CAPITOLO  2

 

 

Inizio dei segni a cana.

 

1 Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a cana di Galilea e c’era la madre di Gesù.

 

Cana si trova vicini a Nazareth e quindi ci troviamo ancora in un ambiente che Gesù e Maria conoscevano bene. ‘E un invito a nozze come a noi può capitare di ricevere da amici o parenti. Fino ad adesso Giovanni non ha parlato di Maria e si può supporre che avendola vicina nella stesura del vangelo ella abbia voluto esservi introdotta solo nel momento in cui ciò poteva servire a presentare suo figlio. Maria ha fatto di tutto per nascondersi, ma i suoi silenzi dicono solo la sua grandezza. Noi però notiamo che la madre di Gesù appare sulla scena in un momento di grande gioia e partecipazione come è uno sposalizio. Sposarsi significa unirsi e la presenza di Gesù e di Maria danno a questo matrimonio un carattere unico. Non sappiamo nulla di questi sposi, ma sicuramente loro avranno aggiunto alla loro felicità quella di avere come invitati due persone splendide. Questo introdurre in modo repentino nella frase il richiamo alla presenza di Maria ci fa capire che nel racconto Maria  giocherà un ruolo molto importante. Stiamo in attesa di capire come, però intanto paragoniamo Maria ad un raggio di luce che illumina la scena: è come dire che quel giorno c’era il sole.

 

La nostra vita e la Parola

 

Maria qui ci aiuta ponendoci una domanda: come vivi le situazioni in cui sei coinvolto? Vi porti il dente dell’ingranaggio a cui ti immagini di appartenere o porti la tua persona come un raggio di luce che può aiutare a leggere la vita in modo gioioso ?

 

2 Fu invitato anche Gesù con i suoi discepoli.

 

E’ la prima volta, almeno da quello che riferisce il vangelo di Giovanni, che Gesù, discepoli e Maria si trovano assieme in pubblico. Anche Maria, come Giovanni il Battista, vuole presentare suo figlio a quelli che hanno deciso di seguirlo. La cura di Maria in questo primo incontro sarà quello di consegnare ai discepoli una visione del loro Maestro Gesù come lei sola poteva darlo. Maria è la madre di Gesù e quindi come Giovanni il Battista aveva collegato Gesù ai suoi discepoli lungo la linea dei patriarchi e dei profeti, così Maria collega i discepoli al maestro aprendo su di lui una finestra di grande suggestione umana e divina.

 

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Si arriva a Gesù tramite Maria perchè lei lo conosce bene e quindi ce lo può presentare. Una visione del Cristo che fosse orbato della presenza di Maria non arriverebbe al cuore del Figlio, a tale visione mancherebbe infatti l’apporto di quel colore e calore materno attraverso cui Gesù  ha voluto presentarsi al mondo.

 

3 Nel frattempo venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse : “Non hanno più vino”.

 

Le madri sono famose per l’attaccamento ai loro figli. Li seguono continuamente e si accorgono subito se essi mancano di qualcosa. Se si dovesse prendere un esempio di un legame veramente duraturo e votato all’altro si dovrebbe per forza ricorrere all’esempio della madre. Mediamente parlando però è difficile che una madre, quando ha un figlio adulto, veda al di là del suo legame di sangue. Forse può vedere qualcosa per suo figlio se ha una visione della vita legata a Dio, ma è difficile che allarghi la sua maternità ai figli degli altri. Per Maria è diverso perché avendo accettato di diventare madre del Salvatore nello stesso tempo ha allargato la sua maternità a tutti gli uomini. E’ per questo che Maria in questo episodio si comporta come una madre perché lo è effettivamente e le madri hanno una attitudine immediata a scoprire che cosa non va nella vita dei loro figli. Maria avrà colto nel viso degli sposi un segno di preoccupazione e cerca subito di aiutarli perchè si accorgano che, superato l’impasse del momento, non c’é alcun motivo al mondo per cambiare la loro gioia in tristezza: Gesù e Maria sono con loro.

 

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La nostra vita è una continua mancanza. Moriamo proprio perchè non abbiamo un essere che resista al tempo e alle malattie. Il non essere ci travaglia ed invano cerchiamo di versare secchielli di essere nel nostro essere limitato: il nostro terreno è poroso e tende a disperdere ogni energia. Se però ci viviamo mancanti e ci arrabbiamo per questo allora soffriremo effettivamente per tale mancanza. Solo prendendo coscienza di non avere più vino potremo aprire quelle spine misteriose che ce lo verseranno in abbondanza. Arrivare alla percezione immediata di un qualcosa che manca, come ha percepito subito Maria, significa per noi umani aprire una fase nuova, di attesa, di ricerca che può veramente cambiarci la vita. Ma se noi diciamo di avere, quando invece siamo carenti, passeremo la vita aspettando Godot.

 

4 Gesù rispose : “ Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora.

 

Gesù più che contrariato sembra voler dire a Maria che la sua vita scorre secondo un disegno a cui anche lui obbedisce. Nelle azioni del Cristo non vi è fretta, egli non deve dimostrare niente a nessuno, ma solo intervenire quando i tempi sono maturi. Tuttavia con questa risposta, che sembra in prima istanza scostante, cominciano a venire a contatto i tempi degli uomini con quelli di Dio. Ed in in questo contatto qualcosa di nuovo può succedere. La stessa introduzione di una frase interrogativa all’inizio, anche se seguita da una negativa, introduce la possibilità stessa che  l’appello della madre possa avere una risposta. Inoltre il testo scritto non rende i tratti soprasegmentali dell’espressione e quindi è possibile pensare che la voce e l’atteggiamento di Gesù abbiano incoraggiato la Madre a proseguire.

