Antonio Montanari

I giorni dell'ira

Settembre 1943 - settembre 1944 a Rimini e a San Marino

Bisogna avere il coraggio di confessare e di riconoscere le piaghe e le ferite dell’uomo malato, spogliarle dei cenci vergognosi con i quali si cerca di mascherarle. Se non si conosce il male, se non lo si riconosce, come si può guarirlo?
Jean-Marie Lustiger, Cardinale di Parigi, 1989

Mai forse come allora si toccò con mano quale barbarie potesse produrre il delirio della potenza.
Noberto Bobbio, 1997

1. «Papà mio, dove lo portate?»

Nella notte sul 13 luglio 1944, i repubblichini sequestrano e torturano Duilio Paolini, il sarto di Montelicciano. Il suo corpo non sarà mai ritrovato. E la figlia Ines, di 14 anni, impazzisce per il dolore.

I giorni dell'ira, 1. "il Ponte", 03.12.1989

1. Una ragazza.
Estate 1944. Sulla strada che da Fiorentino porta verso Mercatino Conca, in comune di Montegrimano, alla curva dopo il paese di Montelicciano, al Poggio, c'è la casa di Anna Ceccolini, detta Netta. Vi è ospitato un confinato politico marchigiano, proveniente da Roma: il sarto Duilio Paolini, 49 anni, che ha con sé due figli, Elio nato nel 1927 ed Ines nel 1930.
La sera del 12 luglio, un nuovo rastrellamento dei repubblichini nella zona mette a soqquadro il piccolo paese. È da poco passata mezzanotte quando colpi di accetta demoliscono la porta d'ingresso dell'abitazione di Anna Ceccolini.
Duilio Paolini è in casa con la ragazza. Elio invece è alla macchia.
Sentendo i primi spari, Elio ha deciso di andarsi a nascondere ed ha pregato inutilmente il padre di seguirlo. Il sarto è stanco, e spera che non gli accada nulla. Resterà a dormire nel suo letto.
Verso le tre del mattino, il giovane Paolini ritorna a casa, insospettito dai colpi uditi distintamente. Trova segni di devastazione non soltanto sulla porta, ma anche all'interno delle loro stanze.
Lo accoglie la sorella. Ines piange, stravolta. Tra singhiozzi irrefrenabili, racconta la cattura del padre. Lo hanno preso mentre dormiva. Lo hanno legato con una corda alle mani ed ai piedi, «alla maniera degli animali», sussurra con un filo di voce la ragazza, impietrita dal dolore. Poi lo hanno caricato sopra un'auto targata San Marino, portando via anche i tagli di stoffa e gli abiti in prova che erano nel laboratorio.
La ragazza continua a disperarsi. Elio chiede altre notizie ad una vicina, la signora Severi che racconta: Ines è corsa dietro a suo padre in preda al panico, ed urlando ha continuato a chiedere: «Papà mio, dove lo portate?». I fascisti l'hanno cacciata indietro con i moschetti.
Ines Paolini, da quella notte, vivrà sempre con gli occhi rivolti alla tragedia della sua famiglia. La sua coscienza è stata annientata dalle immagini strazianti che mai la lasceranno.
Suo padre fu portato vicino al cimitero del paese, e lì i fascisti lo hanno torturato. Nascosto dietro un covone di grano, Galliano Severi assiste impotente alla ferocia dei repubblichini contro il sarto di Montelicciano.
Sanguinante, colpito a morte, forse già senza vita, Paolini è ricaricato sull'auto sammarinese. Di lui non si avranno più notizia. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. La lapide che a Montegrimano ricorda le vittime della guerra, reca sotto il nome di Duilio Paolini sotto la scritta «disperso civile», assieme a quello di Tommaso d'Antonio.
Ines Paolini trascorrerà il resto della sua vita all'ospedale di Santa Maria della Pietà, dove è tuttora ricoverata.

2. Simbolo di una storia.
La storia di Ines Paolini, con il segno del duplice martirio nella carne del padre e nelle mente della figlia, spiega il titolo di queste ricostruzioni storiche. «I giorni dell'ira» sono i lunghi mesi che vissero le popolazioni della nostra zona fra il settembre 1943 e lo stesso mese del 1944.
Un anno fatto di bombardamenti, di lotta tra due eserciti nemici, ma soprattutto di una guerra civile, la cui dimensione di tragedia collettiva è talora trascurata.
Fu una violenza perfida e continua, quella che si scatenò allora, in tutta la sua bestialità primordiale, mietendo vittime innocenti tra chi non volle credere ai miti ed ai riti della Repubblica di Salò. Il fratello divenne ostile al fratello.
Non vogliamo riaprire processi o instaurarne di postumi, ma semplicemente raccontare fatti, convinti che la conoscenza degli orrori della guerra civile possa mostrarci strade da non percorrere più.
Nei momenti nodali della Storia, la violenza che si scatena come un torrente irrefrenabile, lascia detriti e distrugge senza pietà.
Raccontare i drammi del passato più recente, caratterizzati da quella violenza, osservare le ferite forse appena rimarginate o del tutto ancora aperte per molti, non significa rinfocolare vecchie polemiche o suscitare nuovi contrasti, ma soltanto meditare sul bene supremo della pace.
La pace non è un romantico idillio fatto di sogni ed illusioni. È una meta fondamentale del processo storico e della vita sociale. Ciò è doppiamente vero, sotto il profilo religioso e sotto l'aspetto politico. Gli spiriti più sensibili hanno sempre avvertito l'inevitabile, reciproco scambio fra questi due elementi, il civile e lo spirituale, come ideale a cui ispirare le nostre azioni.
Per questo, il racconto storico diventa qualcosa di più di una semplice curiosità. Da cronaca sale a parabola da cui trarre insegnamento per non dover più vivere o scrivere pagine intrise di dolore e disperazione.

3. «Tutti ragazzi...».
Montelicciano, una dolce mattina d'ottobre 1989. Nel piccolo groviglio di case che s'arrampicano lungo la costa dopo la chiesa, incontramo Guerrino Casadei, classe 1915.
L'8 settembre 1943 era soldato a Rimini. Anche lui scappò, ritornò qui, al suo paese dove visse nascosto sino alla Liberazione. «I fascisti di Salò passavano spesso, facevano paura.»
«Sì, i repubblichini venivano da fuori», conferma Giuseppe Bartoli, classe 1905, primo sindaco del dopoguerra a Montegrimano. «Li guidava Marino Fattori, un colonnello di San Marino. Erano tutti ragazzi...».
«Fattori era micidiale», ricorda amaramente Guerrino Casadei. La moglie, con qualche frase mozza e con lo sguardo, sembra invitarlo alla moderazione nei giudizi. Casadei aggiunge: «Sono fatti veri, poi sono tutti morti», i protagonisti.
Marino Fattori, dopo la Liberazione, fu fucilato nei pressi di Sondrio. Stessa sorte ebbe suo figlio Federico, tenente dei repubblichini. Il ricordo delle antiche paure è ancora ben vivo in questa gente, associato a quello delle vendette che si ebbero allora.
Questo piccolo paese di Montelicciano ritorna spesso nelle cronache di quei giorni. Ascoltiamo Pippo Bartoli: «Nel febbraio 1944 i fascisti arrestarono me e Galliano Severi, classe 1897», quello che assisterà alle torture inflitte al sarto. «Ci trasferirono a Mercatino Conca, in camera di sicurezza. Per una settimana. Senza mangiare, dovevamo portarcelo da casa i nostri».
Sorride vagamente, Bartoli: «Era una commedia. Bisognava piangere ma veniva anche da ridere. Perché? Mah, di giorno ci tenevano fuori dalla caserma, non in camera di sicurezza». Forse volevano metterli nella tentazione di fuggire, e di chiudere così i conti con una fucilata alle spalle?
Un giorno arriva da Pesaro la convocazione ai repubblichini di Mercatino. «Cosa vorranno da noi?», chiedono i militi a Bartoli e Severi. «Vi manderanno a combattere al Nord», gli rispondono i passeggeri. «Fu allora che i repubblichini scapparono tutti», conclude Bartoli.

4. Nella casa del sarto.
A Montelicciano, la casa del sarto non è frequentata soltanto dai clienti. Paolini possiede uno dei rari apparecchi radio della zona. Lui la sintonizza sulle stazioni di Londra e di Mosca.
Nel paese e nei dintorni, Paolini lo conoscono tutti. È un antifascista tenace. Ama fare commenti coloriti. Per quella radio, Paolini ha avuto delle beghe. Nel 1943 è stato arrestato e condannato ad un mese di carcere. L'apparecchio fu sequestrato. Tornato libero, ne acquistò un altro.
Il sarto sospetta che a denunciarlo sia stato un certo Dominici, abituale frequentatore delle serate radiofoniche nella sua abitazione. In Domini identifica quella «spia fascista dell'Ovra» di cui gli ha parlato confidenzialmente il maresciallo deo Carabinieri di Mercatino Conca.
I repubblichini arrivano spesso a Montelicciano guidati dai Fattori, padre e figlio, che viaggiavano «a bordo di una motocicletta Guzzi», che aveva incorporata sopra il manubrio una mitragliatrice. Venivano in paese per intimidire la popolazione», raccolta il figlio Elio Paolini.
Una sera, tra fine 1943 3e inizio 1944, prosegue Elio, «abbiamo visto arrivare un camion di fascisti che, appena scesi, si sono precipitati in casa nostra con le pistole spianate, urlando: "Chi è Paolini Duilio?". Quando io li ho sentiti arrivare ho subito spento la luce e detto a mio padre: "I fascisti, i fascisti". Mio padre, pronto, scappò sul terrazzo e di lì si buttò nella sottostante macchia, mentre i fascisti urlavano: "Sparagli, sparagli!"».
Perché Paolini è ricercato dai repubblichini? Non poteva essere colpa ancora una volta della radio. Il sarto svolgeva un'intensa attività politica di propaganda tra i giovani, precisa Primo Marani.
Dopo quel tentativo di cattura fallito, perché Pasolini non prese precauzioni? «Era troppo sicuro di sé», ci dice Bartoli, «perché credeva di non aver fatto del male a nessuno. Era convinto delle sue idee di giustizia. Accanito. Era uno che ci sapeva fare. Parlava di politica con tutti. Col poliziotto, col fascista, col prete».
In quei giorni a Montelicciano, il parroco è un anziano sacerdote, don Giuseppe Villa. È l' dal 1927, ed ha sui settant'anni. «Una brava persona», ci confida Guerrino Casadei. Dopo l'8 settembre, dopo la nascita della Repubblica di Salò ed i richiami per gli "sbandati", dice confidenzialmente ai ragazzi del paese: «Non andate via, sotto le armi. Non date retta a quello che dico in chiesa», cioè agli ordini per arruolarsi che i fascisti facevano diffondere anche dall'altare.
«Duilio Paolini viveva diviso dalla moglie. In paese si era legato con Olga Geri che da lui ebbe un figlio, morto di recente a Roma», ricostruisce Pippo Bartoli. La Geri abitava in un'altra casa, vicina a quella di Paolini, che aveva sul retro una porta da cui uscire nei campi. «Bastava che si fosse nascosto lì quella notte, ma forse era destino che finisse così».
Ma come finì veramente Paolini?

Nota bibliografica. Sono contenute nel volume di Bruno Ghigi (curatore ed editore, 1984) «La Repubblica di San Marino, Storia e Cultura, Il passaggio della guerra, 1943-1944», le testimonianze di Elio Paolini (pp. 188-191) e Primo Marani (p. 156).

