il Rimino Sottovoce 2020

1820, il contagio politico della fame

Anche due secoli fa si parlava di un contagio pericoloso per la vita delle nostre terre. Era di tipo politico, e rimandava alle vicende internazionali che ci avevano coinvolti. L'immagine irriverente e scherzosa della "peste liberale" è in un bel volume apparso nel 2005 presso Guaraldi, "Rimini una storia lunga", curato da due illustri penne concittadine, Liliano Faenza e Silvano Cardellini.

Partiamo dal 1815, quando il 30 marzo Gioacchino Murat, insediato sul trono di Napoli da Napoleone Bonaparte, firma il famoso "Proclama di Rimini": "Italiani! L'ora è venuta che debbono compiersi gli alti vostri destini."
Ma, leggiamo in Faenza e Cardellini, "L'ora non venne. Vennero invece gli Austriaci. I Napoletani, le cui avanguardie si erano spinte fino al Po, dovettero battere in ritirata dopo aver bivaccato ancora da noi in piazza e nei sobborghi. Rimini, con le legazioni, fu riconsegnata al Papa. Tutto sarebbe dovuto tornare come prima, ma napoleonici e murattiani non erano passati invano. Scomparendo, avevano lasciato una specie di morbo dietro di sé, un morbo per allora segreto, detto anche 'peste liberale'. Rimini ne fu toccata. Nel 1820 fornì i primi inquilini carbonari alle prigioni forlivesi."
I problemi politici non sono gli unici ad essere sul tappeto della vita di quei giorni. Agli anni inquieti della politica s'accompagnano infatti quelli miseri della vita economica. Una grave carestia colpisce gran parte dell'Europa e dell'Italia facendosi "sentire terribilmente nella regione emiliano-romagnola", leggiamo in Umberto Marcelli (1980): essa "contribuì ad inasprire i rapporti tra governanti e governati, suscitando irrequietezza e torbidi anche tra le classi umili delle città e delle campagne".
A Rimini nel 1816, leggiamo in Antonio Bianchi (1784-1840), il 14 febbraio "successe un serio tumulto popolare per la scarsezza delle granaglie, prodotta, non da poco raccolto, ma da imprevidenza di chi ci doveva pensare".
La risposta politica è nelle "minestre economiche, già adottate in Francia, Germania ed in altre parti, ed ultimamente anche in Italia", scrive Carlo Tonini (1895). Le distribuiscono domenica 3 marzo e per tutto il mese di maggio. Il 25 luglio è una "data memorabile": si rende noto il nuovo piano di governo pontificio determinato il 6 luglio dal Papa. Rimini passa sotto il controllo di Forlì. Ad inizio d'ottobre s'insedia il nuovo Consiglio comunale, composto da nobili, cittadini e negozianti.
Le Legazioni, di cui faceva parte pure Rimini, sono state rimesse sotto il dominio temporale del Pontefice il 19 luglio 1815. Per lo stesso anno, sotto il 30 marzo, abbiamo già ricordato il "proclama" lanciato da Murat per unificare l'Italia. Il 13 ottobre successivo, Murat è fucilato in Calabria.
La repressione con la pena di morte è una vivace moda politica del tempo, Fu di estrema durezza "almeno sul piano formale", osserva Guido Ratti (2012): delle "oltre 200 condanne capitali contro imputati perlopiù contumaci", ne furono eseguite soltanto meno di una decina. In Romagna, precisa Ratti, l'attività delle sette politiche come la Carboneria "sfociava sovente in scontri aperti e diretti" con gli oppositori politici reazionari.
La carestia del 1815-17 è sentita in modo particolarmente grave nei nostri territori, leggiamo in Giorgio Candeloro (1958): "essa si perpetuò e divenne per così dire cronica nei decenni successivi".
Nel 1817 i carbonari di Marche e Romagna organizzano un moto rivoluzionario che parte da Macerata il 23 giugno mirando alla città tappa fondamentale di Bologna: scoperti, sono condannati a morte in undici, ma poi salvati con il carcere a vita. Il Segretario di Stato a Roma, cardinale Ercole Consalvi, era "convinto della necessità di tener conto delle riforme napoleoniche e di fare un certo posto ai laici nell'amministrazione del governo pontificio", leggiamo ancora in Candeloro. La carriera del cardinale Consalvi si conclude dopo la morte di Pio VII nel 1823. Pio VII, Gregorio Barnaba Chiaramonti, era nato a Cesena nel 1742 ed era stato eletto Papa nel conclave di Venezia del 1800.

Il lettore mi permetta un doveroso e sincero omaggio ai due scrittori citati all'inizio, Faenza e Cardellini. Liliano Faenza conosceva i classici della letteratura come le sue tasche, non sbagliava i riferimenti, abbondava in citazioni. Non per sfoggio erudito, ma soltanto per confermare che, in fondo, ognuno di noi è una specie di summa dei libri letti. Il suo modo di vivere spartano e vagamente da misantropo, s'accompagnava ad un filantropismo ideologico da socialista ottocentesco. Per formazione intellettuale avrebbe dovuto sostenere che "la Storia siamo noi". Invece finiva per constatare con amarezza e non celato disgusto che "la Storia sono loro", i potenti di turno che gestiscono la cosa pubblica.
Nel 1961, appena diplomato maestro elementare, a 19 anni partecipai al concorso indetto a Forlì. Mi ritrovai Faenza come vicino di banco. Già allora per noi era un mito. Lui aveva vent'anni più di me. Era laureato, lavorava alle Ferrovie dello Stato. Non aveva nessuna intenzione di cambiare mestiere. Voleva soltanto misurarsi in una prova intellettuale, ammesso che possa essere considerata tale un esame di concorso. Nel suo ufficio, poche carte 'ufficiali' sul tavolo ed il cassetto della scrivania con articoli, libri, saggi che stava componendo.
"Signora maestra, mio nonno mi ha detto che ha letto la 'santa commedia di Dante', è una storia da ridere?". Attorno a quest'interrogativo ruotava il componimento che lo studente Silvano Cardellini (Liceo scientifico Serpieri) presentò al premio giornalistico "Mario Fabbri" nel 1965 e che la commissione (composta dallo scrittore Luigi Pasquini e dai giornalisti Flavio Lombardini e Duilio Cavalli) giudicò degno del primo premio per la sezione "Cronaca e giornalismo". Nello stesso anno Rosita Copioli (Classico) vinse nella sezione "Critica e storia", e Mauro Gardenghi (Classico) in quella "Fantasia e arte". Il testo di Cardellini (intitolato "Io e Dante") fu pubblicato con gli altri premiati nel "Quaderno 5. Panorama 1965" dell'Associazione giornalisti e scrittori riminesi presieduta da Flavio Lombardini.
Con Silvano ho lavorato assieme, alla fine degli anni Sessanta, al "Corso" di Gianni Bezzi, reduce dal "Carlino" dove lo avevo conosciuto ed avuto come maestro di giornalismo. Avevo poi lasciato quel mondo, avevo iniziato ad insegnare. Vi sarei rientrato nel 1982, per merito o colpa (lo diranno gli altri) di Piergiorgio Terenzi, il fondatore del "Ponte".
© by Antonio Montanari

ARCHIVI
I testi di A. Montanari, 1989-1991, citati da Liliano Faenza
Vedi anche: Rimini ieri - 1940-1945
Liliano Faenza, storico [25.07.2008]
Silvano Cardellini, 2006
Silvano Cardellini, 2016



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