I LEGAMI CHE SOFFOCANO
- Dott.ssa Roberta Brivio –
I legami che soffocano sono le relazioni che stabiliamo con gli
altri e che invece di aiutarci a crescere e a stare bene ci fanno soffrire.
Ho portato delle favole un po’ particolari, ne leggerò un paio e poi
proveremo insieme a riflettere.
Sono favole
per bambini, ma quelle che ho portato mi piacerebbe leggerle a
voi.
IL PRINCIPINO CHE NON SAPEVA PERDERE
Una volta, tanto, tanto tempo fa nel paese degli uomini esisteva
un piccolissimo regno completamente circondato dalle montagne e inaccessibile a
tutti, dove viveva felice un lontano popolo con il suo re e la sua regina. L’unica cosa che mancasse in questo regno era un
principino che tutti aspettavano ma che non arrivava
mai. Figuratevi dunque le feste che furono fatte quando
il principino finalmente nacque.
Tutto il paese gli portò ogni sorta di dono e ognuno faceva a
gara a trattarlo come meglio poteva.
Il principino crebbe pensando che quella
fosse l’unica condizione possibile in cui vivere e si aspettava che sarebbe
durata per sempre, visto che era un cucciolo tanto più nato in una reggia.
E fu così che il principino continuò a
restare piccolo anche se il tempo passava.
I giorni si succedevano alle notti, le stagioni scorrevano una
dopo l’altra e l’acqua del fiume continuava a
scendere. Era come se lui non volesse crescere per non perdere tutti i doni che
si hanno quando si è piccoli.
All’inizio anche i suoi genitori l’assecondarono, anzi sotto sotto ne furono perfino un po’ contenti perchè
anche per loro era un dono avere un figlio piccolo in casa che li faceva
sentire giovani e dimenticare i problemi. Però man mano che il tempo passava il
re e la regina si accorsero che stavano invecchiando e
che fra i loro capelli se ne affacciava qualcuno già bianco.
Fu allore che incominciarono a preoccuparsi.
Ma se Tommaso, era questo il nome del principino,
non vuole crescere diventerà molto infelice un giorno quando noi non ci saremo
più e non potremo provvedere a lui, disse un giorno il re. E
anche la regina fu d’accordo perchè questo pensiero
aveva già cominciato a preoccuparla da un po’ di tempo.
Decisero di chiamare i saggi di tutto il mondo. I messaggeri del
re andarono in giro per le montagne in cerca dei saggi.
Quando finalmente i saggi si ritrovarono alla reggia parlarono tra di loro per giorni e giorni e alla fine andarono dal re
e dalla regina.
Ecco! Abbiamo deciso: una cosa su cui siamo
tutti d’accordo, dissero, ed è che il principino non potrà crescere e diventare
vecchio senza essere diventato grande. E per perchè
questo avvenga dovrà compiere
un viaggio intorno al mondo a cercare tre città: la città del
dove, la città del come e la città del quando.
E dove sono queste città? chiese
allarmata la regina, spaventata all’idea che suo figlio dovesse partire per una
simile avventura.
Questo lo dovrà scoprire Tommaso, risposero i saggi, anche perchè sono delle città speciali che stanno in posti diversi secondo i vari
momenti della vita.
Detto questo
i saggi se ne tornarono a casa propria.
Nessuno si era accorto che il principino
Tommaso aveva ascoltato tutto spiando dietro ad una porta e man mano che i
Saggi parlavano in lui cresceva la curiosità
di conoscere le tre città.
Così quando i saggi smisero di parlare
il principino aveva già preso la
decisione di partire per andare a cercarle.
In realtà
dentro di sè aveva sempre saputo che
anche il suo papà e la sua mamma erano contenti se lui restava piccolo, perciò
se li era sempre sentiti alleati anche, se a parole gli dicevano che oramai era
tempo di crescere.
Questa volta il principino aveva proprio capito che il re e la regina volevano
davvero che lui diventasse grande e questo lo aiutò a prendere una decisione da
grande.
Fu così che il giorno dopo, allo spuntar dell’alba, il principino, dopo aver lasciato un biglietto ai suoi genitori
per rassicurarli, partì con il suo fagottino.
Camminò giorni e giorni per attraversare
le montagne altissime che difendevano il suo regno, lla
fine si trovò dall’altra parte. Vide una città e si chiese quale sarebbe stata
la direzione giusta per arrivarci.
Cammina, cammina, il principino Tommaso
si trovò in mezzo ad un quadrivio: una strada andava a Nord, una andava a Sud,
una andava a Est e una andava a Ovest.
Preso dalla perplessità Tommasò si
sedette proprio ai bordi del quadrivio e incominciò a pensare:
dunque, se vado a Nord può darsi che trovi la
strada giusta, ma se questo non succede
perdo le altre tre possibilità, lo stesso mi succederà se vado a Sud, a
Est oppure a Ovest. E mentre era intento a curare questi
pensieri il principino Tommaso continuava a stare seduto e a non andare da
nessuna parte per paura di perdere la possibilità giusta.
Intanto la gente giungeva al quadrivio, sceglieva una direzione e
passava oltre, mentre lui era sempre fermo in attesa.
Finchè fu la volta di un vecchio con la barba
bianca lunghissima che passò di lì e si sedette a riposare vicino a lui senza
parlare.
