Inizio dei
segni a cana.
1 Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a cana di Galilea e
c’era la madre di Gesù.
Cana si trova vicini a
Nazareth e quindi ci troviamo ancora in un ambiente che Gesù e Maria
conoscevano bene. ‘E un invito a nozze come a noi può capitare di ricevere da
amici o parenti. Fino ad adesso Giovanni non ha parlato di Maria e si può
supporre che avendola vicina nella stesura del vangelo ella abbia voluto
esservi introdotta solo nel momento in cui ciò poteva servire a presentare suo
figlio. Maria ha fatto di tutto per nascondersi, ma i suoi silenzi dicono solo
la sua grandezza. Noi però notiamo che la madre di Gesù appare sulla scena in
un momento di grande gioia e partecipazione come è uno sposalizio. Sposarsi
significa unirsi e la presenza di Gesù e di Maria danno a questo matrimonio un
carattere unico. Non sappiamo nulla di questi sposi, ma sicuramente loro
avranno aggiunto alla loro felicità quella di avere come invitati due persone
splendide. Questo introdurre in modo repentino nella frase il richiamo alla
presenza di Maria ci fa capire che nel racconto Maria giocherà un ruolo molto importante. Stiamo in attesa di capire
come, però intanto paragoniamo Maria ad un raggio di luce che illumina la
scena: è come dire che quel giorno c’era il sole.
La nostra vita e la Parola
Maria qui ci aiuta
ponendoci una domanda: come vivi le situazioni in cui sei coinvolto? Vi porti
il dente dell’ingranaggio a cui ti immagini di appartenere o porti la tua
persona come un raggio di luce che può aiutare a leggere la vita in modo
gioioso ?
2 Fu invitato anche Gesù con i suoi
discepoli.
E’ la prima volta,
almeno da quello che riferisce il vangelo di Giovanni, che Gesù, discepoli e
Maria si trovano assieme in pubblico. Anche Maria, come Giovanni il Battista,
vuole presentare suo figlio a quelli che hanno deciso di seguirlo. La cura di
Maria in questo primo incontro sarà quello di consegnare ai discepoli una
visione del loro Maestro Gesù come lei sola poteva darlo. Maria è la madre di
Gesù e quindi come Giovanni il Battista aveva collegato Gesù ai suoi discepoli
lungo la linea dei patriarchi e dei profeti, così Maria collega i discepoli al
maestro aprendo su di lui una finestra di grande suggestione umana e divina.
La nostra vita e la Parola
Si arriva a Gesù tramite
Maria perchè lei lo conosce bene e quindi ce lo può presentare. Una visione del
Cristo che fosse orbato della presenza di Maria non arriverebbe al cuore del
Figlio, a tale visione mancherebbe infatti l’apporto di quel colore e calore
materno attraverso cui Gesù ha voluto
presentarsi al mondo.
3 Nel frattempo venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli
disse : “Non hanno più vino”.
Le madri sono famose per
l’attaccamento ai loro figli. Li seguono continuamente e si accorgono subito se
essi mancano di qualcosa. Se si dovesse prendere un esempio di un legame
veramente duraturo e votato all’altro si dovrebbe per forza ricorrere all’esempio
della madre. Mediamente parlando però è difficile che una madre, quando ha un
figlio adulto, veda al di là del suo legame di sangue. Forse può vedere
qualcosa per suo figlio se ha una visione della vita legata a Dio, ma è
difficile che allarghi la sua maternità ai figli degli altri. Per Maria è
diverso perché avendo accettato di diventare madre del Salvatore nello stesso
tempo ha allargato la sua maternità a tutti gli uomini. E’ per questo che Maria
in questo episodio si comporta come una madre perché lo è effettivamente e le
madri hanno una attitudine immediata a scoprire che cosa non va nella vita dei
loro figli. Maria avrà colto nel viso degli sposi un segno di preoccupazione e
cerca subito di aiutarli perchè si accorgano che, superato l’impasse del
momento, non c’é alcun motivo al mondo per cambiare la loro gioia in tristezza:
Gesù e Maria sono con loro.
La nostra vita e la Parola
La nostra vita è una
continua mancanza. Moriamo proprio perchè non abbiamo un essere che resista al
tempo e alle malattie. Il non essere ci travaglia ed invano cerchiamo di
versare secchielli di essere nel nostro essere limitato: il nostro terreno è
poroso e tende a disperdere ogni energia. Se però ci viviamo mancanti e ci
arrabbiamo per questo allora soffriremo effettivamente per tale mancanza. Solo
prendendo coscienza di non avere più vino potremo aprire quelle spine
misteriose che ce lo verseranno in abbondanza. Arrivare alla percezione
immediata di un qualcosa che manca, come ha percepito subito Maria, significa per
noi umani aprire una fase nuova, di attesa, di ricerca che può veramente
cambiarci la vita. Ma se noi diciamo di avere, quando invece siamo carenti,
passeremo la vita aspettando Godot.
4 Gesù rispose : “ Che ho da fare con te, o
donna? Non è ancora giunta la mia ora.
Gesù più che contrariato
sembra voler dire a Maria che la sua vita scorre secondo un disegno a cui anche
lui obbedisce. Nelle azioni del Cristo non vi è fretta, egli non deve
dimostrare niente a nessuno, ma solo intervenire quando i tempi sono maturi.
Tuttavia con questa risposta, che sembra in prima istanza scostante, cominciano
a venire a contatto i tempi degli uomini con quelli di Dio. Ed in in questo
contatto qualcosa di nuovo può succedere. La stessa introduzione di una frase
interrogativa all’inizio, anche se seguita da una negativa, introduce la
possibilità stessa che l’appello della
madre possa avere una risposta. Inoltre il testo scritto non rende i tratti
soprasegmentali dell’espressione e quindi è possibile pensare che la voce e
l’atteggiamento di Gesù abbiano incoraggiato la Madre a proseguire.
