QUANDO E PERCHÉ ANDARE DALLO PSICHIATRA
Silvio Scarone
- psichiatra -
S. = Scarone
P = pubblico
Alcuni suoi colleghi
dicono: è malato, è psicotico, me ne hanno detto di tutti i colori;
Poi all’età di 30
anni i miei figli hanno cominciato a stare male anche loro. Sono passati 13 anni. Sono andato a …, dal Prof.
…. Non ho combinato niente. Adesso devo andare da un suo collega per un
consulto e devo tirar fuori 380.000 lire. É uno che mette lì l’orologio e
quando è passata mezz’ora ti manda via.
S.
Il problema è che
nessun medico è onnipotente, quindi chiunque le dica
che risolve il problema qualche volta può peccare un po' di presunzione. Come in tutte le branchie della medicina
(perché qui parliamo di medicina, non di volersi bene, sostenere
psicologicamente, dare una mano, consolare, consigliare, non parliamo di
questo). Qui parliamo di curare. Nel momento in cui noi pensiamo di dover o
poter curare qualcuno ci prendiamo una grossissima
responsabilità perché pensiamo ed entriamo in un modello medico. Prima di
tutto, per partire da quello che Lei sta dicendo, quando uno
psichiatra accetta un appuntamento, accoglie un signore, lo sta ad
ascoltare, dopo di che prende un ricettario e scrive una terapia, fa una cosa
apparentemente abitudinaria, il paziente se lo aspetta, però non è così
completamente uguale a quando uno va dall’ortopedico, perché lo psichiatra fa
un’operazione di grande responsabilità, se la fa, e cioè afferma di essere di
fronte ad un disturbo mentale, non lo chiama malattia perché significherebbe
avere quanto meno qualche certezza sul fatto che un qualche organo sia malato.
Quindi il concetto
di malattia è un concetto legato alla medicina dell’800’, dove c’era la
struttura malata, l’apertura di un cadavere e allora si identificava il fatto che uno era malato con il fatto che un organo era
malato. In questo mestiere invece di organi malati visibili non ce ne sono, malgrado tutti i
tentativi che sono stati fatti negli ultimi 100 anni. Quanti cervelli hanno
affettato dopo morte, negli ospedali psichiatrici, quanti cervelli e quanti
soggetti sono stati valutati con le radiografie, con la TAC, con gli esami del
sangue. Di tutto questo non è
rimasto niente di definito.
P.
C’è poca
informazione su questo da parte vostra ….
S.
Io sono qui stasera
come vede, non può fare di tutte le erbe un
fascio..
P.
Non viene chiarito nulla attraverso i mass media, la TV …
S.
Perché non gliene importa niente a
nessuno.
Malati di mente, AIDS, tossicomani e carcerati, sono tutti un’erba, non
interessano per niente all’opinione pubblica, in generale, tranne poi quando
succede che uno si butta dalla finestra, che tira un colpo di pistola, ma anche
lì, con informazioni molto distorte.
P.
Sì, ma Lei lo sa che
statisticamente ci saranno in Italia tantissime persone….
S.
5%
P.
5% di quelli che
stanno molto male, poi ci saranno …
S.
Di tutti, quelli che
stanno molto male saranno il due e mezzo per
cento. Queste sono le statistiche.
P.
Allora un milione di
persone
S.
Certamente sì. Dicevamo che non c’è
un organo malato. Gli esami che sono
stati fatti finora non hanno alcun tipo di utilità: esami
del sangue, TAC, tests ecc... Adesso c’è la PET, ci sono esami funzionali
in cui si vede la singola area cerebrale come si attiva, come si eccita, per
es. se uno canta.
P.
La SPET?
S.
Anche la SPET. Sono due cose una è una tomografia di emissione di positroni cioè la Pet
e l’altra è una single emission, La SPET è un
sottotipo di PET un po’ più grossolana,
però il concetto è lo stesso, si inietta una sostanza radioattiva, in genere
ossigeno o glucosio marcato con un carbonio radioattivo, e si va a vedere dove
si localizza nel cervello, partendo dal presupposto che dove le aree consumano
di più e quindi sono più attive, il colore diventa rosso, nel senso che c’è un
eccitamento. Quando è blu è perché le aree non stanno
consumando. Se,
per esempio, sappiamo che quando parliamo noi attiviamo un’area particolare che
è l’area di Broca nell’emisfero di sinistra, nella
regione un po’ anteriore e se quando io parlo faccio una PET a me mentre parlo,
vedo molto rosso nelle aree del linguaggio.
Se io invece sono afasico perchè
ho avuto un colpo, lì è blu, perché quell’area non
funziona. Sulla base
di questi riscontri si sono andate a vedere le aree di quando uno fa di
conto, quando uno sogna, quando uno fa l’amore, quando uno pensa, sente una
bella musica e varie aree sono eccitate.
Allora l’idea era: se un paziente è malato di mente e noi ipotizziamo
che la malattia sia legata per esempio ad una funzione abbassata in certe aree,
dovremmo accorgercene. I dati però sono
inconsistenti, nel senso che non c’è niente che è stato scoperto di decisivo
con questo metodo. Per cui, da tutti i
punti di vista, sostanzialmente, non vi sono delle evidenze che vi sia qualcosa di replicabile, di specifico in nessuna delle
malattie mentali che noi conosciamo.
