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Simulazione del Vangelo di Marco

Spazio Libero - Venerdì 14 Gennaio 2005

 

Marco - Capitolo 4

Rileggiamo il capitolo 4.

 

Ancora sulla parabola del seminatore

[18]Altri sono quelli che ricevono il seme tra le spine: sono coloro che hanno ascoltato la parola, [19]ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l'inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie, soffocano la parola e questa rimane senza frutto.

Mentre discutiamo sul significato di questo versetto, Pietro interviene, dicendo che questo è un messaggio per coloro che ascoltano, non per noi: lui infatti ha già rinunciato a tutti i suoi beni per Gesù. Pietro ci fa notare di essere in prima linea al fianco di Gesù, e che gode di un privilegio particolare, quello di essere stato chiamato per primo. Ci descrive la sua chiamata, l'episodio della pesca miracolosa, la grande commozione che ha provato all'annuncio di Cristo: "Ti farò pescatore di uomini". Sa di essere importante, speciale, nei piani di Gesù. E rivendica la sua autorità sui discepoli.

La bramosia di Pietro

Involontariamente, quindi, Pietro ci illustra il suo intenso desiderio di leadership. Con la stessa intensità con cui Pietro è affascinato da Gesù, egli aspira ad affascinare gli altri discepoli, gli altri uomini. Anzi, non si può più parlare di aspirazione: Pietro si sente già investito di un'autorità superiore, che gli viene dalla chiamata di Gesù e che egli vuole esercitare sugli altri: è solo questione di tempo, poi egli sarà certamente "pescatore di uomini".
Questa sua imitazione di Cristo non è sana, perché Pietro non ha ancora colto la caratteristica fondamentale e paradossale della leadership di Cristo, quella caratteristica nascosta ad esempio nella parabola del seme di senapa: il seme, per dare i suoi frutti, deve prima essere sepolto. Quale sarà la sua reazione quando questo aspetto verrà a galla in modo esplicito?

La tempesta sedata

[35]In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: "Passiamo all'altra riva". [36]E lasciata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. [37]Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. [38]Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: "Maestro, non t'importa che moriamo?". [39]Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: "Taci, calmati!". Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. [40]Poi disse loro: "Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?". [41]E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: "Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?".

La paura degli apostoli nella tempesta

Dopo esserci confrontati con Pietro, siamo passati a parlare della tempesta, e abbiamo riportato le nostre impressioni. Ci siamo soprattutto sforzati di capire il comportamento di Gesù, ma senza grande successo. Per decifrare l'evento della tempesta e spiegare un po' alcuni elementi emersi durante la simulazione, è molto utile leggere un testo cui però non abbiamo fatto riferimento durante la simulazione: il racconto su Giona.


CAPITOLO 1

[1]Fu rivolta a Giona figlio di Amittai questa parola del Signore: [2]"Alzati, và a Ninive la grande città e in essa proclama che la loro malizia è salita fino a me". [3]Giona però si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s'imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore.

[4]Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e ne venne in mare una tempesta tale che la nave stava per sfasciarsi. [5]I marinai impauriti invocavano ciascuno il proprio dio e gettarono a mare quanto avevano sulla nave per alleggerirla. Intanto Giona, sceso nel luogo più riposto della nave, si era coricato e dormiva profondamente. [6]Gli si avvicinò il capo dell'equipaggio e gli disse: "Che cos'hai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo". [7]Quindi dissero fra di loro: "Venite, gettiamo le sorti per sapere per colpa di chi ci è capitata questa sciagura". Tirarono a sorte e la sorte cadde su Giona. [8]Gli domandarono: "Spiegaci dunque per causa di chi abbiamo questa sciagura. Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?". [9]Egli rispose: "Sono Ebreo e venero il Signore Dio del cielo, il quale ha fatto il mare e la terra". [10]Quegli uomini furono presi da grande timore e gli domandarono: "Che cosa hai fatto?". Quegli uomini infatti erano venuti a sapere che egli fuggiva il Signore, perché lo aveva loro raccontato. [11]Essi gli dissero: "Che cosa dobbiamo fare di te perché si calmi il mare, che è contro di noi?". Infatti il mare infuriava sempre più. [12]Egli disse loro: "Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia". [13]Quegli uomini cercavano a forza di remi di raggiungere la spiaggia, ma non ci riuscivano perché il mare andava sempre più crescendo contro di loro. [14]Allora implorarono il Signore e dissero: "Signore, fà che noi non periamo a causa della vita di questo uomo e non imputarci il sangue innocente poiché tu, Signore, agisci secondo il tuo volere". [15]Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. [16]Quegli uomini ebbero un grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e fecero voti.

