“ALL’ASCOLTO DELLA RABBIA PER UNA VITA PIU’ CONSAPEVOLE”

 

Valentina D’Urso

 – psicologa –

 

Il fatto che io mi sia seduta dietro una cattedra e parli con un microfono perché siete tanto numerosi non significa che questa debba essere una lezione. No, non lo è affatto.

Anzi vuole essere una conversazione a più voci su un tema di cui mi occupo da qualche tempo.

Insegno da moltissimi anni psicologia generale ma in questi ultimi 10 anni circa mi sono occupata della psicologia delle emozioni, in particolare delle emozioni fondamentali e alla rabbia che è una delle emozioni fondamentali ho pure dedicato un piccolo libro che si chiama “Arrabbiarsi” edito dal Mulino e ha come nocciolo proprio la descrizione della rabbia in quanto emozione, la fisiologia, termine con cui si intende il decorso naturale, più frequente e comprensibile di questa che è una forma fondamentale di emozione.

Volevo iniziare con il riflettere con voi sul fatto che la nostra cultura  da 2500 anni a questa parte almeno e quindi dagli albori della filosofia greca (Platone, Aristotele) abbia diviso la nostra mente in ragione ed emozioni. Il fatto che proprio anche nelle rappresentazioni più remote da una parte abbiamo il cuore e dall’altra la ragione; c’erano i miti dei 2 cavalli, quello della ragione e quello della concupiscenza, della passione. Dà l’idea di come questa rappresentazione profondamente dualistica abbia contrassegnato anche tutta la storia delle nostre idee. Il fatto che la nostra  cultura occidentale rappresenti ognuno di noi come dilaniato o un terreno dove lottano questi due principi fondamentali: quello della razionalità e quello delle passioni o delle emozioni la dice molto lunga su come noi consideriamo i nostri stati emotivi. Il fatto stesso che si parli di passioni e la radice della parola passione è il patire, ma soprattutto la passività. Noi abbiamo come retaggio culturale che noi non siamo i padroni delle nostre emozioni ma che al contrario le nostre emozioni siano i nostri sovrani, quindi che la nostra passione sia addirittura irrazionale e che noi siamo addirittura soggetti alle nostre emozioni.

Questa rappresentazione è fondamentalmente falsa almeno per due ordini di motivi. Il primo motivo è perché le passioni o per meglio dire le emozioni, così come sono chiamate dalla psicologia scientifica hanno una funzione essenziale per la sopravvivenza dell’individuo e della specie.

Quindi se noi esseri umani non possedessimo questo meccanismo innato che ci fa reagire a livello emotivo in modo rapido, istintivo, finalizzato, la nostra evoluzione come specie umana non sarebbe avvenuta. Né sarebbe avvenuta la salvaguardia dell’individuo, né la continuazione della specie.

Vi dico brevissimamente quali sono le cinque emozioni fondamentali e quali sono le funzioni a cui rispondono. La prima emozione è il piacere, il desiderio d’essere con altri, la gioia dell’incontro del neonato con la madre, la gioia, il piacere che un genitore, un adulto ha nel prendersi cura del piccolo, l’attrazione erotica, il desiderio sessuale, il piacere suscitato dall’incontro con l’altro. Ho citato le pietre miliari della nostra esistenza : rapporto tra un piccolo, un neonato, un cucciolo e l’adulto che si prende cura di questo cucciolo. La specie umana è caratterizzata dall’altricità, che significa che la specie umana non sopravvive se non è curata da altri. A differenza di altre specie, il piccolo della specie umana riceve cure lunghe, molto specializzate e quindi è innato nel piccolo sia il bisogno degli adulti, sia il piacere, la cura che gli adulti provano nel prendersi cura dei piccoli.

Questa è la prima fonte del piacere. Infatti il bambino piange quando è separato dalla persona adulta che si prende cura di lui; quindi per la sopravvivenza dell’individuo il piacere dell’incontro è fondamentale. Altrettanto fondamentale è il piacere del rapporto erotico, del rapporto sessuale che dà origine alle nuove vite.