Quindi per tornare
al discorso iniziale che era: il medico
psichiatra, quando visita un paziente prendendo un ricettario e scrivendo una
medicina fa un atto medico, cioè pensa che quel
paziente sia disturbato; non dice malato, ripeto, perché parlare di malattia significa parlare
dell’organo malato. Noi facciamo già un’altra ipotesi: che il comportamento
dell’individuo, sia il comportamento mentale in generale, cioè
pensare, soffrire, emozionarsi che il comportamento motorio: tiro un cazzotto,
mi calo i pantaloni, assalto una donna, dico una bestemmia o urlo, dipendano dal cervello.
Questa è una cosa che noi, secondo il senso comune pensiamo, cioè noi pensiamo che ragionevolmente, il fatto che noi
abbiamo un’attività mentale dipenda dal fatto che abbiamo un cervello nella
scatola cranica. Questo è vero in
assoluto, nel senso che se non c’è il cervello perché il cervello è inattivato
o è morto non c’è attività mentale, ma anche qui ci sono poi delle cose che non
sono poi così vere, nel senso che, per esempio, il coma profondo dove non
esiste apparentemente un’attività mentale o elettrica, un’attività vitale del
cervello, le poche persone, quei pochi che sono tornati dal coma profondo,
riferiscono di esperienze che in realtà loro
riferiscono quindi, per dire che certamente è verosimile che l’attività mentale
dipenda dall’attività cerebrale, però non abbiamo nessuna evidenza né sappiamo
minimamente come questo accada. Possiamo
farlo per delle cose semplici, per esempio una crisi epilettica ha degli
equivalenti nel funzionamento celebrale
per esempio con l’encefalogramma evidenti, quindi
cambia l’attività elettrica, vengono delle punte …onda,
l’attività cambia, diventa crisi ed il paziente cade per terra, comincia a
sbattere ha le clonie, quindi c’è un equivalente, ma
questo è un
fenomeno semplice …
P.
neurologico
S.
Un fenomeno
semplice, perché già dire: neurologico significa pensare che ci sia qualcosa di neurologico e qualcosa di mentale.
Questo è un problema che ci portiamo dietro da Cartesio. È Cartesio che ha parlato nel settecento di rex cogitans quindi di mente e
corpo. E’ lui che ha detto cogito ergo sum è lui che ha parlato … e noi ci tiriamo dietro questa
menata dal 1700. Quindi
il fenomeno semplice, che ne so io:
muovo questo dito e il fatto di muovere questo dito è collegato al fatto che si
muove una certa area motoria, contro lateriale. Chiarissimo questo, ma se io provo un’emozione a sentire una sinfonia di Mozart
non c’è un’area, quindi emozioni, sentimenti,
esperienze, ricordi, amore, odio, l’idea di Dio, per esempio come facciamo ad
avere nella testa l’idea dell’eternità, non c’è una regione che ha dentro il
concetto di eternità. Allora quando andiamo ad attività mentali complesse noi non abbiamo nessuna localizzazione, nessuna
regione che sia circoscritta, perché non sappiamo sostanzialmente come funziona
questa macchina.
Le possibilità di
funzionamento del cervello sono superiori alla possibilità di
espressioni dell’universo, quindi il numero di combinazioni possibili,
di collegamenti fra le singole cellule nervose è un numero immenso. Secondo il concetto matematico, vale a dire
un numero che non è calcolabile, che è superiore a tutte le possibili
combinazioni matematiche presenti nell’universo . Quindi,
semplificando, il cervello è più complesso da comprendere dell’universo.
Di questa fisiologia della quale non sappiamo assolutamente nulla. Riusciamo adesso, in maniera
molto complicata, ed è una attività di una complessità
indicibile, a capire come la corteccia visiva discrimina il verde dal rosso; è
un’operazione che coinvolge centinaia di migliaia di cellule neuronali e di possibilità circuitali . Esistono poi dei
sensori, quindi delle cellule sensibili al cambiamento di frequenza d’onda, che
non fanno riferimento ad una singola cellula, quindi quando noi diciamo: ‘quello è violetto e quell’altro
è arancione’, mettiamo in atto un’attività neuronale di una complessità indicibile anche se si tratta
di un fenomeno sensoriale semplice Voi
allora potete comprendere come possa essere assolutamente impensabile al
momento attuale ragionare sulle emozioni, sui sentimenti, sulla tristezza o la
melanconia, la nostalgia, il fatto che io adesso posso, in linea, ricordare quando avevo 5
anni e andavo in bici ai giardini pubblici; questi ricordi io li tiro fuori
istantaneamente ma posso anche fare delle operazioni bizzarre. A nessuno di noi è vietato vedere nella mente
un elefante che vola, non c’è nessuna difficoltà e se ci mettiamo di buon buzzo lo vediamo un elefante che vola.
No? Allora quale
è il meccanismo mentale attraverso il quale noi possiamo immaginare un elefante
che vola?
P.
La fantasia,
l’immaginazione.
S.
Ma non abbiamo
nessun elemento che ci dica come il cervello fa questo
tipo di operazioni.
P.
Il sogno
S.
Il sogno è molto più
semplice, da questo punto di vista almeno c’è un correlato elettrico, ci sono
degli stati …
P.
E’ complesso.
S.
Dire che è molto
complesso è un eufemismo; la materia ci è ignota, è
molto diverso. Ci è
ignota con questo tipo di approccio.