 

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Gesù ci fa riflettere che anche per noi c’è un’ora particolare in cui siamo chiamati a presentarci al mondo. Non tutti i momenti sono buoni però perchè il regno di Dio non viene creato dal nulla, ma, come il grano, il regno ha un tempo per crescere e maturare. Tuttavia anche quando ci sembra di essere maturi non dipende da noi il nostro effettivo presentarsi sulla scena del mondo. Solo se ci manteniamo malleabili possiamo rispondere alle richieste della vita secondo il disegno di Dio, diversamente ci irrigidiamo prendendo a pretesto il fatto che la nostra ora non è ancora giunta.

 

5 La madre dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”.

 

In queste parole vi è racchiuso tutto il suo programma di vita. Maria non porta avanti la sua persona, ma il Figlio. Nei lunghi anni in cui è stata a scuola dal suo divino Bambino ha imparato ad essere la perfetta discepola e sa che tutto quello che il figlio pensa è giusto e fatto bene. Quando dice ai servi:”fate quello che vi dirà”, spende tutta se stessa, tutta la sua credibilità e nello stesso tempo introduce Gesù presso i servi in un modo inusuale: i servi infatti sono comandati solitamente dal padrone. ‘E da immaginare quindi che quando Maria ha rilevato, forse apprendendolo dagli stessi servi, che non v’era più vino questi siano rimasti colpiti dal fatto che una persona non strettamente legata alla famiglia come Maria si sia fatta carico di indirizzarli a Gesù piuttosto che al maestro di tavola o ad un responsabile della stessa famiglia. I servi quindi sono i primi ad essere coinvolti in qualcosa che loro non si aspettavano ed è per questo che nel vangelo di Giovanni sono i primi che, in una scena di vita quotidiana, indirizzano pieni di speranza lo sguardo e il cuore a Cristo. Nella quotidianità riescono a cogliere la presenza di un qualcosa d’altro e nel silenzio si mettono a disposizione di ciò che Dio, nella Madre e nel Figlio, sta in quel momento agendo per il bene di coloro che ama.

 

 

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Il fare è liberatorio perchè porta ad una risoluzione, ma anche il dire, che è il timone del fare, è importante perchè dà un senso al fare. Madre santa aiutaci a fare nella vita quello che Lui ci dice per riuscire a fornire in ogni occasione quel vino pieno di spirito che è caratteristico del Tuo e del Suo lignaggio!

 

6 Vi erano là sei giare di pietra per la puricazione dei giudei contenenti ciascuna due o tre barili.

 

Giovanni evangelista ci informa della presenza delle giare che servivano per la purificazione e ci dà modo di riflettere su questa usanza dei giudei che richiamata da  Marco in 7,3-4: “- i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi, e tornando dal mercato non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame -…”. La legge della purità prevedeva che non si mangiassero alcuni alimenti e tante altre prescrizioni che a noi dicono poco, ma nel disegno provvidenziale di Dio servivano ad aiutare il popolo ebraico a conservare la loro identità nazionale soprattutto nei momenti di diaspora. Ora nello stesso luogo sono posti in evidenza sia le giare che contengono l’acqua per a purificazione sia Gesù che è venuto a dichiarare che la purezza non si acquista con i lavaggi del corpo, ma mantenendo un cuore puro e cioè libero dal peccato.

 

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Signore, solo la santa acqua del battesimo santificata dalla tua purezza può darci la capacità di accostarci a Dio senza timore!

 

7 E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le giare” e le riempirono fino all’orlo.

 

L’uomo potrebbe pensare, ad uno sguardo superficiale, che siccome Dio ha il potere su tutti gli elementi allora avrebbe potuto far apparire dal nulla il vino all’interno delle giare. Ma Gesù, che come ci rivelerà il vangelo è la seconda persona della santissima Trinità rivestita di carne, assume in tutto e per tutto il modo di agire e di pensare dell’uomo: l’uomo non sa creare, ma sa trasformare. Per noi è stimolante rimanere nel mondo della materia perchè essa è la strada che abbiamo a disposizione per capire e per crescere. Questo trasformare l’acqua in vino, piuttosto che crearlo dal nulla, è pedagogico da parte di Gesù che vuol rimanere all’interno della logica comune pur intervenendo in modo miracoloso. La stessa cosa avviene nel coinvolgimento di altre persone. Gesù non vuole fare tutto da solo proprio perchè intervenendo nella storia dell’uomo non vuole entrarvi come un deus ex machina, ma come uno di noi e così si spiega  perchè vengano coinvolti i servi e venga così valorizzata la loro fatica.

 

La nostra vita e la Parola

 

Spesso ci vengono proposte vie spirituali che hanno del miracoloso: facili scorciatoie che giocano sulla nostra voglia di realizzare subito qualcosa. In questi casi dovremmo chiederci quanto e come il mondo materiale che ci circonda e il nostro stesso corpo ne vengono coinvolti: questa analisi, se non risolutiva, potrebbe però risultare un indicatore interessante per formarci un giudizio corretto.

