"IL DUBBIO ASSOLUTO VERSO TUTTI I PREGIUDIZI .
LA DIVERGENZA ASSOLUTA DA TUTTE LE TEORIE CONOSCIUTE"
Il dubbio assoluto
"Occorre applicare il Dubbio alla Civiltà, dubitare della sua necessità,
della sua permanenza.Questi sono problemi che i Filosofi non osano porsi, perché
sospettando della Civiltà, farebbero cadere il sospetto di nullità anche sulle
loro teorie.
Quanto a me,che non avevo alcun partito da sostenere, ho potuto adottare il
Dubbio assoluto e applicarlo, per cominciare, alla civiltà e ai suoi pregiudizi
più inveterati."
La divergenza assoluta
"Avevo intuito che il modo più sicuro di arrivare a qualche scoperta utile
era quello di allontanarsi in ogni senso dalle vie battute delle scienze
incerte, che nonostante gli immensi progressi dell'industria, non erano neppure
riuscite a prevenire l'indigenza."
Charles Fourier
Fourier è noto per la proposta di architettura societaria con il Falansterio e
le strade galleria.
Ma le citazioni in epigrafe si riferiscono non all'utopia propositiva,bensì a
quella emancipatoria.
Furier, dopo la ventata rivoluzionaria del 1789, che coincise con il fallimento
dei programmi della "borghesia progressista," rileva con lucidità le
contraddizioni, le illusioni, ma soprattutto il carattere repressivo della
società.
Il "disagio della società" analizzato da Freud negli anni Venti
("L'uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità
per un po' di sicurezza"), viene anticipato dall'utopista francese,
definito da Stendhal "il sognatore sublime". Mentre ieri si spegnevano
i lumi del progresso, oggi sembra brillare la luce del liberismo e del mercato
globale che condiziona governi e organismi internazionali, aumentando
disuguaglianze e ingiustizie.
Per alimentare la luce del mercato e del danaro, unica unità di misura della
"scienza" economica, si rischia di spegnere la vita sulla Terra.
Non servono utopie propositive e consolatorie, non servono ricette per le cucine
del futuro.
Sono trascorsi cinquanta anni dalla fine della seconda guerra mondiale e sono
lontani gli anni delle certezze, gli anni delle ideologie, gli anni delle
speranze in cui fiorivano progetti totalizzanti, le generose intuizioni volte
alla trasformazione del modo di vivere.
Difficilmente potranno ritornare gli anni intensi, gli anni della speranza dei
"disurbanisti" sovietici.
Spenti gli entusiasmi che accompagnavano gli "ismi" e le scuole
d'architettura, concluso il periodo dell'espansione edilizia, l'architetto si
interroga.
Le certezze di ieri vengono sostituite dal dubbio assoluto e dalla divergenza
assoluta.
Esaurita la spinta innovativa dei razionalisti con l'emblematico suggerimento
della coppia Diotallevi-Marescotti : "Ogni cosa al suo posto, un posto per
ogni cosa " , dissolta la vampata postmoderna con l'immagine di
"piazza Italia" a New Orleans che ne costituisce l'indelebile
epitaffio, entriamo nel nuovo secolo senza padri e senza fedi. Con il successo
delle "grandi" opere del "decostruttivismo" la conferma
della travolgente mondializzazione dell'economia è compiuta.
Senza speranza per i non omologabili ?
Ripercorriamo a ritroso alcune tappe del dibattito architettonico alla ricerca
del filo, alla ricerca della ragione e del senso.
La preferenza di Zevi per l'architettura organica di Wright è nota e ha
resistito nel tempo. In quegli anni molti apprendisti architetti erano accecati
dal brutalismo lecorbuseriano e disdegnavano il mimetismo dell'architettura
organica.
Si infittivano i pellegrinaggi in Francia, da Marsiglia a Poissy.
Senza dimenticare la collina incantata : il Weissenhof di Stoccarda ; una specie
di show room dell'architettura razionalista all'aperto.Coperture piane, volumi
puri, poca ironia, bandito con il colore, il piacere della decorazione.
Così tra funzioni e finzioni, si insinuava il dubbio salutare sulla
contraddizione "Ronchamp" e l'espressionismo seducente della torre
Einstein di Mendelsohn.