Allora, se è così ignota la fisiologia, figuratevi
quando uno dice di essere la reincarnazione di Gesù
Cristo, per esempio. Allora, qual è il
processo mentale che c’è dietro? Su questo noi non abbiamo nessun tipo di idea, ciònonostante la
psichiatria ha una serie di benemerenze, che sono quella di essere riuscita,
attraverso le proprie scoperte scientifiche, a chiudere gli ospedali
psichiatrici. Non pensate che gli ospedali psichiatrici siano
stati chiusi soltanto perché Basaglia ha deciso che
dovevano essere chiusi, ma perché è stato possibile curare i pazienti o la
massima parte dei pazienti che erano in un ospedale psichiatrico, in una
maniera tale che loro possono star fuori.
La scoperta e la messa in commercio e l’utilizzo degli psicofarmaci è stato considerata dall’Organizzazione Mondiale della
Sanità una scoperta scientifica di valore equivalente alla scoperta degli
antibiotici o del cortisone, cioè di farmaci sostanzialmente salvavita. Allora il paradosso in questo campo è che noi
abbiamo scoperto gli psicofarmaci, utilizziamo gli psicofarmaci avendo una
conoscenza del loro meccanismo d’azione molto dettagliata e molto fine per
quanto riguarda il laboratorio, quindi quello che fanno
nell’animale da esperimento o sulle singole cellule nei laboratori. Ipotizziamo che questi stessi meccanismi
possono essere implicati quando noi li diamo all’uomo, ma non siamo sicuri che
sia così e ci sono tutta una serie di evidenze che
dicono che le cose probabilmente sono molto più complesse. Lei chiede se sono curativi, ma il cortisone
è curativo? Non c’è nessun farmaco
curativo in medicina.
Se Lei ci pensa
bene, gli unici farmaci curativi in medicina sono gli antibiotici, perché agiscono su una causa di
malattia che è nota cioè il batterio, ma se noi
pensiamo a tutte le altre malattie: l’ipertensione, la gotta, il diabete, le
malattie tipo il lupus, la sclerosi multipla, l’artrite, allora tutte le
malattie che l’uomo conosce sono delle malattie di cui conosciamo, cominciamo a
conoscere, di alcune di più e di altre meno, l’uomo comincia a conoscere i
meccanismi che sono alla base del loro manifestarsi, ma non conosciamo le cause
ultime, quelle che dovrebbero essere curate per estirpare la malattia. Allora, se uno è iperteso, gli diamo l’anti-ipertensivo.
P.
E’ quello che ho
detto.
S.
Ma anche il depresso che prende l’anti-depressivo vive bene, ma in
tutte le branchie della medicina c’è il paziente grave, il paziente meno grave
ed il paziente complicato. La
psichiatria come statistica è tra le branchie della medicina che ne guarisce di
più da questo punto di vista; ne guarisce almeno tanti quanti i cardiologi, per
esempio. Guarire cosa vuole dire? Vuol
dire intervenire sul corteo di sintomi in una maniera tale che quei sintomi o
si attenuano o spariscono in modo tale
da poter rendere la vita del soggetto la
migliore possibile. Questo è quello che
fa la medicina, ma lo fa in tutte le branchie.
C’è l’iperteso grave che deve prendere tre anti-ipertensivi e malgrado questo la sua pressione è molto
alta; quindi in tutte le discipline mediche c’è poi la gamma di pazienti: il
paziente più grave ed il paziente meno grave, il paziente complicato; questo mi
sembra normale. In psichiatria i pazienti gravi e quindi quelli che non rispondono
ai trattamenti e che sono difficili da curare che sono solo meno del 20%
normalmente …
P.
Io quelli che
conosco con delle forme un po’ gravi, sono rimasti gravi.
S.
Poi dipende dal tipo
di malattia, ma i progressi sono stati molto grandi. Certo ci sono delle malattie, dei disturbi,
che sono progressivi allora, se lei prende la demenza di Alzheimer, è una malattia che quando viene posta come
diagnosi, ha dentro il concetto di irreversibilità, di processualità,
di incurabilità e di morte entro un X numero di anni. Questo è quando uno dice ad un parente: Guarda
che tuo padre, tua madre ha la malattia di Alzheimer, dice questa roba, per cui bisogna stare
molto attenti alle diagnosi. Quando un
soggetto medico dice ad un parente: guardi che suo figlio è schizofrenico, pone
una diagnosi di grande gravità, perché pone la
diagnosi di una malattia, di un disturbo … possiamo anche chiamarla malattia,
ma per rigore, perché non abbiamo nessuna idea da dove nasce questo disturbo,
però è un disturbo che si manifesta con alcune caratteristiche: che è
inguaribile, che è cronico, è processuale, che
va avanti, non torna indietro nella grande maggioranza dei casi e che
porta ad una condizione di invalidità più o meno totale malgrado tutto quello
che i medici fanno. E’
chiaro che adesso, con i progressi delle conoscenze, con una maggiore
disponibilità di strumenti farmacologici e
psicoterapici che sedano di meno e che hanno delle azioni più specifiche,
allora si riesce a rallentare questo processo, si riesce a metterci degli
argini; però lui va avanti, perché ci scappa, sostanzialmente, la capacità di
contenerlo, ma questa era una roba già
nota 100 anni fa; non abbiamo grandi differenze. La descrittiva di questi disturbi era
completa.
