Religionumque sanctitates :

Cic. De natura deorum II, 5.

 

Claudia  Santi

 

Ai fini di una ricognizione del contenuto semantico e dello specifico culturale del lessema latino sanctitas in et� classica, l'opera di Cicerone occupa un posto centrale, non solo in quanto mostra una molteplicit� di significati senza riscontro, ma anche perch� ne testimonia, in modo pressoch� esclusivo, l'esistenza di un plurale  altrimenti  ignoto, in altri autori contemporanei e precedenti, a quanto appare dalla documentazione in nostro possesso. Un esempio si rinviene nel secondo libro del  De natura deorum fra le battute iniziali della perorazione di Q. Caecilius Balbus il quale, appoggiandosi sugli argomenti elaborati della scuola stoica e confutando le teorie della scuola epicurea, si propone di dimostrare innanzi tutto l'esistenza degli dei: essa sarebbe provata, secondo Balbus, non solo dalla perfezione del mondo che richiede la presenza di un'intelligenza regolatrice, ma anche dal consenso universale di tutti i popoli che si esprime attraverso le manifestazioni del culto. Cos�,  osserva Balbus (Cic. De natura deorum II, 5):

in nostro populo et in ceteris deorum cultus religionumque sanctitates  exsistunt in dies maiores atque meliores.

L'importanza di tale plurale, ribadito dal legame sintattico con religio (anch'esso al plurale) ai fini della definizione del concetto di sanctitas (termine astratto e quindi, di norma, singolare) non � stata, a  quanto sembra, sinora sufficientemente rilevata; basta scorrere in rapido esame alcune recenti edizioni nelle principali lingue europee per constatare come all'incertezza esegetica corrispondano traduzioni spesso banali, talvolta anche bizzarre e prive di senso.

Tre esempi:

a)       in francese: le respect des lois religieuses

b)       in inglese:   respect of religion

c)        in  tedesco: die Heilighaltung der religi�sen Gebr�uche

Assumeremo perci� questa espressione  del De natura deorum come punto di partenza ed al tempo stesso come traguardo per la nostra indagine.

 

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In Cicerone  sanctitas ricorre con almeno tre significati principali che possiamo definire:

a)       giuridico-religioso

b)       etico-religioso

c)        filosofico

 

a)       Nel significato giuridico, sanctitas pu� essere riferito sia a luoghi che a persone, in particolare a magistrati; nel primo caso pertiene a  luoghi preservati dall' iniuria,  secondo la nota definizione del Digesto (I, VIII, 8: sanctum est quod ab iniuria hominum defensum atque munitum est).

Cicerone, in particolare, la attribuisce ai sepulcra che la riceverebbero dalla terra stessa alla quale sono fissati e dalla quale non possono essere rimossi. (Cic. Phil., 9, 14: sed statuae intereunt tempestate, vetustate, sepulcrorum sanctitas autem in ipso solo est quod nulla vi moveri neque deleri potest, atque, ut cetera exstinguuntur, sic sepulcra sanctiora fiunt vetustate).

La sanctitas, in questo caso, appare in stretta dipendenza dal significato di sanctum, e sembra corrispondere a "carattere sacro".

Sempre nell'ambito del significato giuridico-religioso, passando dalle cose alle persone, essa appare una prerogativa del magistrato ed in particolare dei tribuni: � l'inviolabilit� che fin dalla sua istituzione qualifica il tribunus plebis  rendendone sacra la persona. La troviamo in riferimento ad un episodio di torbidi nei quali il tribuno si avventura ritenendosi protetto dalla sua carica magistratuale (Cic. Pro Sest.,79: itaque fretus sanctitate tribunatus, cum se non modo contra vim et ferrum sed etiam contra verba atque interfationem legibus sacratis esse armatum putaret, venit in templum Castoris….)

 

b)       Nella sua accezione pi� propriamente etica, sanctitas mostra  uno stretto legame con la religione per il fatto che � proprio l'ambito religioso ad orientare la sfera morakle e ad indicare i valori morali che sono riconosciuti come tali dalla collettivit�. Nel suo significato pi� esteso, sembra assumere un diverso contenuto semantico se riferita ad un uomo o ad una donna.