2. La caccia all'uomo

Perché fu catturato Duilio Paolini? I brigatisti neri di Rimini espatriano sul Titano in cerca di antifascisti. Lo strano attentato alla "Topolino" di Tacchi (che però non era a bordo), come pretesto per un rastrellamento a San Marino e forse anche per l'uccisione del sarto di Montelicciano.
I giorni dell'ira, 2. "il Ponte", 17.12.1989
5. Cosa dicono le SS.
Galliano Severi che ha assistito alle torture inflitte dai repubblichini al sarto di Montelicciano, diffonde subito in paese la notizia che Duilio Paolini è stato assassinato. La gente aggiunge altri particolari mai verificati, come quello del cadavere gettato sotto il ponte di Ornaccia, sulla strada per Combarbio.
Per tutti è un delitto politico delle brigate nere. Una diversa versione dei fatti viene fornita però dalle SS, il 25 agosto, ad una delegazione sammarinese. I nazisti dicono che Paolini è stato arrestato «da un mese circa» e fucilato «pochi giorni fa».
La delegazione sammarinese è a colloquio con il comandante delle SS a Forlì, capitano Kurt Schutze, per una vicenda a cui il povero Paolini è estraneo. Il 12 agosto, sul Titano, brigatisti neri italiani ed un gruppo di SS, hanno arrestato se sammarinesi.
Le autorità della Repubblica riescono a non far deportare quei loro concittadini. Dopo una lunga trattativa, conclusasi appunto il 25 agosto, gli arrestati possono tornare liberi.
Per capire il clima in cui maturò l'omicidio di Paolini ed avvenne la retata dei brigatisti neri sul Titano, bisogna dare uno sguardo d'assieme alla situazione generale della guerra, ed al quadro locale nella zona di Rimini e della stessa San Marino.

6. Il cerchio si stringe.
Tra giugno ed agosto 1944 sono i mesi decisivi del conflitto nell'Italia centrale. Il 5 giugno gli Alleati entrano a Roma. I tedeschi ripiegano dietro la Linea Gotica.
Un fatto europeo, il giorno 6 avviene lo sbarco in Normandia. L'avanzata alleata in Italia procede lungo varie direttrici. Il primo luglio è liberata Cecina, il 12 comincia il bombardamento Usa dei ponti sul Po. Il 14 è liberata Poggibonsi. Il 15 c'è l'attacco verso Arezzo, il 18 i polacchi sono ad Ancona.
Il 20 luglio, nella Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler in una foresta della Prussia Orientale, avviene l'attentato al führer. Fallisce. Hitler si vendica, facendo uccidere migliaia di militari e di civili 'sospetti'.
Dal 15 luglio, il governo italiano ha riconosciuto i partigiani «come parti integranti dello sforzo bellico della nazione». Nella notte tra 25 e 26 agosto, inizia l'attacco alla Linea Gotica.
La fine del nazismo è ancora lontana, ma ormai certa. Non è la propaganda alleata a sostenerlo. Lo pensano ormai anche i fascisti.
Al Comando tedesco di Rimini, a Villa Danesi, nel giugno 1944 c'è un pranzo di ringraziamento ai medici del nostro ospedale per le cure prestate ai militari germanici. Ricorda il dottor Marino Righi che, alla fine del banchetto, il capo repubblichino di Rimini, Paolo Tacchi, dichiara: «Non capisco come l'asse possa vincere questa guerra. Anzi penso che per noi sia già perduta».
La lotta partigiana si fa generale in pianura, con azioni rapide di guerriglia. In montagna ed in collina, con operazioni militari.
Già dal novembre 1943, il partito fascista repubblichino ha ordinato di «passare per le armi» gli «elementi antinazionali al soldo del nemico» che compiano «atti proditori nei riguardi dei fascisti repubblicani». È la politica del pugno duro, dopo il tentativo (deriso dagli oppositori interni come «abbraccio universale»), di una pacificazione nazionale.
Lo compiono «fascisti troppo ingenui o troppo furbi» che (secondo lo storico Arrigo Petacco) andavano «predicando qua e là per l'Italia la necessità "di una assoluta fratellanza fra gli italiani, senza distinzione di partito"».
Anche a Rimini, il 12 settembre 1943, Paolo Tacchi aveva chiamato a raccolta gli antifascisti del Cln, per un patto di non aggressione che non venne stipulato.
Dal primo luglio 1944, «tutti gli iscritti regolarmente al PFR di età fra i 18 e i 60 anni e non appartenenti alle Forze Armate repubblicane, costituiscono il corpo ausiliario delle Camicie Nere composto dalle squadre di azione».
Scrive Petacco: «Le Brigate nere si riveleranno nella loro stragrande maggioranza delle bande di canaglie e di torturatori...», mentre la "carta bianca" del novembre 1943 di passare per le armi gli antifascisti, costituì «l'inizio di una spirale di violenza che insanguinerà il Paese».
Sono cose che accadono anche a Rimini.

7. Tra Rimini e San Marino.
Alle brigate nere danno manforte i nazisti. E viceversa. Il 26 ottobre 1943, il Commissario prefettizio Bianchini aveva avvisato: «In caso di nuovi atti di sabotaggio comunque compiuti il Comando militare germanico procederà alla deportazione dei cittadini in ostaggio.
Poi aveva aggiunto che da parte italiana i colpevoli sarebbero stati punti con la pena di morte. Gli italiani, dunque, peggio dei tedeschi. Ai nazisti però non piacerà per nulla lo zelo dei repubblichini riminesi.
Comunque, tra fascisti di Salò e tedeschi, c'è scambio di favori, in vista di un fine comune, ed in nome di una causa altrettanto comune. Essi sconfinano assieme nella neutrale San Marino, alla ricerca di oppositori politici e partigiani. Le spie sono italiane. La protezione armata è quella germanica.
Il 18 marzo 1944 a Serravalle, i fascisti riminesi arrestano Giuseppe Babbi, un dc, e lo consegnano alle SS dalle quali sarà portato a Bologna.
Il 4 giugno, al cimitero di Montalbo, sono catturati dai repubblichini quattro riminesi (Decio Mercanti, Giuseppe Polazzi, Leo Casalboni ed Elio Ferrari), ed un sammarinese, Gildo Gasperoni.
Li interroga Paolo Tacchi assieme a Marino Fattori. I quattro riminesi sono tradotti a Forlì, dove incontrano anche Luigi Nicolò e Mario Capelli che il 16 agosto, assieme ad Adelio Pagliarani, saranno impiccati a Rimini.
Mercanti riesce a fuggire verso il 15 giugno durante un allarme per strada, mentre veniva condotto al palazzo di Giustizia.
Ferrari e Casalboni dovevano essere fucilati il 29 giugno. Si erano già scavati la fossa, quando un bombardamento mise in fuga il plotone di esecuzione. Il frate che li aveva assistiti, li aiutò a fuggire.
Nell'aprile 1944, è stato arrestato a Riccione un antifascista di Santarcangelo, Rino Molari. Lo uccideranno a Fossoli tra il 12 ed il 13 luglio 1944, assieme ad un riminese, Walter Ghelfi, ed a Edo Bertaccini (detto Fulmine) di Coriano.
In questi mesi, la rabbia nazista e repubblichina, è al suo culmine. Come belve infuriate per il cerchio della guerra alleata che si stringe attorno a loro, tedeschi e brigatisti neri spargono terrore. Il 12 agosto, un bando di Kesselring prevede rappresaglie contro le popolazioni residenti dove agiscono i partigiani.

8. Uno strano attentato.
Francesco Balsimelli rievoca quei giorni dell'estate 1944, quando era Capitano Reggente della Repubblica di San Marino, in un articolo del 18.8.1956 («La fermezza dei governanti sammarinesi», ne «il Resto del Carlino»): «Numerosi e gravi atti di sabotaggio si verificarono nei paesi vicini e nella stessa Rimini, senza che la polizia germanica e fascista riuscissero ad evitarli e a scoprirli, onde le repressioni e le rappresaglie di infame memoria».
A San Marino, invece, «le cose procedettero con abbastanza calma, nonostante alcune intemperanze da parte di elementi forestieri e nostrani».
Dietro la formula, fredda e diplomatica, delle «intemperanze», si nasconde la realtà dei partigiani che da Rimini salivano a San Marino per trovare rifugio o per organizzarsi. Senza però ricevere mai un aiuto concreto, come ad esempio un lasciapassare diplomatico.
Ai primi di luglio, a Serravalle accade uno strano episodio: il «presunto attentato ad un'auto repubblichina entrata in San Marino», racconta Giordano Bruno Reffi che allora era caporale della Milizia Confinaria sul Titano e che nel dopoguerra rivestirà alti incarichi nel governo della Repubblica. La vettura, di proprietà di Paolo Tacchi, aveva a bordo il repubblichino Raffaellini, considerato la spia che aveva fatto arrestare Babbi a Serravalle.
Reffi racconta di una «scenata» di Tacchi a Raffaellini, perché il federale riminese «sospettava che i colpi che avevano perforato la macchina fossero partiti dall'interno della stessa auto». Raffaellini rispose a Tacchi: «Ma che cosa dici, Paolino? Come puoi pensare ad una cosa del genere?».
Tacchi subito dopo scese a Rimini, ma la sera stessa tornò a Serravalle, con il rinforzo di alcuni repubbichini. Per tutta la notte, Tacchi discusse con il Ministro Plenipotenziario di San Marino Ezio Balducci, su di una possibile rappresaglia da attuare sul luogo dell'attentato.
Balducci (era ovvio) si oppose in modo fermo, però all'alba (precisa G. B. Reffi), Tacchi egualmente «si portò via delle persone prese fra gli sfollati italiani».
Nel dopoguerra, Balducci difenderà in tribunale Tacchi dall'accusa di aver compiuto quel rastrellamento, e sosterà che il ras di Rimini se n'era andato senza aver commesso «violenza alcuna». Ma, come si è visto, la testimonianza di Reffi sostiene tutto il contrario.
Il particolare della «scenata» di Tacchi a Raffaellini, inoltre, toglie ogni valore alla ricostruzione fornita dallo stesso Tacchi al «Carlino» nel 1964: «Casualmente avevo cambiato poco prima la macchina ed i colpi furono diretti contro la mia "Topolino". Della macchina che seguiva uscimmo con le armi in pugno, ma gli attentatori ci sfuggirono».
Se le cose fossero andate così, Tacchi non avrebbe pronunciato contro Raffaellini la frase ascoltata da Reffi.
La storia dell'attentato contro il ras di Rimini perde di conseguenza ogni credibilità. Anzi, il particolare della «scenata» contro Raffaellini potrebbe far pensare che, da parte dei repubblichini, ci fosse stata una messa in scena per creare un incidente diplomatico con San Marino e giustificare un rastrellamento delle brigate nere ai danni degli italiani rifugiati in Repubblica.
Di questa messa in scena avrebbe approfittato lo stesso Tacchi non soltanto subito, quella stessa sera ai primi di luglio, dopo gli spari contro la sua "Topolino", ma anche nei giorni successivi.
Grazie a quel presunto attentato Tacchi poté accanirsi contro San Marino ed i suoi rifugiati italiani. Ogni atto di violenza commesso dai repubblichini riminesi in territorio sammarinese, poteva giustificarsi con quegli spari di Serravalle.
Le spie repubblichine sospettavano su tanti ospiti della Repubblica e su abitanti delle zone di confine. Uno degli indiziati è appunto Duilio Paolini. Lo credono un organizzatore di bande partigiane.
Siamo nella notte tra il 12 ed il 13 luglio, quando Paolini è catturato dalle brigate nere. Lo torturano e forse lo uccidono subito, poi fanno scomparire un cadavere scomodo.
Gli "amici" tedeschi delle SS hanno tutto il tempo necessario per preparare la versione ufficiale. Paolini è stato arrestato e poi fucilato da loro. Versione comunicata il 25 agosto, il giorno in cui sono liberati i sei sammarinesi arrestati dai brigatisti neri italiani e dai nazisti il 12 agosto.
Senza gli spari di Serravalle, forse Paolini non sarebbe stato eliminato.
I giorni dell'agosto 1944 sono cruciali nella lotta politica e militare della nostra zona. Accadono infatti anche altri episodi.

