IL MASCHILE E IL FEMMINILE
NELLA COPPIA
Paola Bassani
(psicoterapeuta)
Di professione faccio la psicoterapeuta di
coppia, anche se qualche volta vedo persone singole. Quindi il maschile e il
femminile li vedo ogni giorno dentro alle relazioni di
coppia: di fatto i soggetti coi quali lavoro sono tre: l’uomo, la donna e la
coppia, cioè quell’organismo che sta fra l’uomo e la donna. Per me è importante
dirvi che quello che dirò viene dalla mia esperienza, e
quindi da un certo punto di vista è quello della psicologia e della sofferenza.
Detto questo, è necessario fare qualche premessa, qualche considerazione sullo sviluppo che le idee di maschile
e femminile hanno avuto nella storia. Anche a costo di
banalizzare è importante capire da dove veniamo per capire dove siamo oggi e
come i problemi siano diversi da quelli di 30, 50 e 100 anni fa. Dopo questo
primo momento pensavo di entrare più nello specifico. Necessariamente devo
partire dalla formazione dell’identità di genere, cioè
da come ognuno di noi ha formato la sua identità sessuale. Su questo tema ci
sono interi libri di psicologia dell’età evolutiva, quindi vi dirò solo poche
cose fondamentali per arrivare poi a dirvene poche altre su quello che succede
all’interno della coppia.
Il titolo “maschile/femminile” pone subito
una separazione, ed è ovvio che le cose, dal punto di vista fisiologico, stiano
in questi termini, che però è anche un po’ limitante.
La dicotomia di fondo (sei fatto così perché sei uomo o
perché sei donna) può fare anche
comodo, ma i rischi che questa polarizzazione dei ruoli porta nella coppia sono
molti. Da dove nasce questa polarizzazione nella quale
viviamo ancora oggi? Anche dal sottolineare quella differenza, che ci sono, certo, dal punto di vista fisiologico. Ma le ricerche psicologiche ci dicono che le differenze
riguardano le medie, mentre se io analizzo i
comportamenti all’interno di uomini e donne noto che c’è una grande
variabilità dei parametri quali l’aggressività, la dolcezza: io posso trovare
anche donne molto aggressive, così come anche uomini capaci di ascolto. La
differenza che sottolineiamo nasce da un osservazione
in percentuale dei comportamenti: impostare il discorso in termini di differenza
vuol dire forzarlo verso un tipo di ricerca che la sottolinei ed io ho dei dubbi
che sia una cosa positiva. Io stasera vorrei, attraverso questa dicotomia, che
sicuramente esiste, vedere che cosa abbiamo di simile, e ci accomuna. Partiamo dall’aspetto social-cultural-storico: il primo problema che si presenta
è: maschi o femmine si nasce o si diventa (mi riferisco, naturalmente,
all’aspetto psicologico)? Cioè: è sufficiente
nascere in un sesso perché il nostro destino sia determinato, o vi è un peso
importante dell’educazione e delle regole sociali? E’ l’eterno dibattito fra
natura e cultura. Si nasce maschi e femmine o si diventa perché socialmente
maschi e femmine si comportano in un certo modo, e quindi uno impara? In un
testo di medicina settecentesco ho letto: “le donne
sono in essenza uomini nei quali l’assenza di calore vitale produce la
ritenzione all’interno del corpo di strutture che nel maschio sono visibili
esternamente”. Per 2000 anni le ovaie non hanno avuto un nome, perché si
confondevano con i testicoli: i testi di anatomia
mostravano la vagina e l’utero come il negativo del pene e dei testicoli: noi
donne saremmo state dei maschi mancati. E’ importante capire bene queste cose
perché non è che, poiché oggi si sanno altre cose,
abbiamo dimenticato quelle. La psicologia sociale è come la nostra storia: non è
che se io oggi ho 46 anni e tre figli, ho cancellato la bambina che sono stata. Noi siamo anche questa storia.
E’ solo all’inizio dell’ottocento che si
comincia a pensare alla donna come ad un essere a sé stante, dotata di una
morfologia e di una fisiologia in contrasto con quelle maschili. Poi in seguito
si passa dall’idea di un unico sesso a quella che ci siano due sessi differenti.
E’ solo nel ‘900 che ci si pone la domanda se si nasca
maschi e femmine o se lo si diventi, perché prima non esisteva la
domanda.
