizzata una lotteria per selezionare in modo equo i 150 allievi che partecipano al suo programma. Candidato come miglior documentario dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences nel 1995, "PICCOLE MERAVIGLIE" racconta il grandissimo impegno di Roberta nel campo dell’insegnamento. La vediamo trasportare i violini da una scuola all’altra, dove tiene lezioni, dirige le prove e impartisce lezioni private alla fine della giornata. Prepara diversi concerti all’anno, compreso un recital autunnale per la comunità di East Harlem e si occupa dell’esecuzione dell’inno nazionale prima di tutte le partite dei New York Knicks. La sua tecnica d’insegnamento unica e la sua inesauribile energia suscitano rispetto e amore nei suoi allievi e gratitudine in celebri musicisti come Isaac Stern e Itzhak Perlman. Attraverso il suo metodo rigoroso, riesce a catturare l’attenzione dei suoi allievi e ad insegnare loro disciplina e impegno. Ma ciò che i ragazzi imparano va ben oltre la musica, li aiuta a realizzarsi nella vita.

Venerdì 6 marzo 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"DEAD MAN", regia di Jim JARMUSCH (durata 120 minuti circa), anno 1996 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

La vita è un lungo viaggio verso nessun luogo, un tragitto imprevedibile e pieno di sorprese. Proprio come la storia del giovane William Blake, che uccide accidentalmente il figlio di un potente ricco. Inseguito da tre cacciatori di taglie, il giovane viene aiutato da un indiano di nome Nessuno. I due vivranno la più incredibile odissea che il selvaggio West abbia mai raccontato...

Venerdì 13 marzo 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"THE ROCK", regia di Michael BAY (durata 136 minuti circa), anno 1996 - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

La vita degli abitanti di San Francisco è appesa a un filo: Il generale Hummel (Ed Harris - "Apollo 13", "The Abyss", "Il Socio") ha preso il controllo dell’isola di Alcatraz e minaccia di lanciare sulla città una salva di missili caricati con letale gas nervino. Due uomini possono fermarlo: l’esperto di armi chimiche Stanley Goodspeed (Nicolas Cage - "Via da Las Vegas", "Stregata dalla luna") e John Patrick Mason (Sean Connery - "Gli Intoccabili", "Sol Levante", "Caccia a Ottobre Rosso"), ovvero l’unico detenuto mai evaso dal carcere di Alcatraz, ora tenuto a marcire in una prigione federale.

Venerdì 3 APRILE 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"BIG NIGHT", regia di Stanley TUCCI e Campbell SCOTT (durata 105 minuti circa), anno 1995 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

New York, in pieni anni ‘50, i fratelli Primo e Secondo Pilaggi gestiscono un ristorante, "The Paradise". Gli affari sono deludenti perché Primo si rifiuta di involgarire la sua arte culinaria, piegandola ai facili palati americani. Proprio di fronte al "Paradise", un altro ristorante italiano fa affari d’oro proponendo una cucina di dubbio gusto. Una cena in onore di un famoso cantante dovrebbe lanciare il locale dei fratelli Pilaggi, ma gli imprevisti sono in agguato...

Giovedì 30 APRILE 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"LA FRECCIA AZZURRA" (Film d’animazione) - di Enzo D’ALO’ (durata 90 minuti circa), anno 1996 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Nella notte di Natale, Babbo Natale porta i doni a tutti i bimbi del mondo. Ma i bambini più fortunati sono quelli italiani, perché in Italia nella notte dell’Epifania ricevono degli altri regali.

Li porta loro la Befana, una vecchia burbera ma buona che vola a cavallo di una scopa. Un 5 gennaio di tanti anni fa, però, i bambini italiani rischiarono di non avere nessun dono...

Lunedì 11 maggio 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT 2 - CRONACA DI UNA GIOVINEZZA" - 11° EPISODIO: "L'EPOCA DEL SILENZIO", regia di Edgar Reitz (durata 120 minuti circa), anno 1992 - IN TEDESCO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

UNDICESIMO EPISODIO: "L'EPOCA DEL SILENZIO"

Rob, l'amico di Reinhard, ed Esther dopo essersi conosciuti decidono di proseguire insieme il loro percorso artistico e di elaborare alcuni esperimenti innovativi di tecnica cinematografica. Anche Hermann si interessa alla ricerca artistica di Rob, che riesce finalmente a portare avanti i suoi progetti cinematografici. Rob, all'inaugurazione di Maria Vision, perde però temporaneamente e misteriosamente la vista. La carriera di Hermann prosegue anche grazie alla conoscenza del "console" Handschuh, che ha molti soldi e molta fiducia nel talento artistico del giovane compositore.

Lunedì 8 giugno 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"ALLARME ROSSO" - regia di Tony SCOTT (durata 111 minuti circa) anno 1995 - IN ITALIANO

Quando i russi sembravano diventati buoni, ecco che degli ultranazionalisti si impadroniscono di una base missilistica: e il sommergibile americano Alabama, con la radio mezza scassata, riceve ordine di lanciare le sue testate nucleari...

Giovedì 2 luglio 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"THE KINGDOM - IL REGNO" (SECONDA PARTE) - regia di Lars VON TRIER (durata SECONDA PARTE 120 minuti circa), anno 1994 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

The Kingdom - Il Regno. Cosa si nasconde tra le mura di "The Kingdom"? Chi è la bambina che piange nella colonna dell’ascensore? Perché trapiantare un fegato malato in un corpo sano? Un lunghissimo incubo, un incubo d’autore che avvolge in un angosciante rosso sange... sangue infetto, dove paura e tragedia, scienza e alchimia si sublimano ai limiti della fantasia umana. "The Kingdom", l’ospedale maledetto dove assurdo e angoscia non hanno confine.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Ambientato nel Portogallo di metà ‘800, è la storia di un amore impossibile, che da nessuno viene compreso. E’ la storia di Francisca, giovane donna che vive e si consuma nell’assenza e nella lontananza, che non tradisce e non si ribella, ma che patisce fino ad esserne distrutta.

Giovedì 23 luglio 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"FRANCISCA" (SECONDA PARTE) - regia di Manoel DE OLIVEIRA (durata SECONDA PARTE 85 minuti circa), anno 1984 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Ambientato nel Portogallo di metà ‘800, è la storia di un amore impossibile, che da nessuno viene compreso. E’ la storia di Francisca, giovane donna che vive e si consuma nell’assenza e nella lontananza, che non tradisce e non si ribella, ma che patisce fino ad esserne distrutta.

lUNEDì 3 AGOSTO 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"AL DI LA’ DELLE NUVOLE", regia di Michelangelo ANTONIONI (durata 116 minuti circa), anno 1995 - IN ITALIANO

Scheda tratta dalla presentazione sulla videocassetta:

Dal libro "Quel bowling sul Tevere", che Antonioni pubblicò alla fine degli anni Settanta (Einaudi), il regista ferrarese ha tratto quattro episodi, quattro storie d’amore e non-amore che segnano il ritorno sul set di un grande poeta.

Lunedì 8 giugno 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"ALLARME ROSSO" - regia di Tony SCOTT (durata 111 minuti circa) anno 1995 - IN ITALIANO

Quando i russi sembravano diventati buoni, ecco che degli ultranazionalisti si impadroniscono di una base missilistica: e il sommergibile americano Alabama, con la radio mezza scassata, riceve ordine di lanciare le sue testate nucleari...

Giovedì 18 giugno 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

gLI AMICI SONO PREGATI DI NON CHIEDERE DI VEDERE I MONDIALI DI CALCIO. GRAZIE

"Quei bravi ragazzi" (Goodfellas) - regia di Martin SCORSESE (durata 145 minuti circa), anno 1990 - IN ITALIANO

DAL "DIZIONARIO DEI FILM 1998" - Baldini & Castoldi - a cura di Paolo Mereghetti:

Trent’anni di omicidi, contrabbando, spaccio di droga, rapine, carcere ma anche di pranzi, feste, mogli, figli, amanti: a raccontarli è Henry Hill (Liotta), gangster pentito e implacabile accusatore degli ex "amici" (tra cui De Niro e Pesci). Sceneggiato dal regista e da Nicholas Pileggi dal libro di quest’ultimo, Wiseguy, il film racconta la mafia dei nostri giorni vista dal basso e nel quotidiano, con gli occhi di "manovali" che non diventeranno mai Padrini. Flusso di immagini costruite con esattezza documentaristica e montate su una colonna sonora ininterrotta, dove canzoni, voce fuori campo, dialoghi, spari e boati si sovrappongono in modo stupefacente e mozzafiato, è un gangster-movie anomalo, nel quale anche la sceneggiatura sembra costruita su cellule narrative impazzite e gli attori sanno inserirsi senza prevaricazioni di sorta nella corrente magnetica del film.

Venerdì 19 giugno 1998 (ore 20.30 cena, indi film)

gLI AMICI SONO PREGATI DI NON CHIEDERE DI vedere i mondiali di calcio. GRAZIE.

"ALIEN" - regia di Ridley SCOTT - durata 112 minuti circa - anno 1979 - IN ITALIANO

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA" - Fernaldo Di Giammatteo - Editori Riuniti - 1984:

Indicato da alcuni come l’unico, degno erede di 2001: A Space Odyssey (2001: Odissea nello spazio, 1968), il secondo lungometraggio di Scott paga un tributo solo superficiale alla memoria di Conrad, da cui il regista aveva tratto il soggetto di The Duellists (I duellanti, 1977), quando indica con il nome di "Nostromo" (celebre nave conradiana) l’astronave che ritorna sulla Terra. Per il resto si tratta di un plot in cui l’apologo psicoanalitico, disseminato in molti particolari secondari, è confuso con elementi dell’"horror movie", della più tradizionale science-fiction - la lotta contro l’alieno - e del thrilling. In realtà attori e regista sembrano al servizio di una macchina spettacolare che si esalta negli effetti speciali e in occasione dell’apparizione del solito mostro partorito dalla fantasia dell’italiano Carlo Rambaldi, inventore di King Kong. (Giorgio Gosetti)

Giovedì 25 giugno 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

gLI AMICI SONO PREGATI DI NON CHIEDERE DI VEDERE I MONDIALI DI CALCIO. gRAZIE.

"THE KINGDOM - IL REGNO" (PRIMA PARTE) - regia di Lars VON TRIER(durata PRIMA PARTE 120 minuti circa), anno 1994 - IN ITALIANO

 

Giovedì 2 luglio 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

gLI AMICI SONO PREGATI DI NON CHIEDERE DI VEDERE I MONDIALI DI CALCIO. gRAZIE.

"THE KINGDOM - IL REGNO" (SECONDA PARTE) - regia di Lars VON TRIER (durata SECONDA PARTE 120 minuti circa), anno 1994 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

The Kingdom - Il Regno. Cosa si nasconde tra le mura di "The Kingdom"? Chi è la bambina che piange nella colonna dell’ascensore? Perché trapiantare un fegato malato in un corpo sano? Un lunghissimo incubo, un incubo d’autore che avvolge in un angosciante rosso sange... sangue infetto, dove paura e tragedia, scienza e alchimia si sublimano ai limiti della fantasia umana. "The Kingdom", l’ospedale maledetto dove assurdo e angoscia non hanno confine.

DAL "DIZIONARIO DEI FILM 1998" - Baldini&Castoldi:

TRAMA: Nell’ospedale danese Il Regno, dove il borioso e incompetente chirurgo svedese Stig Helmer ha ridotto una ragazzina in stato catatonico, appare il fantasma di una bambina morta in circostanze misteriose nel 1919: la spiritista dilettante Drusse indaga con l’aiuto del dottor Krogen, scoprendo una verità orribile. Sorta di Twin Peaks ospedaliero concepito per la tv, e popolato da una serie di lunatici equamente divisi in simpatici e odiosi, è un’irresistibile soap opera macabra a base di trapianti, aborti e autopsie, che stravolge allegramente le regole del genere pur rispettandone i meccanismi. Satira e spaventi, melodramma e tuffi nell’horror più radicale: la fretta (von Trier ha scritto la sceneggiatura in un mese e mezzo con Niel Vørsel e Tómas Gislason) e la cornice televisiva hanno prodotto il migliore film del regista, e l’unico in cui l’ironia non difetti. Tanto da rendere digeribili le ambizioni spiritualiste e antimoderniste di fondo (evidenti nella satira della scienza imbelle sconfitta dal soprannaturale), e vezzi come l’uso della macchina a mano e di una fotografia dai colori impastati.

DA CAHIERS DU CINEMA - 524 - Maggio 1998:

Deux ordres coexistent et s’affrontent dans l’arène du Rigshospitalet. D’une part, la raison et l’intelligence scientifique, la connaissance médicale et sa maîtrise. D’autre part, les forces occultes qui montent du sous-sol marécageux de l’hôpital, les présences étrangères et parasites qui, par leur mystère même, échappent par définition au contrôle de l’esprit. Tout le feuilleton va consister alors dans le conflit perpétuel entre ces deux ordres. Depuis l’enquête de Fisher dans Element of crime, pas un film de Lars von Trier n’échappe a cette lutte entre l’entendement et l’obscurantisme, le rationalisme et le spiritualisme. Dans The Kingdom, la mystique qui remonte en surface ébranle les certitudes scientifiques qui s’émiettent et se détruisent. Antre de toutes les guérisons, l’hôpital perd peu à peu sa fonction initiale, et se fait plaque sensible des maladies morales du Royaume du Danemark. La peur de l’inconnu et l’angoisse du mystère déséquilibrent chaque service pendant que la folie et la déraison gagnent les médecins.

Cédric Anger

TRADUZIONE MIA:

Due ordini coesistono e si affrontano nell’arena del Rigshospitalet. Da una parte, la ragione e l’intelligenza scientifica, la conoscenza medica e la sua maestria. Dall’altra parte, le forze occulte che salgono dal sottosuolo pantanoso dell’ospedale, le presenze estranee e parassite che, per il loro stesso mistero, sfuggono per definizione al controllo dello spirito. Tutto il feuilleton consisterà pertanto nel conflitto perpetuo tra questi due ordini. Dall’inchiesta di Fisher in Element of crime, nessun film di Lars von Trier si sottrae a questa lotta tra l’intelletto e l’oscurantismo, il razionalismo e lo spiritualismo. In The Kingdom, la mistica che risale in superficie scuote le certezze scientifiche che si sbriciolano e vanno a pezzi. Antro di tutte le guarigioni, l’ospedale perde a poco a poco la sua funzione iniziale, e si fa lastra sensibile delle malattie morali del Regno di Danimarca. La paura dell’ignoto e l’angoscia del mistero squilibrano ogni reparto mentre la follia e l’irrazionalità prendono possesso dei medici.

Venerdì 3 LUGLIO 1998 (ore 20.30 cena, indi film)

gLI AMICI SONO PREGATI DI NON CHIEDERE DI vedere i mondiali di calcio. gRAZIE.

"ALIEN3", regia di David Fincher (durata 110 minuti circa), anno 1992 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Preparatevi a vivere emozioni indimenticabili, effetti speciali da 50 milioni di dollari e un thriller da pelle d'oca: cocktail di successo per quello che è già diventato un cult-movie. La lotta fra Ellen Ripley (Sigourney Weaver, "Una donna in carriera", "Ghostbusters") e l'alieno assassino ha raggiunto il suo ultimo episodio: sarà la morte a decidere chi è il vincitore! Sullo sperduto pianeta "Fiorina 161", ex-colonia penale abitata da ergastolani, non ci sono armi per combattere il pericolo... L'alieno è tornato, più forte che mai... ed è pronto a catturare anche voi!

Alien3 - Capsule by Jonathan Rosenbaum - From the Chicago Reader:

Although there's a lot of unpleasantness here to maintain the tradition of this SF thriller's predecessors, one finds neither the high-tech effects of the first nor the quality direction of the second, and few of the thrills in either; just about all that music-video veteran David Fincher has to show for himself in his feature debut is clumsy elliptical cutting and alien-point-of-view shots. Ripley (Sigourney Weaver) is the only human survivor when her rocket ship crash-lands on a remote lice-ridden planet containing a religious order of maximum security male prisoners; a deadly extraterrestrial winds up on the planet, too, and menaces everybody in sight. It isn't hard to figure out the rest, but I found it pretty boring. Written by David Giler, Walter Hill, Larry Ferguson, and Vincent Ward; with Charles S. Dutton, Charles Dance, Paul McGann, Brian Glover, and Lance Henriksen (1992).

Martedì 14 LUGLIO 1998 (ore 20.30 cena, indi film)

"INDIA SONG" - regia di Marguerite DURAS - durata 120 minuti circa - anno 1975 - IN FRANCESE SENZA SOTTOTITOLI

"C’est l’histoire d’un amour vécu aux Indes, dans les années trente, dans une ville surpeuplée des bords du Gange. La saison est celle de la mousson d’été. Deux jours de cette histoire sont évoqués. Des voix parlent de cette histoire". Marguerite Duras

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA" - Fernaldo Di Giammatteo - Editori Riuniti - 1984:

TRAMA: Settembre 1937. Michael Richardson sta ballando in una sala dell’ambasciata francese a Calcutta con la sua amante, Anne-Marie Stretter, moglie dell’ambasciatore. A un certo punto la coppia sente le grida lamentose di una mendicante impazzita. Escono in giardino, e scorgono anche l’ex viceconsole, caduto in disgrazia per aver sparato ad alcuni lebbrosi che erano entrati nella sua casa vicino al fiume Gange. Quella stessa notte il viceconsole vede Anne-Marie, oggetto del suo desiderio, sdraiata su un tappeto insieme a Richardson e a un ospite sconosciuto. Più tardi Anne-Marie ballerà, ad un ricevimento dell’ambasciata, con Richardson, l’ospite e con un attaché d’ambasciata tedesco appena arrivato. Il pianto della mendicante si fa via via più forte, mentre il viceconsole riesce a ballare con Anne-Marie e a dichiararle il suo amore. Anne-Marie sembra d’accordo ma gli dice che non potrà mai avere un rapporto sessuale con lui. E lui urla il suo disappunto. Per questo lo buttano fuori dall’ambasciata. Arrivano intanto altri ospiti con un vecchio amico di Anne-Marie, Crown, che andrà poi in barca con l’attaché tedesco, mentre Richardson tenta di convincere l’ospite sconosciuto a lasciare in pace Anne-Marie. Subito dopo la macchina da presa inquadra nel giardino dell’ambasciata Anne-Marie che dorme: accanto a lei il silenzioso viceconsole . Ma all’alba di quella notte movimentata si troverà, abbandonato sulla spiaggia l’accappatoio di Anne-Marie.

CRITICA: Anche con questo film Marguerite Duras prosegue il suo personale discorso sul linguaggio cinematografico, trasgredendo le tradizionali regole narrative e frantumando il plot in una serie di avvenimenti in apparenza insignificanti e casuali. Su tutto dominano alcune voci fuori campo, non identificabili, quasi atemporali, che parlano dei misteriosi protagonisti del film. Misteriosa anche la collocazione spaziale dell’azione: un’ipotetica città dell’India che l’ambientazione e la musica di Carlos d’Alessio datano anni ‘30. La miseria che circonda questo mondo coloniale (in cui la Duras trasferisce ricordi della sua vita in Indocina) non trova posto nelle immagini, mentre è protagonista dei dialoghi e dei rumori fuori campo. L’informazione iniziale che il personaggio principale (Anne-Marie Stretter) è morto ha indotto molti critici ad interpretare il pur labile intreccio come una storia rievocata da diversi testimoni. Cristina Bragaglia

To write, against all odds

Duras set about her writing with the same determination and obstinacy as her mother's with her plantations in Indochina and, later, in France, with wine-growing and cattle farming. But with less naivety and, more importantly, with a lot more success. There is no denying that the temperament and burning passion for life she had inherited from her mother were far better suited to writing novels than to cultivating rice or growing grapes.

This became quite apparent when Duras published her first novel, The Impudents, in 1943, and the following year, La Vie Tranquille, which the writer Raymond Queneau, impressed by the young talent, had published with Gallimard. It became all the more apparent when she published The Sea Wall, in 1950, a shortlisted novel with which she narrowly missed the Prix Goncourt due, by all accounts, to her Communist sympathies. Indeed, Duras, who had arrived in France at the age of eighteen to study, had already been through a great deal: a law degree and a post at the Ministry of Colonies. In 1939, a marriage to the poet Robert Antelme and, in 1942, a still-born child. Paris under the Occupation and the Résistance groups. Her husband arrested along with her sister-in-law, Marie-Laure, who died in deportation. Antelme was to survive and was brought back from Dachau by François Mitterrand, who introduced Marguerite to the Résistance and accompanied the Americans as they freed the camps.

After the Liberation, Duras joined the French Communist Party, which she left in 1950, after the Prague Uprising. She did not publish during that period; instead, she sold copies of L'Humanité, the Communist mouthpiece, and militated on behalf of the Party. She also shared a ménage à trois, with Antelme and Dionys Mascolo. By the age of thirty, in the creative melting pot of the post-war period, Duras was already a star among the Paris intelligentsia and her neighbour at Saint Germain des Prés was none other than Sartre. But it would take another forty years and a good many more wrinkles before she became a leading figure in the world of literature and the cinema.

She was the sort of woman who spared neither herself nor others. The day after her death, the journalist and académicien Bertrand Poirot-Delpech wrote in Le Monde: "When this diminutive character with the large spectacles and a morning-after voice gets involved in the Résistance or in politics, when she believes in Communism only to detest it, when she deals with issues of daily life, she does so with her guts, without restraint, and throws caution to the winds."

Borders mean nothing to Duras: There are no borders between the demands of the heart, no matter how contradictory. Just as there are none between the whims of the flesh, or between wine and alcohol, whisky in The Sailor from Gibraltar (1952), campari in Little Horses of Tarquinia (1953) and red wine in Moderato cantabile (1958). There are no borders either between the novel, the theatre, the cinema and journalism. When she writes Whole Days in the Trees (1954), she turns it indifferently into a book, a play or a film.

Duras is a master at only one thing: writing, the very special sound words make when she puts them together on paper. Who could ask for more? Everything she feels, she writes, stringing the syllables together as an artist strings his pearls. Her books, like her films, need to be experienced with the ear, more than with the eyes. It comes as no surprise, then, that she should combine Hiroshima and Mon amour2, nor that she should dare to describe as "sublime, necessarily sublime" the murder of a child found drowned in a river in the Vosges mountains - an incident that led to the spilling of much ink during the eighties - and that, on literary rather than legal presumptions, she points at the mother, Christine Vuillemin, as the murderer3. Jean-Louis Arnaud

Giovedì 16 luglio 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

 

"FRANCISCA" (PRIMA PARTE) - regia di Manoel DE OLIVEIRA (durata PRIMA PARTE 85 minuti circa), anno 1984 - IN ITALIANO

mARTEDì 21 LUGLIO 1998 (ore 20.30 cena, indi film)

"CARMEN" - regia di Carlos SAURA - durata 105 minuti circa - anno 1983 - IN SPAGNOLO SOTTOTITOLATO IN INGLESE

DAL "DIZIONARIO DEI FILM 1998" - Baldini&Castoldi:

TRAMA: Durante la preparazione di un balletto ispirato all’opera di Bizet, il maestro di ballo (Gades) si innamora di Carmen (Del Sol), una giovane ballerina di flamenco a cui vorrebbe affidare la parte della protagonista. E come nell’opera, la ragazza si offre al suo scopritore ma poi civetta con altri ballerini: così l’amante tradito, folle di gelosia, non potrà che uccidere Carmen. Seconda collaborazione (dopo Nozze di sangue e prima dell’Amore stregone) tra Saura e il ballerino-coreografo Gades che rileggono il mito più famoso della letteratura spagnola mescolando perfettamente finzione narrativa e danza; la musica di Bizet è adattata (da Paco De Lucia) ai ritmi del flamenco; la componente erotica del dramma è distillata in un gioco di sguardi e di corpi che si sfiorano e si incrociano (come nella bellissima scena delle prove nel salone con gli specchi) e il finale ambiguo (forse l’omicidio non c’è mai stato) sottolinea quello che sembra essere il messaggio di tutta una cultura: "tutto può essere falso salvo la danza. E la danza è la Spagna".

Giovedì 23 luglio 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"FRANCISCA" (SECONDA PARTE) - regia di Manoel DE OLIVEIRA (durata SECONDA PARTE 85 minuti circa), anno 1984 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Ambientato nel Portogallo di metà ‘800, è la storia di un amore impossibile, che da nessuno viene compreso. E’ la storia di Francisca, giovane donna che vive e si consuma nell’assenza e nella lontananza, che non tradisce e non si ribella, ma che patisce fino ad esserne distrutta.

DAL "DIZIONARIO DEI FILM 1998" - Baldini&Castoldi:

Raffinatissimo nell’adattamento letterario, nel décor e nella costruzione delle inquadrature, reso solenne dal ritmo lento dell’azione e "raffreddato" dal fatto che gli attori non parlano tra di loro, bensì alla macchina da presa, Francisca conclude la cosiddetta "tetralogia dell’amore frustrato (Il passato e il presente, Benilde o la vergine madre e Amore di perdizione), portando alle estreme conseguenze lo sperimentalismo stilistico dell’autore. Nel raccontare le passioni mostruose attraverso il cerimoniale di una classe ormai in pieno declino, de Oliveira prosciuga il cinema delle sue classiche possibilità espressive, gli toglie il movimento e lo pietrifica nella staticità delle riprese e del décor, raggiungendo "un grado zero dello sguardo tanto ricco di fascino quanto disarmante". Non un film per tutti i gusti, ma senz’altro capace di soddisfare le aspettative del pubblico più radicale e paziente.

DA CAHIERS DU CINEMA - 524 - Maggio 1998:

On parle beaucoup dans Francisca. On ne fait presque que cela. Pendant les trois-quarts du film, la parole est traitée comme la production ultime du corps, expression de la chair, en même temps que sa négation même - les corps sont trop lourds à porter, ils révèlent trop de choses sur le désir, l’amour, la réalité des émotions. Voici un film où l’on rêve d’une existence aveugle, d’un monde où les corps deviendraient, simplement, invisibles, où l’on ne ferait que désirer en songe, à distance. Ce serait terrible, bien sûr, l’occasion d’une souffrance de plus, mais Jose Augusto recherche une telle souffrance de plus, qui accompagne son souci maladif de ne pas être confronté à l’objet de sa passion. Francisca expose minutieusement, comme rarement au cinéma, les mécanismes de l’attente, du frôlement interdit, de l’esquive, les stratégies de la fuite. Cela se fait très naturellement. Car fuir, ici, ne veut pas forcément dire se terrer au loin. Au contraire. Les personnages sont, à de rares exceptions près, en groupe, et immobiles. Transits. Les plans sont interminables, longues processions figées où chacun travaille, à l’intérieur du champ, sa distance à l’autre. Même si le cadre est serré, l’espace est multiplié à l’infini. Oliveira maîtrise à merveille la répartition des corps - entre le premier et l’arrière-plan, le vertical et l’horizontal - qui fait d’un espace commun à plusieurs personnes un lieu découpé de toutes parts. Les personnages ont beau se trouver très près les uns des autres, à la même table, dans le même bureau, près des mêmes fleurs, ils n’ont presque aucune chance de se croiser - ils ne se regardent pas dans les yeux. On pense, en la détournant légèrement, à la phrase de Proust dans La Prisonnière: "Nous ne voyons pas notre corps, que les autres voient, et nous "suivons" notre pensée, l’objet invisible aux autres, qui est devant nous." Voilà l’idéal et la souffrance des personnages - et des hommes en particulier - dans Francisca. Suivre leur pensée en sachant qu’elle est inatteignable par les autres, en faire leur douleur, mais ne trouver aucune autre solution pour continuer à vivre.

Olivier Joyard

TRADUZIONE MIA:

Si parla molto in Francisca. Quasi non si fa altro che questo. Per tre quarti del film la parola è trattata come la produzione ultima del corpo, espressione della carne e nello stesso tempo la sua stessa negazione - i corpi sono troppo pesanti da trasportare, rivelano troppe cose sul desiderio, l’amore, la realtà delle emozioni. Ecco un film nel quale si sogna di un’esistenza cieca, di un mondo in cui i corpi diventerebbero, semplicemente, invisibili, in cui non si farebbe che desiderare in sogno, a distanza. Sarebbe terribile, sicuramente, sarebbe l’occasione per una sofferenza in più, ma Jose Augusto è alla ricerca di una tale sofferenza in più, che accompagni la sua morbosa preoccupazione di non essere messo di fronte all’oggetto della sua passione. Francisca espone minuziosamente, come raramente accade al cinema, i meccanismi dell’attesa, dello sfioramente proibito, della schivata, le strategie della fuga. Questo accade molto naturalmente. Perché fuggire, qui, non vuol dire necessariamente rintanarsi da lontano. Al contrario. I personaggi sono, salvo rarissime eccezioni, in gruppo, ed immobili. Transiti. I piani sono interminabili, lunghe processioni irrigidite in cui ciascuno si ricava, all’interno del campo, la sua distanza dall’altro. Anche se il quadro è chiuso, lo spazio è moltiplicato all’infinito. Oliveira padroneggia a meraviglia la ripartizione dei corpi - tra il primo ed il secondo piano, il verticale e l’orizzontale - che fa di uno spazio comune a diversi personaggi un luogo delineato in ogni parte. I personaggi hanno un bel trovarsi molto vicini gli uni agli altri, alla stessa tavola, nello stesso ufficio, vicino agli stessi fiori, essi non hanno quasi nessuna possibilità di incrociarsi - non si guardano negli occhi. Viene in mente, parafrasandola un po’, la frase di Proust ne La Prigioniera: "Noi non vediamo il nostro corpo, che gli altri vedono, e "seguiamo" il nostro pensiero, l’oggetto invisibile agli altri, che è davanti a noi." Ecco l’ideale e la sofferenza dei personaggi - e degli uomini in particolare - in Francisca. Seguire il loro pensiero sapendo che esso è irraggiungibile dagli altri, farne il loro dolore, ma non trovare alcun’altra soluzione per continuare a vivere.

Per domenica 26 luglio 1998 invito tutti gli amici in Ciociaria, per una gita da fare a Castro dei Volsci (provincia di Frosinone), organizzata tra gli altri da mio fratello Tonino (tel.0775-853661) nell’ambito della Festa dell’Unità. Per arrivare a Castro dei Volsci si deve prendere l’autostrada del Sole ROMA-NAPOLI, uscire a Frosinone e passare per Ceccano (si tratta di 15-20 chilometri dal casello autostradale). NEL GIORNO DELLA GITA POSSO ESSERE CONTATTATO ALLO: 0338-5715969.

Programma (partecipare sin dall’inizio è senz’altro più bello, ma è possibile inserirsi in qualsiasi momento nel programma della giornata):

Per partecipare al pranzo è necessario prenotarsi la mattina e versare un contributo di lire DIECIMILA

PIERO MUSILLI invita tutti gli amici alla manifestazione di cui sotto:

ASTRIS e HIPPARCOS PRESENTANO "OLTRE IL CIELO: STELLE E PIANETI AL PINCIO ‘98" - 26 luglio-1 agosto 1998 - dalle ore 20.30 in poi

Il programma comprende: 1. Conferenze: - 26 luglio ore 21.00: Prof. M. CAPACCIOLI "Galassie e vita nell’Universo". / 27 luglio ore 21.15: Prof. B. CACCIN "Una passeggiata tra le stelle". / 28 luglio ore 21.15: Dott. B. GENGAROLI "Cacciatore di eclissi". / 29 luglio ore 21.15: Dott.ssa L. PADRIELLI "Quasar e buchi neri". / 30 luglio ore 21.15: Dott. M. TOZZI "La Terra vista dallo spazio". / 31 luglio ore 21.15: Prof. R. BONANNO "Quanto è grande l’Universo". / 1 agosto ore 21.15: Prof. I. MAZZITELLI "Oltre il Sistema solare".

Il programma prevede inoltre: 2. Videoproiezioni. / 3. Un planetario itinerante / 4. Osservazioni ai numerosi telescopi, anche collegati a grandi monitor. / 5. Mostra didattico-scientifica realizzata dal Comitato per la divulgazione dell’Astronomia - Osservatorio di Arcetri. / 6. Mostra di Planetologia "Le montagne della Luna" allestita dall’Università di Roma Tre con la collaborazione del "HIPPARCOS – CCCDS" che comprende, tra l’altro, modelli dei corpi del Sistema solare. / 7. Mappatura lunare mediante un radiotelescopio dell’Istituto di radioastronomia del CNR di Bologna. / 8. La mostra "Aspettando il Planetario" organizzata dal Comune di Roma. / 9. "Autostrade celesti": navigazione in INTERNET su temi astronomici (siti JPL e Hubble Space Telescope). / 10. Mostra sugli esperimenti italiani attualmente a bordo delle sonde interplanetarie. / 11. Stand sul progetto "Isole per le stelle" contro l’inquinamento luminoso. / 12. Mostra di lavori eseguiti da scolaresche in tema astronomico.

Per informazioni ulteriori rivolgersi alla Segreteria di "HIPPARCOS–CCCDS" tel. 44250561, via Nomentana, 175 - Roma e alla Segreteria di "Astris" tel. 86209491, via Sebino, 11 – Roma.

lUNEDì 3 AGOSTO 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"AL DI LA’ DELLE NUVOLE", regia di Michelangelo ANTONIONI (durata 116 minuti circa), anno 1995 - IN ITALIANO

Scheda tratta dalla presentazione sulla videocassetta:

Dal libro "Quel bowling sul Tevere", che Antonioni pubblicò alla fine degli anni Settanta (Einaudi), il regista ferrarese ha tratto quattro episodi, quattro storie d’amore e non-amore che segnano il ritorno sul set di un grande poeta.

DAL "DIZIONARIO DEI FILM 1998" - Baldini&Castoldi:

Tornato sul set dopo una lunga malattia e amorevolmente aiutato da Wenders e dalla compagna Enrica Fico (che appare nel secondo episodio), Antonioni porta in scena coraggiosamente il proprio tormento d’artista, ossessionato dalla ricerca della "vera immagine della realtà assoluta", ma insieme conscio che ogni suo sforzo è destinato a fallire. Così, le lacune e le pause che interrompono la fluidità narrativa degli episodi (e che tanto hanno infastidito molti spettatori) sono essenziali al senso ultimo del film, un "saggio in forma di fiction su cosa significhi guardare, inquadrare, filmare". Inevitabile che possa anche irritare l’opera di un regista che mette in scena la storia del proprio scacco, "la rinuncia dello sguardo" che si interroga su cosa c’è al di là delle nuvole (e delle immagini), ma Antonioni è così: prendere o lasciare.

ANTONIONI MICHELANGELO

Regista, nato il 29 settembre 1912 a Ferrara, Italia. Giunge a Roma nel 1939, dopo aver lavorato come critico cinematografico e impiegato di banca, alternando il lavoro con la sperimentazione in 16 mm. A Roma scrive articoli per la rivista "Cinema", organo ufficiale della cinematografia fascista. Nel 1940 frequenta la scuola del Centro Sperimentale di Cinematografia. Collabora con Roberto Rossellini alla sceneggiatura di "Un pilota ritorna"(1942) e con Fulchignoni a "I due foscari"(id.); di quest'ultimo è anche assistente. In quell'anno Antonioni va a Parigi per assistere Marcel Carné come rappresentante del nostro paese per la coproduzione franco-italiana di "L'amore e il diavolo". Nel 1943 inizia a girare il suo primo film-documentario, "Gente del Po", sui pescatori del fiume; riuscirà però a terminarlo solo nel 1947. Collabora poi con De Santis alla sceneggiatura di "Caccia tragica"(1947). Nei tre anni seguenti gira sei brevi documentari, ma è solo nel 1950 che Antonioni firma il suo primo lungometraggio, "Cronaca di un amore". Nel 1952 lavora con Federico Fellini alla sceneggiatura de "Lo sceicco bianco". Dirige poi "I vinti"(1952), "La signora senza camelie"(1952-53), "Tentato suicidio"(1953), episodio de "L'amore in città", film-inchiesta della rivista "Lo Spettatore", diretta tra gli altri da Cesare Zavattini e Marco Ferreri. Del 1955 è "Le amiche", tratto da Cesare Pavese; "Il grido" è del 1956-57. Infine "L'avventura"(1959) segna l'emergere, nel racconto fortemente intriso di realismo degli esordi, di una cifra stilistica unica ed originale. Con "La notte"(1960) e "L'eclisse"(1962), "L'avventura" forma una sorta di trilogia ideale in cui l'autore affronta i temi della ricerca dell'affermazione di se stessi in un mondo sempre più invaso dalla tecnologia e della sostanziale incapacità a comunicare con gli altri. "L'avventura" segna pure l'incontro (anche affettivo) con Monica Vitti, attrice che con la sua intensità espressiva contribuisce non poco al successo internazionale di Antonioni. "Blow up"(1966), ispirato ad un racconto di Julio Cortàzar, costituisce una nuova cesura nella filmografia dell'autore: laddove nella "trilogia" e nel seguente "Deserto rosso"(1964) il protagonista è una donna, elemento in cui confluiscono il sentimento della crisi e la sua angoscia, in "Blow up" il racconto passa attraverso le peripezie di un fotografo alle prese con l'ambiguità del reale. La sua ricerca prosegue poi con "Zabriskie Point"(1969-70) e "Professione Reporter"(1975), pellicole dove dall'impossibilità della rivoluzione Antonioni approda ad un sentimento della modernità come malattia inguaribile. Nel 1972 gira per la RAI un lungo documentario-inchiesta sulla Cina di Mao, "Chung Kuo"(Cina). Sempre per la televisione italiana, nel 1979 realizza "Il mistero di Oberwald", tratto dal dramma di Cocteau "L'aquila a due teste", sperimentando per la prima volta l'impiego del nastro magnetico e dell'elettronica. "Identificazione di una donna"(1982) segna invece il ritorno di Antonioni ai temi, seppure adeguatamente aggiornati, della crisi e della ricerca degli anni '60. gIOVEDì 6 AGOSTO 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"MUCH ADO ABOUT NOTHING", regia di Kenneth Branagh (durata 104 minuti circa), anno 1993 - IN INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

DAL "DIZIONARIO DEI CAPOLAVORI" – UTET:

"Molto rumore per nulla" (Much Ado about Nothing) – Commedia di William Shakespeare.