Un’altra emozione fondamentale è il dolore, la tristezza, il lutto, la separazione. Altrettanto importante per gli individui e per il gruppo è il segnale di debolezza, di afflizione che viene a ripercuotersi sul gruppo, che indica che vi è stata una mancanza, che il gruppo si è indebolito di un suo membro. Infatti i riti del lutto sono rituali di riparazione di una perdita che il gruppo manifesta , segnala con il dolore, la tristezza, come necessaria forma di riparazione, di arricchimento per far fronte alla perdita di una persona cara che se ne va.

La terza emozione fondamentale è la paura, che segnala un pericolo, induce a comportamenti o di immobilizzazione o di attacco. L’immobilizzazione che è tipica di alcuni animali i quali geneticamente sono contrassegnati dal fatto che i loro predatori scattano al loro inseguimento in presenza di movimento. Quindi la loro innata reazione di difesa è lo stare immobili.    

L’immobilizzazione anche negli essere umani fa parte di questo corredo genetico che abbiamo in comune con altri esseri viventi. La fuga è un’altra reazione innata, che consente di mettersi al riparo da pericoli incombenti in modo rapido e istintivo.

La paura scatena nell’organismo determinate sostanze, che da una parte danno energia, dall’altra parte fungono da anestetico. Infatti in condizioni in cui è necessario mettersi in salvo, la reazione viene facilitata dalle reazioni “attive” dell’organismo e vengono messe a tacere alcuni altri stimoli che in tali occasioni si rivelerebbero controproducenti. Per esempio in condizione di minaccia l’organismo non rivela segnali di dolore fisico. Si è come anestetizzati ed è abbastanza nota questo fenomeno per cui persone per esempio ferite in combattimento che continuano a combattere o scappano senza rendersi conto d’essere gravemente feriti, senza provare sensazione fisica di dolore fino a quando sono in salvo.

L’organismo ci consente così di reagire in modo adeguato ai pericoli.

Un’altra emozione fondamentale per la sopravvivenza è il disgusto.

Oggi per l’uomo modernizzato, che vive in un mondo di supermercati, di surgelati è difficile rendersi conto dell’importanza di questa emozione, ma tanti esseri umani, nostri fratelli e sorelle  vivono ancora in ambienti pericolosi, dove il cibo può essere deteriorato, un veleno, dannoso alla stessa sopravvivenza.

Il disgusto è proprio il contrario del gusto, una sensazione anche odorosa che ci permette di scegliere l’alimento più adatto a noi ed evitare l’avvelenamento.

Ora arriviamo alla rabbia che è una di queste cinque emozioni fondamentali e direi terza per importanza tra le altre citate, nella nostra epoca e la nostra società civilizzata.

Il prototipo dello stimolo della rabbia è l’invasione del nostro territorio.

E’ una provocazione, una frustrazione, una minaccia, un’ ingiustizia.

Stiamo parlando un po’ in generale ma vorrei più avanti vedere con voi più nel concreto le condizioni antecedenti che suscitano una reazione emotiva.

La situazione fondamentale, primitiva che possiamo osservare anche in un bambino molto piccolo è proprio quella dell’interruzione di un’attività che gli è gradita. Un bambino si arrabbia e anche in modo molto vistoso quando gli si toglie un giocattolo dalle mani o il capezzolo mentre sta mangiando dal seno materno, quando gli si impedisce di muoversi. Quindi la costrizione fisica. Immaginate un bambino che vuole uscire dal seggiolone, vuole uscire dal suo recinto, vuole raggiungere qualcosa che gli adulti gli impediscono. Lui strilla e questa stessa reazione in proporzione la osserviamo nei bambini più grandi e anche in noi adulti ogni volta che veniamo costretti a livello fisico, mentale, spirituale ad una condizione in cui non vogliamo trovarci. Quindi  frustrazione, costrizione fisica o psicologica sono gli antecedenti tipici di rabbia, furore, ira.

Vorrei fare a questo punto una differenza tra rabbia e a aggressività.

