il Rimino - Riministoria
Tre giovani riminesi uccisi dai nazi-fascisti pochi giorni prima della fine della guerra per Rimini, liberata il 21 settmbre ‘44
Guido Nozzoli compose un’elegia di forte intensità emotiva. Che come tutti i pensieri che raccontano l’animo umano è sempre attuale. La riproponiamo per non dimenticare

di Silvio Di Giovanni

Ogni città ha la sua piazza grande, la sua “agorà” come la chiamavano i greci, il “foro” per i romani.

Quella di Rimini è ricordata nel 1892 dal poeta dialettale Giustiniano Villa in uno dei suoi lavori in vernacolo intitolato, con feconda fantasia, con viva speranza nel futuro e con la ripresa della utopia costiana, “Nell’anno 2000".

Si chiamava Piazza Giulio Cesare fino al 1944.

Qui i nazi-fascisti, la mattina del 16 agosto 1944, sulla sinistra forca innalzata tra il sacello ed il suggesto di Cesare, impiccarono i tre partigiani Mario Cappelli, Luigi Niccolò e Adelio Pagliarani.

La Piazza grande da allora porta il nome dei “tre martiri”.

A quasi sessant’anni di distanza il Comune di Rimini, nel riordino dell’arredo urbano della piazza, ha finalmente immortalato il luogo del martirio vicino al Sacello ed ha ricollocato il suggesto restaurato.

Furono seviziati e spietatamente torturati, i tre gappisti partigiani, ma non parlarono. Morirono senza parlare, senza rivelare i nomi dei loro compagni che pur conoscevano.

Guido Nozzoli, giornalista riminese di prestigio, ne riferisce nell’ampia intervista concessa all’editore Bruno Ghigi, 23 anni fa, per il libro “La guerra a Rimini”.

Nozzoli, nato nel 1918, era un giovane ufficiale che prestava servizio a Siena nel 32° Reggimento Carristi della Divisione Centauro, quando arrivò l’8 settembre del 1943.

Fino dal 25 luglio era in contatto con i giovani antifascisti del Riminese e dapprima aveva anche subito un processo dai fascisti dopo l’arresto del gennaio del ’43 per attività sovversiva.

Fu anche un uomo di cultura, all’Università di Urbino aveva seguito i corsi di docenti del calibro di Carlo Bo, di Apollonio, di Ronconi, di Musatti, di Rebora.

L’elegia che egli scrisse nell’ottobre del 1944, dedicata ai tre martiri di Rimini, con il titolo di “Elegia per i Martiri di Agosto”, è di una intensità lirica degna dei più grandi poeti e uomini di lettere del Novecento quali Gatto, Quasimodo, Bo, Pratolini, Ricci.

Si avverte nella cruda descrizione dei fatti il dolore per l’impotenza dell’autore e degli altri compagni di fronte al dramma, di fronte alla tragedia della morte a quella giovane età. Ed ancor più dolorosa e straziante quando erano convinti che tutto l’incubo della guerra stesse per finire. E il fronte di guerra passò e Rimini fu liberata il 21 settembre ‘44.

Questo giovane, pur preso con gli altri nell’intensa attività della immediata e necessaria rinascita della vita cittadina di ogni giorno, nella prosaica azione materiale quotidiana per far rivivere Rimini e i suoi abitanti, questo giovane, dicevo, compone una spendida lirica.

La sua sensibilità sente il bisogno e la sua penna sente l’obbligo di esternare la gratitudine a quei tre modesti compagni, che appaiono grandi come una montagna e il cui silenzio ha permesso la continuazione della vita degli altri compagni tra cui lo stesso Guido.

“E’ un pensiero che non mi ha mai abbandonato” scriverà Nozzoli ed ancora: “e spesso mi chiedo: siamo stati sempre degni del loro sacrificio?”



Articolo ripreso da La Piazza, 4/8/2003

http://www.lapiazza.rn.it/piazza/modules/news/article.php?item_id=663

su segnalazione di

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