E’ una commedia con un fondo di amarezza, basata (per quel che riguarda la sostituzione della persona dell’amata per trarre in inganno l’amante) sulla XXII novella del Bandello, della quale però non esistevano versioni inglesi. Le argute schermaglie dialogiche dei due protagonisti si modellano su quelle del Cortegiano del Castiglione, tradotto in inglese nel 1561. La scena è posta in Messina: Benedick, giovin signore padovano al seguito del principe d’Aragona, brillante e misogino, affetta il suo disprezzo per la spiritosa Beatrice, nipote di Leonato, governatore di Messina. Ma, nonostante i loro continui scontri verbali, i due vengono fatti innamorare l’uno dell’altra con uno stratagemma. Meno sofisticato è l’amore di Claudio, amico di Benedick, per Hero, figlia di Leonato. Il malvagio Don John, fratello bastardo del principe, fa però credere a Claudio che Hero lo tradisca, mostrandogli nottetempo la domestica di lei, rivestita dei panni della padrona, che fa entrare in casa il suo amante. Durante la cerimonia nuziale perciò Claudio respinge da sé Hero, e quest’ultima sviene ed è creduta morta. L’infamia di Don John è, troppo tardi, svelata; Claudio, per riparare alla sua involontaria crudeltà, accetta di sposare una fanciulla velata impostagli in moglie da Leonato. Si scopre naturalmente che la fanciulla è Hero, e anche Benedick, rinunziando alla sua misoginia, chiede la mano di Beatrice. La commedia è rallegrata dai lazzi di un gruppo di inefficienti poliziotti capeggiati da Dogberry, tratti di peso dalla vita quotidiana londinese, la cui rozza comicità mette in risalto il raffinato spirito cortigiano dei dialoghi fra Beatrice e Benedick. La commedia è tuttavia piuttosto ineguale a causa dell’eccessiva tragicità di tono che assumono le scene fra Claudio e Hero e del convenzionale machiavellismo di Don John. Giorgio MELCHIORI

DAL "DIZIONARIO DEI FILM 1998" - Baldini&Castoldi:

TRAMA: Nella villa del ricco Leonato (Briers) si intrecciano gli amori tra i giovani Claudio ed Hero (Leonard e Beckinsale) e i bisbetici Benedick e Beatrice (Branagh e Thompson): le macchinazioni dell’infido don John (Reeves) contro don Pedro (Washington) rischiano di rovinare tutto, ma alla fine la verità e l’amore l’avranno vinta. Lontano dalla sacralità delle letture di Laurence Olivier (che vedeva in quei testi le "origini delle mitologie culturali di una nazione"), Branagh cerca piuttosto di dimostrare l’attualità e la modernità della commedia di Shakespeare: massima libertà di ambientazione (il Chianti invece di Messina), grande varietà del cast (star hollywoodiane anche per ruoli piccolissimi), scelte "irriverenti" di regia (ampia mobilità della macchina da presa e ambientazione en plain air) per ritrovare il gusto frizzante dell’equivoco e della battuta in una megaproduzione dove "la sacralità del testo (pur rispettato con estrema pignoleria) lascia il posto al piacere dell’intreccio e della recitazione".

mARTEDì 11 AGOSTO 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"NIKITA", regia di Luc Besson (durata 112 minuti circa), anno 1990 - IN FRANCESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

DAL "DIZIONARIO DEI FILM 1998" - Baldini&Castoldi:

Arrestata durante una sanguinosa rapina, la tossicomane Nikita (Parillaud) viene trasformata in killer per conto dei servizi segreti francesi. Un soggetto apparentemente trasgressivo per un film finto e pretenzioso: dopo un avvio da grande cinema d’azione, Besson punta senza ironia alcuna sul look più convenzionale, infilando una dietro l’altra inquadrature stereotipate e traslucide, degne della peggiore tradizione pubblicitaria. Tra "le donne con la pistola" che furoreggiano da qualche tempo, la Parillaud è una delle più belle e delle più spietate, ma certamente una delle meno originali, mentre la particina di Jeanne Moreau è poca cosa perché possa dare un tono diverso a un film intento soprattutto ad ammirarsi. Rifatto ad Hollywood come Nome in codice: Nina (1993).

Martedì 18 AGOSTO 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"HANA BI", regia di Takeshi KITANO (durata 103 minuti circa), anno 1998 - IN ITALIANO

Par quel biais échapper à son destin ?

Hana-Bi (Feux d'artifice) explore cette question étrange. Le destin (figuré par la mort) est tenace et ne se laisse pas facilement berner. Il est du reste difficile de distinguer, dans ce film de Takeshi Kitano, qui joue également le rôle principal, la nature des personnages de leur destin. Poussés par celui-ci ou celle-là, leurs actes impriment malgré eux un effet de boomerang à leurs tentatives de quitter le chemin qu'ils voient tracé devant eux, mais qui n'est que l'écho de celui qu'ils ont gravé derrière eux.

On peut aussi faire une interprétation plus simpliste de Hana-Bi, et y voir un conte moral démonstratif, d'où ressort le concept de l'épée par l'épée. Mais ce n'est pas faire grand cas de la grande sensibilité de certaines scènes, de la beauté stupéfiante de certains plans et autres oeuvres d'art, qui poussent à chercher plus loin.

C'est d'ailleurs bien dans les actes délibérés des personnages qu'est semée la graine de la continuité. Explicité encore par le personnage secondaire du flic handicappé, qui, malgré un contexte radicalement opposé, sans influence extérieure, arrive à la même conclusion que son collègue.

Mais on peut aussi prendre ça à rebrousse-poil : cette mort omniprésente, que l'on a l'habitude de ne voir que comme un seul moment, le moment de la fin, le moment brutal où la vie s'éteint, que l'on identifie aux notions de violence et de mal, elle est ici diverse. Et ce que l'on peut d'emblée prendre pour un simple retour du refoulé devient, par la grâce de la réalisation de Takeshi Kitano, autre chose aussi : le seul acte délibéré qui puisse faire tenir le dernier moment dans le temps, sans retour ultérieur. C'est un acte de conservation et de prise de pouvoir sur le destin, et non pas une capitulation devant celui-ci.

Comme on le voit, Hana-bi est un film à la fois d'une grande sensibilité et d'une grande richesse thématique, sur un scénario simple et épuré, sans fioritures ou distractions intempestives. Le rythme est très soutenu et maîtrisé, fait d'alternances, d'éclairs et de continuité. On ne s'ennuie pas une seconde et on sort de la salle noire étrangement satisfait. Troublé, mais satisfait.

Un des très beaux films de cette année 97. Vincent Henderson

 

ATTENZIONE: IL FILM NON E’ DI MIA PROPRIETA’. LO PRENDERO’ IN NOLEGGIO SIN DA QUALCHE GIORNO PRIMA. C’è purtuttavia la possibilità - alquanto remota - che la cassetta non sia disponibile per il giorno previsto per la proiezione. IN TAL CASO NON AVVERRA’ alcuna proiezione. Ne chiedo scusa anticipatamente a tutti gli amici.

gIOVEDì 20 AGOSTO 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"CHINESE BOX", regia di Wayne WANG (durata 110 minuti circa), anno 1997 - IN ITALIANO

ATTENZIONE: IL FILM NON E’ DI MIA PROPRIETA’. LO PRENDERO’ IN NOLEGGIO SIN DA QUALCHE GIORNO PRIMA. C’è purtuttavia la possibilità - alquanto remota - che la cassetta non sia disponibile per il giorno previsto per la proiezione. IN TAL CASO NON AVVERRA’ alcuna proiezione. Ne chiedo scusa anticipatamente a tutti gli amici.

Martedì 25 AGOSTO 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"IL SAPORE DELLA CILIEGIA", regia di Abbas KIAROSTAMI (durata 98 minuti circa), anno 1997 - IN ITALIANO

ATTENZIONE: La serata avrà luogo a casa di AURORA

ATTENZIONE: IL FILM NON E’ DI MIA PROPRIETA’. LO PRENDERO’ IN NOLEGGIO SIN DA QUALCHE GIORNO PRIMA. C’è purtuttavia la possibilità - alquanto remota - che la cassetta non sia disponibile per il giorno previsto per la proiezione. IN TAL CASO NON AVVERRA’ alcuna proiezione. Ne chiedo scusa anticipatamente a tutti gli amici.

Abbas Kiarostami è nato a Teheran nel 1940 e ha sempre vissuto e lavorato in Iran, dove ha costituito il settore cinematografico dell'"Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e dei Giovani Adulti" (Kanun), ente per il quale ha sceneggiato e diretto quasi tutti i suoi film.

Autore sensibile e solitario, ha narrato con semplicità e originalità storie basate soprattutto sulle esperienze e sulla vita dei bambini.

Il cinema di Kiarostami vive al confine tra fiction e documentario, in un confronto continuo tra modelli espressivi che, oltre a rivelare un originalissimo e intrigante modello estetico, invita a riflettere sulla natura stessa del cinema. Alcune sue opere sono collegate l'una all'altra da arguti e sottili meccanismi di rimandi e citazioni.

Kiarostami ha realizzato anche diversi spot pubblicitari e cortometraggi.

Tra i film più noti del regista si segnalano: "Dov'è la casa del mio amico?" (1987), "Close up" (1990), "E la vita continua" (1992, premio Rossellini a Cannes).

THE FILMS OF ABBAS KIAROSTAMI

"I believe the films of Iranian filmmaker Abbas Kiarostami are extraordinary. Words cannot relate my feelings. I suggest you see his films; and then you will see what I mean" -Akira Kurosawa.

Since the turnaway crowds at his appearances here last year, Abbas Kiarostami's two-decades-in-the-making overnight success has triumphantly continued-cover boy of Cahiers du Cinema's Cannes Festival issue (Headline: "Kiarostami le magnifique"), his films hits as far afield as Sweden-making him arguably the most talked-about director in the world today. Everywhere that is, except in the United States. But this long overdue retrospective-playing in New York and Chicago as well-will perhaps give him the recognition he deserves. Beginning as a commercial artist, and illustrator of childrens' books, his reputation for clever commercials moved him to the newly-founded Institute for the Intellectual Development of Children and Young Adults where he established the film department and helped produce some of Iran's best children's films, both for and about-then moving on to exclusively adult subjects. Working mainly with non-professional actors in a neo-realist style, he has made films about villagers, bureaucrats, and filmmakers; and in his masterpiece Closeup, and his unintentional, Pirandellian films-within-films trilogy, examined, as through a hall of mirrors, the intertwined natures of art and reality. In filmic style reminiscent of artists as disparate as Eric Rohmer and Satyajit Ray, in person one of nature's gentlemen, it is a great pleasure to welcome one of the world's great directors to the AFI.

TRAVELLER (Mosafer)

Soccer-crazy village boy Qasem prefers street games to homework: then, when he hears the national team will be playing in Teheran, decides to stop at nothing to attend. But, after skimming from parents, swindling schoolmates, and orchestrating a fire sale of his own teammates' equipment to get the trip money, Qasem's unheroic quest ends in poetic justice thanks to a final ironic twist.

BREAD AND ALLEY (Nan va kucheh) Back from a bread run, a little boy is roadblocked by a fearsome stray dog. Kiarostami's first film is a wordless, bittersweet classic.

BREAKTIME (Zang-e tafrih) Bad day for a schoolboy: in the doghouse for breaking a window, chased by an irate soccer player, then facing the passage of a busy highway.

CLOSE-UP (Nama-ye Nazdik)

Bored on a bus trip, unemployed divorcee Ali Sabzian finds his impersonation-by-misunderstanding of film director Mohsen Makhmalbaf snowballing into the involvement of an entire family in a phony film project and his own ensuing fraud rap (Kiarostami filmed the actual trial),with the actual Makhmalbaf arriving late to berate him in person-all leading up to one of the most hilariously poignant final closeups in the cinema. The first of Kiarostami's Chinese box examinations of reality vs unreality, and his own choice as his best work. And for Werner Herzog-"The greatest film about filmmaking ever made".

SOLUTION (Rah-e hal) Fed up with hoping for a hitch, a man decides to roll his fresh spare down a mountainous road to his car-and then the race begins.

FELLOW CITIZEN (Hamshahri)

Some things are universal-drivers fume when city fathers try to solve traffic jams by closing downtown to cars, but a stalwart traffic cop soothes tempers by alternating between enforcement and flexibility. An autobiographical look back for Kiarostami, who orchestrated traffic while awaiting his second try at the school of Fine Arts entrance exam: "I was very serious about it. I worked nights and studied during the day."

2 SOLUTIONS FOR 1 PROBLEM (Do rah-e hal baray-e yek masaleh) A boy tears his friend's notebook: revenge? or glue?. 1975, color, 5 minutes.

SO I CAN (Manam mitunan) Squeaking "I can too" a little boy matches the animals' actions in the cartoon he's watching, until this darn bird starts to fly. TOOTHACHE (Dandan-e dard) Scion of a long line of denture wearers, Mohamed Reza's violent toothache occasions a crash course in dental hygiene.

FIRST GRADERS (Avaliha)

One after the other, first grade troublemakers hit with namecalling and fighting raps are brought in to face the principal, and the rituals of grilling, confessing, and repenting, with predictable variations, begin anew. Alternately poignant and comic real-life documentary footage is given an extra edge by that ol' demon editing-the interviews are intercut with an even more highly ritualized moment: the fifteen minutes of morning gymnastics, the six-year-olds wake up call. Gee, think there's a subtext?

CHORUS (Hamsorayan) Grandpa hits his hearing aid switch just before granddaughter reaches the door bell, but schoolmates pitch in en masse to help, in Kiarostomi's comic last short.

HOMEWORK (Mashgh-e Shab)

Inspired by the beefs his own children brought home from class, Kiarostami created "not a film, but a filmed inquiry", himself interviewing stressed out students in closeup against a blank schoolhouse wall, their heartfelt complaints centering on excessive homework, the inability of illiterate parents to help, and the unfair competition with TV cartoons. In the memorable closing sequence, the class crybaby, still jittery after a smacking with a ruler, needs a friend beside him just to face the camera, but still takes the recitation of a long poem by heart.

REGULARLY OR IRREGULARLY? (Be tartib ya bedun-e tartib) Comic juxtapositions ensue as the orderly/disorderly ways of boarding a bus; crossing an intersection; entering a tunnel; etc., are chaotically illustrated.

WHERE IS MY FRIEND'S HOME? (Khaneh-ye Doust Kojast?)

In a village in the mountains-to which Kiarostami would return for two more films-Ahmad returns from school to begin his homework, but realizes he's taken his pal's notebook by mistake. No big deal, right-but Teacher has decreed that homework always be done in the same book. Escaping his mother's eagle eye, he sets out to return it to his friend-but en route, remembers he doesn't know where the kid lives! Next stop, forgery, in this sweetly humorous beginning to an unplanned trilogy.

AND LIFE GOES ON... (Zendegi Eda Me Darad)

Amid the rubble of the '90 earthquake-actually reconstructed for the film-a man who has lost a sister and five nieces, still busies himself rigging an TV antenna because, as he says with a smile, the World Cup comes only every four years. A film director-played by a non-driver!-and his son keep bumping into characters from Where Is My Friend's Home, even as they anxiously search for the two boys who were its stars; while the memorable, sustained final shot epitomizes, in its simplicity and humanity, the meaning of the title. "Outstanding as drama, journalism and human testament; a revelation"-Michael Wilmington, Chicago Tribune.

THROUGH THE OLIVE TREES (Zir E Darakhtan E Zeyton)

An actor announces he's playing a director who returns, post-quake, to a village where he'd previously made a film.... to make a film about his return. Sounds like Life Goes On.. doesn't it? But now we're supposedly backstage at its making, and an engagement scene is interrupted when the "actors" reveal they've broken off a "real" romance; the young man (an actual construction worker who couldn't be bothered to actually see these films) beefing that his rejection, for having no home, is now invalid because-post-quake-nobody has one. And the circle of a memorable trilogy of Pirandellian complexities is complete with the presence in the crowd of the young stars of the first film.

 

DA "EMPIRE" - July 1998:

Released from an iranian government ban just days before the 1997 Cannes festival, Kiarostami’s sombre drama went on share hte Palme D’Or with Shohei Imamura’s The Eel. With films of the calibre of The Sweet Hereafter, The Ice Storm and LA Confidential up against them, you have to wonder what the jurors were playing at.

This is a far cry from The White Balloon, the enchanting film Kiarostami scripted for one-time assistant Jafar Panahi. Instead of focusing on a young girl for whom every sight and sound is new and exciting, the action here centres on the world-weary, middle-aged Mr. Badii (Ershadi) on the verge of suicide. As Islamic law takes a dim view of self-slaughter, Badii cruises hte hills above Tehran looking for someone who might be willing to wield a spade and hide his deed in return for a handsome reward.

In properly symbolic fashion, he propositions a Kurdistani army recruit (Moradi) and an Afghan seminary student (Mir Hossein Noori) before meeting Turkish taxidermist (Bagheri), himself a failed suicide, who needs the cash tu nurse his sick son.

Does he DA FINIRE DA FINIRE

gIOVEDì 27 agosto 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"LE MANI FORTI", regia di Franco BERNINI (durata 96 minuti circa), anno 1997 - IN ITALIANO

Scheda tratta dalla presentazione sulla videocassetta:

Ogni storia ha un lato oscuro e nascosto: chi lo può sapere meglio di una psicanalista? Ma questa volta la verità tocca da vicino la giovane Claudia (Francesca Neri) che ha in cura da tre mesi un misterioso uomo, Tancredi (Claudio Amendola). Durante una seduta Tancredi le racconta d’aver assistito ad una strage in Bosnia, ma i fatti ricordano troppo il tremendo attentato di Brescia che è costato la vita alla sorella di Claudia. La ricerca della verità la porterà in mezzo agli intrighi dei servizi segreti deviati e alle stragi di stato coperte di menzogne ed omertà.

DA CINEMA ITALIANO - Annuario - Editrice IL CASTORO - 1997:

Quello di Franco Bernini, prima prova registica di uno degli sceneggiatori che hanno firmato il miglior cinema italiano a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, è sì un film di ispirazione civile come lo furono certi film di Petri e di Rosi che si proponevano di fare luce sulle verità scomode e insabbiate, ma è anche un "giallo filosofico" come lo stesso autore si diverte a definirlo. Con una struttura a incastri molto elaborata, dove i salti temporali hanno probabilmente il compito di tenere lo spettatore all’erta sul rapporto stretto che, sul filo della memoria - una memoria da coltivare sempre -, unisce passato, presente e futuro. Succede che una giovane psicoanalista abbia in cura un uomo il quale, dichiarandosi giornalista, le descrive con impressionante precisione un fatto di sangue di cui egli sarebbe stato testimone in Bosnia e del cui angoscioso ricordo gli è impossibile liberarsi. Ma quella descrizione corrisponde esattamente - la donna ne prende coscienza di seduta in seduta - a una strage che ha avuto luogo in Italia... (.....) Come per tutti i personaggi di ogni racconto che si rispetti, non manca l’eroismo nelle azioni dei due protagonisti di questo film, che si dimostra però soprattutto interessato a indagare - in reazione al luogo comune liquidatorio delle piste nere e rosse, degli "opposti estremismi" - sulle zone grigie che con il tempo si sono dimostrate il vero terreno sul quale misteriosi burattinai hanno manovrato le sorti d’Italia nel corso del decennio abbondante di strategia della tensione. A parte la struttura di cui si è detto, che a tratti si dimostra però faticosa da seguire, dell’esordio di Bernini va anche segnalato il bel titolo: le mani forti sono quelle di chi, non visto e non controllato, ha dall’ombra mosso e diretto i nostri destini. (Paolo D’Agostini)

Mi stupisce tutto questo dibattere ideologico e cronachistico, con interventi di politologi e magistrati, su un film come Le mani forti, che pur lavorando sui temi delel trame nere è il contrario del "docu-drama". Se Pasolini - Un delitto italiano o Testimone a rischio, si propongono come la ricostruzioneil più possibile rigorosa di fatti veri, l’opera prima di Franco Bernini è dichiaratamente di fantasia. (T. Kezich, "Corriere della Sera", 20/3/97)

È un taglio diverso, in controtendenza, quello che Franco Bernini, esperto sceneggiatore alla sua prima regia, ha voluto dare al film, un punto di vista aggiornato sui temi della torbida stagione italiana delle stragi a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta.  Sono vicende dolorose, insanabili, di fanatiche pulsioni omicide che superano le efferatezze che il genere cinematografico relativo ha finora potuto immaginare.  Esse vedono per protagonisti uomini e donne chiamati ad uccidere, servizi segreti deviati, protettori politici reticenti, terroristi dissociati e testimoni tardivi che hanno cercato di sostituire al vero il falso in una storia infinita di depistaggi.  Non dichiara subito la propria identità l'agente dei servizi segreti, naturalmente deviati, che nel film di Bernini si adagia sul lettino di una psicoanalista, il perno attorno a cui ruota la vicenda, che sta a significare la custodia della memoria in sostituzione del tradizionale magistrato.  Dice di avere subito un trauma in Bosnia.  Ma le analogie tra il fatto di sangue descritto e un'impunita strage italiana, vecchia di vent'anni, sono inquietanti.  Non può sbagliare l'analista, che di quel massacro è stata anch'essa una vittima.  Bernini sembra dire che la memoria appartiene alle vittime, mentre tutti gli altri sono indifferenti, anzi forse addirittura timorosi di coltivarla, la memoria, e di conoscere la verità che insidierebbe le loro tranquille convinzioni. È un film forte questo, dalle tinte noir, fatto di salti temporali utili a ricostruire i fatti - per la storia, se non per i tribunali - per invocare infine il risveglio delle coscienze, un giusto riscatto. IgorDevetak

Capita spesso che uno sceneggiatore esordisca alla regia facendo leva sulla forza della scrittura e sperando che la messa in scena venga da se. E' quel che succede a Franco Bernini, che da una decina d'anni è sceneggiatore "impegnato" (Il Portaborse, Un'altra vita, Sud). [...]

Diciamo subito che Le Mani Forti soffre della mancanza di una regia che non è scaturita, come è logico che sia, dalla solida architettura dello script. [...]

Detto ciò, vale la pena di riflettere sulla sceneggiatura che si sforza con successo di trovare delle soluzioni narrative nuove per raccontare cose in fondo note (non è una novità che i Servizi Segreti fossero deviati, implicati nelle stragi e coperti politicamente), ma mai abbastanza e che comunque è meglio ricordare anche sul grande schermo. [...]

Bernini sceglie come perno della storia la figura della psicoanalista figura pochissimo frequentata dal cinema italiano e di per se un azzardo teorico e pratico dei più pericolosi sullo schermo, perchè di solito è un doppio superfluo del regista e tende a rendere tutto troppo razionale ed esplicito sottraendo fascino alla storia e spazio all'immaginazione dello spettatore. Ma Bernini evidentemente in cerca di una figura "confessionale" alternativa al classico magistrato, optando per l'analista compie una scelta felice perchè è proprio attraverso un personaggio del genere che può coagularsi e sciogliersi con il massimo rendimento drammaturgico quel grumo di tensione e strategia della tensione, di privato e politico, e di passato presente e futuro, che costituisce il complesso ed ambizioso nucleo del film. E la figura dell'analista al posto del magistrato porta automaticamente al rinnovamento di quella del "pentito" che diventa "paziente" con tutti gli annessi e connessi del caso primo fra tutti l'ambiguità. Ma un semplice cambiamento dei ruoli non sarebbe stato sufficiente a dare al film lo spessore che ha, e Bernini, procedendo di rischio in rischio, costruisce la sua storia introducendo un elemento chiave che in pochi sarebbero riusciti a padroneggiare con altrettante sapienza narrativa: il coinvolgimento personale di Claudia nella strage svelata da Tancredi. [...] di Paola Malanga , da Cineforum 363

mARTEDì 1° SETTEMBRE 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"LA FILLE DE D’ARTAGNAN", regia di Bertrand TAVERNIER (durata 136 minuti circa), anno 1994 - IN FRANCESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

DA "ENCICLOPEDIA ZANICHELLI 1998": Tavernier, Bertrand (Lione 25.4.1941 -) Regista cinematografico francese. Critico cinematografico (Positif, Cahiers du cinéma), sceneggiatore. Ha diretto L'orologiaio di Saint-Paul (1974); Che la festa cominci (1975); Il giudice e l'assassino (1976); La morte in diretta (1980); Colpo di spugna (1981); Una domenica in campagna (1984); Round Midnight. A mezzanotte circa (1986); Quarto comandamento (1987); La vita e niente altro (1989); Daddy nostalgie (1990); La guerra senza nome (1991); Legge 627 (1992); L'esca (1994); La figlia di D'Artagnan (1994); Capitaine Conan (1996).

gIOVEDì 3 SETTEMBRE 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

 

"LE GENOU DE CLAIRE", regia di Eric ROHMER (durata 105 minuti circa), anno 1950 - IN FRANCESE SENZA SOTTOTITOLI

DA "ENCICLOPEDIA ZANICHELLI 1998": Rohmer, Eric (n. d'a. di Jean-Marie Maurice Scherer) (Tulle 4.4.1920 -) Regista cinematografico francese. Critico e saggista, esponente della nouvelle vague. Autore di commedie psicologiche di impianto letterario: Il segno del leone (1959); La collezionista (1967); La mia notte con Maud (1969); La marchesa Von O... (1976); Il bel matrimonio (1982); Le notti della luna piena (1984); Il raggio verde (1986); L'amico della mia amica (1987); Racconto di primavera (1990); Racconto d'inverno (1992); L'albero, il sindaco e la mediateca (1993); Incontri a Parigi (1995); Un ragazzo, tre ragazze (1996).

"L’ODIO" (La Haine) - regia di Mathieu Kassovitz - durata 95 minuti circa - anno 1995 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DAL "DIZIONARIO DEI FILM 1998" - Baldini & Castoldi:

Dopo una notte di guerriglia urbana con la polizia scatenata dalla notizia che durante un interrogatorio un ispettore ha ferito a morte un ragazzo di sedici anni, i giovani della cintura parigina si svegliano in stato d’assedio. Ancora scossi e smaniosi di vendetta, Vinz (Cassel), Hubert (Kounde) e Sai (Taghmaoui)s

Giovedì 17 settembre 1998 - ore 20.30 cena, indi

DIBATTITO SUL TEMA: "Che cos’è la felicità?"

ATTENZIONE: La serata avrà luogo a casa di AURORA

Come base della discussione vedremo un’intervista televisiva al filosofo Sergio Moravia della durata di 25-30 minuti.

Vita 

Sergio Moravia è nato nel 1940 a Bologna da famiglia triestina, ma si è formato e vive a Firenze. Allievo di Eugenio Garin, si è laureato nel 1962 con una tesi su Romagnosi. Numerose le sue conferenze e cicli di lezioni in Belgio, Francia e Germania, e soprattutto in Canada e negli Stati Uniti, dove Moravia è stato visiting professor in alcune prestigiose università. Ottenuta nel 1975 la cattedra di Storia della Filosofia, Moravia ha insegnato questa disciplina nella Facoltà di Magistero e di Lettere dell'Università di Firenze. Co-fondatore della "Società italiana degli studi sul XVIII secolo", fa parte dei Comitati direttivi delle riviste: "Paradigmi" e "Iride".

Opere

Il tramonto dell'Illuminismo. Filosofia e politica nella società francese (1770-1810), Laterza, Bari, 1968; La ragione nascosta. Scienza e filosofia nel pensiero di Claude Levi Strauss, Sansoni, Firenze, 1969; La scienza dell'uomo nel Settecento, Laterza, Bari, 1970 (trad. tedesca Munchen 1974); Introduzione a Sartre, Laterza, Roma-Bari, 1973; Il ragazzo selvaggio dell'Aveyron, Laterza, Roma-Bari, 1973; Il pensiero degli Ideologues. Scienza e filosofia in Francia (1785-1815), La Nuova Italia, Firenze, 1974; Lo strutturalismo francese, Sansoni, Firenze, 1975; Filosofia e scienze umane nell'età dei Lumi, Sansoni, Firenze, 1982; Il pungolo dell'umano. Conversazione su un impegno filosofico, 1964-1984, Franco Angeli, Milano, 1984; Itinerario nietzschiano, Guida, Napoli, 1985; L'enigma della mente. Il "Mind-Body problem" nel pensiero contemporaneo, Laterza, Roma-Bari, 1986; L'atlante delle passioni, Laterza, Roma-Bari, 1993; Filosofia. Storia e testi. Manuale di filosofia per gli Istituti superiori, Le Monnier, Firenze, 1994; L'enigma dell'esistenza. Soggetto, morale, passioni nell'età del disincanto, Feltrinelli, Milano, 1996

Suoi articoli sono comparsi su importanti periodici anche stranieri, dal "Journal of the history of ideas" a "History of science" a "Studies on Voltaire and the XVIIIth century".

Pensiero

Gli interessi di Sergio Moravia coprono un arco assai vasto di campi, discipline e problemi. Da prima si è accostato alla cultura francese, fra Sette ed Ottocento: tra i principali frutti delle sue ricerche figurano la riscoperta degli ideologues e delle scienze umane nel '700. Poi Moravia ha ampliato di molto l'arco dei suoi interessi, occupandosi dello strutturalismo e del pensiero francese contemporaneo, di Nietzsche e della Scuola di Francoforte, di filosofia della mente e dell'esistenza. Negli ultimi anni, l'attenzione maggiore dello studioso si è concentrata, per un verso, sulle complesse questioni connesse al cosiddetto mind-body problem, per un altro su certi nodi epistemologico-fondazionali della psicologia e dell'analisi dell'esistenza. In questo campo egli ha sviluppato una linea di ricerca che lo ha portato da un lato a criticare le posizioni di tipo neofisicalistico e neobiologistico, dall'altro a proporre una prospettiva di tipo fenomenologico. In ambito più strettamente teoretico-morale, Moravia va approfondendo posizioni di ispirazione ermeneutica e pragmatistico-costruttivistica. Contro il riduzionismo epistemologico, l'omologazione dell'uomo al biologico e al computazionale e certe tendenze odierne a svalorizzare gli aspetti simbolico-assiologici dell'essere e dell'agire umani, viene riaffermata da Moravia la centralità nell'uomo della sua dimensione poietica, context dependent, eticamente impegnata nella dimensione della scelta e della responsabilità in direzione (auto) emancipativa.

Sergio Moravia

Che cos'è la felicità (TESTO DELL’INTERVISTA)

D.:Felicità è avere o essere? E' conquista di ciò che viene imposto dall'esterno, o è costruzione razionale dell'io e consapevolezza dell'uomo, delle proprie capacità di conquista della conoscenza?

R.:Forse la felicità non è primariamente un avere, e neanche primariamente un essere. La felicità, in qualche modo, è un sentire, un costruire, un trovare delle relazioni, le più enigmatiche e diverse. Non è facile dare una ricetta della felicità, a differenza di quanto dicono tanti oggi, soprattutto tanti esponenti delle industrie farmaceutiche. Non si diventa felici con una pillola. Non si scoprirà mai la pillola della felicità. La felicità, come lei ha detto benissimo, è una costruzione, è una ricerca.

D.:La felicità, vista in senso epicureo, quindi basata sull'atarassia, può essere adattata ai giorni nostri, in una società che è volta verso il consumismo o altri fenomeni simili?

R.:Mi verrebbe voglia di dire che in un certo senso sì, soprattutto se questa ricerca della felicità evidenzia qualcosa di autentico. Per molti di noi non è molto facile identificarci nei modelli di felicità confezionati dalla società dei consumi, tecnologica, come altrimenti si voglia definire. Da questo punto di vista una ricerca più personale della felicità potrebbe davvero configurare uno stato felice, un perseguimento di valori che possono rendere felici.

D.:Spesso si parla di felicità come conseguenza di un forte dolore, oltre che di una ricerca. Pensa che la felicità possa esistere come sentimento assoluto, prescindente da qualunque altro sentimento?

R.:La felicità può nascere in rapporto a qualsiasi situazione in cui ci si trovi. Dunque da questo punto di vista può essere anche correlata al momento di sofferenza, ovviamente è il momento dopo la sofferenza stessa. Un sentimento assoluto sì, in certi casi si può definire in questo modo. Preferirei però che non si definisse troppo rigidamente la felicità, nemmeno in questi termini di assolutezza, perché la cosa che più mi affascina della felicità, è che può nascere ed essere costruita in relazione ai più diversi criteri. E poi la felicità non è assoluta, se con assoluto lei intende qualcosa di permanente. La felicità, a volte, si interrompe.

D.:Che rapporto c'è tra felicità e tempo, cioé, col passare degli anni, è possibile che il nostro concetto di felicità cambi da un'idea di turbamento ad un'idea di serenità, di calma?

R.:La domanda è simile a quella di prima. Certamente la felicità ha un suo rapporto col tempo. Però, siamo davvero sicuri che la felicità sia uno stato permanente molto lungo nel tempo? Oppure riteniamo che la felicità possa essere anche di un momento, di uno stato, lungo anche lo spazio di un mattino? La felicità, capite, ha questo di peculiare e misterioso: che non conosce definizioni a priori, che non si lascia determinare, definire da noi esseri umani. Qualche volta noi ci accorgiamo di essere stati felici quando lo stato relativo è già passato. Guardi che il rapporto temporale tra l'essere felici e l'accorgersi di esserlo non è sempre un rapporto di coincidenza, e questo produce tragedia più che felicità, è un perdere l'occasione.

D.:Eppure, nella pessimistica visione leopardiana, la felicità era definita come una breve assenza del dolore.

R.:Tenderei a dire che la felicità non è semplicemente una assenza di dolore. Se volete, la felicità è uno stadio che viene dopo il dolore. Perché l'esperienza del dolore ci fa ri-apprezzare meglio stati diversi, anche se non appartengono a quella categoria, a quel paradiso di stati che la civiltà, o la inciviltà in cui viviamo, ci definisce stati felici. Forse la felicità è proprio quel sentire, dopo una sofferenza, quanto siano belle ed appaganti anche delle piccole cose o dei piccoli sentimenti.

D.:Quindi la felicità è soltanto qualcosa di effimero?

R.:Può essere una cosa effimera, o può essere una cosa più lunga. Ma non chiedete alla felicità, neanche nel vostro immaginario interiore, di essere davvero un assoluto che si trovi al di là del tempo, dell'esperienza in cui noi viviamo. O, magari, coltiviamo anche quest'idea, ma senza diventarne schiavi. Questo è molto importante. Tendo a sottolineare questo aspetto di relativa imprevedibilità, e quindi voglio dirvi, più che indicarvi quali sono le strade, e tanto meno le autostrade, che portano direttamente alla felicità - e non è una battuta, perché una parte dell’idea di felicità di oggi tende a dire questo, identificando la felicità con la semplice contentezza o appagamento intorno ad alcuni beni -, che questa non è la felicità, quasi mai. La felicità è una ricerca. E allora l'importante è essere pronti a cogliere con le nostre antenne quando qualcosa di quel tipo ci è capitato. E' questa la vera scommessa della vita, non quella di partire per le autostrade.

D.:Lei prima ha parlato di ricerca. La ricerca della conoscenza, che si fonda sulla consapevolezza della propria ignoranza, e che può essere considerato il primo passo dell'uomo verso la coscienza di sè, e quindi verso la felicità, non è invece un ostacolo alla felicità stessa, perché si fonda sul dubbio, che può far perdere sicurezza all'uomo?

R.:Una bella domanda. Bella perché richiede due risposte forse contraddittorie, ma la felicità è il contraddittorio. Contro una sorta di pregiudizio, che ci ha sempre accompagnato negli ultimi duemila anni, tra la felicità e la ricerca della verità c'è una notevole differenza. Il che non vuol dire che per qualche ricercatore del sapere la felicità coincide davvero con questa ricerca. Però la storia del pensiero mostra quanti casi ci siano stati, nella tradizione intellettuale d'Occidente, di filosofi e scienziati che hanno cercato la verità, che è il mestiere del filosofo, senza ricavarne automaticamente la felicità.

