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CRONACA DI UNA TRAVERSATA, FORSE NON SOLO MONTANA... di Massimiliano Dioguardi |
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Sono
trascorsi ormai tanti anni da quei giorni splendidi e forse anche un po’
spensierati. Ero un giovane amante dei monti, amore tramandato da mio
padre ex-finanziere di montagna. Si
lui un uomo di “mare” sia di origini che di trascorsi, trovatosi per
amore dell’avventura
e dei viaggi, quasi a vivere un sogno, una sorta di vita fuori da
tutti i canoni fin allora a lui sconosciuti. Allievo della scuola alpina
di Predazzo, senza neppure aver mai visto le montagne ed il freddo che ti
entra fin dentro l’anima e le ossa. Allievo di un corso iniziato in
pieno inverno, lui che di freddo e neve ne aveva vista solo nel “famoso
‘56” quando si racconta che a Pescara, cittadina di mare e dei natali
del “Vate”, si spalava la neve dalle porte delle case altrimenti si
era costretti ad uscire dalle finestre dei balconi del primo piano.
Inquadrato con tanti commilitoni, quasi incredulo di essere lì, ammesso
tra tanti esclusi e forse fiero di essere un uomo che avrebbe portato le
montagne ed il tricolore nel suo cuore fin quando il respiro della sua
vita glielo avrebbe permesso. L’amore
per i monti e il mio carattere brusco, a volte dolce e quasi con ribrezzo
romantico lo devo solo a lui, schivo, amabile sotto la sua corazza dura e
fiera, ereditata da un vecchio sommergibilista pieno di boria e di amore
per la sua famiglia, con una vita da ferroviere votata a costruire un
futuro per gli altri senza mai pensare a se stesso. Mia nonna pensava che
somigliassi a lui e forse aveva un po’ ragione: in fondo mi manca molto
il suo caratteraccio che si disfava e quasi scioglieva alla vista dei suoi
nipoti, i miei figli. Ma
torniamo a noi, appena dopo la mia adolescenza, dopo anni di avventure in
montagna con mio padre e suo cugino, un secondo padre per me,un Uomo a cui
devo tantissimo, decisi che era ora di ampliare le mie conoscenze montane
ed iniziai sotto la spinta dell’avventura e della scoperta, prerogativa
della mia famiglia, a cercare nuovi itinerari, a varcare nuovi confini. Scelsi
di effettuare una traversata, una cosa nuova e su dei monti a me e ai miei
compagni di avventure, fino ad allora sconosciuti. Volevo scoprire le
bellezze del Velino e del Sirente e volevo farlo a modo mio. All’epoca
ero appena maggiorenne, confidavo nella stima di mio zio (il famoso cugino
di mio padre, profondo conoscitore della Majella), e di un compagno di
studi (ora praticamente perso di vista). Fu allora che leggendo e
studiando quelle montagne, ai molti a quel tempo ignote e forse anche
temute, che organizzai l’itinerario descritto in queste pagine. Con
molti sacrifici, lavorando in estate, nel periodo in cui le scuole erano
chiuse, pagando a rate le attrezzature necessarie per la mia attività in
montagna ed aiutato fortemente da mio zio, riuscii ad acquistare una tenda
da quota, una delle prime tende ad igloo in commercio.Iniziai a preparare
la “mia
traversata” dalla primavera dell’anno precedente, era l’anno
1987 in piena riabilitazione per un intervento al crociato
anteriore del ginocchio sinistro (rovina dei miei sogni di militare al
servizio dei miei concittadini e della giustizia). Ero
entusiasta di questa nuova “avventura” e pienamente appoggiato dai mie
compagni, quando una fredda
mattina (o meglio dire notte) di luglio lasciammo le calme e
placide spiagge della riviera abruzzese per dirigerci verso le splendide e
per noi ancora misteriose montagne dell’oggi “Parco Regionale del
Velino-Sirente”. Iniziai,
così, a scrivere uno dei piccolissimi paragrafi della mia e delle nostre
