Quella sera su numerosi canali televisivi hanno mostrato per la prima volta la sagoma del reattore dove c’era stato l’incidente, un modulo che col tempo si imprimerà nella nostra memoria come il simbolo del fungo atomico. Hanno piazzato davanti alle telecamere dei signori che hanno irraggiato un’atmosfera rassicurante non foss’altro che per i loro vestiti di buon taglio grigi o grigio-azzurri, per le cravatte ben assortite, per il ben assortito taglio di capelli, per l’accurata scelta delle parole e per quel loro starsene lì seduti con tutti i crismi dell’ufficialità – all’opposto dei due o tre giovani barbuti in pullover, che col loro parlare agitato e il vivace gesticolare lasciavano sospettare che avessero preso illegalmente i microfoni, e sono stata costretta a pensare alla gente in questo paese, alla gente laboriosa, silenziosa di questi due paesi, che la sera si unisce negli sguardi rivolti al teleschermo, e ho capito: quelli col pullover riceveranno meno ascolto di quelli in abito su misura con le loro opinioni misurate e il loro misurato comportamento, dopo le fatiche della giornata la sera tutti vogliono star seduti in poltrona come me a bere la loro birra – io ho il vino, va bene -, e vogliono che gli si mostri qualcosa che li rallegri, e può essere benissimo un ingarbugliato caso di omicidio, ma non deve riguardarli troppo, e questo è il comportamento normale a cui ci hanno educato, sicché sarebbe ingiusto rimproverarli solo perché quel comportamento contribuisce a ucciderci.

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