Il fatto di essere felici - o più spesso infelici - è qualcosa che non appartiene, puramente e semplicemente, al campo della ricerca cognitiva. Forse appartiene ad una dimensione più complessa, più subconscia, di rapporti con gli altri e col mondo che ci circonda.

D.:La conoscenza di sé può avvicinare alla felicità?

R.:Direi di sì, con tutte le cautele e le timidezze che questo tipo di risposta può dare, almeno a me. Può essere un buon inizio del processo che porta alla felicità, almeno nella misura in cui una buona conoscenza di noi stessi ci aiuta a emanciparci da tanti pregiudizi, da tante passioni terrene, che a volte ci rendono particolarmente ottusi o miopi di fronte a quello che potrebbe essere veramente il cammino verso la felicità. Indubbiamente conoscersi interiormente è, in ogni caso, un buon traguardo per gli esseri umani. Poi, sapete, la felicità è un po' come la grazia dal punto di vista religioso: potrebbe anche essere vero che ci viene data da un altrove, non solo da noi stessi.

D.:Qual è il limite tra felicità ed euforia?

R.:Se potessi risponderLe d'istinto, le direi che non c'è nessun rapporto possibile tra la felicità e l'euforia. Personalmente detesto l'euforia, e tanto più la detesto perché è lo stato che viene raggiunto con l’uso di molti psicofarmaci, per non parlare delle droghe, e le industrie spacciano l'euforia raggiunta con questi psicofarmaci, con la felicità.

La felicità non coincide con l'euforia, ma, al limite, neanche col sorriso, anche se spesso il sorriso può essere una buona espressione di un raggiungimento ipotetico della felicità. Ma vorrei davvero insistere sul fatto che la felicità si manifesta nei modi più diversi. E da questo punto di vista, pensate a quella scena davvero paradossale, quasi grottesca, dell'altro film. E' una scena che fa un po' ridere, ma in quella scena si sta consumando, o raggiungendo la realizzazione di un ideale vagheggiato dalla lei o dal lui - non ricordo più - in giovane età. E quindi, vede, la felicità può assumere l'espressione di una scena un po' grottesca o surreale, o comunque che ci fa sorridere, e il volto serio di un ragazzo che vede qualcosa che in qualche modo lo trascende, ma che per lui è felicità.

D.:Lei ha parlato prima di consapevolezza, quindi di quella frazione di secondo che ci fa dire: "Sono felice!". Quindi ci sono delle spie d'allarme, per farci capire se davvero siamo felici?

R.:Non si può dire: "io sono felice" perché mi si è acceso un led o una lucina da qualche parte. Della felicità noi siamo gli unici testimoni, e, quando siamo felici, intanto possiamo anche non dirlo. Tanto ci basta essere felici, e d'altra parte non ci occorre, se raggiungiamo quella condizione, una prova empirica visibile che ci dica che siamo felici. La felicità, cara signorina, ed anche la sofferenza, sono, come diciamo noi filosofi, incorreggibili. Uno si sente felice. "Io sono felice, a meno che tu non mi dimostri il contrario", è una frase che non sta in piedi. La felicità è un’esperienza tutta soggettiva, tutta interiore.

La felicità invece è qualcosa di costitutivamente enigmatico. Non vi posso dare ricette. Lo dicevo prima. Vi posso dire, al contrario, che la felicità potrebbe, per ognuno di voi individualmente preso, configurarsi nei modi più imprevisti. Allora, se questo è vero, la vera astuzia è preparare le nostre antenne a cogliere i momenti che alludono ad uno stato di felicità, per noi. Avevo anche scelto un altro film, dove la felicità si identificava con un raggio verde del sole che tramonta, ma che nessuno vede, eppure molti lo vedono, o ci credono, o credono di vederlo. E questo è un altro bel modo di alludere alla felicità.

D.:Secondo Lei la felicità è uno stato soggettivo ed individuale, quindi non può esistere una felicità collettiva? La comunità non può raggiungere una felicità che accomuni gli uomini?

R.:Se io le chiedessi: lei, nella storia d'Occidente, ha mai trovato uno stato felice, una comunità felice? Le rispondo io: non l'ha trovata. Questo è vero, ma non è tutta la verità. Cioè non escludo assolutamente che ci possano essere delle modalità di felicità che non consistono in uno stato individuale, esistenziale. E mi rendo conto di avere sottolineato soprattutto questo modello di felicità. In parte ero unilaterale, perché invece è molto vero, come ho anche detto nella scheda introduttiva, che la felicità può anche coincidere con un tipo di relazione che uno ha saputo costruire col proprio partner, con la propria comunità di lavoro, con la propria comunità sociale di appartenenza. La felicità può anche assumere un volto in prosa, ma non è detto che la felicità debba essere il momento di epifania estatica. Questa è una felicità, ma esiste anche una felicità legata ad una prosa del mondo, ad una prosa del quotidiano, ad una serenità non opaca. Sul rapporto felicità - euforia ho risposto con l'aggressività che era giusto usare. Sul rapporto felicità - serenità sarò molto più problematico. La felicità potrebbe davvero essere un sinonimo di serenità, specie in un mondo come il nostro, dove la serenità è così rara. E dunque, tra gli altri messaggi che vi sto mandando, è quello che già indicavo nella introduzione: la felicità non può essere definita in modo universale. Nelle varie epoche storiche, nelle varie congiunture, noi assumiamo diverse posizioni.

D.:Premettendo che sono d'accordo con Lei quando dice che la felicità non è euforia, perché magari dietro un sorriso si può nascondere una grande sofferenza, volevo chiederle fino a che punto può esserci un legame tra la passione e la felicità? Cioè la passione può essere causa di felicità?

R.:Sì, la passione può produrre felicità.

D.:Non euforia?

R.:"Euforia" è un termine che mi spinge a mettere la mano al calcio della pistola, proprio nella misura in cui, come dicevo prima, la società di oggi cerca di convincerci che l'euforia è il massimo a cui noi possiamo aspirare, perché l'euforia si può governare in modo biochimico, come è ben chiaro. Mentre non si possono governare certi stati simbolici estremamente complessi, a cominciare appunto dalla felicità. Tant'è vero che della felicità non sta neanche tanto bene parlarne in pubblico. La controparte ti risponderà: "Ma che termine retorico! Forse tu vuoi dire che sei contento!". Guai, la felicità non è un'euforia, ma, al limite, non è neanche una contentezza. E' un qualcosa di più e di diverso.

D.:La felicità non mi sembra nemmeno serenità. La felicità la vedo come un attimo, mentre la serenità, secondo me, è uno stato che dura di più. Credo che questo tipo di felicità, intesa come attimo, sia provata soprattutto dai giovani, che magari non se ne accorgono neanche, ma per un momento sono veramente felici. Una persona serena, invece, lo è sempre.

R.:La sua domanda è molto densa, molto complessa, e direi cruciale. Accetto totalmente l'accentuazione di un rapporto stretto tra la felicità ed il momento o la passione. Però, proprio alcune sue parole mi aiutano a sollevare un interrogativo molto delicato: avete tutti i diritti, voi giovani, di essere felici e di esserlo in quel modo. Che dire degli altri? Gli adulti, gli anziani.

E' probabile che, specialmente gli anziani, non possano contare sulla felicità, quale lei l'ha definita, in un rapporto stretto con certe motivazioni, la passione o quant'altro. Vorremo allora dire che non ci può essere felicità nell'anziano?

Lei sa benissimo, o lo immagina, che anche i vecchi possono essere felici. Il che implica che ci siano altre modalità di felicità, diverse da quelle che lei, giustamente, dal suo punto di vista, mette in evidenza. Da questo punto di vista non posso che ribadire il possibile rapporto tra la felicità ed una serenità che includa uno stato personale di equilibrio e di appagamento.

Esiste anche un rapporto tra felicità e serenità, soprattutto per certi soggetti umani. Non solo gli anziani, ma certo, pensando alla possibile felicità degli anziani, si può rimandare allo stato di serenità, e ancora più ad una relazione felicitante tra l'anziano ed una rete di familiari o di amici, che ancora gli diano un senso forte della propria esistenza. Quindi, di nuovo, ribadisco la pluralità della felicità.

D.:Pensa sia vero che la felicità dei giovani sia legata maggiormente alle passioni, mentre la felicità degli anziani sia più legata alla consapevolezza di uno stato reale di benessere?

R.:Per lo più i giovani possono avere momenti di felicità intensa, legati a certe loro situazioni di rapporto con l'altro. Queste situazioni possono manifestare indici di grande intensità. D'altra parte quel tipo di felicità, a cui lei chiaramente si riferisce, è una felicità di breve durata, qualche volta di durata più lunga. Ma vede, il problema è che di felicità ce ne sono tante, e nessuna potrebbe darle il catalogo definitivo. Salterà sempre fuori un Pierino o anche un nonnino che dica: ma io sono felice per questo ulteriore motivo. E questo è il fascino della felicità, che uno non sa mai come si realizza. Ed è per questo che io vi dicevo di tenere soprattutto le antenne molto ...

D.:Secondo lei è possibile imparare ad essere felici?

R.:Credo che molti di voi si aspettano una risposta: "no", decisa. Non sarà questa la mia risposta. Certo insegnare ad essere felici è un desiderio abbastanza astratto, tecnologico. Però, per un altro verso, si può accettare questa formula, almeno in certi limiti. Cioè, si può insegnare, non proprio ad essere felici, ma ad essere preparati al possibile incontro con la felicità. Ecco, questa è la formula che preferirei sottolineare, anziché la tua. Prepararsi, essere preparati ad un incontro, perché nella felicità, questo non dimenticatevelo mai, c'è sempre un elemento di imprevedibilità. Ed ecco perché il vero problema è essere sempre pronti a captare le occasioni diverse di essere felici. E questo vale anche per voi giovani, perché avete più volte sottolineato che la felicità è molto vicina alla passione. Magari, giustamente, avevate in mente una felicità legata all'amore. L'amore certamente ha molto a che fare con la felicità. Ma non esageriamo. Ci sono anche delle esperienze, perfino nei giovani, nelle quali la felicità non è tutta ancorata a questo stato amoroso, passionale, o quant'altro.

D.:Un uomo può essere felice se la persona amata raggiunge la felicità?

R.:La risposta è stata consegnata ad una delle immagini più imperiture della storia del cinema. Peccato che non sia stato possibile, come speravo, proiettarla in questa trasmissione. E' l'ultima immagine del film di Chaplin, Luci della città, dove Charlot ha dato i soldi perché la fanciulla da lui amata potesse riacquistare la vista. La fanciulla riacquista la vista, vede chi era il suo principe azzurro per la prima volta, e resta abbastanza perplessa. Charlot non è troppo seducente. Lui del resto capisce perfettamente la delusione, e tuttavia è felice. Il messaggio stupendo di Chaplin è che la felicità può anche coincidere con la constatazione che la persona da noi amata è felice grazie a noi.

D.:Lei ritiene che per un giovane sia opportuno, per essere felice, staccarsi ogni tanto dalla realtà?

R.:Sì, ma non necessariamente solo per i giovani. Che ci possa essere un momento nel quale mettiamo tra parentesi le visioni e le esperienze di questo mondo, che così spesso, anche se non sempre, sia ben chiaro, ci delude, e nel quale non sempre ci riconosciamo, e che cerchiamo, ritraendoci dal mondo, di costruirci una nostra felicità, questo è vero. C'è un famoso dramma di Ibsenn, L'anatra selvatica, in cui la felicità veniva collocata spazialmente in una soffitta, che era quasi una antitesi, un luogo lontano mille miglia dal mondo reale. Che dire di queste immagini, di questi orientamenti? Da un lato esistono, dall'altro li guardo con qualche apprensione, perché ritrarsi dal mondo può produrre un momento di liberazione, ma non proprio di felicità in senso pregnante. Ci liberiamo dal mondo. E ciò felicita se e quando questo mondo è davvero infame. D'altra parte la risposta: "Il mondo è infame ed io mi ritiro nella mia soffitta", quale rischio comporta? Quello di sostituire a componenti concrete, reali, vitali, dell'essere umano, delle componenti puramente immaginarie, di fantasia. Si può essere felici anche con un insieme di immagini e fantasie? Sì, ma quella è una felicità che mi parrebbe molto, molto fragile. Quanto meno l'indicazione che, assumendomene ogni responsabilità, vorrei darvi - siamo già in chiusura - è quella di cercare una felicità reale, anche se, in quanto reale, non sarà mai né assoluta, né perfetta, né invariante, però sarà reale. E lei non si sbaglierà più tra il fantasma della soffitta e la realtà di un volto amato. La felicità sta nel rapporto con un volto amato, sta nel produrre qualche cosa per l'altro e per noi stessi. E' un falso dilemma quello di dire: la felicità è un fatto puramente soggettivo, egoistico, o è un fatto tutto relazionale? Le due cose si intrecciano. E' difficile, a ben guardare, creare una felicità tutta egocentrica. E' molto difficile e pochi di noi lo fanno veramente. Non crediate di essere poi così egoisti, non siete egoisti. L'uomo sano non è egoista. L'uomo cerca l'altro. L'uomo è un "animale politico", come diceva Aritostele, la sua felicità e la sua sofferenza si trovano lì. E' lì che dobbiamo cimentarci nella felicità. E poi c’é la felicità come ricerca, ricerca di quell’oggetto misterioso, che magari non esiste. E dov'è il mio regista, perché vorrei sapere se, a questo punto devo leggere. Intanto io non so leggere i poeti, e poi ho molte paure e timori. D'altra parte i versi che vi leggerò sono tra i versi più straordinari di uno dei più grandi poeti dell'intera tradizione poetica italiana, Montale, Ossi di seppia, che, guarda caso, dedica alcuni versi alla felicità. E lui scrive: "Felicità raggiunta, si cammina per te su un fil di lana. Per gli occhi sei un barlume che vacilla, al piede teso ghiaccio che si incrina. E dunque non ti tocchi chi più t'ama".

Lunedì 21 settembre 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"INTOLERANCE - sguardi del cinema sull’intolleranza", 22 episodi di autori vari, per la durata complessiva di novanta minuti, anno 1996 - IN ITALIANO

"L’ODIO" (La Haine) - regia di Mathieu KASSOVITZ - anno 1995 - durata 95 minuti circa - IN ITALIANO

DAL "DIZIONARIO DEI FILM 1998" - Baldini&Castoldi: Dopo una notte di guerriglia urbana con la polizia scatenata dalla notizia che durante un interrogatorio un ispettore ha ferito a morte un ragazzo di sedici anni, i giovani della cintura parigina si svegliano in stato d’assedio. Ancora scossi e smaniosi di vendetta, Vinz (Cassel), Hubert (Kounde) e Sai (Taghmaoui) si aggirano in cerca di un’occasione per scatenare la loro rabbia, dalla banlieu a Parigi e poi ancora nella banlieu. Vinz ha anche una pistola, perduta da un poliziotto durante gli scontri, e muore dalla voglia di usarla. Dalle 10.38 alle 6.01 del giorno dopo: quasi ventiquattr’ore nella vita di tre ventenni, scandita dall’asetticità dell’indicazione temporale, in un ritratto senza fronzoli di una gioventù urbana che si trascina giorno dopo giorno tra voglia di integrazione e profonda insicurezza (le belle scene dei protagonisti davanti agli specchi, alla ricerca di un’identità che solo altri - i miti del cinema o un’eleganza sognata - sembrano poter dare. "Portaparola" di una generazione di giovani rappeur e casseur, il film evita il populismo e non cavalca mai la rabbia, ma ne prende quasi le distanze, con una saggia dose di ironia e un controllo delle immagini al limite del formalismo, alla ricerca di una essenzialità "metafisica", con la macchina da presa attaccata ai volti di tre attori straordinariamente espressivi. Kassovitz interpreta lo shinhead che Vinz non ha il coraggio di ammazzare. Premio per la regia a Cannes.

DA "LES ENFANTS DE LA LIBERTÉ - Le jeune cinéma français des années 90" - Éditions du Seuil:

Il y a plusieurs manières de résumer La Haine. Par exemple, comparer une boule de haine à une boule de neige. Comme la boule de neige lancée sur une pente neigeuse, la boule de haine, lancée dans un monde haineux, grossit, grossit, jusqu’à ce qu’elle rencontre un obstacle et explose.

On pourrait dire aussi que La Haine décrit un cercle vicieux: la peur crée les bavures, les bavures créent la haine, la haine crée la peur. Et ça recommence, indéfiniment.

La Haine nous terrifie parce qu’il dégage un sentiment d’inéluctable.

Venerdì 2 ottobre 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"JFK - Un caso ancora aperto", regia di Oliver STONE (durata 185 minuti circa), anno 1991 - IN ITALIANO

Scheda tratta dalla presentazione sulla videocassetta:

"Spero che molti, dopo aver visto il film, si facciano un’idea più precisa della storia. JFK è la nostra alternativa alla commissione Warren, un’ulteriore possibilità per riflettere sulla questione. Spero che si crei in questo modo una maggiore consapevolezza sui giochi politici e sugli omicidi eccellenti. Mi auguro che il film possa anche spronare la gente in direzione dell’attivismo politico, in modo da disegnare un futuro migliore sulla base del passato. Questo è quanto desidero di più al mondo..." - OLIVER STONE, regista di JFK

Stone, Oliver (New York 15.9.1946 -) Regista cinematografico statunitense. Autore di film di forte impegno sociale. Salvador, Platoon (1986); Wall Street (1987); Nato il 4 luglio (1989); JFK (1991); Tra cielo e terra (1994); Natural born Killers - Assassini nati (1994); Nixon (1995).

Kennedy, John Fitzgerald (Brookline 29.5.1917 - Dallas 22.11.1963) Politico statunitense. Figlio di Joseph (Boston 1888 - Hayannisport 1963), senatore e finanziere, ambasciatore a Londra (1937-40), fu deputato del Partito democratico dal 1946 e senatore dal 1952, promosse una serie di iniziative che gli procurarono una vasta popolarità. Candidato democratico alle elezioni presidenziali del 1960, sconfisse R. Nixon, divenendo il 35o presidente, il più giovane della storia e il primo cattolico. Intraprese un vasto programma di riforme, valendosi della consulenza di numerosi intellettuali progressisti: lanciò il progetto della `Nuova frontiera' contro la povertà e si impegnò per i diritti civili delle minoranze etniche, ma fu ostacolato dall'opposizione congressuale che in molti casi impedì le riforme. In politica estera, dopo aver appoggiato il tentativo di invasione di Cuba (1961), i principali sforzi furono indirizzati verso un programma di aiuti ai paesi dell'America latina (`Alleanza per il progresso', 1961) e verso la ricerca della distensione con l'URSS; in questo ambito, pur non riuscendo a trovare soluzioni concordate per la città di Berlino, dopo la crisi determinata dall'installazione di missili sovietici a Cuba (10.1962), giunse a un accordo per una moratoria degli esperimenti nucleari (7.1963). Preludio alla futura guerra fu l'invio di truppe nel Vietnam del sud, come sostegno al governo nella repressione della guerriglia. Fu assassinato nel corso di un viaggio nel Texas, in circostanze mai chiarite. Il fratello Robert Francis (Brookline 20.11.1925 - Los Angeles 6.6.1968), fu ministro della giustizia durante la presidenza di John. Senatore dal 1965, accentuò il suo impegno nel campo dei diritti civili e contro la guerra in Vietnam. Venne assassinato durante la campagna per le elezioni presidenziali del 1968.

Venerdì 2 ottobre 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"JFK - Un caso ancora aperto", regia di Oliver STONE (durata 185 minuti circa), anno 1991 - IN ITALIANO

Scheda tratta dalla presentazione sulla videocassetta:

"Spero che molti, dopo aver visto il film, si facciano un’idea più precisa della storia. JFK è la nostra alternativa alla commissione Warren, un’ulteriore possibilità per riflettere sulla questione. Spero che si crei in questo modo una maggiore consapevolezza sui giochi politici e sugli omicidi eccellenti. Mi auguro che il film possa anche spronare la gente in direzione dell’attivismo politico, in modo da disegnare un futuro migliore sulla base del passato. Questo è quanto desidero di più al mondo..." - OLIVER STONE, regista di JFK

Stone, Oliver (New York 15.9.1946 -) Regista cinematografico statunitense. Autore di film di forte impegno sociale. Salvador, Platoon (1986); Wall Street (1987); Nato il 4 luglio (1989); JFK (1991); Tra cielo e terra (1994); Natural born Killers - Assassini nati (1994); Nixon (1995).

Kennedy, John Fitzgerald (Brookline 29.5.1917 - Dallas 22.11.1963) Politico statunitense. Figlio di Joseph (Boston 1888 - Hayannisport 1963), senatore e finanziere, ambasciatore a Londra (1937-40), fu deputato del Partito democratico dal 1946 e senatore dal 1952, promosse una serie di iniziative che gli procurarono una vasta popolarità. Candidato democratico alle elezioni presidenziali del 1960, sconfisse R. Nixon, divenendo il 35o presidente, il più giovane della storia e il primo cattolico. Intraprese un vasto programma di riforme, valendosi della consulenza di numerosi intellettuali progressisti: lanciò il progetto della `Nuova frontiera' contro la povertà e si impegnò per i diritti civili delle minoranze etniche, ma fu ostacolato dall'opposizione congressuale che in molti casi impedì le riforme. In politica estera, dopo aver appoggiato il tentativo di invasione di Cuba (1961), i principali sforzi furono indirizzati verso un programma di aiuti ai paesi dell'America latina (`Alleanza per il progresso', 1961) e verso la ricerca della distensione con l'URSS; in questo ambito, pur non riuscendo a trovare soluzioni concordate per la città di Berlino, dopo la crisi determinata dall'installazione di missili sovietici a Cuba (10.1962), giunse a un accordo per una moratoria degli esperimenti nucleari (7.1963). Preludio alla futura guerra fu l'invio di truppe nel Vietnam del sud, come sostegno al governo nella repressione della guerriglia. Fu assassinato nel corso di un viaggio nel Texas, in circostanze mai chiarite. Il fratello Robert Francis (Brookline 20.11.1925 - Los Angeles 6.6.1968), fu ministro della giustizia durante la presidenza di John. Senatore dal 1965, accentuò il suo impegno nel campo dei diritti civili e contro la guerra in Vietnam. Venne assassinato durante la campagna per le elezioni presidenziali del 1968.

Lunedì 12 ottobre 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"VIRIDIANA" (Viridiana) - regia di Luis Buñuel - durata 90 minuti circa - anno 1961 - IN SPAGNOLO SOTTOTITOLATO IN INGLESE

ATTENZIONE: IL FILM NON E’ DI MIA PROPRIETA’. LO PRENDERO’ IN NOLEGGIO SIN DA QUALCHE GIORNO PRIMA. C’è purtuttavia la possibilità - alquanto remota - che la cassetta non sia disponibile per il giorno previsto per la proiezione. IN TAL CASO NON AVVERRA’ alcuna proiezione. Ne chiedo scusa anticipatamente a tutti gli amici.

DA "ENCICLOPEDIA ZANICHELLI 1998": Buñuel, Luis (Calanda 22.2.1900 - Città del Messico 29.7.1983) Regista cinematografico spagnolo. Nella sua opera è ricorrente la satira di gusto anarchico e surreale della società borghese e dei suoi valori. OP: Un chien andalou (1928); L'âge d'or (1930); Terra senza pane (1933); I figli della violenza (1950); El (1952); Estasi di un delitto (1955); Nazarin (1958, premio speciale della giuria al festival di Cannes); Viridiana (1961, Palma d'oro al festival di Cannes); L'angelo sterminatore (1962); Diario di una cameriera (1963); Bella di giorno (1967, Leone d'oro al festival di Venezia); La via lattea (1969); Tristana (1970); Il fascino discreto della borghesia (1972, Oscar miglior film straniero); Il fantasma della libertà (1974); Quell'oscuro oggetto del desiderio (1977).

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA" - Fernaldo Di Giammatteo - 1986 - Editori Riuniti:

TRAMA: Viridiana è una giovane novizia. Poco prima di prendere i voti va a far visita allo zio, don Jaime. La moglie di quest’ultimo è morta trent’anni prima la sera delle nozze. Una sera Don Jaime, ravvisando nella nipote una somiglianza con la moglie morta (e sempre rimpianta) le chiede di indossare l’abito nuziale. Aiutato dalla devota governante Ramona, Don Jaime droga la nipote e la porta in camera sua. Tenta di violentarla. Pentito le confessa la sua colpa e le chiede di restare con lui. Viridiana scappa e Don Jaime si impicca. La giovane (erede di parte della proprietà) decide allora di restare, col proposito di dedicarsi a opere di bene. Accoglie in casa un gruppo di mendicanti dall’aspetto ripugnante e tenta di redimerli. Si scontra così con il cugino Jorge, giunto a prendere possesso della fattoria con l’idea di farne una moderna azienda. Una sera i mendicanti, rimasti soli nella casa, si scatenano: organizzano una cena che si trasforma ben presto in un’orgia. Jorge e Viridiana tornano prima del previsto. Due dei mendicanti immobilizzano Jorge e saltano addosso a Viridiana. Il giovane però riesce a salvarla corrompendo uno dei suoi carcerieri che uccide il sequestratore della ragazza. I mendicanti fuggono. Viridiana, disillusa e amareggiata, rimane sola. Una sera va nella camera di Jorge. Lo trova con Ramona, che è diventata la sua amante. Il giovane la invita a sedersi e a giocare a carte con loro.

CRITICA: Quando il film di Buñuel fu presentato a Cannes nel 1961 (per un equivoco rappresentava ufficialmente la Spagna) e vinse la Palma d’oro suscitò un grande scandalo e una serie di proteste (dalla e della Spagna franchista che proibì la distribuzione di Viridiana). Come in Nazarin (1958) il sarcasmo bunueliano (di matrice surrealista) prende di mira la carità cristiana - o meglio la sua inutilità. L’anticlericalismo del film trova espressione soprattutto nella celebre sequenza dell’"ultima cena" dei mendicanti che si dispongono come nell’affresco di Leonardo. E’ un esempio del procedimento stilistico di Buñuel che come spiega G. Cremonini parte dalla "riproduzione fedele, minuziosa, entomologica dell’oggetto...: il significato nascosto (la ‘seconda realtà’, la ‘utopia’, lo smascheramento della ‘ideologia’) viene così immesso da Buñuel in oggetti-immagine ai quali apparentemente non compete, e ciò attraverso una resa figurativa dell’oggetto che sembra mimetica e non lo è". Nella rappresentazione bunueliana gli oggetti noti assumono nuove, inedite valenze: così la corda con cui gioca la figlia di Ramona che servirà a Don Jaime per impiccarsi. Nel film sono presenti tematiche abituali nell’opera del regista: il feticismo, i simboli fallici, le allusioni, esplicite o enigmatiche, il confronto critico o addirittura blasfemo con la religione.

C’è chi ha visto nel personaggio di Viridiana la rappresentazione metaforica della Spagna, paese in cui fra l’altro Buñuel aveva girato il film dopo quasi trent’anni di esilio (da Las Hurdes, 1932). Il dramma apologo bunueliano può anche essere interpretato come un’accusa contro la borghesia terriera spagnola, legata irrimediabilmente al passato e personificata da Don Jaime. Jorge - il figlio illegittimo - è la rappresentazione simbolica della nuova borghesia spagnola che dissoda le terre e ammoderna la casa solo per perpetuare il suo dominio. I mendicanti infine sono gli oppressi, gli sfruttati e Viridiana ancora uno strumento del potere, per il quale la carità è solo un modo di autoincensarsi e rafforzarsi. Il film fu premiato anche al festival di Berlino.

VENERDI’ 16 OTTOBRE 1998 - A CASA DI AURORA

ORE 20.30 - ATTENZIONE: A CASA DI AURORA

CENA ED ‘AFORISMI’

Chiunque vorrà potrà leggere, recitare, cantare aforismi.

ALCUNI AFORISMI:

Il modo di vestirsi è una preoccupazione sciocca. Ma è molto sciocco per un uomo non essere ben vestito. (Dress is a very foolish thing, and yet it is a very foolish thing for a man not to be well dressed). PH. D. CHESTERFIELD (uomo di stato inglese, 1694-1773)

I veri amici vedono i tuoi errori e ti avvertono; i falsi amici vedono allo stesso modo i tuoi errori e li fanno notare agli altri. (Deine wahren Freunde sehen deine Fehler und machen dich darauf aufmerksam; deine falschen Freunde sehen ebenfalls deine Fehler und machen andere darauf aufmerksam). FLIGENDE BLÄTTER (settimanale umoristico tedesco)

La morte non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, e quando c’è la morte noi non ci siamo più. (`O q£natoj oÙqn prÕj ¹m©j, ™peid"per Ótan mn ¹me‹j ðmen, Ð q£natoj oÙ p£restin, Ótan d Ð q£natoj parÍ, tÒq' ¹me‹j oÙk ™smšn.) EPICURO (filosofo greco, 341-270 a.C.)

Giovedì 22 ottobre 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"IL SOGNO DELLA FARFALLA", regia di Marco BELLOCCHIO (durata 112 minuti circa), anno 1994 - IN ITALIANO

DA "ENCICLOPEDIA ZANICHELLI 1998": Bellòcchio, Màrco (Piacenza 9.11.1939 -) Regista cinematografico. Ha esordito con I pugni in tasca (1965), espressione di violenta polemica ideologica. La Cina è vicina (1967); Nel nome del padre (1971); Sbatti il mostro in prima pagina (1972); Marcia trionfale (1976); Salto nel vuoto (1980); Diavolo in corpo (1985); La visione del sabba (1987); La condanna (1991); Il sogno della farfalla (1994).

Scheda tratta dalla presentazione sulla videocassetta:

Un’avventura romantica, protagonista un attore, Massimo, che pur dando voce a grandi personaggi del repertorio classico nella vita quotidiana ha scelto di non parlare. Un regista, affascinato dal suo talento e dalla originalità della sua scelta, decide di fare uno spettacolo su di lui. A scriverlo sarà la madre di Massimo. Intorno al giovane artista ruotano dei personaggi che, invano, cercano di ricondurlo alla normalità della comunicazione verbale, ma il suo silenzio è una sfida sottile, incomprensibile anche per chi lo ama: come la sua ragazza, che pur condividendone la scelta ideale, alla fine, drammaticamente gli chiederà di rispondere alle sue parole d’amore.

Lunedì 26 ottobre 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"L’ANGELO STERMINATORE" (El angel exterminador) - regia di Luis Buñuel - durata 95 minuti circa - 1962 - IN SPAGNOLO SOTTOTITOLATO IN INGLESE

DA "ENCICLOPEDIA ZANICHELLI 1998": Buñuel, Luis (Calanda 22.2.1900 - Città del Messico 29.7.1983) Regista cinematografico spagnolo. Nella sua opera è ricorrente la satira di gusto anarchico e surreale della società borghese e dei suoi valori. OP: Un chien andalou (1928); L'âge d'or (1930); Terra senza pane (1933); I figli della violenza (1950); El (1952); Estasi di un delitto (1955); Nazarin (1958, premio speciale della giuria al festival di Cannes); Viridiana (1961, Palma d'oro al festival di Cannes); L'angelo sterminatore (1962); Diario di una cameriera (1963); Bella di giorno (1967, Leone d'oro al festival di Venezia); La via lattea (1969); Tristana (1970); Il fascino discreto della borghesia (1972, Oscar miglior film straniero); Il fantasma della libertà (1974); Quell'oscuro oggetto del desiderio (1977).

Nace el 22 de febrero de 1900 en Calanda (Teruel).

En 1917 se traslada a la Residencia de Estudiantes de Madrid para cursar estudios de ingeniero agrónomo obligado por su padre. En la Residencia conocerá a Federico García Lorca y a Salvador Dalí.

Louis Aragon imparte en la Residencia una conferencia sobre el surrealismo en 1925.

Al año siguiente Buñuel ingresa en la Académie du Cinema de París.

El 2 de abril de 1929 se inicia la filmación de Un perro andaluz. Dos días antes de que finalice el rodaje se incorpora Dalí e interpreta a un marista arrastrado por el suelo. A finales de ese año ambos se reunen en Figueras para la elaboración del guión de La edad de oro, que se estrena en Londres el 2 de enero de 1931.

En 1932 Buñuel se aleja de la corriente especulativa del surrealismo, aproximándose al ala comunista del movimiento, colaborando con la Asociación de Escritores y Artistas Revolucionarios. En los meses de abril y mayo rueda el documental Las Hurdes, siendo prohibido por la censura por considerlo denigrante para España.

Funda la productora Filmófono con Ricardo Urgoiti en 1935, y estrenan Don Quintín el amargao y La hija de Juan Simón.

Tras el inicio de la guerra cívil española es trasladado a Francia por el Ministro de Asuntos Exteriores para coordinar misiones de propaganda. Ayuda a André Malraux a rodar Sierra de Teruel y a Joris Ivens en Tierra de España (The Spanish Earth). Al año siguiente supervisa el montaje de España leal en armas, un documental a partir de las filalmaciones de corresponsales de guerra.

En 1941 Buñuel ingresa en el Museo de Arte Moderno de Nueva York, como productor asociado en el área documental. Al año siguiente, es nombrado supervisor de documentales por Nelson Rockefeller y solicita la ciudadanía estadounidense. En octubre se publica en inglés la Vida secreta de Salvador Dalí. La información contenida en este libro referente a Buñuel provocará un escándalo que obligará a Buñuel a dimitir de sus cargos al año siguiente.

En 1945 Buñuel se traslada a Hollywood, donde coincide con José Rubia y con otros exiliados españoles. Uno de sus proyectos es el rodaje de Los basureros de Los Angeles, en colaboración con Man Ray. Otro proyecto será La novia de los ojos asombrados.

Trasladado a México en 1946 rueda Gran Casino con Jorge Negrete, que será un rotundo fracaso. En 1949 Buñuel adopta la nacionalidad mexicana. Al año siguiente rueda Los olvidados, siendo friamente acogido y Susana.

Del 8 de enero al 3 de febrero de 1951 filma La hija del engaño. En abril inicia el rodaje de Una mujer sin amor. En mayo se premia en Cannes a Los olvidados, siendo el redescubrimiento de Buñuel. En agosto inicia el rodaje de Subida al cielo.

En 1952 comienza En bruto y Robinson Crusoe (en inglés y en color). Al año siguiente rueda: El, Abismos de pasión y La ilusión viaja en tranvía, y al año siguiente El río y la muerte. En 1955 filma Ensayo de un crimen, cuyo éxito le abre las puertas de la cinematografía francesa. Rueda en Córcega Así es la aurora.

En 1956 rueda La muerte de este jardín, una coproducción franco-mexicana y Nazarín en 1958, que recibe la Palma de Oro en Cannes y que está a punto de valerle el premio de la Oficina Católica de Cine, a lo que contesta: Si me la hubiesen dado, me habría visto obligado a suicidarme... Gracias a Dios, todavía soy ateo. Comienza la filmación de Los ambiciosos (la fièvre monte à El Pao).

En 1961 regresa Buñuel a España y dirige Viridiana, recibe la Palma de oro en Cannes y los furibundos ataques del Vaticano... oficialmente desaparece la película.

En 1962 dirige El ángel exterminador, donde alude a Dalí. En 1963 dirige Diario de una camarera iniciándose la colaboración con el productor Serge Silberman y con el guionista Jean-Claude Carrière.

En la película de Carlos Saura Llanto por un bandido, Buñuel interpreta el papel del verdugo, y en En este pueblo no hay ladrones de Alberto Isaac interpreta a un cura. También en 1964 planea Cuatro misterios, rodando: Las Menades (de Cortazar), Gradiva (de Jensen), Ilegible, hijo de flauta (de Buñuel y Larrea) y Secuestro (guión suyo). Cambia de planes y comienza Simón del desierto, inspirándose en ideas de Lorca. Presentada en la Mostra de Venecia, obtiene el León de Plata.

El rodaje de Belle de jour se inicia en Francia en 1966, obteniendo un enorme éxito de público y el León de Oro en la Mostra.

El rodaje de La vía láctea tiene lugar en 1969, estrenándose en París. Al año siguiente rueda Tristana en Toledo.

El discreto encanto de la burgesía se rueda en 1972, y obtiene el Oscar a la mejor película extranjera.

En el mes de Junio de 1977 Buñuel termina el rodaje de su última película: Ese oscuro objeto del deseo.

El día 29 de julio de 1983 fallece Luis Buñuel Portolés en Ciudad de México a los 83 años de edad.