P.
Ci sono dei gradi,
immagino, e poi i termini usati sono tanti.
Il concetto schizofrenico non è che dica tutto.
S.
Ma dice abbastanza quando i medici parlano
….
P.
Io avevo una domanda
dall’inizio. Per me psichiatria non vuole dire nulla. Potrebbe chiarire il
concetto dello psichiatra?
S.
E’ un medico che
cura le malattie mentali
P.
Come fa uno a capire
se deve rivolgersi allo psichiatra?
Quando mi fanno
questa domanda io dico sempre che il filtro, cioè la
persona che ha grande responsabilità su questo, è il medico di famiglia. Non credo che sia una buona norma scavalcarlo
poi appena io dico questo in genere mi sento dire che non sono bravi, sono incompetenti, non sanno
risolvere, fanno solo ricette, non vogliono sentire parlare. Allora noi quando “formiamo” i medici,
cerchiamo di formarli in una maniera tale che migliori la qualità del medico di
famiglia, perché il medico di famiglia è il referente; quindi dovrebbe essere
in grado di diagnosticare tutti i disturbi mentali e di curarne una buona
fetta, senza bisogno di andare dallo psichiatra. Poi ci sono alcune situazioni particolari
dove viceversa lui non può fare nulla, io penso per esempio ai disturbi della
condotta alimentare, penso alle ragazzine anoressiche, allora lì l’intervento
deve essere fin dall’inizio un intervento articolato ed addirittura
superspecialistico nel senso che io faccio lo psichiatra, credo di avere una
discreta esperienza e insegno questa materia, non curerei una
anoressica perché non saprei da che parte cominciare, nel senso che
non mi sono mai occupato in maniera
specifica del trattamento complesso che questo tipo di diagnosi richiede e
quindi, anche in questo campo, ci sono delle competenze settoriali. Però il medico di
base dovrebbe essere in grado di diagnosticare tutti i disturbi mentali o di
curarne una buona fetta. Questo è il
primo filtro. Il secondo filtro sono gli insegnanti; quindi gli insegnanti devono essere in
grado di capire se c’è qualche cosa nel comportamento, nell’attitudine, nella
relazione. E dico questi due filtri,
prima della famiglia, perché nella famiglia, molte volte, per empatia si porta
a banalizzare certe cose, ci si sente molto coinvolti, ed è difficile che un
padre, una madre riescano lucidamente a capire se un
proprio figlio comincia ad essere troppo schivo dagli amici, sta troppo spesso
in camera sua, fa dei discorsi un po’ sgangherati, non dorme di notte,
farnetica o si mette davanti allo specchio e fa delle mosse come se fosse Highlander. Faccio
degli esempi ma che sono di grande
importanza per il rilevamento precoce che permette di fare un minimo di prevenzione. Quindi se ad un certo punto una persona, per
esempio, ha un
episodio depressivo e nella famiglia ci
sono stati 3-4 parenti che hanno avuto la depressione, ci sono stati 2 o 3
suicidi fino ai nonni o agli zii, se ci sono degli alcolisti in famiglia e se
un ragazzino di 16 anni comincia ad essere chiuso, a non dormire di notte,
dimagrire, piangere, non andare più a scuola, allora forse qualcuno si può
mettere in allarme ed evitare poi che questo, tre mesi dopo, si butti dalla
finestra dicendo poi che la colpa è della società Un’opera di prevenzione di
questo genere è utile in famiglia, sicuramente nella la scuola e nei luoghi
della socializzazione. Io ho in mente dei casi dove questa prevenzione non è stata fatta ed in cui gli
insegnanti hanno banalizzato dei comportamenti veramente plateali: un ragazzo
che era in gita scolastica, molto disturbato, che stava molto male, ha cercato
di buttarsi dal secondo piano dell’albergo dove la classe era in vacanza. L’hanno acchiappato, l’hanno portato a casa,
ma nessuno ha capito l’entità del problema. Si è ucciso due settimane
dopo. Allora, in queste cose, la
responsabilità è loro, è esclusivamente loro, ma molto di più è nostra perché
noi dobbiamo fare sempre di più un’opera di informazione. Abbiamo però alcuni problemi. Il primo è che in genere quando gli
psichiatri fanno questo tipo di discorsi, vengono
accusati di ingerenza, di essere troppo preoccupati, di voler andare a mettere
il naso in cose che non competono loro, perché hanno fame di potere, perché
vogliono accaparrarsi tutto, perché vogliono medicalizzare,
perché vogliono psichiatrizzare, perché vogliono dare
i farmaci, perché prendono soldi dall’industria e via di seguito. Queste cose vengono
comunemente pensate. Ed
allora, in certi casi, queste cose non
le fanno per non andare a prendersi i pomodori in faccia. Se ne stanno a casa loro, tranne poi essere chiamati in causa, ma perché
non l’avete fatto. C’è una situazione di
grandissima difficoltà da questo punto di vista, ma lo psichiatra fa questo mestiere. Lo psichiatra sulla base di
una visita si prende la responsabilità di dire che uno è malato e lo cura se la
persona acconsente.
P.
Quindi la psichiatria è una branchia più
approfondita della psicologia.
S.