Passato un bel po’ di tempo il principino
incominciò a tossire, a sospirare tanto da attirare l’attenzione, ma il vecchio
non si scompose e non disse niente.
Allora il principino, che non era
abituato a sentirsi trattare con indifferenza, sospirò un po’ più forte e
disse: ahimè. Ma il vecchio continuò a restare
impassibile, come se niente fosse.
Il principino incominciava ad
arrabbiarsi. Come! proprio a lui che era abituato ad
avere tutti ai suoi piedi doveva capitare di incontrare un compagno di viaggio
così indifferente che non si curava dei suoi sospiri?
Ma la faccia del vecchio era impassibile, imperturbabile,
più di prima, anche se era una faccia che ispirava simpatia.
Senti mi potresti aiutare? Gli chiese infine Tommaso, e
questo gli costò moltissimo, perchè lui non era abitauto a chiere aiuto agli
altri.
Aiutarti a far chè?
gli rispose il vecchio girandosi verso di lui.
A trovare la direzione giusta per il mio cammino.
Il vecchio
pensò a lungo, sempre in silenzio, e poi rispose: il problema
sembra essere quello di saper perdere. Se non accetti di saper perdere le altre
tre direzioni non potrai più muoverti di qui.
Il principino fu molto colpito da quelle
parole, stette zitto per un po’ e alla fine disse con un sospiro più grande
degli altri: il fatto è che nessuno mi ha insegnato come si faccia a perdere.
E già rspose il vecchio, perdere
è una cosa difficilissima per tutti, non solo per te e nessuno ce la può insegnare,
siamo noi che la dobbiamo imparare. Ma in realtà è
l’unica cosa che ci permette di vivere per davvero, di camminare e di fare le
nostre conquiste.
Sulla faccia del principino
incominciarono a scorrere dei grossi lacrimoni e
queste furono le uniche parole che il suo cuore seppe dire per un dispiacere
così grande come era per lui quello di perdere qualcosa.
Il vecchio lo lasciò piangere, poi tolse dalle tasche tre grossi semi
e glieli donò.
Guarda, questi sono tre doni che ti faccio:
il primo è il seme che aiuta a essere sempre protetti dai
pericoli,
il secondo è quello che aiuta a prendere una decisione da
soli,
il terzo è quello che aiuta ad accettare dei rischi.
Sono dei semi speciali che fanno nascere dentro di noi delle
piante invisibili che ci accompagnerannoper tutta la
vita.
Quando ti accorgerai che le tue piante
sono abbastanza grandi e i semi non ti servono più, donali a qualcuno che deve
ancora far crescere le sue piante. Solo allora potrà succedere qualcosa di nuovo, come ogni volta
che si perde qualcosa.
A quel punto il vecchio si alzò, prese il suo bastone e si avviò
in direzione dell’ Ovest.
Il principino lo guardò sparire e pensò:
Se lui che è vecchio e saggio va verso Ovest vuol dire che quello è il luogo di cui conosce già tante
cose; io, che sono piccolo e devo ancora
imparare tutto andrò nella direzione opposta. Fu così che il principino
Tommaso parti in direzione dell’Est , verso il sole che sorgeva proprio là
e che illuminava la sua strada. Cammina, cammina, attraversò
paesi, campagne, vallate, ma delle tre città non si vedeva
neanche l’ombra.
Passò così parecchio tempo.
Finchè un giorno, sulle rive di un fiume che
scorreva impetuoso, Tommaso trovò un volpacchiotto che piangeva perchè era rimasto solo al mondo.
Era piccolo e indifeso davanti ai pericoli. Il principino
si ricordò dei doni del vecchio, pensò un poco, poi prese il primo seme e
glielo regalò.
Appena il volpacchiotto lo ebbe tra le zampe, ecco che dai
cespugli sbucò una famiglia di volpi che lo adottò all’istante
e tutti insieme sparirono nel bosco.
Sulle guance del principino cominciò
allora a scorrere una grossa lacrima. Come! Lui si era privato di una cosa
preziosa, era rimasto con solo due semi e il volpacchiotto se ne era andato così senza neanche ringraziarlo.
Ma nel momento in cui alzò il viso per asciugarsi le lacrime ecco
che si accorse che sul fiume era comparso un ponte, oltre il quale si potevano intravedere le mura di una grande città.
Stupito e incuriosito il principino attraversò
il ponte e giunse davanti alle guardie che stavano all’ingresso della porta
principale.
Come si chiama questa città? Chiese Tommaso pieno di speranze.
Come non lo sai? Gli risposero le guardie,
questa è la città del dove.
La città del dove? Allora ci sarà un quando. In che posto della
terra siamo? Chiese poi, visto che con tutto quel camminare aveva ormai perso
l’orientamento.
Siamo qui, gli risposero le guardie. E per quanto il principino si sforzasse non riuscì ad ottenere altre
risposte dalle guardie. Anche tutti gli altri abitanti, una volta interrogati, gli rispossssero: siamo qui.
Tommaso capì che questo doveva essere il segreto della città.
Allora si sedette per terra, mise il capo tra le mani e
incominciò a pensare. Alla fine si fece strada nella sua mente un pensiero che prima era oscuro e che adesso
diventava sempre più luminoso. Alla fine capì.
