Risurrezione di Lazzaro
1 Era allora
malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di
Maria e di Marta sua sorella.
Giovanni
sa di riferirsi ad un uditorio che conosce Marta e Maria. Si potrebbe anche
pensare che quando Giovanni ne parla Lazzaro sia morto
o non conosciuto personalmente dalla comunità. Se infatti
Lazzaro avesse goduto, presso la comunità giovannea, lo stesso grado di
conoscenza delle sorelle Giovanni avrebbe cominciato il capitolo in modo
diverso. Forse avrebbe scritto: “Una volta Lazzaro era malato e le sue sorelle
Marta e Maria (Maria era quella che aveva cosparso di olio
profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli)
mandarono a dire al Signore: … “ . Che Giovanni nel versetto seguente dia un volto più riconoscibile a Maria non significa che
essa, come anche sua sorella, facciano ormai parte del passato, ma solo che
essendo lontane, vengono rese presenti al vissuto della comunità tramite il
particolare ricordato dall’evangelista. Marta e Maria quindi, che la comunità
ha conosciuto e che adesso si trovano altrove, proprio loro avevano un fratello
malato.
La
nostra vita e la Parola
Signore,
la condizione di malattia è una delle nostre più prossime realtà di vita. Siamo
sani, ma possiamo ammalarci da un momento all’altro. Fa che quando il nostro
corpo passa dalla sanità alla malattia noi sappiamo accettare la nuova
situazione toccando con mano quanto siamo piccoli e quanto abbiamo
bisogno del tuo aiuto.
2
Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato
il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello
Lazzaro era malato
Maria
viene ricordata con tanto affetto come colei che nei
riguardi del Signore aveva fatto qualcosa di grande. L’episodio è raccontato dallo stesso Giovanni nel capitolo 12. Nel presentare questa
scena alla comunità è come se l’Evangelista volesse ricordare come Maria con il
suo grande atto di generosità avesse voluto ringraziare il Maestro per l’amore
che aveva testimoniato loro ridando la vita al fratello Lazzaro.
La
nostra vita e la Parola
Signore,
tu ci ridai la vita quando ti offri a noi nell’eucarestia , ma noi come possiamo ringraziarti? Quale olio profumato possiamo versare su di te? Sappiamo da Maria che la parte
migliore è quella di stare ad ascoltarti ed allora aiutaci a diventare sempre
più attenti uditori della tua Parola.
3
Le sorelle mandarono dunque a dirgli: "Signore, ecco, il tuo amico è
malato".
Che
cosa non si fa per una persona a cui si
vuol veramente bene? E le sorelle sapevano che l’unico
che poteva aiutare Lazzaro era Gesù. Come mai? Non
potevano chiamare un medico? No, le sorelle avevano capito con l’intuizione di
chi ama che la malattia del fratello lo avrebbe portato alla morte. Gesù era lontano ed allora fanno
in modo che gli sia riportata la notizia. Lazzaro era amico di Gesù e sappiamo che cosa significasse
per Gesù essere amico di qualcuno: Luca 11,5-8 : Poi
aggiunse: «Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico,
prestami tre pani,perché è giunto da me un amico da un
viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; se quegli dall'interno gli
risponde: Non m'importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a
letto con me, non posso alzarmi per darteli; vi dico che, se anche non si
alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono
almeno per la sua insistenza. Giovanni 15, 13-5 :
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.
Giovanni 15,14 : Voi siete miei amici, se farete ciò
che io vi comando. Giovanni 15,15 :Non vi chiamo più
servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati
amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi.
Lazzaro era amico di Gesù perché faceva quello che il
Signore gli diceva di fare. Essendo stato quindi amico di Gesù
Lazzaro potrebbe, a buon diritto, diventare il patrono di tutti quelli che
cercano amici veri perché, unico tra gli uomini, fu il primo ad avere un amico
in sommo grado vero: Ego sum via, veritas
et vita.
La
nostra vita e la Parola
Signore,
per noi è difficile avere amici veri e più andiamo avanti
negli anni e meno amici abbiamo. Spesso ci capita pure di rimanere soli. Anche
tu sei rimasto solo, ma c’è una bella differenza tra te e noi perché la nostra
solitudine non è causata dal bene fatto agli altri, ma
dalla nostra cattiveria. Converti il nostro cuore in modo che amando possiamo
attirare amici veri nella sfera di amore che tu ci hai conquistato, a duro prezzo, con il
tuo sangue.
4
All`udire questo, Gesù
disse: "Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio,
perché per essa il Figlio di Dio venga
glorificato".
Nel
mondo di Dio non avviene niente che non sia da lui conosciuto. E Gesù Figlio di Dio ha il potere di conoscere tutto quello
che avviene sotto il sole e nel cuore dell’uomo. Gesù
non è venuto però a sconvolgere gli eventi della storia, nel senso di cambiarli
dal loro naturale evolversi grazie all’azione dei suoi protagonisti, ma è
venuto ad accendere luci, significati in
virtù dei quali gli uomini possono ristabilire un rapporto con Dio fondato
sulla verità. L’affermazione della verità su Dio è quindi lo scopo della
presenza del Figlio su questa terra. L’uomo ha diritto a questa verità e Dio
opera la giustizia nei riguardi dell’uomo donandogliela tramite un uomo come
lui, Gesù, che ha tutti i numeri per darla non facendola
cadere dall’alto, ma proponendogliela di persona. La malattia di Lazzaro sarà una occasione importante per la glorificazione del Figlio da
parte di Dio. Gli uomini avranno modo di capire in modo più pieno come tra Dio
e suo Figlio vi sia una piena comunità di intenti e
come davanti a loro morte e vita sono due ancelle al loro comando.
La
nostra vita e la Parola
Signore,
noi viviamo e moriamo, ma sappiamo che sia nella vita che nella morte tu sei
sempre vicino a noi pronto a farci conoscere le meraviglie della tua vita beata
assieme al Padre e al Santo Spirito.
5 Gesù voleva molto bene a Marta, a
sua sorella e a Lazzaro.