La nostra vita e la Parola
Gesù ci fa riflettere
che anche per noi c’è un’ora particolare in cui siamo chiamati a presentarci al
mondo. Non tutti i momenti sono buoni però perchè il regno di Dio non viene
creato dal nulla, ma, come il grano, il regno ha un tempo per crescere e
maturare. Tuttavia anche quando ci sembra di essere maturi non dipende da noi
il nostro effettivo presentarsi sulla scena del mondo. Solo se ci manteniamo
malleabili possiamo rispondere alle richieste della vita secondo il disegno di
Dio, diversamente ci irrigidiamo prendendo a pretesto il fatto che la nostra
ora non è ancora giunta.
5 La madre dice ai servi: “Fate quello che
vi dirà”.
In queste parole vi è
racchiuso tutto il suo programma di vita. Maria non porta avanti la sua
persona, ma il Figlio. Nei lunghi anni in cui è stata a scuola dal suo divino
Bambino ha imparato ad essere la perfetta discepola e sa che tutto quello che
il figlio pensa è giusto e fatto bene. Quando dice ai servi:”fate quello che vi
dirà”, spende tutta se stessa, tutta la sua credibilità e nello stesso tempo
introduce Gesù presso i servi in un modo inusuale: i servi infatti sono
comandati solitamente dal padrone. ‘E da immaginare quindi che quando Maria ha
rilevato, forse apprendendolo dagli stessi servi, che non v’era più vino questi
siano rimasti colpiti dal fatto che una persona non strettamente legata alla
famiglia come Maria si sia fatta carico di indirizzarli a Gesù piuttosto che al
maestro di tavola o ad un responsabile della stessa famiglia. I servi quindi
sono i primi ad essere coinvolti in qualcosa che loro non si aspettavano ed è
per questo che nel vangelo di Giovanni sono i primi che, in una scena di vita
quotidiana, indirizzano pieni di speranza lo sguardo e il cuore a Cristo. Nella
quotidianità riescono a cogliere la presenza di un qualcosa d’altro e nel
silenzio si mettono a disposizione di ciò che Dio, nella Madre e nel Figlio,
sta in quel momento agendo per il bene di coloro che ama.
La nostra vita e la Parola
Il fare è liberatorio
perchè porta ad una risoluzione, ma anche il dire, che è il timone del fare, è
importante perchè dà un senso al fare. Madre santa aiutaci a fare nella vita
quello che Lui ci dice per riuscire a fornire in ogni occasione quel vino pieno
di spirito che è caratteristico del Tuo e del Suo lignaggio!
6 Vi erano là sei giare
di pietra per la puricazione dei giudei contenenti ciascuna due o tre barili.
Giovanni evangelista ci
informa della presenza delle giare che servivano per la purificazione e ci dà
modo di riflettere su questa usanza dei giudei che richiamata da Marco in 7,3-4: “- i farisei infatti e tutti
i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi
alla tradizione degli antichi, e tornando dal mercato non mangiano senza aver
fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature
di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame -…”. La legge della purità prevedeva
che non si mangiassero alcuni alimenti e tante altre prescrizioni che a noi
dicono poco, ma nel disegno provvidenziale di Dio servivano ad aiutare il
popolo ebraico a conservare la loro identità nazionale soprattutto nei momenti
di diaspora. Ora nello stesso luogo sono posti in evidenza sia le giare che
contengono l’acqua per a purificazione sia Gesù che è venuto a dichiarare che
la purezza non si acquista con i lavaggi del corpo, ma mantenendo un cuore puro
e cioè libero dal peccato.
La nostra vita e la
Parola
Signore, solo la santa
acqua del battesimo santificata dalla tua purezza può darci la capacità di
accostarci a Dio senza timore!
7 E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le
giare” e le riempirono fino all’orlo.
L’uomo potrebbe pensare,
ad uno sguardo superficiale, che siccome Dio ha il potere su tutti gli elementi
allora avrebbe potuto far apparire dal nulla il vino all’interno delle giare.
Ma Gesù, che come ci rivelerà il vangelo è la seconda persona della santissima
Trinità rivestita di carne, assume in tutto e per tutto il modo di agire e di
pensare dell’uomo: l’uomo non sa creare, ma sa trasformare. Per noi è
stimolante rimanere nel mondo della materia perchè essa è la strada che abbiamo
a disposizione per capire e per crescere. Questo trasformare l’acqua in vino,
piuttosto che crearlo dal nulla, è pedagogico da parte di Gesù che vuol
rimanere all’interno della logica comune pur intervenendo in modo miracoloso.
La stessa cosa avviene nel coinvolgimento di altre persone. Gesù non vuole fare
tutto da solo proprio perchè intervenendo nella storia dell’uomo non vuole
entrarvi come un deus ex machina, ma come uno di noi e così si
spiega perchè vengano coinvolti i servi
e venga così valorizzata la loro fatica.
La nostra vita e la Parola
Spesso ci vengono proposte
vie spirituali che hanno del miracoloso: facili scorciatoie che giocano sulla
nostra voglia di realizzare subito qualcosa. In questi casi dovremmo chiederci
quanto e come il mondo materiale che ci circonda e il nostro stesso corpo ne
vengono coinvolti: questa analisi, se non risolutiva, potrebbe però risultare
un indicatore interessante per formarci un giudizio corretto.
8 Disse loro di nuovo:” Ora attingete e portatene al maestro
di tavola” Ed essi gliene portarono.