Nel ‘900 possiamo
intravedere due posizioni fondamentali: una è quella del determinismo biologico,
che imputa la differenza alla natura, l’altra è quella del determinismo sociale,
che imputa la differenza all’educazione. Sul secondo punto di vista si è
agganciata la psicologia, con l’affermazione che è l’educazione che forma
l’identità di genere. Ecco i due poli opposti del pensiero sociologico e
psicologico. La psicologia ha fatto grandi progressi, ed ha scoperto che
l’identità di genere si forma con l’identificazione. In un primo tempo si
pensava che si identificasse solo col genitore del suo
stesso sesso: femminucce con le mamme e maschietti coi papà. Ho riassunto, in
modo molto schematico (probabilmente Freud si rivolta
nella tomba). Studi più recenti hanno invece mostrato come avvenga un’identificazione bisessuale: il bambino ha bisogno
di identificarsi sia con la figura materna che con quella paterna. Ma che significa identificarsi? Fare proprio il
linguaggio, come se il bambino si sentisse, fin da piccolo, toccato,
giocato, accudito, guardato, in modo diverso dal papà e dalla mamma, e identificarsi volesse dire far suo quel linguaggio. A me piace moltissimo
l’immagine che vede il padre quasi sempre lanciare per
aria il bambino e la mamma la vediamo far così [gesti di timore??]. Dal punto di
vista psicologico la collocazione maschile che un bimbo
percepisce è quella di un padre che lo lancia verso la vita, di un maschile che
ha la funzione di spinger fuori, mentre la madre ha più una funzione di calore,
di contenimento, affettiva.
Il bambino è come se facesse suoi questi
linguaggi. Guardate – e qui cominciamo a parlare della coppia – che la nostra
capacità di adulti – uomini e donne – di comprendere
l’altro sesso, la mia di capire mio marito, esiste in quanto ho potuto
identificarmi con mio padre. Se la bambina ha potuto
far suo il linguaggio maschile nel rapporto con la figura paterna, sarà molto
facilitata nella comprensione del suo uomo. E anche per il
maschietto è la stessa cosa: oggi un po’ meno, ma certamente quando eravate
piccoli voi il problema c’era ancora tanto. Per una bambina era relativamente
facile identificarsi con entrambi i genitori, perché il papà è sempre stato una
figura importante. Ma per il maschietto era possibile
identificarsi con la mamma? Molto difficile, perché più il bambino faceva sui il
linguaggio emotivo, sensibile, del femminile, più veniva ripreso e gli si diceva “non piangere tu che sei un
maschietto: i maschietti non piangono. Ma insomma, sei
un ometto, non fare scene”. Come se le bambine potessero far le scene, i
maschietti no. Questo fa sì
che per i bambini l’identificazione con il femminile e fare suo quel linguaggio
lì è sempre stato difficile perché le donne erano in una posizione di
sottomissione, di debolezza nei confronti della figura paterna. E quindi non
era, in qualche modo stimolante, non era un punto in
più imparare a usare il linguaggio emotivo. E questo ha segnato la vita di
tantissimi di noi, e io oggi mi ritrovo delle coppie che non sanno minimamente
ascoltarsi, sentire i propri sentimenti, non esprimerli, che sarebbe ben di più.
Sto dicendo che, quando tutto va bene, da
un punto di vista psicologico, siamo bisessuati. Ognuno di noi mette dentro di
sé una componente dei due sessi, e questo lo integra.
Chiaro che poi noi saremo donne o uomini in base alla declinazione delle
esperienze che avremo fatto col nostro corpo, della sua
sensibilità e intelligenza, ma sarò una adulta tanto più donna quanto più avrò
integrato dentro di me anche l’universo maschile. Come faccio io stasera a essere qua a parlare a voi, che parte sto facendo? Sto
attuando la mia dimensione maschile. Si potrebbe dire che tutto ciò che
riguarda, dal punto di vista psicologico, l’universo maschile ha a che vedere con un proiettarsi fuori: parlare,
organizzare, muoversi, proiettarsi nel mondo. Ho già detto che il mondo è fatto
di coppie. Noi stasera siamo una coppia: io faccio il maschio, voi fate il femminile mentre mi state ascoltando, contenendo. E dal nostro incontro, può nascere un bambino. E dopo cosa facciamo? Ci mettiamo a
dibattere: dal nostro dibattito possono nascere idee nuove, un appuntamento per
la prossima volta, domande… anche voi mi potete fecondare, come io posso
fecondare voi… allora: paradossalmente la dimensione di coppia si può
estendere. Non è coppia solo un uomo e una donna che vivono sotto lo
stesso tetto. E’ coppia un insegnante con la sua classe, è coppia la coppia che si muove nel sociale. La nostra vita è scandita
dalla dimensione di coppia, ogni volta che c’è un contenitore e un contenuto,
ogni volta che ci sono due polarità che si incontrano
c’è sempre un maschile e un femminile.