A lui la parola “qui” era quasi sconosciuta, fino ad allora, perchè la sua mente era
sempre stata “là”, da qualche altra parte e i suoi pensieri vagavano spesso
lontano da dove lui era.
Dunque, anche il prinncipino a poco a
poco incominciò a imparare la parola “qui” e ad affincarla alla parola “là” e anche i suoi pensieri
tornarono a fargli compagnia, nel posto dove erano.
Ripartì per continuare la sua ricerca. Cammina. cammina, ad un bivio si trovò davanti un cucciolo che doveva
tornare a casa ma non riusciva a trovare la strada perchè
se l’era dimenticata.
A quel punto Tommaso si ricordò della disperazione da lui provata davanti
al quadrivio. Gli venne in mente il
vecchio e fu allora che decise di donare al cucciolo il secondo seme che aveva
avuto in dono.
Il piccolo
lo buttò per aria e quando il seme cadde su uno dei due sentieri
se lo riprese e proseguì in quella stessa direzione che era proprio quella che
portava alla sua tana. Potè così tornare a casa felice e
contento.
Anche questa volta a Tommaso spuntò una grossa
lacrima. Come! Si era privato del secondo dono e il cucciolo se ne era andato così senza dire neanche una parola.
Ma ecco che all’improvviso gli giunsero,
attraverso gli alberi, dei rumori famigliari.
Attraversò il bosco in fretta e furia e si trovò davanti un’altra
città.
Come si chiama? Chiese alle guardie.
Come non lo sai? Questa è la città del come.
Entrò dentro le mura e subito incominciò a
interrogare i suoi abitanti.
Come si fa questo? come si fa quello?
Si fa “così” rispondevano tutti.
Ma ogni “così” era diverso per ognun delle persone alle
quali poneva la domanda. E ciascuno riusciva a trovare il suo modo di fare le cose. Un modo che andava bene proprio a lui in quel momento. Mentre in un altro momento ne trovava un altro che andava bene a
lui in quell’altro momento e così via.
Il principino restò un po’ perplesso,
lui aveva sempre creduto che la risposta al “come” fosse una e una sola e che
ci fosse un unico modo di fare le cose.
Così a poco a poco anche la seconda città gli insegnò che non
c’era una sola e unica risposta al come, ma che ognuno nella vita si trova la
propria, quella che va bene proprio per lui in quel momento.
Abbandonata la città del “come” il principino
continuò la sua strada.
Cammina, cammina, si trovò davanti ad un
incendio che era scoppiato in un bosco in mezzo al quale, su un albero, era
prigioniero uno scoiattolo. Salta, gli gridavano quelli che stavano sotto, al di là delle
fiamme, salta, prima che il fuoco raggiunga
sull’albero. Ma lo scoiattolo aveva una gran
paura di rischiare.
Adesso no, non ce la faccio, dopo, esclamava.
Allora Tommaso si ricordò del terzo dono del vecchio e gli lanciò
il terzo seme che si fermò sulla foglia dell’albero. Lo scoiattolo
lo prese in bocca e saltò.
Per fortuna aveva deciso di rischiare ed era riuscito a saltare al di là della fiamme un momento prima che l’incendio si
estendesse all’albero.
Quando Tommaso vide gli scoiattoli allontanarsi senza neanche badargli ci rimase molto male. Ma
all’improvviso, davanti ai suoi occhi vide un lago e in mezzo ci stava un’isola
con sopra una città piena di case che si specchiavano nell’acqua e sulla riva
c’erano tante barche. Tommaso
ne scelse una e remò fino
all’isola.
Quando sbarcò chiese alle persone che
incontrò come si chiamasse la città.
Questa, gli risposero meravigliati gli abitanti, questa è la
città del “quando”.
E capì di aver finalmente trovato la terza e ultima città
del suo viaggio per diventare grande.
Andò in
giro per tutte le strade a chiedere alla gente tutti i “quando” che gli
venivano in mente e la gente qualche volta diceva ieri, oppure l’altro ieri o
l’anno scorso. Qualche volta domani, oppure dopodomani oppure l’anno venturo. Ma molto, molto
spesso, anzi spessissimo,rispondeva oggi.
A Tommaso sembrava ci fosse qualcosa di strano in quelle
risposte, ma non riusciva a capire cosa. Finchè la
spiegazione non gli fu chiara.
Nella città, la risposta più comune era oggi, mentre lui era
sempre stato abituato a dire ieri, oppure più spesso dopo, oppure domani,
intanto le cose non le faceva mai, gli bastava tenerle presenti
nella sua
mente, come se il suo pensiero magicamente le
realizzasse.
Fu così che anche Tommaso imparò a far entrare nel suo
vocabolario la parola oggi che prima scappava sempre via come l’acqua da un
secchio bucato.
Visitata la città del “quando” il principino
si rese conto che era ormai tempo di tornare
perchè il suo compito era giunto al termine.
Cammina, cammina, si trovò davanti le
montagne che circondavano il suo piccolo regno.
Stavolta era diventato così grande e forte che impiegò
molto meno tempo per attraversarle.
Immaginate la festa che gli fecero il
re, la regina e tutti gli abitanti quando finalmente arrivò.