Qui la narrazione sembra
somigliare a quella di una favola. Tutto sembra muoversi senza apparenti
tensioni o emozioni da parte dei servitori tanto sono dal vedere come va a
finire. Ed invece se ci si pensa bene tutto questo giro di movimenti e di
parole è carico di una forte tensione e coinvolgimento proprio da parte dei
servitori. Manca, e questo avrà spiazzato anche loro, la scena madre che ci
saremmo aspettati e cioé che Gesù pronunciasse la formula magica di conversione
dell’acqua in vino. Non si riferisce neppure di un gesto particolare, tutto
avviene così semplicemente e in modo così incalzante che le reazioni dei servi
sono tipiche di chi ancora non capisce quello che sta succedendo, ma è preso
comunque dalla favola che sta vivendo. Dopo aver attinto il vangelo prosegue:
“Ed essi gliene portarono”. Per entrare nel vivo di questo semiversetto occorre
fare tre ipotesi la prima è che l’acqua si sia trasformata in vino subito dopo
essere stata versata nelle giare, la seconda che si sia trasformata durante il
tragitto e la terza che il miracolo sia avvenuto nel momento in cui al maestro
di tavola è stato versato il vino. Nella prima ipotesi possiamo immaginare i
servi percorrere quel breve tragitto come invasi da una gioia indicibile
per aver assistito allo strepitoso miracolo; nella seconda invece essi sono
chiamati in causa pesantemente perché si assumono in qualche modo la
responsabilità di quanto sta avvenendo dal momento che, se il miracolo non
fosse avvenuto, essi si sarebbero fatti complici di una situazione per loro
pericolosa e cioè quella di portare al maestro di tavola dell’acqua in caraffe
destinate al vino; nella terza ipotesi dobbiamo proprio pensare che questi
servi o erano così intimi dei padroni da poter fare loro uno scherzo oppure
erano certi che il miracolo sarebbe avvenuto. Se i servi hanno creduto al
Signore e alla sua mamma dobbiamo tirare la conclusione che è proprio vero che
la povera gente precede sempre quelli che si ritengono sapienti perché sanno
sempre cogliere e vivere le grandi occasioni di vita che Dio offre loro.
La nostra vita e la Parola
Se stessimo più attenti,
se veramente ci comportassimo come questi servi del vangelo, quanto velocemente
progrediremmo! Ma noi diciamo che Dio è lontano e non si interessa ai nostri
problemi ed invece, così pensando, siamo proprio noi che lo muriamo.
Per andare avanti
occorre decentrarsi dai nostri problemi e semplicemente credere a quanto Dio
continuamente ci propone attraverso canali di ogni tipo. Che meraviglia vedere
poi che la nostra acqua si tramuta in vino e noi, contro ogni speranza,
finalmente sappiamo di qualcosa!
9 E come ebbe assaggiato l’acqua divenuta vino, il maestro di
tavola che non sapeva donde venisse ( ma lo sapevano i servi che avevano
attinto l’acqua) chiamò lo sposo
Ciò che viene da Dio non
può mai passare inosservato perchè viene direttamente dal suo cuore che ama.
Dio dà all’uomo solo cose buone essendo la fonte della bontà. Eppure com’è
difficile per lui credere che da Dio non può venirci altro che bene. E è
proprio questa sua fondamentale diffidenza che tiene serrata la porta
dell’abbondanza. Il Paradiso terrestre era il luogo pensato da Dio come
scenario per poter apprezzare i suoi doni, ma l’uomo preferì immaginarsene
altri provenienti da una fonte maligna e dopo, per tutta la sua storia seguente,
questo momento del ricevere qualcosa rimase, e rimane anche adesso, un continuo
problema. Egli sa quindi, come il maestro di tavola, riconoscere la vera bontà
della creazione, ma trovandosi spesso in una condizione di diffidenza verso Dio
non la rapporta a Lui entrando così in confusione. Il risultato è che l’uomo
non riuscendo a riconoscere l’autentica bontà dei doni che riceve, poi finisce
per attribuire a Dio tutti i suoi mali. Basterebbe che si comportasse senza
pregiudiziali e con il sano realismo del maestro di tavola ed allora la vita
gli si rivelerebbe come lo spazio-tempo datoci da Dio per ricevere i suoi doni e saperli riconoscere come buoni.
La nostra vita e la Parola
Intensificare la nostra
percezione del vissuto potrebbe essere una strada interessante per andare oltre
le apparenze. Vivendo la vita con la giusta at-tensione potremo interiorizzare
quella buona predisposizione del maestro di tavola che, da perfetto
buongustaio, seppe riconoscere l’eccezionale qualità del vino.
10 e gli disse: “Tutti servono da principio il vino buono e,
quando sono un po' brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad
ora il vino buono”.
Il nostro corpo con
l’età, e cioè con l’acquisizione delle esperienze, tende ad invecchiare e il
nostro spirito a fare una media, più o meno dolorosa, di tutto ciò che ha
vissuto. Più andiamo avanti negli anni più ci accorgiamo di essere meno buoni
di quando eravamo più giovani, proprio come quel vino servito verso la fine
della festa. Di noi diamo una lettura come quella del maestro di tavola che con
la sua umanissima constatazione esprime in poche parole il principio
dell’entropia e cioè la tendenza di un sistema alla degradazione quando vi si
immette qualcosa di diverso da ciò che
lo manteneva nel suo stato ottimale. L’intervento di Gesù è un segnale agli
uomini che le cose possono andare in modo diverso. Qui Gesù fa un miracolo, e
noi lo percepiamo come tale perchè fuori da ogni logica da noi umanamente
condivisibile, tuttavia egli non vuole introdurci all’eccezionalità, ma farci
toccare con mano che la salvezza che ci porta è totale: riguarda ogni sfera
dell’esistenza ed ogni ordine della realtà: il suo è un approccio olistico. Il
rapporto di Gesù con gli uomini e con gli elementi è diverso dal nostro, ma non
perchè lui è un mago e noi no, ma perchè Gesù si trova in una dimensione in cui
non v’è degrado e dove ogni essere è nella sua pienezza. Cambiando l’acqua in
vino Gesù non sta iniziando i suoi discepoli a diventare prestidigiatori, ma li
sta avviando a risvegliarsi dal sonno di una realtà vissuta da poveracci per
fargliela scoprire in tutta la sua vera essenza.