Nota bibliografica. È tratta dal volume di Bruno Ghigi (curatore ed editore, 1980) «La guerra a Rimini e sulla Linea Gotica dal Foglia al Marecchia», la testimonianza del dott. M. Righi (p. 253). Sono contenute nel volume già cit. «La Repubblica di San Marino, Storia e Cultura, Il passaggio della guerra, 1943-1944», le testimonianze di E. Ferrari (pp. 112-116), D. Mercanti (168-170) e G. B. Reffi (194-197).
Per le notizie storiche locali, cfr. il nostro «Rimini ieri. Dalla caduta del fascismo alla Repubblica, 1943-1946», ed. il Ponte, Rimini 1989.
Su E. Balducci, v. A. Montemaggi, «San Marino nella bufera», Della Balda, RSM 1984, alle pp. 24 e 50.
Su P. Tacchi, cfr. A. Montemaggi, «I rapporti fra nazisti e fascisti e i primi scontri con i partigiani», «il Resto del Carlino», 26.04. 1964.
Il volume di Arrigo Petacco è «Pavolini», Oscar Mondadori, 1988: cfr. soprattutto alle pp. 166 e 193.

3. L'agosto di passione
Perché le SS coprono i brigatisti neri sull'uccisione di Duilio Paolini? L'arresto di sei sammarinesi salvati poi dalla fucilazione. I repubblichini vorrebbero rastrellare sul Titano i giovani italiani sfollati. L'uccisione di un russo aggregato ai nazisti, e la rappresaglia tedesca.
I giorni dell'ira, 3. "il Ponte", 07.01.1990
9. Il 12 agosto.
Riprendiamo il racconto dell'ex Capitano Reggente di San Marino Francesco Balsimelli sull'agosto 1944 che «non trascorse immune da complicazioni e da pericoli».
Il giorno 6, sulla strada tra Dogana e Serravalle erano stati rinvenuti dei manifestini «incitanti alla rivolta contro i tedeschi». Erano sparsi sulla carreggiata ed affissi alle piante. Fu un fatto, scrive Balsimelli, «che costituiva un grave rischio per l'incolumità della nostra neutrale Repubblica».
Nella notte del 10, ignoti spacciandosi per partigiani, avevano svolto azioni di estorsione a Montegiardino».
Il giorno 12, c'è l'arresto di sei sammarinesi che saranno poi liberati, per ordine delle SS, il 25 dello stesso mese. È un episodio al quale abbiamo già accennato, ma su cui occorre ritornare.
Leggiamo la testimonianza di Federico Bigi. Il sammarinese Luigi Giancecchi detto Chicone viene arrestato quel 12 agosto «da un gruppo di SS tedesche e da brigatisti neri italiani, lungo la Costa, una scorciatoia che unisce Borgo a Città, mentre stava consegnando del materiale di propaganda antitedesco ad un giovane italiano che poi risultò essere un agente provocatore e che mi risulta sia stato fucilato dopo l'arrivo degli alleati», racconta Bigi.
Dopo Giancecchi, «le SS ed i brigatisti prelevarono dalle loro abitazioni anche Ermenegildo Gasperoni, i fratelli Giuseppe ed Armando [Pier Gaetano, n.d.r.] Renzi e Nazzareno Arzilli e li portarono» al Comando della Milizia sammarinese. Bigi dimentica il sesto nome, quello di Vincenzo Pedini.
Gasperoni racconta quei momenti. Un capitano tedesco lo interroga: «Gentilmente mi chiese se ero stato nelle Brigate internazionali in Spagna... Alla mia risposta affermativa mi chiese se a San Marino vi fossero formazioni partigiane o di prigionieri alleati nascosti. Risposi negativamente, affermando che essendo la Repubblica di San Marino un Paese neutrale, non vi era motivo di avere un'organizzazione partigiana».
Non ci sono neppure partigiani italiani nascosti sul Titano, aggiunge Gasperoni: «Alla mia risposta negativa insorse un tenente dei battaglioni M, presente all'interrogatorio, gridando ferocemente che io mentivo; chiese al Capitano di consegnarmi nelle sue mani, che avrebbe trovato lui il modo di farmi parlare».
Il capitano tedesco, laureato in Legge, chiamò i Carabinieri e disse loro: «Gasperoni è vostro prigioniero, con l'esercito germanico non ha nulla a che fare».
Giuseppe Renzi: «I fascisti volevano portarci in Italia, per fucilarci. Il capo era Paolo Tacchi».
Bigi conferma: le SS volevano portare via i sei arrestati, «nel qual caso la loro sorte era facilmente prevedibile» Il capo delle brigate nere Paolo Tacchi, dice Bigi, era «molto più odioso del tedesco».
Per tutta la notte andò avanti una lunga trattativa condotta soprattutto dal Plenipotenziario Ezio Balducci: «Alle cinque del mattino, dopo estenuanti colloqui, il Comandante delle SS, nonostante che il Capo delle Brigate Nere protestasse energicamente, si convinse a non esigere la deportazione dei nostri concittadini, a condizione però che noi li avessimo trattenuti in carcere», conclude Bigi.

10. La trebbiatrice bruciata.
Era l'alba del 13 agosto 1944. La sera prima una trebbiatrice al servizio dei tedeschi, in località Fornaci Marchesini a Rimini, è data alle fiamme. È un atto di sabotaggio contro razzie, rubamenti e requisizioni dei tedeschi. I nazisti, nel corso dell'estate, sono diventati sempre più prepotenti. A tutto ciò, il Comitato di Liberazione Nazionale ha reagito con un appello del primo luglio: non trebbiate il grano, per impedire che i tedeschi se lo prendano e lo portino in Germania.
Lo stesso 13 agosto, militi repubblichini e soldati tedeschi guidati da Paolo Tacchi circondano la base partigiana di via Ducale a Rimini, da cui era partito il commando dei Gap (Gruppi di azione patriottica) che aveva incendiato la trebbiatrice, ed arrestano Mario Capelli, Luigi Nicolò ed Adelio Pagliarani.
Intanto a San Marino si forma una delegazione composta da Federico Bigi, Marino Beluzzi ed Ezio Balducci per trattare con le SS di Forlì la liberazione dei sei arrestati.
A Rimini il 14 agosto Capelli, Nicolò e Pagliarani sono sottoposti dai tedeschi a processo sommario. Il verdetto, condanna a morte.
Padre Callisto Ciavatti chiede al Comando tedesco di «commutare la pena di morte nella deportazione», e riceve «la promessa di rivedere la cosa». È lo stesso frate a raccontare questi particolari. Il suo confratello padre Amedeo carpani dichiarò: «Non ci fu niente da fare, anche perché Tacchi che comandava a Rimini, era molto deciso a giustiziarli».
Ma Tacchi voleva comandare anche a San Marino, come precisa Bigi che lo definisce (si è già visto) «molto più odioso del tedesco», ovvero il ricordato capitano germanico.
Il 16 agosto, dalla forca eretta in piazza Giulio Cesare a Rimini, pendono i corpi senza vita dei Tre Martiri.

11. Ritorsione sul Titano.
Il giorno 20, in territorio sammarinese «erano apparsi razzi segnalatori [...] senza che le pattuglie sguinzagliate in ricognizione riuscissero a scoprire traccia degli incauti» che avevano agito, scrive Balsimelli.
L'ex Reggente Balsimelli accusa apertamente Paolo Tacchi per un episodio accaduto il 25 agosto: «... forse per ritorsione [...] giungeva a San Marino Paolo Tacchi da Rimini accompagnato da alcuni ufficiali delle SS con la pretesa tante volte ventilata di procedere ad un rastrellamento degli innumerevoli giovani italiani quivi sfollati».
Il «terrore di Rimini», come la gente chiamerà Tacchi, voleva diventare pure il terrore di San Marino.
«Paolo Tacchi fu uno dei numi tutelari dei repubblichini sammarinesi», ci dichiara il prof. Cristoforo Buscarini. Il quale ci mostra una pagina di Alvaro Casali in cui si parla di tacchi come di un «criminale».
Per l'episodio del 25 agosto, a difendere Tacchi è ancora una volta il Plenipotenziario Balducci. Nel corso del primo processo al ras repubblichino, nel dopoguerra, Balducci testimoniò che il governo sammarinese era stato avvisato dal colonnello tedesco Christiani dell'intenzione che costui aveva «di effettuare un rastrellamento con 1.500 uomini sul Titano».
Balducci parla con Christiani alla presenza di Tacchi di cui aveva chiesto la collaborazione a favore di San Marino, «ricordandogli i trascorsi studenteschi nella Repubblica», Balducci in tribunale spiegò che Christiani fu così convinto «a telefonare ai suoi superiori, affinché rinunciassero al rastrellamento», e che alla fine Christiani gli comunicò: «È tutto rinviato».
San Marino era stata salvata in extremis da Tacchi, secondo Balducci. Era il 25 agosto, ed i nostri tre protagonisti si trovavano a Rimini.
Come mai, lo stesso giorno, secondo il racconto di Balsimelli, Tacchi sale sul Titano per un rastrellamento di giovani sfollati?
Ancora una volta, le dichiarazioni di Balducci si scontrano con altre ricostruzioni.
Ma Balducci, chi era? Così lo descrive lo storico Amedeo Montemaggi: «già fascista ed amico di fascisti», aveva molte conoscenze nella Repubblica di Salò. Dal 28 ottobre 1943, è Ministro Plenipotenziario della Repubblica prsso gli Stati belligeranti. Prima di quel giorno, Balducci era in esilio: nel 1934, si era messo in urto con i fratelli Manlio e Giuliano Gozi, che comandavano a San Marino in quegli anni e che «per liberarsi di lui» lo avevano accusato di complotto contro lo Stato e fatto condannare a venti anni di lavori pubblici.
Montemaggi parla di un ascendente di Balducci su Tacchi. Bigi racconta dell'odio che molti repubblichini avevano nei confronti di Balducci, considerato un traditore. Ed aggiunge: «Era di una capacità diplomatica e manovriera enorme». Tanto che quel 25 agosto riesce a risolvere con il capitano Kurt Schutze, comandante delle SS di Forlì, il caso dei sei arrestati a San Marino il 12 agosto, che così poterono ritornare liberi.
25 agosto, si è detto. Pochi giorni prima, il Commissario di Pubblica Sicurezza di Rimini ha inviato al federale di Forlì un rapporto in cui dichiara che la cattura dei tre partigiani impiccati il 16 «è stata opera personale della intelligente ricerca del Segretario Politico della città di Rimini», cioè di Paolo Tacchi, «coadiuvato da elementi della Feld-Gendarmeria tedesca».
Nella stessa notte tra 25 e 26 agosto, inizia l'attacco alla Linea Gotica.
Il 31 agosto, la «carovana» di repubblichini abbandona la nostra città. Anche Paolo Tacchi fugge da Rimini.

12. La banda Stacciarini.
Intanto,il 29 agosto, la delegazione sammarinese che aveva trattato con il capitano Schultze, invia ai Capitani Reggenti il suo rapporto, dove appare il nome di Duilio Paolini. Secondo le SS, il sarto era stato un delatore. Dopo l'orrore della sua morte violenta, ecco apparire l'infamia di una falsa accusa.
Riproduciamo alcuni passi della relazione ai Capitani Reggenti, che riferisce le opinioni di Schultze: «Il Comando SS di Forlì è informato che nella zona di Montemaggio, Montelicciano e Montegrimano e regione limitrofa si trovano nuclei di partigiani. Nella zona suaccennata scorrazza la banda composta di non meno trenta partigiani, al comando del già famoso Stacciarini».
Stacciarini era un giovane, figlio di un «gerarca fascista bastonatore», ricorda Giuseppe Maiani.
«Fanno parte della banda stessa ex ufficiali del disciolto R. Esercito italiano e fra questi sono gli ex ufficiali Pelluccio Emanuele e Bacchilega», prosegue la relazione: «Informatori al servizio del Comando di Polizia tedesco, che hanno avuto e tuttora mantengono rapporti con queste bande, assicurano che la banda Stacciarini ha avuto l'ordine dal Comando superiore dei partigiani di sconfinare nel territorio della Repubblica ed ivi rifugiarsi in caso di reazione tedesca».