 

8 Disse loro di nuovo:” Ora attingete e portatene al maestro di tavola” Ed essi gliene portarono.

 

Qui la narrazione sembra somigliare a quella di una favola. Tutto sembra muoversi senza apparenti tensioni o emozioni da parte dei servitori tanto sono dal vedere come va a finire. Ed invece se ci si pensa bene tutto questo giro di movimenti e di parole è carico di una forte tensione e coinvolgimento proprio da parte dei servitori. Manca, e questo avrà spiazzato anche loro, la scena madre che ci saremmo aspettati e cioé che Gesù pronunciasse la formula magica di conversione dell’acqua in vino. Non si riferisce neppure di un gesto particolare, tutto avviene così semplicemente e in modo così incalzante che le reazioni dei servi sono tipiche di chi ancora non capisce quello che sta succedendo, ma è preso comunque dalla favola che sta vivendo. Dopo aver attinto il vangelo prosegue: “Ed essi gliene portarono”. Per entrare nel vivo di questo semiversetto occorre fare tre ipotesi la prima è che l’acqua si sia trasformata in vino subito dopo essere stata versata nelle giare, la seconda che si sia trasformata durante il tragitto e la terza che il miracolo sia avvenuto nel momento in cui al maestro di tavola è stato versato il vino. Nella prima ipotesi possiamo immaginare i servi  percorrere quel breve  tragitto come invasi da una gioia indicibile per aver assistito allo strepitoso miracolo; nella seconda invece essi sono chiamati in causa pesantemente perché si assumono in qualche modo la responsabilità di quanto sta avvenendo dal momento che, se il miracolo non fosse avvenuto, essi si sarebbero fatti complici di una situazione per loro pericolosa e cioè quella di portare al maestro di tavola dell’acqua in caraffe destinate al vino; nella terza ipotesi dobbiamo proprio pensare che questi servi o erano così intimi dei padroni da poter fare loro uno scherzo oppure erano certi che il miracolo sarebbe avvenuto. Se i servi hanno creduto al Signore e alla sua mamma dobbiamo tirare la conclusione che è proprio vero che la povera gente precede sempre quelli che si ritengono sapienti perché sanno sempre cogliere e vivere le grandi occasioni di vita che Dio offre loro.

 

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Se stessimo più attenti, se veramente ci comportassimo come questi servi del vangelo, quanto velocemente progrediremmo! Ma noi diciamo che Dio è lontano e non si interessa ai nostri problemi ed invece, così pensando, siamo proprio noi che lo muriamo.

Per andare avanti occorre decentrarsi dai nostri problemi e semplicemente credere a quanto Dio continuamente ci propone attraverso canali di ogni tipo. Che meraviglia vedere poi che la nostra acqua si tramuta in vino e noi, contro ogni speranza, finalmente sappiamo di qualcosa!

 

9 E come ebbe assaggiato l’acqua divenuta vino, il maestro di tavola che non sapeva donde venisse ( ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua) chiamò lo sposo

 

Ciò che viene da Dio non può mai passare inosservato perchè viene direttamente dal suo cuore che ama. Dio dà all’uomo solo cose buone essendo la fonte della bontà. Eppure com’è difficile per lui credere che da Dio non può venirci altro che bene. E è proprio questa sua fondamentale diffidenza che tiene serrata la porta dell’abbondanza. Il Paradiso terrestre era il luogo pensato da Dio come scenario per poter apprezzare i suoi doni, ma l’uomo preferì immaginarsene altri provenienti da una fonte maligna e dopo, per tutta la sua storia seguente, questo momento del ricevere qualcosa rimase, e rimane anche adesso, un continuo problema. Egli sa quindi, come il maestro di tavola, riconoscere la vera bontà della creazione, ma trovandosi spesso in una condizione di diffidenza verso Dio non la rapporta a Lui entrando così in confusione. Il risultato è che l’uomo non riuscendo a riconoscere l’autentica bontà dei doni che riceve, poi finisce per attribuire a Dio tutti i suoi mali. Basterebbe che si comportasse senza pregiudiziali e con il sano realismo del maestro di tavola ed allora la vita gli si rivelerebbe come lo spazio-tempo datoci da Dio  per ricevere i suoi doni e saperli riconoscere come buoni.

 

La nostra vita e la Parola

 

Intensificare la nostra percezione del vissuto potrebbe essere una strada interessante per andare oltre le apparenze. Vivendo la vita con la giusta at-tensione potremo interiorizzare quella buona predisposizione del maestro di tavola che, da perfetto buongustaio, seppe riconoscere l’eccezionale qualità del vino.

 

10 e gli disse: “Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po' brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono”.

 

Il nostro corpo con l’età, e cioè con l’acquisizione delle esperienze, tende ad invecchiare e il nostro spirito a fare una media, più o meno dolorosa, di tutto ciò che ha vissuto. Più andiamo avanti negli anni più ci accorgiamo di essere meno buoni di quando eravamo più giovani, proprio come quel vino servito verso la fine della festa. Di noi diamo una lettura come quella del maestro di tavola che con la sua umanissima constatazione esprime in poche parole il principio dell’entropia e cioè la tendenza di un sistema alla degradazione quando vi si immette qualcosa di  diverso da ciò che lo manteneva nel suo stato ottimale. L’intervento di Gesù è un segnale agli uomini che le cose possono andare in modo diverso. Qui Gesù fa un miracolo, e noi lo percepiamo come tale perchè fuori da ogni logica da noi umanamente condivisibile, tuttavia egli non vuole introdurci all’eccezionalità, ma farci toccare con mano che la salvezza che ci porta è totale: riguarda ogni sfera dell’esistenza ed ogni ordine della realtà: il suo è un approccio olistico. Il rapporto di Gesù con gli uomini e con gli elementi è diverso dal nostro, ma non perchè lui è un mago e noi no, ma perchè Gesù si trova in una dimensione in cui non v’è degrado e dove ogni essere è nella sua pienezza. Cambiando l’acqua in vino Gesù non sta iniziando i suoi discepoli a diventare prestidigiatori, ma li sta avviando a risvegliarsi dal sonno di una realtà vissuta da poveracci per fargliela scoprire in tutta la sua vera essenza.