A volte questi due concetti vengono confusi e si dice un po’genericamente che le persone che si arrabbiano sono aggressive o che l’aggressività si manifesta con la rabbia. A dire la verità non sono la stessa cosa anzi sono due concetti intrinsecamente diversi perché l’aggressività o meglio quella entità psichica che induce l’affermazione di sé, il reagire in modo anche energico e violento contro un ostacolo che può essere costituito da altri esseri umani o da un oggetto fisico, contro esseri non umani, l’ostilità e l’affermazione del sé, dei propri diritti e della propria identità, e quindi una forma che può assumere anche caratteristiche violente ma che ha all’altro estremo l’affermazione dei proprio diritti fa parte in maniera essenziale della struttura tipica di una persona sana. Essa ha due componenti essenziali: l’accettazione, l’amorevolezza, che ci porta ad incamerare a portare verso di noi, definibile come carità, principio della comunanza, ma l’altra forza è quella della resistenza, della difesa, dell’ostilità è altrettanto importante per una struttura psichica ben equilibrata. Noi umani dipendiamo e così il nostro equilibrio dipende da un corretto insieme di queste due forze che devono equilibrasi a vicenda. Nella vita di ogni giorno, in base agli incontri che facciamo ognuno di noi può sviluppare l’una o altra di queste forze, ma è fondamentale che noi sappiamo che l’aggressività sia ben necessaria alla nostra vita. Altrimenti se non la accettiamo, potremmo trovare incomprensibile, o essere turbati da ciò che proviamo, spaventati di fronte a certi nostri istinti. L’odio e l’amore sono connaturati agli esseri umani. Tutto sta nel conoscerli e nel gestirli in maniera integrata.

Stavo dicendo che non condivido assolutamente l’opinione che le emozioni siano irrazionali primo motivo come detto è che ogni emozione fondamentale ha una radice e una ragione d’esistere,  cioè finalizzata alla sopravvivenza. Il secondo motivo è perché la nostra competenza emotiva è in grado di ottenere attraverso le emozioni degli scopi che altrimenti non sarebbe in grado di raggiungere.

Vorrei dire che la nostra umanità intera è una umanità assolutamente dipendente dalle emozioni, noi non saremmo quello che siamo se non avessimo le nostre emozioni, che sono caratteristiche del nostro modo d’essere più che la nostra stessa ragione. Noi estremizzando siamo le nostre emozioni, dal modo in cui interpretiamo le emozioni degli altri, con il nostro linguaggio, il nostro modo di pensare.

E le emozioni sono sia la reazione ad eventi esterni o agli stati emotivi. Le nostre emozioni causano le emozioni degli altri. Siamo inseriti in una rete di cause ed effetti a livello emotivo. Se io mi mostro irritabile o impaziente è facile che la persona che mi vede così possa diventare insofferente e diventare a sua volta irritabile e insofferente. Una persona arrabbiata può suscitare negli altri paura, altra rabbia, un senso di colpa, smarrimento. Quindi noi dobbiamo essere responsabili delle nostre emozioni e dobbiamo riconoscerci in esse.

Se le emozioni nascono da noi stessi da dove sorge il desiderio di tenerle a freno o addirittura cancellarle?

Evidentemente esistono dei conflitti non solo tra noi e gli altri, ma delle intersezioni, delle compresenze, delle presenze contemporanee di scopi diversi delle nostre istanze psichiche. Un esempio prendiamolo dal campo della rabbia o delle arrabbiature. Dicevamo che uno dei motivi della rabbia è quello dell’essere ostacolati nel raggiungimento di un nostro bisogno, l’essere frustrati in un desiderio anche se futile, la cosa importante è ottenere di manifestare in modo spontaneo e immediato i nostri bisogni e nello stesso tempo non incrinare i nostri rapporti con chi ci ostacola. Ognuno di noi può avere in mente degli esempi. Sto pensando alle cose più semplici e quotidiani. Pare che in media una persona adulta si arrabbi dalle 3 alle 5 volte al giorno. In media, quindi significa che ci sono persone che si arrabbiano parecchie volte al giorno e chi mai o che dice di non arrabbiarsi mai. Alcune di queste arrabbiature sono per fortuna molto piccole. Nelle ricerche che facciamo distinguiamo le arrabbiature catalogandole con i termini “forza 1, forza 2, forze 3 e via via fino a forza 7” che indicano il peso delle arrabbiature dalle più piccole alle più grandi.