Per un uomo sembra alludere ad una qualit� assimilabile alla "rettitudine", alla "correttezza della condotta", (Cic. Phil., 13,   4 Cic. Pro Milone, 90); essa si associa ad altre qualit� "civiche" come la prudentia e la dignitas (Cic. Episulae ad familiares 4, 3,  2); pu� costituire anche la "cifra" di una famiglia e tramandarsi di padre in figlio: cos� incontriamo l'espressione patria sanctitas in una lettera di Cicerone che riporta le parole di L. Munatius Plancus (proconsole in Gallia transalpina nel 44 a. C.). Come tutte le qualit� umane tende ad eclissarsi nei periodi di crisi e di travaglio morale e quindi a proiettarsi sempre pi� nella dimensione del passato. E' raro quindi secondo Cicerone trovare, ai suoi tempi, un exemplum veteris sanctitatis.

Sempre nel significato etico-morale, sanctitas, nel caso di una donna, sembra equivalere a "castit�" "morigeratezza"; si trova accompagnata da altre virt�, per cos� dire, matronali: pudor, modestia, pudicitia, temperantia. (Cic. Fin. 2, 22, 73).

 

c)      Il significato filosofico � senza dubbio il pi� recente, dal momento che sanctitas in questo caso opera come calco semantico di un concetto greco. Il suo contenuto non �, tuttavia, agevolmente individuabile in quanto la sfera di sanctitas sembra comprendere una pluralit� di termini greci e non un termine unico: a volte, quindi, sembra possibile riconoscere una corrispondenza con il greco e?s?�e?a (oppure  a???t??, pi� raramente), mentre in altri luoghi, attraverso il riferimento a riscontri che possiamo considerare certi, si viene a recuperare un significato analogo al greco ?s??t??; oltre alla definizione sanctitas  autem est scientia colendorum deorum (Cic. N.D.  I, 116) che richiama la definizione ?s??t?? = ep?st?�? t??a t?? ??e?? te ?a? e???s?a? del dialogo platonico Eutifrone (Eutyphro 14c), indirizza verso questo termine anche il richiamo alle opere di Epicuro, cui viene attribuito, sempre da Cicerone (N.D. I, 115) uno scritto de sanctitate che dovrebbe tradurre il pe?? ?s??t?t?? nel catalogo degli scritti epicurei di Diogene Laerzio (X, 27). Il caso del calco semantico, tuttavia, nonostante il suo interesse ai fini di un percorso di semantica storica, va definito e circoscritto entro limiti ben precisi, tenendo conto di due fattori: 1) se Cicerone utilizza sanctitas per esprimere la nozione di ?s??t?? � perch� coglie un contenuto semantico assimilabile; 2) ci� non di meno il punto di vista primario � quello del greco, e dunque il termine prescelto come medium si deve adattare ad esprimere un concetto che non appartiene originariamente alla realt� romana. Tale precisazioni appaiono necessarie per non commettere l'errore di prospettiva di prendere per definizioni autentiche le glosse che accompagnano il termine (come quella che abbiamo citato in precedenza) e che quindi pi� che svelare il senso recondito del concetto latino, evidenziano il punto di contatto con la realt� del termine greco. Al pari dell'interpretatio romana per quanto riguarda gli dei di altre popolazioni, sarebbe illusorio e fuorviante ritenere di poter ricostruire la personalit� e la teologia di divinit� specificatamente romane, partendo dall'accostamento che viene proposto da autori latini con divinit� ad es. del pantheon dei Germani.

Mentre il significato filosofico sembra configurarsi come un apporto personale e originale di Cicerone, i due significati - giuridico-religioso ed etico-religioso sono confermati da altri autori, anche successivi, che tuttavia mostrano un uso meno specifico e pi� generico.

 

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I significati che siamo andati registrando nell'opera ciceroniana testimoniano di una fase in cui appare una stretta interconnessione (e quasi interdipendenza) tra l'ambito religioso e gli ambiti giuridico da una parte ed etico dall'altra.  La comparazione i.e. sembra confermare, nelle lingue ove � possibile riconoscere una funzionalit� della radice *sak- (da cui anche *sak-ro, stessa radice *sak-  con due processi di formazione diversi, cfr. D�LL:  sacer sta a sancio pressappoco come *tagro sta a  tango in in-teg-er;), una situazione analoga. Di particolare interesse appaiono il sostantivo ittita šaklai "rito, costume, legge" e l'aggettivo sempre ittita šakuwassar(a) "corretto, intero, legittimo, indenne, leale", che se sono da accettare le interpretazioni proposte dagli specialisti del settore, avvalorerebbero l'ipotesi di un significato giuridico-religioso ed etico-religioso originario. (Per l'assiro saknu "funzionario-sacerdote" sembra doversi ipotizzare piuttosto un prestito dall'area kurdica). Il caso del germanico *sahn- "fare un trattato, una pace", mostrerebbe, al contrario, una specializzazione in ambito giuridico-religioso, mentre il greco ????? a???? non appare recuperabile per una comparazione con il latino sacer/sanctus se non a prezzo di rinunciare all'accostamento con il skr. yajati (= sacrificare). Gli studiosi sono perci� divisi tra chi propende per valorizzare il rapporto gr. - lat. a svantaggio di quello gr.-skr e viceversa. La comparabilit� tra le lingue i.e., inoltre, si ferma a livello di radice *sak- in quanto in nessun altro sistema linguistico, stante almeno alla documentazione in nostro possesso, appare possibile rinvenire un percorso analogo a quello del latino dove, a partire da una unica radice, si � verificato uno sdoppiamento che ha avviato due percorsi distinti (anche se non separati, cfr. il caso di sacrosanctus).

