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Il desiderio mimetico

Introduzione al desiderio mimetico

 

Iniziamo questo vademecum sul desiderio mimetico con un passo di un’intervista al suo “scopritore”: René Girard.

 

D. Professor Girard, lei ha elaborato una teoria mimetica del desiderio. In che cosa consiste?

R. Un esempio straordinario di desiderio mimetico si trova nel quinto canto dell'Inferno di Dante, nell'episodio di Paolo e Francesca. Come sappiamo, è Francesca a raccontare la storia del loro innamoramento. Francesca è la sposa del fratello di Paolo e inizialmente sembrano non essere affatto innamorati l'uno dell'altro. Passano il tempo a leggere il romanzo cavalleresco «Lancillotto del Lago», dove la regina Ginevra, spinta da un traditore, Galeotto, si innamora dell'eroe Lancillotto. Nel momento in cui il cavalier Lancillotto bacia la regina, anche Paolo e Francesca si baciano. Così ha inizio il loro amore... Una spiegazione di Dante sta nella frase «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse». Vale a dire che i libri non sono innocenti, dietro ogni libro c'è un autore che cerca di sedurti, che fa sì che tu voglia imitarlo. Nella mia terminologia il libro svolge la funzione di mediatore, di modello di Paolo e Francesca: il loro amore è dunque in un certo senso un amore copiato. 

 


 

Apro una parentesi per introdurre un po’ di terminologia. Il “Soggetto” è il nostro protagonista, è ciascuno di noi. Secondo il romanticismo (e non solo) ogni desiderio del Soggetto nasce spontaneamente e si posa sull’Oggetto, che può essere qualsiasi cosa: una donna, un posto di prestigio, il denaro, il premio di un concorso… La relazione tra i due è lineare: Soggetto –> Oggetto. Secondo Girard, invece, il desiderio è sempre “suggerito” da qualcun altro perché, semplificando:

1) il Soggetto desidera la felicità, ma non sa esattamente COSA possa renderlo davvero felice

2) quindi si guarda in giro e la sua attenzione è attirata dalla felicità che brilla sul volto di qualcuno attorno a lui

3) e il gioco è fatto: il Soggetto percepisce (senza necessariamente un'elaborazione attiva) che ciò che rende felice l'altro, renderà felice anche lui…

Colui che il Soggetto ammira è chiamato Mediatore. In definitiva il Soggetto è portato a imitare il desiderio del Mediatore, da cui: desiderio imitativo o mimetico. So che suona un po' strano... Abbiate pazienza ancora un po’, prendete per buono il criterio del desiderio mimetico e provate a proseguire la lettura. Secondo Girard il desiderio non è lineare, ma triangolare, un po' come nello schema seguente:

Se questo fosse vero, se il desiderio dell’uomo seguisse almeno in parte questo schema, potremmo prevedere che

a) in certe condizioni particolari l’imitazione è inoffensiva: se io (Soggetto) desidero di essere un grande calciatore (Oggetto) come Pelé (Mediatore), metterò magliette della sua squadra, terrò le cassette delle sue partite, ecc.. , ma non succederà nulla di male;

b) in altre condizioni l’imitazione può diventare molto pericolosa, ad esempio, se mi interesso alla stessa ragazza di un mio amico, se mi interesso a una promozione cui ambisce il mio collega, ecc. La differenza tra le due situazioni è che nel primo caso il mio Mediatore appartiene a un livello completamente diverso dal mio, o, secondo una variante, l’Oggetto della contesa è spartibile, come la passione politica o altro; nel secondo caso il Mediatore è molto simile a me, quindi io e lui abbiamo la possibilità di ottenere le stesse cose e quelle cose non possiamo condividerle. Vi siete mai chiesti come mai in tante storie, miti, leggende, i nemici più feroci sono due fratelli, magari gemelli?

Ma ora torniamo all’intervista.


 

Anche Don Chisciotte imita i romanzi cavallereschi. Don Chisciotte afferma che il miglior cavaliere errante è Amadigi di Gaula e decide di imitarlo. Così fa tutto quello che ci si aspetta da un cavaliere errante. È dall'altro che Don Chisciotte attinge i suoi desideri, anche se lo fa con un impulso così tenace e originale che secoli di critica lo hanno confuso con uno spirito perfettamente autonomo, come una sopraffina volontà di essere se stesso. Perché quella della mimesi è una lezione semplice da apprendere, ma alla quale la nostra cultura oppone ogni resistenza possibile. 

