Mi ricordo ancora di quei giorni, di quelle notti passate insonni, puzzolenti di fiati d'alcol giù al Big Apple.
Cos'era il Big Apple?
Difficile dirlo. Essenzialmente uno di quei bar senza orari che ci sono dalle mie parti. Con una differenza però : era il migliore !
Senza ombra di dubbio, era il migliore, ed io ero il miglior padrone, gestore, barman e buttafuori di tutta la regione. O almeno così mi dicevano glia animali che gremivano quella mia catapecchia.
Quando entravi nel Big Apple dovevi scordarti di com'eri fuori, era come intraprendere un viaggio nella notte, dove nulla era vietato e irraggiungibile.
Ricordo uomini dalla faccia di bambino e bambini con facce già da uomini diventare uguali in ogni cosa. Quella nebbia di sigari e di altra robaccia che trovavi la dentro univa, amalgamava tutto e tutti, li mescolava come un buon barman fa con un buon aperitivo. Ed io, si sa, ero il migliore dei barman.
E poi c'era il banco. Mi costò un occhio, un occhio vero che mi cavarono quando saltai l'ennesima sua tratta da pagare.
Aveva tre neon blu che lo avvolgevano in lunghezza come un vestito da sera sul corpo di una bella donna. Puzzava di birre versate, di vomito cacciato fuori da stomachi pieni di whisky. C'era gente che si annegava in quella roba. Dicevano per dimenticare. Io credo invece, per sottolineare la loro miserabilità, per aumentare i loro dolori, alcuni per morire tra mille dolci sofferenze.
Che storie, che favole ho sentito e quante sacrosante balle ho raccontato.
Ho sempre odiato nascondere la verità, il cielo mi è testimone. Quando l'ho fatto è sempre stato per il bene del Big Apple, quindi per il mio !
Amavo, invece, le balle raccontate a quei poliziotti che non volevano o non sapevano capire lo spirito, la vera maledetta vita che in quel pezzo di notte usciva dai vicoli della città e affollava il mio locale.
Io ero Peterpan. La gente i bambini da me rapiti al mondo, restituiti alla vita. Io ero Capitano Uncino, loro la mia sporca ciurma di ubriachi, pronta a saccheggiare, rapire, uccidere per me, per lo spirito della grande nave, per il Big Apple. Nessuna pietà , nessun prigioniero, nessun rammarico quando, uscito ai primi chiarori dell'alba, tornavi ad essere te stesso, sconosciuto a tutti, diverso da tutti. Fuori da quella nebbia che dava piacevolmente alla gola, tutti i problemi tornavano a galla. Ma solo per poche stupide ore. La notte incombeva già sul giorno, il Big Apple avrebbe riaperto, bontà sua, le sue porte. L'astronave ripartiva. Era un ciclo continuo e necessario, vitale.
Quando l'ultimo passeggero era sceso potevi vedere i cuochi uscire dalla cucina e spartirsi le mance con le cameriere. Spesso mi è capitato di vederli spartire molte altre cose, ma a me andava bene così.
Poi c'era Sandra che compariva dal retro. Contava felice i soldi che i ragazzi più audaci le avevano messo nelle mutandine durante la sua esibizione. Sandra, la schiava-regina del Big Apple, mille volte avrebbe potuto lasciarmi, ma non l'ha mai fatto. Saliva sul palco e con lei salivano i pensieri, i desideri della gente. Gli uomini incantati e smaniosi di veder cadere l'ultimo velo, le donne, non tutte però, gelose nei loro sguardi.
A Sandra tutto questo non importava. Sapeva bene che, fuori dal locale, mai nessuno avrebbe fatto qualcosa per lei, le tante proposte di matrimonio erano proposte di prostituzione, non di felicità. Solo i soldi guadagnati al Big Apple per lei erano puliti, solo quelli contavano nella sua vita. Il futuro, chissà, forse sarebbe stato migliore con un buon gruzzolo in tasca.
Quanto a me ero profondamente diverso da come sono ora.
Aspettavo che veramente tutti se ne fossero andati per aprire la cassa e contare l'incasso della serata. Se era buono, e quasi sempre lo era, levavo le spese e il resto lo mettevo da parte per investimenti futuri, per la vecchiaia. Se invece, e poteva capitare, il contante era poco e i "pagherò" facevano bella mostra, chiudevo la serranda del Big Apple ed andavo a spendere quei quattro soldi con la solita puttana che mi aspettava, con il Sole già alto in cielo, dietro l'angolo del locale.
Rimpiango un po' quelle notti, ora, dopo l'olocausto del bar.
Le rimpiango da qui, da questa terra lontana, davanti al mare, con le spiagge calde di Sole e di ragazze.
Qui faccio un'altra vita, la vita dei miei veri sogni, una vita da re, non più notturna, umida e pazza.
Con i tanti soldi dell'assicurazione che, casualmente, avevo stipulato pochi giorni prima dell'incendio del Big Apple, insieme al denaro messo assieme nelle serate " girate" bene, ho comprato un lussuoso appartamento ad uno sputo da questo splendido mare.
Ho dato vita al mio sogno di bambino. Tutti abbiamo un sogno da realizzare.Alcuni cercano di scordarselo, di affogarlo in locali com'era il mio, chissà perché.
Io tramite il Big Apple l'ho realizzato.
Il Big Apple è morto, evviva il Big Apple.