La nostra vita e la Parola
Ci capita spesso di
vivere la nostra vita lamentandoci per il nostro vino di scarsa qualità e così
facendo deprezziamo noi stessi e qualsiasi buon vino ci possa essere messo
davanti. Dobbiamo scuoterci da questa illusione per intendere che il buon vino
è sempre a nostra disposizione basta essere collegati con quella sfera
dell’essere dove non v’è mai perdita: e Gesù ci insegna la via.
11 Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea,
manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.
La divinità non può
accettare il mondo dell’uomo così come esso si presenta. La povertà che
attraversa il mondo è frutto dell’egoismo dell’uomo che non riesce più a
condividere con gli altri la creazione, ma cerca in ogni modo di piegarla alla
sua sete di dominio. Gesù che viene tra gli uomini non può che continuamente
riproporre la realtà come essa veramente è: una realtà piena di Dio. Il
miracolo delle nozze di Cana inaugura l’intervento di Gesù tra gli uomini nel
segno dell’abbondanza per farci capire che chi si collega a Dio non può patire
ristrettezze. Il maestro di tavola, quando assaggia l’acqua tramutata in vino,
prova una grande gioia e pensa in cuor suo che quella felicità degli sposi essi
volevano condividerla fino in fondo con gli invitati; era una gioia vera che
non poteva patire diminuzioni dalla distribuzione calcolata di un vino poco
buono alla fine della festa; insomma, pensa sempre il maestro di tavola, gli
sposi non avevano voluto risparmiare, ma dare con generosità perchè la loro
unione fosse celebrata come un atto sacro, dove non vi poteva essere calcolo.
Ecco l’intervento di Gesù fa sorgere questo tipo di sentimenti e si propone
come un qualcosa che non divide, ma aggrega sempre di più gli uomini facendoli
riconoscere tra loro sempre più intimi e fratelli. Questo suo primo miracolo
forse deluderà quanti avrebbero immaginato l’entrata di Dio nella storia in un
modo meno frivolo, ma, grazie a Maria, siamo invitati a cambiare registro ai
nostri pensieri e a farci educare dal Signore che non vuole sacrifici, ma che
il nostro cuore cominci a ridere di gioia di fronte all’avventura della nostra
vita.
La nostra vita e la Parola
Insegnaci Signore a
sorridere perchè il sorriso spazza via le nostre rigidità e ci sintonizza con
Te che sei l’accoglienza infinita e non hai paura che alcuno possa diminuirti.
12 Dopo questo fatto, discese a Cafarnao insieme con sua
madre, i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono colà solo pochi giorni.
L’uomo inizia in
famiglia la sua avventura umana, ma poi se ne allontana per farne una sua. Gesù
aveva un compito da realizzare ed è per questo che si attornia di discepoli. Questo inizio è per lui un momento
importante perchè se fino a Cana era il figlio obbediente di Maria, dopo Cana
cambia qualcosa nel suo rapporto con la madre e con il Padre celeste. Nel
periodo trascorso in famiglia Gesù era sottomesso ai genitori che mediavano la
volontà del Padre, ora Gesù, con l’inizio della sua vita pubblica, entra
direttamente in rapporto con il Padre aspettandosi da lui tutte le indicazioni
per la sua nuova vita. Tuttavia questo inizio non coincide con l’abbandono
della madre e dei fratelli. ‘E bello vedere che la sua nuova famiglia comprende
ancora la madre e i fratelli: ora sono tutti insieme collegati direttamente al
Padre tramite Gesù. Egli ha già fatto unità e quindi può legittimamente
proporla agli altri. Questa discesa a Cafarnao possiamo immaginarla come un
momento di comunione e di grande gioia dove Maria fa vedere ai discepoli un
momento della sua vita intima con il figlio e dove i discepoli con la loro
adesione danno a Maria l’ulteriore certezza che un altro capitolo della storia
della salvezza era definitivamente iniziato.
La nostra vita e la Parola
Non si può proporre
niente all’esterno se prima non si sono unificati gli ambiti più importanti
della propria vita. Predicare agli altri qualsiasi forma di cambiamento quando
in famiglia non si sono realizzate forme di unità, toglie forza alla nostra
testimonianza.
Il tempio e il corpo di Gesù.
13 Si avvicinava la pasqua dei giudei e
Gesù salì a Gerusalemme.
La pasqua attirava tanta
gente a Gerusalemme ed è quindi naturale che Gesù volendo farsi conoscere
scelga questa città come luogo privilegiato
da cui irradiare il suo insegnamento. In questi albori della sua
missione è lecito pensare alle fatiche di tutti quelli che vogliono portare
all’uomo una parola di salvezza. Occorre sempre far la fatica di salire, di
accostarsi per primo agli altri perchè chi porta un nuovo messaggio non può
pretendere di trovare la strada spianata. La salita al monte è anche un momento
di ulteriore riflessione per capire come accostare quelli a cui si vuole
portare la buona novella. ‘E un periodo di grande fervore e di progettazione.