13. Quale deposizione?
È a questo punto che appare nella relazione il nome di Duilio Paolini: «Da informazioni pervenute al Comando delle SS e da deposizione del sarto di Montelicciano Paolini, da un mese circa arrestato e pochi giorni fa fucilato, risulta che i Sammarinesi Gasperoni Gildo e Gianfrancesci Luigi sono in contatto con le bande che hanno stanza in prossimità dei confini della Repubblica di San Marino».
Ecco che, per «sottilissimo e invisbile filo» che talora sembra legare persone e datti tra loro tanto lontani, s'incontra il nome del povero Paolini, infangato dalle SS come un traditore dei propri compagni. Poteva fare nomi, Paolini? «Non conosceva gli arrestati», ci dice Pippo Bartoli. Allora perché le SS parlano di una «deposizione»?
In quel gioco di reciproci favori, fatti all'insegna di una disumana ferocia che caratterizza più i repubblichini degli stessi nazisti (nonostante postumi tentativi di rovesciare la verità storica), forse le SS vollero mascherare l'omicidio compiuto dalle brigate nere che e seguivano le direttive partite da Salò, come metodo di azione.
Per fortuna, non tutti i repubblichini erano «odiosi» come Tacchi o quelli che agirono tra Rimini e San Marino. «A Montegrimano, il segretario del fascio era Enzo Pozzi, figlio di un signore, che faceva il vagabondo», rievoca Pippo Bartoli. «Quando c'erano pericoli, ci avvisava. Faceva la spia per opportunismo, ma aveva l'animo buono. Era senza nessuna idea, uno di quelli che sono contro tutti. Rompeva le scatole alla gente. Arrestava i genitori di richiamati alla leva. Dopo la liberazione, Pozzi finì in un campo di concentramento, arrestato dalla Polizia alleata. Fu preso dai partigiani. L'ho salvato io, perchè non aveva fatto nulla di male».
Non ha mai voluto vendette, Bartoli. Per dare una lezione morale, dice, a quanti negli anni precedenti avevano elevato la violenza a loro credo politico.

14. Odio chiama odio.
Vendetta pura e semplice pare essere invece quella che ha colpito Paolini. Hanno voluto punirlo per le sue idee. Non fu un congiurato, non tesseva complotti. Nulla autorizza a parlare di un legame tra la sua cattura da parte dei repubblichini, e gli arresti del 12 agosto a San Marino, che furono uno dei tanti episodi della caccia agli oppositori del fascismo di Salò nella neutrale San Marino.
Non c'è nessun motivo per credere che la cattura di Paolini abbia permesso di scoprire un complotto antitedesco. Esisteva soltanto una propaganda contro il nazismo che s'intensificava in quei giorni, in cui stavano per arrivare gli Alleati.
L'avanzata degli anglo-americani cambierà il volto della storia. Prima che gli impavidi repubblichini scappino, alla fine di agosto e che il terrore delle armi disegni di croci le nostre terre, il 29 agosto, proprio tra Montelicciano (dove era stato catturato Paolini) e San marino, accade un altro tragico episodio. Odio chiamava odio.
Verso le 17, a duecento metri dal confine, è ucciso in un'imboscata un russo, ex prigioniero di guerra, aggregatosi all'esercito tedesco. Scrive Balsimelli che «in seguito a ciò, dalle truppe germaniche immediatamente giunte sul luogo, erano state incendiate per rappresaglia due case», ed arrestate le prime persone trovate nella località.
Sul numero degli arresti c'è discordanza: Balsimelli parla di otto sammarinese e due italiani, ma poi elenca nove nomi di suoi connazionali. Federico Bigi che partecipò alla trattativa per la liberazione di quelle persone, le ricorda in numero di dodici, tra cui due italiani. Uno degli arrestati, Guerrino Maiani, elenca quindici nomi in tutto.

Nota bibliografica. Sono tratte dal volume già cit. di Bruno Ghigi «La Repubblica di San Marino, Storia e Cultura, Il passaggio della guerra, 1943-1944», le testimonianze di F. Bigi (pp. 77-86), G. Gasperoni (125-138) e G. Renzi (203-205).
La testimonianza di E. Balducci è nel cit. volume di A. Montemaggi, «San Marino nella bufera», p. 50.
Per la storia dei Tre Martiri, cfr. il cit. nostro «Rimini ieri. Dalla caduta del fascismo alla Repubblica, 1943-1946», al cap. 13.
L'articolo di Balsimelli è lo stesso citato nella scorsa puntata: «La fermezza dei governanti sammarinesi», «il Resto del Carlino», 18.8.1956.

4. 28 luglio 1943, San Marino volta pagina
Da San Marino partono spedizioni punitive in territorio italiano, guidate dal repubblichino Marino Fattori. A San Marino approdano spavalderie e bravate delle brigate nere riminesi di Paolo Tacchi.

I giorni dell'ira, 4. "il Ponte", 04.03.1990

15. Denudati dalle SS
Alle 17 circa del 29 agosto 1944, fra Montelicciano e San Marino, a 200 metri dal confine della Repubblica, viene ucciso un russo aggregato all'esercito germanico, "mentre con una carretta unitamente ad un militare tedesco, andava in perlustrazione nelle varie case per inventariare o procurare gli alloggi alla truppa che stava ripiegando dal fronte delle Marche".
Il racconto è di Guerrino Maiani, uno degli arrestati per rappresaglia dalle truppe naziste: "In colonna, a piedi dalle Capanne, sotto una scorta siamo stati portati ai Monti di Montelicciano, sull'aia del contadino Temeroli", dov'era stato ucciso il russo.
"Siamo stati messi contro un muro. Sull'aia, distesi per terra, con i fucili puntati addosso c'era già un altro gruppo di rastrellati italiani mentre la casa di Temeroli bruciava, incendiata dalle truppe tedesche (...). I soldati erano tutti schierati con le armi in mano pronti a sparare".
Un altro rastrellato, l'anziano Erminio Podeschi, lo rimandano indietro, dicendogli: "Tu vecchio vai a casa e quando sai che ci sono i ribelli vieni a dirlo a noi al Comando di Montegrimano".
"A piedi, passando per i calanchi, siamo stati portati ai bagni di Meleto" su di un camion aperto, e "abbiamo raggiunto Montegrimano". Così Guerrino Maiani. Suo fratello Giuseppe prosegue: "Portati nei locali del Comune... ci hanno costretto a spogliarci...": per tre giorni, restano "nudi come quando nostra madre ci mise al mondo". E nudi li mandano a prendere l'acqua nella fontana pubblica, nella piazza del paese.

16. L'interrogatorio
Dalla loro cella, i prigionieri ascoltano le torture inflitte dai tedeschi a due partigiani, Renato Parlanti e Mario Galli. Poi vengono interrogati "con due pistole puntate alla tempia, un fucile al petto", precisa Giuseppe Maiani: "Volevano sapere se noi conoscevamo i ribelli" della banda Stacciarini, "e chi aveva ucciso il tedesco. L'interrogatorio veniva di tanto in tanto interrotto da botte; durò circa un'ora".
La banda prendeva nome da Antonio Stacciarini, un giovane, figlio di un "gerarca fascista bastonatore", e lui stesso ex sergente della Milizia.
Il governo di San Marino interviene subito presso le SS. Spiega Federico Bigi: "Trovai sempre un'estrema durezza nelle trattative da parte del Comando tedesco" che esigeva che almeno dieci persone fossero fucilate per rappresaglia. "Quel comandante arrivò a prospettarmi una soluzione veramente terrificante... la consegna da parte mia di dieci italiani scelti a mio piacimento fra i rifugiati di San Marino", in cambio della libertà per il gruppo arrestato il 29 agosto.
Bigi riesce ad ottenere la consegna di tutti i prigionieri senza contropartita, e li fa trasferire nel carcere della Rocca, "per ragioni di sicurezza nel timore che venissero nuovamente arrestati o prelevati". E' il 4 settembre.

17. Il perché della clemenza
Nella notte tra il 31 agosto ed il 1° settembre, i tedeschi hanno ucciso, a furia di botte, i due partigiani torturati nel 'carcere' di Montegrimano, Renato Parlanti (22 anni) e Mario Galli (30). Erano stati "catturati armati in una zona liberata dagli inglesi", come aveva confessato a Giuseppe Maiani lo stesso Parlanti.
Maiani aggiunge un particolare: durante il ritorno a San Marino, il 4 settembre, "siamo ripassati dai bagni di Meleto e lì ci ha investito un irrespirabile fetore di cadaveri in decomposizione. Dopo il passaggio del fronte venimmo a sapere che nel fosso di quella località erano stati trovati i corpi di Parlanti e Galli ammazzati dai tedeschi".
Perché i nazisti avevano 'graziato' il gruppo degli arrestati il 29 agosto? Il Comando germanico era consapevole "che la fucilazione di innocenti cittadini sammarinesi, in quanto sudditi di uno stato neutrale, avrebbe suscitato non poche proteste diplomatiche", sostiene Francesco Balsimelli. Del fatto, avrebbe poi approfittato inevitabilmente la propaganda alleata. Infine, conclude Balsimelli, "a Montegrimano cominciavano ad arrivare le granate alleate".
Come gli episodi finora ricostruiti (dal delitto Paolini alle retate sul Titano), anche questa vicenda mette in luce gli stretti collegamenti esistenti tra la storia di San Marino e quella italiana, nel periodo 1943-44.
Da San Marino partono spedizioni punitive in territorio italiano, guidate dal repubblichino Marino Fattori. A San Marino approdano spavalderie e bravate delle brigate nere riminesi, comandate da Paolo Tacchi.
Sono fatti in apparenza confusi ed ambigui. Ma che, come il delitto Paolini, dimostrano l'esistenza di legami di collaborazione tra fascisti ed SS, sui quali si è spesso taciuto, per dimostrare che i repubblichini erano in stato di sudditanza nei confronti dei tedeschi, considerati gli unici responsabili di tutto.
L'attentato di Serravalle a Tacchi (cap. 8), si collega ad una strategia del terrore messa in atto dai fascisti riminesi, con rappresaglie e violenze in territorio sammarinese.
Più confuse ed ambigue dei fatti stessi, appaiono poi certe ricostruzioni storiche che non hanno tenuto conto della successione degli episodi. Tra i quali passa un "sottilissimo ed invisibile filo" che si dipana pure all'interno della Repubblica di San Marino.
Per meglio comprendere il senso degli avvenimenti narrati, è necessario perciò ricostruire la vita politica sul Titano, dal luglio '43 al 20 settembre '44, giorno in cui gli alleati raggiunsero l'antica Terra della Libertà.
Furono i mesi in cui il leggendario principio della Libertà, sancito dal Santo fondatore e poi concretamente vissuto e testimoniato attraverso i secoli, corse gravi rischi di ripetute violazioni.
Fu il tempo in cui San Marino dovette di continuo fronteggiare i fascisti locali, i repubblichini italiani e quei tedeschi che avevano l'intenzione di diventare anche gli occupanti del Monte Titano.
Le pagine che seguono non sono la "solita storia" sui giorni drammatici della guerra. Esprimono piuttosto un tentativo di rileggere momenti del tutto ignorati (anche in storie 'ufficiali' di San Marino), o ricostruiti secondo ottiche preconcette e parziali, attraverso censure di testimonianze e travisamenti.
C'è infine un motivo ideale che ci accompagna, riassumibile in recenti parole del cardinale di Parigi, Jean-Marie Lustiger: "Bisogna avere il coraggio di confessare e di riconoscere le piaghe e le ferite dell'uomo malato, spogliarle dei cenci vergognosi con i quali si cerca di mascherarle. Se non si conosce il male, se non lo si riconosce, come si può guarirlo?".

