aforismi7 Aforismi 7 scelti da Bruno Moretti Turri IK2WQA

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"La conoscenza è ricerca della verità - ricerca di teorie chiarificatrici, oggettivamente vere.
Essa non è ricerca di certezza. Errare è umano: tutte le conoscenze umane sono fallibili e perciò incerte.
Ne consegue l'obbligo di distinguere nettamente tra verità e certezza."

Karl Raimund Popper

"La scienza non è un sistema di asserzioni certe o stabilite una volta per tutte, e non è neppure
un sistema che avanza costantemente verso uno stato definitivo.
La nostra scienza non è conoscenza (épisteme): non può mai pretendere di aver raggiunto la verità,
e neppure un sostituto della verità come la probabilità. Il vecchio ideale scientifico dell'épisteme,
della conoscenza assolutamente certa, dimostrabile - si è rivelato un idolo."

Karl Raimund Popper, da Logik der Forschung, 1934 (tr. it.: Logica della scoperta scientifica)

"La ricerca della verità è possibile soltanto se parliamo chiaramente e semplicemente ed evitiamo
tecnicismi e complicazioni non necessari. Dal mio punto di vista, mirare alla semplicità e alla chiarezza
è un dovere morale degli intellettuali: la mancanza di chiarezza è un peccato
e la pretenziosità è un delitto."

Karl Raimund Popper, da Objective Knowledge, 1972 (tr. it.: Conoscenza oggettiva)

"Io accuso i moderni marxisti rivoluzionari di abusare di paroloni, di tentare di impressionarci
con poche idee e molte parole. Niente è loro più estraneo della modestia intellettuale.
Non sono davvero andati alla scuola di Socrate e neppure di Kant, ma a quella di Hegel."

Karl Raimund Popper, da The Open Society and its Enemies
(tr. it.: La società aperta e i suoi nemici)


"Nella scienza, come nella vita, vige il metodo dell'apprendimento per prove ed errori,
cioè di apprendimento dagli errori. L'ameba ed Einstein procedono allo stesso modo:
per tentativi ed errori e la sola differenza rilevabile nella logica che guida le loro azioni è data dal fatto
che i loro atteggiamenti nei confronti dell'errore sono profondamente diversi.
Einstein, infatti, diversamente dall'ameba cerca consapevolmente di fare di tutto,
ogni qualvolta gli capiti una nuova soluzione, per coglierla in fallo e di scoprire in essa un errore:
egli tratta o si avvicina alle proprie soluzioni criticamente.
Egli cioè assume un atteggiamento consapevolmente critico nei confronti delle proprie idee,
cosicchè mentre l'ameba morirà a causa dei suoi errori, Einstein sopravviverà proprio grazie ai suoi errori."

Karl Raimund Popper, da Epistemologia, razionalità e libertà, 1972

"Non conosco scienziato creativo che non abbia commesso errori: e sto pensando a scienziati sommi
come Galileo, Kepler, Newton, Einstein, Darwin, Mendel, Pasteur, Koch, Crick, e anche Hilbert e Gödel.
Non solo tutti gli animali sono fallibili, ma anche tutti gli uomini. Esistono quindi degli esperti,
ma non delle autorità assolute, un fatto di cui non si tiene ancora sufficientemente conto.
Ovviamente siamo tutti consapevoli che non dovremmo commettere errori, e per questo ci impegnamo
con tutte le forze (forse Gödel si impegnò più di chiunque altro).
Ma nondimeno rimaniamo animali fallibili - esseri mortali fallibili, come pensavano i primi filosofi greci:
solo gli dei possono sapere, noi mortali possiamo solo avere opinioni e supposizioni."

Karl Raimund Popper, da Verso una teoria evoluzionistica della conoscenza, 1989
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Esistono 193 specie viventi di scimmie con coda e senza coda; di queste, 192 sono coperte di pelo.
L’eccezione è costituita da una scimmia nuda che si è auto-chiamata Homo sapiens.
Questa razza eccezionale […] è orgogliosa di possedere il cervello più voluminoso tra tutti i primati,
ma cerca di nascondere il fatto di avere anche il pene più grande,
preferendo accordare questo onore
al possente gorilla (che in realtà ce l’ha più piccolo).”