CAPITOLO 2

[1]Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. [2]Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore suo Dio [3]e disse:

"Nella mia angoscia ho invocato il Signore
ed egli mi ha esaudito;
dal profondo degli inferi ho gridato
e tu hai ascoltato la mia voce.
[4]Mi hai gettato nell'abisso, nel cuore del mare
e le correnti mi hanno circondato;
tutti i tuoi flutti e le tue onde
sono passati sopra di me.
[5]Io dicevo: Sono scacciato
lontano dai tuoi occhi;
eppure tornerò a guardare il tuo santo tempio.
[6]Le acque mi hanno sommerso fino alla gola,
l'abisso mi ha avvolto,
l'alga si è avvinta al mio capo.
[7]Sono sceso alle radici dei monti,
la terra ha chiuso le sue spranghe
dietro a me per sempre.
Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita,
Signore mio Dio.

[11]E il Signore comandò al pesce ed esso rigettò Giona sull'asciutto.


Non voglio dilungarmi troppo. Mi limito a osservare delle simmetrie (somiglianze e opposizioni speculari) tra le storie di Giona e di Gesù, e ricordo che i discepoli, da bravi israeliti, conoscevano la storia di Giona:

GIONA

Si trova in una tempesta…
… e dorme.
Gli altri passeggeri (i marinai) presi dal panico lo svegliano.
Tirano a sorte e scoprono che lui ha la "colpa" della tempesta.
Lo gettano a mare, e lui è consenziente.
Rimarrà nel ventre del pesce per 3 giorni
Dio comanda al pesce di liberare Giona
Dio ferma la tempesta

GESÙ

Si trova in una tempesta…
… e dorme.
Gli altri passeggeri (i discepoli) presi dal panico lo svegliano.
I soldati che lo crocifiggerano, tireranno a sorte per spartirsi la sua tunica.
La folla lo fa crocifiggere, ma lui è totalmente ed evidentemente innocente.
Rimarrà nel ventre della terra per 3 giorni
Dio risorge Gesù dai morti
Gesù stesso ferma la tempesta

Marco - Capitolo 5

L'indemoniato di Gerasa

[1]Intanto giunsero all'altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni. [2]Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. [3]Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, [4]perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. [5]Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. [6]Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, [7]e urlando a gran voce disse: "Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!". [8]Gli diceva infatti: "Esci, spirito immondo, da quest'uomo!". [9]E gli domandò: "Come ti chiami?". "Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti". [10]E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione.

[11]Ora c'era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo. [12]E gli spiriti lo scongiurarono: "Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi". [13]Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l'altro nel mare. [14]I mandriani allora fuggirono, portarono la notizia in città e nella campagna e la gente si mosse a vedere che cosa fosse accaduto.

[15]Giunti che furono da Gesù, videro l'indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. [16]Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all'indemoniato e il fatto dei porci. [17]Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. [18]Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo pregava di permettergli di stare con lui. [19]Non glielo permise, ma gli disse: "Và nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato". [20]Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli ciò che Gesù gli aveva fatto, e tutti ne erano meravigliati.