18. "Cambieremo il ritratto"
Quando la sera del 25 luglio 1943 alle 22.45 la Radio italiana annunciò la caduta di Mussolini, all'albergo Titano (noto covo dei fascisti sammarinesi), si svolgeva la solita partita a poker dei capi locali. Il segretario di Stato Giuliano Gozi "rimase tranquillissimo", mentre suo fratello Manlio (segretario del pfs) "fu colto da emozione".
Ricorda Federico Bigi che da Roma arrivò una telefonata del console sammarinese: Badoglio è nostro amico, non c'è nulla da temere. "La serata si chiuse con questo commento umoristico di Giuliano Gozi: 'Allora vorrà dire che a Palazzo al posto del duce metteremo il ritratto del maresciallo Badoglio'".
C'era poco da ridere, per la verità. Anche San Marino stava per cambiare aria. Ma non senza traumi. Anzi, la Repubblica dovrà vivere momenti assai dolorosi.
"L'ora della resa dei conti era giunta anche per questi parodianti buffoni, e vani risultarono gli espedienti posti in atto il giorno 26 luglio, colla pubblicazione di un manifesto della Reggenza del tempo, in cui alle suadenti e fraterne raccomandazioni di calma e disciplina, si aggiungevano minacce di applicare con rigore le leggi contro coloro che intendessero turbare l'ordine pubblico. Non mancava il pistolotto in elogio al Maresciallo Badoglio che lo si considerava un caldo amico della Repubblica. Questa ostentata premessa che mascherava una latente paura, non servì che a prolungare di poche ore la vita dell'infausto regime": è una testimonianza del dottor Alvaro Casali.
Gli antifascisti locali si riunirono subito a Rimini, il pomeriggio del 26, nell'ambulatorio dello stesso dott. Casali, un socialista che nel '40 era stato costretto ad emigrare in Francia, da dove era tornato dopo l'occupazione tedesca, aprendo due studi, uno a Borgo ed uno a Rimini.
Da quell'incontro, nasce il progetto di una manifestazione popolare che si tiene il 28 luglio al Teatro del Borgo, alla presenza di una folla strabocchevole.
La vedova del dott. Casali, Antonia Amadei, ricorda che da Borgomaggiore gli antifascisti in corteo salirono al Palazzo della Reggenza, "per chiedere le dimissioni del Governo e lo scioglimento del Consiglio fascista".
Il giorno prima, 27 luglio, era stato sciolto il partito fascista sammarinese. Nella riunione del 26 a Rimini, era nato il "Comitato per la libertà" che il 27 tiene una seconda riunione "nella quale si decise di rompere ogni indugio e di passar la sera stessa all'azione, soprattutto perché nella stessa mattina i fascisti di San Marino avevano assunto un atteggiamento di sfida ed avevano promesso, siccome il loro vecchio sistema, bastonate e piombo ai loro oppositori", si legge in un numero unico del Comitato stesso, edito il 3 settembre, con il titolo "28 luglio".
"La notte non si dormì", prosegue il foglio: "Giovani vibranti d'entusiasmo e di fede s'irradiarono per ogni frazione della Repubblica, chiamando a raccolta il popolo alla riscossa...". All'alba del 28, "una folla, forse non mai adunata nel nostro paese", invase "le anguste vie del Borgo, raggiante di sole e di gioia".

19. Campane a festa.
Il comizio di Borgo fu presieduto da Francesco Balsimelli che poi guidò il corteo assieme all'avv. Teodoro Lonfernini e ad Alvaro Casali.
"Si svolsero lunghe trattative dei dimostranti con i Capitani Reggenti che infine decretarono lo scioglimento del governo. A mezzogiorno fu costituito un governo provvisorio di venti membri, che nel pomeriggio fu poi allargato a trenta. Tra i quali mi ritrovai anch'io, ventitrenne", spiega Federico Bigi, noto esponente democristiano.
Suonarono a festa tutte le campane. Alla testa del corteo c'erano le bande musicali, racconta una cronaca del tempo, dove si legge anche che i fascisti sammarinesi si erano illusi di tenere il potere pure dopo il crollo di Mussolini.
Chi erano gli uomini del fascio sul Titano? "Praticamente... un unico personaggio con i suoi famigliari riassumeva tutti i poteri effettivi. Si tratta di Giuliano Gozi, al quale non si perdona d'esser stato accentratore assolutista, despota, segretario al Ministero degli Interni; egli assunse anche quello degli Esteri, vale a dire l'intero Gabinetto sammarinese che si compone appunto di due soli Ministri", prosegue quella cronaca.
Come un dittatore, "S.E. Gozi nominò vice cancelliere un suo cugino, Enrichetto Gozi, e Segretario del partito fascista sammarinese il fratello Manlio".
Il primo agosto, il "Comitato per la libertà" creato dall'assemblea del 28 luglio, esulta: "... E' caduta la tirannia che per oltre un ventennio ha deviato la Repubblica dal suo millenario cammino". I cittadini sono invitati "a mantenere quell'attitudine di calma che è lo spettacolo più grande che possa dare un popolo offeso nelle proprie prerogative ma sicuro del proprio diritto".
Il 10 agosto, lo stesso Comitato cancella tutti i provvedimenti presi dal governo sammarinese tra il primo aprile 1923 ed il 27 luglio 1943; ne destituisce i vecchi componenti; nomina un Sindacato straordinario "che indaghi sulle responsabilità politiche e amministrative di tutti gli esponenti del governo e del partito fascista ed applichi le eventuali sanzioni a norma di legge"; ed invita la repubblica a girare pagina: non più arbitrii, abusi, privilegi, immunità, connivenze "create da un regime dispotico e incontrollato".
Il 5 settembre, vengono convocati i Comizi elettorali a lista unica per i sessanta componenti del Consiglio Grande e Generale che, nella prima seduta del 16 settembre ascoltano il discorso dell'anziano leader socialista Gino Giacomini che il fascismo aveva mandato esule a Roma: "Noi non abbiamo né vendette da compiere né collere da sfogare. Esse sarebbero una meschinità e una degradazione indegna di noi e della nostra Terra".
Ci si affidava ad una "giustizia alta e serena" che accertasse "le responsabilità del malgoverno, che ha trascinato il Paese a tante funeste contingenze".
Sembrava che il peggio fosse passato per sempre. Invece doveva ancora venire. Il 5 ottobre 1943, un reparto di SS con tre autoblinde entra in territorio sammarinese, guidato dai fascisti del luogo, per arrestare gli esponenti più rappresentativi del "Comitato per la libertà" e per "abbattere il Governo Democratico sorto dalla caduta del fascismo", come narrerà Alvaro Casali in una sua "Memoria storica".
Le SS erano state chiamate dai repubblichini riminesi.

SCHEDE/1. Dal 1923 al 1943
Il fascismo a San Marino. "Dal 1923 al 1943 rimane al potere un governo che sarebbe forse errato definire governo fascista in senso stretto ma che meglio può essere denominato governo di fascisti, in quanto, a differenza di ciò che si verificò in Italia, a San Marino il fascismo non si inserì nella costituzione e nella legislazione, che non subirono modificazioni sostanziali".
Così Federico Bigi nel suo "Pagine sammarinesi", Garattoni, Rimini, 1963, pag. 20.
"Il fenomeno fascista sammarinese, in talune sue manifestazioni", precisa Bigi alla nota n. 3 della stessa pagina, "appare come lo strumento di rivincita del ceto aristocratico che uscì sconfitto dall'Arengo del 1906".

SCHEDE/2. La banda Stacciarini
Aprile '44. A Montegrimano si forma il primo gruppo di partigiani. Fra i più attivi ci sono Elio Fabbri e Duilio Paolini. Il nucleo si limita a rimediare qualche arma. Il comando viene affidato ad Antonio Stacciarini, originario di Montemaggio, ex sergente della Milizia e figlio di un manganellatore fascista. Di lui, però, non ci si fida pienamente, per i precedenti personali e paterni: Paolini dà credito alla sua buona fede, ma lo fa seguire attentamente da Francesco (Popo) Penserini. A Paolini è dato l'incarico di Commissario politico. Il gruppo compie qualche sparatoria a scopo intimidatorio, senza mai arrivare ad azioni di qualche rilievo.
A giugno, il nucleo partigiano di Montegrimano deve congiungersi con il distaccamento "Montefeltro" della quinta brigata Garibaldi "Pesaro". Nella trasferta verso l'interno, incontra i fascisti, e si sbanda: ognuno vaga fra monti e fossi fino alla Liberazione.
Nei primi mesi del '44, era giunto nella zona un gruppo di dodici perseguitati mantovani, fuggiti di casa. In luglio, i tedeschi li arrestano: di quelle persone, si perderà ogni traccia: "Chi li ha traditi?... Mistero; non è il primo, né sarà l'ultimo".
Il 10 luglio, a Montegrimano e a Meleto, su segnalazione dei fascisti, i tedeschi rastrellano una dozzina di persone, deportandole in Germania: "non direttamente partigiani, sono antifascisti". Il 12 luglio c'è l'episodio di Duilio Paolini: i fascisti lo torturano, lui forse muore subito. Il suo corpo non sarà mai ritrovato. Anche lui è vittima di una spiata dei repubblichini.
In quei momenti, "qualche fascista-di Montegrimano e di San Marino" prendeva nota di quanto accadeva.
(Da "Per non dimenticare", di Sandro Severi).
Le SS ammisero che nei rapporti dei propri informatori, c'erano anche delle "deformazioni". Quelle deformazioni volute dalle spie italiane, costarono la vita a qualche persona. Come nel caso del sarto di Montelicciano, Duilio Paolini, il cui ruolo era del tutto marginale.

Nota bibliografica. Sono tratte dal più volte citato volume di B. Ghigi su "San Marino 1943-1944", le testimonianze di Guerrino e Giuseppe Maiani (p. 159) e F. Bigi (84). La "Memoria storica" di A. Casali è nello stesso Ghigi (p. 220). Cfr. poi A. Casali, "Lungo cammino di un popolo sulla strada della libertà", Bramante ed., Urbino, 1970 (p. 131).
Il giornale "28 luglio" è in Ghigi. Così pure la cronaca giornalistica, ivi riprodotta senza altre indicazioni. Il discorso di Giacomini è nel cit. Montemaggi, "San Marino nella bufera", p. 84.
Di S. Bertoldi, cfr. "Salò", Bur, 1978, p. 14.
Dobbiamo all'Anpi di Pesaro le notizie biografiche su Mario Galli (nato a S. Angelo in Vado il 30.3.1914) e Renato Parlanti (Carpegna, 21.2.22), e la precisazione sugli arrestati del 29 agosto.
Su quest'ultimo episodio, nella terza puntata abbiamo scritto che gli arrestati erano dieci secondo Balsimelli, dodici secondo Bigi e quindici secondo Guerrino Maiani. Ma nell'elenco di Maiani (nel cit. Ghigi), c'è un errore di stampa, per cui con l'aggiunta di una virgola, si sale a 16 persone. Guerrino Maiani, in una dichiarazione inviata all'Anpi di Pesaro il 20.6.1982, parla di 18 persone (tra cui sei italiani). Tra loro, una donna, Maria Giorgi che ricorda però pure una seconda ragazza italiana arrestata con lei, per cui si arriverebbe ad un totale di 19 persone (di cui sette italiani). Il nome di questa seconda ragazza non è nell'elenco ricordato. Dove invece sono inseriti Mario Galli e Renato Parlanti che non furono arrestati a Montegrimano il 29 agosto, ma mentre erano di pattuglia con gli inglesi nelle campagne di S. Angelo in Vado, per un'imboscata tedesca "che aveva tutto il sapore di una soffiata abbastanza precisa", scrive Sandro Severi in "Per non dimenticare", opuscolo edito dal Comune di Montegrimano nel settembre 1982.
L'intervista al card. Jean-Marie Lustiger è nella "Stampa" del 5.9.1989.