La rabbia forza 1 in genere è un sentimento di rabbia rivolto a se stessi.

E’ più facile riferire l’arrabbiatura leggera, un po’ perché delle altre ci si dimentica, un po’ perché ci si vergogna delle altre più grandi.

Un esempio di arrabbiatura piccola ma frequente è il possesso domestico del telecomando.

Anche questo esempio a prima vista banale evidenzia la forma tipica delle situazioni di rabbia.

La forma è quella di chi impone i propri desideri ad un altro, che ha i propri.

Osserviamo gli elementi costitutivi di una situazione di rabbia:

L’ASPETTATIVA: Voglio, vorrei, desidero, mi aspetto qualche cosa. Mi aspetto di mangiare ad una determinata ora. Arrivo a casa pensando di trovare qualcosa da mangiare e invece non trovo niente.

MANCATO RISPETTO DELLE REGOLE: Penso che le cose debbano andare in un determinato modo. C’è una regola che secondo me è giustificata dal fatto che ognuno faccia il proprio dovere. Arrivo in facoltà per la mia lezione e la chiave dell’aula ce l’ha il bidello. Il bidello non c’è, perché al bar e io non posso far lezione e devo far aspettare i miei studenti. Mi arrabbio. Perché? Perché penso non sia giusto che il bidello non faccia il suo dovere.

SENTIRSI VITTIME DI UN INGIUSTIZIA: dalle più grandi ingiustizie (esempio: viene assegnato ad un altro un posto di lavoro che riteniamo ci spetti) alle più piccole. Per esempio durante la guida della propria auto si vivono le situazioni più frequenti, ingiustificate e pericolose di rabbia e tensione.

Ingiustificate perché per esempio la rabbia che ci provoca una persona che ci supera o va lento non fa che rallentare o allungare il nostro percorso di quanto? 5 secondi, 10 secondi, 50 secondi forse? Cioè secondi, un tempo irrilevante. Lo stesso tempo che perderemmo se qualcuno ci passasse davanti in coda al supermercato. E’ una cosa che non capita più, perché era una di quelle infrazioni che suscitava ira a dismisura.

Nonostante non ci cambino la vita a simili atteggiamenti reagiamo con rabbia perché noi rispettiamo le regole e vogliamo che gli altri facciano lo stesso.

La rabbia determina dei cambiamenti nel nostro corpo e questo fa sì che per esempio la rabbia durante la guida è molto pericolosa; se siamo stati soggetti ad un’ingiustizia mentre siamo al volante (es. veniamo superati; ingiuriati perché andiamo troppo piano eccc.) ci farà tendere a reagire in modo da “difenderci-aggredendo a nostra volta”.

Chi ha subito un’ingiustizia tende a essere ingiusto con altri. Noi saremo inclini a comportarci in maniera imprudente.

Saperlo ci serva per analizzare questo meccanismo affinché si sappia ciò che è bene fare e non fare.

La comprensione dei meccanismi della rabbia è determinante. Non funziona in maniera automatica. Non è una medicina che ci guarisce, ma Sapere è un primo passo che si può sviluppare. Per esempio scrivendo un diario di alcune, una al giorno, una alla settimana di occasioni che ci sono capitate cercando di analizzarle nelle loro componenti essenziali: cosa è successo il tale giorno, come ho reagito, ho ottenuto qualcosa arrabbiandomi, cosa hanno fatto gli altri.