Provate a
immaginare che io non avessi avuto una buona identificazione col mio papà, che
era un artigiano e che costruiva le cose.
Io entravo nel suo laboratorio e lo guardavo fare, aggiustare, piallare.
Produceva: era un odore maschile. Quando ho deciso di fare la psicoterapeuta ho deciso di fare l’artigiana della
psicologia. Nella nostra esperienza, fra i nostri amici, ci sono di sicuro delle
donne che non riescono a parlare, a esprimere le loro
idee, proporre, dire quello che pensano Quando una donna non riesce a parlare in
pubblico, o semplicemente a parlare, è un esempio di persona che ha avuto una
particolare difficoltà ad integrare dentro di sé la componente maschile e quella
femminile. Allo steso modo vediamo uomini duri, rigidi, razionali, calcolatori,
che non sanno far altro che fare. Recentemente, durante
una terapia a un gruppo di coppie ce n’era una formata
da due giovani (34 lui, una trentina lei) che riferivano un loro litigio, che
sostanzialmente era questo: lui, nonostante faccia un lavoro molto
impegnativo, con molte ore fuori casa (anche lei fa un lavoro molto impegnativo
e ‘maschile’ – è un fisico) è un vulcano di idee, che non starebbe mai fermo:
tutti i sabati e le domeniche bisogna inventare qualcosa, gli è venuto in mente
di metter su un’associazione culturale…
Hanno una bambina di 10 mesi, che lui non vede quasi mai. Lei, che sta
scoprendo la dimensione materna, e che scappa via dal lavoro che ha amato fino a
pochi mesi fa, perché ha desiderio di stare, di andare al parco con il
marito e la bambina, di passare un pomeriggio tranquillo, è assolutamente
annientata dalla vulcanicità di suo marito e litigano
regolarmente su questo. Li ho fatti parlare, perché mi sembrava un argomento
interessante: il litigio come ve lo ho riportato è
stato rielaborato, perché nella versione originale era: Marco compie 34 anni
venerdì e ha proposto di festeggiarlo andando in discoteca con gli amici, e di
invitare poi 30 persone la domenica
a pranzo. Il giovedì mattina lei alzandosi gli dice: “vedi che vita faccio tutta la settimana, sono stanca morta,
l’idea di andare in discoteca il venerdì, e la domenica di avere tutti qua a
mangiare, anche se è il tuo compleanno, mi stravolge”. Lui si è inferocito:
“non hai mai voglia di fare niente, sei sempre stanca”.
Il loro è un litigio che avviene tutti i weekend.
Siamo andati a vedere che bisogni ci sono
dietro. Abbiamo cominciato a parlarne e gli ho chiesto: “come mai hai sempre bisogno di muoverti?” e lui “perché mi
piace, perché è vita. Lei è morta, non ha mai voglia di fare niente con me.” Invece non è vero: lei ha voglia
di fare cose con lui, ma altre. Quando gli ho chiesto di dire qualcosa della sua
famiglia di origine, all’inizio mi ha detto “si, va
tutto bene, ho avuto una mamma, un papà, ma a 10 anni papà è morto.” Poi ha
cominciato a piangere come un bambino, e mi ha detto: “se mi fermo non faccio che piangere.” Quest’uomo non può
fermarsi, non può stare con il vuoto, non può stare con le emozioni, perché ne
ha dentro tali e tante che non ha mai saputo
analizzare, che oggi, a 34 anni non può stare, respirare, leggere un libro,
stare con la bambina, perché ciò gli procura un movimento emotivo dentro che non
contiene, gli viene fuori tutto con le lacrime. Quando
suo papà è morto, lui non ha pianto. Mi ha detto: “sa,
io al funerale di mio papà sono riuscito a non piangere, se no facevo star male
la mia mamma.” Identificazione di genere, sessuale, non quella
del sesso, ma quella dell’essere uomo e donna. Che identificazione sessuale ha avuto lui? “La mamma è fragile, io devo esser forte. Non mi posso permettere
nessuna fragilità. Non posso tollerare nessuna fragilità, non le tollero,
nemmeno la stanchezza.” Allora qui il problema non è
più essere maschi o femmine, il problema è diventare sempre più donna e sempre
più uomo, cioè sempre più tutt’uno. 40 anni fa, prima
che la rivoluzione femminista sconvolgesse le carte, una grande psicanalista
diceva che in una coppia l’uomo era la testa e la donna
il cuore, e insieme facevano una coppia, che era giustificata dal fatto
che l’uomo aveva bisogno del cuore della donna, mentre la donna aveva bisogno
della testa dell’uomo, quindi lo stare insieme era caratterizzato da una
complementarietà: io ho bisogno di te, tu hai bisogno di
me.