 

La nostra vita e la Parola

 

Ci capita spesso di vivere la nostra vita lamentandoci per il nostro vino di scarsa qualità e così facendo deprezziamo noi stessi e qualsiasi buon vino ci possa essere messo davanti. Dobbiamo scuoterci da questa illusione per intendere che il buon vino è sempre a nostra disposizione basta essere collegati con quella sfera dell’essere dove non v’è mai perdita: e Gesù ci insegna la via.

 

11 Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

 

La divinità non può accettare il mondo dell’uomo così come esso si presenta. La povertà che attraversa il mondo è frutto dell’egoismo dell’uomo che non riesce più a condividere con gli altri la creazione, ma cerca in ogni modo di piegarla alla sua sete di dominio. Gesù che viene tra gli uomini non può che continuamente riproporre la realtà come essa veramente è: una realtà piena di Dio. Il miracolo delle nozze di Cana inaugura l’intervento di Gesù tra gli uomini nel segno dell’abbondanza per farci capire che chi si collega a Dio non può patire ristrettezze. Il maestro di tavola, quando assaggia l’acqua tramutata in vino, prova una grande gioia e pensa in cuor suo che quella felicità degli sposi essi volevano condividerla fino in fondo con gli invitati; era una gioia vera che non poteva patire diminuzioni dalla distribuzione calcolata di un vino poco buono alla fine della festa; insomma, pensa sempre il maestro di tavola, gli sposi non avevano voluto risparmiare, ma dare con generosità perchè la loro unione fosse celebrata come un atto sacro, dove non vi poteva essere calcolo. Ecco l’intervento di Gesù fa sorgere questo tipo di sentimenti e si propone come un qualcosa che non divide, ma aggrega sempre di più gli uomini facendoli riconoscere tra loro sempre più intimi e fratelli. Questo suo primo miracolo forse deluderà quanti avrebbero immaginato l’entrata di Dio nella storia in un modo meno frivolo, ma, grazie a Maria, siamo invitati a cambiare registro ai nostri pensieri e a farci educare dal Signore che non vuole sacrifici, ma che il nostro cuore cominci a ridere di gioia di fronte all’avventura della nostra vita.

 

La nostra vita e la Parola

 

Insegnaci Signore a sorridere perchè il sorriso spazza via le nostre rigidità e ci sintonizza con Te che sei l’accoglienza infinita e non hai paura che alcuno possa diminuirti.

 

12 Dopo questo fatto, discese a Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono colà solo pochi giorni.

 

L’uomo inizia in famiglia la sua avventura umana, ma poi se ne allontana per farne una sua. Gesù aveva un compito da realizzare ed è per questo che si  attornia di discepoli. Questo inizio è per lui un momento importante perchè se fino a Cana era il figlio obbediente di Maria, dopo Cana cambia qualcosa nel suo rapporto con la madre e con il Padre celeste. Nel periodo trascorso in famiglia Gesù era sottomesso ai genitori che mediavano la volontà del Padre, ora Gesù, con l’inizio della sua vita pubblica, entra direttamente in rapporto con il Padre aspettandosi da lui tutte le indicazioni per la sua nuova vita. Tuttavia questo inizio non coincide con l’abbandono della madre e dei fratelli. ‘E bello vedere che la sua nuova famiglia comprende ancora la madre e i fratelli: ora sono tutti insieme collegati direttamente al Padre tramite Gesù. Egli ha già fatto unità e quindi può legittimamente proporla agli altri. Questa discesa a Cafarnao possiamo immaginarla come un momento di comunione e di grande gioia dove Maria fa vedere ai discepoli un momento della sua vita intima con il figlio e dove i discepoli con la loro adesione danno a Maria l’ulteriore certezza che un altro capitolo della storia della salvezza era definitivamente iniziato.

 

La nostra vita e la Parola

 

Non si può proporre niente all’esterno se prima non si sono unificati gli ambiti più importanti della propria vita. Predicare agli altri qualsiasi forma di cambiamento quando in famiglia non si sono realizzate forme di unità, toglie forza alla nostra testimonianza.

 

Il tempio e il corpo di Gesù.

 

13 Si avvicinava la pasqua dei giudei e Gesù salì a Gerusalemme.

 

La pasqua attirava tanta gente a Gerusalemme ed è quindi naturale che Gesù volendo farsi conoscere scelga questa città come luogo privilegiato  da cui irradiare il suo insegnamento. In questi albori della sua missione è lecito pensare alle fatiche di tutti quelli che vogliono portare all’uomo una parola di salvezza. Occorre sempre far la fatica di salire, di accostarsi per primo agli altri perchè chi porta un nuovo messaggio non può pretendere di trovare la strada spianata. La salita al monte è anche un momento di ulteriore riflessione per capire come accostare quelli a cui si vuole portare la buona novella. ‘E un periodo di grande fervore e di progettazione. Chi si sta preparando all’azione può guardare a Gesù come alla persona che agendo sempre perchè collegata al Padre sapeva quando aprirsi al fare e quando no. Egli è stato trentanni nel nascondimento dove ha agito, ma non come si sarebbe aspettato il mondo, ora agisce ancora, ma entrando in un fare che diventa visibile al mondo. Nell’uno e nell’altro caso non ha perso niente perché tutto era suo e fatto con il Padre.