vite. Ricordo
come se fosse oggi il grigiore dell’asfalto dell’autostrada A24 e del
salto, a causa del sonno,
del casello della nostra prima tappa: Massa d’Albe nelle
vicinanze di Corvaro, piccolissimo centro abitato sulla linea di confine
che divide il nudo, forte ed a volte silenzioso Abruzzo dal territorio
laziale. Strana
terra quella Abruzzese, piena di gente spesso incompresa, maltrattata,
considerata solo una massa di “cafoni” come diceva il nostro amorevole
Silone, gente forgiata e plasmata dalla loro stessa terra, uomini
all’apparenza duri, schivi, amari, orgogliosi e permalosi ma allo stesso
tempo pieni di amore per se stessi ed il prossimo, pronti a sacrificarsi
per quello che amano e che ritengono giusto, forse molto simili agli
animali (o forse meglio dire agli esseri viventi) che li accompagnano da
secoli: i lupi. Lasciammo
la prima auto lontano dal centro di Corvaro, su di una strada sterrata che
conduceva a masserizie e piccoli appezzamenti di terreno alle porte dei
boschivi contrafforti del vicinissimo Monte Velino. Avremmo rivisto la
nostra quasi “leggendaria” Renault 4 solo tre giorni dopo. Ci
dirigemmo verso Secinaro, paese quasi sperduto tra le zone montuose della
nostra verde regione, dove è evidente fin quasi al tatto la durezza e la
scontrosità apparente della gente Peligna: qui ebbe inizio la nostra,
anche se pur piccola, avventura. Il
primo giorno salimmo, quasi increduli della frescura che ci accompagnava,
lo stupendo bosco di faggi e la selvaggia valle Lupara che si staglia a
Nord del Monte Sirente. Una
volta in cima, una delle poche volte in estate (eravamo e siamo
tutt’oggi grandi estimatori del Sirente in Inverno)
abbiamo goduto della splendida visuale di quella montagna ancora
oggi poco frequentata ed apparentemente ostile agli uomini. Si scorgeva in
lontananza la nostra prossima meta: Rovere e la pianura del Vado di Pezza. Non
credo che oggi, anche se la caccia è ormai quasi estinta in questa
regione, si possano godere degli incontri come quel giorno. Mentre
camminavamo con il sole quasi allo zenit,con una strana luce che ci
permeava,fra l’erba ormai secca e alta sulle creste ed i prati del
Sirente, in un cespuglio scorgemmo una lepre che sembrava mi attendesse.
Scorsi le sue lunghe orecchie, era immobile e mi scrutava, annusava
l’aria tutto intorno e muoveva a scatti le sue orecchie, quasi cercasse
delle risposte: ero o no un essere di cui fidarsi ? Rimase immobile fino a
quando non arrivai a circa un metro da lei, il suo pelo grigiastro con
sfumature rossicce ed i suoi occhi neri, innocenti, profondi e
“buoni”, come poche
persone hanno e che ho potuto scorgere nella mia ancora
breve esistenza. Fuggì
a grandi balzi e nella mia foga giovanile cercai di rincorrerla ma sparì
tra la vegetazione e le rocce affioranti di quei pratoni di alta quota. Dopo
molte ore arrivammo a Rovere, quasi sfiniti e con i piedi doloranti. Era
il frutto della mia testardaggine, sapevo benissimo che non era il caso di
mettere degli scarponi nuovi ma volevo a tutti i costi provare il nuovo
paio acquistato con un “forte” contributo di mio zio. Alloggiammo
in una pensioncina al centro del paese, credo che oggi non esista più. La
signora che la curava era allora molto anziana. Arrivammo nel tardo
pomeriggio, ci diede una stanza per tre e, dopo aver fatto una doccia, e
visto che il sole era ancora alto decisi di uscire. Mi colpì la
solitudine quasi da vecchi film western del paese.Era Piccolo con case di
pietra bianche, un marciapiede appena ricostruito, aiuole e qualche nuova
pianta sulla strada principale: sulle panchine nessuno. Qualche
auto che correva attraversando quel paesetto fatto di quattro case ed una