Chi si sta preparando all’azione può guardare a Gesù come alla persona che
agendo sempre perchè collegata al Padre sapeva quando aprirsi al fare e quando
no. Egli è stato trentanni nel nascondimento dove ha agito, ma non come si
sarebbe aspettato il mondo, ora agisce ancora, ma entrando in un fare che
diventa visibile al mondo. Nell’uno e nell’altro caso non ha perso niente perché
tutto era suo e fatto con il Padre.
La nostra vita e la parola
La purezza di intenzione
di Gesù ci sia di esempio quando ci apprestiamo a portare nel mondo la parola
del vangelo: nessun interesse che non sia quello di Dio ci svii dalla nostra
strada. E quando dobbiamo stare nascosti dal mondo che ciò avvenga senza
lamenti, ma come occasione per un più stretto rapporto con il Signore.
14 Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe,
e i cambiavalute seduti al banco.
Abbiamo prima contemplato
lo zelo e la gioia di Gesù mentre saliva a Gerusalemme. Ora siamo con lui
fortemente delusi per la situazione di decadenza in cui trova il tempio. La
casa di Dio è invasa dal nemico, ma a prima vista sembra che tutto funzioni
secondo una normalità accettata da tutti. Nel tempio invece dei segni
dell’amore, troneggia il do ut des . Non
che scambiare qualcosa sia negativo, ma vi sono degli spazi, come i mercati,
dove è concesso all’uomo entrare nell’ottica del vendere e del comprare.
Estendere però a tutti i luoghi questo approccio significa essere ingiusti
perchè l’uomo non è fatto solo di interessi materiali, ma anche di aperture
verso la dimensione del divino. Soprattutto poi nel tempio non è possibile
nello stesso tempo pensare a Dio ed agli affari. Nel quotidiano siamo tirati da
una parte e dall’altra dall’elenco delle cose di questo mondo, ma quando
decidiamo di avvicinarsi ad un luogo sacro è come se si incrementasse in noi un
canale che nella vita profana aveva poca forza. Il luogo sacro ci dà la possibilità
di riempire tutto il nostro schermo interiore di quelle influenze positive che
ci aiutano ad aprire di più il nostro cuore davanti all’Infinito. Lo sconcerto
di Gesù nel trovare nel luogo santo uomini calcolatori, ci fa invece capire
quanto diversi fossero gli orizzonti del Maestro che poggiava la sua fiducia
non nell’oro, ma in Dio.
La nostra vita e la Parola
Il corpo è il nostro
tempio. Tutto il nostro spazio/tempo è dedicato alla compravendita delle cose
del mondo o vi sono gesti e momenti dedicati solo al divino?
15 Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori
dal tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e
ne rovesciò i banchi,
Quella di Gesù non fu un’azione
improvvisa, come se si fosse fatto prendere dall’ira. Improvvisa fu la visione
e lo sconcerto di trovare così malmessa la casa del Padre, ma la reazione fu
calcolata ed esemplare. Le pecore, i buoi, il denaro sono il simbolo buono di
ciò che può aiutare l’uomo a vivere, ma nel contesto del tempio assumono un
altro significato, quello dell’animalità e delle passioni. Queste somigliano a
quelle essenze esotiche che si avvinghiano agli alberi fino a quando non li
stritolano e li fanno morire. Le passioni devono essere educate perchè possano
aiutare l’uomo a realizzare il suo destino, diversamente prendono possesso
totalmente del suo cuore. La lotta per la vittoria non accetta mezze misure, ne
va della vita o della morte di chi combatte. Gesù non avrebbe potuto aiutare
nessuno se l’ordine delle priorità non fosse stato ristabilito senza mezzi
termini: ecco il significato della sua azione così decisa. Liberando il tempio
dal mercato Gesù inizia la sua opera educativa verso i giudei fino a far loro
intendere prima di morire che il vero tempio era il suo corpo.
La nostra vita e la Parola
Quando non decidiamo più
di noi stessi allora è il momento di armarci di sacro furore e sferzare le
nostre passioni fino a quando il nostro cuore, alleggerito e gioioso, non potrà
riprendere il canto della vita.
16 e ai venditori di colombe disse: “portate via queste cose e
non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato”.
Di fronte a Gesù non ci
troviamo di fronte ad un uomo qualsiasi. Ci si aspetterebbe infatti, vista
l’irruzione, che almeno gridasse contro i venditori di colombe, ed invece
l’evangelista riferisce che egli semplicemente “disse”. Quel furore nell’atto
di scacciare i venditori dal tempio, che la nostra immaginazione è portata ad
enfatizzare, non c’è più ed appare un Gesù che di fronte ai venditori di
colombe, non più irato, non scaccia, ma solo invita i venditori ad uscire dal tempio. Il Signore non è in balia delle passioni e
quindi il suo comportamento non mira a far scena, ma è proporzionato alle
diverse situazioni che vive. L’offerta a Dio delle colombe era una tradizione
in Israele ed è forse per questo che il Signore non accomuna i venditori di
colombe con gli altri, ma forse anche per un riguardo verso lo Spirito Santo
che aveva scelto di manifestarsi sotto le sembianze di colomba. Ed è ai
venditori di colombe che spiega perchè devono andar via dal tempio. Anzitutto
nella frase di Gesù è da notare come egli rifiuti, quale figlio, ogni
intrusione di estranei nella casa del Padre. La casa che fino a quel momento
aveva patito per l’abbandono da parte degli uomini, ora aveva finalmente
trovato chi poteva rivendicarne la sacralità e poteva riconsegnarla alla sua
funzione di luogo dove si incontra Dio. Questo omaggio di Gesù alla casa del
Padre vuole significare la continuità tra la tradizione giudaica e quella di
Gesù: il Dio di Gesù è il Dio degli ebrei. Questo compromettersi davanti ai
loro occhi voleva proprio testimoniare questa sua totale appartenenza al Dio di
Abramo, di Isacco e di Giacobbe.