Un ritorno non gradito

Cos'è la Decapoli? Si tratta di 10 città grecoromane; un territorio non giudeo, quindi, situato nella zona della Palestina a sud del mare della Galilea. I Greci ci abitavano dal 200 a.C., e nel 63 i Romani liberarono alcune città dai Giudei. La presenza di porci indica proprio che la zona è abitata da gentili, cioè da coloro che non sono Giudei di nascita.
Durante la simulazione abbiamo impersonato i cittadini di Gerasa, che è una delle città della Decapoli, nel momento in cui il geraseno guarito torna, per ordine di Gesù, ad "annunziare ciò che il Signore gli ha fatto".

L'accoglienza che gli riserviamo non è per niente ospitale. Per noi la sua malattia non può essere sparita tanto facilmente e vogliamo impedirgli di tornare alla sua casa, anzi siamo pronti a ricacciarlo lontano dalla nostra comunità. Noi siamo sinceramente convinti che lui, l'indemoniato, è il responsabile delle cose che non vanno, delle calamità, delle malattie. Egli ha certamente peccato; per questo attira su di sé il male e la vendetta degli dei e contagia tutto ciò che tocca. Dev'essere eliminato dalla comunità. Come in passato, anche oggi, cacciare l'indemoniato via di qui non può che salvarci dai pericoli.

Questo è ciò che i Geraseni ritengono certo, è la loro verità, perché hanno sperimentato che "funziona": espellere il colpevole Geraseno è un bene per la comunità, perché il male sparisce con lui. Essi cercano spiegazione di ciò dentro al loro quadro religioso: il Geraseno è indemoniato. Ma la verità è un'altra.

Cosa ci sta sotto

Dobbiamo spiegare perché l'espulsione raggiunga il suo scopo: allontanare il male dalla società. Ma cos'è questo male? Le calamità? Il contagio di una malattia? Il malessere della loro comunità, di cui imputano la colpa all'indemoniato, è solo rappresentato dalle calamità esterne: tale malessere consiste invece nelle lotte intestine di cui essi stessi sono responsabili. Infatti possiamo senza fatica immaginare come le stesse persone che, adesso, insieme, rifiutano il ritorno del geraseno sanato (sicuramente quelle stesse che lo avevano emarginato e cacciato negli anni passati), per tutto il resto dell'anno siano divise tra di loro, da odi, invidie, rivalità. Se quest'odio continuasse a circolare liberamente, esso crescerebbe esponenzialmente e ben presto la comunità si consumerebbe in vendette interne. Se invece quest'odio finisce per essere ancora una volta concentrato sul geraseno, allora gli abitanti della Decapoli saranno salvati dalla loro stessa divisione interna, tramite la violenza su un solo essere. Egli è l'occasione per abbassare il livello di odio reciproco, perché permette ai Geraseni di ritrovare l'unità contro di lui. Naturalmente, essi non hanno bisogno di sapere che le cose stanno così: per far funzionare le cose, basta che essi ritengano il Geraseno davvero colpevole (cioè devono continuare a considerare il povero espulso come l'incarnazione dei peggiori demoni e il responsabile del male) e che seguano alla lettera le loro prescrizioni rituali (e qui ci si può chiedere da dove vengano...).

L'opera di Gesù

La reintegrazione del Geraseno, invece, va nella direzione opposta: a un primo livello, il meccanismo di sfogo della violenza interna si inceppa (se l'indemoniato è guarito non può più essere espulso); a un livello ancora più profondo, la verità oggettiva (l'espulso è innocente di ciò di cui lo si accusa, è solo un capro espiatorio) viene a frantumare la verità creduta dalla comunità, ciò che la tiene insieme! Con la guarigione dell'indemoniato di Gerasa, e con i tanti altri casi del genere che abbiamo incontrato nelle precedenti simulazioni, Gesù sembra riportare il caos nelle comunità in cui opera, perché le priva di vittime su cui scaricare la propria violenza. Perché lo fa?

 

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