Parafrasando Pagliaro possiamo perci� possiamo attribuire a Roma ci� che egli afferma per la Grecia, ossia l'illusoriet� del fatto che quanto avvenuto in altre lingue possa giovare a farci intendere in pieno il processo che si � attuato nel latino, tanto particolare � la fisionomia della religione romana nei confronti di quella degli altri popoli i.e., con un universo concettuale avente carattere distintivi assai spiccati, e profondamente diversi da quelli di altre aree. Questa constatazione ci induce pertanto a proseguire il percorso di indagine, mantenendoci all'interno del latino, passando ad esaminare i rapporti interni tra i derivati nominali del radicale sanc-sanct-.

 

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Dal radicale sanc-sanct- sono attestati in latino quattro derivati nominali:

sanctio; sanctitudo; sanctimonia; sanctitas. Una serie cos� ampia sembra un caso isolato.

Ai fini di un'indagine tesa al recupero di una stratificazione cronologica e di una specializzazione funzionale, il termine sanctio sembra avere il maggior grado di antichit� in quanto il suffisso -tio, nella classificazione del Leumann, � un suffisso che si utilizza per radici verbali e quindi si ricollegherebbe direttamente a sanc-, laddove gli altri derivati  presupporrebbero una forma sanct-us gi� assimilata ad aggettivo.

Nel nomen actionis in -ti, inoltre,   sarebbe da riconoscere, secondo l'analisi di Benveniste, una sfumatura oggettiva rispetto al derivato in -to che si caricherebbe di una sfumatura soggettiva (es. factio "azione del fare", ma factus "maniera in cui qualcosa � costruito"). Non ci sorprende, allora, il fatto di non incontrare nella serie il termine in -tus, che oltre ad innescare un processo di confusione con il participio (molto usato anche come aggettivo) avrebbe potuto, nella prospettiva proposta da Benveniste, richiamare una sfera della soggettivit� che forse si voleva evitare. Solo per termine sanctio appare inoltre possibile indicare un valore giuridico-religioso, fissato in epoca arcaica in modo definitivo.

Quanto agli altri tre termini, Gellio ce ne  testimonia la sostanziale convergenza a livello semantico riferibile alla sua epoca (Gell. Noct. Att. XIII, 19 "Tanta" inquit "sanctitudo fani est, ut numquam quisquam violare sit ausus." "Sanctitas" quoque et "sanctimonia" non minus Latine dicuntur, sed nescio quid maioris dignitatis est verbum "sanctitudo",  ribadita per "sanctitudo" an "sanctitas" in Gell. Noct. Att. XVII, 2). Ci�, come abbiamo detto � valido per la sua et�; ma � sempre stato cos�? L'esame delle occorrenze sembra mostrare una situazione pressappoco uguale anche in Cicerone: egli � uno dei pochi autori in cui compare la serie completa, ma in un numero cos� limitato di attestazioni che diviene impossibile ordinare le risultanze in sistema: sanctimonia ricorre solo nei discorsi (tre volte) con significato   etico-religioso (in associazione con diligentia, Cic.  ad Quinct. 17, e con pudor, Cic. ad Quinct. 93) e in un caso con un'utilizzazione assai singolare, per definire la venerabilit� quasi divina attribuita alle mentes dei sapientissimi viri e dei fortissimi cives (Cic. Rab. Perd., 30: quapropter equidem et C. Mari et ceterorum virorum sapientissimorum ac fortissimorum civium mentis, quae mihi videntur ex hominum vita ad deorum religionem et sanctimoniam demigrasse, testor me pro illorum fama, gloria, memoria non secus ac pro patriis fanis atque delubris propugnandum putare).