La nostra vita e la Parola
Per mettersi alla
sequela del Cristo occorre andare a scuola della sua fermezza e nello stesso
tempo della sua gentilezza. La grande apertura di mente del Cristo sapeva leggere
bene nella realtà per non spegnere mai quel lucignolo dell’uomo che aspetta per
ravvivarsi: non un vento impetuoso, ma una docile brezza.
17 I discepoli si ricordarono che sta
scritto: “Lo zelo per la tua casa mi divora”.
I discepoli, presenti alla
scena, riassumono ciò che è avvenuto con una frase della scrittura. Ed anche
noi per capire l’azione di Gesù guardiamo alla scrittura ricordandoci di quando
i Magi andarono da Erode a portare la buona novella della nascita di Gesù e di
come questi rimase turbato:’e con lui tutta Gerusalemme’. Gerusalemme infatti
aveva capito che quella nascita avrebbe sconvolto i suoi affari, essendo
diventata soprattutto un luogo di mercato e di potere. Un re divino si sarebbe
messo in contrapposizione con i rappresentanti di un potere prevaricatore e ciò
fu immediatamente chiaro ad Erode e a tutta Gerusalemme. Gesù però non ambiva
ad alcun potere temporale perchè era divorato dallo zelo per la casa del Padre.
Tuttavia Gerusalemme giustamente si allarmò perchè il Signore con la sua venuta
toglieva di fatto ogni legittimazione al potere oppressivo. Con la sua azione
nel tempio Gesù risponde direttamente a quel turbamento della città per la sua
nascita e pubblicamente indica qual’è la sua vera priorità: rendere onore alla
casa del Padre. Inoltre egli mostra al
mondo come tutto il suo essere è così legato alla vita del Padre ( il testo usa
il verbo ‘divorare’ per intendere che egli consuma ogni parte del suo corpo e del suo spirito per la causa del Padre) da spingerlo ad affermare con l’azione e le parole la
priorità del regno del Padre rispetto a qualsiasi altra agenzia di potere.
Dirà Gesù che un regno
non può essere diviso al suo interno perchè diventerebbe facilmente preda del
nemico, e quindi nella casa del Signore non si può servire il nemico: nella
casa di Dio solo Dio può regnare. Chi non è in comunione con Dio non può stare
nella sua casa, e quindi è lecito che vi sia una divisione tra quanti
obbediscono a Dio e quanti fanno solo i loro affari. Le modalità dell’esercizio
dell’autorità per conto di Dio spetta ai suoi discepoli e ai loro successori.
La Chiesa esercita questo potere, ma essa essendo fatta di uomini può sbagliare
quando pur testimoniando il patrimonio
di verità che le sono affidate confida più nella forza del suo apparato che in
quella di Dio unico agente abilitato a convertire il cuore degli uomini. La
Chiesa ha tuttavia nel suo seno le forze per rimediare nel tempo agli errori dei suoi figli. Infatti il bene fatto
da una persona, anche se marginalizzata dalla Chiesa terrena, con il tempo
fruttifica e permette revisioni che sono momenti di crescita per l’intera
Chiesa. Lo Spirito Santo lavora continuamente per rimediare gli errori dei suoi
figli e il tempo stesso aiuta a considerare i fatti con quel distacco che
permette di ristabilire la verità.
La nostra vita e la Parola
Lo
zelo per Dio non deve divorare gli altri, ma se stessi.
18 Allora i Giudei presero la parola:
“Quali segni ci mostri per fare queste
cose ?”.
L’uomo vuole sempre
vedere, perchè, grazie al vedere, la sua mente può applicarsi e trovare una
ragione in ciò che vede. Tuttavia ciò che reclama, e che dovrebbe dare pace ai
suoi interrogativi, non basta a indirizzarlo verso la verità se egli non
affronta l’esperienza del vedere con un atteggiamento veramente aperto. I
Giudei accetterebbero quindi l’azione di Gesù contro i mercanti del tempio solo
se lui si prestasse a realizzare dei segni di potenza a beneficio del loro
vedere. Essi quindi non sono dalla verità, perchè chi proviene da essa non
chiede segni per avvalorare una qualsiasi azione, ma chiede il senso profondo
di ciò che ha visto. I Giudei non si pronunziano contro l’azione di Gesù e ciò
significa che in qualche modo sono rimasti impressionati dalla sua figura. Era
quindi legittimo per loro interrogarlo sul senso della sua provocazione, ma del
tutto lontano dalla verità cercare di cooptarlo chiedendogli dei segni a cui
credere. Questi segni infatti, proprio perchè chiesti al di fuori della verità,
sarebbero solo serviti a ridisegnare all’interno del popolo un nuovo potere con
a capo gesù e loro come protagonisti del nuovo corso. Il loro atteggiamento è
stato:”ma chi si crede di essere?”, e nello stesso tempo :”se si crede di
essere qualcuno lo dimostri e noi lo seguiremo”, ma la verità si mostra e non
dimostra se stessa, e se si apre ad una spiegazione è solo perchè compulsata da
un atteggiamento pieno di amore.
La nostra vita e la Parola
Più che chiedere segni
al Signore forse è meglio leggere più profondamente nella realtà tutto quello
che continuamente ci mostra per convincerci del suo amore.
19 Rispose loro Gesù: “Distruggete questo
tempio ed in tre giorni lo farò risorgere”.
