Antonio Pecci (La storia di Siena antica e moderna), a metà del Settecento, definiva le genti di Campiglia come "per natura piuttosto industriose e fatiganti, ma rozze e incolte, perché a riserva delle famiglie Marianelli, Coli e poche più che si trattano con alquanto di civiltà, tutte le altre attendono alla coltura della campagna e alla custodia del bestiame allettate dal comodo delle salubri pasture, bagnate da acque per la difesa dal caldo maggiore e da verni duri, e le donne ancora si impegnano nella fadiga dei campi, e altre tessono perché gli abitanti vestono per lo più con panni grossolani".
In una società tradizionale, come era ancora quella di Campiglia tra Settecento e Ottocento, era possibile distinguere tre grandi ordini sociali.
Prima di tutto, gli ecclesiastici, che, ai tempi della visita di Monsignor Pippi nel 1819, erano almeno sette su una popolazione di un migliaio di abitanti (circa lo 0,6% della popolazione, una percentuale relativamente bassa rispetto a quella del resto del Senese). Buona parte degli ecclesiastici - come i Marianelli e i Marzocchi - proveniva dalle famiglie possidenti richiamate dal Pecci, e che rappresentavano il secondo ordine sociale.
Infine, troviamoi contadini, che costituivano la maggior parte della popolazione: essi erano affittuari o mezzadri, ma spesso disponevano anche di una piccola o piccolissima proprietà.
Non mancavano, però, altre categorie di persone: ad esempio, agli inizi del Seicento, si contavano in Campiglia due calzolai, due fabbri, quattro sediai. Vi erano un mulino, due forni, tre osterie e un macello. In un documento del 1790 troviamo citato un cerusico.