No, lo psicologo è
una persona che è nata per studiare i processi mentali, fisiologici, quindi
l’emozione, se poi sono psicoterapeuti sono psicoterapeuti lavoranno
sulla personalità, sui meccanismi mentali, con la presunzione che lavorando su
meccanismi mentali noti, si possa agire su dei
disturbi. E’ una presunzione perché non
c’è niente, esattamente come non c’è niente di dimostrato sul fatto che ci sia
una causalità organica, altrettanto non è affatto dimostrato che ci sia una
causalità legata alla psiche, ma questo diventa poi una specie di battaglia di
retroguardia, da anni cinquanta, in cui si dice che ci sono i biologisti, gli psicodinamisti,
quelli che fanno l’elettroshock e danno le medicine e quelli che invece curano
con la psicoterapia. In realtà tutto
questo verrà messo a tacere quando si conoscerà meglio
come funziona la macchina che abbiamo nella testa. Allora lì, tutte le cose
andranno a posto. Passeranno ancora un
sacco di anni, ma è inevitabile che si arrivi a
questo, a capire come funziona il cervello e quindi come funziona la mente.
P.
Allora lo psicologo
si occupa dei meccanismi della mente in relazione alle
anomalie dei comportamenti, invece lo psichiatra va oltre.
S.
E’ tutta la storia
del pensiero psicoanalitico che ha fatto nascere questo. Lo psichiatra fa delle diagnosi, dal suo
punto di vista emette in qualche modo
dei giudizi che sono legati ad un
sistema di classificazione che ha e sulla base di
questo, secondo le proprie competenze, secondo la specializzazione che ha,
utilizza diversi strumenti per cercare di portare sollievo a questa
persona. Potrà usare lo strumento farmacologico, insieme a quello
psicoterapico, se è competente in questo, oppure potrà dire io posso usare i
farmaci perché sono competente nell’usare
i farmaci, ma ti posso inviare da un mio collega che invece è più
competente di me sui meccanismi psicologici e può darti una mano per completare
l’intervento. L’intervento non è mai un
intervento singolo, in genere. Sui casi semplici certo che
sì, su una depressione semplice, che non è complicata, qualcuno ha bisogno un
antidepressivo. Normalmente il paziente guarisce, nel senso che scomparendo i
sintomi, torna a star bene e dimentica la sua depressione. E
questo è soltanto con un normale intervento medico, ma non dimentichiamoci che
tutti i medici sono un po’ psicoterapeuti.
Quando uno va dal cardiologo, e ha un dolore, una insufficienza
cardiaca, a seconda delle parole, del modo e di quello che il medico dice il
paziente pensa: questo mi va bene, quello lì è un cretino, è troppo rigido, è
antipatico, non mi parla. Inevitabilmente quindi si instaura
un rapporto di tipo psicologico i. Anche lo psichiatra fa questo. Lo fa magari con una maggiore sensibilità
perché non deve mediare su un organo, ma deve andare direttamente alla
mente. Il cardiologo si mette in una
buona posizione psicologica verso il suo paziente, ma l’argomento è il cuore.
Lo psichiatra si mette in una buona relazione con il paziente, perché la buona
relazione è già tutto quello che lui deve fare.
Non so se ho risposto alla sua domanda.
P.
Sono sempre un po’
confusa; neurologo, psicologo, psichiatra… perché anche lo psicologo fa parlare
ma dà dei farmaci. Non dovrebbe
S.
Se è un medico, sì. Ci sono psicologi che sono
laureati in medicina e specialisti in psicologia; ma lì, credo signora, che non
ci sia bisogno dell’etichetta. Io credo
che il modo attraverso il quale un paziente viene a contatto con un medico, con
un terapeuta sono uguali; dipende poi dalla relazione che si instaura,
dal rapporto di fiducia, dall’autorevolezza che il medico riesce a trasmettere,
da tanti fattori per cui ci possono essere delle persone, degli psicologi che
usano le medicine, bravi, che fan bene il loro mestiere. Non credo ci sia
necessità di dire : lei che etichetta ha? E poi io la giudico.
P.
Quello no, però si
crea un po’ di confusione, perché quando poi uno, con l’andare del tempo, non
vede una soluzione ai suoi problemi, cosa fa: cambia, provo con lo psicologo,
con lo psichiatra, …
Ma lo fa anche con il cardiologo, con
l’ortopedico. Quello che lei mi sta
dicendo è una cosa comune in medicina; non credo che sia solo in questa branca.
Si, ma cambia e dice
vado da un altro ortopedico; invece in questo caso dice: forse invece che dallo psicologo vado
dallo psichiatra.
S.
Ma questo sarà sempre il suo medico. Lei
deve avere un referente che la indirizza. Quando Lei va da uno psichiatra
dovrebbe sentire una certa familiarità nel suo modo di agire come se andasse da un ortopedico, da un otorino,
da un oculista, cioè in una visita con un rilevamento
di sintomi. La visita dello psichiatra è
il colloquio, un’ipotesi di diagnosi dove egli può dire: secondo me, Lei,
signora soffre di questo e credo che se
Lei prende il Prozac insieme al training autogeno,
nel giro di tre mesi, dovrebbe stare bene.
Questo è quello che fa lo psichiatra. Allora, il problema del disturbo
mentale è un problema difficile perché ci sono dentro dei fattori culturali,
ambientali che sono di grandissima complessità.
Avete visto il caso di quella polemica che è venuta fuori una ventina di giorni fa sulla bimba che,
dicono, è stata clonata in un laboratorio di ricerca? Ammettiamo che sia vero.