Si fecero danze, giochi, tornei e ogni sera il principe Tommaso raccontava un pezzo delle sue avventure in piazza, in mezzo
a tutti gli abitanti. del regno. E quando fu il suo
turno di regnare fu un re saggio e giusto e visse fino
a tarda età finchè ebbe una barba bianca, lunghissima che gli arrivava fino al cuore e
fece tante leggi così buone che furono ricordate dalle altre generazioni per
anni e anni dopo che il re era già morto.
Commenti
Quali
erano i legami che impedivano a questo bambino, che è in ognuno di noi, di
crescere?
La
mancanza di esperienze personali.
I
bambini per crescere devono provare e sbagliare, e magari trovano dei modi
diversi dai nostri per fare le cose.. Mentre a noi
viene spesso da dire che il modo giusto è il nostro.
Anche
questo è un legame. Il pretendere di essere una persona che
non sbaglia mai. Per cui l’unico modo di fare le cose
corrette deve essere il mio.
In
realtà esiste un punto di vista differente per ciascuno di noi.
Per
me questo è un foglio rosa,
per voi è un foglio scritto scritto,
abbiamo ragione tutti. Stiamo vedendo due aspetti differenti della stessa
realtà.
E’
chiaro che la prospettiva, di un bambino, di un marito, di una moglie, di
un’altra persona è differente dalla nostra.
Ma
se noi pretendiamo di ingabbiare e di legare la realtà, se abbiamo bisogno che
quello che si vede sia quello che noi vediamo, possiamo far sì che l’altra
persona, a livello inconscio, si sacrifichi per darci ragione, che ci voglia
talmente bene da percepire la realtà, non come la vede, ma come la vediamo noi.. E finisce con il
credere di essere completamente incapace.
Mi
hanno insegnato che di perfetto su questa terra non c’è nessuno, che sbagliamo
tutti.
A
parole lo sappiamo, nella realtà vorremmo essere
quelli che non sbagliano mai. Perchè da piccoli,
quando sbagliavamo, quando facevamo qualcosa che non andava, la mamma o chi per
lei
ci
dicevano: non ti voglio più vedere, vai in castigo, non ti voglio più bene. E noi scambiavamo quello che era un momento pedagogico. educativo o diseducativo per la realtà. Per cui l’unico modo
per ottenere l’amore era quello di non sbagliare mai, di
essere perfetti.
Se
io sono perfetta così in questo momento, se mi sposto non sono più
perfetta se voglio rimanere perfetta non
posso più muovermi. Devo essere un oggetto, una cosa inanimata.
Una
volta si diceva: chi non fà non sbaglia. Ci sono situazioni famigliare in cui noi pretendiamo dall’altro o
gli altri pretendono da noi la perfezione.
Ci
sono dei momenti in cui tentiamo, a proposito dei legami che legano, di
chiedere agli altri di farci fare bella figura.
Mi
viene in mente come si veste mia figlia, a volte mi metto le mani nei capelli.
Mio padre mi avrebbe detto: mi fai fare brutta figura a
uscire conciata così.
In
realtà nessuno ci può far fare brutta figura, perchè ciascuno è responsabille
di sè stesso dopo una certa età. Posso essere
responsabile se mando in giro un bambino di pochi mesi o di pochi
anni, sporco, conciato, perchè a quell’età
il bambino dipende completamente da me.
Ma
dal momento che incomincia , se pur con la migliore
educazione di questo mondo, a voler fare quello che gli pare è lui responsabile
di sè stesso.
Se un
bambino deve passare tutto il tempo a non far fare brutta figura alla mamma,
diventa un oggetto.
Questa sera parliamo di persone normali, non di psicopatologie,
ma ho in mento una paziente che un giorno è arrivata da me accompagnata dalla mamma.
La ragazza si muoveva “a scatti”
Cosa trasmetteva questa ragazza. Secondo voi che emozione vi ho passato?
Era un burattino i cui fili erano tirati
dalla mamma. Tutto quello che faceva o diceva era quello che la mamma voleva
sentir dire o fare.
La
mamma l’aveva portata da me non perchè la ragazza si
muoveva in quel modo, ma perchè la ragazza aveva
fatto fuori la bambola con le forbici.
Io
in quella situazione ho sottolineato come fosse stata
buona la ragazza a distruggere la bambola
e non la mamma.
Aveva
salvato la mamma. Quella che voleva far fuori in realtà
era la mamma.
Questa
ragazza aveva passato la vita a sacrificarsi per la mamma. Ora è sposata e stà
bene.
Una
situazione invece in cui non sono riuscita a fare
niente è stata quella di una ragazza paralizzata ad una gamba che mi è stata
portata dai genitori.
Fatte
tutte le visite, non è stato individuato nessun motivo organico per cui quella gamba si fosse paralizzata.
Mi
faccio raccontare un po’ la storia. Quattro figli maschi, una figlia femmina, i
genitori emigrati in una zona del milanese dal meridione, avevano costruito in
Sicilia una casa in riva al mare dove tornare a vivere da vecchi e dove passare
le vacanze.
Questa
palazzina era di quattro piani, un piano per ogni figlio maschio, e al piano
terra due appartamenti con una porta comunicante, uno per loro e uno per la
figlia, che non
si sarebbe mai dovuta sposare, perchè il compito di
una figlia femmina è di occuparsi dei genitori.
La ragazza aveva conosciuto un ragazzo di Napoli, si era
innamorata e a volte lui veniva a Milano, a volte lei
andava a Napoli.