manciata di “vecchietti”, curiosi e gentili come non mai, forse per
via del mio abbigliamento, visto con gli occhi di ora, molto antiquato. Dopo
aver mangiato siamo letteralmente crollati dalla stanchezza; erano ormai
più di 15 ore che eravamo in piedi, fu una notte calma e dormimmo come
ghiri. L’indomani
ci svegliammo di buonora, la vecchia signora ci preparò una ricca
colazione, facemmo rifornimento di acqua e partimmo per la nostra prossima
meta: il Monte Velino. Avevamo
sottovalutato l’avvicinamento al sentiero che da Rovere porta al Monte
Velino, così come l’esiguità delle nostre riserve d’acqua per il
percorso. Confidavamo sulla sorgente di “Sevice” per rifornirci di
acqua in serata e credevamo, sbagliando, che non ne avremmo avuto bisogno
fino ad allora. I Piani di Pezza, che sembravano una passeggiata non molto
lunga, si rivelarono un duro,
assolato e monotono preludio di circa 9 km all’itinerario che ci
prefiggevamo di compiere. Finalmente
dopo circa due ore arrivammo all’inizio del sentiero che porta al Colle
dell’Orso o al Rifugio Sebastiani. Ci fermammo, mangiammo qualcosa
all’ombra della ridente e fresca faggeta e come se non avessimo percorso
neppure 100 metri, ci rimettemmo in cammino. Il
sole iniziava ad alzarsi nel cielo e la luce ci abbagliava e penetrava
nelle ossa scaldandole, poi con l’andare delle ore iniziò ad essere
fastidiosa ed il caldo insopportabile, ci accorgemmo che l’acqua che
avevamo era insufficiente e ne limitammo il consumo. Il
susseguirsi del sentiero scorse come se stessimo facendo una riposante e
salutare passeggiata, distratti ed allietati com’eravamo dai panorami
sconosciuti che si presentavano ai nostri occhi, il tutto fino al Colle
del Bicchero. Ormai era pomeriggio, avevamo mangiato quasi nulla, le
nostre riserve di acqua erano scarse e il sole aveva pensato bene di
scaldarci a dovere, tanto da indebolirci. La cresta del Monte Bicchero ci
sembrò una parete insormontabile. Fu qui che al gruppetto di tre
viandanti di altri tempi si aggiunse un ospite, un cagnolino. Increduli
della sua presenza in quel posto, lontano ore di cammino dai centri
abitati e fuori dal mondo “popolato”, lo accogliemmo tra noi di buona
vena. Lo chiamammo scherzosamente Bicchero e ci inseguì fino alla Capanna
di Sevice. Anche se potevamo evitare l’inutile salita, ci inerpicammo
per la cresta finale del Monte Bicchero, il panorama che si scorgeva da
quella croce era reso ancora più impressionante dalla luce del sole che
iniziava a percorrere il cammino verso il suo finire. L’itinerario
verso il Monte Velino e la Capanna di Sevice oggi è ancora più
offuscato, ero quasi allo stremo, disidratato e accaldato, avevo preso
troppo sole e bevuto pochissimo, le mie gambe si muovevano quasi per forza
di inerzia ed il dolore ai piedi era quasi impercettibile. Ricordo
solamente la discesa sui ghiaioni che dal Monte Velino conducono alla
Capanna di Sevice. L’odore ed il sapore del pollo arrosto che lo zio
aveva nello zaino fu di certo meglio di qualsiasi pasticca o bevanda
energizzante oggi molto usata. Era
quasi il tramonto quando arrivammo alla Capanna, non avevamo le chiavi, il
locale invernale era chiuso, mangiammo quel poco che avevamo negli zaini
ma non potemmo bere, le nostre riserve di acqua erano esaurite ormai da
molte ore. Io ed il mio amico Luca decidemmo di arrivare alla fonte per
prendere acqua, per farlo avremmo dovuto scendere di quota. Non riuscivo
più a stare in piedi e quel breve itinerario anche se in discesa mi costò
una fatica immane. Neppure la vista della fonte, il rumore dell’acqua,
il suo canto angelico e gioioso come appare ad un’anima persa mi svegliò
da quello stato di trance in cui ero caduto, non ero quasi più cosciente.
