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Spazio Libero
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Il meccanismo mimetico in funzione
Vorremmo ora entrare nel vivo della sua teoria, chiedendole di illustrarci la differenza tra meccanismo mimetico e desiderio mimetico.
Temo che l’espressione meccanismo mimetico venga usata in maniera un po’ troppo generica. Con essa viene inteso l’intero processo che parte dal desiderio mimetico, si trasforma successivamente in rivalità mimetica, arriva quindi a un momento di culmine nella crisi mimetica e si risolve infine attraverso il capro espiatorio. Per meglio comprendere tutti gli stadi del meccanismo mimetico dobbiamo partire dalla distinzione fondamentale tra desiderio e appetito. Appetiti quali quello per il cibo o il sesso hanno carattere fisiologico e non sono necessariamente legati al desiderio. Però non appena appare un modello da imitare, qualsiasi appetito può venire contaminato dal desiderio mimetico. La presenza del modello è l’elemento chiave della mia teoria. Essendo, per sua natura, il desiderio sempre imitativo, il soggetto desidererà lo stesso oggetto posseduto o desiderato dal suo modello. Ora, il soggetto può trovarsi nello stesso mondo in cui si trova il suo modello oppure in un mondo diverso. Se si trova in un mondo diverso non potrà entrare in possesso dell’oggetto del suo modello, e con quest’ultimo potrà sviluppare solamente quella che io chiamo una relazione di mediazione esterna. Quando il soggetto e il suo modello, poniamo la sua star cinematografica preferita, si trovano in mondi diversi, un conflitto diretto tra soggetto e modello è fuori questione e la mediazione esterna finisce per essere un rapporto positivo, o per lo meno non conflittuale. Se invece il soggetto si trova nello stesso mondo e a contatto con il proprio modello, l’oggetto del comune desiderio gli sarà accessibile e inevitabilmente nascerà una rivalità tra i due. Questo tipo di rivalità, che io chiamo di mediazione interna, è un meccanismo che si autoalimenta. Essendo il soggetto e il modello vicini sia fisicamente che psicologicamente, la mediazione interna tenderà a diventare sempre più simmetrica: il soggetto imiterà il modello e il modello a un certo punto comincerà a imitare il soggetto. Alla fine il soggetto diventerà il modello del suo modello, e in successione l’imitatore diventerà imitatore del proprio imitatore. Nei meccanismi di rivalità mimetica ci si muove sempre verso una maggiore simmetria e di conseguenza verso un conflitto più intenso, in quanto la simmetria non può che produrre dei doppi. I doppi si creano nel momento in cui l’oggetto scompare nella foga della rivalità: i due rivali, sempre più preoccupati di sconfiggersi l’un l’altro, non badano più a ottenere l’oggetto della contesa, che a quel punto diventa irrivelante, un puro pretesto al montare della disputa. In questo modo i due rivali diventano sempre meno differenziati e sempre più identici: doppi, appunto. La crisi mimetica è sempre una crisi di indifferenziazione, che si crea quando i ruoli del soggetto e del modello si riducono a quelli di rivali. E tale indifferenziazione è resa possibile dalla scomparsa dell’oggetto nella disputa.
Questa è un’ipotesi che contraddice la moderna concezione del desiderio come autentica espressione del sé.
