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Un'introduzione alla teoria di René Girard

Ultimamente in Italia sia a destra, con Buttiglione, che a sinistra, con Vattimo, si cita Girard. In entrambi i casi con ammirazione. Riassumo qui grossolanamente la sua teoria. Premetto che nel mio riassunto si perde tutta la forza chiarificante che si può avere solo leggendo le riflessioni e gli esempi di un Autore in uno dei suoi libri.

 

IL DESIDERIO MIMETICO

Girard ha iniziato come prof di letteratura francese in USA. Aveva preparazione relativamente scientifica (paleografo); allora invece di fare come tutti, che cercano le differenze tra un romanziere e un altro per dimostrarne l'originalità, si è messo a cercare ciò che li unificava. E ha trovato che i desideri dei personaggi dei romanzi, quando i romanzi sono capolavori, non sono lineari (cioè spontanei dal soggetto all'oggetto, come insegna il romanticismo) ma triangolari, e in particolare imitativi: il soggetto, dato che non sa cosa può renderlo felice, inizia a desiderare un oggetto che è già desiderato da una persona per lui prestigiosa (il mediatore). Girard parla di desiderio mimetico. Faccio notare che mentre l'imitazione è data per scontata nel mondo animale (Lorenz penso potrebbe fare molti esempi) e per i bambini, essa passa sotto uno strano oblio quando ci si riferisce agli uomini adulti... Nessuno ammetterebbe di imitare nessun’altro. Tutto ciò in: [Menzogna romantica e verità romanzesca]. Poi un giorno vede un vecchio film su un'opera di Shakespeare, penso qualcosa di Bergman, e si dice: guarda un po' quanto materiale mimetico c'è qui. E pubblica [Shakespeare, il teatro dell'invidia, Adelphi]. Intanto sviluppa uno dei concetti di Menzogna romantica: il desiderio, dato che è sempre imitativo, è anche reciproco; cioè il desiderio dell'mediatore per l'oggetto è accresciuto alla vista del desiderio del soggetto. E inizia una escalation: un feedback positivo. Girard costruisce un concetto simile al double bind Bateson, ma approfondito nei suoi aspetti antropologici: il mediatore-maestro che da un lato vuole essere imitato (imitami!) e dall'altro diventa invidioso del discepolo e lo tiene alla larga (non imitarmi!). Un doppio messaggio contraddittorio, quindi paradossale alla Watzlavick. Ma tale escalation di due desideri per uno stesso oggetto, porta soggetto e mediatore alla rivalità, e dalla rivalità al conflitto, e dal conflitto alla violenza. Il mediatore è modello->rivale->nemico. Il desiderio mimetico, per Girard, genera il conflitto. Cosa succede su scala sociale?

IL CAPRO ESPIATORIO

Se il desiderio è mimetico e universale, nella società potremo assistere a polarizzazioni dei desideri, e al proliferare della rivalità intestina e dei conflitti. Girard si mette a studiare l'antropologia delle culture "primitive". E in particolare le loro testimonianze: leggende, miti, tradizioni e ciò che ad essi è più strettamente legato: i riti e i divieti. E scopre che i miti sono letteralmente impregnati di desideri mimetici dilaganti (simboleggiati nel mare, la pestilenza, la guerra, la carestia, tanto per fare esempi; oppure anche molto espliciti: le classiche rivalità tra fratelli gemelli presenti in tutte le culture del mondo) che devono essere arginati dalla divinità di turno; e che in questo modo generano riti (uccidi uno dei due gemelli di un parto gemellare) o divieti (non desiderare la donna del tuo vicino, né il suo bue, né il suo asino, né il suo servo, né ogni altra cosa che gli appartenga). In breve Girard si mette a collegare riti e tradizioni provenienti da tutte le parti del mondo, mostrando che la loro struttura (non in senso strutturalista!) è sempre la stessa. Ma c'è di più. Come avviene che il dio salva la comunità? Girard, nota che tutti i racconti mitici "fondanti" dipingono una violenza diffusa in seno alla comunità e che l'intervento del dio implica in generale la sua morte e la sua risurrezione (si pensi a Dioniso, di cui esistono tre racconti diversi di morte e risurrezione). Ebbene Girard spiega così questo fenomeno: in una società in balìa di correnti mimetiche (cioè priva di barriere culturali al mimetismo violento o con barriere culturali in crisi, come nelle società in decadenza) le possibilità sono due: o il gruppo si autoconsuma lentamente nella violenza e nella vendetta, oppure, *per un motivo qualsiasi* (come casuale è la modificazione genetica che porta a un'evoluzione della specie), la violenza stessa, che è duttile quanto il desiderio mimetico, si polarizza su un'unica vittima. In tal caso, la folla sarà mimeticamente convinta che quell'unica persona è la responsabile della sofferenza generale (dovuta invece alle rivalità intestine) e scaricherà su essa tutta la sua violenza, col massacro (lapidazione, precipitazione, rogo, smembramento, antropofagia). E' il meccanismo del "capro espiatorio". E qui viene il bello: uccisa la vittima, il gruppo si ritrova pacificato: tutta la tensione è sparita perchè la comunità si è rinsaldata (per massacrarla), non c'è più rivalità interna. E la vittima uccisa diventa.. sacra. E la nascita (o ri-nascita) del dio. Si riconosce in lei la responsabilità del rappacificamento, del ritorno alla vita, ecc. Da una ricerca su google, prendo uno dei primi siti che presenta la parola Pharmakos:

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Il Pharmakos era un rituale largamente diffuso nelle città greche, ed era la purificazione mediante l'espulsione dalla città di un individuo, che veniva chiamato Pharmakos questo seguiva uno schema di credenza simile all'espulsione del capro espiatorio, che veniva utilizzato nella religione ebraica. Ad Atene, durante le feste del Targhelie, venivano scelte delle persone di aspetto ripugnante, una per gli uomini e un'altra per le donne, addobbati di vestiti ridicoli e infine scacciati fuori dalle mura. Sul significato del rito si era molto discusso e si era pensato che fosse stato un residuo di primitivi sacrifici umani. Secondo altri sarebbe stato un rito simbolico legato alle pratiche agricole fatto per allontanare dalle messi la sfortuna, ma anche le disavventure della comunità. Il Pharmacos era colpevole di NULLA, ma il suo compito era quello di essere il rappresentante di ogni sfortuna. Espellendolo dalla città, essa, si liberava di un essere tabù che assumeva le colpe e le maledizioni di tutti. Perciò il Pharmacos era contemporaneamente il delitto e il salvatore, che con il suo sacrificio permetteva alla comunità di ritrovare la propria sicurezza garantendo così la pace nel paese.

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Ma naturalmente l'effetto del pharmakos non è permanente e ben presto l'invidia, la rivalità e i conflitti fanno il loro ritorno nella comunità. Allora si presenta di nuovo la possibilità drammatica di una lenta autoconsumazione nel sangue (e gli etnologi hanno effettivamente osservato tribù spegnersi in questo modo) oppure, dopo una rielaborazione *mitica* di ciò che è avvenuto, ripetere l'evento salvante: tutta la comunità si raccoglie attorno a una vittima e la massacra, ma stavolta in maniera controllata... E' la nascita del sacrificio umano. Si scelgono esseri indifesi: storpi, mendicanti, bambini. E, col tempo, la pratica evolve a forme sempre più sottili e la violenza viene man mano mascherata: dal sacrificio umano si passa a quello di un animale, e poi alla distruzione di un oggetto; ma l'obiettivo è sempre raccogliere periodicamente il gruppo sociale attorno a un unica vittima, per polarizzare la violenza e sgonfiare la carica conflittuale che si è sviluppata mimeticamente tra un sacrificio e un altro. Tutto ciò è presente nei prodotti culturali di tutte le culture del mondo: i miti, le leggende, i riti religiosi. Girard, con un solo meccanismo spiega nei suoi libri le assonanze di pratiche e credenze lontanissime tra loro, nel tempo e nello spazio. E mostra che la degradazione dei riti fondatori e violenti porta a forme culturali sempre più asettiche e lontane dal sangue, in cui la violenza è nascosta. Si traccia l'evoluzione della cultura umana: dal sacro primitivo, alla religione organizzata, alla filosofia... La violenza è qui invisibile, ma proprio in quei miti antichissimi è ancora rintracciabile. Come un investigatore, scava nei miti per portare alla luce gli indizi di una violenza consumata. Perchè la violenza è nascosta? Perchè il mito è un testo prodotto da chi è rimasto vivo dopo il massacro, e non dal massacrato.. Chi formula il mito non è consapevole di quasi nulla dei meccanismi spiegati sopra: si rende solo conto che prima c'era il male; poi c'è stato un evento in cui il dio salvatore si è rivelato. L’autore arcaico descrive quell’evento come se la comunità *non ne fosse responsabile*. Il responsabile sia del male che del bene è il dio. E il compito del mito è mostrare cosa, secondo la volontà del dio, è bene fare: il sacrificio, il rito, i divieti, ecc. La cultura nasce quindi tramite una specie di selezione naturale: sopravvivono solo le culture che sviluppano sistemi controllati di violenza e che regolamentano i desideri mimetici dei componenti del gruppo. Girard quindi dimostra la coincidenza di violenza e sacro [La violenza e il Sacro, Adelphi] e la potenza che un meccanismo "biologico", l'imitazione, ha nel generare cultura, tramite, la generazione-controllo della violenza. Nel suo libro accenna addirittura al fatto che questi eventi, scatenati in un gruppo di ominidi che si differenziavano dalle altre scimmie semplicemente per una particolare predisposizione all'imitazione, possono aver prodotto le prime forme culturali, in conseguenza dell'impatto che la riappacificazione collettiva può aver avuto sulla loro primitiva psiche. Ma questo è rimasto solo un accenno.