Per fare un’operazione
di questo genere bisogna
avere una formazione scientifica molto alta, bisogna avere dei fondi di
ricerca molto sostanziosi e un’organizzazione scientifica dietro molto potente
e molto importante. Chi ha fatto la
comunicazione è la presidentessa di questo gruppo, no? Quella che è venuta in TV. E questo gruppo ritiene di essere
discendente da progenitori extra terrestri, clonati sul nostro pianeta.
Allora, gli ospedali
psichiatrici di tutto il mondo sono pieni di persone
che dicevano di essere vesuviani, piuttosto che marziani o di essere stati su
Marte e poi tornati indietro. Allora
perché questa signora non è in un ospedale psichiatrico? Da un punto di vista formale, se dovessimo
dargli una definizione, si tratta di un
delirio astrologico.
Questo è un esempio,
per dire che in realtà, la discrezionalità nel definire malattie mentali o
disturbo mentale qualche cosa. Se un soggetto con la
malattia di Parkinson si presenta in TV e ha tutti
gli atteggiamenti, i moti, la sintomatologia della malattia di Parkinson, a nessuno
verrebbe in mente di dire che non è un Parkinson. Tutti sarebbero abbastanza concordi, poi magari
ci sarebbero delle sfumature , direbbero che è un Parkinsonismo, che è la malattia primaria però
sostanzialmente tutti sarebbero d’accordo sul fatto di definire quella roba lì Parkinson e allora perché, a parità di manifestazione
mentale, uno fa il presidente di un
potentissimo gruppo di ricerca e l’altro è in uno ospedale psichiatrico?
La fenomenologia è
la stessa. Dicono, affermano, delle cose che secondo il senso comune non stanno
né in cielo né in terra. Quindi questo cosa vuole
dire? Che molto
dipende dall’ambiente sociale e culturale, dalle capacità di convincimento, di
plagio, perché ci sono in Italia 500 o 600 persone che la pensano come questa
signora.
Hanno intervistato
anche il presidente italiano di questo gruppo, che è un signore distinto che è
venuto a dirci che lui si è un po’
dissociato, ma pensa comunque di essere clonato dai
vesuviani, di essere un discendente di un clone, ma nessuno lo porta in uno
ospedale psichiatrico, o da uno psichiatra o da un neurologo.
Io avevo un paziente
che aveva deciso che tutta la Bibbia potrebbe essere decriptata
usando il codice binario ed in particolare usando le barre, quelle che ci sono
sui prezzi. Con questo codice lui
riteneva di poter scoprire il
significato profondo e recondito della Bibbia e stava in camera sua con
il codice a barra e decriptava la Bibbia.
Allora il problema è
che spesso da noi vengono i pazienti che in qualche modo importunano, che in
qualche modo hanno dei comportamenti che si fanno notare. Allora se uno si mette in mutande sul balcone
d’inverno e comincia a buttare vasi dalla finestra
viene portato in pronto soccorso, ma ci mettono tre ore: il tempo di arrivare e
poi portarlo via, mentre uno che decripta con un codice a barre la Bibbia in
camera sua nessuno lo va a prendere.
Quindi, in realtà, il concetto stesso di disturbo
dipende molto da quello che la società ritiene che sia il disturbo. Questo è un altro problema non
indifferente. Se voi pensate alla fossa
dei leoni e il Milan, alle Brigate rosse o nere e a
tutti quelli che sono allo stadio e che buttano per es. i motorini dalle gradinate, allora direte che si tratta
di un comportamento sicuramente stravagante, che può testimoniare una
grandissima stupidità oppure delle impulsività, dei comportamenti aggressivi,
delle cose fatte sulla base di qualcosa che
sicuramente non funziona nella testa, ma d’altra parte qual è il limite tra un
comportamento violento, delinquenziale ed uno legato alla patologia?
Vi sono dei limiti naturalmente
per cui vi sono molti malati di mente che sono in
prigione e molti delinquenti che sono curati.
Questo in genere, come mi diceva un galeotto di Opera,
dipende dall’avvocato che hai: se hai l’avvocato molto bravo finisci per essere
curato e se hai l’avvocato scadente finisci in prigione, a prescindere da
quello che tu hai.
Per ritornare alla
psichiatria ed alla professione dello
psichiatra vediamo come questi si occupa dei grandi problemi della mente, delle
grandi malattie, si occupa di quello di cui nessuno vuole occuparsi e di cui
nessuno sa occuparsi, della follia, che è un argomento che nessuno psicologo
per quanto bravo arde dal desiderio di affrontare. Lo psicologo quando fa la
sua psicoterapia in genere si occupa di persone
sane: Nel suo studio in genere ha:
persone che possono pagare, li vuole intelligenti e simpatici. Queste sono le condizioni basilari per lui,
per fare una psicoterapia. Se uno è cretino
non la può fare perché non capisce, se è povero no
perché non può pagare, se non è simpatico lo psicanalista dice che il transfert
è negativo e lo manda via.
P.
E’ la stessa
situazione di chi ha un qualche familiare malato grave psichiatrico e non può
fare nulla, se è povero se lo tiene in casa subendo tanta violenza e qualche
volta bisogna chiamare i carabinieri per portarlo al pronto soccorso.
S.