I genitori le avevano fatto presente che
il suo compito era quello di occuparsi di loro da vecchi.
Da allora alla figlia si era paralizzata la
gamba, non riusciva più a camminare, a staccarsi dalla famiglia. Era
diventata una malattia il sacrificarsi per esaudire i desideri dei genitori.
Non si sarebbe sposata, non sarebbe andata lontano, ma senz’altro si sarebbe
occupati di loro.
Li ho avviati alla terapia della famiglia, ma non ci sono mai
andati e quindi è stato un fallimento.
E’ chiaro il tipo di legame: la figlia voleva far contenti i
genitori sacrificando se stessa.
Sono come tu mi vuoi. Però il conflitto viene
espresso dalla paralisi della gamba.
Vi
ho parlato di casi un po’ particolari. Però quante
volte anche noi nelle nostre relazioni, con i figli, con i mariti diciamo: se
mi vuoi far contenta. Parleremo anche dei ricatti morali che sono
qualcosa che facciamo senza accorgercene, certe volte in forma lieve,
certe volte in modo più pesante, certe volte lamentandoci.
Ho
in mente delle coppie
in cui il marito dice: se solo tu facessi, se solo tu potessi . Io per essere
felice avrei bisogno che tu... e allora uno si sente
sulla schiena la responsabilità del far felice l’altro. Come
quando diciamo ai nostri figli: mi fai arrabbiare, mi fai preoccupare, mi fai
diventare triste. E’ difficile perdere questa abitudine
che ci è stata inculcata fin da quando eravamo piccoli, ma in realtà è
un’assurdità. Nessuno può farmi provare un’emozione. L’emozione dipende da me,
nasce dentro di me, non sono gli altri che me la fanno provare.
Vi faccio degli esempi.
Mettiamo che mia figlia venga a casa da
scuola e mi dica: mamma ho preso quattro in latino, posso dire: ecco mi fai
arrabbiare, mi hai rovinato la giornata.
Posso anche dire: capita, domani rimedi. Posso scoppiare a ridere e
dire: ma chi se ne importa. Posso anche
mettermi a
piangere e dire: oddio mia figlia non riuscirà mai nella vita.
La
situazione è sempre la stessa. Quello che ha detto mia figlia è sempre la
stessa cosa.
Allora
non è lei che mi fa provare quella emozione, sono io
che a seconda di come mi trovo in quel momento reagisco in un modo differente
alla stessa frase.
Quanti
di voi si sono sentiti colpevoli perchè
qualcuno gli ha detto tu mi hai fatto diventare triste tu mi hai fatto
preoccupare.
Apro
un attimo una parentesi, e su questo mi scontrerò con parecchi di voi, ma poi
mi darete ragione.
A
me fa piacere darvi una mano a stare meglio, anche se quello che stò per dire vi farà arrabbiare.
Quando
ci preoccupiamo per qualcuno, ad esempio quando i nostri figli, o il marito o la
moglie ritardano incominciamo a
pensare: gli sarà successo qualcosa!.
Bene
quello è un momento in cui ce l’abbiamo con quella
persona e gli stiamo augurando quella cosa di cui abbiamo paura.
Io
sono abituata con i genitori che dicono: ma no, mi preoccupo perchè gli voglio bene.
Noi
vogliamo bene al figlio o ad un altra persona con una
mano, ma con l’altra gli mandiamo gli accidenti. Con la parte nostra che lo
odia ci preoccupiamo che
possa avere avuto un incidente,
con la
parte nostra che lo ama lo proteggiamo da quello che gli abbiamo appena
augurato.
Poichè
ciascuno di noi vuole sempre sentirsi buono e a nessuno di noi fa piacere
sentirsi cattivo la parte che gli ha mandato l’accidente sparisce e rimane
solo: spero che non gli sia successo niente.
Vi
faccio degli esempi per dimostrare che, non io, ma la psicologia ha ragione quando dice questo.
Due
persone si incontrano per strada: uno dice
all’altro: Giovanni da quanto tempo non
ti vedo,
avevo
paura che ti fosse successo qualcosa. E l’altro, tiè!. Il che vuol dire che a livello di pancia la gente sente
che c’è dell’aggressività.
Altro esempio.
L’altra notte mi sono svegliata a mezzanotte, vado a vedere mia
figlia, sò che è fuori.
In camera sua il letto è ancora fatto, nessuna
traccia della figlia. Incomincio a pensare: non gli sarà successo
qualcosa! Poi mi sono detta: lei è fuori a
divertirsi, tu sei qua sola e sei
nervosa perchè lei si diverte e tu no. Mi sono girata dall’altra parte e mi sono svegliata al
mattino.
Altro esempio.
Vengono da me due genitori e mi dicono: siamo preoccupati per nostro figlio,
passiamo la sera continuando a guardare l’orologio aspettando che rientri.
Io suggerisco loro di uscire il sabato successivo, di andare a
ballare.
La settimana dopo li vedo e chiedo loro
come è andata. Mi rispondono : ci siamo divertiti, era da tanto che non andavamo a
ballare. Chiedo loro: eravate preoccupati per il figlio? Mi rispondono che
avevamo altro da fare.