Oggi non può più essere così, occorre che
ogni uomo e ogni donna possano essere
sempre più tutt’uno: ognuno dei due deve integrare dentro di sé la capacità di
dare e di ricevere, di parlare e di ascoltare, di sentirsi pieno e vuoto, di
fare e di stare. Ora la coppia non è più basata sul modello delle ‘stampelle’: a
me manca una gamba, a te manca una gamba, stiamo vicini
che ci teniamo su. La coppia diventa una scelta. E’ un percorso lungo. Vi porto un esempio per farvi capire meglio la dimensione di coppia:
ho incontrato una coppia con due bambini piccoli; lei è una donna in carriera,
oggi si direbbe ‘una donna con le palle’; lui
ingegnere, un uomo abbastanza dolce e tenero, che sa ascoltare. Sono
in crisi entrambi, per un problema sessuale. Davanti a
mene discutevano perché lei gli rimproverava di non partecipare alla vita del
nido. La donna diceva: “quando io esco al mattino debbo
pensare a cosa deve fare da mangiare la babysitter a mezzogiorno, poi alla cena:
E debbo pensare a cosa manca per stasera, che comprerò quando uscirò dal lavoro.
Intanto mi viene in mente che debbo comperare i
pannolini per Gabriele. Quindi, quando vado a lavorare, la mia testa non è solo lì.” Quante donne hanno sperimentato questa
sensazione! Il marito rispondeva: “basta che tu mi
chieda, e io ti aiuto.” A questo punto la donna è scoppiata dicendo: “io non voglio più chiedere. Ma
perché non lo capisci? Sai cosa ti dico? Che sei un
maschilista!” E lui: “io penso che a te vengano meglio,
credo di non farcela ad organizzare tutte ‘ste
robe”. E
via a litigare pesantemente di fronte a me.
Abbiamo cominciato a ragionare sulle
capacità che ci vogliono per organizzare la vita famigliare. E lui, da bravo
ingegnere, ha menzionato i tempi, gli spazi, bisogna pensare ai figli anche se non ci sono, insomma ha fatto un elenco
perfetto, e alla fine ha detto: “guardi che io stimo moltissimo mia moglie che
riesce a fare tutte quelle cose. Penso che io non ci riuscirei.”. Io gli ho
chiesto di cosa si occupa al lavoro, e ho scoperto che è un manager di
un’azienda con 120 dipendenti, dei quali conosce vita, morte e miracoli. Sa quando stanno male i figli delle sue segretarie, insomma
tiene sotto controllo un sacco di cose, tra l’altro in una maniere estremamente
umana, perché è un responsabile, attento alle necessità dei suoi dipendenti.
Allora io gli ho detto che mi sembrava una persona molto capace di organizzare.
E lui mi ha confidato di usare moltissimo i postit. “mi devo scrivere tutto, altrimenti mi
dimentico.” E la moglie: “non
c’è problema, se d’ora in poi ti vuoi occupare della spesa, usa pure i postit!” E lui: “ non ci ho mai pensato, potrei
occuparmi io della spesa, così.” Quando gli ho chiesto perché non ci avesse mai
pensato, mi ha risposto: “in casa mia faceva tutto mia
mamma. Finora non mi è mai venuto in mente, ma lo farò volentieri.” E lei: “sì, ma guarda anche cosa
manca nella dispensa: non sono io che debbo farti l’elenco.” Alla fine lui ha
accettato, alla condizione di mettere una lavagna in
cucina!