Quando i vincoli legati al come fare diventavano quasi insopportabili, le
incertezze e i dubbi rischiavano di avere il sopravvento inceppando fantasia e
creatività,una ventina d'anni fa mi sono imbattuto nella prima mostra
internazionale di architettura della Biennale veneziana. Ho intravisto la
possibilità di uscire dalla pericolosa situazione di stallo, svincolandomi dai
rigidi dogmi-verità dell'international style, eludendo le ben radicate regole
del movimento moderno.
Così mi sono lasciato prendere dal piacere della trasgressione.La colorata
eresia con l'inedita libertà compositiva, dai rimandi sia semplicissimi e
infantili, che più complessi e - perché no ? - colti :
Breve stagione.
Puntualmente, alle felici intuizioni dei maestri "apripista", alle
realizzazioni innovative, e seguita la stagione ineludibile degli imitatori
improvvisati , si è irrobustita la schiera degli opportunisti interessati.
Così il messaggio dirompente viene stemperato dagli allievi e vanificato dai
seguaci.
Gli imitatori completano l'opera e trasformano l'innovazione in conservazione.
Ciarlatani prestigiatori di forme e contenuti dilagano, in centro come in
periferia.
Ragionieri dell'indice, del conto in banca, ossessionati dai vincoli
quantitativi cui sacrificare senza incertezze qualità e dignità.
Così si è fatta strada in me la voglia di accantonare il desiderio ossessivo
di fuga in avanti per tornare indietro nel tempo e in giro per l'Europa alla
ricerca delle origini dell'architettura moderna.
Art nouveau, Jugendistil, Modernismo, Art and Craft : le varianti nazionali
dello stesso movimento d'inizio novecento.Da Barcellona a Glasgow, passando per
Bruxelles.
Paradosso : nasce l'architettura moderna (con le prime strutture metalliche) con
il gusto dell'eccesso floreale e contemporaneamente si gettano le basi per un
algido dogmatismo caro a Loos.
Si demolisce la Maison du Peuple di Victor Horta e nello stesso tempo si
costruisce il museo in cui raccogliere i disegni, i frammenti dell'edificio che
fu.
Al suo posto una scintillante quanto anonima banca.
Si cancellano le diverse culture sacrificandone l'identità sull'altare
dell'omologazione allo style internazionale e della zonizzazione per ghetti.
Jane Jacobs, scriveva già quaranta anni fa, che "Nell'architettura, come
nella letteratura e nel teatro, è la ricchezza di varietà umana che dà
vitalità e colore all'ambiente in cui l'uomo vive.
Se si pensa al pericolo della monotonia...il difetto più grave delle nostre
norme di zoning, sta nel fatto che esse permettono che un'intera zona venga
adibita ad un singolo uso".
Negli anni sessanta si faceva strada la convinzione di costruire quartieri
dormitorio alle porte delle città, si consegnava il centro (il salotto buono)
alle banche e agli uffici, il centro storico diventava un comodo contenitore
degli emarginati di turno.
Ieri chi emigrava dal sud d'Italia, oggi dal sud del mondo, si insediava negli
edifici lasciati degradare per essere poi più facilmente demoliti.
La diffusione della motorizzazione privata e della TV hanno completato l'opera.
Il panorama è desolante.Alla mondializzazione dell'economia corrispondono una
massificazione planetaria e una volgarizzazione generalizzata della produzione
architettonica.
In Italia registriamo da anni crescita zero, la popolazione cala, ma c'è sempre
chi riesce a prospettare la necessità di nuovo cemento e di altro asfalto,
manovrando l'esercito di riserva degli addetti al settore. Nel bel paese ( che
detiene il record mondiale di consumo di cemento pro capite all'anno), negli
ultimi quaranta anni si è costruito con una media di 1,7 milioni di vani
all'anno.
Per l'affrancamento della disuguaglianza dobbiamo cercare altre vie, dobbiamo
abbandonare definitivamente il mito dello sviluppo quantitativo illimitato.
Potremo così recuperare la dimensione qualitativa ?
Dalla coscienza di classe alla coscienza di specie : cioè alla consapevolezza
di estinzione che minaccia la specie umana.
Dall'economia all'ecologia.
Dall'economia del più, all'ecologia della società sobria e solidale.
La tecnologia non può risolvere tutto : nulla si crea, nulla si distrugge ( e
penso alla "termodistruzione" dei rifiuti !).