Le persone con cui ci si arrabbia generalmente sono le persone più vicine a noi. Se dovessimo fare un catalogo come avviene negli studi sperimentali e poi elencare le persone con cui ci siamo arrabbiati vengono fuori i fidanzati, i mariti, i fratelli, le sorelle, i genitori. Ovviamente perché sono quelli che frequentiamo di più, ma sono anche le persone che ci vogliono più bene ed è questo che evidenzia il terzo motivo di rabbia: noi pensiamo che gli altri ci debbano trattare bene. Pensiamo che i nostri bisogni debbano essere rispettati e capiti. Che gli altri tengano conto dei nostri desideri. Un esempio banale se due conoscenti vanno in passeggiata per il centro e una delle due signore si ferma a guardare le vetrine e l’altra è invece stanca non si arrabbierà tanto. Se invece di essere due conoscenti sono due amiche e un’amica ha male ad una gamba e ciò nonostante si ferma ad ogni vetrina e chiede ai commessi informazioni, l’amica che ha male alla gamba si arrabbia, perché quanto più abbiamo un legame affettivo, di reciproca comprensione desideriamo che gli altri tengano conto delle notre esigenze. Possiamo provare irritazione, rabbia in simili situazioni. Non per dare un decalogo, ma qualche piccola istruzione per l’uso, possiamo indicare una cosa, quella di essere molto chiari su quelli che sono i nostri desideri e le nostre aspettative. Essere assertivi e dare per acquisito che ciascuno di noi ha le proprie esigenze e desideri, che spesso devono essere armonizzati e non possiamo attendere che gli altri le comprendano a priori. Noi dobbiamo essere espliciti.

La seconda cosa è quindi rendersi conto che se qualcuno vuole qualcosa di diverso da ciò che desideriamo,quindi se qualcuno ci taglia la strada fisicamente (una macchina che ci taglia la strada) o metaforicamente (fa il suo interesse) non lo fa per ostacolare noi o perché è aggressivo e ostile, ma per un conflitto di interesse, lo fa per il suo interesse.

Se noi interpretiamo il comportamento degli altri non come finalizzato a farci del male o per farci dei dispetti, ci rendiamo conto che il nostro mondo e il mondo degli altri è una zona che è attraversata da forze, dinamiche di campo che possono entrare in conflitto, in contrasti di interessi. Ad es. contrasti di opinione sono diversità di punti di vista e non per forza aggressività, lite.

Ognuno di noi è diverso coi suoi desideri che spesso entrano in conflitto con gli interessi di altri. Ma la ricerca è comune: ognuno cerca la propria serenità.

Se non vediamo la malevolenza negli altri, ma soltanto un legittimo desiderio di ottenere i propri scopi saremo anche in grado di manifestare i nostri desideri, i nostri sogni in modo esplicito senza essere arrabbiati, oppure tenendo conto di quanto esposto potremo accettare la manifestazione di una sensazione qual è la rabbia in noi e negli altri, dandole la giusta dimensione.

 

Risposte ad alcuni interventi in aula:

D - ….

R - Preciso che non userei mai il termine congelare la rabbia. Si pensi al surgelato, che si congela e poi torna come prima. Esistono due tipi di personalità: tipo A - pensiamo alla leggenda falsa che sbollire la rabbia serva a farla esaurire. Al contrario se si manifesta la rabbia prima di tutto si accentuano caratteristiche fisiche dannose al sistema cardio-circolatorio. La rabbia manifestata impulsivamente porta all’accelerazione del battito cardiaco, del respiro ad un aumento della pressione. Questi soggetti hanno più disturbi cardio-circolatori, in media hanno più infarti e disturbi all’apparato digestivo. Il fatto che si contrappone la manifestazione impulsiva della rabbia con il sopprimere, il congelare la rabbia vuol dire che non si prende in esame la via di mezzo, quella dell’integrazione nella nostra personalità di questi stati emotivi, l’essere stati oggetto di comportamenti inadeguati ecc. Non arrabbiarsi non significa negare che certi comportamenti ci abbiano fatto stare male, ma attraverso l’autoanalisi giungere alla consapevolezza maggiore di certe circostanze. Per esempio verbalizzare situazioni che sono frustranti. E’ un po’ come se parlassimo di imparare ad andare in bicicletta, o meglio ancora un’attività ancora più difficile: sciare molto bene. Non lo si impara in una settimana, in un mese, ma con calma ognuno di noi può imparare a cantare, parlare in pubblico, suonare uno strumento ballare, ad integrare le proprie emozioni di frustrazione, ingiustizia quindi le proprie irritazioni, rabbie in modo da essere più autentico nel rapporto con gli altri senza rinunciare a questa emotività ma manifestandola in un modo che noi accettiamo e quindi accettare noi stessi e quindi ottenere che la nostra espressione di frustrazione sia quella che vorremmo che fosse.