Questa piccola storia ci
insegna quanti pregiudizi ci si fanno sui ruoli. Noi abbiamo in testa che
essere maschio o essere femmina significa fare certe cose. All’interno della
coppia è necessario essere capaci di passare dal ruolo alle persone. I ruoli
sono come i vestiti e nella coppIa bisogna essere
capaci di toglierseli per essere nudi, essere persona prima ancora che maschi e
femmine. In questo modo il maschile e il femminile si
‘inquinano’.
IDENTITA’ E RUOLO
L’identità è una cosa, il ruolo è un’altra,
è come la perla dentro l’ostrica: l’identità è la perla e la conchiglia è il
ruolo. Il ruolo è dunque una parte importante, che ha a che vedere anche con la
difesa, con l’esterno, di protezione e facilitazione, a seconda. Immaginatevi
che un’ostrica abbia una conchiglia di cemento, così dura, che non è più
apribile. Oppure succede che uno si metta addosso degli
abiti sottili come veline, che non proteggono per niente l’identità. L’identità
è ciò che tu senti di essere, il tuo essere persona, che è la parte più intima
di te. Il ruolo ha a che vedere con le capacità che hai e che ti sono richieste,
per cui nel ruolo tu ti poni anche in base alle
capacità, ma il ruolo è anche per te promotore di nuove capacità. Quando diventiamo genitori, assumiamo un ruolo che prevede
compiti e responsabilità. La nostra identità può essere più o meno adeguata al
ruolo. Nel fare il genitore, però, io imparo delle cose che vanno ad
incidere sulla mia identità. Dal momento in cui io divento mamma, normalmente (ma sono stati fatti studi anche sulle donne con
gravi sofferenze psichiche, cioè con un’identità malata) l’esperienza della
gravidanza e della maternità – assunzione di ruolo – ha il potere di incidere
sull’identità.
Ci sono ruoli che scardinano, perché ci
chiedono di mettere in discussione così tanto la nostra
identità da farci crescere come persona, mentre altri schiacciano il nostro
essere persona. Ci sono uomini che giungono a diventare mariti, ma siccome
l’immagine che hanno del <marito> è molto rigida,
“uno tutto d’un pezzo che non chiede mai”, fin quando si tratta di “provvedere
al bene della famiglia”, questo rinforza la sua identità (anche se poi a volte
succedono dei drammi). Ma supponiamo che un uomo si senta di
identità fragile e insicura: ho davanti agli occhi in questo momento una
coppia che sto seguendo, e sono molto preoccupata soprattutto per il maggiore
dei loro figli, perché quest’uomo è assolutamente incapace … non c’è. Può
esserci, ma è come se la sua sedia fosse vuota. Nel rapporto con i figli e con
la moglie (infatti hanno grossi problemi sessuali)
quest’uomo è diventato padre con una tale fragilità nella sua identità di genere
che i ruoli che ha assunto sono per lui impraticabili. Quello che vi sto dicendo è che più
lavoreremo a costruire la nostra identità, meglio faremo i mariti e i padri. Più
invece ci impegnIamo a rinforzare il ruolo, più ci
dimentichiamo della persona che c’è dentro e dietro. Di fatto non
cresciamo. Io mi posso impegnare a fare bene la mamma, ma se non mi metto in
discussione come persona mentre lo faccio, combinerò
grandi danni.
SOGNARE NELLA COPPIA
Le coppie che io vedo
(ma considerate che le coppie che vengono da me sono portatrici di
sofferenze particolari) manifestano il grave problema della sparizione del
femminile: a fronte dei meriti del femminismo in termini di liberazione, di pari
dignità, di pari opportunità, esso ha invece prodotto una ennesima
sottolineatura della differenza che ha indotto tante donne a dimenticare il loro
femminile per cui vedo tante coppie nelle quali non c’è la dimensione femminile,
né da parte del maschio, né da parte della femmina. La dimensione
dell’accoglienza, dimensione fondamentale della gravidanza e della
maternità, si manifesta quando una donna dice sì al suo bambino e compie
un’operazione di accoglienza dal punto di vista non solo fisico, ma anche
psicologico. E’ un grande momento di fusione delle
istanze fisiche e psichiche perché io accolgo il non-conosciuto, l’ignoto, ciò
che non so. Quello che io vedo in tante coppie sono due persone che programmano,
che non lasciano niente al caso, che tengono tutto sotto controllo, hanno
bisogno di organizzare sempre tutto, e che non si danno mai spazi per mollare un
attimo. Pensate all’esperienza che ogni donna fa con la maternità: il vuoto nel
quale tu sogni il tuo bambino, immagini come sarà, fantastichi, progetti. Come
scrive la bravissima psicologa Silvia Vegetti Finzi in Bambini nella notte è importantissimo che una mamma
sogni come sarà il suo bambino. Questa esperienza delle donne
trasportata nella coppia fa capire l’importanza, non necessariamente delle
donne, ma da uno dei due di immaginare, sognare, accogliere, progettare,
fantasticare, creare. Ma quando mai oggi le coppie lo
fanno?