5. 8 luglio 1943. Chi minaccia San Marino

Nazisti e brigatisti neri cercano di esportare sul Titano la guerra civile di Salò. "Dalla vicina Rimini, quasi ogni giorno gruppi di Brigatisti facevano le loro incursioni sul territorio della Repubblica, abbandonandosi a sistematiche sopraffazioni, perquisizioni domiciliari, requisizioni di generi alimentari, rapimenti di elementi rifugiati, spari di armi e continue minacce di rastrellamenti" (Alvaro Casali).
I giorni dell’ira, 5. "il Ponte", 18.03.1990


20. Dalla vicina Rimini
Le SS "dopo aver forzato e prelevato tre prigionieri alleati ivi internati, arrestarono alcuni cittadini notoriamente antifascisti e li trascinarono oltre confine sotto la minaccia della fucilazione", scriverà Alvaro Casali che, quella mattina del 5 ottobre 1943, riesce a sottrarsi alla cattura. Le SS andarono poi al Palazzo del Governo e "minacciarono con le armi i Capitani Reggenti ingiungendo loro di cedere il potere agli spodestati fascisti che erano accorsi in veste di salvatori del Paese", racconta ancora Casali nella sua "Memoria storica".
Le SS provenivano da Pesaro, precisa Gildo Gasperoni, aggiungendo che della presenza dei tre prigionieri inglesi "venne a conoscenza un fascista repubblichino di Verucchio". Ecco perchè si può ritenere che le SS siano state chiamate dai repubblichini riminesi che, d'altra parte, erano di casa a San Marino.
Tedeschi, repubblichini italiani e sammarinesi perlustrano San Marino, da Borgo a Città. Sono circa le 7, ricorda la vedova Casali, quando vede dalla finestra della propria abitazione, i militari tedeschi che entrano nella casa dell'avv. Teodoro Lonfernini che sarà poi arrestato.
Le SS arrivano anche nell'appartamento di Casali. Tra gli accompagnatori dei tedeschi, la moglie del medico riconosce Marino Berti, e lo rimprovera: "E tu non ti vergogni a girare con questi tipi".
Per tutta risposta, le puntano una pistola al petto e perquisiscono la casa. I repubblichini ed i tedeschi trovano soltanto un revolver a tamburo, che sequestrano.
Usciti dall'abitazione, SS e fascisti tentano di bloccare i figli di Casali, che hanno 18 e 16 anni. I due ragazzi riescono a scappare.
"Quel giorno per i sammarinesi fu di confusione, di paura", spiega la signora Casali: "Ricordo che mio marito, come tanti altri antifascisti cercati dai fascisti sammarinesi, da quelli italiani e dai tedeschi, era scappato per le campagne, e dal suo nascondiglio mi aveva mandato un messaggio di stare tranquilla".
Qualche giorno dopo, Giordano Giacomini avvisa i Casali "che nella notte sarebbe venuti i tedeschi a portare via gli uomini", racconta ancora la signora. "Allora mio marito Alvaro, Gino e Remy Giacomini con Doro Lonfernini scapparono di casa". Trovano rifugio ad Acquaviva dal suocero di Lonfernini, poi vanno a Torriana da Sandrino Tosi ed infine a Rimini, dove sono ospitati da Giovanni Grossi e da Aldo Pelliccioni.
Gli arrestati del 5 ottobre vengono portati a Montelicciano. Ricordando quel periodo, Federico Bigi parla di "premonitrici incursioni armate nel nostro territorio di tedeschi e repubblichini italiani".
Nazisti e brigatisti neri, infatti, cercavano di esportare sul Titano la guerra civile di Salò. Il fascio repubblicano di Rimini era nato il 16 settembre. Il 12, Mussolini era stato liberato; il 18, aveva annunziato la Repubblica Sociale.
Rientrava nella logica repubblichina l'attacco ad alcuni protagonisti del 28 luglio, che erano nel "Comitato per la libertà" della Repubblica.
Un'altra testimonianza di Alvaro Casali: "Dalla vicina Rimini, quasi ogni giorno gruppi di Brigatisti facevano le loro incursioni sul territorio della Repubblica, abbandonandosi a sistematiche sopraffazioni, perquisizioni domiciliari, requisizioni di generi alimentari, rapimenti di elementi rifugiati, spari di armi e continue minacce di rastrellamenti. I Tedeschi, pur non mostrando simpatia per il governo, non arrivarono mai a simili eccessi...".
Aggiunge Cristoforo Buscarini: "I fascisti sammarinesi, forti della complicità di quelli italiani e delle truppe tedesche, si abbandonarono a rilevanti atti di violenza fino al tentato omicidio".

21. Il patto con Rommel.
Il governo sammarinese riesce ad ottenere la liberazione dei propri concittadini, arrestati il 5 ottobre '43. L'ambasciatore tedesco a Roma il 22 ottobre viene informato dal ministero italiano degli Affari esteri su "alcuni incidenti verificatisi nel territorio della Serenissima Repubblica di San Marino mediante procedimenti arbitrari da parte di Autorità Militari Germaniche".
Il console tedesco a Venezia esprime a San Marino il rammarico dell'ambasciatore, e comunica che "sono stati impartiti ordini precisi" per far rispettare le neutralità sammarinese. "Inoltre sono stati dati ordini di rendere responsabili i colpevoli".
Questo documento, trascurato finora, è importante per due motivi. Anzitutto, perchè riconoscendo che gli incidenti erano da condannare come violazioni della neutralità di San Marino, implicitamente scaricava la responsabilità dell'accaduto sui repubblichini riminesi che avevano guidato le SS nel territorio del Titano, istigandole alla cattura di antifascisti locali che nulla avevano a che fare con la situazione italiana.
Secondo motivo. La comunicazione all'ambasciatore tedesco è del 22 ottobre. Il 25 dello stesso mese, sale a San Marino il feldmaresciallo Erwin Rommel, per quella che non fu una semplice visita da turista.
Precisa Casali: "Per allontanare altri pericoli, il Governo sammarinese credette opportuno di prendere contatti coi vicini Comandi Tedeschi e mentre le trattative si stavano avviando", ecco arrivare Rommel.
Dalla domande rivolte da Rommel a Federico Bigi, si deduce che era un'ispezione vera e propria per verificare la situazione politico-militare di San Marino, e la dotazione di armi e munizioni. Non si trattava di una gita.
Dopo le chiare risposte di Bigi ("Non esiste munizionamento" per i quattro cannoni donati dal re d'Italia nel 1907, che sparano a salve tappi di legno e polvere nera; per i pochi fucili modello '91, i caricatori sono chiusi nelle casse, e quindi è come se quelle armi fossero non usabili), Rommel propone un 'modus vivendi': i tedeschi avrebbero rispettato San Marino, se San Marino avesse garantito che nessuna azione di sabotaggio provenisse dal suo territorio. I profughi inoltre non dovevano possedere armi.
A Rommel, chiede il segretario di Stato avv. Gustavo Babboni: "E i fascisti?". Rommel dà una risposta precisa, riferita da Bigi: "I fascisti, sammarinesi o italiani, devono essere tutti disarmati anche loro". Non fu così, invece.
Il "modus vivendi", commenta Bigi, "seppure con qualche eccezione, resse fino al settembre 1944...". Sostiene invece Gildo Gasperoni: "Le promesse del grosso personaggio dell'armata tedesca non servirono tuttavia ad interrompere le scorrerie dei fascisti repubblicani".

22. La "pacificazione".
Prosegue Gasperoni: i repubblichini "anzi intensificarono le loro gesta provocatorie nel cercare... di incoraggiare i fascisti locali a svolgere opera di spionaggio sui fatti politici sammarinesi... Così i fascisti di Rimini, capitanati dal famigerato Paolo Tacchi, provocavano ogni giorno incidenti di rilievo con requisizioni di derrate, perquisizioni in abitazioni di famiglie che ospitavano gli sfollati (in quel tempo erano centomila) e forse più sequestri di automezzi".
La visita di Rommel ridà fiato ai fascisti locali, rammenta Giordano Bruno Reffi. Infatti, il 28 ottobre '43 nel Consiglio di Stato (una specie di governo d'emergenza), sono inseriti su nomina della Reggenza anche cinque cittadini non appartenenti al Consiglio Grande e Generale, uscito dalle elezioni di settembre. I nomi di questi cinque, sono suggeriti da Giuliano Gozi, il Mussolini di San Marino, che pone anche se stesso nella lista.
Il provvedimento passa alla storia come il "patto di pacificazione cittadina" che, negli intenti, doveva risolvere tutti i guai di San Marino. Gli avvenimenti successivi daranno ragione a quanti erano contrari. Non si tratta soltanto di critiche postume, ma di polemiche che divisero allora il fronte antifascista sammarinese, tra coloro che accettavano il patto e chi invece rifiutava, come Gasperoni, "qualsiasi compromesso con il fascismo".
Per neutralizzare i fascisti, puntualizza Bigi, "sarebbe stato necessario che San Marino disponesse di corpi armati agguerriti ed efficienti, mentre avevamo solo i fucili da caccia".
La "pacificazione" favorì unicamente i capi del disciolto regime fascista che furono messi "al riparo di qualsiasi rischio penale per le responsabilità assunte nel Ventennio", ci dice Cristoforo Buscarini.
Il patto, si legge nel verbale dello stesso 28 ottobre '43, era nato dalla volontà di giungere ad una tregua "nelle competizioni di parte al fine di fronteggiare, da sammarinesi, la triste situazione". Si auspicava così che non si ripetessero quei "dolorosi fatti" come l'arresto degli antifascisti il 5 ottobre, "fatti che hanno turbato la pace cittadina".
In pratica, però, si premiava la violenza fascista che s'era dimostrata un abile grimaldello per far rientrare nel governo della Repubblica, personaggi usciti di scena dopo la caduta del regime, il 28 luglio.
Questo particolare aspetto non sfuggiva ai partigiani riminesi 'sfollati' a San Marino, come Angelo Galluzzi, secondo il quale il comportamento dei cittadini della Repubblica era "decisamente, favorevole ai nazisti e ai fascisti".
Per tradurre in pratica l'accordo con Rommel e rispettare il "patto di pacificazione", il 20 dicembre 1943, come "contentino verso l'esterno" per calmare i tedeschi (dice Bigi), fu approvata una legge che comminava una condanna sino a 10 anni per chi prestasse in qualsiasi modo aiuto a prigionieri di guerra, militari disertori (gli 'sbandati') e partigiani.
Fu un cedimento ai tedeschi? Bigi sostiene di no, perchè "non si deve dimenticare che San Marino ha ospitato e salvaguardato Comitati di Liberazione al completo, numerosissimi antifascisti ed ebrei, numerosi militari alleati, un numero enorme di disertori italiani, oltre i centomila profughi".
I primi a violare il patto di pacificazione saranno i repubblichini, con il ferimento del dott. Alvaro Casali, il 6 febbraio '44. Gli spareranno al cuore, ma non lo uccideranno. Sbagliarono mira per due soli centimetri.