Soprattutto nell'Ottocento, la lettura di Paolo e Francesca -- da parte di intellettuali come George Sand -- era quella di un modello di amore romantico, cioè assolutamente spontaneo, originale. Paolo e Francesca sono diventati gli archetipi dell'amore puro e autentico; quindi non copiato. Un amore talmente autentico da continuare anche all'inferno. 

Il paradosso è che per essere a loro volta spontanei Paolo e Francesca avevano bisogno di un modello, il che è l'esatto contrario della spontaneità. E così si trascurava il fatto che, piuttosto che curarsi l'uno dell'altro mentre si stavano innamorando, Paolo e Francesca si concentravano su un libro e si comportavano come i personaggi del libro. Erano cioè del tutto mimetici. La critica insomma non vedeva affatto che il vero deus ex machina della storia era il libro -- è il libro a sedurre. 

Ciò che non si coglie mai è il desiderio mimetico, vera fonte del desiderio di entrambi. In effetti sappiamo una sola cosa sull'origine del loro amore: il libro. Dante non descrive quest'amore, ci parla soltanto del libro. Siamo stati vittime di un vero lavaggio del cervello da parte del romanticismo: accecati, perdiamo di vista il mediatore. 

È vero, gli intellettuali hanno sempre riconosciuto l'esistenza di un desiderio imitato, ma la maggior parte di loro, specialmente quando pensa al proprio desiderio, vorrebbe credere che al di là della mimesi esiste pur sempre un desiderio autentico, veramente nostro. A mio avviso quel desiderio non esiste. È proprio questa dimensione sociale, inter-individuale, del desiderio che crea conflitti -- conflitti suscettibili di estendersi a tutta quanta la comunità, conflitti che hanno la tendenza a diventare contagiosi. Più gente c'è che desidera lo stesso oggetto, più ce ne sarà: è una moltitudine che si moltiplica all'infinito, come avviene nelle borse finanziarie, straordinario microcosmo del puro desiderio. Perciò le società umane sono minacciate da una violenza radicalmente diversa da quella tipicamente animale.

 

D. Lei ha più volte ripetuto che i grandi romanzieri ne sanno più di tutti i nostri specialisti di scienze umane a proposito di desiderio.

R. Ne sono convinto. Quando ho cominciato a insegnare letteratura negli Stati Uniti, non avevo alle spalle una formazione letteraria, e mi domandavo che orientamento dovessi dare al mio insegnamento. Tuttavia nutrivo in me tendenze scientifiche abbastanza forti per ricercare quello che accomuna le opere, anziché ciò che le separa, come tende a fare oggi la critica letteraria, col risultato che essa non vede l'essenziale -- il carattere mimetico del desiderio, ill potenziale rivalitario della società -- queste cose invece sono la vera ossessiione della letteratura. 

Gli autori su cui ho lavorato -- Stendhal, Proust ma soprattutto Dostoevskij -- ci mostrano, in un modo che a nessuno psicologo o sociologo è mai riuscito, come non ci sia mai un desiderio semplice che colleghi un oggetto a un soggetto con una linea retta, ma ci sia sempre di mezzo un terzo; e questo terzo non è necessariamente un padre, o un membro della famiglia, come vorrebbe Freud, ma un modello, di cui si tenta di imitare il desiderio. Spesso è un modello sociale, la società nel suo complesso, l'opinione pubblica. Ma può essere anche un modello individuale: qualcuno che ammiriamo profondamente e di cui imitiamo il desiderio, finendo poi per desiderarne l'oggetto.

[…]

Anche lo snobismo in Proust ci porta verso questo stesso precipizio. Vuoi essere ammesso in un salotto dove non ti si vuole ricevere: meno si vuol saperne di te in quel salotto, più cresce il tuo desiderio di accedervi. Ma a partire dal momento in cui vi siamo ammessi, tutto l'incanto della cosa svanisce, l'oggetto una volta posseduto perde gran parte del suo valore.

C'è un magnifico testo di Goethe, nelle sue Memorie, su questo problema. Goethe, innamorato di non so più quale donna, ritrova uno dei suoi amici e gliela presenta. Ma poi resta deluso dell'incontro e in seguito fa questa osservazione che trovo molto pertinente: «non dobbiamo mai presentare la donna che ci interessa all'amico, perché delle due l'una: o l'amico si interessa troppo alla donna e noi non siamo contenti, o non si interessa abbastanza e restiamo anche in questo caso scontenti...».