Volere il bene di qualcuno è l’inizio della salvezza di ciascun
uomo. Per Gesù invece, fonte e maestro di amore , ciò era secondo la sua natura. Tuttavia
dice l’evangelista che egli voleva ‘molto’ bene ai tre fratelli. Ora si
potrebbe pensare che in Dio vi siano delle preferenze e che egli ami più alcuni
e meno altri. Sarebbe tuttavia sbagliato pensare così e lo possiamo
verificare partendo dalla nostra stessa esperienza. Sono
infatti tante le persone che amiamo e da cui siamo amate ma solo con
alcune si instaurano dei rapporti di predilezione particolari. Nel mistero del
rapporto con l’altro avvengono cose inesprimibili e all’esterno se ne possono
cogliere solo i segni esteriori. I tre fratelli hanno corrisposto all’amore di Gesù in una maniera così totale da aumentare il loro
vicendevole volersi bene. Il dono di una vera amicizia è da chiedere continuamente al Padre perché
egli ci parla spesso attraverso i veri amici.
La nostra vita e la Parola
Signore, tu ci vuoi bene al massimo, ma sottometti l’intensità
del tuo amore al nostro progressivo fare spazio dentro di noi per accoglierti.
Da noi vuoi un sì sempre più convinto ed abbandonato al resto
ci pensi tu in modo sempre sovrabbondante.
6 Quand`ebbe
dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si
trovava.
I
discepoli sapevano che Gesù amava di un amore
particolare i tre amici e quindi si saranno interrogati
su questo strano atteggiamento di Gesù. Si saranno
chiesti come mai il Maestro non dava mostra di preoccuparsi e come mai non si
metteva in cammino verso Betania. Eppure
c’era nelle parole delle due sorelle un appello molto accorato al loro amico Gesù perché intervenisse subito. Forse, come verrà detto nel versetto 8, i discepoli credevano che,
nonostante la forte amicizia per Lazzaro, Gesù non
potesse avviarsi verso Gerusalemme per paura di venire ucciso. Ecco perché durante quei due giorni essi non insistono nel
ricordare al Maestro la sorte del suo amico. Sanno che in Giudea non
possono andare quindi, quindi partecipano al dolore di Gesù
interpretandolo come gravato per lui da quella impossibilità
fisica di poter stare vicino ai suoi amici.
La
nostra vita e la Preghiera
Signore,
la nostra vita si adagia spesso nella lettura più ovvia e disperante della
realtà, ma la tua venuta ci porta a sperare che voltando l’angolo troviamo per
nostra consolazione, la vita tua divina.
7 Poi,
disse ai discepoli: "Andiamo di nuovo in Giudea!".
Gesù sulla terra ha fatto quello che ha
ritenuto giusto fare anche se le condizioni al contorno erano a lui
sfavorevoli. Ben Laden non potrebbe oggi 8-1-02 andare a Kabul perché sicuramente lo prenderebbero e
lui stesso si guarderebbe bene dal fare una simile mossa. Gesù
invece, che non ha fatto niente di male, ma solo bene non ha il problema di
sentirsi in fuga perché è venuto a combattere il male su questa terra. Le sue
azioni sono solo suggerite dal suo piano di salvezza e dalla compassione che
scaturisce dalla sua profonda umanità. Egli sapeva che i suoi discepoli avevano
male interpretato il suo star fermo, ma non ha nessuna
fretta di far loro cambiare parere. Spiegare prima le sue azioni sarebbe stato
un di più non solo inestetico, ma fuorviante rispetto
a come vivere quei due giorni. Con il suo: "Andiamo di nuovo in Giudea!”
detto due giorni dopo, Gesù ha dato a quei giorni la
loro dignità di giorni da vivere davvero e non da riempire in
attesa di qualcos’altro.
La
nostra vita e la Parola
Signore,
ogni giorno che ci dai è grande, meraviglioso, piene
di possibilità, di cose buone che si materializzano all’improvviso anche se il
contorno fino ad un secondo prima era completamente grigio. Dacci sempre di più
questa buona consapevolezza sul nostro presente in modo che lodandoti
incessantemente noi possiamo cogliere i segni della tua continua presenza tra di noi.
8 I discepoli gli dissero: "Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai
di nuovo?".
La meraviglia dei discepoli è genuina. Tutti al loro
posto avremmo detto la stessa cosa. L’insegnamento che
ci viene dal comportamento di Gesù
è estremamente importante soprattutto nel mondo di oggi dove vorremmo avere
tutto chiaro per gettarci a pesce là
dove ci sembra brillare l’oro che cerchiamo. Nel mondo spirituale invece non è
così perché non si procede per ragionamenti del tipo: tutti gli uomini sono
mortali, tizio è uomo, quindi è mortale, cioè con
ragionamenti molto simili a quelli fatti dai discepoli. Questo
perché la salvezza non ci viene per via di ragionamento, ma per quella della
fiducia e dell’abbandono a Dio che ci ama. I discepoli, pur mossi da un
amore per il Maestro, erano solo chiamati a fidarsi ed a seguirlo in Giudea.
La
nostra vita e la Parola
Signore, facci somigliare almeno ai discepoli, che
prima ti si oppongono, ma poi ti seguono. Che la logica del
nostro cuore, spesso soltanto skin attaccato ai suoi
interessi vitali, non ci convinca a lasciarti solo lungo le strade che ti
portano ai fratelli.
9
Gesù rispose: "Non sono forse dodici le ore del
giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché
vede la luce di questo mondo;
La
risposta di Gesù
diventa per noi esemplare e cioè un modello a
cui affidarsi completamente durante il tempo della nostra vita in questo mondo.
Il Maestro ci dice che se uno cammina nella luce, e cioè
secondo la volontà di Dio, non deve aver paura di agire. ‘E
come se fosse protetto da una tale forza di visione da svelare qualsiasi
trabocchetto che porti alla morte. La luce e le tenebre si fronteggiano,
ma sta all’uomo scegliere da che parte stare e dove indirizzare i suoi passi.
Se l’azione da mettere in essere è iscritta nella luce allora nessuna forza
delle tenebre potrà toccarla. Con questa risposta Gesù dice ai suoi discepoli che l’azione che sta per fare si inscrive nel mondo della luce e quindi l’intento che la
promuove non potrà essere offuscato da alcun pensiero negativo e non solo.