Allora
se vi capita di sentirvi preoccupati perchè
qualcuno ritarda, per qualunque motivo, fermatevi un secondo e pensate: perchè ce l’ho con quella persona. Nel momento in cui
capite perchè ce l’avete con
quella persona la preoccupazione sparisce. E riuscite
a liberarvi anche da questo legame.
Altro legame.
Leggiamo
un pezzetto di un’altra favola e ragioniamo su come e quando anche noi funzioniamo
nello stesso modo.
Voglio
farvi capire come nasce un meccanismo che talvolta utilizziamo tutti noi,
sempre legato all’iperprotezione e al legame che se ne è sviluppato.
C’era una volta, tanto, tanto tempo fa un piccolo regno dove un
giorno nacque una principessina così bella che le fu dato il nome di un fiore,
anzi della regina dei fiori: la Rosa.
Man mano che il tempo passava la principessa crebbe facendo i
giochi di tutti gli altri bambini del regno, compreso quello di costruire i
castelli di sabbia sulla riva del mare.
Ma la prima volta che ci provò il suo castello cadde
rovinosamente al suolo. Perchè, come si sà, da che mondo e mondo tutti i
castelli devono cadere tante volte prima di imparare a farli stare in piedi.
Ma la principessa Rosa, che non lo sapeva, incominciò a
pensare di non essere capace di farli e diede ragione a suo papà che le diceva
sempre: i castelli lasciali costruire ai maschi, non sono cose per le bambine. E così a poco a poco si convinse di non essere nè brava, nè intelligente nè capace di costruire le cose come tutti gli altri
bambini.
E giorno dopo giorno questo pensiero incominciò ad accompagnarla
e ogni volta che la paura di non essere capace si impadroniva
di lei ecco che davvero la principessa Rosa non riusciva a fare i giochi che
facevano gli altri, nè a imparare le cose che
imparavano loro e anche le sue mani incominciavano a tremare mentre
incominciava a costruire i castelli. Così questi alla fine cadevano
rovinosamente al suolo.
Così a poco a poco la principessa Rosa rinunciò a costruire i
castelli e si disse: quando sarò grande però troverò
qualcuno che mi aiuterà a costruire dei bellissimi castelli, proprio come il
progetto che ho in mente io e allora sì che mi sentirò come gli altri, anzi
persino più brava di loro.
Così il tempo passò, i fiori sbocciarono e appassirono tante
volte sui prati, la neve cadde e si sciolse tante volte sui campi di grano
degli uomini, l’acqua dei fiumi passò tante volte sotto i ponti, il vento
continuò a modellare i suoi strati di roccia e la principessa Rosa diventò
grande. Si sposò con il Principe Azzurro con infinita speranza di poter
finalmente avere qulacuno che l’aiutasse a costruire
il castello che lei aveva in mente.
Ma quello che lei non sapeva era che il principe li sapeva sì
costruire i
castelli, ma secondo il progetto che aveva imparato lui quando era piccolo che
era un po’ diverso dal suo.
Invece la principessa Rosa aveva in mente un progetto ben preciso
di castello, esattamente quello che aveva in mente di costruire
quando era bambina. Cosicchè non le piacevano
per niente i castelli che venivano costruiti secondo
altri progetti, neanche quelli del principe azzurro.
E fu così che quando più tardi le nacque un principino
e gli fu dato il nome di castellano, la principessa Rosa si disse: lui si che
saprà costruire dei bellissimi castelli, proprio con lo stesso progetto che gli
insegnerò io. A lui non dovrà capitare di sentirsi incapace, poco intelligente
e poco bravo come mi sentivo io quando giocavo con gli
altri bambini.
Fu così che fece di tutto perchè il suo
bambino potesse crescere contento e felice perchè imparasse il suo progetto per costruire i castelli. Senza sapere che si possono usare dei progetti diversi e che i castelli
restano lo stesso in piedi.
E così man mano che i giorni passavano
anche il nostro principino imparava a costruire le cose.
Finchè un giorno, vedendo che
tutti costruivano dei castelli, decise di provare a costruirne uno anche lui
con la sabbia del giardino. Ma siccome era proprio la prima volta che provava, come sempre
succede, il
piccolo castello non resse e crollò rovinosamente.Ma
la sua mamma, la principessa Rosa, ora
diventata regina, che lo
osservava affacciata alla finestra, sentì un gran dolore al cuore e disse: no! non è possibile che anche il castello che ha fatto il mio
bambino debba cadere, mentre quelli che fanno gli altri stanno in piedi,
esattamente come succedeva a me quanto ero piccola. Adesso vado io a farlo.
Scese precipitosamente in giardino, costruì un bellissimo
castello proprio seguendo il modello che piaceva a lei e questa volta ci riuscì
davvero. Il principino lo guardò ammirato, battè le mani e disse: la mamma sì che è brava, lei si che
sa costruire i castelli. E la regina si sentì felice perchè
aveva finalmente dimostrato che anche lei sapeva costruire i castelli, al
contrario di quello che le succedeva da piccola quando
si sentiva incapace e frustrata, un vero fallimento.
Ogni volta che il principino si metteva
a costruire un castello ecco che arrivava la sua mamma che gli diceva: sei
ancora troppo piccolo, devi aspettare, non sai ancora costruire i
castelli, te lo costruisco io e gli
costruiva un bellissimo castello. A poco a poco, senza rendersene conto, il principino
rinunciò a costruire i castelli.