 

Da “La Violenza e il Sacro”

“Il mimetismo del desiderio infantile è riconosciuto da tutti. Il desiderio adulto non è diverso in nulla, se non per il fatto che l’adulto, specie nel nostro contesto culturale, si vergogna, il più delle volte, di modellarsi sugli altri; ha paura di rivelare la sua mancanza d’essere. Si dichiara come altamente soddisfatto di sé; si presenta come modello agli altri; ciascuno va ripetendo: «Imitatemi» allo scopo di dissimulare la sua stessa imitazione.”

 

Per una fenomenologia del desiderio: i frutti del desiderio mimetico

Ci proponiamo di dare un esempio di desiderio mimetico tratto dalla letteratura; prendiamo Shakespeare.

L’Otello

Otello sposa segretamente Desdemona, figlia di un nobile di Venezia, Brabanzio. Brabanzio, venuto a conoscenza del matrimonio, non lo approva, anzi insinua che Otello abbia usato un filtro magico per circuire Desdemona. Otello è chiamato a difendersi davanti al senato di Venezia e quindi inizia il suo racconto: 


OTELLO - Il padre suo m'aveva molto caro.

M'invitò spesso a casa, ed ogni volta

mi domandava che gli raccontassi

di me, della mia vita, d'anno in anno:

gli assedii, le battaglie, le fortune

attraverso le quali son passato.

Ed io ripercorrevo la mia storia

dai giorni della prima fanciullezza

fino al momento stesso ch'ero lì

con lui che mi chiedeva di narrarla:

e là mi dilungavo a raccontargli

delle mie sorti molto avventurose,

di commoventi fatti in mare e in terra:

di quando per un pelo ero sfuggito

all'imminente breccia della morte;

di quando, catturato prigioniero

da un nemico arrogante

e da questi venduto come schiavo,

mi riscattai, e quel che vidi e feci

nei casi occorsimi durante il viaggio:

antri profondi e preziosi deserti,

aspre pietraie, rupi, erte montagne

dalle cime che s'ergon fino al cielo

(ché tante furono le mie esperienze)

gli dovetti descrivere: e i cannibali,

che si sbranan fra loro, e gli antropofagi,

cui cresce il capo di sotto alle spalle.


Se vogliamo, possiamo già intravedere il “triangolo mimetico”: Otello (il mediatore) pone di fronte a Brabanzio (il soggetto) la propria gloria militare (l’oggetto). Perché Otello assume questo atteggiamento? Perché mettere in esposizione la propria gloria militare significa mettere in esposizione se stesso. Mai sentito parlare di vanità? Tornando al triangolo mimetico, Brabanzio è affascinato dalle avventure di Otello, per il tramite di Otello stesso:

Curioso, ma.. Tutto qui? Se davvero i desideri sono tanto contagiosi, abbiamo la possibilità di prevedere che la cosa non si risolva semplicemente così. Lasciamo continuare Otello:


Desdemona ascoltava seria e attenta

anch'ella; ma le succedeva spesso

d'esser distolta da cure domestiche;

e, poi che in fretta le avesse sbrigate,

tornava nuovamente ad ascoltare;

e divorava quasi con l'orecchio

quanto andavo dicendo: il che osservato,

io colsi un giorno l'attimo

per estrarle dal cuore la preghiera

ch'io volessi narrarle ancor daccapo

la storia delle mie peripezie

ch'ella aveva ascoltato solo a pezzi

ed a forza distolta. Acconsentii,

e spesso le truffai più d'una lacrima

col narrarle dei colpi di sventura

sofferti dalla mia giovane età.

E, terminato ch'ebbi la mia storia,

quasi a compenso di tante mie pene

ella mi offerse un mondo di sospiri;

giurò ch'era una storia molto strana,

meravigliosamente miserevole,

meravigliosamente commovente;

ella avrebbe voluto non udirla,

e tuttavia sentiva il desiderio

che il cielo avesse fatto lei tal uomo.

Mi ringraziò e mi disse perentoria

che se mai avess'io per avventura

avuto tra gli amici miei qualcuno

che si fosse di lei innamorato,

gli insegnassi a narrarle la mia storia,

ché quello solo l'avrebbe sedotta...

A questo punto io mi dichiarai:

ella m'amò pei corsi miei perigli,

ed io l'amai per quella sua pietà.

Ecco: tutta la mia stregoneria,

gli incantesimi miei, è tutto qui.