Da lì in poi Girad ha scritto altri libri, approfondendo sempre il nucleo della sua teoria, che comunque è rimasto praticamente invariato dagli anni settanta a ora. Tuttavia il suo lavoro, man a mano che procedeva, ha assunto anche un'altra connotazione.

IL CRISTIANESIMO

Girard ha quindi scoperto che la violenza è il nocciolo del sacro, e perciò della religione. Il suo metodo gli permette di effettuare uno studio comparativo stupefacente su tradizioni religiose disparatissme. Da buon intellettuale non credente (pubblicato in Italia da Adelphi), si apprestava ad applicare i risultati del suo studio alla tradizione cristiana. Fin dall’inizio del novecento, lo studio comparativo delle religioni aveva messo a disagio il mondo cristiano. I miti primitivi e il “mito” cristiano presentano somiglianze o coincidenze evidenti e quindi imbarazzanti per chi pensa di poter rivendicare l’originalità di questo: i cicli di morte e risurrezione sono presenti ovunque, così come la simbologia del pane e del vino, così come la devozione alla Grande Madre, e tantissimi altri elementi. Così Girard inizia a studiare i testi giudaici e cristiani. E trova molti più elementi compromettenti di quanto potesse pensare. La Bibbia parla continuamente di.. capri espiatori. Ma procedendo nello studio si trova interdetto: alcuni passi dell’antico testamento, palesemente simmetrici a miti primitivi per tanti elementi, presentano però un punto fondamentale di opposizione speculare a questi. E’ come se il mito, che è tassativamente la voce dei persecutori, i quali si dipingono come innocenti, rivelasse invece qui il punto di vista della vittima. Alcuni esempi: secondo Girard, i Cainiti, che sono rappresentati nel racconto di Genesi da un unico personaggio, uccidono Abele; ma Dio si schiera immediatamente dalla parte della vittima. Giuseppe viene abbandonato dai fratelli, è il loro capro espiatorio, ma il testo adotta proprio il suo punto di vista. Continuando su questa strada, Girard arriva al vangelo, e in particolare ai racconti della Passione, che egli affronta come un documento testuale quale tutti gli altri, eventualmente un mito. Ma qui si arresta: sono presenti tutti i classici elementi dei miti primitivi di ogni tradizione e questi elementi sono quasi raccolti lì in modo esageratamente palese, ma.. c’è una differenza fondamentale: la vittima, rigettata e abbandonata da tutti, è rivelata in modo inequivocabile come innocente. Questo particolare rovescia in negativo tutti gli elementi di somiglianza, dando al testo evangelico un’unicità assoluta; perfino le radici mimetiche della violenza sono qui esposte in maniera “scientifica”. Girard conclude, in base alla sua teoria, che il contenuto rivelato in questi testi non può essere stato concepito nel contesto della società umana, che sopravvive sulla ripetizione di meccanismi vittimari dissimulati (l’eliminazione di capri espiatori), cioè sulla violenza. A circa 35 anni, si converte al cattolicesimo <<dinanzi ai risultati del suo lavoro>>. Nei testi giudaico-cristiani, dapprima in modo insicuro (si pensi alle manifestazioni violente attribuite al Dio dell’AT), ma poi in modo eclatante, è rivelata una volontà che, sottoposta a violenza, rifiuta ogni forma di ritorsione violenta e che quindi si staglia netta dal contesto umano. Così il cristianesimo si presenta come una religione distruttrice di religioni, perché ovunque arrivi la sua predicazione, i miti sacri e violenti primitivi perdono la loro efficacia, che consisteva nella inconsapevolezza (e non nella “colpa”) di coloro che li praticavano: ogni vittima di ogni tempo è irrimediabilmente svelata come innocente.

[Testo di riferimento: Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, Adelphi]

NOTE CONCLUSIVE

Le colpe del cristianesimo: le crociate, l’inquisizione, e tutte le altre cose vergognose che ci possono venire in mente, sono tutte forme di violenza. Il fatto peculiare che appaiano particolarmente ripugnanti è una grossa apologia del cristianesimo, perché significa che, anche nella testa di chi le addita, esse sono in palese contraddizione con il messaggio nucleare del vangelo, e che la Chiesa non è eventualmente riuscita a essere sempre all’altezza del suo messaggio.

Da segnalare la lettura girardiana di Nietzsche, in cui la genialità di quest’ultimo si rivela in particolari sfuggiti alle interpretazioni tradizionali.

Gianni Vattimo ha fatto propria la teoria di Girard, che ha prodotto in lui una specie conversione (parole sue): ora si dice “cristiano”, ma in un senso tutto suo: egli, pur condividendo le conseguenze culturali, antropologiche e morali che il testo evangelico (e solo esso) ha sulla storia dell’umanità, proprio in quanto rivelazione della violenza umana, tuttavia non accetta l’origine trascendente di questa rivelazione.

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