Il fatto che alcuni o molti di noi vogliono limitare le manifestazioni di rabbia non significa che non serva a niente. Serve quando vogliamo spaventare gli altri, che un bimbo si astenga dal fare determinate cose, quando vogliamo ottenere in un ambito sociale che si evitino certe situazioni che riteniamo dannose.

Infatti le persone che sono davvero padrone del proprio comportamento riescono a simulare, a fingere la rabbia.

L’oggetto della rabbia è spesso un oggetto fittizio. Es. la rabbia contro un capo ufficio che viene poi riversato su un parente a casa significa che siamo stati in grado di controllare la rabbia, perché consapevoli che una diversa manifestazione sarebbe stata sanzionata. L’abbiamo così messa in una scatola e poi tirata fuori a casa. Invece di questo spostamento, è utile esercitarsi a integrare la nostra rabbia nel nostro comportamento.

Per esempio uno dei modi più efficaci è quello di verbalizzare l’emozione scrivendo o mettendola in scena. Usare il linguaggio dell’io invece del tu o del lei. Scrivere i propri stati d’animo. Il tu invece significa scrivere com’è l’altro: aggressivo, cattivo, ingiusto, etichettando il comportamento dell’altro usando generalmente termini assoluti es. sempre, mai, tutto.

Esempio scorretto: tu sei sempre così. Mi dici sempre le cose all’ultimo momento.

Il modo corretto: io mi sento molto a disagio quando mi chiedi le cose all’ultimo momento.

In questo modo diamo all’altra persona una reale visione di ciò che sento e che necessito. Mi apro, dando una forma di collaborazione all’altro.

Ci sono stati emotivi che non determinano la rabbia: la paura, l’ansia, la fretta, il caldo ecc.

Spesso non parliamo in modo esplicito e copriamo involontariamente sensazioni sgradevoli.

Piano piano diventare sempre maggiormente consapevoli delle nostre emozioni.

D – presentazione del libro “L’Islam che non fa paura”

R – La situazione storico-politica che stiamo vivendo è una chiara manifestazione di paura che scatena rabbia. Un senso di inadeguatezza, d’impotenza, d’essere oggetto di ingiustizia. Speriamo di riuscire ad aprirci alla comprensione.

D - …..

R – Una delle strategie migliori per reagire nel quotidiano alla rabbia è : prevenire.

Come dicevo prima tenendo un diario conosciamo le situazioni che ci irritano.

Per esempio per tornare all’uso del telecomando. Se la situazione non riusciamo ad anestetizzarla, cerchiamo un accordo prevenendo così il conflitto. Es. dicendo: “sarò una bambina io ma lo sei anche tu, mettiamoci d’accordo lo teniamo un’ora ciascuno o si cambia solo dopo le ore 20.”

Ci sono situazioni che non siamo in grado di cambiare. Quando ci rendiamo conto che è così ci si deve arrendere. Per esempio per smettere di fumare esistono tante strategie e l’ultima è quella di arrendersi. Continuo a fumare ma rinuncio al tentativo di smettere, perché questo mi crea dei conflitti.

Seconda strategia quando non si riesce a prevenire è andarsene via (fisicamente se possibile o almeno mentalmente). Tirare fuori un squadernino. Alla domanda:”cosa stai facendo?” rispondere semplicemente che si sta cercando di cambiare i propri modi di sentire la rabbia. Non voglio essere perfetto, ma cerco di capire meglio in che modo posso manifestarla meglio.

D - ……

R – Quando una persona si arrabbia con noi una cosa che non bisogna mai dire è: “calmati!” o “non ti arrabbiare”. Bisogna fare l’esercizio non facile di non dire niente, aspettare.

E’ più difficile se non vi siete preparati. Qualsiasi risposta intelligente, la cosa migliore non sarebbe adeguata, ma sapendo che dobbiamo stare zitti è meglio, più facile.

Il nostro scopo è quello di far finire questa persona di parlare e sfogarsi. Dovremmo essere delle spugne. Niente sorrisetti, facendo attenzione al linguaggio non verbale. Con il nostro viso e il nostro corpo dobbiamo dire:”aspetto che tu finisca di dire tutto quello che mi volevi dire”.