Mi fermai sul bordo della vasca e dopo qualche minuto mi bagnai e bevvi:
non c’è mai stata bevanda più desiderata di quella fresca, dolce e
limpida acqua dopo tanta sofferenza. Dopo
circa una buona mezz’ora mi ripresi e fui in grado di riprendere il
cammino per la Capanna di Sevice dove mio zio e la tenda
ancora da montare ci attendeva. Finimmo
di montare la tenda con le luci della “frontale” e per la stanchezza
non mettemmo neppure i tiranti. Ebbi febbre e freddo tutta la notte, non
riuscivo neppure più a bere e tanto per completare quel quadro, la notte
tirò un vento fortissimo, tanto da piegare la paleria e da schiacciare, a
volte, la cupola della tenda sui nostri corpi. Tutto
questo valse la visione che ci attendeva il giorno dopo, lo sguardo si
perdeva su di una vasta e verde vallata ai nostri piedi e i monti della
Duchessa: era quasi un incanto a guardarsi. Eravamo
ancora abbastanza stanchi e tutti con le vesciche ai piedi, ma pieni di
fervore e di voglia di continuare la nostra strada. Decidemmo
di scendere lungo un dirupo molto scosceso e ghiaioso per entrare nella
sottostante Valle dei Briganti, non ci andava di allungare il percorso
seguendo il sentiero, cercavamo di risparmiare le poche forze che ci erano
rimaste per arrivare abbastanza riposati alla nostra meta, Corvaro. Nella
valle trovammo uno stazzo di pastori, ma di loro neppure l’ombra. Nello
stazzo c’erano ben custoditi dei formaggi, avvolti in strofinacci,
poggiati a delle tavole di legno che pendevano da corde fissate al
soffitto della “baracca” in pietra e lamiera. Lasciato
lo stazzo, dopo poco incontrammo un faggio secolare, sotto di cui sgorga
una sorgente, Fonte Pazza. Bevemmo e riempimmo le borracce. Il
sentiero con il passare delle ore si fece sempre più faticoso fino a
giungere ai prati del Lago della Duchessa. Uno spettacolo dolce e
ristoratore dopo tante fatiche. Da quel momento iniziava la discesa verso
il paese e l’itinerario diventava dolce e tranquillo. Il
lago, una pietra
azzurra, incastonata in un verde gioiello fatto di colline
moreniche e prati pascolativi era una visione fresca e gioiosa,
specialmente per i nostri arti inferiori che avevano bisogno di un bagno
rinfrescante e rivitalizzante. Affondammo
i piedi in quell’acqua gelida e limpida e subito dopo vennero a farci
compagnia un branco di cavalli al pascolo che probabilmente come noi erano
accaldati e bisognosi di ristoro. Da
quel momento in poi tutto ci sembrò una passeggiata e uscimmo dal bosco
dopo qualche ora a poca distanza dalla nostra gloriosa Renault 4. Erano
appena le due del pomeriggio e noi appagati da quell’itinerario, dalle
visioni e dalla scoperta di quei luoghi fin a quel momento sconosciuti
avevamo dimenticato la stanchezza e continuavamo a ridere e
scherzare. Sulla
macchina trovammo un biglietto lasciatoci dai Carabinieri della Vicina
Stazione di Borgo Rose, ci invitavano a presentarci in caserma il più
presto possibile. La
nostra allegria si trasformò subito in preoccupazione, non riuscivamo a
capire cosa poteva essere successo,se qualcosa ai nostri cari o se
volevano vederci per qualche segnalazione o infrazione che avevamo potuto
compiere nei giorni passati. Ci
dirigemmo velocemente alla Stazione mentre nessuno di noi riusciva ad
immaginare i motivi di quella convocazione. Giunti alla porta della
casermetta scesi dall’auto e suonai. Dall’altra parte del cancello si
aprì la porta e venne fuori un militare in camicia che sentendo la nostra
storia mi rassicurò immediatamente. Avevano lasciato il messaggio perché
visto che l’auto era in sosta da tre giorni erano preoccupati sulle
sorti del proprietario e volevano accertarsi che stessimo tutti bene. Forse
erano altri tempi o forse l’”Arma” non è mai cambiata, ma quel
gesto ci fece piacere, in fondo c’era qualcuno che anche se
involontariamente vegliava su di noi. Credo
che le avventure debbano commisurarsi alle persone che le intraprendono,
possono essere grandi per alcuni e minuscole per altri, di certo sono
importanti e formative per le persone che le hanno vissute. Ho
imparato alcune cose da questa storia, mai scarseggiare di acqua e
sottovalutare il sole in quota ed anche che ogni tanto uscire
completamente dai canoni e dalla vita del mondo “civile” tempra lo
spirito e fortifica la mente. Si
conclude così uno dei tanti capitoli della mia vita fin ora vissuta.
Credo fermamente che ogni storia, ogni avventura ed ogni accadimento
contenga un insegnamento importante per chi lo ha vissuto. E’
necessario apprendere il più possibile dalle nostre esperienze e farne
tesoro, perché non c’è nessuna maestra migliore della vita se non la
vita stessa.
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