La domanda che ci si può porre è la seguente: che cos’è il desiderio? Il mondo moderno è arci-individualista e pretende che il desiderio sia strettamente individuale, unico. In un certo senso, se così fosse, l’attaccamento all’oggetto del desiderio sarebbe predeterminato: se il desiderio fosse soltanto mio, esclusivo, finirei per desiderare sempre le stesse cose, ciò che mi piace o che mi soddisfa. Ma un desiderio inteso in questo modo non è molto diverso dall’istinto, presente in ogni meccanismo biologico. Per avere mobilità del desiderio in relazione sia agli appetiti che agli istinti è fondamentale l’imitazione, e quindi la presenza di un modello – o di più d’uno, in quanto ognuno può averne in numero indefinito. Il desiderio mimetico è il solo tipo di desiderio che può essere libero, cioè essere vero desiderio, perché deve scegliersi un modello. Spesso questo non viene compreso, perché solo raramente consideriamo le prime fasi dello sviluppo umano: tutti i bambini hanno appetiti, hanno istinti, e sono immersi in uno specifico ambiente culturale dal quale imparano, imitando adulti o coetanei. Imitazione e apprendimento sono inseparabili. La rivalità mimetica appare evidente non appena il bambino comincia a interagire con i propri coetanei. Con gli adulti il bambino mantiene un rapporto di mediazione esterna, ossia di imitazione positiva, mentre sviluppa una mediazione interna, cioè imitazione e rivalità, con i suoi coetanei. Il primo filosofo che ha definito con efficacia questo tipo di rivalità mimetica è stato sant’Agostino nelle Confessioni, in cui racconta di due bambini allattati dalla stessa balia: nonostante il latte sia più che sufficiente per entrambi, i due piccoli se lo contendono, ognuno di loro lo vuole consumare tutto in modo da impedire all’altro di averne anche solo una goccia.[1] Come ho scritto in Vedo Satana cadere come la folgore, l’ultimo comandamento del Decalogo è a mio parere molto importante in questa considerazione:[2] “Non desiderare la casa del tuo prossimo, non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo” (Es 20, 17).[3] È la nascita del concetto di desiderio mimetico: la legge comincia enumerando uno per uno gli oggetti che non devono essere desiderati. Ma una lista puntuale di tutti gli oggetti proibiti sarebbe lunghissima e senza scopo, e la legge se ne rende conto. Così interrompe l’elenco e fissa il centro polare del concetto imitativo nell’idea del prossimo e di tutto ciò che gli appartiene. L’ultimo dei comandamenti chiude la lista proibendo di desiderare “cosa alcuna che appartenga al tuo prossimo”. Non l’avevo mai notato prima di scrivere il mio ultimo libro, ma questo comandamento pone un veto esattamente nei confronti del desiderio mimetico. E quelli che vengono prima del decimo? “Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare. Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo” (Es 20, 13-16). Anche questi quattro descrivono crimini contro il prossimo: ucciderlo, rubargli la moglie, rubargli ciò che gli appartiene, calunniarlo. Quale principio li guida? Il decimo comandamento se lo chiede e lo scopre: il desiderio mimetico. Le ultime parole, “cosa alcuna che appartenga al tuo prossimo,” mettono il prossimo, il modello, in primo piano. La nozione del desiderio mimetico esiste già nell’Antico Testamento. Quando i Vangeli parlano in termini di imitazione e non di proibizione, quello che viene messo in campo è lo stesso principio enunciato nel decimo comandamento. Di solito si assume, a torto, che nel Vangelo imitazione significhi solo imitazione di Cristo. Questo ci priverebbe del desiderio non imitativo. Ma non è così. Quello di cui ci priva in realtà è lo skándalon, cioè la rivalità mimetica.[4] Il Vangelo ci invita a scegliere il modello che ci proteggerà dalla rivalità mimetica, invece che incoraggiarla, cioè Cristo. Non che un modello che incoraggi la rivalità mimetica sia necessariamente peggiore di noi, magari è anche migliore, però desidera alla stessa maniera in cui noi desideriamo: egoisticamente, avidamente. E questo è ciò che finiremo per imitare, il suo egoismo. È un cattivo modello per noi, esattamente come noi saremo un cattivo modello per lui, soprattutto quando, con l’intensificarsi della rivalità, si instaurerà inevitabile il processo di “sdoppiamento”, di imitazione reciproca dei rivali. [1] Cfr. Sant’Agostino, Confessioni, i, 7: “io vidi e studiai un bambino geloso: non parlava ancora e guardava pallido con occhio dispettoso il suo compagno di latte. Chi non conosce cose simili?”. [2] Cfr. R. Girard, Vedo Satana…, cit., pp. 25-26. [3] La versione della Bibbia qui citata è quella della Conferenza Episcopale Italiana (CEI). Dove non specificato altrimenti, ci rifaremo a questo testo nel corso di tutto il libro. [4] Skándalon significa “trappola”, “tentazione a peccare”, “falsa credenza”. Cfr. Greek-English Lexicon of the New Testament and Other Early Christian Literature, a cura di W.F. Ardt e F.W. Gingrich (4a edizione), 1952. Per la discussione di questa nozione si rimanda al capitolo 6. |