Il termine sanctitudo si rinviene in unica attestazione nell'accezione giuridico-religiosa nel de republica (IV, 8), in riferimento alla sanctitudo sepulturae stabilita dallo ius pontificium; con la stessa accezione ricorre anche l'espressione sanctimonia nuptiarum nella retorica ad Herennium (Herenn. 33, 44).   Se non appare possibile tracciare le linee di una specializzazione semantica che non sembra deducibile dai dati, appare tuttavia possibile, attraverso la grammatica storica, individuare degli stadi e degli strati che ci indichino una cronologia relativa tra i termini. Infatti i suffissi -tudo e -monia appaiono legati ad una  fase arcaica della lingua latina:  gli astratti in -tudo sono considerati popolareschi ed arcaici da Stolz e per questo egli ritiene che vengano recuperati negli scritti arcaicheggianti di Cicerone (e dell'epoca successiva) anche se gi� in disuso, mentre Devoto riferisce all'et� di Plauto il processo di mettere ordine tra suffissi equivalenti e concorrenti, processo che avrebbe ridotto la presenza nella lingua latina degli astratti in -monia i quali avrebbero risentito sfavorevolmente della loro "pesantezza".  In tale prospettiva sanctitas si presenterebbe, all'epoca di Cicerone, come termine concorrente sia dell'uno che dell'altro, assimilandone i significati ed assumendone degli altri suoi specifici. A fronte di ci�, la sua utilizzazione appare relativamente limitata; non compare, infatti,  ad es. in Plauto, n� in Varrone n� in Lucrezio (nonostante il maestro Epicuro avesse trattato l'argomento, secondo la testimonianza ciceroniana), n� in Virgilio, che mostra di preferire l'aggettivo sanctus; � usata otto volte da Livio.

Negli scritti ciceroniani, il termine si  manifesta con una pi� elevata presenza ed uno spettro semantico pi� ampio e ci� ha fatto ritenere che Cicerone rappresenti il punto finale di un percorso per noi non sempre facilmente ricostruibile; si rinviene indifferentemente nelle Epistulae (2 volte) nei discorsi (7 volte) e nelle opere filosofiche (11 di cui:  8 nel de natura deorum;  1 nel de officiis; 1 nel de finibus; 1 nei Topica).

Il de natura deorum ci testimonia la pi� alta frequenza del termine, contro l'uso sporadico che si rinviene negli altri trattati filosofici; in particolare, scorporando i dati, si ottiene che di 8 occorrenze complessive, 3  compaiono nell'esordio, 4 nel I libro, 1 nel II e nessuna nel III.

Se si tiene presente la struttura dell'opera, si pu� dedurre che il tema della sanctitas dovesse avere una certa importanza per l'accademico Cotta e per gli stoici, dei quali Cotta riprende talvolta gli argomenti in contrapposizione con le tesi Epicuree. In tal caso tuttavia il termine sembra usato nel suo significato filosofico e quindi in un senso che pu� non rispecchiare fedelmente il punto di vista autenticamente romano. Pertanto, in una gerarchia delle fonti interna al percorso ciceroniano ci sembra che il valore autentico di   sanctitas sia da ricercarsi nell'esordio, dove  essa appare solidale e strettamente connessa con due concetti peculiari e specifici della sfera religiosa, pietas e religio . Cicerone, in particolare, critica la posizioni dei filosofi che negano l'esistenza della provvidenza divina, e obietta che, se fosse vero il loro parere non potrebbero pi� esistere n� pietas n� sanctitas n� religio (Cic. N.D. 1, 3 quorum si vera sententia est, quae potest esse pietas, quae sanctitas, quae religio?; Cic. N.D. 1, 2, 3: cum qua (pietate) simulet sanctitatem et religionem tolli necesse est) In definitiva, quello che Cicerone ribatte alla scuola filosofica epicurea � la possibilit� che esista una moralit�, che potremmo definire con un termine moderno "laica", ossia non sostenuta dall'idea religiosa, ma anche giuridica, di una reciprocit� di rapporti tra gli dei e gli uomini. Dal passo in esame, risulta chiaramente che sanctitas e religio sono manifestazioni della pietas e che la pietas � fondamento sia dell'una che dell'altra. In questo (e nella de  finizione di Cic. Top. 23, 90) ritengo risieda la nozione autenticamente ciceroniana di sanctitas. Se ci� � vero, essa appare saldamente ancorata all'ambito etico-religioso in relazione con quella  di pietas e di religio e trova forma solo in questa relazione: la pietas, come adeguamento ad un ordine che potremmo definire cosmico, si pu� configurare quindi come presupposto e come motivazione interna di una retta condotta e di una comportamento religioso corretto. Non a caso sanctitas, nell'enumerazione ciceroniana, occupa la posizione centrale della sequenza, a testimoniare la sua dipendenza da pietas da una parte, (cfr. anche Cic. Nat.deorum  I, 4), ma anche la solidariet� con religio come espressioni particolari di una pre-disposizione pi� larga e complessiva. Questo rapporto solidale � ribadito in un locus della pro Plancio laddove Cicerone  associa in un'unica definizione gli uomini sancti e religionum colentes, ossia quelli che qui meritam dis immortalibus gratiam iustis honoribus et memori mente persolvunt (Cic. pro Planc. 80).

