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Guardare una scena non significa osservarla. [�]
Guardare una scena significa [�] vederla ad occhi chiusi,
dimenticarla � e dunque esserne osservati.
G. Paolini, 1989
Tra il 6 e il 31 maggio del
1968, un anno prima di affrontare la sua prima esperienza teatrale, Giulio
Paolini, insieme ad artisti quali Franco Angeli, Alighiero Boetti, Pier Paolo
Calzolari, Enrico Castellani, Mario Ceroli, Jannis Kounellis, Gino Marotta,
Emilio Prini e altri, partecipa all�esposizione intitolata "Teatro delle
mostre", organizzata a Roma da Plinio De Martiis nella sua galleria La
Tartaruga. All�interno di una stanza spoglia e scura, l�unica fonte di luce
� rivolta sulla parete su cui � appesa l�opera
Autoritratto, una tela fotografica applicata su telaio in cui l�artista
in realt� non si rappresenta in quanto Giulio Paolini e non �, al contrario di
quanto il titolo suggerisce, l�unico soggetto che si offre allo spettatore.
Al centro dell�opera � la
riproduzione dell�autoritratto di Henri Rousseau Le Douanier: basco,
tavolozza, pennello, l�artista, insomma, nella sua innocenza e scontatezza,
nel suo travestimento pi� ovvio.
Giulio
Paolini, Autoritratto, 1968
Intorno, il "teatro"
dell�arte, i ritratti di artisti perfettamente riconoscibili e per la maggior
parte coevi all�opera (Lucio Fontana tra tutti, ancora vivo, anche se per
pochi mesi ancora). Attraverso questa rispecchiamento di pubblici (i visitatori
dell�esposizione "Teatro delle mostre" che guarda l�artista/gli
artisti che guardano a loro volta i visitatori), attuata attraverso la
superficie/specchio dell�opera, si delineano diversi importanti aspetti che
accompagneranno l�attivit� scenografica di Paolini, in realt� non un�esperienza
a s�, ma un�attivit� fortemente collegata e intrecciata alla sua produzione
artistica in generale.
Innanzitutto, la consapevolezza
della presenza, della realt� del pubblico, degli spettatori: non un�entit�
passiva, da dimenticare, che rispetta la finzione della scatola scenica
attraverso la sua assenza, il suo silenzio, il suo essere in ombra e scomparire
rispetto al "fuoco" puntato sul palcoscenico.
Conseguentemente, la percezione
del lato aperto della scatola (questo limite invalicabile proprio perch�
aperto) come una membrana estremamente sottile, un limine impercettibile ma che
esiste e serve a riflettere il gioco (il play): quello degli attori da
una parte, quello del pubblico dall�altra, in una corrispondenza biunivoca,
che lascia aperto il passaggio, la relazione tra un insieme e l�altro.
Scrive lo stesso Paolini:
A teatro i conti pareggiano: attore e spettatore, scena e
uditorio sono le due
parti indissolubili, complementari, dell�unit� invisibile che insieme
testimoniano.
E ancora:
Tutti [�] affolliamo la stessa platea: la lieve curvatura del proscenio,
appena percepibile, prima ancora di accogliere le nostre
visioni � l�
a coincidere con la curva dell�orizzonte, [�] a rappresentare il tutto o il
nulla al quale assistiamo.
Vale a dire: la scatola riflette soprattutto le proiezioni di
chi guarda, la messa in scena della finzione teatrale � compromessa proprio da
questo apporto, da questa dichiarazione a priori del meccanismo, dalla
dichiarazione di sconfitta rispetto al tacito accordo secondo cui il pubblico,
nel momento in cui si apre il sipario, sparisce.
Dello stesso accordo partecipa
la struttura scenica vera e propria: esiste ma non deve far capire a chi guarda
come, attraverso un gioco di
machinae che pi� � sofisticato, pi� � riuscito, pi� nega la sua
esistenza.
L�opera d�arte si vorrebbe
partecipasse dello stesso mistero: rigida divisione delle parti nel luogo della
mostra (il pubblico al di qua di un limite invalicabile; il quadro, l�opera,
al di l� di questo limite); assegnazione di valore per la perizia dissimulata
(pi� l�artista � bravo, pi� la sua imitazione � indecifrabile).
Paolini dichiara subito la sua
posizione (Disegno
geometrico, 1960):

Giulio Paolini, Disegno geometrico, 1960
c�� un piano, una tela, l�inizio
di una delle tante possibili ricostruzioni/invenzioni della realt� (non importa
quanto realistica, pu� essere astratta ma � sempre un�ipotesi di realt�);
su questo piano sono tracciate "le linee essenziali alla determinazione di
una superficie": la verticale e l�orizzontale, le diagonali, i rapporti
tra punti e linee attraverso la misurazione del compasso, nella classica
squadratura del foglio. L�artista stesso ha sempre guardato a quest�opera
come a un punto di partenza, individuazione e la dichiarazione dello
"schermo", del sipario:
L�uso che faccio sovente della prospettiva � un artificio, un tentativo di
porre pi� in l� la
presenza del quadro in quanto tale: quelle poche linee
essenziali che costituiscono un
tracciato prospettico non negano la verit� dello spazio dell�opera in s�, ma
fanno di
questo limite di superficie un�eco di qualche cosa che avviene al di l� della
prospettiva
tracciata. Questo artificio, reso evidente, cio� l�introduzione della
prospettiva come
unica figura del quadro, mi d� modo di allontanare dal
limite fisico della visione la scena
dell�opera, che � ci� che l�opera custodisce, e di creare un limite al di
dentro al di l� del
sipario che si costituisce ai nostri occhi.