Quando prendo in cura una coppia, il
lavoro che faccio è quello di farli sognare, perché oggi non
sognano più, c’è la malattia
in agguato. Ma lo spazio singolo che consente di sognare in psicologia viene chiamato preconscio. Noi abbiamo una
dimensione consapevole, conscia, di tutto ciò che io so e di cui sono certo. Poi c’è
un'altra dimensione, quella inconscia, sulla quale non
possiamo fare molto. Poi c’è quello spazio, simile allo spazio di gioco
fantastico nel quale il bambino sta così volentieri, nel quale si immagina di essere ciò che vuole, quello spazio è il
preconscio, lo spazio del pensiero progettuale e creativo, ed è lo spazio che
sperimenta la donna durante la gravidanza: “faremo questo, sarà così o cosà”. Quello spazio mentale è fondamentale per la vita di
coppia, ma quante coppie oggi lo vivono? Io mi occupo
soprattutto di coppie giovani e sono molto allarmata da
questa cosa. Certo non si può generalizzare, vi ho detto che il mio è un osservatorio
particolare, ma da quel punto di vista vi dico che oggi non c’è più il
femminile, lo spazio dell’accoglienza, della fantasia, che lo giochi lui o lei,
poco importa. Che qualcuno ogni tanto dica “spegniamo la televisione e guardiamo
ci in faccia”. Questa parte qui non la fa più
nessuno.
SCIEGLIERSI ED
INQUINARSI
Vi dicevo che la condizione ideale perché
una coppia possa esprimere appieno la sua vitalità, è
che i due partner, uomo e donna, siano il più possibile interi, cioè che
abbiano bene integrato dentro di sé la proprie parti femminili e maschili. Se
tutti e due sono così, allora i partner stanno insieme
non poiché si sostengono, ma perché ci scegliamo e ci inquiniamo, cioè sentiamo
entrambi che per la nostra relazione è di fondamentale importanza la crescita
personale, cioè io sento che quello che c’è fra me e te, non quello che sono io
per te o tu per me, mi fa crescere. Questo io lo chiamo
inquinamento: io imparo ad apprezzare il tuo universo, magari senza parlare
benissimo il tuo linguaggio, ma capendolo, come in un processo di osmosi. Tu
stai con l’altro non perché ne hai bisogno (“lui ha la testa che gli funziona
bene, io son tutta cuore, se non c’è lui io non
ragiono”).
CRESCERE E NON CRESCERE NELLA
COPPIA
Dunque, come ci si sceglie? Oggi per
innamoramento, ma non è sempre stato così. Fino a 50 anni fa non ci si sceglieva
per innamoramento, ed è ancora così in alcune zone del
mondo, come in India. Un mio amico indiano mi ha però fatto notare che da loro i
matrimoni durano di più. Ma cos’è il nostro
innamoramento? Qualcuno dice che innamorarsi è come uscire di casa per vedere
che tempo fa. Se ci si pensa, non c’è bisogno di uscire
di casa per guardare il tempo: basta aprire le finestre. L’innamoramento è
un’esperienza del corpo, che ti prende tutto: è come sentire sulla tua pelle la
pioggia che cade o il sole che scotta, è fare l’esperienza dell’andare oltre i
confini del conosciuto. Ma non guardi solo ciò che è sconosciuto, fai
un’esperienza fisica, ti senti stritolare dentro, le
viscere ti si contorcono. Di che
cosa ci innamoriamo? Di fatto ci
innamoriamo di noi stessi. Io non mi sono innamorata di lui, ma di come
lui mi fa stare, di quella panna che viene a galla con lui.
