Le avventure del celebre burattino di legno nato dalla fantasia di Collodi spopolano sui nostri schermi ormai da alcuni mesi. Cifre da capogiro al box office per quello che viene definito uno dei progetti più ambiziosi del nostro cinema. Seguendo fedelmente il testo di mastro Collodi assistiamo alle mirabolanti performances di questo novello Pinocchio interpretato da Benigni alle prese con la scoperta delle meraviglie e tentazioni del mondo. Tappa per tappa ripercorriamo l’odissea del piccolo burattino di legno che per eccessiva ingenuità finisce tra gli astuti artigli del Gatto e la Volpe prima (“I fichi d’India”) e trasformato in asinello poi. Ma niente paura su tutto vigila una solerte fatina rigorosamente vestita d’azzurro (Nicoletta Braschi) che con la sua dolcezza riesce placare anche gli animi più riottosi e a ricondurli sulla retta via. Almeno per un po’. Il film è costato 40 milioni di euro e si vedono tutti, soprattutto nell’uso degli effetti speciali come nella scena in cui Pinocchio e Geppetto(Carlo Giuffrè), finalmente riconciliati, devono lottare per la loro salvezza uscendo dal ventre di una famelica balena. La pellicola però non riesce quasi mai a coinvolgere veramente peccando forse di un eccessivo schematismo che riduce quest’affascinante storia a tanti bei quadretti che mantengono la narrazione piuttosto statica. A compensare questo piccolo difetto di sceneggiatura ci sono la ricchezza delle scenografie curate da Carlo Davati ( uno dei collaboratori preferiti di Fellini e scomparso prematuramente nel dicembre 2001) e l’esplosiva irruenza di un Benigni che è sempre Benigni. Del Pinocchio originale infatti conserva l’entusiasmo,il candore e l’incredibile umanità che dipana sapientemente nella scena d’addio a Lucignolo (Kim Rossi Stuart). E con gli occhi freschi e disincantati di chi aspira a diventare umano, ma già lo è, vediamo il mondo stranamente diverso, magico e misterioso insieme come se fosse la prima volta.
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