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA" - Fernaldo Di Giammatteo - Editori Riuniti - 1984:

TRAMA: Gli ospiti della famiglia Nobile, dopo essere stati a teatro, si recano al palazzo per la cena. Tutti si comportano come al solito, ma subito cominciano a succedere fatti strani. Tutta la servitù sparisce. Resta solo il maggiordomo. Ci si siede a tavola e la conversazione prosegue su toni futili anche quando gli argomenti trattati sono seri. Al maggiordomo cade il piatto con la prima portata, ma tutti pensano a uno scherzo. Nessuno bada ad altre cose strane che succedono: un posacenere lanciato all’improvviso contro una finestra, un orso che passeggia nelle sale del palazzo, due zampe di gallina saltano fuori dalla borsetta di una signora. Finita la cena tutti passano in salotto ad ascoltare la musica eseguita al piano da una degli invitati. Trascorrono le ore ma nessuno si congeda dai padroni di casa. Senza che se ne parli esplicitamente ci si prepara a passare la notte nel salotto. Al mattino ci si rende conto che non è possibile oltrepassare la porta, nonostante sia aperta. Si fanno le ipotesi più svariate mentre il nervosismo aumenta. Improvvisamente si scopre che uno degli ospiti è morto. Si nasconde il cadavere in un armadio. Il tempo passa. Dall’esterno i tentativi per entrare falliscono tutti. Aumenta la disperazione dei reclusi, peggiora la loro situazione ambientale, per la fame e i bisogni corporali. Ormai abbrutiti, gli ospiti non si controllano più. Una coppia di giovani innamorati si suicida nel ripostiglio dove era stato chiuso il cadavere. Chi reagisce con la preghiera, chi con la superstizione, individuando nel padrone di casa una vittima sacrificale. Nobile viene salvato dal medico, ma ormai l’assurdo regola la vita della piccola comunità. Entra dalla porta un gregge di pecore e nessuno se ne meraviglia. Sarà Letizia, che ha appena avuto la sua prima esperienza sessuale con Nobile, a trovare la "chiave" per uscire: rimettersi nella posizione in cui si trovavano all’inizio della serata. Usciti dal palazzo tutti finiscono in chiesa per un Te Deum di ringraziamento. Ma quando fanno per uscire, di nuovo non ci riescono. Un altro gregge di pecore entra in chiesa mentre la polizia disperde con colpi di arma da fuoco un gruppo di dimostranti.

CRITICA: "Se il film che vedrete vi sembrerà enigmatico o incoerente, anche la vita lo è. È ripetitivo come la vita e, come la vita, soggetto a molte interpretazioni." Questa la didascalia di apertura, che mette in guardia lo spettatore. Ma, come è ovvio, la critica si è sbizzarrita in tutte le possibili interpretazioni di questo thriller surrealista. Di certo si riconoscono nel film tematiche abituali nel regista spagnolo e riconducibili a una matrice surrealista (messicano dopo la parentesi commerciale questo è il primo film che si ricollega all’esperienza del surrealismo storico): l’uso di un bestiario (l’orso, le pecore), le sequenze oniriche (la mano tagliata che esce dall’armadio a muro e avanza sui tappeti, la visione del papa), le azioni improvvise e inspiegabili (il portacenere gettato contro la finestra), il tema dell’amour fou, ancora una volta destinato al fallimento come ne L’âge d’or (L’età dell’oro) (Eduardo e Beatriz si suicidano). Ancora una volta oggetto degli strali di Buñuel è la borghesia metaforicamente rappresentata nella sua incapacità di uscire da se stessa e di rinnovarsi. I dialoghi invece di essere specchio di una solida ideologia alto-borghese divengono vacui luoghi comuni anche quando gli argomenti trattati sono tragici. Come sempre nei film di Buñuel la borghesia è rappresentata nei momenti privilegiati del rituale sociale: pranzi, ricevimenti, la serata a teatro, i riti religiosi, momenti cioè che per il loro carattere iterativo e statico meglio servono per cogliere le caratteristiche della classe. E alla ripetizione è affidato un ruolo importante: molte azioni sono ripetute, in maniera tale però da sembrare inserite in un’altra azione (vedi l’entrata degli ospiti ed il brindisi). Si rinnova in tutto il film l’impossibilità di uscire. Infine, la chiave per uscire consiste nella ripetizione esatta della disposizione degli ospiti nel momento in cui si è manifestata l’incapacità di superare la porta del salone. Ripetizione che sottolinea l’aspetto stereotipato del rituale mondano o che serve ad inserire l’azione in un tempo mitico, ovvero in un’eternità che sostituisce la progressione con la ripetizione. L’uso di tale stilema rientra in un procedimento buñueliano più generale: l’introduzione dello strano nell’abitudinario, presente in tutto il film. Infine qui ritroviamo una delle costanti espressive del regista: l’accoglimento di un genere (quello del giallo) per poi rovesciarne il significato e gli esiti. Molti i premi attribuiti al film: fra tutti ricordiamo quello della FIPRESCI al festival di Cannes 1962. (Cristina Bragaglia)

 

ATTENZIONE: IL FILM NON E’ DI MIA PROPRIETA’. LO PRENDERO’ IN NOLEGGIO SIN DA QUALCHE GIORNO PRIMA. C’è purtuttavia la possibilità - alquanto remota - che la cassetta non sia disponibile per il giorno previsto per la proiezione. IN TAL CASO NON AVVERRA’ alcuna proiezione. Ne chiedo scusa anticipatamente a tutti gli amici.

Venerdì 6 novembre 1998 - PRESSO LA SALA BALDINI IN PIAZZA CAMPITELLI

Venerdì 6 novembre 1998, alle ore 20.30, presso la sala "Baldini" (piazza Campitelli - ROMA) avrà luogo un concerto del tenore Lamberto CANALI.

In programma arie di musica classica e napoletane dei primi del Novecento

Lunedì 9 novembre 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"IL DIARIO DI UNA CAMERIERA" (Le Journal d’une femme de chambre) - regia di Luis Buñuel - durata 97 minuti circa - 1963 - IN FRANCESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

 

 

"Il diario di una cameriera" (Le journal d’une femme de chambre) – Film di Luis Buñuel

Ispirandosi al romanzo di Mirbeau, che già fu soggetto di un film di Renoir del 1946, Buñuel ne traspone l’azione dalla Francia di fine secolo a quella di provincia degli anni successivi al primo dopoguerra. Al centro della vicenda c’è Celestine, un personaggio a suo modo ambiguo e contraddittorio, che bene funge tanto da punto di vista esterno su di un mondo avvizzito e paradossale, ma anche ripugnante e mostruoso, quanto da soggetto che piuttosto che contrapporsi a tale realtà finisce con l’integrarvisi, con lucida coscienza, vivendo nei suoi confronti una sorta di irresistibile e perversa attrazione. Celestine è una giovane e affascinante cameriera che da Parigi, dove ha vissuto per molto tempo, si trasferisce presso una nobile famiglia di campagna, i Monteil. Procedendo inizialmente senza un vero e proprio intreccio, il film mette in luce la mentalità e la moralità della borghesia di provincia, attraverso la rappresentazione di alcuni personaggi che sono i sintomi più evidenti di quella realtà: la signora Monteil, acida, bigotta, frigida e maniaca dell’ordine; il marito, sciocco, impotente, privo di qualsiasi influenza e impegnato a correr dietro ad ogni cameriera; il vecchio Rabour, padre della signora Monteil, maniaco, decadente e feticista, con un’incredibile collezione di scarpe femminili. Una scena che si svolge tra Celestine e Rabour è stata da più parti indicata come una possibile chiave di lettura dell’intero film. Si tratta dell’episodio in cui, mentre la cameriera legge ad alta voce un passo di A ritroso di Huysmans ("Poiché nel tempo che corre non esiste più sostanza sana, poiché il vino che si beve e la libertà che si proclama sono sofisticati e derisori, poiché è necessaria infine una singolare dose di buona volontà … per credere che le classi dirigenti siano rispettabili e che le classi subalterne siano degne di essere consolate o compatite…"), il vecchio Rabour le tasta il polpaccio e poi la interrompe per chiederle il numero delle scarpe. Altri personaggi giocano nel film un ruolo essenziale: il giardiniere Joseph, sadico, nazionalista, antisemita, espressione di una piccola borghesia che vede nel fascismo la realizzazione delle proprie aspirazioni attraverso la violenta liberazione di sordidi rancori e frustrazioni; l’immancabile curato, avido, viscido ed ipocrita; infine il vecchio capitano Mauger, un ufficiale in pensione vicino di casa dei Monteil, pieno di assurde idee patriottiche e militariste. Dopo la morte del vecchio Rabour, viene trovato in un bosco il corpo violato e senza vita di una bambina. Celestine sa che il colpevole è Joseph, lo denuncia non prima però di esser finita nel suo letto. La donna accetterà l’offerta di matrimonio del vecchio Monteil, mentre Joseph verrà scagionato per mancanza di prove. Il film si conclude con una manifestazione di alcuni gruppi di destra che, lungo le strade di Cherbourg, sfilano davanti al bar di cui Joseph, coronando il suo desiderio, è appena diventato proprietario.

Condotto sui binari di un naturalismo di fondo, non privo però di momenti di autentica esasperazione, il film ripropone alcuni motivi cari a tutto il cinema di Buñuel: dall’attacco ai valori costituiti (patria, proprietà, religione) allo smascheramento di ogni ipocrisia morale e ideologica. (Dario Tomasi)

ATTENZIONE: IL FILM NON E’ DI MIA PROPRIETA’. LO PRENDERO’ IN NOLEGGIO SIN DA QUALCHE GIORNO PRIMA. C’è purtuttavia la possibilità - alquanto remota - che la cassetta non sia disponibile per il giorno previsto per la proiezione. IN TAL CASO NON AVVERRA’ alcuna proiezione. Ne chiedo scusa anticipatamente a tutti gli amici.

VENERDI’ 13 NOVEMBRE 1998 - A CASA DI AURORA

ORE 20.30 - ATTENZIONE: A CASA DI AURORA


Il Beccalaglio, sec. XVIII

GIOCHI DI SOCIETA' E NON

SABATO 14 NOVEMBRE 1998 - ORE 18

INAUGURAZIONE DELLO STUDIO D'ARTE FENNEC CON LE OPERE IN PERMANENZA DELL'ARTISTA ACHIR


V. Van Gogh, Campo di grano

Via Saluzzo n.77 - Roma (metrò Ponte Lungo) - Tel.06-7023427

 

Scena del film "La vita è bella"

LA VITA E' BELLA

CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Roberto Benigni
Soggetto e sceneggiatura: Roberto Benigni, Vincenzo Cerami
Fotografia: Tonino Delli Colli
Scenografia, Costumi, Arredamento: Danilo Donati
Musica: Nicola Piovani
(ITALIA, 1997)
Durata: 120
Distribuzione cinematiografica: CECCHI GORI GROUP

PERSONAGGI E INTERPRETI

Guido: Roberto Benigni
Dora: Nicoletta Braschi
Zio: Giustino Durano
Ferruccio: Sergio Bustric
Laura: Marisa Paredes

Pieni di speranze e desiderosi di fare, giungono in una bella ed accogliente città due amici provenienti dalla campagna: siamo sul finire degli anni Trenta, il fascismo incombe come una cappa mentre Guido e Ferruccio perseguono i propri progetti, rispettivamente aprire una libreria e diventare un poeta famoso.

Nel frattempo Guido trova un posto da cameriere al Grand Hotel, Ferruccio continua a fare il tappezziere: poi, nella vita del primo irrompe l'amore sotto le vesti della maestrina Dora, che egli finirà per sposare dopo un lungo e complicato corteggiamento. Avranno un bambino, Giosuè, metteranno su la libreria, cercherannno di vivere dignitosamente; ma i tempi si fanno cupi, Ferruccio viene portato lontano dalla guerra, un brutto giorno le leggi razziali colpiscono Guido, che finisce internato con la sua famigliola in un campo di sterminio... Da questo momento in avanti, "La vita è bella" (sesta prova registica di Roberto Benigni, dopo un silenzio di oltre tre anni seguito al successo de "Il mostro") abbandona il tono ilare e buffo - tra René Clair e Jaco Van Dormael - della prima parte per spostarsi nei territori del drammatico: pur senza perdere quell'andamento da favola, da piccola novella sospesa sull'abisso del reale che è la sua vera carta vincente. La realtà del lager, trasfigurata da Danilo Donati con uno splendido lavoro di sottrazione (niente baracche né filo spinato, solo toni grigi, esterni plumbei, disciplina insensata), risulta vieppi riprodotta con estrema precisione: l'idea di far apparire agli occhi del piccolo Giosuè il tutto come un gioco a premi è una splendida trovata di sceneggiatura, sostenuta da Benigni con una recitazione intensa ed attenta alle sfumature, fino all'aspro ed asciutto prefinale. Di contro, la sua regia appare piuttosto notarile, come preoccupata dalla gravità dell'argomento e frenata dalla paura dell'eccesso; è forse l'unico neo di un film che, per nitore e timbro, per originalità ed interna coesione ha l'andamento di un piccolo classico.

 

"SIAMO UOMINI O CAPORALI", regia di Camillo Mastrocinque (durata 91 minuti circa), anno 1955 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Totò Esposito è un poveraccio che spera di trovare lavoro come comparsa a Cinecittà, dove si sta girando un film in costume. Esasperato dalle angherie del capocomparse, Totò gli si avventa contro, minacciando di ucciderlo. Finisce così al manicomio, in osservazione; qui espone al medico le sue convinzioni. Secondo lui, al mondo ci sono due categorie di persone: quelle che soffrono, lavorano e sopportano (gli uomini) e quelle che angariano, sfruttano e fanno soffrire gli altri (i caporali). Per spiegarsi meglio, Totò descrive al dottore tutti i "caporali" che ha conosciuto nella sua vita: un milite fascista, il direttore di un campo di concentramento, un ufficiale americano che gli insidia la fidanzata...

 

 

 

Scena dal film "La tregua"

 

LA TREGUA

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Francesco Rosi
Adattamento cinematografico: Francesco Rosi, Tonino Guerra
Sceneggiatura: Stefano Rulli, Sandro Petraglia, Francesco Rosi
Fotografia: Pasqualino De Santis, Marco Pontecorvo
Scenografia: Andrea Crisanti
Costumi: Alberto Verso
Musica: Luis Bacalov
Montaggio: Ruggero Mastroianni, Bruno Sarandrea
Prodotto da: Leo Pescarolo, Guido De Laurentiis
( Italia, Francia, Svizzera, 1997)
Durata:115'
Distribuzione cinematografica: WARNER BROS

PERSONAGGI E INTERPRETI

Primo Levi: John Turturro
Cesare: Massimo Ghini
Il greco: Rade Serbedzija
Ferrari: Claudio Bisio
Daniele: Stefano Dionisi
Unverdorben: Roberto Citran
D'Agata: Andy Luotto
Galina: Agnieszka Wagner

Eccoci finalmente a "La Tregua" il film-colosso diretto da Francesco Rosi, che insieme a Tonino Guerra ha curato l'adattamento dall'omonimo romanzo-diario di Primo Levi.

Lessi "La Tregua" in un periodo in cui m'interessavo per motivi professionali all'olocausto. Lessi quasi tutto di Primo Levi: anzi direi che divorai i suoi libri con quella avidita' di chi e' alla ricerca di un insegnamento ed ha la certezza di avere finalmente trovato un maestro. Per la sua profonda intelligenza, per la generosita' con la quale ha messo se stesso e la sua memoria tormentata al servizio della storia, affinche' le generazioni future non dimenticassero mai il barbaro supplizio inferto ad un intero popolo; per tutta la sua lucidita' nel rinunciare all'oblio della vendetta; per questo e per altro, Primo Levi e' e rimarra' uno degli intellettuali piu' straordinari del nostro secolo.
Tra i suoi libri, e vorrei ricordare in particolar modo "Se Questo E' Un Uomo" e "I Sommersi E I Salvati", "La Tregua" e' forse quello che maggiormente si presta ad una lettura cinematografica. La fuga dell'esercito tedesco; la liberazione dei prigionieri da parte dell'Armata Russa; la fine della guerra; il grande esodo; il rimpatrio, sono elementi narrativi che ben si prestano ad una trasposizione cinematografica dai toni epici. All'interno di questi avvenimenti macroscopici, il percorso di un singolo, di un uomo sopravvissuto ad Auschwitz che ritrova non soltanto la liberta', ma la dignita' dell'essere uomo, indica a grandi linee una possibile riuscita cinematografica.
La struttura narrativa di base e' stata mantenuta. Alcuni personaggi sono stati ringiovaniti, altri sono scomparsi, altri ancora sono stati aggregati la' dove erano separati dai luoghi e dalla cronologia degli eventi, ma sostanzialmente Rosi ha cercato di restituirci il libro fedelmente. Naturalmente pero', nello spazio limitato di due ore, le prospettive si alterano: personaggi fondamentali nel libro vengono un po' sminuiti e finiscono col rappresentare delle macchiette a volte riuscite, altre volte meno. Questo vale sopratutto per Cesare, il borgataro romano impersonato da un deludente Massimo Ghini, il quale perde quasi tutta la straordinaria umanita' che tanto aveva affascinato Levi, in favore di una gigioneria che a tratti rasenta la commediola all'italiana. Oltre all'aspetto vagamente "cencioso", Cesare sembra uscito da una caverna, non da un lager.

E non soddisfa pienamente neanche il personaggio di Primo Levi, interpretato da un bravo e sensibile John Turturro, ma reso fin troppo etereo e approssimativo da una sceneggiatura che sembra troppo stretta per questa storia, che dunque da spesso la sensazione di rincorrere a fatica la fluidita' del libro e per questo si adagia qua e la' nel comodo giaciglio della didascalia.

Molto piu' positivo e' il giudizio sulla ricostruzione storica che e' stata effettuata ne "La Tregua". Rosi e' riuscito nel suo intento di riportarci indietro nel tempo, a farci rivivere con un forte impatto visivo, il caos ed il fermento di umanita' di quei giorni. Considerando che stiamo parlando di un film italiano e non americano, questo e' un grande merito. Eppure, come sosteneva Hitchcock i capolavori della letteratura non possono funzionare al cinema. Un capolavoro e' tale nella misura in cui ha raggiunto il proprio apice; non e' dunque possibile aggiungervi nulla, non e' possibile riscriverlo insomma. E credo che sia per questo motivo, che la "La Tregua" non soddisfa. Per dirla come ha eloquentemente sintetizzato uno spettatore che si trovava al mio fianco: "A questo film gli manca un soldo per fare una lira."

 

 

 

"Music box - prova d'accusa", regia di Costa-Gavras (durata 120 minuti circa), anno 1990.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Una tranquilla famiglia americana, come tante altre che negli Stati Uniti hanno trovato casa e patria nel dopoguerra. Il padre è originario dell'Ungheria, e nella nuova terra è riuscito a crescere ed educare la figlia, consentendole di seguire gli studi fino alla laurea in giurisprudenza. Ora la ragazza è diventata un avvocato di successo, e tutto sembra andare per il meglio, quando improvvisamente la situazione subisce un drammatico mutamento. Il padre viene accusato di essere responsabile di ignobili crimini di guerra ed efferate crudeltà ai danni dei prigionieri. Sconvolta ed incredula, la figlia decide di incaricarsi del compito di difendere il genitore. Abile, appassionata, esperta nella sua professione, l'avvocato difensore riesce a tenere bravamente testa alle accuse del tribunale, ribattendo colpo su colpo, contrapponendo testimonianza a testimonianza. Ma la sua determinazione si incrina quando la donna, fino a quel momento convintissima dell'innocenza paterna, comprende che un carillon che il padre le aveva regalato quand'era bambina costituisce una prova determinante della colpevolezza dell'uomo...

DA "IL FILM '90" - TULLIO KEZICH - OSCAR MONDADORI, ottobre 1990:

Lo spunto del copione di Joe Eszterhas nasce dalle cronache di qualche anno fa, quando un operaio dell'industria automobilistica a Cleveland fu improvvisamente accusato di essere John Demjanjuk, il famigerato kapò di Treblinka soprannominato Ivan il Terribile. Allora sfilarono sul video patetici e angoscianti i testimoni d'epoca, puntando il dito accusatore contro il mostro e rievocando le sue nefandezze. E' ciò che accade nelle scene centrali del film, dove un gruppo di attori europei tra i quali Sol Frieder e Elzbieta Czyzewska, rievocano al processo come negli anni dell'orrore il Danubio blu divenne rosso per il sangue dei martiri gettati nelle sue acque. Nell'edizione originale il regista ha compiuto la scelta coraggiosa di conservare ai testimoni la loro lingua, facendoli esprimere in un inglese precario o addirittura attraverso l'interprete. Ne deriva al film un agghiacciante senso di verità, che ricorda il tono teso e solenne di un dramma come L'istruttoria di Peter Weiss. Ma Costa-Gavras, articolando la vicenda tra Chicago e Budapest senza ricorrere a "flashbacks", ha piazzato bene anche gli interpreti principali. L'ambiguo imputato dagli occhi cilestrini è l'attore fassbinderiano Armin Müller-Stahl, mentre Jessica Lange (nominata per l'Oscar) è la figlia avvocatessa che adora il padre e ne assume la disperata difesa. La soluzione è nascosta nel carillon del titolo e ne salta fuori in sottofinale con l'effetto un po' deludente di tutte le spiegazioni dei "gialli". Forse era meglio lasciare l'enigma dell'ambiguità che spesso occulta gli eventi del passato, certo sarebbe stato un modo per non mettere a troppo dura prova l'impegno dei bravissimi interpreti in una serie di finali non all'altezza della situazione.

MERCOLEDI' 18 NOVEMBRE 1998, ore 18.30 - Presso la Casa Argentina (Via Vittorio Veneto, 7 - Roma - tel. 06-4873866)

INCONTRO CON LA POESIA DI RAFAEL ALBERTI, PER RICORDARE LA SUA PERMANENZA IN ARGENTINA DAL 1939 AL 1963 - A CURA DI PRUDENCIA MOLERO

Presentazione del Prof. Norbert von Prellwitz - Reciteranno Prudencia Molero, Umberto Raho e Rosario Tronnolone

Alberti Merello, Rafael (Puerto de Santa María 16.12.1902 -) Poeta spagnolo. Appartenente alla generazione del '27, dopo le prime poesie influenzate dalla lirica popolare (Marinaio a terra, 1924), abbracciò la poetica surrealista con la raccolta Degli angeli (1929). Nel 1930 la raccolta Con le scarpe indosso debbo morire segnò l'inizio del suo impegno civile che si tradusse poi in militanza politica e nella partecipazione alla guerra nelle file repubblicane. In esilio dal 1939 (Argentina, Roma), è tornato in Spagna nel 1977. Altre OP: Il poeta nella strada (1935); Da un momento all'altro (1932-37); Il bosco perduto (1942, 1959, memorie); Ritorni della vita lontana (1952); Gli otto nomi di Picasso (1970). Del periodo dell'esilio argentino sono le opere teatrali: La gallarda (1940); Lo spauracchio (1944); Il trifoglio fiorito (1946).

Giovedì 19 novembre1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"POTERE ASSOLUTO", regia di Clint EASTWOOD (durata 121 minuti circa), anno 1997 - IN ITALIANO

Scheda tratta dalla presentazione sulla videocassetta:

Il film è un poliziesco intrigante a sfondo politico. Luther Whitney, un anziano ladro, vero artista dello scasso, decide di fare un grande colpo prima di ritirarsi. Durante il furto, grazie ad una parete a finto specchio che si affaccia sulla camera da letto, Luther è testimone involontario delle effusioni erotiche della padrona di casa e del suo amante, finché un colpo di pistola non fredda la donna. La faccenda si complica quando Luther si rende conto che l’uomo altri non è che il presidente degli Stati Uniti...

Eastwood, Clint (San Francisco 31.5.1930 -) Attore e regista cinematografico statunitense. Si è imposto nei western all'italiana e nei film polizieschi d'azione. La vendetta del mostro (1955, film d'esordio); Per un pugno di dollari (1964); Per qualche dollaro in più (1965); Il buono, il brutto e il cattivo (1966); L'uomo dalla cravatta di cuoio (1968); Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo (1972); Fuga da Alcatraz (1979); Scommessa con la morte (1988). Regista e interprete di Brivido nella notte (1971); Assassinio sull'Eiger (1975); L'uomo nel mirino (1977); Firefox - Volpe di fuoco (1982); Il cavaliere pallido (1985); Gunny (1986); Bird (1988, solo regia); Gli spietati (1992, premio Oscar); I ponti di Madison County (1995, anche regia).

Lunedì 23 novembre 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"SIMON DEL DESERTO" (Simón del desierto) - regia di Luis Buñuel - durata 45 minuti circa - 1965 - IN SPAGNOLO SOTTOTITOLATO IN INGLESE

ATTENZIONE: IL FILM NON E’ DI MIA PROPRIETA’. LO PRENDERO’ IN NOLEGGIO SIN DA QUALCHE GIORNO PRIMA. C’è purtuttavia la possibilità - alquanto remota - che la cassetta non sia disponibile per il giorno previsto per la proiezione. IN TAL CASO NON AVVERRA’ alcuna proiezione. Ne chiedo scusa anticipatamente a tutti gli amici.

Giovedì 3 DICEMBRE (ORE 20.30 cena, indi film)

"MICHAEL COLLINS", regia di Neil JORDAN (durata 130 minuti circa), anno 1996 - IN ITALIANO

Jordan, Neil (Sligo 1950 -) Regista cinematografico irlandese. In compagnia dei lupi (1984); Mona Lisa (1986); La moglie del soldato (1992); Intervista col vampiro (1994); Michael Collins (1996, Leone d'oro a Venezia).

 

 

 

 

 

 

VENERDI' 11 DICEMBRE 1998 - ORE 20.30 CENA, INDI INCONTRO

SERATA CULTURALE

L'amico Franco Libero MANCO presenterà il suo ultimo libro:

"IL GRANDE ENIGMA - Logica deduzione sull'origine, il fine e lo scopo della vita"

Lunedì 14 dicembre 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"TRISTANA" (Tristana) - regia di Luis Buñuel - durata 105 minuti circa - 1970 - IN FRANCESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

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Lunedì 28 dicembre 1998 (ORE 20.30 cena, indi film)

"IL FASCINO DISCRETO DELLA BORGHESIA" (Le Charme discret de la bourgeoisie) - regia di Luis Buñuel - durata 103 minuti circa - 1972 - IN FRANCESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

ATTENZIONE: IL FILM NON E’ DI MIA PROPRIETA’. LO PRENDERO’ IN NOLEGGIO SIN DA QUALCHE GIORNO PRIMA. C’è purtuttavia la possibilità - alquanto remota - che la cassetta non sia disponibile per il giorno previsto per la proiezione. IN TAL CASO NON AVVERRA’ alcuna proiezione. Ne chiedo scusa anticipatamente a tutti gli amici.

Lunedì 11 gennaio 1999 (Ore 20.30 cena, indi film)

"QUELL’OSCURO OGGETTO DEL DESIDERIO" (Cet obscur objet du désir) - regia di Luis Buñuel - durata 100 minuti circa - 1977 - IN FRANCESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

ATTENZIONE: IL FILM NON E’ DI MIA PROPRIETA’. LO PRENDERO’ IN NOLEGGIO SIN DA QUALCHE GIORNO PRIMA. C’è purtuttavia la possibilità - alquanto remota - che la cassetta non sia disponibile per il giorno previsto per la proiezione. IN TAL CASO NON AVVERRA’ alcuna proiezione. Ne chiedo scusa anticipatamente a tutti gli amici.

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA" - Fernaldo Di Giammatteo - Editori Riuniti - 1984:

TRAMA: Sul marciapiede della stazione di Siviglia, Mathieu Fabert getta un secchio d'acqua addosso a una giovane dal volto tumefatto. Imbarazzati gli altri viaggiatori dello scompartimento gli chiedono di raccontare la sua storia. Mathieu, vedovo molto ricco, oltre la cinquantina, conosce per caso Conchita, una ragazza di Siviglia che vive a Parigi con la madre. Se ne innamora furiosamente. La ragazza, diciottenne, accetta le sue attenzioni e il fatto che egli provveda alla madre, ma non è disposta ad andare oltre rapporti platonici. Ogni volta che Mathieu tenta di fare l'amore, la ragazza sparisce. Un amico di Mathieu ottiene che le due donne siano rimpatriate col foglio di via. Mathieu parte, mentre i terroristi del "Gruppo Armato del Bambin Gesù" compiono dappertutto attentati. In Svizzera, in Francia e in Spagna ritrova la sua amata per poi perderla subito dopo. A Siviglia scopre Conchita che fa lo spogliarello davanti a una platea di turisti giapponesi. Esasperato cerca di farle cambiare vita e le regala anche un lussuoso appartamento. Una notte la ragazza lo attira in casa per poi fargli credere che si è concessa a un giovane chitarrista, Morenito. Crudelmente umiliato Mathieu va alla stazione, ma qui lo ha raggiunto Conchita, che si rifà viva nel momento in cui egli termina il racconto. Ora è lei a gettargli un secchio d'acqua addosso. Stacco. La coppia apparentemente riconciliata è a passeggio per le vie di Parigi. Si attardano davanti alla vetrina di una rammendatrice, quando improvvisamente avviene un'esplosione.

CRITICA: Ultimo film di Buñuel, Cet obscur objet du désir riprende un soggetto più volte trattato dal cinema: il romanzo di Louys era stato trasportato in immagini per la prima volta nel 1920 da Reginald Baker con Geraldine Farrar, quindi nel 1929 da Jacques de Baroncelli, con Conchita Montenegro, poi nel 1935 da Joseph von Sternberg con Marlene Dietrich e infine nel 1958 da Julien Duvivier con Brigitte Bardot. Buñuel reinterpreta la storia trasportandola nel suo universo espressivo, fatto di attacchi ai falsi valori della borghesia clericale e soprattutto ai tradizionali modi del racconto. Ancora una volta destruttura la narrazione creando nello spettatore false attese, lasciando le scene senza conclusione e infine confondendo i vari piani temporali. Non mancano i riferimenti al surrealismo, l'abituale alternanza sogno/realtà, l'amore folle, la rivoluzione, le conversazioni e altri riti della borghesia, eccetera. Uno dei perni della destrutturazione è il fatto che Conchita sia interpetata da due attrici, Angela Molina e Carole Bouquet, diversissime fra loro. La scelta fu casuale. Al ventisettesimo giorno di lavorazione Buñuel licenziò Maria Schneider, non ritenendola adatta alla parte. Ma in effetti, l'idea di sostituire la protagonista di Ultimo tango a Parigi con due attrici corrisponde a uno dei nuclei tematici di Buñuel (la duplicità della donna, o meglio i suoi infiniti volti), che era già stato trattato in Belle de jour, sia pure in maniera diversa. Qui il regista lo riprende portandolo alle sue estreme conseguenze visive. Saranno la voce (la stessa per le due attrici) e un montaggio particolarmente attento ai raccordi a rendere credibile l'unità del personaggio. Il tutto naturalmente con l'ironia di un regista abituato a giocare con l'irrazionale. Il film ebbe un grande successo di pubblico.

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - Roma - Tel. 0640801743 / 064070466

DOMENICA 24 GENNAIO 1999 - ORE 10 - Via di S: Prisca 11 - Quota di partecipazione £ 10.000 - La "Casa di Traiano" sull'Aventino (a cura di Fiorenzo Catalli- Ass. Roma oltre le mura

Lunedì 25 gennaio 1999 (Ore 20.30 cena, indi film)

"BELLE DE JOUR" - regia di Luis Buñuel - durata 102 minuti circa - 1967 - IN FRANCESE SOTTOTITOLATO IN INGLESE

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCCASSETTA:

Luis Buñuel’s elegant, erotic masterpiece stars Catherine Deneuve as Séverine. A beautiful, bored, bourgeois housewife, she indulges her masochistic tendencies by spending the afternoons working in a brothel. Encountering a variety of bizarre clients, Séverine falls in love. Or does she? BELLE DE JOUR is a surreal combination of fantasy and reality which has the power to provoke, shock, arouse and amuse.

DAL "DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA" - Fernaldo Di Giammatteo - Editori Riuniti - 1984:

TRAMA: Séverine vive in uno stato di insoddisfazione e di fantasticherie derivanti dai suoi miserevoli rapporti sessuali con il marito, dovuti a un trauma infantile. Le scene iniziali la vedono in landò col marito Pierre. Colto da improvviso furore, questi fa fermare la vettura e ordina ai cocchieri di legare la moglie a un albero, di frustarla e di usarle violenza. La scena sadomasochista si interrompe: Séverine si sveglia nel suo letto assieme a Pierre. Rimane turbata dal racconto di un amico, Henri Husson, che le rivela come molte signore dell'alta borghesia frequentino case di appuntamenti. Anche lei un pomeriggio entra in una di queste, gestita da Madame Anaïs. Poi scappa, per ritornarvi ogni pomeriggio, per tre ore, nascondendosi dietro il soprannome di Belle de jour. Séverine, bionda ed elegante, diventa l'attrazione della casa e gode sempre più di questa degradazione. Fino alla comparsa di Marcel, un giovane delinquente spagnolo. I due diventano amanti. Ora Marcel non si accontenta più degli incontri nel bordello. La segue fino a casa e spara su Pierre, che resta paralizzato. L'amico Husson scopre Séverine nella casa di appuntamenti e decide di rivelare tutto a Pierre, per sottrarlo all'umiliazione di sentirsi debitore nei confronti della moglie infermiera . Pierre si chiude in se stesso. Séverine riprende a fantasticare: immagina che il marito si alzi sano dalla poltrona. Sotto casa passa il landò delle sequenze iniziali, ma questa volta è vuoto.

CRITICA: Basato sulla fondamentale contaminazione tra sogno e realtà, Belle de jour unisce in sé le caratteristiche del melodramma e del film erotico, sapientemente conditi con un pizzico di surrealismo. Girato quando il regista aveva 67 anni, fu il suo maggiore successo di cassetta, forse anche per il "succès de scandale" che ne accompagnò l'uscita. Primo film a colori di Buñuel, Belle de jour si fonda su un'alternanza di fatti "reali" e di sogni, senza che lo spettatore possa sicuramente individuarli. Così l'autore ci trasmette la stessa incertezza e ambiguità che governa il comportamento di Séverine e che le impedisce di distinguere tra sogno e realtà. Le immagini levigate di Sacha Vierny rispecchiano l'apparente perfezione del mondo borghese in cui vive la protagonista ed entrano in conflitto con il tono della vicenda. L'uso dei colori "acrilici" sottolinea il distacco da ogni genere filmico, sia quello erotico, sia quello della commedia sofisticata, cui possono alludere certe scene. Con questo film Catherine Deneuve si afferma definitivamente alla ribalta internazionale e diventa simbolo di un nuovo tipo di personaggio: la bellezza bionda, apparentemente fredda, in realtà ambigua e sessualmente perversa. Per questo Truffaut la sceglierà come interprete di Julie/Marion ne La sirène du Missisipi (La mia droga si chiama Julie, 1969). Jean-Claude Carrière, già coautore della sceneggiatura di Le journal d'une femme de chambre (Il diario di una cameriera, 1950), si conferma collaboratore fisso di Buñuel negli ultimi film: i due trasformano il romanzo un po' feuilleton di Kessel, pubblicato nel 1928, nell'analisi di una nevrosi che diventa struttura del racconto filmico. Rifiutato dal festival di Cannes per la sua "scarsa artisticità", vinse nel 1967 il Leone d'oro alla mostra di Venezia. (Cristina Bragaglia)

GIOVEDI' 28 GENNAIO 1999 - ORE 18.30 - ASSOCIAZIONE VEGETARIANA ITALIANA - VIA COLLINA N.48 - ROMA - TEL.06-4744589

Incontro con Franco Libero MANCO su:

"VEGETARISMO, BASE PER UN MONDO MIGLIORE"

VENERDI’ 29 GENNAIO 1999 (ore 20.30 cena, indi film-concerto)

"CARMINA BURANA" di Carl Orff (1895-1982) - LASER DISC PHILIPS - Berliner Philarmonic Orchestra diretta da Seiji Ozawa - durata 62 minuti circa

Orff, Carl (Monaco 10.7.1895 - ivi 29.3.1982) Compositore e didatta tedesco. Di profonda cultura umanistica, studiò la polifonia rinascimentale e il teatro di C. Monteverdi approdando a un linguaggio neoclassico caratterizzato da elementi diatonici e arcaici e da una marcata prevalenza del ritmo. Si dedicò particolarmente al teatro (Carmina Burana, per soli, coro e orch., 1937, su testi del codice musicale omonimo risalente ai sec. XI-XII; Catulli carmina, 1943) e all'insegnamento (celebre il metodo Das Schulwerk, ispirato ai principi di E. Jacques-Dalcroze).

DALLA PRESENTAZIONE SUL DISCO:

"CANTI DELLA BAVIERA MEDIEVALE" di Karl Schumann

"La mia opera omnia comincia con i Carmina Burana". Così Orff amava definire il ruolo di questa sua prima inconfondibile opera, eseguita per la prima volta a Francoforte nel 1937 con la direzione di Oskar Waelterlin, all’interno della sua evoluzione artistica. All’epoca della composizione egli aveva già quarantadue anni: un genio tardivo dunque, che tuttavia era riuscito a mantenere il proprio originale linguaggio intatto come una perla, dopo molte deviazioni attraverso il romanticismo, l’impressionismo e lo studio imitativo delle opere prebarocche di Monteverdi.