Quando sentiamo qualcuna dire “lui mi fa
sentire donna” vuol dire che non è innamorata di
lui, ma di come si sente con lui. Certo noi scegliamo in base a motivazioni consapevoli, la pensa come me, ha i
miei stesi valori, mi piace… motivazioni consce, ma accanto c’è tutta una serie
di motivazioni assolutamente inconsapevoli che ti spingono ad andare a cercare
il nuovo di te. Di solito queste motivazioni inconsce hanno a che vedere con due
grosse categorie motivazionali: una è il bisogno di ripetere ciò che è stato
gratificante nelle nostre relazioni famigliari, l’altra è il bisogno di riparare
quello che è stato difficile, doloroso, in esse. Quindi io mi vado a scegliere ciò che, in qualche modo, mi
consente di rivivere o di riparare ciò che ho vissuto nelle relazioni
famigliari. Ma se si pretende che la coppia sia solo
quel luogo dove vengono o riparate o riprodotte le relazioni famigliari antiche,
quella coppia non nasce, di fatto.
REINVENTARE LA COPPIA
Non credo molto alla preparazione alla vita
di coppia. Quello che vedo è che, dopo i primi dieci anni di matrimonio, ciò che
crea più danno è la solitudine. Se una coppia ha una rete relazionale di amici, di parenti, di luoghi dove stare, questo facilita
la soluzione di molti problemi, come ad esempio la delusione: “tu non sei quello
che io pensavo che tu fossi: io mi immaginavo che tu fossi la mia principessa e
io il tuo principe, sul cavallo”. Ma dopo un po’ ci si
accorge che “tu non sei la principessa, e siccome tu non sei la
principessa, io non sono il principe”. Il dolore maggiore della delusione
è lo scoprire che poiché tu non sei quello che io credevo che fossi, io non
posso essere quello che avrei voluto essere. Se io
scopro che sei Cenerentola e non la Bella addormentata
nel bosco, io chi sono? Ho sposato Cenerentola, allora io chi sono? Questa è la
mia opinione, derivata dalla mia esperienza da
psicologa: se dovessi fare una statistica delle motivazioni che hanno condotte
da me le coppie che vedo, la maggior parte sarebbero riconducibili alla
solitudine. Quelle coppie non hanno avuto la possibilità di avere delle
relazioni significative, non l’amico sulla cui spalla
piangere, ma qualcuno che mi dica: “l’ho fatto anch’io, ci son cascato anch’io, ho provato a uscirne così… ”. Invece
vedo tanta gente che si incontra, ma non si incontra
veramente. Cosa si può dire alle giovani coppie?
Bisogna riuscire a integrare gli spazi personali con
quelli di coppia (non davanti alla televisione, dove si è in tre, non in
due) e quelli con il resto del mondo: questa è la prima cosa.
E’ difficile, quasi impossibile, nascere
come una coppia integrata. A un certo punto della mia
vita di coppia io ho capito che avevo sposato mio marito perché era l’esatta
fotocopia di mio padre. Tuttavia, io ero ormai abbastanza grande da non aver più
bisogno del padre. Allora una si accorge che, dopo aver sposato qualcuno perché
ti accudiva e ti proteggeva, passati gli anni e messo al mondo
figli, si è rinforzata col lavoro, e non ha più molto bisogno di qualcuno
che la protegge. Allora comincia a ribellarsi contro il partner: “perché fai il papà?” e lui “ma fino a ieri ti andava bene”.
In quel momento nasce la sfida a rifondare la coppia: fino a oggi è andata così, e adesso? Bisogna essere capaci di
reinventarsi, di ridesiderarsi.
LA COPPIA NON E’ L’UNICO SPAZIO DI
INTEGRAZIONE
Quando io parlo di
integrazione della coppia, parlo della possibilità di riprendere in mano
ferite antiche e problemi irrisolti. Questo è impossibile
prima del matrimonio, va fatto ‘lungo il viaggio’. Quando due si sposano
partono per un viaggio su una zattera, e spesso sono molto sprovveduti per il
fatto di essere stati troppo coccolati da giovani, e anche per il fatto che si
sposano dopo i 30-35. La loro relazione è una zattera, nel senso che non hanno ancora avuto una famigliarità, e sono già strutturati
in maniera rigida. Per forza, quindi, devi pensare che il tuo viaggio di coppia
sia fatto anche da una ristrutturazione: si parte handicappati, mutilati, e il
viaggio della coppia è un’avventura verso la crescita di entrambi.Le possibilità che l’uomo ha di crescere sono infinite, e
la coppia può essere il luogo privilegiato della
integrazione, ma non può essere l’unico.