Avendo infatti distinto così precisamente le ore del
giorno da quelle della notte vuole suggerirci che per riuscire non basta solo
la buona volontà o la bontà stessa dell’azione che si vuol compiere, ma ci
vuole anche l’astuzia per far si che le proprie azioni rimangano nel range della luce.
La
nostra vita e al Parola
Signore,
abbiamo bisogno di essere astuti e non sempre
sconsiderati nelle nostre risposte. Abbiamo bisogno di prudenza per vivere
meglio la realtà che tu ci sciorini davanti perché possiamo leggerla fino in
fondo grazie alla luce che tu continuamente ci doni.
10
ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce".
Gesù
invita ciascuno di noi a chiedersi se cammina nella luce o nelle tenebre. La
via delle tenebre dovrebbe essere facile da individuare nel senso che è una via
di dolore, un dolore non fisico ma morale. Quando il senso comune suggerisce la
frase: “una vita d’inferno” vuol proprio riferirsi
all’inciampare di cui parla Gesù. Camminare nella
luce significa camminare nel bene, ma per essere sicuri del bene occorre che
questo sia certificato come ora si fa con i prodotti alimentari. E chi è abilitato a certificare il nostro bene? Anzitutto
quelli che ci benedicono in modo disinteressato come fece quella donna
quando benedisse Maria che aveva portato
in seno Gesù e poi i contesti
nei quali viviamo. Questi, se visitati durante la preghiera, possono farci individuare quei segnali
indicatori che ci fanno dire in buona coscienza d’aver poggiato i nostri piedi
solo su terreno sicuro e pieno di luce. Bisogna però aggiungere che è
importante anche il nostro clima interiore e cioè quel
milieu nel quale vive la nostra coscienza. Essa non vive solo in uno stato che
riproduce in modo uguale un momento dopo l’altro, ma anche di uno spirito, che
può essere attraversato da quello Santo, per dare al
proprio essere quella consapevolezza d’essere al mondo non per misurare i
confini dei propri possedimenti, ma per godere del tempo come occasione vera e
concreta di conoscere ed amare sempre di più il Creatore ed il benefattore del
nostro genere umano, Gesù Cristo. Tutto ciò dovrebbe
aiutarci, prendendone coscienza, a non avere paura del futuro, ma a gioire
della nostra giornata dal mattino fino al momento della buona notte.
La
nostra vita e la Parola
Signore,
grazie alla tua incarnazione ci hai fatto toccare con mano come deve essere una
vita spesa nell’amore. Fa che possiamo approfittare di questa tua
compassionevole facilitazione per abbracciare senza indugi la vita che tu ci
proponi.
11
Così parlò e poi soggiunse loro: "Il nostro amico Lazzaro s`è addormentato; ma io vado a svegliarlo
Il
Maestro non annuncia la morte di Lazzaro, ma solo che si è addormentato e che
andrà a svegliarlo. Più avanti spiegherà ai discepoli che Lazzaro è morto. Qui
notiamo la delicatezza di Gesù nel preparare i
discepoli all’annunzio della morte dell’amico comune. Lazzaro si è
addormentato. Non c’è pericolo per lui.
Con l’ uso appropriato del linguaggio Gesù
evita di generare sentimenti d’angoscia nei suoi discepoli. Vuole solo rassicurare
che, grazie al suo potere di conoscere cose che gli altri non riescono a
vedere, Lazzaro è solo addormentato e non si trova in una condizione di estremo pericolo. Per i discepoli sapere di stare con una
persona, come Gesù, che all’occorrenza poteva
aiutarli in caso di malattia doveva essere molto
confortante. La condizione umana
somiglia a quella di Lazzaro perché spesso siamo come morti e cioè viviamo senza luce, ma nello stesso tempo, per
misericordia di Dio, siamo situati nel
canale del tempo dove è possibile ricevere qualche provvidenziale scossone
per essere risvegliati, rientrare in
noi stessi e ritornare tra i fratelli
che tanto avevano penato per noi.
La
nostra vita e la Parola
Signore,
noi siamo continuamente addormentati e qualche volta morti, ma dal momento che
siamo tuoi amici, anche se ne combiniamo delle belle, ti preghiamo di ridarci
la vita anche se viviamo nascosti nei bassi fondi di innominabili
luoghi.
12
". Gli dissero allora i discepoli:
"Signore, se s`è addormentato, guarirà".
Riposare
è sempre sinonimo di ripresa di energie ecco perché i
discepoli sono indotti a pensare che se Lazzaro è riuscito a prender sonno vuol
dire che ha intrapreso la via della guarigione. Ormai non si meravigliano più del fatto che il
Maestro affermi qualcosa di qualcuno che è distante e da cui non ha ricevuto
notizie da due giorni. Essendo stati testimoni di tanti miracoli, non ultimo
quello occorso al cieco nato, i discepoli hanno interiorizzato il Maestro come
dotato di poteri straordinari. L’affermazione dei discepoli però va oltre e cioè tende a sfruttare i poteri di chiaroveggenza del
Maestro per conoscere ciò che avverrà nel futuro. Gesù
però, come vedremo, interrompe la loro ineccepibile logica per rispondere in modo chiaro. Nell’argomentazione dei discepoli però c’è anche la volontà di resistere al Maestro che ha
ormai deciso di ritornare in Giudea. Infatti il “s’è
addormentato, guarirà” significa: “E’ inutile che ritorniamo in Giudea se
Lazzaro è destinato a guarire’. Spesso capita anche a
noi di formulare delle scuse all’apparenza rivestite di
buone intenzioni, ma la verità è che non abbiamo nessuna voglia di seguire il
Maestro per le sue impervie vie.
La
nostra vita e la Parola
Signore,
aiutaci a vedere nei fatti della vita un tuo richiamo fermo perché possiamo
seguirti ed essere risuscitati dallo stato di morte nel quale ci troviamo.
13 Gesù parlava
della morte di lui, essi invece pensarono che si
riferisse al riposo del sonno.
Tra
noi e il mondo spirituale c’è sempre un qui pro quo. A noi fa sempre comodo
capire qualcosa per qualcos’altro. Qui però i discepoli non potevano saper che
il Signore con quell’ “addormentato” si riferiva alla
morte. La delicatezza del Maestro nel non turbare subito con un’immagine di
morte i suoi discepoli ci deve essere di esempio tutte
le volte che comunichiamo qualcosa di sgradevole agli altri. Se
ci pensiamo bene, anche se dobbiamo comunicare cose dolorose, noi possiamo sempre trovare le parole giuste
per non far sentire solo ed abbandonato chi si trova in difficoltà.