Carmina Burana significa "Canti di Benedictbeuern". Durante la secolarizzazione del 1803 un rotolo di pergamena, contenente circa duecento poesie e canzoni medievali, fu ritrovato nella biblioteca dell’antica abbazia di Benedictbeuern, nell’alta Baviera. Erano poesie di monaci e di chierici vaganti in latino medievale, versi in vernacolo medio-alto-tedesco e qualche infarinatura di dialetto francone. Il glottologo bavarese Johann Andreas Schmeller curò l’edizione a stampa della collezione, che apparve nel 1847 con il titolo appunto di Carmina Burana. Carl Orff, che discendeva da un’antica famiglia di Monaco di studiosi e di militari, aveva conosciuto assai presto questo codice di poesia medievale. Egli organizzò un certo numero di poesie secondo una linea di sviluppo, adattandole a "Cantiones profanae cantoribus et choris cantandae comitantibus instrumentis atque imaginibus magicis", ovvero canti profani per soli e cori, accompagnati da strumenti e immagini magiche. Si avverte già il concetto orffiano di teatro musicale come luogo del magico, della ricerca dei culti e dei simboli.

Questa cantata teatrale è strutturata sulla ricorrenza di un simbolo dell’antichità: la ruota della fortuna in perpetuo movimento, che dispensa ora la buona, ora la cattiva sorte. E’ la parabola della vita umana esposta a continui cambiamenti: perciò l’appello del coro alla dea della fortuna ("O Fortuna, velut luna") introduce e conclude la serie di canti profani. Questa rappresentazione "simbolica", oscurata dal fato mutevole, si divide in tre sezioni: il rapporto dell’uomo con la natura, in particolare con il risveglio primaverile ("Veris leta facies"), il rapporto tra l’uomo e i doni della natura che culminano nel vino ("In taberna"); il rapporto dell’uomo con l’amore ("Amor volat undique") come riflesso in un "Cour d’amours" dell’antica tradizione francese e borgognona (una forma di omaggio cavalleresco alle donne e all’amore). L’invocazione alla natura, oggetto della prima sezione, evoca prati verdi dove le fanciulle danzano e la gente canta nella lingua del popolo. Le scene bebitorie si svolgono tra monaci disinibiti, che assaggiano cigno arrosto come fosse cibo del paese della Cuccagna e che lodano, tra tumultuosi chierici vaganti, gl’impulsi sensuali della gioventù.

Dopo molti anni di esperimenti e di riflessione i Carmina Burana risultarono essere la prima testimonianza completamente valida dello stile di Orff.

L’opera è caratterizzata dalla costante presenza ritmica - compressa in grandi ostinati dal magico suono - di una orchestrazione affatto nuova, e dalla trasparenza dell’armonia diatonica. I mezzi stilistici impiegati sono semplici ma efficaci: la forma di base è la canzone strofica con melodia diatonica, proprio come succede prevalentemente nella musica popolare. Al posto dell’armonia intensamente cromatica del tardo romanticismo, si hanno tonalità chiaramente definite, che in qualche caso hanno portato ad un’errata accusa di anacronismo. La canzone strofica si rifà a forme medievali come la litania, basata su una sequenza più o meno variata di curve melodiche, ognuna delle quali corrisponde ad un verso del testo, e alla forma sequenziale, caratterizzata dalla progressiva ripetizione di varie sequenze melodiche. I melismi, specialmente nei recitativi, sono reminiscenze del canto gregoriano. Dove s’incontrano passaggi lirici o fortemente emozionali, come ad esempio nei due assoli del soprano su testi latini, si trovano delle melodie ariose, tipiche del melodramma. La scrittura corale invece è prevalentemente declamatoria. I singoli gruppi strumentali sono compressi in ampie masse sonore trattate coralmente: solo uno dei legni emerge come solista, in particolare nelle due danze nelle quali Orff rielabora, secondo il proprio stile, antiche melodie e ritmi tedeschi. Le percussioni, rinforzate dai pianoforti, accentuano l’élan della partitura.

Il campo espressivo dei Carmina Burana spazia dalla delicata poesia d’amore e descrittiva, dalla grazia burgunda di un "Cour d’amours", alla positiva concretezza bavarese ("In taberna"), all’effervescente joie de vivre (l’assolo di baritono "Estuans interius") e alla forza imponente dell’invocazione corale al fato che tutto circonda. Il latino medievale dei canti dei chierici vaganti è pervaso dall’antica considerazione secondo la quale la vita umana è soggetta ai capricci della ruota della fortuna e natura, amore, bellezza, vino e l’esuberanza stessa della vita sono alla mercè della legge eterna del cambiamento. L’uomo è visto sotto una luce cruda, lontana dai sentimentalismi, come un giocattolo in mano a forze misteriose e imperscrutabili. Questo punto di vista è davvero sintomatico dell’atteggiamento anti-romantico dell’opera stessa.

In taberna quando sumus, / non curamus, quid sit humus, / sed ad ludum properamus, / cui semper insudamus. / Quid agatur in taberna, / ubi nummus est pincerna, / hoc est opus, ut queratur, / sed quid loquar, audiatur.

Quidam ludunt, quidam bibunt, / quidam indiscrete vivunt; / sed in ludo qui morantur, / ex his quidam denudantur, / quidam ibi vestiuntur, / quidam saccis induuntur. / Ibi nullus timet mortem, / sed pro Baccho mittunt sortem.

Primo pro nummata vini, / ex hac bibunt libertini, / semel bibunt pro captivis, / post hec binbunt ter pro vivis, / quater pro Christianis cunctis, / quinquies pro fidelibus defunctis, / sexies pro sororibus vanis, / septies pro militibus silvanis.

Octies pro fratribus perversis, / novies pro monachis dispersis, / decies pro navigantibus, / undecies pro discordantibus, / duodecies pro penitentibus, / tredecies pro iter agentibus. / Tam pro papa quam pro rege / bibunt omnes sine lege.

Bibit hera, bibit herus, / bibit miles, bibit clerus, / bibit ille, bibit illa, / bibit servus cum ancilla, / bibit velox, bibit piger, / bibit albus, bibit niger, / bibit constans, bibit vagus, / bibit rudis, bibit magus.

Bibit pauper et egrotus, / bibit exul et ignotus, / bibit puer, bibit canus, / bibit presul et decanus, / bibit soror, bibit frater, / bibit anus, bibit mater, / bibit ista, bibit ille, / bibunt centum, bibunt mille.

Parum centum sex nummate / so durant, ubi immoderate / bibunt omnes sine meta, / quamvis bibant mente leta. / Sic nos rodunt omnes gentes / et sic erimus egentes. / Qui nos rodunt, confundantur / et cum iustis non scribantur.

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - Roma - Tel. 0640801743 / 064070466

VENERDI' 29 GENNAIO 1999 - ORE 21 - Libreria Pagine sul Mondo - Viale Sacco e Vanzetti 78 - Quota di partecipazione: soci £ 8.000 - non soci £ 14.000 (inclusa tessera bimestrale) - Incontro con il tango argentino - Trio Corrientes de tango (F. Pieroni: pianoforte; P. Petrilli: fisarmonica; W. Peci: contrabasso)

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - Roma - Tel. 0640801743 / 064070466

DOMENICA 31 GENNAIO 1999 - ORE 10 - Via R. Persichetti 3 - Quota di partecipazione £ 10.000 - Porta San Paolo e il Museo della via Ostiense (a cura di Franco Astolfi - ass. Roma oltre le mura)

GIOVEDI' 28 GENNAIO 1999 - ORE 18.30 - ASSOCIAZIONE VEGETARIANA ITALIANA - VIA COLLINA N.48 - ROMA - TEL.06-4744589

Incontro con Franco Libero MANCO su:

"VEGETARISMO, BASE PER UN MONDO MIGLIORE"


Rosso Fiorentino, Angelo musicante, Firenze, Uffizi

VENERDI’ 29 GENNAIO 1999 (ore 20.30 cena, indi film-concerto)

"CARMINA BURANA" di Carl Orff (1895-1982) - LASER DISC PHILIPS - Berliner Philarmonic Orchestra diretta da Seiji Ozawa - durata 62 minuti circa

Orff, Carl (Monaco 10.7.1895 - ivi 29.3.1982) Compositore e didatta tedesco. Di profonda cultura umanistica, studiò la polifonia rinascimentale e il teatro di C. Monteverdi approdando a un linguaggio neoclassico caratterizzato da elementi diatonici e arcaici e da una marcata prevalenza del ritmo. Si dedicò particolarmente al teatro (Carmina Burana, per soli, coro e orch., 1937, su testi del codice musicale omonimo risalente ai sec. XI-XII; Catulli carmina, 1943) e all'insegnamento (celebre il metodo Das Schulwerk, ispirato ai principi di E. Jacques-Dalcroze).

DALLA PRESENTAZIONE SUL DISCO:

"CANTI DELLA BAVIERA MEDIEVALE" di Karl Schumann

"La mia opera omnia comincia con i Carmina Burana". Così Orff amava definire il ruolo di questa sua prima inconfondibile opera, eseguita per la prima volta a Francoforte nel 1937 con la direzione di Oskar Waelterlin, all’interno della sua evoluzione artistica. All’epoca della composizione egli aveva già quarantadue anni: un genio tardivo dunque, che tuttavia era riuscito a mantenere il proprio originale linguaggio intatto come una perla, dopo molte deviazioni attraverso il romanticismo, l’impressionismo e lo studio imitativo delle opere prebarocche di Monteverdi.

Carmina Burana significa "Canti di Benedictbeuern". Durante la secolarizzazione del 1803 un rotolo di pergamena, contenente circa duecento poesie e canzoni medievali, fu ritrovato nella biblioteca dell’antica abbazia di Benedictbeuern, nell’alta Baviera. Erano poesie di monaci e di chierici vaganti in latino medievale, versi in vernacolo medio-alto-tedesco e qualche infarinatura di dialetto francone. Il glottologo bavarese Johann Andreas Schmeller curò l’edizione a stampa della collezione, che apparve nel 1847 con il titolo appunto di Carmina Burana. Carl Orff, che discendeva da un’antica famiglia di Monaco di studiosi e di militari, aveva conosciuto assai presto questo codice di poesia medievale. Egli organizzò un certo numero di poesie secondo una linea di sviluppo, adattandole a "Cantiones profanae cantoribus et choris cantandae comitantibus instrumentis atque imaginibus magicis", ovvero canti profani per soli e cori, accompagnati da strumenti e immagini magiche. Si avverte già il concetto orffiano di teatro musicale come luogo del magico, della ricerca dei culti e dei simboli.

Questa cantata teatrale è strutturata sulla ricorrenza di un simbolo dell’antichità: la ruota della fortuna in perpetuo movimento, che dispensa ora la buona, ora la cattiva sorte. E’ la parabola della vita umana esposta a continui cambiamenti: perciò l’appello del coro alla dea della fortuna ("O Fortuna, velut luna") introduce e conclude la serie di canti profani. Questa rappresentazione "simbolica", oscurata dal fato mutevole, si divide in tre sezioni: il rapporto dell’uomo con la natura, in particolare con il risveglio primaverile ("Veris leta facies"), il rapporto tra l’uomo e i doni della natura che culminano nel vino ("In taberna"); il rapporto dell’uomo con l’amore ("Amor volat undique") come riflesso in un "Cour d’amours" dell’antica tradizione francese e borgognona (una forma di omaggio cavalleresco alle donne e all’amore). L’invocazione alla natura, oggetto della prima sezione, evoca prati verdi dove le fanciulle danzano e la gente canta nella lingua del popolo. Le scene bebitorie si svolgono tra monaci disinibiti, che assaggiano cigno arrosto come fosse cibo del paese della Cuccagna e che lodano, tra tumultuosi chierici vaganti, gl’impulsi sensuali della gioventù.

Dopo molti anni di esperimenti e di riflessione i Carmina Burana risultarono essere la prima testimonianza completamente valida dello stile di Orff.

L’opera è caratterizzata dalla costante presenza ritmica - compressa in grandi ostinati dal magico suono - di una orchestrazione affatto nuova, e dalla trasparenza dell’armonia diatonica. I mezzi stilistici impiegati sono semplici ma efficaci: la forma di base è la canzone strofica con melodia diatonica, proprio come succede prevalentemente nella musica popolare. Al posto dell’armonia intensamente cromatica del tardo romanticismo, si hanno tonalità chiaramente definite, che in qualche caso hanno portato ad un’errata accusa di anacronismo. La canzone strofica si rifà a forme medievali come la litania, basata su una sequenza più o meno variata di curve melodiche, ognuna delle quali corrisponde ad un verso del testo, e alla forma sequenziale, caratterizzata dalla progressiva ripetizione di varie sequenze melodiche. I melismi, specialmente nei recitativi, sono reminiscenze del canto gregoriano. Dove s’incontrano passaggi lirici o fortemente emozionali, come ad esempio nei due assoli del soprano su testi latini, si trovano delle melodie ariose, tipiche del melodramma. La scrittura corale invece è prevalentemente declamatoria. I singoli gruppi strumentali sono compressi in ampie masse sonore trattate coralmente: solo uno dei legni emerge come solista, in particolare nelle due danze nelle quali Orff rielabora, secondo il proprio stile, antiche melodie e ritmi tedeschi. Le percussioni, rinforzate dai pianoforti, accentuano l’élan della partitura.

Il campo espressivo dei Carmina Burana spazia dalla delicata poesia d’amore e descrittiva, dalla grazia burgunda di un "Cour d’amours", alla positiva concretezza bavarese ("In taberna"), all’effervescente joie de vivre (l’assolo di baritono "Estuans interius") e alla forza imponente dell’invocazione corale al fato che tutto circonda. Il latino medievale dei canti dei chierici vaganti è pervaso dall’antica considerazione secondo la quale la vita umana è soggetta ai capricci della ruota della fortuna e natura, amore, bellezza, vino e l’esuberanza stessa della vita sono alla mercè della legge eterna del cambiamento. L’uomo è visto sotto una luce cruda, lontana dai sentimentalismi, come un giocattolo in mano a forze misteriose e imperscrutabili. Questo punto di vista è davvero sintomatico dell’atteggiamento anti-romantico dell’opera stessa.

In taberna quando sumus, / non curamus, quid sit humus, / sed ad ludum properamus, / cui semper insudamus. / Quid agatur in taberna, / ubi nummus est pincerna, / hoc est opus, ut queratur, / sed quid loquar, audiatur.

Quidam ludunt, quidam bibunt, / quidam indiscrete vivunt; / sed in ludo qui morantur, / ex his quidam denudantur, / quidam ibi vestiuntur, / quidam saccis induuntur. / Ibi nullus timet mortem, / sed pro Baccho mittunt sortem.

Primo pro nummata vini, / ex hac bibunt libertini, / semel bibunt pro captivis, / post hec binbunt ter pro vivis, / quater pro Christianis cunctis, / quinquies pro fidelibus defunctis, / sexies pro sororibus vanis, / septies pro militibus silvanis.

Octies pro fratribus perversis, / novies pro monachis dispersis, / decies pro navigantibus, / undecies pro discordantibus, / duodecies pro penitentibus, / tredecies pro iter agentibus. / Tam pro papa quam pro rege / bibunt omnes sine lege.

Bibit hera, bibit herus, / bibit miles, bibit clerus, / bibit ille, bibit illa, / bibit servus cum ancilla, / bibit velox, bibit piger, / bibit albus, bibit niger, / bibit constans, bibit vagus, / bibit rudis, bibit magus.

Bibit pauper et egrotus, / bibit exul et ignotus, / bibit puer, bibit canus, / bibit presul et decanus, / bibit soror, bibit frater, / bibit anus, bibit mater, / bibit ista, bibit ille, / bibunt centum, bibunt mille.

Parum centum sex nummate / so durant, ubi immoderate / bibunt omnes sine meta, / quamvis bibant mente leta. / Sic nos rodunt omnes gentes / et sic erimus egentes. / Qui nos rodunt, confundantur / et cum iustis non scribantur.

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - Roma - Tel. 0640801743 / 064070466

VENERDI' 29 GENNAIO 1999 - ORE 21 - Libreria Pagine sul Mondo - Viale Sacco e Vanzetti 78 - Quota di partecipazione: soci £ 8.000 - non soci £ 14.000 (inclusa tessera bimestrale) - Incontro con il tango argentino - Trio Corrientes de tango (F. Pieroni: pianoforte; P. Petrilli: fisarmonica; W. Peci: contrabasso)

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - Roma - Tel. 0640801743 / 064070466

DOMENICA 31 GENNAIO 1999 - ORE 10 - Via R. Persichetti 3 - Quota di partecipazione £ 10.000 - Porta San Paolo e il Museo della via Ostiense (a cura di Franco Astolfi - ass. Roma oltre le mura)

VENERDI’ 5 FEBBRAIO 1999 (ore 20.30 cena, indi discussione)

DISCUSSIONE SUL TEMA: "VIAGGIO E NOSTALGIA"

La discussione verrà preceduta da una breve intervista televisiva al professor Piero BOITANI, della durata di 20-25 minuti

TESTO DELL’INTERVISTA

Piero BOITANI: "Viaggio e nostalgia"

BOITANI: Sono Piero Boitani, vengo da Roma, dove insegno a La Sapienza, insegno Letteratura Inglese. La ragione per cui sono qui, però non è questa. La ragione è che, quando ero bambino, un mio zio mi ha dato una traduzione dell'Odissea, che ho ritrovato soltanto dopo 35 anni in qualche sgabuzzino remoto e in questa versione dell'Odissea, per bambini, naturalmente, in prosa, c'era tutto il mondo che evidentemente io avevo sempre desiderato e questa Odissea finiva, contrariamente all'Odissea di Omero, con l'ultimo viaggio di Ulisse, cioè con il viaggio che poi invece è stato raccontato da Dante. E io ho passato i 35 anni successivi a quella lettura a fare esattamente quello che quel libro mi imponeva di fare, cioè a viaggiare, ad andarmene di casa, in giro per il mondo, e poi però sempre ritornare a casa e a ripartire. A vedermi non si direbbe che sono molto malinconico. In effetti non lo sono, però la malinconia è quella che prende durante il viaggio, quando uno vorrebbe essere a casa, o a casa quando uno vorrebbe ripartire per il viaggio, come vedremo. E allora io ho in parte trasferito poi questi, queste sensazioni, questi sentimenti nelle cose che scrivevo, nelle cose che leggevo.

-Si visiona la scheda:

PRESENTATORE: Vediamo Ulisse seduto sulla riva del mare, nell'isola di Calipso, piangere a dirotto. Perché piange, Ulisse? La bellissima Calipso lo ama, gli ha addirittura promesso l'immortalità se rimarrà con lei. Ma Ulisse preferisce tornare a casa e invecchiare con la mortale Penelope. Che cosa significa questo. D'altra parte, durante la visita all'Ade, la madre di Ulisse dichiara al figlio di essere morta per nostalgia di lui. La nostalgia è dunque malinconia. E' malattia? La nostalgia è vita e morte? La nostalgia è sempre mescolata alla brama di fuggire da casa, di vedere luoghi nuovi, di acquistare conoscenza. Questo è presente già nell'Ulisse di Omero. Nell'Ulisse di Dante, l'ardore di andare oltre ogni limite è prevalente.

ULISSE: Oh, frati, dissi, che per centomiglia perigli siete giunti all'Occidente, a questa tanto picciola vigilia dei nostri sensi, che del rimanente non vogliate negar l'esperienza di retro al sol del mondo sanza gente, Considerate la vostra semenza. Fatti non foste a vivee come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.

PRESENTATORE: Perché abbiamo entrambi queste passioni assieme? Cosa veramente desideriamo? Siamo irresistibilmente attratti dalla nostra stessa memoria di cose, persone, luoghi e tempi. Vorremmo sempre tornare indietro o fissare il passato una volta per tutte. Desideriamo l'immortalità immobile e beata? Ma l'Ulisse omerico non sceglieva la vecchiaia? E noi non desideriamo forse, come l'Ulisse di Dante, fare esperienza della morte?

-Finita la scheda, comincia la discussione

STUDENTESSA: Professore, scusi. Nella scheda abbiamo visto che la nostalgia è malinconia. Ma, secondo me, sono due sentimenti diversi, in quanto la nostalgia è un, diciamo così, un ricordo, una mancanza di qualcosa che abbiamo lasciato, appunto una nostalgia di qualcosa che non abbiamo più, mentre la malinconia è una tristezza interiore, è un sentimento indipendente da ciò che ci circonda. Lei cosa ne pensa?

BOITANI: La malinconia esiste anche indipendentemente dalla nostalgia, la nostalgia è una forma di malinconia. Si può essere malinconici anche senza essere nostalgici, sono perfettamente d'accordo, si può essere malinconici addirittura di natura. La depressione è una forma di malinconia, per esempio. Ma la nostalgia è senz'altro una forma di malinconia, cioè si presenta come malinconia, si presenta come struggimento. Questo direi, come risposta è questa. Si possono esaminare tutte e due le cose, separatamente l'una dall'altra naturalmente. Amleto è malinconico, senza essere nostalgico.

STUDENTESSA: La malinconia è un sentimento che ci sorprende solo in un presente che non ci soddisfa e quindi ci fa rimpiangere un po' il passato, oppure è un sentimento che comunque è legato alla natura dell'uomo e quindi ci sorprende anche ordinariamente? Cioè è una cosa con cui magari conviviamo, anche se non siamo tristi, anche se non siamo infelici?

BOITANI: Conviviamo sempre con la malinconia, perché nella nostra vita di tutti i giorni, man mano che passano i minuti, le ore, eccetera, si passa attraverso tanti stati d'animo, attraverso tante passioni. La malinconia può prendere la sera, andando a dormire, oppure la mattina quando ci si sveglia. Poi naturalmente dipende dall'individuo: ci sono persone che sono più malinconiche di altre e che soffrono di malinconia. La malinconia è una malattia, cioè è una forma di malattia. Quindi è costante nell'uomo e tra l'altro aumenta con l'età, ve lo posso garantire, perché è legata anche al passare del tempo. In questo senso poi ridiventa nostalgia, perché man mano che uno diventa vecchio rimpiange sempre di più il passato, si vede sfuggire la vita - so che non è molto allegro, però, ahimé è così -, e quindi diventa più malinconico. Voi avete mai visto i vecchi ballare dalla gioia? E' difficile. Ci sono alcuni che lo fanno, ma è difficile insomma. In genere, man mano che si invecchia, si diventa più malinconici e più nostalgici, perché nostalgia non significa soltanto di un luogo, ma anche del tempo naturalmente.

STUDENTESSA: Volevo chiederLe, abbiamo visto nella scheda che praticamente Ulisse rifiuta l'immortalità per avere una, insomma, anche una certezza, la certezza di una vecchiaia appunto anche con la moglie. Quindi, secondo me, forse questo rifiuto che fa Ulisse potrebbe essere anche stato causato da una certa paura, paura dell'immortalità, quindi dell'ignoto.

BOITANI: Mah, io credo che Ulisse rifiuti l'immortalità non perché ha paura dell'immortalità, ma perché vuole la mortalità. L'uomo non è abituato all'immortalità. Non sappiamo cosa sia l'immortalità. In realtà noi viviamo - e siamo sempre vissuti, da quando eravamo scimmie, per così dire - nella mortalità, sapendo, cercando di ignorare, ma sapendo che prima o poi moriremo. Affrontare l'immortalità è, se ci pensate un momento, anche una cosa abbastanza terrificante - in questo senso Lei ha ragione -, terrificante! perché immaginate un'eternità in cui che cosa si fa? Si mangia continuamente cioccolatini, fiori di loto, si vive insieme alle uri, come nel Paradiso musulmano? E' anche noiosa l'immortalità, diciamocelo pure. La vita è molto più movimentata, ma è molto più movimentata perché poi viene la morte, perché ha un termine. Però non credo che l'Ulisse di Omero rifiuti l'immortalità perché ha paura, rifiuta l'immortalità perché vuole tornare da sua moglie, cioè soffre di nostalgia, vuole la moglie, anche se è vecchia, anche se morirà, dice a Calipso. "Io lo so che tu sei immortale, bellissima, che durerai per sempre. Io però preferisco invecchiare con quella, con quella moglie che ho lasciato 17 anni fa", quand'era giovane. Nel caso di Dante è diverso.

STUDENTESSA: Nostalgia e malinconia possono diventare patologiche a un certo punto?

BOITANI: Sì, sì. Possono diventare patologiche al punto che la malinconia soprattutto diventa forma depressiva, mania depressiva. Cioè qui entriamo poi in psichiatria, in neurologia? La malinconia protratta nel tempo, se non è uno stato, diciamo, d'animo temporaneo, ma va avanti per due mesi, non si chiama più malinconia, in termini moderni, ma si chiama depressione insomma.

STUDENTESSA: E ci sono dei segnali che dimostrano, questo, cioè dei paletti, dei limiti, che mostrano quando si va dalla semplice nostalgia alla depressione?

BOITANI: Dovrebbe chiederlo a un neurologo; però come uno che ha sofferto di malinconia, e di malinconia cronica, cioè di depressione, le posso dire di sì, certo, ci sono dei segnali. Per esempio uno ha molto meno voglia di mangiare, ha molto meno voglia di fare all'amore. Non ha voglia di vivere. Pensa sempre alla morte, ha continui pensieri di morte. Quindi quella malinconia, che si presenta come temporanea, nella maggior parte degli esseri umani, diventa una forma appunto perenne, cronica insomma. La nostalgia è diverso, perché la nostalgia è un sentimento di assenza, cioè fondamentalmente di assenza. Uno vuole qualcosa che non ha in quel momento. Vuole tornare a casa, vuole tornare al passato, quindi è molto più limitata nel tempo.

STUDENTESSA: Appunto riguardo al rischio che la nostalgia diventi patologica, quando noi abbiamo i segnali che questo sta accadendo?

BOITANI: La nostalgia? Ma guardi io le posso parlare per esperienza personale. Io ho vissuto molti anni fuori dall'Italia, fuori da casa mia, in Inghilterra, in America, eccetera. C'erano dei momenti, dopo un certo periodo di tempo, in cui la nostalgia diventava insopportabile, cioè ricordo benissimo, dopo due mesi, tre mesi, in un autunno inglese, o nell'autunno inglese, quando fa buio alle tre di pomeriggio e io dovevo andare a insegnare nel buio, sotto questa pioggerellina, devo dire che a quel punto la nostalgia, perfino del pasticcio che è Roma o che era Roma, era quasi insopportabile. L'unica cosa che riusciva a farmelo vincere era mangiare una fetta di salame.

STUDENTESSA: E quando si tratta di nostalgia di una persona, che tu sai di non poter più avere vicino e ci pensi continuamente, a un certo punto ti può venire addirittura la paura di star diventando pazzo, cosa puoi fare?

BOITANI: Niente. Assolutamente niente. Il caso limite è il caso quando muore una persona, muore una persona cara: la madre, la moglie, il figlio. Soltanto il tempo cura quelle cose, se ci riesce. Se diventa cronico, in quel caso, se lei dopo due anni non ha, non dico dimenticato, ma non è sopravvissuto alla nostalgia della persona cara che è andata via, scomparsa, morta, o quello che sia, allora entra in depressione, cioè diventa cronica la nostalgia in quel caso, la malinconia, la nostalgia. Ma solo il tempo cura, non c'è altro modo. Sì naturalmente ci sono le droghe, c'è l'alcool, c'è il tabacco - voglio dire sono tutti palliativi però -, ci sono le pillole, ma non servono.

STUDENTESSA: Ma può essere naturale che dopo un po' di tempo si sente ancora un po' di nostalgia di una persona, anche se in parte si è superata? Questo è naturale?

BOITANI: Assolutamente naturale, sì. La mancanza di una persona con la quale si è vissuti o vicino alla quale si è vissuti, dura per tutta la vita. Non so se abbiate fatto questa esperienza. Io sì, purtroppo, data l'età. Nostalgia della propria madre, non si dimentica mai. Ecco perché la scena centrale dell'Odissea è la scena dell'incontro con la propria madre, nell'Ade. E' la scena centrale. Tra tutte le avventure dell'Odissea è proprio quella che sta in mezzo, architettonicamente. Il tentativo di afferrare tre volte la madre con le braccia, tentativo non riuscito, come sapete, è proprio al centro del poema, per una ragione fondamentale, che quella è l'esperienza centrale della vita di un uomo, in particolare di un maschio naturalmente, forse più che di una femmina. Cioè non si dimentica mai. Quello che viene meno è il dolore, terribile all'inizio, però nostalgia della mamma non, non va mai via. Così come non va mai via la nostalgia che la madre ha del figlio, perché in quella scena dell'Odissea, la cosa straordinaria, come avete sentito, visto anche, è che la madre dice a Ulisse: "Io sono morta per nostalgia di te". Cioè: io non sono stata uccisa da una malattia, non mi ha ucciso Artemide con le frecce, sono morta perché tu non tornavi.

STUDENTE: Quindi la nostalgia si può definire un sentimento positivo oppure negativo?

BOITANI: Io penso fondamentalmente che sia un sentimento positivo, come sono tutti i sentimenti, perché sono impulsi che ci fanno vivere, che ci spingono in qualche modo. Altrimenti saremmo completamente impassibili e sempre immobili. Non ci muoveremmo mai. In più la nostalgia o la malinconia, che è dentro la nostalgia, ha un doppio, una doppia tensione. Da una parte la tensione verso il ritorno a casa, che è quello di Ulisse. Ulisse piange sulla spiaggia di Calipso, l'abbiamo visto, perché vuole tornare a casa. Cosa vuol fare? Vuole tornare alla moglie, all'olivo nel quale ha scavato il letto nuziale. Ecco qui c'è un ramo di olivo, che non è esattamente un olivo, ma insomma è il segno, il simbolo dell'ulivo. Il fine, il telos, direbbero i Greci, della nostalgia è quello: tornare all'olivo, perché Ulisse lì ha scavato il suo letto di nozze. E l'Odissea finisce, in un certo senso, con il ramo d'ulivo, che, non per niente è il segno di riconoscimento, ricordate, tra Penelope e Ulisse, quando Penelope non riconosce Ulisse. Finché lui non parla di questo, di come ha scavato, intagliato il letto matrimoniale dall'ulivo, Penelope non lo riconosce. Quando lui ha detto questo, a Penelope le si sciolgono le ginocchia e diventa, la similitudine di Omero, diventa come un naufrago che arriva finalmente alla riva. Cioè Penelope diventa come Ulisse, proprio alla fine. Quindi questo è un impulso della nostalgia, quello di tornare a casa, all'ulivo. L'altro impulso invece - nostalgia significa male del ritorno nosotos-algos, in greco -, l'altro impulso è quello di andare via, cioè nostalgia verso l'ignoto. Ricordate che nella scena dell'Ade, quella che abbiamo visto prima, quando Ulisse tenta di abbracciare la madre, quando la madre gli parla della morte, eccetera, Tiresia gli profetizza il futuro e gli profetizza questo futuro dicendogli: "Tu tornerai a casa, ucciderai i pretendenti, ti ricongiungerai con tua moglie - e via di seguito, però non è finita lì. "Poi devi partire per una pena infinita, un ultimo viaggio", dice. E cosa deve fare Ulisse in questo ultimo viaggio, Ulisse, Deve prendere un remo, se lo deve mettere sulle spalle, e deve viaggiare all'infinito, finché non arriva in un paese, dove non conoscono i remi, che sono "ali alle navi" - Poi Dante riprenderà questa definizione quando dice: "dei remi facemmo ali al folle volo" -; che non conosce i remi, che non conosce il sale, che non conosce il cibo condito col sale, che non conosce il mare. Quindi prendere il remo e andare in un luogo che non conosce il mare. Andare all'infinito, perché per Omero, per il mondo, la cultura di Omero, un mondo che non conosce il mare non esiste. Dov'è? In mezzo all'Africa, al Congo, oppure in Siberia? Il mare, nella civiltà greca è comune, come a Napoli. No? Ecco questi due sono gli impulsi della nostalgia. E uno è il testo omerico, diciamo, un altro è il testo dantesco. Tutte e due riguardano Ulisse. Sembrano due poli opposti, in realtà sono due poli assieme. Se voi prendete, c'è una bellissima lirica scritta in quella, composta in quello che è il Medio Evo, cosiddetto "più buio" della nostra civiltà, cioè tra l'Ottocento e il Novecento dopo Cristo, in Inghilterra, si chiama The shiffer, cioè Il navigante, e adesso ve ne leggo alcuni versi, perché lì il personaggio centrale è un io che parla, potrei essere io di persona. Anzi io che l'ho tradotta, mi identifico molto, come dicevo prima, con questo personaggio, il quale ha paura di andare via, ha paura del mare. Il mare naturalmente è un mare invernale, un mare nordico, come quello di oggi a Napoli, per capirsi, tremendo, grandine, neve, eccetera, però nello stesso tempo vuole anche andare via. Ecco il testo, vi leggo l'inizio e poi il pezzo centrale:

:"Dirò di me stesso un canto vero, i viaggi narrerò. Come in giorni duri spesso ho sofferto tempi di pena, ho sentito nel cuore amara la cura, nelle chiglie trovato dimore di dolore, sulle onde in tumulto dove spesso mi tenne veglia ansiosa di notte, alla prua della nave, che rollava alle rocce. Eran dal gelo i piedi premuti, legati dal ghiaccio in fredde catene, mentre pene soffiavano calde dal cuore e fame strappava lo spirito dentro, stanco del mare. Quell'uomo non sa, cui tocca su terra di vivere bene, come miserando sul gelido oceano, d'inverno ha percorso le vie dell'esilio, privato d'amici, pendevano attorno verghe di ghiaccio. Turbinava la grandine".

Questo è il senso veramente dell'assenza, del dover andare via su un mare, su un oceano fondamentalmente ostile. E però lo stesso personaggio, lo stesso poeta, lo stesso narratore dice, poco più tardi, e il paesaggio non cambia, siamo sempre in un paesaggio quasi artico, per così dire, se volete, scozzese, scandinavo, dice:

:"A notte l'ombre brunivano, nevicava dal nord, sulla terra ghiacciata cadeva la grandine, il più freddo dei grani. I pensieri del cuore mi turbano, ora, che sui mari profondi debba lanciarmi, nei flutti salsi in tumulto. Ogni volta però la voglia del cuore spinge lo spirito a viaggiare lontano, a cercare le terre straniere. Pure al mondo non c'è chi, sì folle di cuore, sì largo di doni, in giovinezza sì forte, sì ardito in imprese, con signore sì amico, sempre non abbia, ansia del viaggio, per il fato che a lui riserva il Signore. Non ha pensiero per l'arpa, per possesso d'anelli, né piacere di donna, né gioia mondana, né cosa alcuna fuorché l'onde rombanti, ma sempre si strugge chi si spinge sul mare, sempre si strugge chi si spinge sul mare".

E questo, la parola originale in inglese, anzi in inglese antico è longung, cioè longing, che vuol dire nello stesso tempo desiderio e nostalgia, malinconia. Quindi io ho tradotto struggere, struggimento, proprio perché è questa sofferenza delle due tensioni opposte, che uno vuole andar via e vuole anche tornare, o vuole tornare, ma vuole anche andar via.

STUDENTE: Professore, dunque la malinconia sarebbe, in senso generale, originata da una continua insoddisfazione del proprio stato, che porta una tensione verso uno stato migliore, verso un viaggio e quindi ad un’ulteriore conseguente nostalgia. Ma l'uomo secondo Lei, che cosa cerca in questo viaggio? E Lei personalmente che cosa ha trovato durante tutti suoi viaggi, originati appunto da una tensione verso il miglioramento?

BOITANI: Questa è una domanda da cento milioni di dollari, anzi una doppia domanda da due volte cento milioni di dollari.

STUDENTE: Almeno cosa crede di aver trovato, insomma.

BOITANI: Cosa cerca l'uomo è la prima domanda. L'uomo cerca un senso, cerca di riempire il vuoto in qualche modo, cerca di riempire quel vuoto che è, se uno guarda bene, la vita. Quando uno è malinconico, come Amleto, tutto gli sembra un vuoto nulla. Leopardi, Virgilio, eccetera. Quindi si cerca di riempire quel vuoto con qualcosa. Siccome riempire il vuoto con oggetti, diciamo così, specifici, cioè con un'automobile, una Ferrari - uno dice: "Ah, la Ferrari, mi riempie di gioia!", sì la riempie di gioia, forse per un mese e poi, dopo, uno desidera qualcos'altro, anche se si compra una Rolls Royce non è poi che cambi fondamentalmente -, oppure il desiderio di fama, di gloria. Quindi il movimento, il viaggio, il desiderio di viaggiare, di spingersi sempre lontano, sempre più lontano è il desiderio di riempire il vuoto, in qualche modo. Che cosa ho trovato io? Nulla. Cioè ho trovato tantissime cose, ho trovato tantissime persone, tantissimi affetti. Ho conosciuto tantissime terre. Non c'è nulla di più bello che vedere un paesaggio che non si è mai visto prima, oppure un paesaggio che si è visto prima e rivederlo, soprattutto quando questo paesaggio è un paesaggio con orizzonte molto grande, molto largo, come l'oceano, come il deserto, come nei film western. Se potessi io viaggerei volentieri nello spazio, cioè 2001 Odissea nello spazio, Star Trek. Questo non risolverebbe nessuno dei miei problemi di fondo naturalmente, però è l'unica cosa, credo, che possa in qualche modo riempire quel vuoto che al fondo è sempre la nostra vita. E poi c'è un'altra risposta, più brutta forse, più triste, più malinconica, e cioè che viaggiando, girando, muovendosi, una cosa si trova sempre, si trova la morte, che è quella che trova Ulisse nell'Ade, che è quella che trova l'Ulisse di Dante quando fa naufragio, quando Dio gli fa fare naufragio, ma vuole trovare la morte. L'Ulisse di Dante parte - l'avete sentito prima, quando dice: "a questa tanto picciola vigilia di nostri sensi, che è del rimanente, non vogliate negar l'esperienza di retro al sol, del mondo sanza gente"; Non vogliate negare l'esperienza della morte, è lì che dobbiamo andare, è lì. Il mondo nuovo, la nuova terra, di cui parla l'Ulisse di Dante , l'isola, che poi si rivelerà del Purgatorio, è il mondo della morte. In realtà tutti noi, dentro, desideriamo soprattutto, arrivati a una certa età, di fare esperienza della morte, di farla da vivi, s'intende, non di farla da morti, cioè di andare nel mondo dell'al di là e di tornarne vivi, come fa Ulisse.