Analogamente, quando Paolini
realizza nel 1969 le scene e i costumi per Bruto II, il problema posto
dalla scatola scenica viene ricondotto dall�artista alla superficie, un modo
per rinunciare all�improbabile realismo della terza dimensione:
La scena � costituita da quattro cornici concentriche
(lineari, bianche, gessose) che si
succedono in profondit� a brevi intervalli uguali. Il
pavimento, i lati e il soffitto della
scena, simulati dalla successione regolare delle cornici, non sono visibili. [�]
Gli attori
agiscono su fondi piatti, senza prospettiva (in una
prospettiva rigida, artificiale), hanno
pose statiche. [�] Gli attori si spostano da un settore all�altro
(attraverso uno stretto
vano di passaggio che interrompe il lato inferiore di tutte
le cornici) senza durezza ma
senza esitazioni, con rapidit�, come se nel movimento non
fossero pi�, per un istante,
quei personaggi.
Luci accese in sala: Cesare, seduto al centro del primo
settore, guarda la platea.
Allo stesso rifiuto della
finzione prospettica nei suoi risultati e nella sua accentuazione invece come
paradigma si riconduce, a distanza di anni, la scenografia che Paolini realizza
per Il combattimento di
Tancredi e Clorinda, 1984, in cui l�attrice, il sipario, la scena (un�evidente
citazione di Disegno geometrico, 1960) si propongono in un tutt�uno
bidimensionale che accentua la drammaticit� dell�impossibilit� della
rappresentazione. I singoli elementi del gioco ci sono tutti ma fusi in una machina
teatrale piuttosto destabilizzante (una sorta di mostro teatrale), ai fini
della "recita".
Ma non � solo attraverso la
rinuncia alla "scatola" che Paolini insiste nella sua ricerca: la
scatola pu�, al contrario, essere presente in tutta la sua evidenza, come in I giganti della
montagna, 1989, mostrarsi in quanto tale ed essere citata addirittura nella
scelta ossessiva del motivo quadrato, delle aperture geometriche, degli schermi
rettangolari suddivisi in quadrati.
L�evidenziazione del
meccanismo teatrale, del resto, attraversa in modi diversi l�intera produzione
di Paolini. Se non si tratta della struttura primaria dell�illusione scenica
(la stessa, peraltro, che "illude", il pubblico dell�arte), ecco
comparirne, di volta in volta, i singoli elementi: la platea, i palchi, il
loggione (cio� lo spazio del pubblico) dipinti su un fondale per Il mito di
Nora Helmer, lavoro realizzato per e con Carlo Quartucci nel 1980; i
frammenti di una scenografia possibile (di una possibile opera) in Rosenfest
Frammento XXX Sena II, ancora con Quartucci; tutte le messinscena precedenti
per L�ultimo spettacolo di Nora Helmer in "Casa di bambola" di
Ibsen, 1980, sempre con Quartucci; e soprattutto la "figura dell�osservatore"
che guarda il pubblico stesso, prima in Penthesilea/Kleist, sei frammenti,
1981, poi in Platea, Genazzano 1982 (ancora Quartucci), in una sorta di
chiusura di quel cerchio aperto � come si � visto � in "Teatro delle
mostre":
Ulisse (lo spettatore) di fronte ai personaggi in attesa
della rappresentazione.
Platea
� il tentativo, dimostrato nella sua
impossibilit� di riuscita, di mettere in
scena l�idea di una rappresentazione compiuta.
Che lo spettacolo non si compia, non possa cio� proporsi alla vista o all�udito
come qualcosa di conveniente alla sintesi intellettiva dello
spettatore, � stabilito
dalle stesse premesse da cui muove.
[�] Chi, se non lo spettatore, era dunque chiamato in scena?.
Non si tratta
semplicemente di un� "apertura", di un allargamento del luogo della
scena al pubblico ma piuttosto di quella stessa riflessione, di quello stesso
rovesciamento che, da una parte e dall�altra della cornice-proscenio - dello
specchio - guarda alla scena e all�arte con una visione consapevole � l�unica
possibile - che include lo sguardo di tutti, attori e pubblico, scena e platea.
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Com�die Italienne,
1983 |
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Rosenfes, Frammento
XXX, Scena III, 1984 |
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Combattimento di
Tancredi Clorinda, 1984 |
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Combattimento di
Tancredi Clorinda, 1984 |
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I giganti della
montagna, 1989 |
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| I
giganti della montagna, 1989 |
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