Desmond Norris, zoologo, The Naked Ape (La scimmia nuda), 1967
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“Il reverendo era un uomo in sottana con occhi liquidi e lunghe mani piatte e livide; quando si muovevano,
facevano pensare a pesci moribondi sul marmo d’un lavandino. Ci leggeva sempre la stessa storia,
la triste e banale storia d’un uomo d’altri tempi che portava una barba da caprone sul mento,
un agnello sulle spalle e che morì inchiodato su due tavole di salvezza dopo aver pianto molto
su sè stesso in un giardino, la notte.
Era un ragazzo di buona famiglia che parlava sempre di suo padre
«Mio padre di quì, mio padre di là, il Regno di mio padre» e raccontava storielle ai poveracci
che l’ascoltavano con ammirazione perché parlava bene ed era istruito. Sgozzava i gozzuti e quando
i temporali erano agli sgoccioli, stendeva la mano e la tempesta si placava. Guariva anche gli idropici,
gli camminava sulla pancia dicendo che camminava sulle acque e l’acqua che usciva dalla pancia
la trasformava in vino; a quelli che volevano berne diceva che era il suo sangue.

Seduto sotto un albero, parabolava: «Felici i poveri di spirito, quelli che non cercano di capire,
lavoreranno duro, riceveranno calci in culo, faranno ore straordinarie che gli saranno contate più tardi
nel regno di mio padre». Intanto, moltiplicava il pane e i poveracci passavano davanti alle macellerie
strofinando solo la mollica contro la crosta, si dimenticavano poco a poco il sapore della carne
e il nome dei frutti di mare e non osavano più fare l’amore. Il giorno della pesca miracolosa,
un’epidemia di orticaria colpì la regione; di quelli che si grattavano troppo forte lui disse che erano
posseduti dal demonio, ma guarì su due piedi un disgraziato centurione che aveva inghiottito
una lisca di pesce e questo fece una grossa impressione. Lasciava che i bambini venissero a lui;
tornati a casa, porgevano alla mano paterna che li sculacciava duramente la natica sinistra
dopo la destra e lamentosamente contavano sulle dita il tempo che li separava dal regno suddetto.
Scacciava i mercanti di lacci da scarpe dal Tempio: niente scandali, diceva, soprattutto niente scandali,
chi di spada ferisce di spada perisce… I boia di professione morivano di vecchiaia nel loro letto,
nessuno vedeva il becco d’un quattrino e tutti ricevevano schiaffi, ma lui vietava di renderli a Cesare.
Le cose cominciavano ad andar male, quando un giorno ecco lui tradisce Giuda, uno dei suoi aiutanti.
Una storia divertente: pretendeva di sapere che Giuda doveva denunciarlo additandolo a persone
che lo conoscevano benissimo da molto tempo e, sapendo che Giuda doveva tradirlo, non lo avvertì.
In breve, il popolo si mette a urlare «Barabba, Barabba, morte ai piedipiatti, abbasso la pretaglia»
e, crocefisso tra due papponi di cui uno delatore della polizia, egli rende l’ultimo respiro, le donne
si rotolano per terra urlando il loro dolore, un gallo canta e il tuono fa il suo rumore consueto.
Comodamente installato sulla sua nuvola ammiraglia, Dio padre, della Ditta Dio Padre Figlio
Spirito Santo & Co. – S.P.A., caccia un immenso sospiro di soddisfazione, subito due o tre nuvolette
subalterne scoppiano con ossequiosità e Dio padre esclama: «Che io sia lodato, la mia santa ragione
sociale sia benedetta, il mio amatissimo figlio ha la croce, la mia Ditta è lanciata!»
Immediatamente passa le ordinazioni e le grandi manifatture di scapolari sono in subbuglio,
alle catacombe c’è gente rimandata inditro e nelle famiglie degne di questo nome fa molto fine
avere almeno due figli divorati dai leoni.”

Jacques Prévert, Souvenirs de famille ou l’Ange Garde-chiourme
(Ricordi di famiglia o l’angelo guardaciurma)
da Paroles, 1946
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