STUDENTE: La malinconia più che uno stato di depressione non può essere intesa come uno stato di tolleranza assoluta, ossia di sopportazione di tutte le cose che ci capitano, e di tutti gli eventi che ci piovono addosso, di totale indifferenza?

BOITANI: Se le va bene, sì, dipende da che tipo di malinconia è. Se è una malinconia, come spesso accade, che si porta dentro anche l'irritazione, allora, ahimé, no. Se è una malinconia leggera, può anche tollerare tutto. Cioè, se la malinconia è un atteggiamento voluto, ecco sì.

STUDENTE: Sì, io intendo come atteggiamento scelto, come una scelta.

BOITANI: Allora se è un atteggiamento di scelta, cioè un atteggiamento, per così dire, filosofico, allora sì, certo che è tollerante, senz'altro, perché si comprende meglio il dolore degli altri o la malinconia degli altri. Se invece è innata, allora è poco tollerante, glielo posso garantire.

STUDENTESSA: Io volevo dire, secondo me, molto spesso la malinconia, e naturalmente anche la nostalgia, possono essere, soprattutto in età giovanile, degli strumenti per porsi al centro dell'attenzione. Lei cosa ne pensa, al riguardo?

BOITANI: Ne penso ogni bene.

STUDENTESSA: Cioè spesso è un atteggiamento che una persona assume.

BOITANI: Certo.

STUDENTESSA: Più che un modo di sentirsi.

BOITANI: Ah, indubbiamente. E' un atteggiamento in particolare che prendono i giovani intellettuali. Ne ho sofferto molto anch'io, per attirare l'attenzione delle ragazze, quand'ero adolescente, mi fingevo - e poi sono diventato, perché a furia di fingersi, uno diventa - malinconico, perché il malinconico avrebbe, in teoria, l'aspetto, così, dell’intellettuale, di quello che pensa, eccetera. Certamente è anche un atteggiamento, e come!

STUDENTESSA: Più in età giovanile, che in età adulta?

BOITANI: Sì, sì, dico proprio in età giovanile, anzi adolescenziale, per così dire, perché poi c'è una differenza tra adolescenza e giovinezza. A 17 anni è una cosa, a 25 già è un'altra. Soltanto che, Lei ha perfettamente ragione, ma a furia di fingersi malinconici....

STUDENTESSA: Beh, sì, lo si diventa.

BOITANI: Lo si diventa.

STUDENTE: Scusi c'è un altro grande viaggiatore di cui non abbiamo ancora parlato, che è Gulliver. Secondo Lei, Gulliver in che termini, se prova malinconia, la prova?

BOITANI: Ma Gulliver non prova malinconia.

STUDENTE: Neanche tornato dal suo viaggio, alla fine?

BOITANI: In quel caso prova nostalgia del viaggio. Però Gulliver, al contrario di Amleto, è un po' come Robinson Crusoe. Voi avete mai sentito Robinson Crusoe lamentarsi, cioè Robinson Crusoe si lamenta tremendamente, però in realtà costruisce sull'isola una sua civiltà, eccetera

STUDENTE: Sono comunque opposti, cioè Gulliver è l'anti-Crusoe, no?

BOITANI: Per tanti versi sì. Però l'esperienza che fanno del viaggiare è un'esperienza che non è malinconica, fondamentalmente, è un'esperienza di godimento, di piacere.

STUDENTE: Ma l'impulso a viaggiare di Gulliver da episodio in episodio non è comunque dettato da malinconia?

BOITANI: No, direi più che altro proprio dal desiderio di vedere altre cose. Versioni diverse. Perché poi quello che Gulliver vede è sempre la stessa cosa invertita due o tre volte: i tanto piccoli, i tanto grandi. Cioè è il mondo inglese del Settecento che lui vede con una lente, che inverte ogni volta, con il cannocchiale o con il microscopio, insomma.

STUDENTE: Professore, anche per Lei, così come ha scritto il Leopardi nel sonetto Alla luna, il ricordare avvenimenti e situazioni del passato può farci sembrare migliori queste stesse situazioni?

BOITANI: Sì. Sì, perché li sublimiamo. Cioè nel ricordare c'è un meccanismo curioso che fa parte dell'uomo, forse anche dell'elefante, che si dice abbia una memoria terribile, nel ricordare noi sublimiamo il passato, cioè lo immaginiamo, lo riviviamo migliore e più bello, e più bello, più interessante di prima. E' un meccanismo molto importante quello che descrive, che descrive Leopardi. Per esempio, meccanismo tipico è quando noi ripensiamo al nostro passato, cioè a quando eravamo giovani. Io non ero affatto più felice, quand'ero giovane, di quanto non sia adesso, però, ripensando alla mia giovinezza, alla mia adolescenza, dico: "Accidenti, quanto si stava bene allora, quanto ero bravo, quanto mi divertivo", eccetera. Cioè viviamo, riviviamo il passato in un altro modo. Lo riviviamo appunto molto migliore. In questo Leopardi è l'esempio supremo. Ha fatto benissimo a citarlo, perché lui è, quello che lo ha in qualche modo codificato, lo ha centrato in pieno. Le ricordanze questo sono.

STUDENTESSA: Ritornando un attimo alla scheda, quando abbiamo visto Ulisse che incontra nuovamente la madre, cioè ricordando le parole che la madre gli ha detto, il fatto che comunque è morta soltanto per nostalgia di lui, perché non poteva più vederlo; crede davvero che la nostalgia, o comunque la malinconia, possano portare alla morte?

BOITANI: Sì. Possono portare al suicidio. La malinconia quando diventa depressione, se non è curata o se non è curabile, porta al suicidio. La nostalgia è più difficile, perché è una forma soltanto di malinconia che si può curare facilissimamente, basta prendere l'aereo o il treno e tornare a casa.

STUDENTESSA: No, io dico la morte naturale per un dolore, praticamente causato dal fatto che comunque non poteva più vedere la madre, cioè quando perdiamo una persona cara, quale ad esempio un padre, una madre, il fatto di non poterli più rivedere, il tale dolore, la tale nostalgia insomma per quella persona, possono provocare la morte?

BOITANI: Possono, sempre attraverso un meccanismo di tipo psicologico, di tipo psichiatrico. Cioè, se quella malinconia si radica, può portare all'infarto, al blocco dei polmoni, della respirazione. Insomma ci sono tante forme in cui poi la depressione si manifesta con, con forme di malattia fisica, e quindi può portare anche alla morte, penso, alla morte naturale. La nostalgia, ripeto, è diverso, perché la nostalgia è facilmente curabile, in un certo senso. Basta tornare a casa, se quello è il male che uno ha, oppure basta partire, se ha quella forma di nostalgia che, come vedevamo prima, lo spinge o la spinge lontano. Io, per esempio, non faccio altro che partire e tornare. E questo mi cura di ogni forma di nostalgia. Basta partire una volta al mese e andare lontano e tornare poi, e curato dalla nostalgia.

STUDENTESSA: Professore, secondo Lei qual è il momento più nostalgico durante il viaggio di ritorno di Ulisse?

BOITANI: Esplicitamente quello, sulla spiaggia di Calipso, che abbiamo visto proprio nella parte iniziale. Lì piange e dice: "Io scelgo la mortalità, la vecchiaia, mia moglie, piuttosto che l'immortalità". Piange perché vuole tornare a casa. In maniera implicita tutto il viaggio è pieno di quella nostalgia. Pensi all'episodio delle Sirene, per esempio. Le Sirene attraggono Ulisse, Ulisse le vuole sentire, le vuole vedere, cosa che nessun altro mortale è mai stato in grado di fare e poi sopravvivere, le Sirene sono tutto ciò che attrae lontano da casa. La poesia, la sapienza, la fama, la gloria, il ricordo del passato - perché le Sirene sanno tutto, dice Omero -. Quindi anche lì c'è una nostalgia tremenda. La scena, se ci pensate bene, è straordinaria. Ulisse si fa legare all'albero, mentre mette la cera nelle orecchie dei compagni, perché vuole sentire, ma nello stesso tempo vuole anche sfuggire, vuole tornare a casa. Quello è, è proprio un momento straordinario. Nel Medio Evo addirittura si diceva che Ulisse, legato all'albero, davanti alle Sirene, era Cristo legato alla croce. Quindi pensate un po' che straordinaria immagine. Questi sono i momenti massimi della nostalgia. Però la nostalgia è anche legata a sensazioni continue. Io, per esempio, ogni volta che viaggio, quando vado all'estero, mi metto nella valigia una macchinetta da caffè napoletana. Intanto perché, come sapete, il caffè, all'estero, soprattutto nei paesi nordici, non lo sanno fare, e poi perché quello è il segno di casa. Io sono cresciuto in una casa che non era napoletana, ma che faceva il caffè con questa macchinetta. E allora, portarsela appresso, anche quando sono lontano, decine di migliaia di miglia, mi ricorda casa, mi ricorda mia madre, mi ricorda la voglia di ritornare. E' un po' una forma di esorcismo: uno si versa il caffè, poi se lo beve, quando sente l'odore del caffè napoletano, quello è l'odore di casa, si beve, e si beve casa.

GIOVEDI’ 11 FEBBRAIO 1999 (ore 20.30 cena, indi documentario)


DOCUMENTARIO SCIENTIFICO "CATASTROFE COSMICA - La minaccia dallo spazio" - durata 50 minuti circa

DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Un meteorite di 10 chilometri di diametro precipita su New York alla velocità di 100.000 chilometri orari. L'impatto è catastrofico, la distruzione totale. In breve tempo gli effetti della collisione si propagano all'intero pianeta. Fantascienza o realtà? La storia della Terra reca ancora oggi i segni dell'impatto di grandi bolidi celesti. Lo spettacolo delle stelle cadenti dimostra che la Terra è bombardata in continuazione; ma un evento di proporzioni catastrofiche è ragionevolmente ipotizzabile?

VENERDI’ 5 MARZO 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"MALCOM X" - regia di Spike LEE - anno 1993 - durata 215 minuti circa - IN ITALIANO - SECONDA PARTE: durata 105 minuti circa

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA:

Santo e diavolo. Angelo che non ha pace per un popolo che di pace non ne ha mai avuta. E' Malcolm Little (Denzel Washington). Infanzia infelice. Poi ladro. Poi sfruttatore. Poi la galera. Ma il verbo del musulmano nero Elijah Muhammad (Al Freeman jr) gli apre gli occhi.

E' il momento X. Quando Malcom diventa paladino dei diritti dei neri. Domenica di febbraio. Auditorium Ballroom. Venti proiettili. The end. Ma la sua voce si sente ancora. Spike Lee, il più grande regista nero della storia del cinema, apre con il pestaggio di Rodney King e chiude con un discorso di Nelson Mandela l'appassionante biografia di un uomo straordinario, che nessuno può permettersi di dimenticare.

GIOVEDI’ 11 MARZO 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT" (Heimat - Eine Chronik in elf Teilen)- PRIMO EPISODIO: Nostalgia di terre lontane - Regia di Edgar Reitz - anno 1984 - IN ITALIANO

VENERDI' 19 MARZO 1999 - ORE 20.30 CENA, INDI INCONTRO

SERATA NUTRIZIONALE E DI GUIDA AL BENESSERE

Incontro con il dottor Paolo MEUCCI,

per saperne di più in merito ad un'alimentazione quotidiana sana e bilanciata e per sapere come questa influisca su vari aspetti della nostra vita.

PER ULTERIORI INFORMAZIONI CHIAMARE CARLO DI FRANCESCO AL NUMERO 0338-3644830

GIOVEDI’ 25 MARZO 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT" (Heimat - Eine Chronik in elf Teilen)- SECONDO EPISODIO: Il centro del mondo - Regia di Edgar Reitz - anno 1984 - IN ITALIANO

 

Da HEIMAT a DIE ZWEITE HEIMAT

Ci sono luoghi mitici della cultura e della narrativa, luoghi in cui il fascino della fabulazione ha costruito per noi mappe e ambientazioni, squarci e paesaggi che hanno trovato posto nella nostra memoria, al limite tra il ricordo e la fantasia: dalla TERRA DI MEZZO (Il signore degli anelli) alla contea di YOKNAPATAWPHA dei romanzi di Faulkner, dal continente di ATLANTIDE alle isole dei Viaggi di Gulliver (BROBDINGNAG e LILLIPUT), dal PAESE DELLE MERAVIGLIE di Alice alla BAY CITY dei neri di Raymond Chandler, dal pianeta ARRAKIS (Dune) a MACONDO (Cent'anni di solitudine) . Ad un'infinità di luoghi d'immaginazione letteraria la geografia fantastica del cinema ha corrisposto solo rari esempi a tenuta mitica (alcuni originali come XANADU', BRIGADOON, SHANGRI-LA, altri rigenerati da testi preesistenti: FORT APACHE, l'ISOLA-CHE-NON-C'E, TARA, GOTHAM CITY) anche in conseguenza della durata limitata del corpo narrativo cinematografico, che non sempre possiede un respiro tale da sedimentare nell'immaginario i luoghi della finzione filmica oltre ai personaggi e alle atmosfere.

Un caso speciale quindi da considerarsi il paese di SCHABBACH, nell'Hunsrück meridionale in cui abbiamo conosciuto le diverse generazioni (dal 1919 al 1982) della famiglia Simon attraverso quel mega-film che fu Heimat, presentato al Festival di Venezia nel 1984. La mole realizzativa di Heimat (11 episodi, per una durata di oltre 15 ore) impressionò quanto la sua grandiosità narrativa, la scorrevolezza intrinseca di una tematica complessa e di ritmi e tempi dilatati, la pregnante fisicità di quei luoghi, di quell'ambiente umano che Edgar Reitz seppe dipingere con straordinaria abilità, coniugando la storia della sua patria con la storia dei suoi personaggi, la saga di una famiglia nell'epoca tra le due guerre, negli anni bui del nazismo, nel periodo ambiguo della rinascita economica.

Sia chi ebbe l'occasione di vedere Heimat sugli schermi del Lido, sia chi lo scoprì come una appuntamento "carbonaro" nelle notti estive di Rai 3, percepì la fascinazione della straordinaria ariosità del racconto, dell'incredibile intrecciarsi di piccoli e grandi episodi, dell'apparire e scomparire di una miriade di personaggi, tutti ugualmente indispensabili alla crescita globale della narrazione, al configurarsi di una saga-simbolo tra storia e memoria. Meno immediata, ma non meno suggestiva fu la puntualizzazione sul significato del termine Heimat, non Patria nell'accezione comune, ma più precisamente "luogo natale e di residenza, paese d'origine e casa paterna" (definizione lessicale) o ancora, secondo una citazione da Ernst Bloch "il regno delle brame e delle nostalgie, dei desideri e dei bisogni... La grande miniera della prassi non ancora addomesticata, il luogo del desiderio non ancora esaudito"

Su tali premesse e sul successo di critica e pubblico che in Germania accompagnò Heimat, Edgar Reitz iniziò nel 1985 a scrivere una seconda maxi-storia partendo non dalla fine cronologica del primo film, ma dal personaggio cardine (e in parte autobiografico) che aveva animato gli ultimi episodi: il giovane Hermann, figlio di Maria e di Otto, primo intellettuale del ceppo Simon, musicista e compositore, "esule" a Monaco di Baviera per completare i suoi studi, per scoprire se stesso e il mondo nella "seconda patria" che il destino gli ha riservato.

"Quando, alla fine degli anni settanta, cominciai a girare Heimat, mi trovai a dover affrontare una decisione molto importante: i personaggi che vivevano nella cittadina del film, Schabbach, erano tormentati dalla voglia di andare via ed alcuni di essi se ne erano andati per non far più ritorno per una vita intera. Nella veste di narratore dovevo decidere se accompagnare quelli che se ne andavano o rimanere nella cittadina e seguire la storia di quelli che restavano. Scelsi la seconda versione, e così si creò l'immagine di una comunità cittadina, di un vincolo familiare, di un mondo che funziona solamente nell'infanzia. Heimat, la terra delle origini, sempre qualcosa che si è perduto, una nostalgia, un desiderio che non si realizza mai. Si resta delusi, se ci si prova a tornare...

Negli anni della produzione di Heimat ho pensato spesso all'altra versione: una narrazione che accompagnasse uno di quelli che se ne andavano lungo il cammino al di fuori della cittadina, del paesaggio, della famiglia, del mondo dell'infanzia. Molti di noi hanno vissuto un'esperienza simile, ed essa ci ha influenzati non meno della stessa Heimat, della terra dalla quale proveniamo...

Ho impiegato sette anni di lavoro per poter finalmente presentare questo secondo film, Die zweite Heimat (La seconda patria). Il titolo non indica la prosecuzione di Heimat, bensì quel luogo che scegliamo da adulti e nel quale decidiamo di fermarci. Il lavoro, le amicizie, la famiglia che ci formiamo sono le caratteristiche di questa patria di elezione. Essa si fonda sulla nostra decisione. Ma l'amore, l'amicizia, il lavoro sono valori che si disgregano facilmente. Nella seconda patria si vive su un suolo incerto. La nostra tensione verso la libertà è irrinunciabile, ma pericolosa per ogni legame. La seconda patria è sempre una cosa provvisoria... Come protagonista ho scelto Hermann, il ragazzo che se ne va da Schabbach, dopo che la sua famiglia ha distrutto il primo amore. Come era stato annunciato in Heimat, Hermann va a vivere in una grande città, per studiare musica. Insieme a lui percorriamo il decennio che egli impiega per diventare adulto: gli anni sessanta. Insieme a lui incontriamo gli altri personaggi, che vorrebbero realizzare i loro sogni nella città, giovani musicisti, cineasti, attori, letterati, insomma, i giovani artisti su cui da sempre Monaco ha esercitato la sua attrazione... Mentre Heimat descriveva l'infanzia, la cittadina, la famiglia, il racconto parla ora del passaggio all'età adulta, della vita nella grande città, dell'amicizia e dell'amore"

Per narrare tutto ciò, per riprendere il filo della memoria e dei sentimenti di cui si intesse il suo cinema, Reitz ha costruito con Die zwiete Heimat un'altra opera monumentale, ancora più ampia, nella gestazione e nei risultati, del lavoro precedente: 2143 pagine di sceneggiatura, 7 anni per la produzione, 557 giornate di ripresa, 71 attori, 310 comparse, 372.046 m di negativo e 48.000 m di edizione definitiva per un totale di 25 ore e 32 minuti di cinema suddivise in 13 episodi.

Si parte dal 1960 quando Hermann, ventenne musicista di talento, con il cuore in pezzi per un amore perduto, lascia la sua Schabbach, per studiare composizione musicale all'Università di Monaco e si arriva al 1970, anno in cui ritornerà nell'Hunsrück, sereno e maturo, riconciliato con la vecchia e la nuova patria, capace di accettare nella vita il peso dei ricordi e il valore del saper attendere.

Musicisti, cineasti, intellettuali dello Schwabing (il quartiere degli artisti di Monaco) diventano i suoi amici; nelle notti elettrizzanti alla Tana della volpe e nei continui stimoli dell'ambiente culturale che lo circonda prende forma la sua visione della realtà, il suo mondo, che è il mondo narrativo su cui si costruisce Die zwiete Heimat. Il film di Reitz attraversa tutto un decennio descrivendo con profonda sensibilità protagonisti e situazioni, distillando il tempo cinematografico in una pacatezza che non è mai esasperante ed identificando ognuno dei 13 episodi in un momento storico-poetico al quale corrisponde la singola focalizzazione di un personaggio, su cui si accentra via via la vicenda: Juan, un genio polivalente, musicista, poliglotta, giocoliere, Evelyne e Ansgar che si amano di un amore romantico fuori dal tempo (ma che la morte banalmente distrugge), Helga che incarna lo spirito ribelle della nuova giovane Germania, Alex timido intellettuale-filosofo (e coscienza storica del gruppo); e poi Clarissa, il grande amore di Hermann, violoncellista e cantante in fuga dal coinvolgimento dei sentimenti, Schnüsschen, la mogliettina ideale, dolce e borghese ragazza di provincia, la più anziana signora Cerphal, elemento di raccordo tra le diverse generazioni, ed infine Reinhard, Rob e Stefan i tre cineasti che, mescolando cinema e vita, imprimono un carattere ulteriormente autobiografico all'opera.

Attento all'evolversi delle psicologie e alla visione collettiva che il loro fondersi costituisce, Reitz preferisce tenere provocatoriamente "alla finestra" l'universo di riferimenti storici di quei fatidici anni '60 (solo accennati da squarci marginali), mentre ciò che acquista spessore nell'evolversi del racconto è il fluire quasi proustiano di sensazioni e ricordi che sono quelli dei protagonisti e del regista, della storia europea e del nostro immaginario in cui davvero Die zweite Heimat riesce a configurarsi come un'indimenticabile seconda patria cinematografica.

Il tema unificante è quello della musica, la neue musik della Germania di quegli anni e che per Hermann e compagni (soprattutto per Jean-Marie e Volker, ai quali mancato l'onore di un episodio personale) è il respiro del vivere. In Die zweite Heimat ci sono di continuo spazi-concerto che scandiscono l'evoluzione artistica dei protagonisti e che riescono progressivamente a coinvolgere anche lo spettatore meno musicofilo in un percorso sonoro che è quello dell'affermarsi delle composizioni d'avanguardia come realtà artistica del novecento.

Ma l'anima di Die zwiete Heimat è anche un'anima romantica, turgida di un desiderio d'amore che trova continui ostacoli alla propria placida espressione: Hermann fugge da Schabbach proprio a causa del negato amore di Klärchen; Evelyne, che scopre come i suoi genitori abbiano vissuto un amore intenso e fuggevole, è destinata lei stessa a perdere tragicamente il suo caro Ansgar; Olga non conosce relazioni durature (e in ogni caso gli uomini che sceglie, Ansgar e Reinhard, sono segnati dal destino), Renate incarna la banalità dell'amore fisico ed Helga la sensualità della liberazione sessuale (ma chi ne fa le spese il tormentato Stefan), mentre Reinhard trova in Esther la passionalità e l'ispirazione per la sospirata sceneggiatura. Volker infine ama sinceramente Clarissa ma è destinato ad una relazione di "supplenza" perché il vero amore del film quello tra Clarissa ed Hermann: un amore ricambiato, ma tenuto sempre sulla soglia a causa della immaturità dei due, che si maschera dietro la voce adulta della loro musica.

Ma Die zweite Heimat è anche un trattato generazionale. Il confronto, che si fa scatenante a partire dal nono episodio (la speculazione edilizia che "abbatte" la Tana della volpe, gli imbrogli finanziari della famiglia Cerphal, lo sconvolgimento e le responsabilità del nazismo incarnate dal signor Gattinger), ritorna di continuo nelle relazioni tra genitori e figli: Evelyne ed Ansgar si amano con l'intensità dei genitori di lei, ma su Ansgar pesa l'ottusità di un padre e un madre bigotti ed egoisti; Helga appena rientra a Dülmen si scontra con la sua famiglia; Alex ha, sul comodino, una foto del padre che lo suggestiona sul valore dell'amicizia e del denaro, Jean-Marie e Volker dialogano sulle diverse realtà sociali da cui provengono; Clarissa deve subire il peso dell'esperienza di sua madre la quale, abbandonata in gioventù, ora esterna nella sua severità i timori per un avvenire sbagliato per la figlia. Il console Handschuh(anche lui con la coscienza poco pulita rispetto agli anni della guerra) custodisce nella sua grande casa una camera per un figlio che non è mai riuscito ad avere; di contro Hermann abdica come padre e Clarissa non riesce a trovare il giusto sentimento materno verso il bambino che ha avuto con Volker. Infine, se Esther non sa darsi pace per la perdita della madre deportata a Dachau e per la crudeltà del padre che non ha fatto nulla per impedirlo, Reinhard invece ricorda con affetto il suo genitore anche se su di lui, aviatore, pesa un'altra vergogna della generazione dei padri, il bombardamento di Guernica ("Anche lui è un assassino" - "Sì, ma tanto caro").

Alla suggestione di Die zweite Heimat contribuiscono un pullulare di assonanze narrative, di metafore minimali, di particolari apparentemente trascurabili che si combinano in un continuo rimando di situazioni ed emozioni, di misteriose casualità e di intime coesioni tra i vari personaggi della storia, tra gli infiniti tasselli del mosaico complessivo. Così nel secondo episodio compare nelle mani di Reinhard un fucile (un ricordo del padre) a cui lui tiene molto (non per niente cita John Wayne): Olga lo imbraccia e uccide simbolicamente Ansgar che l'ha abbandonata. Ansgar stesso nell'episodio seguente fa continui discorsi sulla morte e di lì a poco il suo destino tirerà le fila dei presentimenti. Quel fucile ricomparirà al matrimonio di Hermann: Juan lo usa per il suo tentato suicidio e Stefan, furibondo con Reinhard perché l'ha lasciato carico, vuole spaccarglielo in testa, scatenando la lite che li far cacciare tutti dalla "Tana della volpe". Sempre al matrimonio, Evelyne compare in compagnia di un africano e ciò viene d'un tratto a collegarsi ad un'isolata sequenza in cui avevamo intravisto quell'uomo di colore seduto in una chiesa vuota, a rimarcare forse il disagio dell'integrazione multirazziale nella Germania del dopoguerra.

Ancora, nel quarto episodio, Helga, mentre ritorna a casa, vede dal finestrino del treno Stefan e gli altri che in una stazione girano le sequenze di un film, ma quando torna sul posto non c'è più nessuno, solo una serie di foglietti, attaccati qua e là, con le battute dei dialoghi... Hermann intanto, che viaggia verso Dülmen in autostop, trova un passaggio da un guidatore che, affetto da improvvise pause di incoscienza, rischia di continuo un incidente, ma si considera fortunato perché "così non ho i problemi di quelli che non possono dimenticare". Se un albero caduto sfonda le finestre della "Tana della volpe" proprio all'inizio dell'episodio che vede la morte di Kennedy irrompere bruscamente nella privacy del gruppo, alla festa di matrimonio, mentre Hermann e Schnüsschen sigillano con un bacio la loro momentanea felicità, il montaggio contrappone l'arrivo all'areoporto di Clarissa. E quando a Venezia, dove Reinhard vive la sua storia d'amore con Esther, la macchina da presa indugia più volte sulla sfera luminosa della luna, non bisogna dimenticare che proprio in quell'anno il Surveyor I atterrava sul satellite.

Infine nell'ottavo episodio Elisabeth Cerphal, che ha trovato una pistola tra gli oggetti del padre, mentre si abbandona ai ricordi, spara un colpo che va a colpire la sedia dello studio, simbolo del comando del vecchio genitore. Scopriremo a fine episodio che proprio in quel momento, nel suo letto all'ospizio, il signor Cerphal esalava l'ultimo respiro...

Die zweite Heimat vive di questi magnetici frammenti che rivitalizzano di continuo uno script così monumentale, concedendogli una straordinaria scorrevolezza. L'inusuale durata e l'intarsio del racconto diventano la chiave di volta per un'immersione totale in cui la pacatezza del tempo narrativo adegua il nostro sentire al complesso intreccio della storia ed il meccanismo di identificazione opera sulla nostra sensibilità con una forza di finzione che lambisce la realtà.

E' difficile far percepire la sofferenza che si sente sulla propria pelle nel partecipare all'odissea sentimentale di Hermann e Clarissa, l'istintivo, destabilizzante fascino che emana Helga, lo sconcerto che ci assale all'improvvisa scomparsa di Reinhard. Quello di Edgar Reitz è un cinema memorabile, incredibilmente ispirato, coinvolgente nel rievocare la magmatica complessità dell'epoca, commosso nel descrivere luoghi e personaggi, nel dar parole (e musica) alla forza del desiderio della "seconda patria". Il suo viaggio attraverso la Germania degli anni '60 è il viaggio di una generazione attraverso il decennio della propria crescita interiore e il vivere da spettatori l'Heimat-film è un'esperienza nostalgica di ininterrotta suggestione ed intensa liricità.

GIOVEDI’ 1° APRILE 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT" (Heimat - Eine Chronik in elf Teilen)- TERZO EPISODIO: Natale come mai fino allora - Regia di Edgar Reitz - anno 1984 - IN ITALIANO

VENERDI’ 9 APRILE 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

CONCERTO JAZZ - Su Laser disc - "THELONIOUS MONK IN PARIS", registrato presso Pleyel Studios, Parigi, il 15 dicembre 1959 - durata settanta minuti circa

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

DOMENICA 11 aprile 1999 - ORE 10 - Ingresso Villa di Orazio - Licenza (RM) - Quota di partecipazione £ 10.000 - Prenotazione obbligatoria - "La Villa di Orazio e il Museo Oraziano nel Castello Orsini di Licenza. La Villa di Traiano ad Arcinazzo Romano" (a cura di Zaccaria Mari - Associazione Roma Oltre le Mura)

GIOVEDI’ 15 APRILE 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT" (Heimat - Eine Chronik in elf Teilen) - QUARTO EPISODIO: Via delle alture del Reich - Regia di Edgar Reitz - anno 1984 - IN ITALIANO

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

SABATO 17 aprile 1999 - ORE 21 - Libreria Pagine sul Mondo - Viale Sacco e Vanzetti 78 - Conferenza sul tema: "Uno sguardo sulla storia del Sud-Est asiatico: La Cambogia" (a cura di G. Canevacci - giornalista di radio rai e radio vaticana)

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

DOMENICA 18 aprile 1999 - ORE 10 - Via Arco di Travertino, 151 - Quota di partecipazione £ 10.000 - "Il Parco delle tombe Latine" (a cura di Emanuele Gatti - Associazione Roma Oltre le Mura)

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

MARTEDI' 20 aprile 1999 - ORE 18 - Libreria Pagine sul Mondo - Viale Sacco e Vanzetti 78 - Assemblea dell'Associazione Spazio Tempo (Rinfresco e Concerto del pianista Daniele Del Galdo)

A CASA DI AURORA - GIOVEDI' 22 APRILE 1999 (ore 20 cena, indi giochi)

CON LA PARTECIPAZIONE STRAORDINARIA DI MISTER TRICK

Serata di magia, giochi di prestigio, cartomanzia

VENERDI’ 23 APRILE 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"RIDICULE" - regia di Patrice LECONTE - anno 1996 - durata 100 minuti circa - IN FRANCESE SENZA SOTTOTITOLI

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Versailles, 1780. Le jeune baron Grégoire Ponceludon de Malavoy tente de convaincre les ministres de Louis XVI d'assécher les marais de sa province infestée par les fièvres. Mais avant d'arriver jusqu'au Roi, il devra se faire un nom dans le salon de la comtesse de Blayac, véritable antichambre du pouvoir, où le bel esprit peut faire une carrière alors qu'un "ridicule" la brise à jamais...

DALLA "STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA" di Giulio FERRONI - Einaudi Scuola: Poeti improvvisatori. La diffusione della poesia come modo di intrattenimento sociale vide sorgere nel Settecento un ampio numero di poeti improvvisatori, abituati a esibirsi in pubblico inventando versi estemporanei, basati su regolari misure metriche, spesso con accompagnamento musicale. Il fenomeno dell'improvvisazione, legato strettamente alle forme orali della poesia, non era naturalmente un fatto nuovo: poeti improvvisatori erano esistiti in ogni epoca, e soprattutto nella cultura popolare l'improvvisazione aveva sempre costituito un momento essenziale nella comunicazione poetica e un ruolo fondamentale aveva avuto nella stessa poesia della Grecia antica. Ma nell'Italia del Settecento gli improvvisatori raggiungono un nuovo singolare prestigio, pur restando in qualche modo ai margini della cultura ufficiale: come improvvisatore aveva esordito lo stesso Metastasio, i cui schemi poetici e linguistici e il cui linguaggio sentimentale erano noti a gran parte degli improvvisatori settecenteschi. Costoro, un po' come i cantanti e i musicisti, si presentavano come estrosi artigiani della parola poetica; e, nonostante il loro grande successo anche presso un pubblico internazionale, restavano in qualche modo un gradino al di sotto dei poeti veri e propri. Il loro prestigio sociale andò comunque accrescendosi e le loro doti, nell'orizzonte della nuova sensibilità diffusasi nel tardi Settecento, apparvero come manifestazioni dell'entusiasmo e della spontaneità, qualità attribuite al più autentico "genio" poetico. Gli improvvisatori furono visti come dei professionisti della spontaneità, capaci di mostrare di fronte a un pubblico la forza originaria della poesia nella sua immediatezza. La loro attività venne interpretata in senso romantico, e nella loro capacità tecnica si riconobbe (secondo l'immagine della cultura italiana diffusa in Europa) un segno particolarmente indicativo del genio italiano, pronto a bruciare se stesso in una manifestazione di vitalità schietta, in un'espansione di forza effimera, consumata nel presente.

Il momento di maggiore successo e prestigio culturale degli improvvisatori si ha nel periodo napoleonico: in quegli anni era ancora in vita, anche se non si esibiva più, la più celebre improvvisatrice del Settecento, CORILLA OLIMPICA (nome arcadico di MARIA MADDALENA MORELLI, 1727-1800), che nel 1776 era stata addirittura coronata in Campidoglio come Petrarca (a lei pensò Madame de Staël nel delineare la protagonista del suo romanzo Corinne ou l'Italie); e raggiungevano l'apice del loro prestigio FRANCESCO GIANNI (1750-1822), che nel 1794 pubblicò anche una raccolta dei suoi Versi estemporanei, variamente trascritti, e TERESA BANDETTINI (1763-1837). In seguito l'uso dell'improvvisazione continuò ad essere piuttosto diffuso, ma perdette progressivamente prestigio culturale; nell'Ottocento e nel primo Novecento ha resistito a lungo in alcuni ambienti popolari, come prova di abilità e occasione di intrattenimento giocoso. (Sull'argomento si può leggere: "L'inutile e meraviglioso mestiere. Poeti improvvisatori di fine Settecento", Franco Angeli, Milano 1990)

VERNISSAGE di Luigi Massimo BRUNO (fratello di Giulia Bruno)

Sabato 24 APRILE 1999, ORE 18 - Libreria LEONIANA, Via dei Corridori 16 e 28 (zona San Pietro)

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

DOMENICA 25 aprile 1999 - ORE 10 - Piazza San Clemente - Quota di partecipazione lire 10.000 - "Basilica di San Clemente: basilica inferiore, costruzioni romane e mitreo" (a cura di Franco Astolfi - Associazione Roma Oltre le Mura)

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

LUNEDI' 26 aprile 1999 - ORE 21 - Libreria Pagine sul Mondo - Viale Sacco e Vanzetti 78 - Presentazione del libro del prof.Aldo CAROTENUTO: "Lettera aperta a un apprendista stregone" (a cura di S. Ariodante e A. De Fortuna) - SARA' PRESENTE L'AUTORE

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

GIOVEDI' 29 aprile 1999 - ORE 17 - Biblioteca comunale Via Mozart 43 - Le pagine del tempo - 1969: Una lotta operaia sulla via Tiburtina - I protagonisti commentano sequenze del film di U. Gregoretti: "Apollon: una fabbrica occupata" - Saranno presenti il regista, Aldo Giunti, Rolando Morelli, Silvano Antonini, Rodolfo Matriciani (Coordina il giornalista Antonello De Fortuna)

GIOVEDI’ 29 APRILE 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT" (Heimat - Eine Chronik in elf Teilen) - QUINTO EPISODIO: Scappato via e ritornato - Regia di Edgar Reitz - anno 1984 - IN ITALIANO

VENERDI’ 7 MAGGIO 1999 - ORE 20.30

SPAGHETTATA

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

SABATO 8 MAGGIO 1999 - ORE 10 - Via di Santa Prisca 11 - Quota di partecipazione lire 10.000 - La casa di Traiano sull'Aventino (a cura di Fiorenzo Catalli - Ass. Roma oltre le Mura)

 

 

PRESSO LA SALA "BALDINI" - PIAZZA CAMPITELLI - ROMA

SABATO 8 MAGGIO 1999 - ORE 19.30 - CONCERTO AD INGRESSO LIBERO

PRIMA PARTE: Concerto di giovani pianisti

SECONDA PARTE: Arie da opere con il mezzosoprano RITA SORBELLO (accompagnamento al pianoforte del maestro Alexander Gashi)

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

MARTEDI' 11 MAGGIO 1999 - ORE 21 - Libreria Pagine sul Mondo - Viale Sacco e Vanzetti 78 - Presentazione del romanzo di Marco Lodoli "I FIORI" - Lo sguardo di un giovane poeta sulla Roma dei nostri giorni

(a cura di Linda Figliozzi)

Sarà presente l'Autore

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

MARTEDI' 11 MAGGIO 1999 - ORE 21 - Libreria Pagine sul Mondo - Viale Sacco e Vanzetti 78 - Presentazione del romando di Marco Lodoli "I FIORI" - Lo sguardo di un giovane poeta sulla Roma dei nostri giorni

(a cura di Linda Figliozzi)

Sarà presente l'Autore

GIOVEDI’ 13 MAGGIO 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT" (Heimat - Eine Chronik in elf Teilen)- SESTO EPISODIO: Il fronte interno - Regia di Edgar Reitz - anno 1984 - IN ITALIANO

 

PRESSO IL COLLEGIO AMERICANO DEL NORD - VIA GIANICOLO N.14 - ROMA - TEL.06684931

DATE ED ORARI DEGLI SPETTACOLI (il prezzo del biglietto di ingresso è di lire DIECIMILA e l'incasso sarà devoluto in beneficenza per il terzo mondo):

Giovedì 13 maggio 1999, ore 20

Venerdì 14 maggio 1999, ore 20

Sabato 15 maggio 1999, ore 15 ed ore 20

"STALAG 17", prodotto da José Ferrer, in associazione con Richard Condon, messo in scena per la prima volta a New York presso il "48° Street theater" l'8 maggio 1951.