Alla fine questa persona vi dirà: e allora?!” e noi risponderemo: “ho aspettato che tu mi dicessi tutto quello che mi volevi dire”.

Dite a parole quello che il vostro corpo cerca di esprimere. Potete provare a dire:”preferisco dirtelo più tardi” e non dire: “niente”.

Le emozioni hanno un decorso, c’è un inizio, un culmine e poi se non alimentata svanisce. Questo atteggiamento serve anche a far passare il tempo fisiologico necessario a farla scemare, finire.

D - …..

R – Ci sono persone placide, che non si infiammano. La suscettibilità alla rabbia di fronte alle stesse situazioni è diversa da persona a persona. Alcune provano dolore, ma non esprimono la loro emozione, trattenendo la rabbia.

La rabbia non espressa tempo fa si pensava potesse portare ad altri tipi di disturbi fisici o psichici.

E’ uno stile,un modo d’essere, una modalità e non un danno.

Non è automatico che una persona che non esprime la rabbia provi dolore. Es. una persona che apprezza le persone con cui vive e non vuole creare neanche lontanamente squilibri all’interno della famiglia è diversa da un’altra persona che non esprime la rabbia perché necessita di essere apprezzato.

Ognuno rappresenta un caso diverso e le stesse reazioni alla rabbia non comportano lo stesso tipo di risultato.

Pensiamo alla relatività di questo discorso considerando per esempio osservando la nostra cultura  che giustifica la rabbia degli uomini che associa al potere, all’energia mentre la rabbia della donna è associata all’isterismo e per questo ha imparato a gestire la rabbia così come l’emozione del pianto e della tristezza viene gestita dal maschio sin da ragazzi.

D - ….

R – Ricordiamo che è importante anche il nostro modo di relazionarci alle cose. Spesso e volentieri siamo noi a creare un nesso alle cose. Es. dopo aver provato rabbia decido di connettere il mio dolore alla pancia o alla testa all’episodio della rabbia, ma è un nostro modo di fare.

Perché spesso nella nostra cultura si cerca di individuare una connessione tra le cose, per averne quasi un controllo.

D - ….

R – L’emozione produce degli effetti fisici, questi effetti fisici, gli stati emotivi possono essere manifestati in maniera impulsiva, non coordinata come avviene ai bambini piccoli. Tra il reagire in modo impulsivo, non integrato, senza la mediazione della nostra personalità esattamente come fanno i bambini e il modo di reagire degli adulti c’è una bella differenza.

Preferire la reazione in modo impulsivo invece che mediato è errato.

D - ….

R – Una delle attività migliori quando si è in preda a emozioni sgradevoli (rabbia, inquietudine, tristezza) è occupare il corpo e la mente con un attività che ci piace molto.

L’emozione crea dell’energia, che possiamo utilizzare per dare carburante al nostro motore e non per distruggerlo.

D – Come dobbiamo tenere il diario?

R – I diari di cui ho fatto esperienza erano a scopo di ricerca. Si raccoglievano i diari e se ne faceva della statistica.

Il miglior modo per tenere il diario di auto-analisi è il seguente:

scrivere un giorno dopo l’altro senza rileggerlo fino ad un massimo di 10 giorni; poi rileggerlo e accorgersi dei dettagli delle arrabbiature, se sono aumentati o diminuiti. Perché alcuni dettagli diminuiscono perché si tipizzano le situazioni precedenti, per cui la stessa situazione viene identificata, per es., il telecomando e le situazioni nuove vengono descritte con maggiori dettagli. Si capisce quali sono gli episodi ormai chiari e quelli che necessitano di maggiori dettagli. Noi abbiamo fatto diari di al massimo 40 giorni e abbiamo osservato che alcuni episodi non capitavano più mentre altri sì.

Non esiste una formula, una regola, siamo noi stessi ad individuare il metodo migliore per comprenderci.

Grazie per la vostra attenzione molto partecipe!

 

Grazie a Silvia Ori per aver sbobinato la conferenza che per adesso non è stata revisionata dalla prof.ssa Valentina D’urso

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