 

La nostra vita e la parola

 

La purezza di intenzione di Gesù ci sia di esempio quando ci apprestiamo a portare nel mondo la parola del vangelo: nessun interesse che non sia quello di Dio ci svii dalla nostra strada. E quando dobbiamo stare nascosti dal mondo che ciò avvenga senza lamenti, ma come occasione per un più stretto rapporto con il Signore.

 

14 Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco.

 

Abbiamo prima contemplato lo zelo e la gioia di Gesù mentre saliva a Gerusalemme. Ora siamo con lui fortemente delusi per la situazione di decadenza in cui trova il tempio. La casa di Dio è invasa dal nemico, ma a prima vista sembra che tutto funzioni secondo una normalità accettata da tutti. Nel tempio invece dei segni dell’amore, troneggia il do ut des . Non che scambiare qualcosa sia negativo, ma vi sono degli spazi, come i mercati, dove è concesso all’uomo entrare nell’ottica del vendere e del comprare. Estendere però a tutti i luoghi questo approccio significa essere ingiusti perchè l’uomo non è fatto solo di interessi materiali, ma anche di aperture verso la dimensione del divino. Soprattutto poi nel tempio non è possibile nello stesso tempo pensare a Dio ed agli affari. Nel quotidiano siamo tirati da una parte e dall’altra dall’elenco delle cose di questo mondo, ma quando decidiamo di avvicinarsi ad un luogo sacro è come se si incrementasse in noi un canale che nella vita profana aveva poca forza. Il luogo sacro ci dà la possibilità di riempire tutto il nostro schermo interiore di quelle influenze positive che ci aiutano ad aprire di più il nostro cuore davanti all’Infinito. Lo sconcerto di Gesù nel trovare nel luogo santo uomini calcolatori, ci fa invece capire quanto diversi fossero gli orizzonti del Maestro che poggiava la sua fiducia non nell’oro, ma in Dio.

 

La nostra vita e la Parola

 

Il corpo è il nostro tempio. Tutto il nostro spazio/tempo è dedicato alla compravendita delle cose del mondo o vi sono gesti e momenti dedicati solo al divino?

 

15 Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi,

 

Quella di Gesù non fu un’azione improvvisa, come se si fosse fatto prendere dall’ira. Improvvisa fu la visione e lo sconcerto di trovare così malmessa la casa del Padre, ma la reazione fu calcolata ed esemplare. Le pecore, i buoi, il denaro sono il simbolo buono di ciò che può aiutare l’uomo a vivere, ma nel contesto del tempio assumono un altro significato, quello dell’animalità e delle passioni. Queste somigliano a quelle essenze esotiche che si avvinghiano agli alberi fino a quando non li stritolano e li fanno morire. Le passioni devono essere educate perchè possano aiutare l’uomo a realizzare il suo destino, diversamente prendono possesso totalmente del suo cuore. La lotta per la vittoria non accetta mezze misure, ne va della vita o della morte di chi combatte. Gesù non avrebbe potuto aiutare nessuno se l’ordine delle priorità non fosse stato ristabilito senza mezzi termini: ecco il significato della sua azione così decisa. Liberando il tempio dal mercato Gesù inizia la sua opera educativa verso i giudei fino a far loro intendere prima di morire che il vero tempio era il suo corpo.

 

La nostra vita e la Parola

 

Quando non decidiamo più di noi stessi allora è il momento di armarci di sacro furore e sferzare le nostre passioni fino a quando il nostro cuore, alleggerito e gioioso, non potrà riprendere il canto della vita.

 

16 e ai venditori di colombe disse: “portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato”.

 

Di fronte a Gesù non ci troviamo di fronte ad un uomo qualsiasi. Ci si aspetterebbe infatti, vista l’irruzione, che almeno gridasse contro i venditori di colombe, ed invece l’evangelista riferisce che egli semplicemente “disse”. Quel furore nell’atto di scacciare i venditori dal tempio, che la nostra immaginazione è portata ad enfatizzare, non c’è più ed appare un Gesù che di fronte ai venditori di colombe, non più irato, non scaccia, ma solo invita i venditori  ad uscire dal tempio.  Il Signore non è in balia delle passioni e quindi il suo comportamento non mira a far scena, ma è proporzionato alle diverse situazioni che vive. L’offerta a Dio delle colombe era una tradizione in Israele ed è forse per questo che il Signore non accomuna i venditori di colombe con gli altri, ma forse anche per un riguardo verso lo Spirito Santo che aveva scelto di manifestarsi sotto le sembianze di colomba. Ed è ai venditori di colombe che spiega perchè devono andar via dal tempio. Anzitutto nella frase di Gesù è da notare come egli rifiuti, quale figlio, ogni intrusione di estranei nella casa del Padre. La casa che fino a quel momento aveva patito per l’abbandono da parte degli uomini, ora aveva finalmente trovato chi poteva rivendicarne la sacralità e poteva riconsegnarla alla sua funzione di luogo dove si incontra Dio. Questo omaggio di Gesù alla casa del Padre vuole significare la continuità tra la tradizione giudaica e quella di Gesù: il Dio di Gesù è il Dio degli ebrei. Questo compromettersi davanti ai loro occhi voleva proprio testimoniare questa sua totale appartenenza al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe.