La
nostra vita e la Parola
Signore,
spesso quando ci troviamo in situazioni difficili, in cui non sappiamo che
pesci prendere, è perché il nostro cuore ormai da tempo
non è attento ai bisogni dei fratelli, dacci allora tante occasioni in cui
possiamo reimparare quella delicata sensibilità di
cui oggi ha tanto bisogno il nostro mondo.
14
Allora Gesù disse loro apertamente: "Lazzaro è
morto
Quando Gesù comunica usa, a seconda dei casi, almeno due livelli e cioè il parlare
apertamente e quello per parabole. Più ci si avvicina ai veri
maestri più il rapporto con loro diventa complesso. In realtà noi
vorremmo che ci dicessero delle parole chiare e risolutive ma i maestri sanno che non le sopporteremmo. Usano quindi, per
delicatezza verso di noi, stratagemmi vari, ma il fine è quello di
accompagnarci dolcemente verso una maggiore apertura. Alcune volte usano anche
i toni duri, ma sempre in relazione al nostro bene. Gesù, che è il Maestro per eccellenza, può essere
dichiarato il perfetto comunicatore perché oltre al sapiente uso degli stili ed
al perfetto dosaggio dei contenuti
carica di una tensione d’amore tutto ciò che dice. L’affermazione così cruda dell’avvenuta morte
di Lazzaro mette gli uomini di tutti i tempi e lo stesso Gesù
di fronte al dato incontrovertibile della colpa originaria di cui la morte è
una conseguenza. Gesù, anche lui fatto di carne, vede
applicate al suo amico le tremende parole del Padre dette ad
Adamo: (Gn 3:19) Con il sudore del tuo volto mangerai
il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in
polvere tornerai!». Da una parte quindi Lazzaro morto e
dall’altra Gesù: via, verità e vita. Inizia qui
quella grande battaglia tra la morte e la vita che
vide vincitore il nostro Salvatore: «Mors et vita duello conflixere
mirando: dux vitae mortuus,
regnat vivus».
La
nostra vita e la Parola
Signore, il nostro modo di parlare risente più del nostro carattere che
dell’attenzione da tenere verso il fratello. Aiutaci a saper coniugare l’esigenza
della verità con quella della carità.
15
e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù,
andiamo da lui!".
Ci
si aspetterebbe che Gesù sapesse tutto in precedenza, ma da queste sue parole
bisogna riconsiderare questa idea che poggia più sulla
nostra voglia inconscia di attribuire il possesso di ogni potere al nostro eroe
che sulla realtà. Quando infatti il Maestro dice di
essere contento di non essere andato da Lazzaro, ad una lettura critica, quella
contentezza ci appare genuina, mentre sembrerebbe un po’ forzata se avesse
saputo della morte di Lazzaro da un bel pò di tempo.
Inoltre dice di essere contento di aver preso la
decisione di non andare, quindi avrebbe potuto benissimo prendere un’altra
decisione. La verità è che il Padre svela al Figlio il suo volere ogni volta
che c’è da prendere una decisione e quindi il suo rimanere in Galilea era una vera decisione presa in risposta d’amore al Padre. Prima Gesù
aveva detto che grazie alla malattia di Lazzaro sarebbe venuta gloria a Dio e a
suo Figlio, ma questo non significa che egli conoscesse
già che avrebbe risorto il suo amico, ma solo che da quella malattia ne sarebbe
venuta gloria al Padre e al Figlio. Gesù quindi non
vive la sua realtà come se dovesse rispettare un copione già scritto e
conosciuto grazie alla sua chiaroveggenza, ma è come noi sottoposto alle
vicissitudini della vita e nello stesso tempo unito totalmente alla volontà del
Padre che essendo tutto amore gli chiederà solo azioni impregnate di amore.
La
nostra vita e la Parola
Signore,
se tu non ti fossi incarnato conosceremmo solo la teoria dell’affidamento, ma
non la pratica. Tu che ce l’hai insegnata con la tua
vita fa che invece di perdere tempo, rincorrendo le nostre idee, lo guadagniamo
col fare ogni momento la volontà del Padre celeste.
16
Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai
condiscepoli: "Andiamo anche noi a morire con lui!".
Per
i discepoli quei tre anni passati con il Maestro non furono solo costellati da
miracoli e da una dolce intimità con Lui, ma da continue e dure decisioni da
prendere. La vita di Gesù e dei discepoli è sempre
esposta al pericolo di morte. Gesù, impegnandosi con
noi su questa terra, non è venuto a fare una passeggiata per tornarsene poi su
e raccontare al Padre com’erano fatti questi uomini ribelli. Egli è entrato
completamente nel nostro quadro di vita che è una rete intricata di bene, ma
soprattutto di male, di odio, di gelosie ed invidie,
di superbia. E per affrontare la sua missione non si attornia di baciapile, ma di uomini che hanno lo stesso coraggio che anima chi
commette il male. Forse le parole di Tommaso possono gettare
luce su quell’affermazione che Gesù fa in
Matteo (11,12) : “ Dai giorni di
Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i
violenti se ne impadroniscono.”. Dalle parole di Tommaso però capiamo anche qual’era il tipo di discepolo che seguiva Gesù e cioè una persona disposta a morire per un uomo nel
pieno delle sue forze e dei suoi poteri, ma incapace di fare altrettanto quando
il loro eroe, Gesù , diventa un povero condannato a
morte e all’apparenza abbandonato da Dio.
La
nostra vita e la Parola
Signore,
dacci tanto coraggio e tanto Spirito Santo da saper amare l’altro oltre il suo
fascino personale e la sua forza, ma solo perché è figlio di Dio e, come noi,
redento dal tuo sangue.
17 Venne
dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro
giorni nel sepolcro
Che
Lazzaro fosse proprio morto ce lo dimostrano in modo
inconfutabile i 4 giorni della sepoltura.