Eh, Otello è incorreggibile. Sembra intuire che la propria stima di sé, cioè il ritenere le proprie avventure tanto interessanti e il raccontarle tali, possa “contagiare” Desdemona, indipendentemente dalle proprie qualità come persona. Anzi, Otello sperimenta direttamente che ciò è vero, tanto che alla fine Desdemona si innamora di lui! Il desiderio mimetico può essere “usato”, per il bene, o per il male…

Ma non basta. Guardiamo all’intera situazione. Desdemona, prima di avere come mediatore, come idolo, Otello, aveva qualcun altro. Anzi chiediamoci: da chi è che Desdemona “imita” la sua fascinazione per Otello? Semplice: dal suo paparino, che pende dalle labbra del Moro e che insiste per averlo a casa sua. Desdemona si innamora di Otello perché vede Brabanzio prostrato ai suoi piedi, e poi Brabanzio si lamenta della scelta della figlia!

 

Shakespeare usa un triangolo mimetico dopo l’altro… E sembra sapere il fatto suo. Se adesso, allenati su questo episodio dell’Otello, dessimo un’occhiata a una qualsiasi altra opera di Shakespeare, scopriremmo cose interessanti..

 

I frutti del desiderio mimetico

Il desiderio mimetico produce frutti a due livelli. C’è il livello “diretto”, immediato, per il quale l’effetto del triangolo mimetico è la rivalità tra due soggetti e tutto ciò che ne può scaturire (odio, violenza, vendetta). Poi c’è il livello “indiretto”. Per esplorarlo dobbiamo entrare nel triangolo mimetico, vestendo panni del soggetto. Come viene modificata la psiche del soggetto dal trovarsi invischiato nel triangolo mimetico? Come saranno influenzate la sua visione di vita e le sue scelte?

 

La vanità e il desiderio di sè. Il soggetto è frustrato dalle tante rivalità in cui è uscito sconfitto. Si è visto soffiare via dai suoi modelli tutti gli oggetti del desiderio. Prova stizza e risentimento verso gli altri. Ha una pessima stima di sé, soprattutto se non si sente amato e stimato dagli altri. Queste sono le condizioni ideali per effettuare una paradossale manovra psicologica. C’è un solo oggetto che nessuno vuole e che quindi nessuno può soffiargli più; per rabbia e ripicca verso tutti è proprio quello l’oggetto sul quale tuffarsi, sul quale concentrare tutte le proprie aspettative: noi stessi. È il desiderio di sé: la vanità. Se siamo rifiutati da tutti e se non abbiamo nemmeno stima di noi stessi, l’unica arma che ci rimane è ostentare noi stessi, cioè presentare noi stessi agli altri come cosa desiderabile. Il soggetto allora agirà con lo stile di chi si rende conto di (o vuole) essere superiore agli altri; egli si costruisce un monumento, un trono da cui osservare il mondo. Egli fa sfoggio del desiderio di sé, del desiderio per sé stesso, e con il suo modo di fare comunica al mondo la sua (inesistente) appetibilità e straordinarietà. Appena questo processo inizia, anche solo impercettibilmente, è possibile assistere a una conseguenza ben riconoscibile attorno a noi: per il principio del desiderio mimetico, l’intenso desiderio di sé del vanitoso evoca imitatori. Essi si dispongono attorno a lui, accecati dalla luce del loro maestro: lo desiderano quanto “si desidera” lui stesso, anzi di più! Una schiera di adoratori-schiavo, di “zerbini” umani, che vivono come parassiti, nutrendosi dei gesti del loro maestro, e imitandolo categoricamente nei modi di fare e nelle opinioni. E naturalmente, per il solito principio mimetico, il vanitoso che vede negli occhi dei suoi schiavi l’adorazione per lui, imiterà il loro desiderio per lui medesimo, ponendosi su un gradino sempre più alto. Si innesca un processo a catena che si autoalimenta e tiene in vita questa “struttura umana”. Al giorno d’oggi, chiunque passi per i mass media si trasforma in questo senso, e raccoglie attorno a sé schiere di fans, sia che si tratti di un politico, di un cantante o di un criminale, cioè indipendentemente dalle sue qualità concrete.