 

La nostra vita e la Parola

 

Per mettersi alla sequela del Cristo occorre andare a scuola della sua fermezza e nello stesso tempo della sua gentilezza. La grande apertura di mente del Cristo sapeva leggere bene nella realtà per non spegnere mai quel lucignolo dell’uomo che aspetta per ravvivarsi: non un vento impetuoso, ma una docile brezza.

 

17 I discepoli si ricordarono che sta scritto: “Lo zelo per la tua casa mi divora”.

 

I discepoli, presenti alla scena, riassumono ciò che è avvenuto con una frase della scrittura. Ed anche noi per capire l’azione di Gesù guardiamo alla scrittura ricordandoci di quando i Magi andarono da Erode a portare la buona novella della nascita di Gesù e di come questi rimase turbato:’e con lui tutta Gerusalemme’. Gerusalemme infatti aveva capito che quella nascita avrebbe sconvolto i suoi affari, essendo diventata soprattutto un luogo di mercato e di potere. Un re divino si sarebbe messo in contrapposizione con i rappresentanti di un potere prevaricatore e ciò fu immediatamente chiaro ad Erode e a tutta Gerusalemme. Gesù però non ambiva ad alcun potere temporale perchè era divorato dallo zelo per la casa del Padre. Tuttavia Gerusalemme giustamente si allarmò perchè il Signore con la sua venuta toglieva di fatto ogni legittimazione al potere oppressivo. Con la sua azione nel tempio Gesù risponde direttamente a quel turbamento della città per la sua nascita e pubblicamente indica qual’è la sua vera priorità: rendere onore alla casa del Padre.  Inoltre egli mostra al mondo come tutto il suo essere è così legato alla vita del Padre ( il testo usa il verbo ‘divorare’ per intendere che egli consuma  ogni parte del suo corpo e del suo spirito  per la causa del Padre) da spingerlo  ad affermare con l’azione e le parole la priorità del regno del Padre rispetto a qualsiasi altra agenzia di potere.

Dirà Gesù che un regno non può essere diviso al suo interno perchè diventerebbe facilmente preda del nemico, e quindi nella casa del Signore non si può servire il nemico: nella casa di Dio solo Dio può regnare. Chi non è in comunione con Dio non può stare nella sua casa, e quindi è lecito che vi sia una divisione tra quanti obbediscono a Dio e quanti fanno solo i loro affari. Le modalità dell’esercizio dell’autorità per conto di Dio spetta ai suoi discepoli e ai loro successori. La Chiesa esercita questo potere, ma essa essendo fatta di uomini può sbagliare quando  pur testimoniando il patrimonio di verità che le sono affidate confida più nella forza del suo apparato che in quella di Dio unico agente abilitato a convertire il cuore degli uomini. La Chiesa ha tuttavia nel suo seno le forze per rimediare nel tempo agli  errori dei suoi figli. Infatti il bene fatto da una persona, anche se marginalizzata dalla Chiesa terrena, con il tempo fruttifica e permette revisioni che sono momenti di crescita per l’intera Chiesa. Lo Spirito Santo lavora continuamente per rimediare gli errori dei suoi figli e il tempo stesso aiuta a considerare i fatti con quel distacco che permette di ristabilire la verità.

 

La nostra vita e la Parola

 

Lo zelo per Dio non deve divorare gli altri, ma se stessi.

 

18 Allora i Giudei presero la parola: “Quali segni ci mostri per fare queste

cose ?”.

 

L’uomo vuole sempre vedere, perchè, grazie al vedere, la sua mente può applicarsi e trovare una ragione in ciò che vede. Tuttavia ciò che reclama, e che dovrebbe dare pace ai suoi interrogativi, non basta a indirizzarlo verso la verità se egli non affronta l’esperienza del vedere con un atteggiamento veramente aperto. I Giudei accetterebbero quindi l’azione di Gesù contro i mercanti del tempio solo se lui si prestasse a realizzare dei segni di potenza a beneficio del loro vedere. Essi quindi non sono dalla verità, perchè chi proviene da essa non chiede segni per avvalorare una qualsiasi azione, ma chiede il senso profondo di ciò che ha visto. I Giudei non si pronunziano contro l’azione di Gesù e ciò significa che in qualche modo sono rimasti impressionati dalla sua figura. Era quindi legittimo per loro interrogarlo sul senso della sua provocazione, ma del tutto lontano dalla verità cercare di cooptarlo chiedendogli dei segni a cui credere. Questi segni infatti, proprio perchè chiesti al di fuori della verità, sarebbero solo serviti a ridisegnare all’interno del popolo un nuovo potere con a capo gesù e loro come protagonisti del nuovo corso. Il loro atteggiamento è stato:”ma chi si crede di essere?”, e nello stesso tempo :”se si crede di essere qualcuno lo dimostri e noi lo seguiremo”, ma la verità si mostra e non dimostra se stessa, e se si apre ad una spiegazione è solo perchè compulsata da un atteggiamento pieno di amore.

 

La nostra vita e la Parola

 

Più che chiedere segni al Signore forse è meglio leggere più profondamente nella realtà tutto quello che continuamente ci mostra per convincerci del suo amore.