Gesù però non conosceva il giorno preciso
della morte dal momento che dal Padre aveva solo saputo che Lazzaro era morto. Ecco perché l’evangelista dice che ‘trovò’ Lazzaro morto da quattro
giorni. Questa situazione così irrimediabile ci spinge a pensare per
analogia che Dio ha mandato il suo figliolo Gesù
quando ormai per l’uomo non vi era più scampo. Egli era morto come Lazzaro. La
morte è frutto del peccato e quindi possiamo accostare l’intervento di Gesù che ridona la vita fisica a quello in cui riconcilia
l’uomo con Dio ridandogli la sanità
spirituale. Gesù non è venuto a darci un aiuto marginale in una
situazione umana in cui bene o male ce l’avremmo fatta
da soli, ma in una in cui ormai per noi
non v’era più speranza come non vi era più speranza per Lazzaro ormai morto. ‘Venne’:
immaginiamoci che Gesù è sempre in cammino verso di
noi. Egli punta su di noi e cioè vuole proprio
incontrarci. Siamo noi che mettiamo in atto tutte le
mosse di esitamento possibili, ma egli, grazie al tempo che ci viene donato dal
Padre, trova tutti i modi per avvicinarsi alla nostra persona, ai nostri
desideri, al nostro modo di vedere la vita. Il suo accostarsi non è un
rincorrerci ossessivo, sempre uguale, ma sempre alla portata delle nostre più
alte e profonde aspirazioni. Certo se viviamo in superficie
ci viene difficile accorgerci di tutto questo movimento, ma se ci fermiamo per
un momento e ci pensiamo è possibile che i nostri occhi si aprano. Quelli di
Lazzaro ormai erano chiusi e secondo l’andamento naturale non avrebbero potuto aprirsi. Alla preghiera del Figlio
però il Padre non può sottrarsi perché
loro amano con un unico cuore. E così quando noi siamo irrimediabilmente nella
fossa dei leoni e veniamo dilaniati c’è sempre la
possibilità che egli si avvicini con la volontà di cogliere nel nostro sguardo
un accenno di richiesta di aiuto. E se lo vogliamo egli per grazia veniamo ci
risuscita ridonadoci a noi stessi ed ai fratelli.
La
nostra vita e la Parola
Signore,
noi siamo morti e resuscitati grazie al tuo intervento. Aiutaci ad avere sempre
la consapevolezza che tu sei in continuo movimento verso di noi e che
incontrarti dipende solo da noi e non dalla tua volontà.
18
Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia
Quest’informazione
sulla distanza di Betania da Gerusalemme, oltre che
fornire un elemento in più sulla storicità del vangelo, ci fa capire meglio la
reazione di Tommaso quando invita gli altri discepoli ad andare a morire con il
Maestro. Essendo infatti Gerusalemme a due passi da Betania si sarebbero subito fatti vivi quelli che volevano
la morte di Gesù. I discepoli avvicinandosi a
Gerusalemme erano sempre più coscienti che il Maestro
dava un peso grandissimo all’amicizia e che il suo amore non si fermava davanti
a niente neppure di fronte alla concreta possibilità di rimanere ucciso. Inoltre percepivano che per ciascuno di loro il Maestro si
sarebbe mosso allo stesso modo.
La
nostra vita e la Parola
Signore,
tu sei disceso dai cieli per dirci quanto ci ami e nessuno ha potuto fermarti.
Questo ci consola e ci spinge ad essere, come te, sprezzanti del pericolo nel
portare il tuo amore ai fratelli.
19 e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro
fratello.
Con
questo versetto entriamo direttamente nella scena che fra poco vedrà come
protagonista Gesù. Apprendiamo inoltre dallo
svolgersi concreto degli eventi che i
conoscenti si spostano da Gerusalemme per portare il loro cordoglio alle
sorelle perchè Lazzaro è irrevocabilmente morto.
Chissà quale delusione e nello stesso tempo combattimento interiore avranno
vissuto i discepoli di fronte alla constatazione della morte dell’amico Lazzaro
dal momento che si ricordavano bene della promessa del
Signore che l’avrebbe svegliato. Da una parte infatti
si trovavano di fronte ad un morto, dall’altra alla fiducia verso il Maestro che fino a quel momento non li aveva
mai delusi. Gesù così li aiuta a costruirsi una
profondità finora ad essi sconosciuta introducendoli
in un mondo dove occorre saper leggere gli eventi oltre le apparenze.
La nostra vita e la Parola
Signore,
anche nel nostro quotidiano abbiamo un’estrema difficoltà ad andare oltre le
apparenze che tanto spesso ci ingannano. Aiutaci ad
essere sempre così uniti a Te da non
perdere mai la fiducia nel tuo amore che vuole salvarci tutti ad uno ad uno.
20 Marta dunque, come
seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria
invece stava seduta in casa
Di
fronte alla morte si hanno atteggiamenti opposti: c’è
chi si abbandona al dolore chiudendosi e c’è chi invece ha bisogno di
condividere con gli altri il difficilissimo momento che sta vivendo. Maria
sembra consegnata, in questo suo rimanere a casa, ad un dolore inconsolabile.
La morte del fratello è la sua morte e non vi è via d’uscita al dolore. Solo il
tempo potrà aiutarla a riprendere la vita di ogni
giorno. Per Marta invece muoversi significa dare sfogo ai suoi
sentimenti e nello stesso tempo accettare di farsi consolare da Gesù. Sono temperamenti diversi, ma mentre quello di Marta
ci appare in uno scenario umano in cui possiamo identificarci più facilmente
perché il dolore viene condiviso e quindi ci fa meno
paura, invece quello di Maria ci evoca il volto inconsolabile di persone, che a
motivo della morte di un proprio caro, rimangono in solitudine ed
irrimediabilmente ferite per tutta la vita.
La nostra vita e la Parola
Signore,
quando siamo affranti dal dolore ed inconsolabili,
apri il nostro cuore alla speranza grazie
al fatto che nei momenti lucidi della nostra vita abbiamo dichiarato
che vogliamo fare affidamento solo su di
te. E quindi se non ci verrà subito in mente di chiederti aiuto
ricordati di farci sentire la tua presenza in modo che la nostra
sofferenza sappia meno di amaro se
sappiamo che tu la condividi con noi.
21 Marta disse a Gesù:
"Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!