NELLA RELAZIONE CON IL PADRE E LA MADRE IL BAMBINO COSTRUISCE IL SUO MASCHILE E
FEMMINILE
Il bambino ha un bisogno fondamentale:
quello di essere amato. Per questo sarebbe disposto ad andare fra le gambe del
diavolo: vuole essere riconosciuto, visto, amato. Quindi, a causa di questo,
tende a instaurare relazioni significative sia col
padre che con la madre. Con queste due relazioni, impara a maneggiare il
linguaggio dell’altro. Poiché io voglio essere amato dal papà, e anche
dalla mamma, cioè da entrambi, mi avvicino, e li tocco.
Facendo questo io capisco che la pelle del papà è diversa da quella della mamma,
sento che mi abbracciano in modo diverso, che giocare con uno o con l’altra è
diverso. In questo modo io faccio mia un’identità maschile: l’importante è che
in una famiglia siano presenti entrambe le identità.
CERCARSI L’IDENTITA’ CHE
MANCA
Ci sono persone che hanno avuto madri
durissime e molto maschili, e sono state salvate psicologicamente dalla presenza
di personaggi maschili ‘altri’. Ho conosciuto un uomo che ha trovato negli Scout
un’identificazione maschile calda, affettiva, emotiva, ed è diventato uno
splendido uomo. Il problema non è che il ruolo deve
essere fisso: tu devi fare il papà così, e tu la mamma così. L’importante è che
le relazioni che si instaurano siano connotate da un
pieno e un vuoto, un caldo e un freddo…
Si può trovare ciò di cui si ha bisogno
dovunque, non necessariamente nella famiglia. Così abbiamo la possibilità di
andare a cercare ciò che ci è mancato. Ho presente il
caso di un giovane uomo che sto seguendo, che non ha mai conosciuto il padre,
perchè la madre non ha voluto sposare l’uomo che l’ha
messa incinta. Immaginate la ferita di quel bambino, oggi uomo, che ha vissuto
con una nonna e con una mamma che ha rifiutato il maschio. Questo ragazzo è
andato a cercarsi spasmodicamente delle figure alternative maschili, ed è oggi
un uomo integrato, sufficientemente sano di mente… Certo, viene da me perché non
accetta di essere rifiutato: tutte le volte che la moglie lo guarda male, lui va in crisi
nera, perché gli è rimasta una ferita dal passato. Tuttavia è riuscito a formarsi la sua
identità maschile: è un ingegnere che lavora al CNR come astrofisico, una professione molto maschile! Dunque, uno cammina e si forma la sua identità andando a
cercarsi quello di cui ha bisogno. Anche nella nostra
coppia andiamo a cercarci quello di cui abbiam
bisogno. Il problema nasce quando non abbiamo più
bisogno, quando scopriamo che, poiché siamo cambiati, quell’altro ci
delude.
L’uomo del quale vi ho parlato non ha vissuto il maschile, non è nemmeno stato
mandato all’asilo… giusto qualche bambino in cortile. La sua famiglia erano la
mamma e la nonna. E’ come se dentro si fosse rotto qualcosa “la mamma non ha
voluto il papà” che ora deve essere riparata. Lui dunque è andato a cercarsi –
inconsciamente - una donna che lo rifiuta, così è costretto a riparare ciò che è
stato rotto, cioè deve imparare ad accettare il
rifiuto. Non va in cerca di accettazione al posto del
rifiuto, ma deve imparare che nella vita si può anche essere rifiutati.
Posso vivere anche se mi rifiutano. Posso volermi bene anche se non me ne vogliono. Lui da piccolo non ha
potuto volersi bene perché ha pensato di essere rifiutato. I bambini pensano
sempre di essere loro la causa delle tragedie dei
genitori. Quindi lui, quando il padre se n’è andato per rifarsi una famiglia, ha
pensato: “la mia nascita ha causato la loro
separazione, quindi io non mi voglio bene”.