 

19 Rispose loro Gesù: “Distruggete questo tempio ed in tre giorni lo farò risorgere”.

 

Solo l’amore di Dio verso il suo popolo e quello dei giusti verso Dio possono muoverlo a dare dei segni. L’unico segno radicale che sarà dato riguarda la stessa persona del Cristo, ma questo i giudei non potevano capirlo. L’origine del fraintendimento è frutto della loro attesa di segni esteriori e potenti che avessero la forza di accreditarlo ai loro occhi. Il Maestro sta al gioco e li sfida a distruggere il tempio, promettendo loro di ricostruirlo. Il segno però che volevano a buon mercato sarebbe costato loro tanta fatica e soprattutto aveva bisogno di essere preceduto da un atto di fiducia verso la sua persona. Formalmente Gesù quindi non si tira indietro e paradossalmente accetta la sfida, ma lasciando ai giudei la responsabilità del verificarsi del segno stesso. Gesù altrove aveva detto che la fede avrebbe fatto  spostare le montagne, quanto più allora avrebbe potuto far risorgere il tempio. L’offerta era quindi reale, anche se paradossale e legata al mirabile piano divino della morte e della resurrezione del tempio- corpo di Gesù. Con questa affermazione si comincia a toccare con mano sul piano storico l’unità di vita del Figlio con il Padre: il tempio di Gesù era la dimora del Padre, il Figlio con la sua presenza nel tempio mostra la sua unità con il Padre ed afferma che se il tempio ( sia quello di pietra che quello della sua persona ) fosse stato distrutto il Padre lo avrebbe fatto risorgere.  Il Figlio dichiara in modo velato che questa unione di amore vince la morte e che quindi l’amore vince ogni distruzione.

 

La nostra vita e la Parola

 

Se c’è l’unione con Dio nessuna depressione o disperazione potrà accamparsi nel cuore dell’uomo. Le forze della distruzione, anche se agiranno secondo la loro natura, non potranno intaccare la percezione di essere uniti al Padre e al Figlio e al loro legame di amore, lo Spirito Santo.

 

20 Gli dissero allora i giudei: “Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”

 

Quando l’uomo si relaziona al mondo esistente ad un livello di percezione molto basso, allora tutto ciò che lo circonda gli pesa enormemente. Anche la costruzione del tempio nella percezione di questi Giudei deve essere costata tantissimo, tanta fatica, tanto tempo: un prezzo inimmaginabile che nessuna generazione presa per intero avrebbe potuto realizzare. Questo enorme peso viene opposto a Gesù. Le scaglie presenti davanti ai loro occhi coprivano in modo totale il fulgore del Verbo di Dio sulla cui immagine tutto era stato creato. Questo fulgore, è vero, non lo avevano visto neppure quelli che erano diventati discepoli da poco tempo, ma almeno loro si erano resi disponibili a seguire il Maestro.

Il peso del mondo è un massa così enorme che nessuno può pensare di sollevare, il suo destino è quello di sprofondare sepre di più. Questo peso del mondo condensato dai giudei nella vicenda della costruzione del tempio, coglie non solo la fatica e la quantità di tempo che era stata necessaria per costruirlo, ma è come se vi si condensasse tutta la pesantezza della materia e quella propria dell’essere dell’uomo con le sue follie e i suoi peccati. Gesù è cooptato dai Giudei in questa pesantezza ed è giudicato come un folle, perchè solo un folle può pensare di caricarsi il peso del mondo e immaginare di scioglierlo con la leggerezza della resurrezione.

 

La nostra vita e la Parola

 

A volte nello stesso momento che scegliamo di caricarci del peso degli altri, veniamo derisi proprio da quelli che vorremmo beneficiare ed allora se la nostra motivazione è diversa da quella di Gesù (e cioé se non è la stessa che lui aveva quando ascendeva a Gerusalemme per iniziare la sua missione)  rischiamo di fallire miseramente.

 

21 Ma Egli parlava del tempio del suo corpo.

 

Gesù cacciando i venditori mette il dito sulla piaga dell’infedeltà dell’uomo nei confronti di Dio. Un uomo che dice di sì con le parole, ma che poi si riprende a poco a poco tuttto quello che aveva destinato esclusivamente a Dio, come il tempio. Gesù rivendica non il luogo fisico, ma ciò che esso esprime e cioè il luogo scelto da Dio per essere onorato. Nello scambio con i Giudei Gesù opera, a loro insaputa, una sostituzione mettendo se stesso al posto del tempio di pietra. ‘E chiaro quindi che si propone come il nuovo luogo dove si rivela la divinità. Inizia già, da questi primi albori della sua predicazione, ad affermare la sua unità con il Padre, unità profonda che non ha alcuna mediazione esterna se non quella del suo corpo. ‘E un momento grande per l’uomo di tutti i tempi constatare come il vero Dio, presente in modo più o meno velato in tutte le religioni, abbia scelto come luogo della sua definitiva dimora, non luoghi di potenza o costruzioni di pietra, ma la carne umana presente nella persona del suo Figlio diletto. Questo suo corpo, una volta pagato il prezzo della distruzione agli operatori del male, risorgerà. Qui si svela non solo il destino di Gesù, ma pure quello dell’uomo il cui corpo non potrà sfuggire è vero alla morte, ma è destinato come il corpo di Gesù alla resurrezione.

 

La nostra vita e la Parola

 

Questo nostro corpo, eletto dal Signore come sua dimora, ha delle potenzialità infinite come Lui è infinito. Se il nostro specchio è offuscato non riflette niente, ma se pulito riflette Lui.