Questo è vero, ha
ragione, ma è un altro capitolo, dipende
da come sono organizzati i servizi e dal fatto che le risorse non sono
illimitate. Questo è un problema serio,
grave. Uno dei difetti dell’aver
distrutto un sistema assistenziale come quello
manicomiale è stato di non avere sostituito questi grandi contenitori con una
capillarità proporzionale
P.
La capillarità c’è,
ma è privata
S.
Ma signora i privati
comunque non si occupano di quelli che dice lei adesso
P.
Sì, perché ci siamo passati. Privatamente posti li trova e subito: ad
Appiano Gentile in un paio di giorni abbiamo trovato posto, a 5 milioni al mese
S.
Questo per una
situazione di demenza?
P.
Sì, schizofrenico grave, che non
camminava più a causa dei farmaci.
S.
Questo è un altro
capitolo serio. Io parlo sempre per me,
di quello che noi facciamo: il paziente schizofrenico, grave, è una delle
missioni dei servizi pubblici, nel senso che ha la necessità,
l’indispensabilità della cura nell’ambito del suo territorio. Se un paziente è schizofrenico grave
normalmente non ha molta coscienza della sua malattia
per cui non accetta molto le cure, in genere è molto difficile curarlo perché lui non vuole farsi
curare e di conseguenza il problema è che nessuna struttura privata lo potrebbe
accettare perché se lui non vuole farsi curare, legalmente parlando, e Lei lo
rinchiude con le buone o con le cattive, è sequestro di persona e ciò ha una
serie di ricadute teoriche dal punto di vista penale che non sono
indifferenti. Però è anche vero che le
risorse non sono illimitate e che il problema, per tornare a quello che dicevo
prima, della capillarità non è stato sostituito, questo grande
contenitore. Milano aveva l’ospedale psichiatrico di Mombello
che teneva 5000 malati, l’ospedale psichiatrico Paolo Pini che ne teneva 2000, Parabiago 1500, S. Colombano al Lambro
1000, Cernusco S/N, quindi erano delle mega strutture che però si occupavano di quei 30-40.000
pazienti, tra ricoverati e ambulatori, inoltre la provincia teneva i dispensari, ecc. Allora tutto
ciò che era già insufficiente così come era
congegnata, cioè centralizzata, perché magari c’era un medico per 50-70
pazienti e camerate di 200, tutto ciò è stata trasformato in servizi da 15
posti letto con 4-5 ambulatori sparsi sul territorio. Chiaramente non poteva reggere all’impatto del
3% di malattia
mentale territoriale e quindi le risorse erano sicuramente non adeguate, ma
d’altra parte l’assistenza psichiatrica è un sacco senza fondo, perché questi
pazienti, solo quelli gravi, sono quelli più impegnativi dal punto di vista di assorbitori di risorse, devono
essere curati a vita. Noi quindi non abbiamo dimissioni. All
S. Paolo noi abbiamo 2500 malati in carico e dirottiamo, quelli più lievi,
quelli più medici: le depressioni che potrebbero essere curate a casa, noi
tendenzialmente diciamo di andare a curarle da qualche
altra parte. Per questo esistono le strutture accreditate. Non vi sono quindi solo
i 5 milioni al mese ma anche strutture dove lei può
andare con la sua assistenza mutualistica e non spende una lira.
P.
Al mio paese non era possibile, l’unico possibile da Cesano
Maderno era andare in Veneto,
S.
Non è vero, il S. Raffaele ha 150 posti letto accreditati di
psichiatria. Villa Albese ha 50 posti letto e sono
tutti posti accreditati dove uno può andare con il suo libretto. Quindi non è vero
che non ci sono questi posti Poi, certo
se anche questi sono insufficienti, se
sono pieni …
P.
Però in relazione a quei 20.000 che diceva prima …
S.
E’ chiaro, il
problema è che le risorse sono limitate e la stessa cosa vale per i familiari
di pazienti con l’Alzheimer, con parkinson,
con sclerosi multipla, cioè tutte le malattie
croniche, invalidanti sono malattie che assorbono risorse all’infinito e non
danno guarigione e questo è un problema enorme a cui bisognerà trovare una
risposta. Non so cosa si possa trovare
da un punto di vista economico, perché io ho, nel dipartimento del S. Paolo,
100 persone che lavorano, fra medici ospedalieri, educatori, assistenti sociali
e sono poche. All’ospedale S. Paolo
questo scherzo costa 9 miliardi l’anno e gliene rende 3-3,5. Ogni anno quindi perde
6 miliardi secchi per assistere i malati di mente. Uno psichiatra costa 100 mila lire l’ora e la
sua visita viene pagata dallo Stato all’azienda 32.500
lire. Per ogni paziente che lo
psichiatra visita l’azienda perde 70.000 lire. Noi facciamo 15-16.000 visite all’anno e i conti sono fatti. Allora uno dice: bene la visita deve costare
100.000 lire e lo Stato deve pagare 100.000 lire così che la Regione Lombardia
che ha 24-25 miliardi come budget per la sanità ne dovrebbe avere 50 mila di
miliardi. E allora
si alza Formigoni e dice aumentiamo il costo del
biglietto del tram a 3000 lire e la gente si mette sulle barricate anche se io
ho visto che in Europa costa il biglietto 3000 lire. Per cui è tutta una catena, non ci sono
denari e quindi in questo giro c’è qualcosa che non quadra, sono d’accordo con
Lei. Però
questa è la situazione.
P.