 

L’orgoglio. Anche l’orgoglio nasce dalle rivalità in cui tutti noi, prima o poi, incappiamo. Il risentimento dell’orgoglioso, questa volta, non si traduce (solo) in vanità. Egli è scandalizzato dalla determinazione del suo rivale. Il rivale è, ai suoi occhi, il Male incarnato, che trasuda ipocrisia e malvagità in ogni suo atto. In ogni avversità, egli assegna la totale responsabilità della situazione in cui si trova al suo nemico. Prende ogni critica come un affronto personale; chi osa criticarlo è sicuramente un meschino, un abbietto, e passa automaticamente dalla parte del torto. L’orgoglioso spesso si pretende vittima di un’autorità esterna malvagia, che lo prevarica e mette in pericolo la sua libertà. Per essa, egli è disposto a combattere titanicamente. Tutta la nostra cinematografia ci mostra quello che vogliamo vedere: il protagonista, con il quale ci identifichiamo, è sempre e comunque innocente, o almeno giustificabile, e combatte una guerra santa contro il cattivone di turno. La rabbia che sentiamo salire per l’avversario cinematografico, per la sua iniquità, richiama quella che evoca in noi il nostro avversario concreto, che noi vediamo come colui che crudelmente e immotivatamente ci mette i bastoni tra le ruote, che osa avversarci. Queste sensazioni ci piacciono, e… il film ha successo. Noi siamo incapaci di vedere la vera natura delle nostre rivalità quotidiane: l’invidia, la nostra invidia, cioè la parte negativa del desiderio mimetico.

Eppure l’orgoglioso è coerente. Il suo ragionamento è: io sono libero; se qualcuno insidia la mia libertà, la limita, egli è sicuramente e spudoratamente dalla parte del torto! Dov’è dunque il problema? Si può affermare che il nostro orgoglio nasce proprio dalla nostra concezione di libertà, che è quella che abbiamo ereditato dalla filosofia occidentale degli ultimi secoli. La filosofia ha promesso all’uomo una libertà totale, metafisica, la libertà “romantica”. Ma quando tale promessa, fatta nostra, si scontra con la vita quotidiana, con i nostri insuccessi, ecco l’inghippo: se la nostra libertà è teoricamente illimitata, ma nella realtà è limitata, deve esistere un responsabile! Il nostro rivale!

Curiosamente, l’orgoglio porta all’ossessiva attenzione ai gusti e alle scelte degli altri, per non contrariarli e ingraziarseli o per contrastarli titanicamente. In definitiva, la classica pretesa di indipendenza e autenticità dell’orgoglioso nasconde una incapacità di scegliere autonomamente e quindi una netta subordinazione a chi gli sta attorno. L’umiltà, invece, rimane definita tecnicamente, senza sbavature sdolcinate e buoniste, come l’unico comportamento che nel momento in cui è cercato e attuato sia in grado di dare all’uomo la sua piena realizzazione e autonomia, nella lucida coscienza della propria dipendenza dagli altri.

Infine, l’orgoglioso, al contrario del vanitoso, non è quasi mai circondato da seguaci; anzi è per lo più solo, tende a una solitudine ottusa. In Dostoevskij, poi, l’orgoglioso ha spesso una triste sorte: il suicidio. Dalla promessa di libertà metafisica scaturisce coerentemente l’autodistruzione dell’uomo.

 

Il desiderio che corre verso la propria autodistruzione. Siamo alla ricerca della felicità. Non sapendo dove trovarla, scegliamo cosa desiderare facendoci suggerire dagli occhi di chi ci sembra brillare di gioia: lui sa dov’è la felicità. Lottiamo per ottenere ciò che il modello ci indica. Ottenuto ciò che cercavamo, scopriamo che non siamo davvero felici: troppo facile! Allora volgiamo la nostra attenzione verso obiettivi sempre più irraggiungibili, perché questo requisito sembra indicare che lì, non altrove, sta il segreto della felicità. Il desiderio cerca quindi le sfide irresistibili (e si alimenta nelle avversità considerandole come affronto personale, come lotta contro il Male): solo dietro esse può nascondersi ormai la felicità. L’oggetto inaccessibile (protetto dal mediatore più tremendo) è ciò che cerchiamo, quello che non facendosi prendere ci suggerisce di essere il vero tesoro. (Romeo e Giulietta). Come afferma Girard, «Il carattere distruttivo del desiderio consiste nella tendenza di quest’ultimo a crearsi degli ostacoli e a rafforzarsi a contatto con essi.»

 

Quest'ultimo schema dà un'idea di come i vari aspetti del desiderio mimetico trovino espressione nelle opere di Shakespeare:

 

 

 

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