Marta
sembra dolersi con Gesù per avere così tanto tardato
a farsi vivo nonostante gli avesse fatto conoscere per
tempo le condizioni critiche del fratello. Essa è convinta che se Gesù fosse stato presente Lazzaro non sarebbe morto. Cosa avrà pensato Marta durante quei due giorni in cui il
Maestro era, se così si può dire, latitante? Fino all’ultimo avrà avuto il
cuore diviso tra la cura del fratello e l’attesa di Gesù,
unica speranza di salvezza. Assieme alla sorella si sarà forse sentita
abbandonata, ma incapace nello stesso tempo di disgiungere la fedele amicizia
di Gesù da quanto le stava accadendo. Lo sfogo di
Marta è comprensibile perché fondato sulla certezza che dove Gesù è presente non vi può essere morte.
Il suo grido non è solo quello di chi perde una persona cara, ma anche di chi
sa che le cose avrebbero potuto andare diversamente.
Marta non può sapere che tutto ciò avveniva per la gloria di Dio e che durante
quei giorni lei e la sorella erano stati sotto una
speciale protezione del Padre e del Figlio.
La nostra vita e la Parola
Signore,
a noi viene normale chiederti dove sei quando non ti sentiamo, ma non ci viene
normale capire che il motivo della tua assenza sono le nostre chiusure e i
nostri peccati. Non sei tu che te ne vai, ma noi che ti chiudiamo la porta in
faccia per fare le nostre cose lontani dai tuoi occhi.
Però è anche vero che questa tua assenza ci pesa tanto
dal momento che molte volte non basta aprire la porta per vederti. Signore,
illumina il nostro volto con la tua luce e passa sopra ai nostri peccati!
22 Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà".
Questa
seconda parte delle parole di Marta sono sorprendenti in quanto
non sembrano essere la continuazione
delle prime. Sembra che mentre lei parlava deve essere successo qualcosa che ha
fatto cambiare i pensieri e quindi le parole. In quel momento Marta stava
davanti a Gesù e sicuramente il volto del Maestro le avrà dato un ritorno che l’ha fatta sperare. Sarebbe stato
più logico che ella continuasse le sue lamentazioni,
ma invece se ne dimentica subito ed entra completamente nella sfera di presenza del Maestro. Percepisce che Gesù è l’incarnazione vivente dell’unione con Dio e che
chiedere qualcosa a lui è come chiederlo a Dio stesso. Questa di Marta è per
noi una testimonianza diretta di che visione si poteva avere di lui quando gli
occhi non erano ottenebrati dal peccato. Davanti agli occhi addolorati e puri
di Marta Gesù non si nasconde ma si rivela in tutta
la sua forza di unione e di intercessione presso Dio.
La nostra vita e la Parola
Signore,
per noi non è così facile dimenticare i nostri guai e dislocarci davanti a te
per chiederti aiuto. Rimaniamo bloccati per ore e giorni ed anni nel nostro
dolore senza scioglierci credendo che non potremo mai essere consolati. Santa
Marta, aiutaci a cambiare mente ed a guadagnare la presenza del Maestro
accettando il suo aiuto.
23 Gesù le disse: "Tuo fratello
risusciterà"
Per
capire meglio le parole di Gesù immaginiamo di
trovarci noi al posto di Gesù e di avere i suoi
poteri. E’ molto probabile che noi avremmo detto a
Marta qualcosa di simile: “Non dire niente, portami da Lazzaro!”, oppure :”
Sono venuto per risuscitare tuo fratello.”. Gesù
invece vuole stabilire un contatto con Marta non solo in relazione al fratello,
ma a ciò che lei dice di credere. ‘E per questo che in prima istanza
le sue parole suonano solo consolatorie dal momento che non rispondono
immediatamente alla richiesta di aiuto
di Marta. Gesù porta il cibo vicino alla nostra bocca
volendo che siamo noi ad aprirla per mangiare ciò che ci dona. Non può e non
vuole masticare al nostro posto e quindi non vuole una fede a pappagallo o che
noi diamo il nostro assenso senza aver capito di ciò che si tratta. Ecco perché sembra che egli ritardi a darci quello che vogliamo.
Qui è importante sì la resurrezione, ma è altresì importante capire ed amare
chi questa resurrezione può dare e cioè Gesù. Il suo dare non è relazionato quindi a ciò che sta
offrendo anche se ce lo offre, ma soprattutto a ciò
che avviene nella relazione. Se questa si sblocca, se
il cuore si apre in modo corretto ed umile al Signore ed al suo modo di porgere
la verità ecco che il miracolo può avvenire e ne guadagna non solo chi riceverà
di nuovo la vita fisica, ma chi si è rivolto al Signore per ottenerla.
La nostra vita e la Parola
Signore,
siamo talmente abituati ad avere così poco di quanto desideriamo che quando tu
sei disposto a darci quello che chiediamo abbiamo una grande
difficoltà a crederci veramente. Eppure se non crediamo ai miracoli non li potremo mai vedere. Aiutaci!
24 Gli rispose
Marta: "So che risusciterà nell`ultimo
giorno".
Anche
Marta sta al gioco di Gesù e non reitera la sua richiesta
come fanno i bambini quando vogliono qualcosa dalla mamma. Anzi nella sua
risposta sembra che ci sia ormai un’accettazione della morte del fratello e
l’uso del futuro ci conferma come per lei Lazzaro sia ormai proiettato
completamente fuori da questo mondo. Quante volte nella vita di noi tutti ci si rassegna a ciò che
appare nell’evidenza dei fatti. I grossi numeri sono davanti a tutti e
se il mondo gira in un certo modo perché dovrebbe girare per noi diversamente?
Il povero sarà sempre più povero ed è una disgrazia inimmaginabile per un
occidentale solo pensare che avrebbe potuto nascere in
un paese del terzo mondo. Eppure nel mondo di Dio, e cioè
in quello vero, le cose stanno diversamente non in quanto alle statistiche, ma
a dispetto di qualsiasi statistica. Per la statistica un
uomo disperso nel deserto è un uomo morto, per Dio, che ascolta l’invocazione
sincera di un suo figlio, rimarrà in vita se questo è il suo volere. Per Dio
non vi sono costrizioni esterne che possano impedire
il suo intervento. Egli però non è un folle che bistratta le leggi di natura
insite nell’ordine dell’universo, ma un restauratore di quell’ordine
primigenio che aveva inserito nella sua creazione. I
suoi interventi non tendono ad abbacinare l’uomo con miracoli ad effetto quanto
ad aiutarlo ad entrare nella prospettiva in cui lui stesso guarda il mondo. In
Dio vi è solo vita e vita eterna che vuole per suoi figli.