Innanzitutto perchè c’era la sua mamma
che li costruiva per lui e poi perchè in ogni caso belli come li faceva lei, lui proprio non li
avrebbe saputi fare.
L’unica cosa che il principino aveva
scoperto di saper fare da solo era far
cadere i castelli. E siccome quando si è
piccoli si ha proprio molto bisogno di essere sicuri
di saper fare almeno una cosa da soli, proprio da soli, per capire chi si è; ecco che il principino
incominciò ad andare in giro per il suo
regno facendo cadere tutti i castelli che incontrava lungo la sua strada.
..............
Ragioniamo su questo
A
quante di voi è capitato da piccole di prendere in mano l’ago per cucire e di sentire la mamma che
le dice: non sai nemmeno tenere l’ago in mano, lascia stare, faccio io.
Quante
di noi quando abbiamo tentato di farci aiutare dai mariti in casa abbiamo
detto: lascia stare,
non lo
fai bene poi devo rifarlo io.
Noi,
sono vent’anni che puliamo, laviamo, rassettiamo, e pretendiamo che
l’altro faccia subito giuste le cose. In
questo modo gli impediamo di imparare.
Anche
questo è un legame. Una situazione in cui esiste uno che è capace e uno che non
sa fare niente.
Da
piccola mi hanno insegnato che nessuno nasce “imparato”, però
spesso funzioniamo in questo modo.
Una volta sono andata a sciare con una mia amica, suo figlio e mia figlia.
Il bambino, molto bello, molto intelligente e simpatico, non voleva sciare, e
la mamma diceva: e pensare che suo fratello è così bravo.
A questo punto ho capito. Guardo la mia amica, le schiaccio
l’occhio e dico: ti
ricordi quante cadute ha fatto il
grande prima di imparare a sciare? Anche lui non voleva sciare. Intanto guardavo il piccolo con
la coda dell’occhio, e man mano che io parlavo delle cadute del fratello le labbra del
piccolo si allargavano sempre più in un sorriso, e ad un certo punto, prese gli
sci e disse a mia figlia: andiamo!
I
due fratelli avevano dodici anni di differenza, il piccolo cadeva sul pannolino mentre il grande scriveva, andava in bicicletta,
giocava a pallone. Perciò aveva diviso il mondo fra
lui che non sapeva fare niente e l’altro che sapeva già fare tutto.
Quello
che possiamo fare nel rapporto con gli altri è quello
di dire: bisogna sbagliare tante volte prima di imparare, un po’ per volta ce
la farai, anche con i mariti quando ci facciamo aiutare. Oggi non hai fatto bene, farai meglio la prossima volta.
Anche
questo è un legame, che forse tante volte ci gratifica, e che ci fa sentire come
la mamma della favola, quelli capaci.
Siamo
entrati nel mondo dei grandi, adesso siamo capaci e i figli diventano quelli
incapaci e vengono ingabbiati in un ruolo ben definito
da cui è difficile poi uscire, soprattutto se i figli sentono che questa cosa
ci fa contenti.
Esattamente
come il bambino della prima favola, al quale i genitori dicevano che lo volevano grande ma che lui in
realtà sentiva che lo volevano tenere
piccolo.
Altre osservazioni che potete
fare su questa favola?
Quali
sono i “no” che possono servire e quelli non servono.
E’
proprio un dividere il mondo fra chi è capace e chi no.
C’è
un libro bellissimo, pubblicato dalla Franco Angeli, che si intitola
“Se mi vuoi bene dimmi di no”.
e sulla
copertina c’è un bambino seduto sul trono con lo scettro e la corona in testa..
Io
lo suggerisco alle mamme e dico anche di metterlo in casa ben in vista per i
figli.
Cosa
vuol dire: che bisogna voler molto bene a un figlio
per dire dei no, sentendolo brontolare e magari dirci che siamo cattivi. Sarebbe molto più facile cedere alle sue
richieste.
Ho una vicina di casa che non riesce a dire di no. In questi giorni mi stà dando una mano a sistemare la casa, e a portarmi fuori
il cane.
Questa sera arrivo a casa, la signora mi ferma e mi dice: ma tu
hai chiuso la finestra del balcone? Io rispondo: sì.
Sai, il tuo cane si è messo ad abbaiare e sono dovuta andare di
là ad aprire la porta.
Il cane
ha capito che se abbaia, lei va di là e gli apre. Il mio cane stà addestrando la mia vicina.
Lei ha bisogno di
sentirsi brava e buona.
Lo
stesso atteggiamento lo ha avuto con il figlio, ha smesso di andare a scuola alle
medie e al quale compra tutto quello che
vuole, rinunciando lei a cose necessarie
Altra parentesi.
Una
degli aspetti a cui dobbiamo stare molto attenti è
sull’idea che noi abbiamo di noi stessi.
Se uno ci
dice sei cattiva, sei crudele, mi tratti male, e questo ci fa sentire
colpevoli, molto spesso noi molliamo.
Uso
una metafora.
Se le
dicono che lei è cattiva, lei si sente cattiva.
Ma se lei
andasse per strada e uno le dicesse: che bella “negra”, lei che cosa direbbe?