 

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Emerge allora la peculiarit� dell'espressione sanctitates religionum dove il legame di solidariet� ed il rapporto di paratassi si � trasformato in rapporto di subordinazione di un termine sull'altro (e di una nozione sull'altra). Pu� darsi che in questo caso siamo di fronte esclusivamente ad una un'espressione ridondante ed enfatica. Ma pu� anche scorgersi un significato pi� innovativo di sanctitas e pi� tecnico di religio. Dobbiamo ricordare a tale proposito come la prosa ciceroniana offra almeno un altro esempio di un astratto al plurale  con il significato di un concreto: si tratta di honestates civitatis (Cic. Pro Sest.  109) che vale "i cittadini onesti" (ma anche "i magistrati della citt�", stante honos=magistratura). Nel nostro caso, nel plurale in questione sarebbe quindi da rinvenire pi� che una qualit� morale (come sono i significati di sanctitas fin qui ricavati) il suo risvolto nel concreto, ossia i comportamenti morali (come riflesso dell'osservanza di regole che promanano dall'ambito religioso). Ora, correlato a questo, tra i valori che religio viene ad assumere, ci sembra pi� coerente con il contesto, il significato indagato da Sabbatucci, in cui religio equivale a "culto rivolto ad una divinit� particolare" o anche "esclusiva" (cfr. l'espressione religio Cereris usata talvolta per indicare i misteri eleusini). In tal senso, come � noto, sar� adottato dai Cristiani per definire la loro religione (gi� denominata religio dai Romani perch� avente i caratteri di venerazione di una divinit� unica). Se la nostra interpretazione � giusta, il  sintagma religionum sanctitates starebbe ad indicare quei comportamenti etico-religiosi tipici della venerazione per una divinit� particolare. Potrebbe cos� cogliersi, in coerenza con il contesto che raggiunge un'ampiezza ecumenica estesa a tutti i popoli e non solo limitata al popolo romano (in nostro populo et in ceteris), lo sforzo di comprendere tutte le forme devozionali, anche le pi� lontane dalla religione della civitas, anche quelle in cui le manifestazioni del culto esteriore sembrano rimosse a vantaggio di una scrupolosa e onnipervasiva regola di vita (come ad es. nel caso di alcuni culti misteri e della religione ebraica). Ci� testimonierebbe della sensibilit� religiosa ciceroniana (peraltro, come sappiamo, iniziato ai misteri eleusini) e  della consapevolezza che egli ha del carattere "dinamico" della religione ( cfr. nella stessa frase in dies maiores atque meliores ). Nella profondit� del suo pensiero, inoltre, Cicerone riesce a cogliere il punto di svolta rappresentato, a livello religioso, dall'epoca sillana. Come � noto, infatti, il dialogo si immagina ambientato tra il 676 e il 679 a.U.c., ossia proprio in un arco di anni che si pongono a ridosso di tale et�. Ora � proprio in questo periodo che, secondo molti autorevoli storici delle religioni, si pone l'introduzione del culto isiaco a Roma; del resto Silla aveva altres� promosso l'integrazione, all'interno del pantheon romano, della dea M�, enigmatica e sanguinaria divinit� venerata in Cappadocia, che i Greci avevano identificato ora con Enyo ora con Athena, e che i Romani, assimilarono a Bellona. Nuove figure divine venivano introdotte accanto agli dei patri e divinit� tradizionali venivano orientate nel senso di fornire il loro carisma non pi� alla civitas bens� ad suo civis sovraordinato sugli altri: si pensi alla "personalizzazione" del rapporto che lega Silla ad Apollo ed alla particolare devozione che egli aveva per Venus, devozione ribadita tra l'altro dall'aggettivo epaphroditos che rende in greco l'appellativo Felix di cui Silla am� fregiarsi. Questa atmosfera di incertezze  e di nuovi orizzonti spirituali �, a nostro giudizio, ben rappresentata da Cicerone, con una tensione verso l'altro da s�, proprio nel momento in cui cominciavano a manifestarsi i germi di importanti trasformazioni che avrebbero finito per stravolgere la fisionomia della religione tradizionale.

 

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