Questa vita gliela vuole dare non solo alla fine, ma subito. Gesù vuole che Marta scopra d’avere di fronte a sé quella
vita eterna che il Padre vuole donare a tutti.
La nostra vita e la Parola
Signore,
nel nostro cuore e nella nostra mente non v’è spazio per la morte, ma essa ci
chiama da ogni parte e cerca di convincerci che sua sarà l’ultima parola. Solo
frequentandoti essa si allontana al crescere della gioia di starti vicino.
25 Gesù
le disse: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se
muore, vivrà;
Gesù
la rassicura dicendole che siccome il fratello credeva in lui, resurrezione e
vita, anche se morto avrà la vita. Tuttavia ciò che maggiormente colpisce in
questa rivelazione è il contenuto stesso di ciò che Gesù
afferma e cioè il suo sussurrare a Marta di essere la
risurrezione e la vita. Le parole di Gesù assumono un
valore particolare proprio perché dette in un contesto
saturo di dolore dove la morte occupa la scena a tutto campo. Ed allora quelle parole non sono più rivolte solo per
consolare Marta, ma sono rivolte a lei e a tutti gli uomini come annuncio
della buona novella della salvezza che si dona proprio quando
l’uomo ne percepisce vitalmente il bisogno. Le nostre
cadute verticali nello scoramento trovano in Gesù colui che sostiene il nostro cuore mantenendolo nella
pienezza della vita. Egli comunque permette la caduta,
nel senso che rispetta la nostra libertà, e si fa trovare quando i nostri
occhi, ormai oscurati dal mancato possesso del bene desiderato, cercano
disperatamente un aiuto. E’ proprio nel momento in cui gli occhi si distolgono
dal bene illusorio e ritornano in sé ed alla propria reale situazione ecco che
si fa avanti Gesù pronto a darci il suo dono più
prezioso e cioè la vita, ma non quella fasulla di
prima, ma una vera a misura di divinità, di pace, di sana gioia. Egli ci fa
risorgere anche per ridonarci agli altri perché possano vedere come sia sempre
in azione e presente la sua cura, la sua premura, il
suo miele che lenisce le nostre ferite. Poi Gesù dice
la parola più importante per noi che siamo malati di morte. Egli dice che la
morte per coloro che credono in lui è solo un episodio
della vita di un essere umano. E’ una tragedia per coloro che
restano, ma solo un passaggio per l’uomo che muore. Per questi è come
un chiudersi di palpebre per riaprirle
immediatamente nella vita eterna donata dal Figlio. E fra poco vedremo che
queste di Gesù non sono solo parole perché le sue
parole hanno realmente potere di vita e di morte.
La nostra vita e la Parola
Signore,
se tu non ci donassi ogni giorno te stesso come potremmo avere il coraggio di
vivere se la maggior parte di quello che ci circonda ci prospetta scene di
morte? Solo la tua vita ci permette di risorgere ogni momento.
26 chiunque vive e crede in me, non
morrà in eterno. Credi tu questo?".
Gesù
non dice che chi crede in lui non soffrirà, ma che non morrà in eterno. La
sofferenza quindi ha un ruolo nel piano divino ed essa ci rivelerà il suo
segreto ogni volta che sarà presente nella nostra vita. Essa però non prenderà
solo il corpo, ma potrà fare delle incursioni anche a livello della psiche. Il
deperimento del corpo infatti può toccare il tono dell’umore non tanto perché
non si ha più il bel corpo di prima, ma perché rompendosi a poco a poco
l’armonia delle parti, e non essendo queste più in sintonia tra di loro, si
rimane esposti ad influenze che possono coinvolgere il livello più sottile dei
meccanismi psichici. Sapere però, e sperimentare, che le sofferenze legate alla
psiche e al corpo passeranno, grazie alla nostra unione con il Cristo, ci dà
quella sicurezza che ci fa sentire
ancora inseriti nel gioco della vita. In questo scambio di parole con
Marta Lazzaro fa da sfondo perché a Gesù importa la
vita di chi gli sta di fronte ed è per questo che trasforma quell’incontro
in una opportunità preziosa e cioè nel suo donarsi a
lei nella sua vera natura e nel chiederle in modo diretto se crede in quello che le ha rivelato. In
questo nostro mondo tentacolare dove abbondano le ideologie che portano alla
depressione, non ultima il credere che la vita dell’uomo ha come conclusione la
morte intesa come nulla, il Maestro diventa per noi la fonte di
una speranza e di una nuova pratica di vita disposta, in suo nome e con
il suo spirito, a far parlare anche i sassi.
La nostra vita e la Parola
Signore,
la nostra vita, lunga o breve che sia, è sempre per te
l’occasione buona per per allenare il nostro cuore a
qual cosa di più fino al momento in cui
ci fai direttamente la tua domanda: “Credi tu questo?". Aiutaci a vedere e
a saper accogliere la tua salvezza.
27 Gli rispose:
"Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve
venire nel mondo".
Le
donne superano sempre di gran lunga gli uomini quando
c’è da riconoscere la vita vera. Si potrebbe dire che tutta l’azione di Gesù è rivolta a convincere i duri cuori degli uomini
cominciando dai suoi discepoli. Le donne hanno il sesto senso della passione e
della generosità e sanno andare dirette al cuore delle cose. Marta però non si
fa prendere solo dall’emozione del momento perché nel suo cuore ha valutato la
figura di Gesù confrontandola con le attese del suo
popolo. E’ una credente che aspetta, come tutti in Israele, ma il suo intuito,
la sua santità di donna timorata di Dio, il suo saper accogliere ciò che Dio le
dona la fa prorompere in questa confessione come difficilmente ne troviamo nel
vangelo. La sua fede è genuina, in questo momento non vuole niente dal suo
Signore, ma solo dirgli che ha fiducia in Lui e che lo ha atteso da tutta una
vita. Suo fratello Lazzaro è stato solo l’occasione per arrivare a questa
professione di fede e difatti Marta in quell’hic et nunc è presa
solo dal suo rapporto con Gesù. Il suo dolore sembra
essersi eclissato perché la sua atmosfera interiore è protesa solo verso la
resurrezione e la vita presenti di fronte a lei.