Che
quello non ci vede: Non perderebbe tempo per spiegargli che è “bianca”. Non si porrebbe il problema di convincerlo.
Perchè quando
uno vede in noi una caratteristica negativa cerchiamo
di convincerlo e poi ci sentiamo esattamente come l’altro ci vede?
Perchè
non abbiamo ben chiara la nostra identità.
Una
delle cose che dico ai genitori che mi portano il figlio in terapia è che arriverà il momento
in cui i verranno da me e mi diranno che era meglio prima quando il figlio
stava male.
Cosa significa. Arriverà il
momento in cui il ragazzo incomincerà a rispondere. Non sarà più il “burattino”
che era all’inizio, e questo dà fastidio.
E’
una fase che ha dato fastidio a tutti i genitori, la fase del “no”, del bambino
piccolo.
Prima
gli davamo il seno, il biberon, lo imboccavamo. Poi
arriva il momento del rifiuto.
La
fase in cui il bambino dichiara “io non sono te”,“io
sono io, e sono diverso da te”. Ed è una fase importantissima nella
costituzione dell’ “io”, della personalità di una
persona.
“Io
divento individuo”.
Lo
stesso capita nella fase in cui si effettua la
psicoterapia.
La
persona che si è annullata completamente, che ha continuato ad avere un
rapporto simbiotico con i genitori, che non ha
tagliato il cordone ombelicale che lo lega alla madre o al padre, quando si
separa incomincia a crescere e rifiuta
il piatto in cui mangiava.
Vi racconto un altro aneddoto.
Quando
ero studentessa, mi
sono occupata di fare assistenza a persone molto malate.
Mi
sono trovata in una famiglia in cui c’era un cane lupo matto, ma non per colpa
sua.
C’era il papà, che diceva al cane, quando si andava a tavola:
fuori, vai via, Sai che non devi stare sotto il tavolo mentre
si mangia.
La mamma, lo chiamava. Questo cane non sapeva più cosa fare.
Esattamente lo stesso metodo educativo
che avevano con la figlia.
Mi ha colpito perchè è stata la prima
volta che ho visto una situazione del genere.
Questo
è il discorso del legame doppio . Doppio messaggio.
Avete
presente le vignette “della mamma”. Ma la mamma di un
certo tipo, che dice alla figlia:
vai a giocare con le tue amiche, alla tua età è
giusto divertirsi, non importa se io sono qua sola e
posso
anche morire.
E’
chiaro che qualunque scelta
faccia la figlia è sbagliata.
E’
un doppio legame da cui si esce poi solo con il paradosso.
Mi
ha colpito ultimamente
una personcina molto giovane e molto
bella.
Non
è la causa, ma di solito quando una persona è disturbata c’è qualcuno che ha dei problemi in
famiglia.
Dico
non è la causa, perchè se io sono forte ai problemi
resisto. Lo star male è dovuto a tutta una serie di
concause che fan sì che una persona non ce la faccia a strutturarsi in un modo
solo.
C’erano delle cose che non mi quadravano e chiedo
alla mamma di parlarle da sola.
La mamma era una persona favolosa, simpatica, in gamba,
intelligente. Apparentemente tutto a posto. Anche il
papà.
Non riuscivo a capire come mai questa ragazza
stesse male.
Chiedo alla mamma come va la figlia?
Lei mi risponde che voleva tornare a casa da suo marito, visto
che stava un meglio.
Le chiedo: e lei che cosa ha risposto? Vai, se te la senti.
E’ molto sottile, ma sentite che è esattamente lo stesso
messaggio?
E’ un vai, ma secondo me non sei ancora
in grado.
Noi
genitori dobbiamo fare da muro con i figli, perchè al muro uno si appoggia.
Ma
se facciamo la gomma uno ondeggia e non ha sostegno.
Si
arrabbieranno, pazienza. Però io sono lì e la mia
posizione è quella, sono disponibile a cambiarla se tu mi convinci, ma non perchè tu ti arrabbi.
Degli amici mi parlano di un ragazzo che ha dei problemi. Parlo
con i genitori e vengo a sapere che non gli hanno mai detto di no. Fin da quando era piccolo ogni
cosa che il ragazzino chiedeva gli
veniva data.
Come mai era andato in crisi? La ragazza l’aveva mollato e lui ha detto che l’avrebbe ammazzata. L’’ho
fatto smettere di studiare (non dava esami da tre anni), l’ho mandato a
lavorare.
Una sera arriva il papà e mi dice: non riesco a capire cosa ne
faccia dei soldi mio figlio, gli stò passando 300
Euro alla settimana.
Gli chiedo: scusa ma non lavora? Sì, ma sai lui ne vuole ancora.
E tu digli di no.
Quando gli ho detto no mi ha sfasciato la porta di casa. E
tu chiama i carabinieri.
Perchè non dicendo di no lo faccio
sentire anche pericoloso e io ho paura del suo sentirsi pericoloso.
La
paura fa diventare pericolosi. Ma se ti faccio sentire che non ho paura della
tua paura, è come se mi ingabbiassi e ti proteggessi
da quella paura e ti facessi sentire che la tua paura non è così pericolosa
visto che io non ho paura e in qualche modo diminuisce il livello di ansia. (La
trascrizione del testo della conferenza non è stato visionato dall’Autrice)
Le
favole sono tratte dagli scritti di Alba Marcoli