Il dramma "STALAG 17" verrà interpretato da studenti del collegio (TRA I QUALI PAUL HALLIDAY), in lingua inglese. Tuttavia, a tutti gli spettatori verrà distribuito un programma, contenente una presentazione in italiano dello spettacolo

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

DOMENICA 16 MAGGIO 1999 - ORE 10 - Via Barberini - Palestrina - Quota di partecipazione lire 10.000 - Prenotazione obbligatoria - Palestrina: Il Santuario della Fortuna Primigenia e Museo archeologico (a cura di Zaccaria Mari - Ass. Roma oltre le Mura)

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

GIOVEDI' 20 MAGGIO 1999 - ORE 18 - Libreria Pagine sul Mondo - Viale Sacco e Vanzetti 78 - Presentazione del libro di Marina D'Amato "I TELEROI" - I personaggi, le storie, i miti della TV dei ragazzi (a cura di Gabriella Romano) - Sarà presente l'Autrice

PRESSO IL COLLEGIO AMERICANO DEL NORD - VIA GIANICOLO N.14 - ROMA - TEL.06684931

DATE ED ORARI DEGLI SPETTACOLI (il prezzo del biglietto di ingresso è di lire DIECIMILA e l'incasso sarà devoluto in beneficenza per il terzo mondo):

Giovedì 13 maggio 1999, ore 20

Venerdì 14 maggio 1999, ore 20

Sabato 15 maggio 1999, ore 15 ed ore 20

"STALAG 17", prodotto da José Ferrer, in associazione con Richard Condon, messo in scena per la prima volta a New York presso il "48° Street theater" l'8 maggio 1951.

Il dramma "STALAG 17" verrà interpretato da studenti del collegio (TRA I QUALI PAUL HALLIDAY), in lingua inglese. Tuttavia, a tutti gli spettatori verrà distribuito un programma, contenente una presentazione in italiano dello spettacolo

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

DOMENICA 16 MAGGIO 1999 - ORE 10 - Via Barberini - Palestrina - Quota di partecipazione lire 10.000 - Prenotazione obbligatoria - Palestrina: Il Santuario della Fortuna Primigenia e Museo archeologico (a cura di Zaccaria Mari - Ass. Roma oltre le Mura)

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

GIOVEDI' 20 MAGGIO 1999 - ORE 18 - Libreria Pagine sul Mondo - Viale Sacco e Vanzetti 78 - Presentazione del libro di Marina D'Amato "I TELEROI" - I personaggi, le storie, i miti della TV dei ragazzi (a cura di Gabriella Romano) - Sarà presente l'Autrice

VENERDI’ 21 MAGGIO 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"PADRE PADRONE" - un film di Paolo e Vittorio TAVIANI dal romanzo "Padre Padrone l'educazione di un pastore" di Gavino LEDDA - anno 1977 - durata 115 minuti circa - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Autobiografia di un giovane pastore analfabeta che, a diciotto anni, si ribella ad un genitore autoritario, a una civiltà primitiva, si mette a studiare e si laurea: esempio vivente delle conquiste cui può condurre la volontà, ma ancor più dell'analisi di una condizione sociale e intellettuale propria del sottosviluppo.

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

DOMENICA 23 MAGGIO 1999 - ORE 10 - Via di S. Giovanni a Porta Latina - Quota di partecipazione lire 10.000 - San Giovanni a Porta Latina, San Giovanni in Oleo, Colombario di Pomponio Hylas (a cura di Franco Astolfi - Ass. Roma oltre le Mura)

GIOVEDI’ 27 MAGGIO 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT" (Heimat - Eine Chronik in elf Teilen)- SETTIMO EPISODIO: L’amore dei soldati - Regia di Edgar Reitz - anno 1984 - durata 80 minuti circa - IN ITALIANO

 

Settimo episodio "L'amore dei soldati": Nell'inverno del 1944 nessuno più crede alla "vittoria finale". La propaganda di un regime agonizzante cade nel clima di sfiducia di un popolo che ha troppo sofferto per un sogno di grandezza che forse non gli apparteneva. Gli indecifrabili percorsi della vita fanno rincontrare a Schabbach Maria e il suo ex amante Otto giusto il tempo per consumare insieme una notte d'amore, che però ha solo il sapore del ricordo. Anche la guerra è ormai all'epilogo, le ultime bombe, le ultime tragiche morti prima dell'arrivo degli americani.

 

 

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

SABATO 29 MAGGIO 1999 - ORE 21 - Libreria Pagine sul Mondo -Via Sacco e Vanzetti 78 - Quota di partecipazione: soci lire 10.000, non-soci lire 16.000 - Concerto Blues sul Blues - Esegue la Hoochie Coochie Band (A. Clemente: voce e chitarra; A. Capozzi: basso e chitarra; G. Caneponi:batteria)

PER UNA VOLTA NON A CASA MIA (MA VICINO A CASA MIA)

MERCOLEDI' 2 GIUGNO 1999 - ORE 20.30 CENA, INDI SERATA ARTISTICO-CULTURALE

Presso la galleria d'arte "FENNEC" - via Saluzzo n.77 - ROMA (tel.067023427)

Readings di poesie (proprie ed altrui) e mirar di quadri

PRESSO IL COLLEGIO AMERICANO DEL NORD - VIA GIANICOLO N.14 - ROMA - TEL.06684931

DATE ED ORARI DEGLI SPETTACOLI (il prezzo del biglietto di ingresso è di lire DIECIMILA e l'incasso sarà devoluto in beneficenza per il terzo mondo):

Giovedì 13 maggio 1999, ore 20

Venerdì 14 maggio 1999, ore 20

Sabato 15 maggio 1999, ore 15 ed ore 20

"STALAG 17", prodotto da José Ferrer, in associazione con Richard Condon, messo in scena per la prima volta a New York presso il "48° Street theater" l'8 maggio 1951.

Il dramma "STALAG 17" verrà interpretato da studenti del collegio (TRA I QUALI PAUL HALLIDAY), in lingua inglese. Tuttavia, a tutti gli spettatori verrà distribuito un programma, contenente una presentazione in italiano dello spettacolo

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

DOMENICA 16 MAGGIO 1999 - ORE 10 - Via Barberini - Palestrina - Quota di partecipazione lire 10.000 - Prenotazione obbligatoria - Palestrina: Il Santuario della Fortuna Primigenia e Museo archeologico (a cura di Zaccaria Mari - Ass. Roma oltre le Mura)

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

GIOVEDI' 20 MAGGIO 1999 - ORE 18 - Libreria Pagine sul Mondo - Viale Sacco e Vanzetti 78 - Presentazione del libro di Marina D'Amato "I TELEROI" - I personaggi, le storie, i miti della TV dei ragazzi (a cura di Gabriella Romano) - Sarà presente l'Autrice

VENERDI’ 21 MAGGIO 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"PADRE PADRONE" - un film di Paolo e Vittorio TAVIANI dal romanzo "Padre Padrone l'educazione di un pastore" di Gavino LEDDA - anno 1977 - durata 115 minuti circa - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Autobiografia di un giovane pastore analfabeta che, a diciotto anni, si ribella ad un genitore autoritario, a una civiltà primitiva, si mette a studiare e si laurea: esempio vivente delle conquiste cui può condurre la volontà, ma ancor più dell'analisi di una condizione sociale e intellettuale propria del sottosviluppo.

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

DOMENICA 23 MAGGIO 1999 - ORE 10 - Via di S. Giovanni a Porta Latina - Quota di partecipazione lire 10.000 - San Giovanni a Porta Latina, San Giovanni in Oleo, Colombario di Pomponio Hylas (a cura di Franco Astolfi - Ass. Roma oltre le Mura)

GIOVEDI’ 27 MAGGIO 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT" (Heimat - Eine Chronik in elf Teilen)- SETTIMO EPISODIO: L’amore dei soldati - Regia di Edgar Reitz - anno 1984 - durata 80 minuti circa - IN ITALIANO

 

 

Settimo episodio "L'amore dei soldati": Nell'inverno del 1944 nessuno più crede alla "vittoria finale". La propaganda di un regime agonizzante cade nel clima di sfiducia di un popolo che ha troppo sofferto per un sogno di grandezza che forse non gli apparteneva. Gli indecifrabili percorsi della vita fanno rincontrare a Schabbach Maria e il suo ex amante Otto giusto il tempo per consumare insieme una notte d'amore, che però ha solo il sapore del ricordo. Anche la guerra è ormai all'epilogo, le ultime bombe, le ultime tragiche morti prima dell'arrivo degli americani.

PER UNA VOLTA NON A CASA MIA (MA VICINO A CASA MIA)

MERCOLEDI' 2 GIUGNO 1999 - ORE 20.30 CENA, INDI SERATA ARTISTICO-CULTURALE

Presso la galleria d'arte "FENNEC" - via Saluzzo n.77 - ROMA (tel.067023427)

Readings di poesie (proprie ed altrui) e mirar di quadri

 

 

 

GIOVEDI' 3 GIUGNO 1999 (ore 20.30 cena, indi incontro)

INCONTRO CON il dottor Maurizio BOLOGNESI, medico omeopata ed agopuntore

"OMEOPATIA ED AGOPUNTURA: LA MEDICINA DEL TERZO MILLENNIO"

Per informazioni sull'argomento: tel.068811008

PRESSO IL COLLEGIO AMERICANO DEL NORD - VIA GIANICOLO N.14 - ROMA - TEL.06684931

DATE ED ORARI DEGLI SPETTACOLI (il prezzo del biglietto di ingresso è di lire DIECIMILA e l'incasso sarà devoluto in beneficenza per il terzo mondo):

Giovedì 13 maggio 1999, ore 20

Venerdì 14 maggio 1999, ore 20

Sabato 15 maggio 1999, ore 15 ed ore 20

"STALAG 17", prodotto da José Ferrer, in associazione con Richard Condon, messo in scena per la prima volta a New York presso il "48° Street theater" l'8 maggio 1951.

Il dramma "STALAG 17" verrà interpretato da studenti del collegio (TRA I QUALI PAUL HALLIDAY), in lingua inglese. Tuttavia, a tutti gli spettatori verrà distribuito un programma, contenente una presentazione in italiano dello spettacolo

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

DOMENICA 16 MAGGIO 1999 - ORE 10 - Via Barberini - Palestrina - Quota di partecipazione lire 10.000 - Prenotazione obbligatoria - Palestrina: Il Santuario della Fortuna Primigenia e Museo archeologico (a cura di Zaccaria Mari - Ass. Roma oltre le Mura)

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

GIOVEDI' 20 MAGGIO 1999 - ORE 18 - Libreria Pagine sul Mondo - Viale Sacco e Vanzetti 78 - Presentazione del libro di Marina D'Amato "I TELEROI" - I personaggi, le storie, i miti della TV dei ragazzi (a cura di Gabriella Romano) - Sarà presente l'Autrice

VENERDI’ 21 MAGGIO 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"PADRE PADRONE" - un film di Paolo e Vittorio TAVIANI dal romanzo "Padre Padrone l'educazione di un pastore" di Gavino LEDDA - anno 1977 - durata 115 minuti circa - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Autobiografia di un giovane pastore analfabeta che, a diciotto anni, si ribella ad un genitore autoritario, a una civiltà primitiva, si mette a studiare e si laurea: esempio vivente delle conquiste cui può condurre la volontà, ma ancor più dell'analisi di una condizione sociale e intellettuale propria del sottosviluppo.

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

DOMENICA 23 MAGGIO 1999 - ORE 10 - Via di S. Giovanni a Porta Latina - Quota di partecipazione lire 10.000 - San Giovanni a Porta Latina, San Giovanni in Oleo, Colombario di Pomponio Hylas (a cura di Franco Astolfi - Ass. Roma oltre le Mura)

GIOVEDI’ 27 MAGGIO 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT" (Heimat - Eine Chronik in elf Teilen)- SETTIMO EPISODIO: L’amore dei soldati - Regia di Edgar Reitz - anno 1984 - durata 80 minuti circa - IN ITALIANO

DAL "DIZIONARIO DEI FILM 1998" - Baldini&Castoldi:

Film in undici episodi. 1. Nostalgia di terre lontane: nel 1919, dopo la prigionia, Paul Simon (Burger) torna a Schabbach, suo paese natale, dove sposa Maria (Breuer)e ha due figli, Anton ed Ernst; 2. Il centro del mondo: il fratello di Paul, Eduard (Weigang), si reca a Berlino per una cura ai polmoni, s’innamora di una maîtresse, Lucie (Rasenack), e la sposa. Nel frattempo Hitler è salito al potere e un nipote dei Simon viene arrestato dai nazisti; 3. Natale come mai fino allora: Eduard fa carriera nel partito e diventa borgomastro di Schabbach. Durante le feste natalizie del 1935, ospita nella sua villa alcune personalità naziste di passaggio; 4. Via delle alture del Reich: Maria, moglie di Paul, s’innamora di un ingegnere, Otto, che lavora alla grande strada Coblenza-Treviri; 5. Scappato via e ritornato: Paul, nel frattempo emigrato in America, scrive ai familiari che ha fatto fortuna e sta per tornare. Rimane bloccato sulla nave nel porto di Amburgo perché non riesce a provare la sua discendenza ariana. Il giorno dopo Hitler invade la Polonia; 6. Il fronte interno: Maria ha avuto un figlio dall’ingegnere, Hermann. Anton (Kniesbeck), il figlio avuto da Paul, si sposa per procura con Martha, accolta dalla famiglia Simon; 7. L’amore dei soldati: nell’inverno 1944, Otto torna a casa e conosce suo figlio. Il giorno dopo muore disinnescando una bomba. Muore anche il padre di Paul, Mathias. Arrivano gli americani; 8. L’americano: Paul torna dagli USA, ma ormai si sente uno straniero e dopo poco torna indietro. Nel frattempo torna anche il figlio Anton, sopravvissuto a un campo di prigionia, e arriva Klarchen, una ragazza mandata dal fratello Ernst. Muore la madre di Paul, Katharina; 9. Hermannchen: Anton ha una fabbrica di strumenti ottici, Ernst si sposa con la figlia di un ricco commerciante, Hermann (Harting) ha una storia d’amore con Klarchen e decide di abbandonare il villaggio quando la famiglia si oppone al legame; 10. Gli anni ruggenti: un’industria vorrebbe rilevare la fabbrica di Anton. Questi decide di chiedere consiglio al padre negli USA, ma scopre che Paul si trova a Monaco per assistere a un concerto di Hermann, avviato alla carriera di compositore; 11. La festa dei vivi e dei morti: muore Maria. Tutta la famiglia Simon si riunisce e in un capannone addobbato per la festa del villaggio si ritrovano i vivi e i morti.

Un film-fiume, un’affascinante epopea della gente comune che è stata tra i rarissimi eventi cinematografici degli anni Ottanta. Punto d’arrivo del Nuovo Cinema Tedesco, Heimat ruota attorno al concetto e all’esperienza di patria, la terra d’origine persa con la Storia e riconquistata in modo diverso attraverso le storie individuali: una patria da cui si fugge e a cui si ritorna, secondo spinte centrifughe e centripete che determinano sia la struttura narrativa che la forma del film; storie vissute e consegnate alla tradizione orale, che il film s’incarica di recupare nei meandri della memoria come punti di vista nuovi e autentici. "L’esperienza vissuta" è infatti per Reitz il punto di partenza programmatico per un’operazione che intende essere l’esatto contrario dei soliti serial studiati a tavolino. Il racconto si snoda come un flusso discontinuo, con frequenti salti o dilatazioni temporali che sulle prime possono disorientare lo spettatore. La medesima tensione è avvertibile a livello formale: la macchina da presa alterna momenti di stasi e movimenti improvvisi e la fotografia si divide tra il colore (per gli episodi di primaria importanza)e il bianco e nero (non per i flashback, come di regola succede, bensì per gli episodi meno significativi). Nonostante affronti temi nodali sia per il singolo che per la collettività, in un arco di tempo lunghissimo e cruciale, Heimat non è un film a tesi, non vuole dimostrare nulla, ma si propone piuttosto come cronaca di un tempo perduto e, proprio perché perduto, in qualche misura mitico. Per aver filtrato le tragedie del nazismo attraverso la vita quotidiana, Reitz è stato assurdamente accusato di voler rimuovere il passato tedesco. In realtà ben poche volte il desiderio e la negazione di una "patria" sono state rappresentate in modo altrettanto problematico e struggente. La sceneggiatura è di Edgar Reitz e Peter Steinbach, la fotografia di Gernot Roll e il montaggio di Heidi Handorf. Il cast è composto di ottimi attori dilettanti, scelti anche per favorire una mediazione tra la troupe e la gente delle varie località in cui il film è stato girato. Nell’edizione originale c’è da segnalare un’interessante "questione della lingua" (ai dialetti tedeschi di base si mescolano parlate francesi e americane in rapporto alle vicende storiche). Con un seguito.

Settimo episodio "L'amore dei soldati": Nell'inverno del 1944 nessuno più crede alla "vittoria finale". La propaganda di un regime agonizzante cade nel clima di sfiducia di un popolo che ha troppo sofferto per un sogno di grandezza che forse non gli apparteneva. Gli indecifrabili percorsi della vita fanno rincontrare a Schabbach Maria e il suo ex amante Otto giusto il tempo per consumare insieme una notte d'amore, che però ha solo il sapore del ricordo. Anche la guerra è ormai all'epilogo, le ultime bombe, le ultime tragiche morti prima dell'arrivo degli americani.

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

SABATO 29 MAGGIO 1999 - ORE 21 - Libreria Pagine sul Mondo -Via Sacco e Vanzetti 78 - Quota di partecipazione: soci lire 10.000, non-soci lire 16.000 - Concerto Blues sul Blues - Esegue la Hoochie Coochie Band (A. Clemente: voce e chitarra; A. Capozzi: basso e chitarra; G. Caneponi:batteria)

PER UNA VOLTA NON A CASA MIA (MA VICINO A CASA MIA)

MERCOLEDI' 2 GIUGNO 1999 - ORE 20.30 CENA, INDI SERATA ARTISTICO-CULTURALE

Presso la galleria d'arte "FENNEC" - via Saluzzo n.77 - ROMA (tel.067023427)

Readings di poesie (proprie ed altrui) e mirar di quadri

 

 

 

GIOVEDI' 3 GIUGNO 1999 (ore 20.30 cena, indi incontro)

INCONTRO CON il dottor Maurizio BOLOGNESI, medico omeopata ed agopuntore

"OMEOPATIA ED AGOPUNTURA: LA MEDICINA DEL TERZO MILLENNIO"

Per informazioni sull'argomento: tel.068811008

GIOVEDI’ 17 GIUGNO 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT" (Heimat - Eine Chronik in elf Teilen)- OTTAVO EPISODIO: L’americano - Regia di Edgar Reitz - anno 1984 - durata 80 minuti circa - IN ITALIANO

Ottavo episodio "L'americano": Il conflitto è ormai terminato e l'Hunsrück si abitua velocemente alla presenza dei vincitori venuti dall'America. Ma dall'America non arrivano solo soldati, che elargiscono generosamente caffè, chewing-gum e cioccolato, dal Nuovo Continente torna a Schabbach anche Paul, diventato ormai ricchissimo. Ma vent'anni di lontananza dalla sua terra e dalla sua donna non si cancellano con una festa e con una carriera fortunata. Paul si rende conto di essere estraneo anche nel villaggio natale, anche fra i suoi familiari. Non si può ricominciare, non si può cancellare il passato, tutti sono ormai stanchi di sperare vanamente in epoche nuove.

VENERDI' 25 GIUGNO 1999 (ore 20.30 cena, indi cortometraggio)

"UN AMICO INGRATO", regia di Aurora CANEPONE - durata quindici minuti circa

GIOVEDI’ 1° LUGLIO GIUGNO 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT" (Heimat - Eine Chronik in elf Teilen)- NONO EPISODIO: Hermannchen - Regia di Edgar Reitz - anno 1984 - IN ITALIANO

VENERDI' 9 LUGLIO 1999 (ore 20.30 cena, indi incontro)

CONVERSAZIONE CON L'AMICO FRANCO LIBERO MANCO, CHE PRESENTERA' IL SUO LIBRO

"BIOCENTRISMO - L'ALBA DELLA NUOVA CIVILTA' UMANA" (Nuova Impronta Edizioni)

Sarà presente il Prof. Armando D'Elia, Presidente della "Associazione Vegetariana Italiana"

 

GIOVEDI’ 15 LUGLIO 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT" (Heimat - Eine Chronik in elf Teilen)- DECIMO EPISODIO: Gli anni ruggenti - Regia di Edgar Reitz - anno 1984 - IN ITALIANO

GIOVEDI’ 29 LUGLIO 1999 (ore 20.30 cena, indi film)

"HEIMAT" (Heimat - Eine Chronik in elf Teilen)- UNDICESIMO EPISODIO: La festa dei vivi e dei morti - Regia di Edgar Reitz - anno 1984 - IN ITALIANO

MERCOLEDI' 25 AGOSTO 1999 - ORE 20.30 CENA, INDI FILM

 

"LE RELAZIONI PERICOLOSE" (Dangerous liaisons)- Regia di Stephen FREARS - anno 1989 - durata 115 minuti circa - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SUL DVD: I grandi protagonisti del romanzo più scandaloso del Settecento "Relazioni pericolose" di Chordelos de Laclos tornano in questo film (vincitore di 3 Oscar) diretto da Stephen Frears. Il visconte di Valmont (John Malkovich) e la Marchesa di Merteuil (Glenn Close) tessono un intrigo per screditare un ex amante di lei, che sta per sposarsi con una giovane ragazza. Ma Valmont è più interessato a sedurre la signora di Tourvel (Michelle Pfeiffer), una giovane ed affascinante donna sposata. Alla fine riuscirà a sedurle entrambe ma con un'inattesa complicazione: trasgredendo il rigido codice del seduttore di professione che regola l'esistenza sua e della Marchesa di Merteuil, Valmont si macchia dell'unico peccato imperdonabile - innamorarsi di Madame de Tourvel. Una debolezza sentimentale che, inevitabilmente sfocerà in una tragedia...

MERCOLEDI' 1° SETTEMBRE 1999 - ORE 20.30 CENA, INDI FILM

"MICHAEL COLLINS", regia di Neil JORDAN (durata 130 minuti circa), anno 1996 - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SUL DVD: Liam Neeson è l'eccezionale interprete di uno dei personaggi storici più controversi del nostro secolo e che già da cinquant'anni affascina Hollywood: Michael Collins. Dopo settecento anni di dominio britannico sull'Irlanda ed una fallimentare successione di tentativi di ribellione, nel 1916 prese vita una forma di guerriglia così ben congegnata che avrebbe per sempre mutato la natura di quell'egemonia. Michael Collins ne fu il leader carismatico; un uomo allevato alla guerra che si trovò impegnato in una battaglia per la pace ancora più pericolosa. Al suo fianco Harry Boland (Aidan Quinn), suo migliore amico e rivale in amore, nel tentativo senza fortuna di conquistare la bella Kitty Kiernan (Julia Roberts). Nel cast inoltre Alan Rickman nel ruolo di Eamon De Valera, leader dei nazionalisti irlandesi.

Jordan, Neil (Sligo 1950 -) Regista cinematografico irlandese. In compagnia dei lupi (1984); Mona Lisa (1986); La moglie del soldato (1992); Intervista col vampiro (1994); Michael Collins (1996, Leone d'oro a Venezia).

 

 

 

MERCOLEDI' 8 SETTEMBRE 1999 (ore 20.30 cena, indi cortometraggio)

"UN AMICO DISTRATTO", regia di Aurora CANEPONE - durata quindici minuti circa

GIOVEDI' 23 SETTEMBRE 1999 - ORE 20.30 CENA, INDI FILM

"THELMA E LOUISE" - regia di Ridley SCOTT - durata 130 minuti circa - anno 1991 - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SUL DVD: Thelma (Geena Davis) è una casalinga annoiata. Louise (Susan Sarandon) lavora come cameriera in un bar. Insieme se la svignano con una Thunderbird '66 decappottabile per una gita di tre giorni. Ma le cose non vanno esattamente secondo i piani.

L'incontro con un potenziale stupratore ubriaco e volgare trasforma il loro tranquillo week-end d'evasione in una fuga attraverso il paese che cambierà la loro vita per sempre.

VENERDI' 1° OTTOBRE 1999 - ORE 20.30 CENA, INDI FILM

"QUALCOSA E' CAMBIATO" (As good as it gets) - regia di James L. BROOKS - durata 133 minuti circa - anno 1998 - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SUL DVD: Lui è un misantropo razzista, villano, paranoico, ossessionato da tic e complessi. Ma nella sua eccentrica vita stanno per entrare un pittore omosessuale con il suo delizioso cagnolino e una cameriera ragazza-madre.

 

 

VENERDI' 15 OTTOBRE 1999 - A CASA DI AURORA - ORE 20 CENA, INDI DIAPOSITIVE

Chi vuole, può portare diapositive scattate in viaggi fuori d'Italia

VENERDI' 22 OTTOBRE 1999 - ORE 20.30 CENA, INDI FILM

"TORO SCATENATO" (Raging bull) - regia di Martin SCORSESE - durata 123 minuti circa - anno 1980 - IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN ITALIANO

DALLA PRESENTAZIONE SUL DVD: "Toro scatenato" mostra, tra l'altro, il declino fisico di Jake La Motta nel corso degli anni, da pugile muscoloso in piena forma a uomo flaccido e corpulento. De Niro scartò subito l'idea di indossare un'imbottitura per rappresentare quel periodo della vita di La Motta. Voleva a tutti i costi assomigliare all'ex campione il più possibile, sia dal punto di vista fisico sia da quello mentale. "Io non ci riesco proprio a fingere di recitare", dichiarò De Niro. "Mi rendo conto che i film sono un'illusione, e forse la regola numero uno è proprio fingere, ma nel mio caso non funziona, sono troppo curioso. Ho bisogno di far mie tutte le caratteristiche del personaggio, magro o grasso che sia". Quindi De Niro si trovò a dover creare tre corpi diversi in soli sei mesi: il pugile asciutto, il campione in fase di transizione fuori forma, e infine il pesante intrattenitore di mezza età che lavora nei locali notturni. La tabella di marcia delle riprese fu stabilita in modo da permettere a De Niro di ingrassarsi. Le scene del match sarebbero state girate per prime, nell'arco di cinque settimane. Ci sarebbero poi volute altre dieci settimane per girare le drammatiche scene del periodo di transizione. La tabella di marcia prevedeva poi l'interruzione delle riprese per due mesi, in modo che De Niro potesse mettere su altri chili. Le ultime due settimane e mezzo vennero quindi dedicate alla ripresa delle scene in cui La Motta è un individuo esageratamente grasso.

Come preparazione per le scene ambientate sul ring, De Niro dovette sottoporsi ad un estenuante programma di esercizi affinché il suo fisico assumesse l'aspetto di quello di un campione di pugilato e fosse in grado di fornire le stesse "prestazioni". Per un anno intero prima dell'inizio delle riprese, l'attore si fece allenare dallo stesso La Motta nella Gramercy Gym della East 14th Street a Manhattan. Durante il suo addestramento, De Niro si misurò per più di mille round con il vero Toro del Bronx. La Motta dichiarò: "Bobby ha la stoffa di un pugile professionista. Non sto scherzando. Ha 35 anni, ma si muove e dà pugni come un diciannovenne. Se in futuro decidesse di dare l'addio alle scene, potrei facilmente farne un campione". L'inizio delle riprese delle scene drammatiche di transizione segnò il principio di un'altra trasformazione da camaleonte da parte di De Niro. Durante le dieci settimane previste, l'attore si rimpinzò di "cheesecake" e di frullati al cioccolato, come preparazione all'ultima delle scene di transizione da filmare, quella in cui La Motta appare leggermente fuori forma dopo essersi ritirato dal ring.

Poi venne l'intervallo di due mesi, che De Niro trascorse in Europa, dove non fece altro che mangiare. "E' molto difficile", spiegò poi l'attore riferendosi a quel periodo. "Devi mangiare tre volte al giorno. Ti devi alzare la mattina e mangiare. Fare colazione, mandar giù quei pancake, e poi di nuovo cenare, anche se non hai fame. E' tremendo."

Quando De Niro tornò sul set nel dicembre del 1979, aveva guadagnato addirittura 27 chili. Quando lo vide, Cathy Moriarty rimase scioccata. "Bussò alla mia porta e vidi entrare quest'uomo completamente trasformato… Non riesco a capacitarmi di come qualcuno possa fare una cosa del genere, deve far molto male alla salute. Ero molto preoccupata per lui".

Anche Martin Scorsese rimase sbalordito dall'aspetto di De Niro e dallo sforzo che l'attore doveva fare per via di quei chili in più. Per non affievolire ulteriormente le sue forze, il regista ridusse le due settimane e mezzo previste per le ultime riprese a dieci giorni. "Il peso di Bobby era talmente esagerato", spiegò poi Scorsese, "che respirava come faccio io durante un attacco di asma. Con tutti quei chili che aveva messo su, non era proprio il caso di rifare la stessa scena quaranta volte. Ci limitammo a tre o quattro riprese per scena."

 

GIOVEDI' 4 NOVEMBRE 1999 - ORE 20.30 CENA, INDI FILM

"OMICIDIO IN DIRETTA" - regia di Brian DE PALMA - durata 94 minuti circa - anno 1998 - IN ITALIANO

DALLA PRESENTAZIONE SUL DVD: Durante un incontro di boxe per la conquista del titolo dei pesi massimi, Rick Santoro (Nicolas Cage - Face/Off, Con Air, The Rock), poliziotto corrotto di Atlantic City, incontra l'amico Kevin Dunne (Gary Sinise - Forrest Gump, Ransom, Apollo 13), ufficiale di Marina nello staff del Ministro della Difesa americano, che sta accompagnando alla manifestazione sportiva. In un momento di distrazione di Dunne, il Ministro viene assassinato, circostanza che trasforma di colpo i quattordicimila spettatori dell'incontro in sospetti, possibili complici e testimoni. Rick cerca la verità attraverso tre testimoni oculari: Julia Costello (Carla Cugino - Michael, Promesse e Compromessi), una donna misteriosa che ha parlato con il Ministro subito prima dell'omicidio scomparendo poi tra la folla; Lincon Tyler (Stan Shaw - Daylight: Trappola nel Tunnel, Sol Levante, Pomodori Verdi Fritti), il campione dei pesi massimi che ha perso l'incontro e lo stesso Kevin Dunne. Ciascun testimone ripercorre gli eventi che hanno preceduto l'assassinio, e Rick, mettendo assieme le tessere del puzzle, scopre un intricato complotto. Il peso di questa scoperta lo costringerà a fare i conti con il suo discutibile passato.

DA "IL MEREGHETTI - DIZIONARIO DEI FILM 2000", Baldini&Castoldi: Ad Atlantic City, durante un match di boxe truccato, sparano al segretario della difesa, e il detective Rick Santoro (Cage) si districa tra apparenze e menzogne, scoprendo la verità con l'aiuto delle videocamere. De Palma crede ancora al cinema come mappa nel caos della visione contemporanea, e costruisce alcuni dei piani-sequenza più belli degli ultimi anni, a cominciare dai 12' iniziali (anche se la continuità è ottenuta grazie all'elaborazione digitale). Ma che cosa c'è da vedere, a parte la tecnica? Un modesto giallo (scritto da David Koepp) con poche sorprese, attori mal diretti, risultati inferiori alle ambizioni teoriche (compreso un pretestuoso riferimento a Rashomon) e un finale ammorbidito e rigirato per non dispiacere alla produzione. Certo, non è un giocattolone hollywoodiano: ma alla fine non sazia né lo stomaco né la mente. Fotografia di Stephen H. Burum e musica di Ryuichi Sakamoto. Occhio alla scena dei titoli di coda: un piano-sequenza che si chiude con un lentissimo zoom su un rubino incastonato nel muro, a ricordare con quell'anello i due agenti uccisi e fatti sparire nel cemento.

GIOVEDI' 11 NOVEMBRE 1999 - ORE 20.30 CENA, INDI CORTOMETRAGGI

Marcello Trezza presenterà e commenterà i suoi cortometraggi. Trattasi nella maggior parte dei casi di parodie di film famosi. La durata complessiva sarà di circa un'ora.

VENERDI' 19 NOVEMBRE 1999 - ORE 20.30 CENA, INDI FILM

"MULAN" - regia di Barry COOK e Tony BANCROFT - durata 84 minuti circa - anno 1998 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Ispirata ad un'antica leggenda cinese, un'avventura carica di azione, umorismo e divertimento: Mulan, il 36° Classico di animazione Disney.

La giovanissima e vivace Mulan, dopo aver scoperto che l'anziano padre è stato chiamato a difendere la Cina dall'invasione degli Unni, decide di compiere un atto coraggioso e altruista: si traveste da uomo per prendere il posto del padre nell'esercito imperiale.

Qui verrà addestrata insieme ad un comico gruppo di guerrieri guidati dall'affascinante capitano Shang.

Mulan, in compagnia dei suoi amici, il buffissimo draghetto Mushu e il grillo portafortuna Cri-Kee, diventerà un abile soldato e porterà la vittoria alla sua nazione e l'attesissimo onore alla sua famiglia!

 

 

 

 

VENERDI' 19 NOVEMBRE 1999 - ORE 20.30 CENA, INDI FILM

"MULAN" - regia di Barry COOK e Tony BANCROFT - durata 84 minuti circa - anno 1998 - IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Ispirata ad un'antica leggenda cinese, un'avventura carica di azione, umorismo e divertimento: Mulan, il 36° Classico di animazione Disney.

La giovanissima e vivace Mulan, dopo aver scoperto che l'anziano padre è stato chiamato a difendere la Cina dall'invasione degli Unni, decide di compiere un atto coraggioso e altruista: si traveste da uomo per prendere il posto del padre nell'esercito imperiale.

Qui verrà addestrata insieme ad un comico gruppo di guerrieri guidati dall'affascinante capitano Shang.

Mulan, in compagnia dei suoi amici, il buffissimo draghetto Mushu e il grillo portafortuna Cri-Kee, diventerà un abile soldato e porterà la vittoria alla sua nazione e l'attesissimo onore alla sua famiglia!

 

 

 

GIOVEDI' 2 DICEMBRE 1999 - ORE 20.30

SPAGHETTATA

 

 

GIOVEDI' 16 DICEMBRE 1999 - ORE 20.30 CENA, INDI FILM

"L'ASSEDIO", regia di Bernardo BERTOLUCCI, anno 1998, durata 89 minuti circa, IN ITALIANO

DA "L'ASSEDIO" di James Lasdun, Garzanti, gennaio 1999, lire 25.000:

Una notte Marietta fu svegliata da un rimbombo nella parete accanto al letto. Accese la luce e aprì lo sportello del montavivande, che lei usava come stipo per i vestiti. I vestiti erano ordinatamente piegati e sistemati sui due scaffali, proprio come li aveva lasciati lei. Ma nello scaffale inferiore, posato su una pila di camicie, c'era un foglio di carta bianco opaco. Era intestato con l'indirizzo della casa goffrato in eleganti caratteri neri, e sotto c'era un grande punto interrogativo, diligentemente tracciato con dell'inchiostro turchese:

?

Marietta non conosceva la parola montavivande, né in inglese né nella sua lingua, e non si era mai domandata quale fosse la funzione originaria dello stipo dove teneva i vestiti. Ma bastarono pochi secondi perché si rendesse conto come quello in realtà fosse una specie di piccolo ascensore che metteva in comunicazione il suo appartamento nel seminterrato con i piani superiori della casa. Di sopra viveva un'unica persona: il signor Kinsky.