 

22 Quando poi fu resuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

 

Quanto è difficile per l’uomo credere! Si può avere vicino il più grande maestro, ma un conto è ascoltarlo ed anche amarlo, un’altro credergli. Questo scarto sembra costitutivo dell’essere umano. Finchè l’uomo infatti non ha fatto lui stesso esperienza gli risulta estremamente difficile accettare le parole e la realtà promessa da parte di un altro. Il maestro non chiede di credere come se già si fosse fatta l’esperienza di Lui, perchè allora non si tratterebbe di fede, ma di un qualcosa che in modo incontrovertibile farebbe parte del nostro vedere. Egli chiede che ci si affidi  alla sua persona. Solo se si è vissuto accanto al maestro con il cuore, pur non intendendo ciò che sta veramente accadendo, si potrà al momento opportuno ricordare (riandare con il cuore) alla Scrittura e parole dette da Gesù. I discepoli quindi dopo la sua morte non è che cominciarono ad amare Gesù, perchè questo loro l’avevano sempre fatto, quanto a vederlo in una prospettiva nuova che prima era negata dal loro attaccamento terreno.

 

La nostra vita e la Parola

 

L’accesso alla profondità del tuo mistero sta nel credere alla tua Parola

 

23 Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni ce faceva, credettero nel suo nome

 

Gesù si presta a dare dei segni: ma erano proprio necessari? Se si guarda alla sua vicenda sembrerebbe che non siano serviti a niente. Quei molti e i tanti altri beneficati durante i suoi tre anni di vita pubblica non si  opposero alla sua condanna a morte. Questi segni che lui dava allora non erano una captatio benevolentiae per tenersi buono il popolo nel momento del bisogno: egli infatti sin dal suo primo muoversi sapeva che fine avrebbe fatto. Come ogni grande maestro Gesù voleva aprire una nuova strada fondata essenzialmente su disinteressati atti di amore. ‘I molti’ quindi credettero per i segni che faceva e, come abbiamo visto prima, questo tipo di fede, è da leggersi come un primo affidarsi (anche se molto imperfetto) che forse, nel tempo, può aprire la strada all’accettazione del suo messaggio.

 

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Signore, noi non possiamo vedere i segni che hai fatto durante la tua vita, ma sappiamo che un giorno ce li mostrerai ed allora in quel momento inviaci il tuo santo Spirito perché possiamo riconoscerli.

 

24 Gesù però non si confidava con loro perchè conosceva tutti.

 

Era la prima volta della sua vita pubblica che si trovava a Gerusalemme, è escluso quindi che il tipo di conoscenza di cui si parla sia quello usuale. Il testo sembra far riferimento ad un sapere di Gesù che non ha bisogno di presentazioni per conoscere il cuore dell’uomo. I discepoli fin dall’inizio si accorgono di questa particolarità del loro Maestro anche perchè erano stati i primi che avevano beneficiato dello sguardo di verità di Gesù. I giudei e discepoli si rapportano a Gesù in modo diverso, mentre questi hanno aperto il cuore al Maestro, quelli ccredono solo per aver visto la grandezza dei suoi segni. Lo scarto tra le due modalità è che di questi non si fida, mentre con i suoi discepoli parla come si fa tra amici. Ecco, Gesù fin dal primo momento è amico dei discepoli e li fa partecipi della sua vita. Con gli altri ciò è impossibile e non perchè il Signore non voglia, ma perchè gli altri singolarmente presi o non sono riconoscenti oppure proiettano su Gesù un sogno collettivo di potenza completamente lontano dalle sue intenzioni. Gesù poi non si fida delle masse perchè esse non hanno memoria e cambiano facilmente parere: anche su di lui, e la sua morte ne sarà un esempio.

 

La nostra vita e la Parola

 

Solo i rapporti personali contano. Il gruppo o le masse sono sì importanti, tanto che per esse ci si può commuovere come capitò a Gesù, ma non possono essere i nostri interlocutori privilegiati.

 

25 e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c’é in ogni uomo.

 

Lo sguardo di Gesù andava oltre le apparenze e vedeva direttamente ciò che era scritto nel cuore dell’uomo. Il nostro invece è limitato per cui spesso ricorriamo alle presentazioni che sono utili perchè ci fanno risparmiare tempo, ci forniscono le informazioni necessarie e soprattutto perchè vengono fatte da chi ha la nostra fiducia. Tuttavia può succedere che chi ci presenta un altro, anche se in perfetta buona fede, ci fa conoscere solo una faccia, una versione dell’altro: ciò permette condensazioni, cancellazioni, generalizzazioni che nascondono o peggio travisano il vero volto dell’altro. Gesù ci propone invece un metodo diverso e cioè quello di avere con il prossimo un rapporto fresco non mediato dalle impressioni degli altri. Senza dire che questo sistema delle presentazioni si presta, in alcune circostanze negative, alla gestione di un potere autoritario. Il dittatore riceve informazioni solo da una ristretta cerchia di persone, a lui non interessano le loro storie, il loro essere, ma una struttura ben funzionante che porti i suoi ordini nel posto più lontano e che abbia la forza di farsi obbedire. Per Gesù invece ogni singolo uomo è importante e il rapporto diretto con lui non potrà essere mediato da nessun altro. In questo modo le persone che lo avvicinavano avevano la possibilità di ricevere la buona novella sempre di prima mano e non per interposta persona.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, donaci quel silenzio che ci permetta di avvicinarci sempre più profondamente e nella verità al mistero dell’altro.

 

 

 

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