“I can’t believe the news today…”. Quello che in molti devono aver pensato il 30 gennaio 1972 quando a Derry, Irlanda del Nord, i parà dell’esercito britannico aprirono il fuoco sulla folla che partecipava ad una manifestazione per i diritti civili lasciando a terra 14 morti e 10 feriti.
Bloody Sunday come ci ricorda il titolo di questo film diretto da Peter Greenglass, vincitore dell’orso d’oro all’ultimo festival di Berlino. Attori non professionisti, alcuni dei quali all’epoca testimoni dei fatti, uno stile da reportage con stacchi frequenti e camera a mano per documentare una brutta pagina di storia, un conflitto, quello anglo-irlandese, che faticosamente soltanto oggi tenta di trovare una soluzione. Risucchiati nella concitazione degli eventi dal ritmo incalzante della narrazione, seguiamo dall’alba al tramonto del lunedì sogni, speranze, timori di cattolici, protestanti, inglesi, irlandesi, soldati e innamorati divisi da una guerra che ostacola la loro unione nel nome di una fede diversa. Vite parallele destinate a un tragico incontro con la storia. Da una parte della barricata i militari con il loro enorme apparato bellico schierato con il dito pronto a scattare al minimo accenno di provocazione, che inevitabilmente arriva. Dall’altra i manifestanti tra cui spicca l’assennato organizzatore della marcia, Ivan Cooper (James Nessbit), pacifista convinto e fiducioso nella forza di una rivendicazione legittima e non-violenta. E mentre i manifestanti intonano “We shall overcome” i militari caricano i fucili. Gli eventi precipitano. Prima si odono gli spari, proiettili veri ad altezza uomo, poi le grida, i gemiti, i pianti mentre la telecamera arranca come impazzita dietro a uomini in fuga, soffermandosi su corpi esangui e volti stravolti dalla paura e dal dolore. E quando tutto è finito e a terra giacciono solo persone inermi, i soldati si lavano la coscienza dietro l’affermazione secondo la quale in fondo tutti i civili sono terroristi. Tre settimane dopo la risposta dell’Ira : una bomba piazzata sul suolo inglese per un totale di 9 morti. E’ la fine del movimento per i diritti civili, è l’inizio di una escalation di violenza che sembra inarrestabile e che nel solo 72’ farà 472 vittime. E suona paradossale l’invocazione finale alla giustizia che chiude il film . Infatti a distanza di trent’anni dalla domenica di sangue nessuno è mai stato processato per i crimini commessi, ma sono state distribuite medaglie al valore con la benedizione della regina per il coraggio dimostrato in quell’occasione. “How long how long must we sing this song?/ Quanto ancora, quanto ancora dovremo cantare questa canzone” cantano gli U2 mentre scorrono i titoli di coda . Forse non ancora a lungo, se l’unica vittoria da rivendicare sarà quella della comprensione e del buon senso. Parola vane forse, per quella che può essere definita la soluzione per ogni problema, ma che oggi sempre più persone sembrano disposte ad ascoltare. Ne è una piccola testimonianza la produzione di questo film, frutto di una collaborazione anglo-irlandese, un segno forse che i tempi sono cambiati. L’Irlanda in 5 film: -La moglie del soldato (Oscar) storia di un’amicizia tra un soldato inglese e il suo carceriere, un membro dell’Ira. -Nel nome del padre (Oscar) ispirato alla vicenda dei “quattro di Guilford”, una storia d’ordinaria ingiustizia. -Michael Collins storia dell’eroe irlandese, fondatore dell’Ira. -Una scelta d’amore Lo sciopero della fame di Bobby Sands e altri dieci attivisti dell’Ira visto con gli occhi di una madre -The Boxer la difficili reintegrazione nella società di un ex-membro dell’Ira che ha chiuso col passato.