Dobbiamo appropriarci di concetti come l'insostenibilità degli sprechi
energetici, la limitatezza delle risorse e la finita capacità di sopportazione
dell'ambiente ; la strutturale iniquità del modello liberista con i
"rimedi" che i paesi industrializzati (USA in testa) propongono per
ridurre l'eccesso di anidride carbonica .
Chi ha detto che a più case corrisponde un maggior benessere ? A più asfalto
maggior libertà ? Perché gli indicatori della ricchezza di una nazione ( PIL)
non considerano anche parametri quali il benessere e la serenità di una
nazione, perché non vengono conteggiati anche i costi sociali ed ambientali
dello sviluppo dissipativi? Perché il rapporto con la natura deve essere sempre
di dominio ?
Il meglio non sempre coincide con il più.
"Più è meno" sosteneva Mies van der Rohe.
Perché non impegnare risorse ed energie per il riuso ed il restauro del nostro
territorio ?
Nuovi posti di lavoro sono possibili con un uso razionale delle risorse :
dall'impiego di energie rinnovabili, all'uso più equilibrato del territorio,
alla salvaguardia delle foreste e delle coste, abbandonando il modello fondato
sullo spreco e sulla distruzione di risorse irripetibili , fondato
sull'ingiustizia sociale e sulla disoccupazione programmata.
Alcuni anni or sono (erano gli anni delle semplificazioni, con divisioni nette e
il mondo era diviso in due), ero dell'idea che un architetto di intelligenza
media e privo di interessi particolari da difendere, inevitabilmente si sarebbe
trovato sulla "riva sinistra".
Erano gli anni in cui il ministro Sullo aveva osato proporre una legge di
riforma urbanistica che regolasse l'uso del suolo, separando il diritto di
edificare da quello di costruire, quando in Francia e Inghilterra il mercato
immobiliare pubblico si attestava sul quaranta per cento.
Finito in acqua Sullo, successivamente ho avuto modo di conoscere da vicino
molti architetti progressisti e di sinistra e ho imparato che la realtà è
molto più complessa. Il mondo non è in bianco e nero, ci sono i colori e le
sfumature. C'è la partita doppia, l'altra faccia della luna.
Così oggi non mi interessa se un architetto si dichiara di sinistra , quasi
impossibile poi per un professionista attivo ritenersi ambientalista. Come
sfuggire alla sindrome da "tour Eiffel" ?
Molto probabilmente nel 1889 mi sarei unito a chi protestava per il prepotente
inserimento di un'opera non tradizionale nel panorama parigino. Intanto, la
torre di quasi cento milioni di chili metallici è diventata il simbolo di
Parigi e oggi i pronipoti degli ambientalisti di fine secolo insorgerebbero,
come hanno fatto - inutilmente - alcuni anni fa, contro la demolizione dei
mercati generali (les Halles).
Qual è la morale ?
Forse si potrebbe provare, con Fernando Pessoa, a distinguere tra adattati e
disadattati : "Una sola cosa mi meraviglia di più della stupidità con la
quale la maggior parte degli uomini vive la sua vita : l'intelligenza che c'è
in questa stupidità". Prosegue il contabile di Rua dos Douradores :
"Alcuni hanno un grande sogno nella vita e mancano a quel sogno.
Altri non hanno nella vita nessun sogno e mancano anche a quel sogno".
Gli architetti (alcuni, non tutti) sognano di tradurre in realtà fisica e
tridimensionale le proprie intuizioni, i propri sogni.
A questo punto devo riferirmi alla celebre novella delle "Mille e una
notte" in cui Aladino, impossessatosi della lampada, riuscì facilmente in
ciò che agli altri costava fatica.
L'attenzione però vorrei concentrarla sul Genio della lampada.
Il Genio-architetto, per una boccata d'aria, è costretto ad assecondare sempre
e comunque il possessore della lampada, sia esso Aladino o il perfido mago.
Se nella favola tutto finisce bene, con tanto di matrimonio principesco, nella
realtà la sorte del genio della matita è ben diversa, anche se riesce, ogni
tanto, ad ossigenarsi.
Ancora Pessoa :" Tutto quello che cerchiamo lo cerchiamo per ambizione.
Ma quell'ambizione non la si soddisfa mai, e allora siamo dei poveri ; oppure
crediamo di soddisfarla, e allora siamo dei pazzi ricchi".
Edoardo Baraldi 1 agosto 2000