Marietta puliva e stirava per il signor Kinsky, in cambio di questa sistemazione nel seminterrato. Era un'intesa comoda, che le permetteva di studiare, mantenendosi in maniera frugale ma adeguata grazie a un lavoro di assistente in una lavanderia automatica che svolgeva durante i fine settimana.

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Roma, oggi: Mr. Kinsky è un pianista inglese un po' pazzo, Shandurai è africana, piena di speranze. Lei gli tiene in ordine la casa, lo accudisce. E' dolce e aggraziata, tra quelle pareti antiche pare muoversi sull'onda delle musiche che lui compone, il cuore sempre più traboccante di passione. Lui la ama, ma che futuro è mai possibile per questo sentimento?

Bernardo Bertolucci, "il Maestro", torna ancora una volta a raccontare l'amore, un amore a un tempo sconfinato e disperato, fragile e profondo.

 

DA "IL MEREGHETTI - DIZIONARIO DEI FILM 2000", Baldini&Castoldi: Sceneggiato dal regista con la moglie Clare Peploe (da un racconto di James Lasdun), una riflessione sull'amore che passa - come sempre nel cinefilo Bertolucci - attraverso l'amore per il cinema. Il rigore del racconto si veste così di uno stile altrettanto rigoroso, nel quale i continui movimenti di macchina e le invenzioni visive (la scena di Thewlis che fa il giocoliere per i suoi piccoli amici è ripresa come una comica muta) dimostrano come il cinema sappia ancora narrare in maniera nuova una storia in fondo scontata, e in cui proprio la ricchezza visiva favorisce nuovi spessori interpretativi (la storia di un amore "impossibile" si colora di letture evangeliche, psicanalitiche, femministe).

LIBRERIA "PAGINE SUL MONDO", Viale Sacco e Vanzetti n.78 - Roma - Tel. e fax 064070466

DOMENICA 19 DICEMBRE 1999 - ORE 10

Colazione in libreria - Al pianoforte Daniele Del Galdo

 

Natale 1999 - Capodanno 2000

Quest'anno non voglio sottrarmi al mio compito di ospite di fare gli auguri per iscritto a tutti gli amici che onorano le mie serate cinematografiche e non.

Voglio sperare che la mia ospitalità sia adeguata e che i miei ospiti non abbiano troppi motivi per lamentarsi, anche se naturalmente non mi illudo che tutto vada bene a tutti.

Ho cercato di improntare l'organizzazione delle mie serate al massimo della libertà, senza imporre alcuna regola, sicuro che l'intelligenza e la sensibilità di tutti fossero sufficienti.

Debbo dire che questa mia aspettativa, in linea di massima, non è stata delusa.

Le serate si sono svolte finora con due momenti distinti e mi piacerebbe che continuassero con la stessa modalità: una prima parte "conviviale" ed una seconda parte dedicata alla visione dei film o ai dibattiti.

Mi piacerebbe - una volta iniziata la visione del film - poter consentire anche a chi non vuole vedere il film di trattenersi nella mia casa. Ma, date le ridotte dimensioni dell'appartamento, chi non vede il fim è inevitabile che disturbi la visione del film. Per cui mi vedo costretto, con immenso dispiacere e chiedendo perdono di tale scortesia, a chiedere a chi non vede il film di andar via, senza trattenersi sul pianerottolo o per le scale. E chiedo cortesemente a quanti decidono di vedere il film, di mantenere il massimo del silenzio, per non disturbare gli altri amici e per non costringermi ad alzare il volume dell'audio, disturbando così anche i vicini di casa.

Nel dire queste cose mi sento un po' mortificato, ma sono certo che i gentili ospiti coglieranno lo spirito amichevole ed affettuoso delle mie parole.

Claudio

GIOVEDI' 23 DICEMBRE 1999 - ORE 20.30

SPAGHETTATA - AUGURI DI NATALE

VENERDI' 14 GENNAIO 2000 - ORE 20.30 CENA, INDI FILM

"I GIARDINI DELL'EDEN", regia di Alessandro D'ALATRI, anno 1998, durata 95 minuti circa, IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Anche i Vangeli tacciono sugli anni che vanno dall'infanzia all'inizio della predicazione di Gesù. Cosa ha fatto, dove è stato, come viveva e, soprattutto, com'era? Alessandro D'Alatri, il regista di "Americano rosso" e "Senza pelle", ha provato a dare risposta a questi interrogativi, raccontando il periodo della formazione del Nazareno. Gli ha dato il volto serio ed estatico di Kim Rossi Stuart e gli ha fatto percorrere le vie delle carovane, conoscere la violenza dell'occupazione romana e scoprire la povertà del suo popolo, l'arroganza dei sacerdoti, la pace spirituale e la tentazione.

DA "IL MEREGHETTI" - Dizionario dei film 2000 - Baldini&Castoldi - 1999: Salvato dal deserto, il giovane Yeoshua (Rossi Stuart) racconta alla comunità degli esseni la propria vita: l'incontro a Gerusalemme con i dottori della legge, l'esperienza della violenza romana e della rivolta zelota, le peregrinazioni verso Oriente con le carovane dei mercanti; fino al momento in cui decide di lasciare la comunità per iniziare la sua predicazione. L'intenzione - da parte di chi si era scoperto "cattolico distratto" - era di approfondire gli "anni oscuri" della vità di Gesù, quelli dai dodici ai trent'anni: ma un tema così ambizioso finisce per ridursi, nella sceneggiatura del regista e di Miro Silvera, a una specie di ecumenismo New Age, fitto di ammiccamenti indecifrabili per lo spettatore non esperto in storia delle religioni (il film si apre nel 1947, con il ritrovamento dei manoscritti del Mar Morto, testi fondamentali per capire l'influenza della religiosità essena sulla predicazione di Cristo). Anche perché questo Messia fatto per non offendere nessuno sembra un ciellino che ha letto Coehlo; e se la colonna sonora di Pivio e Aldo De Scalzi si ispira all'Ultima tentazione di Cristo di Scorsese, la confezione è da spot, a base di tramonti e cammelli.

Corso Vittorio Emanuele - Roma

Domenica 16 gennaio 2000 - ore 10

Quota di partecipazione £ 10.000+biglietto d'ingresso

Il Museo Barracco e la Domus tardo antica sottostante a cura di Paola Ghini (Ass. Roma Oltre le mura) - Prenotazione obbligatoria (tel.06/4390677)

VENERDI' 14 GENNAIO 2000 - ORE 20.30 CENA, INDI FILM

"I GIARDINI DELL'EDEN", regia di Alessandro D'ALATRI, anno 1998, durata 95 minuti circa, IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Anche i Vangeli tacciono sugli anni che vanno dall'infanzia all'inizio della predicazione di Gesù. Cosa ha fatto, dove è stato, come viveva e, soprattutto, com'era? Alessandro D'Alatri, il regista di "Americano rosso" e "Senza pelle", ha provato a dare risposta a questi interrogativi, raccontando il periodo della formazione del Nazareno. Gli ha dato il volto serio ed estatico di Kim Rossi Stuart e gli ha fatto percorrere le vie delle carovane, conoscere la violenza dell'occupazione romana e scoprire la povertà del suo popolo, l'arroganza dei sacerdoti, la pace spirituale e la tentazione.

DA "IL MEREGHETTI" - Dizionario dei film 2000 - Baldini&Castoldi - 1999: Salvato dal deserto, il giovane Yeoshua (Rossi Stuart) racconta alla comunità degli esseni la propria vita: l'incontro a Gerusalemme con i dottori della legge, l'esperienza della violenza romana e della rivolta zelota, le peregrinazioni verso Oriente con le carovane dei mercanti; fino al momento in cui decide di lasciare la comunità per iniziare la sua predicazione. L'intenzione - da parte di chi si era scoperto "cattolico distratto" - era di approfondire gli "anni oscuri" della vità di Gesù, quelli dai dodici ai trent'anni: ma un tema così ambizioso finisce per ridursi, nella sceneggiatura del regista e di Miro Silvera, a una specie di ecumenismo New Age, fitto di ammiccamenti indecifrabili per lo spettatore non esperto in storia delle religioni (il film si apre nel 1947, con il ritrovamento dei manoscritti del Mar Morto, testi fondamentali per capire l'influenza della religiosità essena sulla predicazione di Cristo). Anche perché questo Messia fatto per non offendere nessuno sembra un ciellino che ha letto Coehlo; e se la colonna sonora di Pivio e Aldo De Scalzi si ispira all'Ultima tentazione di Cristo di Scorsese, la confezione è da spot, a base di tramonti e cammelli.

Corso Vittorio Emanuele - Roma

Domenica 16 gennaio 2000 - ore 10

Quota di partecipazione £ 10.000+biglietto d'ingresso

Il Museo Barracco e la Domus tardo antica sottostante a cura di Paola Ghini (Ass. Roma Oltre le mura) - Prenotazione obbligatoria (tel.06/4390677)

LIBRERIA "PAGINE SUL MONDO" - Viale Sacco e Vanzetti n.78 - Roma (tel. e fax 064070466)

VENERDI' 21 GENNAIO 2000 - ORE 18

Africa: Guinea Bissau

Aiutiamo un popolo a costruire la pace ed il proprio futuro

Incontro con l'ass. ABC Solidarietà e Pace

VENERDI' 21 GENNAIO 2000 - ORE 20.30 CENA, INDI INCONTRO

CONVERSAZIONE CON GIAMPIERO VALENTINI

"Presentazione per un coinvolgimento di lavoro sulla relazione di coppia e dinamiche del pensiero."

 

 

 

GIOVEDI' 27 GENNAIO 2000 - ORE 20.30 CENA, INDI FILM

"THE TIBETAN BOOK OF THE DEAD - THE GREAT LIBERATION - The Life After Death", regia di Ishu PATEL, anno 1994, durata 46 minuti circa, IN INGLESE SENZA SOTTOTITOLI

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Written to guide the soul on its journey from death to rebirth, the Tibetan Book of the Dead has been a cult book in the West since its first translation in 1927.

Now this timeless classic has been filmed for the first time, in a powerful and enthralling dramatisation.

The Great Liberation follows a Tibetan monk and his pupil as they guide the soul of a recently decesased man on the greatest journey of all. Filmed against the remote Himalayan landscape of Ladakh, the film tells the story by combining authentic Tibetan life and ritual with imaginative animation.

Based on actual decriptions of near death experiences, the voyage into the afterlife is boldly visualized by Oscar nominee and British Academy Award winner Ishu Patel.

Narration and readings by singer, poet and novelist Leonard Cohen.

TRADUZIONE MIA: Scritto per guidare l'anima nel suo viaggio dalla morte alla rinascita, "Il libro tibetano dei morti" è stato un libro-culto in Occidente sin dalla sua prima traduzione del 1927.

Ora questo classico senza tempo è stato filmato per la prima volta, in una potente ed avvincente drammatizzazione.

La Grande Liberazione segue un monaco tibetano ed il suo discepolo mentre guidano l'anima di un uomo da poco deceduto nel più grande di tutti i viaggi. Filmato con sullo sfondo il lontano panorama Himalaiano del Ladakh, il film svolge la storia combinando la vita ed il rituale autentici tibetani con l'animazione immaginaria.

Basato su reali descrizioni di esperienze vicine alla morte, il viaggio nell'al di là è audacemente visualizzato da Ishu Patel, nominato per l'Oscar e vincitore del British Academy Award.

La narrazione e le letture sono del cantante, poeta e romanziere Leonard Cohen.

COMUNICAZIONE PER TUTTI I GRADITI FREQUENTATORI DEL "CINEFORUM" - CAMBIO DI MODALITA' DELLE SERATE ED INVITO A PROPORRE FILM SU CUI DIBATTERE, AL FINE DI ASSUMERE UN RUOLO PIU' ATTIVO NELL'ORGANIZZAZIONE E PARTECIPAZIONE AL "CINEFORUM"

Cari amici,

a partire dal 10 febbraio 2000 e dal film "SE MI AMATE", ho pensato di sperimentare una nuova formula per le serate cinematografiche e non che si svolgono a casa mia, allo scopo di consentire lo svolgimento di un minimo di discussione dopo la visione del film.

Prima di tutto non ci sarà più la cena prima del film.

Per chi avrà appetito, dopo il film ci saranno una bella pagnotta di pane con formaggi ed insaccati, nonché quanto i gentili ospiti vorranno portare (da consumare, in ogni caso, dopo la visione del film).

Gli amici potranno cominciare a venire a casa mia dalle 20.30.

I film avranno inizio sempre alle 21.15 (orario effettivo di inizio) e finiranno - naturalmente - a seconda della loro durata. Indicherò di volta in volta un orario di termine del film, aggiungendo dieci minuti alla sua durata effettiva, in modo da poter essere sicuri di non essere disturbati durante la visione, magari proprio alla fine, quando l'azione sta arrivando al culmine.

Spero così che dopo il film si possa sviluppare quella discussione la cui mancanza è stata lamentata da tanti amici e che è la più profonda ragion d'essere della visione collettiva di un'opera cinematografica.

CHIEDO SCUSA PER IL TONO UN PO' PEDANTE E PERENTORIO DELLE MIE PAROLE, MA IL RISPETTO DELL'ORARIO E L'ATTENZIONE A NON CREARE DISTURBO SONO INDISPENSABILI PER LA BUONA RIUSCITA DELLE SERATE. Ringrazio tutti gli amici per la loro gentile collaborazione. Claudio

Per quanto riguarda il film "Matrix", esso mi è stato proposto dall'amico Sandro Pasciuto, il quale si è impegnato a preparare una scheda di riflessione sui temi del film e a fare da coordinatore nel dibattito che - si spera - ne seguirà.

Sarebbe molto bello, a mio avviso, se anche altri amici prendessero la medesima iniziativa.

Anche la persona meno esperta di cinema, infatti, ha sicuramente un film che ama particolarmente o che tratta di un argomento che conosce bene. Sarebbe veramente bello se ognuno proponesse almeno un film e si impegnasse a prepararsi su di esso, allo scopo di animare il dibattito. Claudio

COMUNICAZIONE PER TUTTI I GRADITI FREQUENTATORI DEL "CINEFORUM" - CAMBIO DI MODALITA' DELLE SERATE ED INVITO A PROPORRE FILM SU CUI DIBATTERE, AL FINE DI ASSUMERE UN RUOLO PIU' ATTIVO NELL'ORGANIZZAZIONE E PARTECIPAZIONE AL "CINEFORUM"

Cari amici,

a partire dal 10 febbraio 2000 e dal film "SE MI AMATE", ho pensato di sperimentare una nuova formula per le serate cinematografiche e non che si svolgono a casa mia, allo scopo di consentire lo svolgimento di un minimo di discussione dopo la visione del film.

Prima di tutto non ci sarà più la cena prima del film.

Per chi avrà appetito, dopo il film ci saranno una bella pagnotta di pane con formaggi ed insaccati, nonché quanto i gentili ospiti vorranno portare (da consumare, in ogni caso, dopo la visione del film).

Gli amici potranno cominciare a venire a casa mia dalle 20.30.

I film avranno inizio sempre alle 21.15 (orario effettivo di inizio) e finiranno - naturalmente - a seconda della loro durata. Indicherò di volta in volta un orario di termine del film, aggiungendo dieci minuti alla sua durata effettiva, in modo da poter essere sicuri di non essere disturbati durante la visione, magari proprio alla fine, quando l'azione sta arrivando al culmine.

Spero così che dopo il film si possa sviluppare quella discussione la cui mancanza è stata lamentata da tanti amici e che è la più profonda ragion d'essere della visione collettiva di un'opera cinematografica.

CHIEDO SCUSA PER IL TONO UN PO' PEDANTE E PERENTORIO DELLE MIE PAROLE, MA IL RISPETTO DELL'ORARIO E L'ATTENZIONE A NON CREARE DISTURBO SONO INDISPENSABILI PER LA BUONA RIUSCITA DELLE SERATE. Ringrazio tutti gli amici per la loro gentile collaborazione. Claudio

Per quanto riguarda il film "Matrix", esso mi è stato proposto dall'amico Sandro Pasciuto, il quale si è impegnato a preparare una scheda di riflessione sui temi del film e a fare da coordinatore nel dibattito che - si spera - ne seguirà.

Sarebbe molto bello, a mio avviso, se anche altri amici prendessero la medesima iniziativa.

Anche la persona meno esperta di cinema, infatti, ha sicuramente un film che ama particolarmente o che tratta di un argomento che conosce bene. Sarebbe veramente bello se ognuno proponesse almeno un film e si impegnasse a prepararsi su di esso, allo scopo di animare il dibattito. Claudio

GIOVEDI' 10 FEBBRAIO 2000 - ORE 20.30 APPUNTAMENTO A CASA MIA (dopo cena)- ENTRATA FINO ALLE 21.10

INIZIO FILM ORE 21.15

FINE FILM ORE 23.10 - Seguono dibattito e spuntino

TRA LE 21.15 E LE 23.10 SI PREGA CORTESEMENTE DI NON CITOFONARE, DI NON TELEFONARE E DI NON PARLARE PER NON DISTURBARE LA VISIONE DEL FILM.

Chi si rende conto di non riuscire ad arrivare in tempo è cortesemente pregato di rinunciare alla visione del film.

CHIEDO SCUSA PER IL TONO UN PO' PEDANTE E PERENTORIO DELLE MIE PAROLE, MA IL RISPETTO DELL'ORARIO E L'ATTENZIONE A NON CREARE DISTURBO SONO INDISPENSABILI PER LA BUONA RIUSCITA DELLA SERATA. Grazie. Claudio

"SE MI AMATE" (Critical Care), regia di Sidney LUMET, anno 1998, durata 104 minuti circa, IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Medicina e soldi, terapia e assicurazioni, sopravvivenza e amoralità: Sidney Lumet, cinque nomination all'Oscar nella sua carriera, da sempre contro ogni forma di corruzione, questa volta sotto il bisturi ci manda la classe medica e il sistema sanitario americano, con una dark comedy non priva di realismo su temi delicati e discussi come l'eutanasia, la malattia terminale e le terapie intensive.

Battute del tipo: "In frigorifero ho della lattuga che ha migliori possibilità di riprendere coscienza di quante ne abbia quest'uomo" costellano questo film popolato di star.

LA VITA SI SCONTA PAGANDO - di Eleonora Saracino

Commedia amara, questa di Sidney Lumet, che sceglie un argomento serissimo, quello della sanità, per ironizzare sul malcostume negli ospedali e sulle più basse macchinazioni umane.

In un ambiente asettico e quasi fantascentifico, dove i malati sembrano galleggiare in avveniristiche stanze grandi come saloni, si consumano tragedie quotidiane delle quali non giungono che echi lontani di lamenti sommessi e di monotoni segnali elettronici. Il dolore non è urlato, ma controllato da monitor, registrato da un computer, rappresentato da un grafico. In un reparto, la terapia intensiva, concepita come un’atemporale e gelida anticamera della morte, medici e infermieri si alternano in quel misto di calma e di noia di un normale lavoro di routine.

Lumet ha scelto appositamente una simile scenografia che non ricordasse nemmeno lontanamente l’atmosfera frenetica e rumorosa degli ospedali che siamo abituati a vedere, ma che rappresentasse un sistema medico, peraltro autentico, avanzato e ipertecnolgico. Ed è proprio l’ambientazione lunare del film a rendere ancora più raggelante una storia dove non è la vita del malato ad essere in gioco, ma il suo premio assicurativo. Niente di nuovo, per carità, ma Lumet sceglie un taglio ironico e grottesco per mettere a nudo le coscienze (sporche) di un’umanità che non troviamo solo negli ospedali.

Lo sguardo caustico del regista, seppur efficace in alcuni momenti del film, si perde però nel disegno macchiettistico di alcuni personaggi, lo svagato e avido dottor Butz, per esempio, in contrasto con la figura retorica e scontata dell’infermiera ormai disincatata, ma compassionevole.

Il film si risolve così in un confuso ibrido di dramma e commedia in cui la comicità scivola spesso su toni di gratuita demenzialità e dove la lezione morale di Lumet si banalizza nelle fastidiose immagini colorate di azzurro e di rosso, a rappresentare un Paradiso e un Inferno da fumetto con tanto di emissario di Satana che si ingozza di hamburger e patatine.

Il tono della commedia è forse troppo rischioso per poter raccontare certe amare realtà e Lumet ha mancato il bersaglio della leggerezza, appesantendo la storia di un eccesso di significato, volendo raccontare tutto e troppo e salvando, prevedibilmente, in extremis il dottore giovane e buono. Quasi un pentimento registico. Peccato. Preferivamo il suo cinismo iniziale: certamente triste, ma più realistico.


C U R I O S I T À - UMANO TROPPO UMANO


Nel suo film Lumet ha voluto affrontare il problema della disumanizzazione. Ha detto il regista: "Data la natura critica della terapia intensiva, dato che è al di fuori di ogni controllo, tutte le attività che le ruotano intorno si trasformano in una sorta di comportamento quasi robotico. Il primo problema considerato dal film è la necessità di ritrovare la propria umanità. Bisogna recuperare la compassione, la considerazione e la disponibilità".

 

Moderno Giuramento di Ippocrate

Consapevole dell'importanza e della solennita' dell'atto che compio e dell'impegno che assumo,giuro:

 

Gifted acting crew rouses 'Critical Care'

By Steven Whitty
STAR LEDGER STAFF

It's hard not to repeat yourself after 40 years of movies.

It was understandable when Sidney Lumet's "Prince of the City" reminded people of his superior "Serpico." It was sad when Lumet's "Night Falls on Manhattan" only recalled "Prince of the City."

And it is inevitable that "Critical Care," Lumet's latest, will make people remember "Hospital", his dark, 1971 adaptation of Paddy Chayefsky's viciously funny script.

But what's surprising pleasantly, too is that the new movie can actually bear up under some of the comparisons.

Quickly paced, and nicely acted by a uniformly good cast, "Critical Care" is the story of one elderly patient in a hospital's intensive-care ward. He's in a vegetative state whether or not that state is "persistent" is the crux of the movie's medical debate but around him swirls an overactive hospital melodrama quirky enough to rival the all-singing episode of "Chicago Hope."

It's peopled by eccentrics, too. The unfortunately named Dr. Butts played by a sweetly scene-stealing Albert Brooks only sees the comatose patient for the revenue he can produce. His youngest daughter camped to perfection by Kyra Sedgwick can only think of the will. Meanwhile, the slowly circling lawyers are unable to talk about anything but malpractice and liability.

And second-year resident James Spader well, Spader isn't sure what to think. He's two-thirds of his way through a 36-hour shift and he'd really rather not think about delicate ethical issues at all. In fact, any conversation beyond "stat," "prep" and "large, black, two sugars" is really quite beyond him.

Except there are all these people demanding decisions. From him. Now.

"Critical Care" is a smart movie with large ambitions it can't always quite fulfill. Although it's interested in issues, it takes on so many living wills, litigious America, managed care and the right to die among them that it doesn't have time to give any one complex treatment. Cranked up on adrenaline, it jumps from topic to topic, raising questions without waiting for answers.

Lumet's style is all over the place, too, letting the always underrated Spader act with cool, deadpan irony but treating Sedgwick's duplicitous daughter as a kicky '60s throwback. (They're both good they just seem to be in different movies.) Meanwhile a major subplot involving a kidney- dialysis patient, and visions of Wallace Shawn as a demon from Hell is an enormous mistake, and nearly sinks the whole film.

But at least Lumet's movie is about something, and Steven Schwartz's screenplay often sparkles with wit and wicked re-creations of the way real doctors talk. (The script is based on a novel by Richard Dooling, who once worked in a hospital ICU.) Which is, undoubtedly, why a huge, good cast including veterans Helen Mirren and Philip Bosco signed on to make this independent and barely funded picture.

Sometimes that lack of funding shows. A few of the smart lines in "Critical Care" are very badly dubbed; a few of the sets are more claustrophobic than they need to be. But the movie has some energy, and a kind of nasty life. And even if Lumet does seem to be copying himself again well, at least trying to resuscitate Chayefsky's "Hospital" is a much better bet than attempting a third or fourth remake of "Serpico."

Rating note: The film contains strong language and some adult bedroom antics.

STUDIO D'ARTE "FENNEC" - VIA SALUZZO, 77 - ROMA (METRO PONTE LUNGO) - TEL.067023427

VENERDI' 11 FEBBRAIO 2000, DALLE ORE 18 IN POI - DRINK

INAUGURAZIONE MOSTRA FOTOGRAFICA "INDIA E ALTRO" DI SEBASTIANO DI BARI

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

VENERDI' 18 FEBBRAIO 2000 - ORE 21 - Libreria Pagine sul Mondo - Viale Sacco e Vanzetti 78 - INGRESSO CON TESSERA ASSOCIATIVA

CONCERTO DELLA TARAF ORCHESTRA

Musica dell'Est europeo, Klezmer e del Mediterraneo

LA MUSICA KLEZMER: Il termine Klezmer indica la musica popolare degli Ashkeanaziti di lingua Yiddish, cioè di quegli ebrei che, intorno all'anno Mille, si stabilirono in Renania e da lì nei secoli successivi, per effetto di persecuzioni, della peste nera e di difficoltà economiche, emigrarono in Polonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Ungheria e Romania, spingendosi fino in Italia ed Olanda, per poi rifluire, in epoca recente, in America (Stati Uniti e Argentina) e Israele.

A differenza della letteratura e del teatro in lingua Yiddish, che già alla fine del Settecento avevano iniziato ad assumere una propria identità, sia formale che etico-letteraria, la musica Klezmer ha raggiunto solo in quest'ultima metà del XX secolo una sua dichiarata dignità artistica ed un suo riconoscimento.

Klezmer, which literally means "tool of song" in Hebrew, is the secular folk music of the Jews of Central and Eastern Europe. In the first decades of this century, this music flourished not only in the Old World, but in the New - in the immigrant community of New York City, where the sounds of the European "fiddler on the roof" mixed with the sounds of early jazz and tin pan alley. The result is a sound that is quintessentially American.

For decades, the music faced near certain extinction. Genocide in Europe eliminated much of the cultural source for klezmer music, while in this country, the children of those first-generation immigrants sought to forget the Old World ways of their parents and become fully assimilated into American culture.

It was not until the 1970s that a small group of Jewish musicians and ethnomusicologists began to study and re-learn the songs and melodies of their grandparents. Now, two decades later, the klezmer revival is in full swing, with dozens of bands across the nation, some faithfully recreating the traditional sounds of the past, and some pushing the boundaries of the music by incorporating modern influences from jazz and rock and roll.

TRADUZIONE MIA:

Klezmer, che letteralmente significa in ebraico "utensile di canto", è la musica popolare tradizionale degli ebrei dell'Europa centrale ed orientale. Nei primi decenni di questo secolo, questo tipo di musica fiorì non soltanto nel Vecchio Mondo, ma anche nel Nuovo - nella comunità di immigrati di New York City, dove le sonorità del "violinista sul tetto" europeo si mescolavano con le sonorità del primo jazz e della musica dei vicoli realizzata con tegami di stagno. Il risultato è una sonorità nella sua quintessenza americana.

Per decenni, la musica dovette fronteggiare la quasi certa estinzione. Il genocidio in Europa eliminò buona parte delle sorgenti culturali della musica klezmer, mentre in America i figli degli immigrati ebrei della prima generazione cercavano di dimenticare le maniere da Vecchio Mondo dei loro genitori e si sforzavano di assimilarsi completamente nella cultura americana.

Finché negli anni Settanta un piccolo gruppo di musicisti ed etnomusicologi ebrei iniziarono a studiare e a re-imparare i canti e le melodie dei loro nonni. Ora, due decenni dopo, il revival klezmer è in piena attività, con dozzine di band in tutta la nazione, alcune delle quali ricreano le sonorità tradizionali del passato, ed alcune altre che allargano i confini della loro musica incorporando influenze moderne dal jazz e dal rock and roll.

 

 

GIOVEDI' 17 FEBBRAIO 2000 - ORE 20.30 APPUNTAMENTO A CASA MIA (dopo cena)- ENTRATA FINO ALLE 21.30

INIZIO FILM ORE 21.35 - FINE FILM ORE 23.20 - Segue dibattito

TRA LE 21.15 E LE 23.20 SI PREGA CORTESEMENTE DI NON CITOFONARE, DI NON TELEFONARE E DI NON PARLARE PER NON DISTURBARE LA VISIONE DEL FILM.

Chi si rende conto di non riuscire ad arrivare in tempo è cortesemente pregato di rinunciare alla visione del film.

"THELONIOUS MONK STRAIGHT, NO CHASER", regia di Charlotte ZWERIN (executive producer CLINT EASTWOOD), durata 90 minuti circa, anno 1988, IN INGLESE SOTTOTITOLATO IN ITALIANO

SCHEDA TRATTA DALLA PRESENTAZIONE SULLA VIDEOCASSETTA: Il produttore Bruce Ricker non riusciva a credere alla propria fortuna. Il lungometraggio del 1968 di Michael e Christian Blackwood sul rivoluzionario pianista e compositore di musica jazz, Thelonious Monk, era in ottime condizioni, comprese le uniche riprese esistenti di Monk in privato. Le pizze, secondo le parole di Ricker, erano proprio "là che ci aspettavano come Dead Sea Scrolls del jazz".

Nel ridare la vita a questi fotogrammi a Ricker si affiancano cone regista e produttore Charlotte Zwerin e il produttore esecutivo Clint Eastwood, oltre ad altri importanti nomi.

In THELONIOUS MONK: STRAIGHT NO CHASER si combinano le immagini del lungometraggio dei Blackwood che ritraggono Monk mentre registra in studio, durante le tournée e dietro le scene, con nuove interviste, foto d'archivio e altre immagini storiche, per celebrare il mito del grande artista.

DA "IL MEREGHETTI - DIZIONARIO DEI FILM 2000", Baldini&Castoldi: Documentario sul pianista e compositore jazz Thelonious Sphere Monk (1917-1982), genio obliquo e reticente, soggetto ad attacchi di catatonia alternati a crisi violente. La Zwerin, che attinge in gran parte a materiale (concerti, prove in studio, episodi di tournée) girato nel 1968 da Michael e Christian Blackwood, ha un approccio impressionistico e non bada alla cronologia, forse influenzata dallo stile di Bird di Clint Eastwood, che del documentario è produttore esecutivo. Ma ne viene fuori ugualmente un ritratto compiuto, e soprattutto rispettoso, dell'uomo Monk (inafferrabile) e della sua musica (ironica anche quando è struggente). Straight No Chaser, titolo di uno dei più noti brani di Monk, è un'espressione che indica il whisky bevuto liscio.

"THELONIOUS MONK: STRAIGHT, NO CHASER"

Peter Keepnews on Thelonious Monk...

Thelonious Monk was one of the true originals of jazz. He was also one of the most important and influential musicians of the twentieth century.

As a pianist, Monk's style--with its unusual harmonies, alternately dense and stripped-down, and its unpredictable, off-center rhythms--was so different that, early in his career, many people assumed he didn't know how to play. As a composer, he helped to expand the vocabulary of jazz and to change the way the music was played, listened to and thought about.

Monk was one of the primary architects of modern jazz. But the passing of time has revealed that his music was much more closely linked with the jazz tradition than it once seemed, and he began absorbing that tradition early. He was born in Rocky Mount, North Carolina in 1917, but was raised in a predominantly black section of New York known as San Juan Hill, where his family moved to in 1922. He gained early performing experience at the Apollo Theater's amateur contests and with a band that accompanied a touring evangelist.

In the early '40s, Monk was the house pianist at Minton's Playhouse, a Harlem nightclub that became famous for its all-star jam sessions and which was later regarded as one of the birthplaces of modern jazz. Despite his key role in those sessions, Monk worked only sporadically throughout the '40s--largely because even many of the modern musicians didn't fully understand his music. One who did was the veteran tenor saxophonist Coleman Hawkins, who hired the young pianist for his group and used him on a 1944 recording session.

Three years later, Monk began his own recording career with a session for the Blue Note label. Over the next decade he made a series of records that have come to be regarded as classics, but opportunities for him to perform his unique music in public remained scarce. The nature of his music was only part of the reason; in 1951, following a brush with the law in which he was arrested under questionable circumstances, Monk had his cabaret card--without which he couldn't work in a New York nightclub--taken away from him.

It took Monk six years to get his card back. When he did, he brought a quartet, featuring John Coltrane on tenor saxophone, into a small club called the Five Spot, where word quickly spread that something special was happening. Monk's reputation as one of the most formidable figures in jazz was established; within a few years he would be a major star.

In 1959, he appeared at New York's Town Hall with a big band and brought his quartet to the West Coast. In 1961 he embarked on his first European tour. In 1962 he signed a long-term contract with Columbia Records. In 1964 he was on the cover of Time magazine.

Monk had become one of the best-known jazz musicians in the world, and he had done it without compromising. Ironically, his refusal to change eventually led to a decline in his popularity; audiences eager for new sounds began to view Monk, once considered a wide-eyed radical, as too conservative .

Monk persisted. In 1968 he toured Europe with an eight-piece band. In the early '70s, with work for his quartet becoming scarcer, he took part in two world tours with an all-star sextet called the Giants of Jazz. After that he performed occasionally with his own group but, beset with health problems, began a gradual retreat from the public eye.

Thelonious Monk gave his last public performance in New York in 1976 and then retired. He died in 1982, a few days after suffering a stroke. He was sixty-four.

(Peter Keepnews is the author of the forthcoming book Monk's Dream: The Life and Music of Thelonious Monk.)

ASSOCIAZIONE "SPAZIO TEMPO" - Via Sacco e Vanzetti, 78 - 00155 Roma - Tel. E fax 064070466

VENERDI' 18 FEBBRAIO 2000 - ORE 21 - Libreria Pagine sul Mondo - Viale Sacco e Vanzetti 78 - INGRESSO CON TESSERA ASSOCIATIVA - QUOTA DI PARTECIPAZIONE LIRE DIECIMILA

CONCERTO DELLA TARAF ORCHESTRA

Musica dell'Est europeo, Klezmer e del Mediterraneo

LA MUSICA KLEZMER: Il termine Klezmer indica la musica popolare degli Ashkeanaziti di lingua Yiddish, cioè di quegli ebrei che, intorno all'anno Mille, si stabilirono in Renania e da lì nei secoli successivi, per effetto di persecuzioni, della peste nera e di difficoltà economiche, emigrarono in Polonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Ungheria e Romania, spingendosi fino in Italia ed Olanda, per poi rifluire, in epoca recente, in America (Stati Uniti e Argentina) e Israele.

A differenza della letteratura e del teatro in lingua Yiddish, che già alla fine del Settecento avevano iniziato ad assumere una propria identità, sia formale che etico-letteraria, la musica Klezmer ha raggiunto solo in quest'ultima metà del XX secolo una sua dichiarata dignità artistica ed un suo riconoscimento.

Klezmer, which literally means "tool of song" in Hebrew, is the secular folk music of the Jews of Central and Eastern Europe. In the first decades of this century, this music flourished not only in the Old World, but in the New - in the immigrant community of New York City, where the sounds of the European "fiddler on the roof" mixed with the sounds of early jazz and tin pan alley. The result is a sound that is quintessentially American.

For decades, the music faced near certain extinction. Genocide in Europe eliminated much of the cultural source for klezmer music, while in this country, the children of those first-generation immigrants sought to forget the Old World ways of their parents and become fully assimilated into American culture.

It was not until the 1970s that a small group of Jewish musicians and ethnomusicologists began to study and re-learn the songs and melodies of their grandparents. Now, two decades later, the klezmer revival is in full swing, with dozens of bands across the nation, some faithfully recreating the traditional sounds of the past, and some pushing the boundaries of the music by incorporating modern influences from jazz and rock and roll.

TRADUZIONE MIA:

Klezmer, che letteralmente significa in ebraico "utensile di canto", è la musica popolare tradizionale degli ebrei dell'Europa centrale ed orientale. Nei primi decenni di questo secolo, questo tipo di musica fiorì non soltanto nel Vecchio Mondo, ma anche nel Nuovo - nella comunità di immigrati di New York City, dove le sonorità del "violinista sul tetto" europeo si mescolavano con le sonorità del primo jazz e della musica dei vicoli realizzata con tegami di stagno. Il risultato è una sonorità nella sua quintessenza americana.

Per decenni, la musica dovette fronteggiare la quasi certa estinzione. Il genocidio in Europa eliminò buona parte delle sorgenti culturali della musica klezmer, mentre in America i figli degli immigrati ebrei della prima generazione cercavano di dimenticare le maniere da Vecchio Mondo dei loro genitori e si sforzavano di assimilarsi completamente nella cultura americana.

Finché negli anni Settanta un piccolo gruppo di musicisti ed etnomusicologi ebrei iniziarono a studiare e a re-imparare i canti e le melodie dei loro nonni. Ora, due decenni dopo, il revival klezmer è in piena attività, con dozzine di band in tutta la nazione, alcune delle quali ricreano le sonorità tradizionali del passato, ed alcune altre che allargano i confini della loro musica incorporando influenze moderne dal jazz e dal rock and roll.

 

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