Solo l’amore di Dio
verso il suo popolo e quello dei giusti verso Dio possono muoverlo a dare dei segni.
L’unico segno radicale che sarà dato riguarda la stessa persona del Cristo, ma
questo i giudei non potevano capirlo. L’origine del fraintendimento è frutto
della loro attesa di segni esteriori e potenti che avessero la forza di
accreditarlo ai loro occhi. Il Maestro sta al gioco e li sfida a distruggere il
tempio, promettendo loro di ricostruirlo. Il segno però che volevano a buon
mercato sarebbe costato loro tanta fatica e soprattutto aveva bisogno di essere
preceduto da un atto di fiducia verso la sua persona. Formalmente Gesù quindi
non si tira indietro e paradossalmente accetta la sfida, ma lasciando ai giudei
la responsabilità del verificarsi del segno stesso. Gesù altrove aveva detto
che la fede avrebbe fatto spostare le
montagne, quanto più allora avrebbe potuto far risorgere il tempio. L’offerta
era quindi reale, anche se paradossale e legata al mirabile piano divino della
morte e della resurrezione del tempio- corpo di Gesù. Con questa affermazione
si comincia a toccare con mano sul piano storico l’unità di vita del Figlio con
il Padre: il tempio di Gesù era la dimora del Padre, il Figlio con la sua
presenza nel tempio mostra la sua unità con il Padre ed afferma che se il
tempio ( sia quello di pietra che quello della sua persona ) fosse stato distrutto
il Padre lo avrebbe fatto risorgere. Il
Figlio dichiara in modo velato che questa unione di amore vince la morte e che
quindi l’amore vince ogni distruzione.
La nostra vita e la Parola
Se c’è l’unione con Dio
nessuna depressione o disperazione potrà accamparsi nel cuore dell’uomo. Le
forze della distruzione, anche se agiranno secondo la loro natura, non potranno
intaccare la percezione di essere uniti al Padre e al Figlio e al loro legame
di amore, lo Spirito Santo.
20 Gli dissero allora i giudei: “Questo tempio è stato
costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”
Quando l’uomo si
relaziona al mondo esistente ad un livello di percezione molto basso, allora
tutto ciò che lo circonda gli pesa enormemente. Anche la costruzione del tempio
nella percezione di questi Giudei deve essere costata tantissimo, tanta fatica,
tanto tempo: un prezzo inimmaginabile che nessuna generazione presa per intero
avrebbe potuto realizzare. Questo enorme peso viene opposto a Gesù. Le scaglie
presenti davanti ai loro occhi coprivano in modo totale il fulgore del Verbo di
Dio sulla cui immagine tutto era stato creato. Questo fulgore, è vero, non lo
avevano visto neppure quelli che erano diventati discepoli da poco tempo, ma
almeno loro si erano resi disponibili a seguire il Maestro.
Il peso del mondo è un
massa così enorme che nessuno può pensare di sollevare, il suo destino è quello
di sprofondare sepre di più. Questo peso del mondo condensato dai giudei nella
vicenda della costruzione del tempio, coglie non solo la fatica e la quantità
di tempo che era stata necessaria per costruirlo, ma è come se vi si
condensasse tutta la pesantezza della materia e quella propria dell’essere
dell’uomo con le sue follie e i suoi peccati. Gesù è cooptato dai Giudei in
questa pesantezza ed è giudicato come un folle, perchè solo un folle può
pensare di caricarsi il peso del mondo e immaginare di scioglierlo con la
leggerezza della resurrezione.
La nostra vita e la Parola
A volte nello stesso
momento che scegliamo di caricarci del peso degli altri, veniamo derisi proprio
da quelli che vorremmo beneficiare ed allora se la nostra motivazione è diversa
da quella di Gesù (e cioé se non è la stessa che lui aveva quando ascendeva a
Gerusalemme per iniziare la sua missione)
rischiamo di fallire miseramente.
21 Ma Egli parlava del tempio del suo
corpo.
Gesù cacciando i
venditori mette il dito sulla piaga dell’infedeltà dell’uomo nei confronti di
Dio. Un uomo che dice di sì con le parole, ma che poi si riprende a poco a poco
tuttto quello che aveva destinato esclusivamente a Dio, come il tempio. Gesù
rivendica non il luogo fisico, ma ciò che esso esprime e cioè il luogo scelto
da Dio per essere onorato. Nello scambio con i Giudei Gesù opera, a loro
insaputa, una sostituzione mettendo se stesso al posto del tempio di pietra. ‘E
chiaro quindi che si propone come il nuovo luogo dove si rivela la divinità.
Inizia già, da questi primi albori della sua predicazione, ad affermare la sua
unità con il Padre, unità profonda che non ha alcuna mediazione esterna se non
quella del suo corpo. ‘E un momento grande per l’uomo di tutti i tempi
constatare come il vero Dio, presente in modo più o meno velato in tutte le
religioni, abbia scelto come luogo della sua definitiva dimora, non luoghi di
potenza o costruzioni di pietra, ma la carne umana presente nella persona del
suo Figlio diletto. Questo suo corpo, una volta pagato il prezzo della
distruzione agli operatori del male, risorgerà. Qui si svela non solo il destino
di Gesù, ma pure quello dell’uomo il cui corpo non potrà sfuggire è vero alla
morte, ma è destinato come il corpo di Gesù alla resurrezione.
La nostra vita e la Parola
Questo nostro corpo,
eletto dal Signore come sua dimora, ha delle potenzialità infinite come Lui è
infinito. Se il nostro specchio è offuscato non riflette niente, ma se pulito
riflette Lui.
22 Quando poi fu resuscitato dai morti, i suoi discepoli si
ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola
detta da Gesù.