23. Il ritorno di Balducci.
Con il patto del 28 ottobre, viene richiamato in patria il dott. Ezio Balducci, a cui sono affidati i difficili compiti di Ministro plenipotenziario ed Inviato straordinario presso gli Stati belligeranti. Si trovava in esilio. Nel 1934, i fratelli Gozi, per liberarsi di lui, lo avevano accusato di "complotto contro lo Stato", e fatto condannare a venti anni di lavori pubblici.
Sul processo contro Balducci, presentiamo parte di un documento, "La Repubblica in gramaglie", dell'avv. Ferruccio Martelli che fu assieme allo stesso Balducci tra i condannati.
Il 26 marzo '34, giorno in cui fu emessa la sentenza sul famigerato "complotto", resterà "come uno dei più vergognosi degli ultimi dieci anni di storia nel nostro Paese", come un disonore per la Repubblica, scrive Martelli. "A San Marino la giustizia è morta": "solo in tristissime epoche può capitare di vedere, in un processo, svilupparsi tanto artificio, tanta impudenza, tanta malafede".
Non prove ma falsificazioni hanno guidato la giustizia, soltanto per "mettere gli avversari fuori causa". "La sentenza di questo processo rimarrà nella storia di San Marino bollata a lettere di fuoco, quale documento di perfidia ed infamia", concludeva l'avv. Martelli, da Roma, il 10 aprile '34.

24. Gozi accusa Tacchi.
Il partito fascista repubblichino di San Marino viene costituito il 4 gennaio 1944. Giuliano Gozi ne assume la segreteria, più che per stare a galla, per non rimanere il solo capro espiatorio della situazione. "Calcolo non errato", spiega Bigi, come si vedrà nel dopoguerra.
E nel dopoguerra, Gozi si giustificherà: "Lo feci per evitare incursioni ed aggressioni di fascisti italiani a San Marino", secondo quanto riporta Montemaggi.
E' un'autodifesa, ma nello stesso tempo una grave accusa verso i repubblichini riminesi di Tacchi.

SCHEDA 1. Il Consiglio di Stato.
Il Consiglio Grande e Generale uscito dalle elezioni del 5 settembre 1943, decide il 28 ottobre dello stesso anno di delegare temporaneamente i propri poteri ad un Consiglio di Stato formato da venti persone. Gli intenti sono quelli di una generale riconciliazione.
La deliberazione viene presa a causa "della gravità della situazione in cui si trova il Paese e dei pericoli che lo sovrastano".
Fanno parte del Consiglio di Stato, i Capitani Reggenti pro tempore, l'Inviato Straordinario Ezio Balducci, i due Segretari di Stato agli Affari interni e a quelli esteri, dieci consiglieri e cinque membri nominati dalla Reggenza tra cittadini non appartenenti al Consiglio.
Secondo Clara Boscaglia, da un cui brano citiamo, "in questo modo con saggia intuizione il Consiglio di Stato divenne maggiormente l'espressione delle tendenze democratiche emerse vittoriose nella consultazione del 5 settembre 1943 ma potè anche giovarsi, attraverso le nomine reggenziali, dell'apporto di appartenenti al disciolto Partito Fascista, apporto ritenuto indispensabile in quelle circostanze che vedevano San Marino circondata dalla Repubblica Sociale Italiana e stretta da vicino dai Comandi delle forze di occupazione del III Reich".
(Da un testo di C. Boscaglia apparso nell'annuario XIII, anno scolastico 1977-78, delle Scuole medie sammarinesi, pp. 56-63.)

SCHEDA 2. Rommel.
Il 25 ottobre 1943, Erwin Rommel è a San Marino. E' un personaggio già famoso, in quei giorni.
Nato nel 1891, combattente nella prima guerra mondiale, dopo aver aderito al nazismo, compie una fortunata carriera militare grazie alle sue originali teorie sull'impiego dei carri armati.
Nella seconda guerra mondiale, combatte in Polonia e in Francia, poi (1941) viene posto a capo dell'Afrika Korps in Libia. Qui rivelò grandi doti di strategia, conquistando Tobruk e spingendosi fino ad El-Alamein. Quest'ultima impresa gli valse il titolo di feldmaresciallo.
Ma la lunga avanzata, determinando un allontanamento dalle basi, consentì la controffensiva del maresciallo inglese Montgomery, che lo costrinse a una sia pur abile ritirata in Tunisia (1942).
Rimpatriato, combattè in Italia ed in Normandia, dove rimase gravemente ferito. Sospettato (pur essendo ancora degente), di partecipazione all'attentato del 20 luglio '44 contro Hitler, si uccise per evitare il processo.
(Dal "Dizionario dei personaggi storici", Zanichelli, 1971.)
Il generale Eisenhower su Rommel dette "un giudizio poco benevolo, affermando che scappò velocemente dalla Tunisia per mettere in salvo la pelle".
Secondo Domenico Bartoli, noto giornalista scomparso di recente, Rommel fu "uno dei grandi generali, aveva capito l'essenza della guerra moderna, pagando di persona e utilizzando fino alle estreme conseguenze le armi di cui disponeva".
Per il colonnello delle SS Eugenio Dollmann, "Rommel era un uomo molto duro... Non era uno stratega e la sua gloria l'hanno creata i tedeschi". Inoltre, non capiva nulla della mentalità italiana: "Per lui l'Italia era un libro sigillato".
(Da Enzo Biagi, "1943 e dintorni", Mondadori, 1983).
Quando si reca a San Marino, "Rommel non andava d'accordo col collega, feldmaresciallo Albert Kesserling... Il disaccordo era in fase acuta. Rommel voleva abbandonare l'Italia peninsulare e impostare le difese del Terzo Reich proprio sulla 'Linea degli Appennini' - con San Marino come punto cruciale della sua linea difensiva. Kesserling voleva invece difendersi lungo tutta la penisola, logorando i nemici anglo-americani metro per metro...". (A. Montemaggi, "San Marino nella bufera", cit., p. 21).
Ecco perchè quella di Rommel a San Marino non è una pura "visita di cortesia", ma piuttosto un'ispezione militare.
Quel giorno sul Titano, Rommel dopo il colloquio con gli esponenti della Repubblica, visitò il Palazzo del Governo. Ricorda F. Bigi: "All'atto della firma Rommel mi passò, per meglio firmare, il suo bastone di Feldmaresciallo, che io impugnai per tutto il tempo del giro nella Sala del Consiglio Grande e Generale e del Consiglio dei XII. Sarebbe stato simpatico il ricordo fotografico della giornata: una Capitano di San Marino con in mano il bastone di un Feldmaresciallo tedesco! Purtroppo a quei tempi non ci si preoccupava di documentarsi". (Dal cit. volume di B. Ghigi, "San Marino 1943-44", p. 82).

Bibliografia essenziale.
Sono in Ghigi, "San Marino 1943 - 1944", cit., le testimonianze di A. Casali (p. 220), G. Gasperoni (133), della vedova Casali (65), di F. Bigi (80-82) e G.B. Reffi (195). Per A. Casali, cfr. anche il suo "Lungo cammino...", cit.; la sua "Memoria storica" è in Ghigi, p. 220.
Cfr. pure A. Montemaggi, "San Marino nella bufera", pp. 23 e 27 (su Gozi). Il documento del console tedesco è in Ghigi, cit., pag. 311.
Sul numero esatto degli arrestati il 5 ottobre '43, non esistono informazioni.
L'opinione di A. Galluzzi è nei documenti del Cln, conservati in copia presso la Biblioteca Gambalunga di Rimini.

6. L'attentato a Casali e l'arresto di Babbi

Resta ferita anche la signora Pia Michetti che ricorda: "Gatti con la bocca cercava di strappare la linguetta di una bomba a mano, come se volesse gettarla in mezzo alla piazza gremita di gente che usciva dalla messa".
I giorni dell’ira, 6. "il Ponte", 01.04.1990


25. L'agguato a Casali.
Domenica 6 febbraio '44, il socialista dott. Alvaro Casali è aggredito e ferito a colpi di pistola. Un proiettile gli si conficca a due centimetri dal cuore. Si salva, ma conserverà quel 'ricordo' in corpo per tutta la vita.
Casali è assalito da Marino Gatti. Fra loro, per separarli, si mette Gildo Gasperoni. Così Casali può fuggire, ma viene ferito. Chi ha sparato? Gatti o Marino Berti che era sopraggiunto nel frattempo? Gasperoni non sa rispondere. La vedova di Casali accusa invece Berti: "Anch'esso armato, si mise all'inseguimento e sparò su mio marito che, raggiunta la porta di casa, mentre stava per entrare, fu colpito da una pallottola del Berti sotto l'ascella".
Ma Berti ha dalla sua le sentenze che parlano di un calibro 7.65, quello dell'arma usata da Gatti. La rivoltella di Berti era infatti una calibro 9.
Quella mattina, resta ferita anche la signora Pia Michetti, moglie dell'avv. Lonfernini, la quale ricorda: "Gatti con la bocca cercava di strappare la linguetta di una bomba a mano, come se volesse gettarla in mezzo alla piazza gremita di gente che usciva dalla messa delle 11. Ad un certo momento... cominciò a sparare contro di me... poi non contento di avermi sparato si mise ad inseguirmi mentre io cercavo di andare a rifugiarmi nella Farmacia del dott. Fausto Amadori... Mi sono ritrovata di fronte al Gatti, con la sua rivoltella spianata verso di me".
L'intervento del prof. Manlio Monticelli salva la signora Michetti.
Racconta la vedova del dott. Casali che, alla vigilia della sparatoria, "il 5 febbraio, quando a San Marino è la festa di Sant'Agata patrona della Repubblica, era giunta da Faenza una squadra di camicie nere guidata dal dott. Marino Fattori" di San Marino. Fattori era solito condurre spedizioni punitive dei repubblichini di San Marino: dopo la liberazione fu fucilato nei pressi di Sondrio. Stessa sorte ebbe suo figlio Federico, tenente dei repubblichini.
La signora Casali, "preoccupata che potesse succedere qualcosa", era corsa in chiesa ad accendere una candela a Sant'Agata. Che fu senz'altro ringraziata il giorno dopo, quando il dott. Casali riuscì a salvarsi per un soffio dalla rivoltellata dei fascisti.

26. Un triste onomastico.
Il 18 marzo, a Serravalle, Giuseppe Babbi viene arrestato, dopo aver subìto una serie di minacce da parte di fascisti riminesi e sammarinesi.
Babbi (l'antifascista più in vista a Rimini, secondo Oreste Cavallari), militava nelle file cattoliche ed era uno dei maggiori esponenti del Comitato di Liberazione Nazionale cittadino.
In casa non parlava di politica, "per non coinvolgere la famiglia", dice il figlio Andrea: "Dopo il bombardamento del 28 dicembre '43, siamo sfollati a Dogana di San Marino, in località Saponara, in casa di mio zio Alfredo Babbi".
La vigilia di San Giuseppe, Babbi è avvicinato dal maresciallo dei Carabinieri di Serravalle, che gli comunica la necessità di parlargli in caserma. "Qualunque cosa lei abbia da dirmi, può dirmela qui", replica Babbi.
Il maresciallo "prese mio padre per un braccio e per il collo e lo trascinò fino alla stazione ferroviaria di Serravalle, dove c'era il trenino fermo con accanto poliziotti italiani ed un militare delle SS tedesche. Mio padre fu caricato a forza sul treno che partì verso Rimini", racconta ancora Andrea Babbi.
"Alla stazione di Dogana il treno si fermò; il maresciallo scese con i Carabinieri, lasciando mio padre in mano alla polizia italiana, anche se il treno era ancora nel territorio neutrale di San Marino".
L'arresto di Giuseppe Babbi, prosegue il figlio, mise "in crisi il gruppo degli antifascisti che lui frequentava".
L'altro figlio di Babbi, Angelo, la mattina del 19 al Commissariato di Rimini apprende la notizia che l'indomani suo padre sarebbe stato trasferito a Bologna. Verso le 10,30 del giorno 20, riesce a vederlo alla stazione ferroviaria di Rimini. Giuseppe Babbi viene avviato verso il treno, quando si accorge della presenza del figlio, a cui fa segno di allontanarsi.
Soltanto a fine aprile, Angelo Babbi può avere il permesso per un colloquio col padre nel carcere di Bologna, alla presenza degli agenti: "... però noi parlavamo in dialetto. Mio padre mi disse che l'avevano interrogato più volte e che con lui c'erano... un ragazzo di Rimini, Walter Ghelfi e il prof. Rino Molari di Santarcangelo".
Una delle ultime volte che Angelo Babbi si reca a Bologna dal padre, la famiglia Molari gli affida un pacco da consegnare al professore. "Ma fui costretto a portarlo indietro, perchè sia Molari che Ghelfi erano già stati portati nel campo di concentramento di Fossoli, dove entrambi furono fucilati", nella notte fra il 12 ed il 13 luglio. Babbi invece viene liberato il 17 luglio.