Però Lei saprà che negli altri Paesi, in
Francia, Germania e o in Inghilterra le cose vanno diversamente, non sono più
ricchi di noi, ma si sanno amministrare.
C’è forse meno gente che ruba e ciò si riflette su chi sta male, sul
malato cronico.
S.
Sono d’accordo. Abbiamo una serie di carenze
gravi soprattutto per questi malati gravi mentali. Infatti un conto è
avere in casa un una persona paralizzata un altro un malato mentale che crea
una situazione di invivibilità, di tensione continua. Le famiglie per
affrontare questa situazione hanno bisogno di supporti e spesso si mettono
assieme . Nascono così le associazioni dei familiari e
noi
creiamo gruppi di auto-aiuto, di terapia.
Esiste, ad es, una associazione
di familiari che si chiama Psiche Lombardia con la quale facciamo degli
incontri al S. Paolo un sabato mattina, dalle 11 alle 13. Assieme cerchiamo di
parlarci, di fare progetti e vedere le cose che si possono fare. Il rischio è
di farsi prendere dall’onnipotenza. Noi
il mondo non riusciamo a cambiarlo.
Possiamo in un piccolo contesto cercare di
mettere a posto alcune cose, però non riusciamo a modificare questa tragicità,
perché questi pazienti o uno li rinchiude e psicologicamente o materialmente
butta via la chiave, oppure se non fa queste cose, se li deve tenere a
vita. Non c’è una via di mezzo. Noi possiamo dare alla
famiglia tutto l’aiuto che vuole, tutto il supporto che vuole, ma alcuni
parenti poi tirati fuori dagli stracci chiedono in definitiva che qualcuno ogni
tanto se li prenda.
P.
Purtroppo c’è poi un
finale perché se sopraggiunge la morte diventa una liberazione senza vergogna
lo dico.
S.
Lo so: per questo
motivo l’aiuto finanziario, penso a Telethon, deve essere dato come per il cancro e per le
malattie rare. Noi abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti per capire meglio perché
non sappiamo e se non sappiamo che cosa possiamo fare? Come non può essere tutto sulle spalle dei
familiari, non può essere tutto sulle spalle di questi poveri psichiatri,
perché loro fanno quello che possono, e poi sono
frustrati, e poi non sanno, e quando anche hanno messo in atto quelle 7 o 8
cose che sanno e nessuna funziona, sono in mutande e allora cercano in qualche modo
di mettere il paziente qui da qualche parte: in una comunità, in una casa
alloggio, chiuso in un posto dove non dia più fastidio a nessuno. Dà dolore dire queste cose perché
bisognerebbe guarirli, ma siccome non ci riusciamo, c’è un certo numero di persone
che deve essere messo da qualche parte.
P.
Sì, ci sono
passato. Comunque
io ho visto mio fratello: nel momento in cui riuscivamo a mandarlo a Rosate per
un paio di mesi ritornava e per un mese
S.
Stava meglio
P.
Era un fiore, era trattabile
S.
Lo so, ci sono però
pazienti veramente molto gravi e sono quelli sui quali noi dobbiamo … perché
non sono tutti così gravi, per fortuna questi sono veramente 2 o 3 su 10; gli
altri, per es. per la depressione, è rarissimo che non
guarisca è veramente rarissimo. E per
quei pochi bisognerà studiare bisogna capire perché non sono guariti (anche se molte
volte è colpa del medico) ma qualche volta è proprio perché non guarisce
P.
Perché non vuole guarire
S.
No, qui non c’è
nessuna volontà. Guardi, come dicevo
all'inizio, se un medico prende un pezzo di carta e scrive una ricetta è perché
ha deciso che non c’è volontà. E’ troppo comodo dire reagisci, datti una mossa, distraiti,
andiamo a fare una vacanza. E’ un dramma
per il depresso che viene triturato dai parenti, che
gli dicono di reagire. E’ la stessa cosa
che se Lei ha due gambe rotte le dicono di saltare, cioè
è malato e allora non serve dire tirare in ballo la volontà. Un esempio è l’agorafobico:
questo non prende il metro neanche se gli puntano un mitra. E’ inutile dirgli: “è
una sciocchezza, non fare il cretino”. Sta male e poi c’è il rischio che si suicidi.
P.
Nel depresso la
volontà torna se guarisce
S.
Torna normale,
assolutamente normale come prima
P.
Però ci sono dei
casi in cui non guariscono
S.
Come in tutte le
branche della medicina. C’è un malato che ha l’insufficienza renale che va bene
e campa per 40 anni e c’è quello che deve fare il trapianto del rene dopo 3
mesi perché ci sono dei fattori di gravità,
malattie concomitanti, familiarità, uso di. Ci sono tante cose che possono complicare
la vita di un paziente, però questo deve essere spiegato dal medico ai parenti
e il medico deve prendersi delle responsabilità.
P.
Purtroppo il medico
delle volte prescrive farmaci, ma non fa una vera diagnosi, non sa, anche se
magari è il medico delle strutture pubbliche. Dopo che questo medico ha visto
il malato 2, 3 volte dice di non poterlo ricevere in una struttura pubblica e di andare in un ospedale dove
paga, ma poi va a casa perché il paziente peggiora e non cammina più. Gli fanno
male le gambe e il tempo passa, gli anni passano, il paziente è sempre così, ma
i parenti non ce la fanno più.
S.
Lo so, io non ho parole su queste cose.