Quanto è difficile per
l’uomo credere! Si può avere vicino il più grande maestro, ma un conto è
ascoltarlo ed anche amarlo, un’altro credergli. Questo scarto sembra
costitutivo dell’essere umano. Finchè l’uomo infatti non ha fatto lui stesso
esperienza gli risulta estremamente difficile accettare le parole e la realtà
promessa da parte di un altro. Il maestro non chiede di credere come se già si
fosse fatta l’esperienza di Lui, perchè allora non si tratterebbe di fede, ma
di un qualcosa che in modo incontrovertibile farebbe parte del nostro vedere.
Egli chiede che ci si affidi alla sua
persona. Solo se si è vissuto accanto al maestro con il cuore, pur non
intendendo ciò che sta veramente accadendo, si potrà al momento opportuno
ricordare (riandare con il cuore) alla Scrittura e parole dette da Gesù. I
discepoli quindi dopo la sua morte non è che cominciarono ad amare Gesù, perchè
questo loro l’avevano sempre fatto, quanto a vederlo in una prospettiva nuova
che prima era negata dal loro attaccamento terreno.
La nostra vita e la Parola
L’accesso alla profondità del tuo mistero sta nel
credere alla tua Parola
23 Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa
molti, vedendo i segni ce faceva, credettero nel suo nome
Gesù
si presta a dare dei segni: ma erano proprio necessari? Se si guarda alla sua
vicenda sembrerebbe che non siano serviti a niente. Quei molti e i tanti altri
beneficati durante i suoi tre anni di vita pubblica non si opposero alla sua condanna a morte. Questi
segni che lui dava allora non erano una captatio benevolentiae per
tenersi buono il popolo nel momento del bisogno: egli infatti sin dal suo primo
muoversi sapeva che fine avrebbe fatto. Come ogni grande maestro Gesù voleva
aprire una nuova strada fondata essenzialmente su disinteressati atti di amore.
‘I molti’ quindi credettero per i segni che faceva e, come abbiamo visto prima,
questo tipo di fede, è da leggersi come un primo affidarsi (anche se molto
imperfetto) che forse, nel tempo, può aprire la strada all’accettazione del suo
messaggio.
La nostra vita e la Parola
Signore,
noi non possiamo vedere i segni che hai fatto durante la tua vita, ma sappiamo
che un giorno ce li mostrerai ed allora in quel momento inviaci il tuo santo
Spirito perché possiamo riconoscerli.
24 Gesù però non si confidava con loro
perchè conosceva tutti.
Era la prima volta della sua vita pubblica che si
trovava a Gerusalemme, è escluso quindi che il tipo di conoscenza di cui si
parla sia quello usuale. Il testo sembra far riferimento ad un sapere di Gesù
che non ha bisogno di presentazioni per conoscere il cuore dell’uomo. I
discepoli fin dall’inizio si accorgono di questa particolarità del loro Maestro
anche perchè erano stati i primi che avevano beneficiato dello sguardo di
verità di Gesù. I giudei e discepoli si rapportano a Gesù in modo diverso,
mentre questi hanno aperto il cuore al Maestro, quelli ccredono solo per aver
visto la grandezza dei suoi segni. Lo scarto tra le due modalità è che di
questi non si fida, mentre con i suoi discepoli parla come si fa tra amici.
Ecco, Gesù fin dal primo momento è amico dei discepoli e li fa partecipi della
sua vita. Con gli altri ciò è impossibile e non perchè il Signore non voglia,
ma perchè gli altri singolarmente presi o non sono riconoscenti oppure
proiettano su Gesù un sogno collettivo di potenza completamente lontano dalle
sue intenzioni. Gesù poi non si fida delle masse perchè esse non hanno memoria
e cambiano facilmente parere: anche su di lui, e la sua morte ne sarà un
esempio.
La nostra vita e la Parola
Solo i rapporti
personali contano. Il gruppo o le masse sono sì importanti, tanto che per esse
ci si può commuovere come capitò a Gesù, ma non possono essere i nostri
interlocutori privilegiati.
25 e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su
un altro, egli infatti sapeva quello che c’é in ogni uomo.
Lo sguardo di Gesù
andava oltre le apparenze e vedeva direttamente ciò che era scritto nel cuore
dell’uomo. Il nostro invece è limitato per cui spesso ricorriamo alle
presentazioni che sono utili perchè ci fanno risparmiare tempo, ci forniscono
le informazioni necessarie e soprattutto perchè vengono fatte da chi ha la
nostra fiducia. Tuttavia può succedere che chi ci presenta un altro, anche se
in perfetta buona fede, ci fa conoscere solo una faccia, una versione
dell’altro: ciò permette condensazioni, cancellazioni, generalizzazioni che
nascondono o peggio travisano il vero volto dell’altro. Gesù ci propone invece
un metodo diverso e cioè quello di avere con il prossimo un rapporto fresco non
mediato dalle impressioni degli altri. Senza dire che questo sistema delle
presentazioni si presta, in alcune circostanze negative, alla gestione di un
potere autoritario. Il dittatore riceve informazioni solo da una ristretta
cerchia di persone, a lui non interessano le loro storie, il loro essere, ma
una struttura ben funzionante che porti i suoi ordini nel posto più lontano e
che abbia la forza di farsi obbedire. Per Gesù invece ogni singolo uomo è
importante e il rapporto diretto con lui non potrà essere mediato da nessun
altro. In questo modo le persone che lo avvicinavano avevano la possibilità di
ricevere la buona novella sempre di prima mano e non per interposta persona.
La nostra vita e la Parola
Signore, donaci quel
silenzio che ci permetta di avvicinarci sempre più profondamente e nella verità
al mistero dell’altro.