27. Tre storie.
Per un breve periodo, tre diverse storie s'incrociano nel carcere di Bologna. Babbi ha 50 anni, Molari 33 e Ghelfi 22.
Babbi, scrisse Oreste Cavallari, "con poca istruzione e molta miseria, si era fatto da sé con forte carattere e forte personalità. Tutti, anche gli avversari politici, ne riconoscevano la forza d'animo e la purezza d'ideali".
Nato a Roncofreddo nel 1893, si era trasferito nel 1904 con la famiglia a Rimini, dove lavora prima come commesso di farmacia e poi, dal 1913, come ferroviere. Si dedica all'attività politica e a quella sindacale. "Nel 1921 contrastò duramente le tendenze filofasciste" di don Domenico Garattoni e dell'avv. Mario Bonini, "costringendoli... a presentare le dimissioni dal Partito Popolare", scrive P. Grassi.
Sturziano, davanti al problema agrario, Babbi sostiene idee per allora "molto audaci", differenziando nettamente il P.P. "dal comportamento degli agrari e delle forze economiche, appoggiate da 'il Resto del Carlino', che si preparavano a chiedere l'intervento delle squadre fasciste di Leandro Arpinati".
Nel 1923, per la sua posizione di antifascista, viene espulso dalle Ferrovie e si trasforma in rappresentante di commercio nel settore dei mobili. Nel '43, riprende la sua attività politica, in modo clandestino, "chiamando a raccolta gli antichi popolari e qualche giovane dell'Azione Cattolica in vista della fondazione di un nuovo partito", scrive ancora Grassi.
Su Walter Ghelfi abbiamo poche notizie: ferroviere, il 13 marzo 1944 raggiunge l'Ottava brigata Garibaldi sull'Appennino tosco-emiliano. "Per il suo coraggio, per la sua fede, per il suo altruismo che lo faceva eccellere sugli altri, fu nominato Commissario Politico di Compagnia", si legge ne "Il Garibaldino" del 16 agosto 1945. In aprile, fu catturato nei pressi di Santa Sofia. Carcerato, torturato, si riduce in misere condizioni fisiche, ma non 'parla': "non tradì i suoi compagni in arme".
Rino Molari è un insegnante di Santarcangelo che nell'anno scolastico 1943/44 insegna a Riccione, dove fa amicizia con don Giovanni Montali, suo compaesano. Poi entra in contatto con l'antifascismo del Cesenate e della Valmarecchia. Trasporta materiale clandestino. Al Provveditorato agli studi di Forlì, per le sue idee, lo giudicano un "elemento poco raccomandabile". Una spia della Repubblica di Salò, Giuseppe Ascoli, lo fa arrestare il 28 aprile '44.
(A don Montali, come scriverà don Domenico Calandrini sul "Ponte", "la guerra civile... barbaramente spense il fratello e la sorella, trucidati in casa vecchi e stanchi, e gettati nell'attiguo pozzo, per rabbia contro il vecchio prete che non s'era fatto sorprendere ed arrestare in canonica").

28. Il proclama di marzo.
Con il patto del 28 ottobre, viene richiamato in patria il dott. Ezio Balducci, a cui sono affidati i difficili compiti di Ministro plenipotenziario ed Inviato straordinario presso gli Stati belligeranti. Si trovava in esilio. Nel 1934, i fratelli Gozi, per liberarsi di lui, lo avevano accusato di "complotto contro lo Stato", e fatto condannare a venti anni di lavori pubblici.
Sul processo contro Balducci, presentiamo parte di un documento, "La Repubblica in gramaglie", dell'avv. Ferruccio Martelli che fu assieme allo stesso Balducci tra i condannati.
Il 26 marzo '34, giorno in cui fu emessa la sentenza sul famigerato "complotto", resterà "come uno dei più vergognosi degli ultimi dieci anni di storia nel nostro Paese", come un disonore per la Repubblica, scrive Martelli. "A San Marino la giustizia è morta": "solo in tristissime epoche può capitare di vedere, in un processo, svilupparsi tanto artificio, tanta impudenza, tanta malafede".
Non prove ma falsificazioni hanno guidato la giustizia, soltanto per "mettere gli avversari fuori causa". "La sentenza di questo processo rimarrà nella storia di San Marino bollata a lettere di fuoco, quale documento di perfidia ed infamia", concludeva l'avv. Martelli, da Roma, il 10 aprile '34.
Ritorniamo a San Marino. Eravamo rimasti al 18 marzo. Il 23 dello stesso mese, il segretario repubblichino, Giuliano Gozi, pubblica un proclama in cui si parla del "conforto che mi viene anche dalla piena fiducia personale del Duce".
"I fascisti sono tenuti strettamente all'ordine e alla disciplina, astenendosi in modo assoluto da qualsiasi atto di violenza", sentenzia Gozi.
Parole. Che nascondevano le violenze fino ad allora perpetrate, e che saranno smentite dai fatti successivi.
Il primo aprile inizia la reggenza di Francesco Balsimelli e Sanzio Valentini, proprio nel semestre più drammatico per la Repubblica.
Nello stesso mese di aprile, racconta Montemaggi, "si acuiscono le tensioni col Governo fascista italiano, il quale rimproverava a San Marino di esser diventata asilo di migliaia di disertori, di renitenti alla leva, di antifascisti".
Lo stesso Ezio Balducci, gran diplomatico di San Marino, è "perseguito da mandato di cattura e denunciato al Tribunale speciale fascista". Ai repubblichini dà fastidio che Balducci abbia raggiunto un "tacito accordo" (come lo definisce Balsimelli) con i nazisti, per salvaguardare sul Titano ebrei ben conosciuti dai tedeschi.
Abbiamo così conferma del fatto che i repubblichini italiani erano più pericolosi dell'apparato germanico. Ciononostante, nel dopoguerra, Balducci cercherà di difendere Tacchi, dicendo che il federale riminese aveva avallato le dichiarazioni sammarinesi, secondo cui non esistevano ebrei nella Repubblica.
Ma che bisogno aveva San Marino di una conferma dai fascisti riminesi?

SCHEDA 1. Don Montali.
Anche l'uccisione del fratello e della sorella di don Giovanni Montali sono una dolorosa pagina dei "giorni dell'ira".
Scrisse Maurizio Casadei nel "Ponte" del 22 marzo 1981 che il parroco di San Lorenzo "una volta, ritornando da un viaggio trovò il soffitto della camera sfondato dalle pallottole sparate dalla strada. Poi, dopo che i fascisti nel marzo 1944 arrestarono per attività 'sovversiva' il professor Rino Molari... la situazione si aggravò. Sospettato di essere un cospiratore e di aiutare partigiani e prigionieri alleati, don Giovanni dovette fuggire, vestito in borghese, a San Marino, prima a Valdragone e poi a Montegiardino".
Casadei riporta poi la testimonianza di un'altra sorella del parroco, Nazzarena: "Don Giovanni mi raccontò di essere stato avvertito da due suoi amici, penso comunisti. Andarono da lui a mezzanotte e lo avvertirono: 'I fascisti cercano di prenderla e di farla finita'. Questi due amici gli salvarono certamente la vita perchè lui scappò subito. Quando vennero con una motocicletta (non si sa bene se fossero solo fascisti locali o se c'erano anche dei tedeschi), perquisirono la canonica e la chiesa, aprirono il tabernacolo, cercavano anche una radio che dicevano che aveva per parlare con gli inglesi. Quando si resero conto che lui non c'era, se la presero con un nostro fratello ed una sorella rimasti lì. Io credo che cercassero lui, perchè forse si era esposto troppo". Era il settembre '44.
"Don Giovanni non volle mai far cercare i responsabili di questo delitto, neanche dopo la liberazione", proseguiva la sorella Nazzarena, "perchè diceva che doveva fare come nostro Signore, doveva perdonare, e perdonò".
La mattina del 15 settembre '44, i greci liberano San Lorenzo: nel pozzo attiguo alla chiesa si scoprono i corpi di Giulia e Luigi Montali. Avevano 59 e 66 anni.
Nel "Giornale di Rimini" del 2.9.'45 si leggeva che a Giuseppe Ascoli "e ad altri due o tre individui in costume da ufficiali e sottufficiali dei bersaglieri... si imputa il bieco assassinio" dei due fratelli di don Montali. Ascoli è il collaborazionista che fece arrestare il prof. Molari. I 'bersaglieri' avvinazzati una sera si recarono "alla chiesa di S. Lorenzo per 'far la festa' al buon prete", scrisse il giornale: "E quando i delinquenti appresero che la vittima designata si era sottratta per tempo al loro odio bestiale, sfogarono gli infami istinti sanguinari" sui fratelli di don Montali, "uccidendoli barbaramente e gettandone i cadaveri nel pozzo".
Gli assassini, poco dopo, si sarebbero vantati della loro impresa "nel ristorante dell'albergo riccionese dove risiedevano i comandanti del battaglione".
Secondo A. Montemaggi ("Ponte", 9.10.1988), in quei giorni "si incolparono falsamente i tedeschi o i bersaglieri".
Abbiamo ascoltato due nipoti di don Montali. Don Michele Bertozzi dice: "Don Montali forse sapeva qualcosa di grosso, ma non mi volle mai dire niente". La signora Maria Teresa Avellini Semprini racconta: "Luigi Montali forse era stato colpito al cuore, difficile stabilirlo perchè il corpo era in stato di decomposizione. Giulia aveva invece ricevuto una fucilata alla testa".
La signora Avellini fu allieva di Rino Molari nel '43-'44, e rammenta che cosa si diceva allora dell'arresto del suo insegnante: "Alla pensione Alba, dove Molari era ospite, si presentarono dei fascisti che si sedettero al ristorante, parlando a voce alta fra loro: 'Come ci pesa questa divisa...'. Molari avrebbe detto: 'Trovate la maniera di buttarla via, venite con me...'. Così, con l'inganno, Molari venne arrestato. Dopo la fucilazione a Fossoli, un fratello di Molari, Attilio, raccontò a don Giovanni Montali come aveva riconosciuto il professore nella fossa comune di Fossoli, e come era poi riuscito a riportarlo a casa".

Bibliografia essenziale
Cfr. in Ghigi, "San Marino 1943-1944", cit., le testimonianze della vedova Casali (pp. 62-66), di G. Gasperoni (134), M. Gatti (224 C) e della signora Lonfernini (180).
Cfr. poi "San Marino nella bufera" di A. Montemaggi, pp. 27-28.
Su Babbi, vedi Ghigi, cit., pp. 67-68, il nostro "Rimini ieri" (p. 46) e "Il Ponte" del 6.1.1985.

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