La nostra vita e la Parola
Signore,
la resurrezione e la vita tu ce li proponi ad ogni piè
sospinto e dipende solo da noi accettarli o no. Tu
poi rispettando i nostri tempi ti riveli personalmente a noi nel tempo
opportuno. Signore mantienici agili di cuore in modo che non crediamo che tutto
ciò dipenda dalle nostre arti conoscitive, ma solo dalle risposte che diamo alla tua chiamata.
28 Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo:
"Il Maestro è qui e ti chiama".
Marta
va dalla sorella a dirle che il Maestro è arrivato e l’aspetta. Non dice altro.
In questo silenzio bisogna leggere un tumulto di emozioni
che in Marta vogliono rimanere sigillate per non creare una situazione che
sarebbe stata incomprensibile per Maria. Marta aveva toccato il fuoco
dell’amore divino e ne era rimasta rigenerata. Colui che era suo amico e Maestro le aveva ridato la vita e
la resurrezione interiore. Ora il suo compito delicato era quello di farne
partecipe la sorella ma in modo che a lei arrivasse solo l’onda dolce di
quell’incontro. Poche parole bastano a trasmettere la rassicurante presenza del
Signore che le vuole parlare a tu per tu.
La nostra vita e la Parola
Signore,
tu ci vuoi sempre al di là, anche al di là dei nostri
più legittimi dolori per chiamarci a
parte e darci la tua resurrezione e la tua vita.
29 Quella, udito ciò, si alzò in fretta
e andò da lui.
Maria
non si era mossa prima forse per permettere che l’incontro di Gesù con la sorella rimanesse qualcosa di privato oppure
perché, dotata di una sensibilità più introversa, non se la sentiva di uscire
fuori casa neppure per andare a salutare il Maestro. Ora però udito che Gesù voleva proprio parlare con
lei si affretta ad andare da lui. Ogni tanto anche a noi capita di avere la
sensazione che il Signore ci chiama ed allora la nostra vita accelera il suo
ritmo e ci facciamo più intensi e nel tragitto che ci porta idealmente più
vicini al Signore ( può essere riceverlo nell’Eucarestia,
un povero da incontrare, un esame da fare, un impegno da portare avanti, una
chiamata particolare verso il deserto) si verifica una
trasformazione, un ricapitolare la nostra vita come se fosse per noi l’ultima e
la sola occasione della nostra vita. Ci passano tante cose per la mente assieme
anche alla paura di non essere all’altezza, di dover superare un esame, ma se
invece fossimo veramente presenti a lui più che essere
ripiegati sul nostro povero mondo dovremmo alzare lo sguardo, alzare il petto
in fuori per tirare fuori tutto il nostro amore. Amore,
imperfetto sì e pieno di macchie, ma tutto rivolto alla gioia dell’incontro.
Nel corso della giornata dovremmo più spesso andare da
lui con questo spirito ed allora gli accerchiamenti grevi, e qualche volte
minacciosi, del quotidiano indietreggerebbero perché la luce del Maestro
rischiarerebbe ogni passo della nostra vita.
La nostra vita e la Parola
Signore,
nelle occasioni tristi tu ci mandi a chiamare attraverso i tuoi molteplici
messaggeri. Attraverso di loro noi apprendiamo che tu ci chiami e, se il nostro
cuore è pronto a rispondere, ecco che vola verso di te. Aiutaci sempre di più a
non ritardare questo incontro che per noi sarà sempre
pieno di consolazione e di vita.
30 Gesù non
era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata
incontro.
Il
Maestro non si muove. Rimane ad aspettare Maria. La confusione non fa per lui.
Per questo quando vuole raggiungere l’uomo lo trae
sempre a parte in modo che non sia distratto da niente. E mentre Gesù attende e sta con il cuore in
attesa di Maria, Maria vola con il cuore verso Gesù.
Questa meravigliosa immagine può aiutarci a configurare ogni giorno il nostro
incontro con il Maestro. Tuttavia ciò che a prima vista potrebbe sembrare
facile e cioè il voler incontrare il Maestro molte
volte risulta difficilissimo. E la ragione è semplice
perché chi può incontrare profondamente un’altra persona se non ha abitudine
con lei? Per parlare più chiaramente quante volte facciamo
la comunione con l’intento di stare con il Signore e poi quando arriva
semplicemente lo cancelliamo pensando ad altro? Dal punto di vista umano cosa
diremmo noi di una persona che dice d’amarci tanto, che desidera stare con noi
e poi quando arriva non ci guarda neppure e se ne va
in giro per la casa curiosando di qua e di là? Ecco noi siamo fatti così,
vorremmo stargli vicino e poi quando ce l’abbiamo
dentro di noi semplicemente ce ne dimentichiamo. Ecco perché
il Signore qualche volta se ne sta fermo e ci aspetta, semplicemente perché
vuole che cresca dentro di noi il desiderio e la capacità di saper condurre
l’incontro con lui in modo degno. Noi poi ci lamentiamo perché il
Signore si nasconde, ma in verità siamo noi che ci infrattiamo lontano dalla sua presenza.
La nostra vita e la Parola
Signore,
se non voliamo verso di te con il nostro cuore è perché
esso è attaccato ad altre cose e ad altri amori. Tu ci lasci girovagare, ma ci
aspetti in disparte spandendo la tua luce ed il tuo calore perché noi possiamo,
in qualsiasi punto dello spazio e del tempo, trovarti sempre.
31 Allora i
Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in
fretta e uscire, la seguirono pensando: "Va al sepolcro per piangere
là".
Bisogna
sempre chiedersi il significato di alcuni particolari
che sembrerebbero insignificanti o comunque di poco peso nella narrazione. Infatti se sono stati inseriti nel vangelo hanno sicuramente
una reale importanza visto che la parola di Dio non riferisce curiosità o cose
del tutto ininfluenti. Saranno infatti questi Giudei
che riferiranno a Gerusalemme della resurrezione di Lazzaro. Questa notizia
porterà alcuni a maturare l’idea di uccidere Lazzaro per togliere dagli occhi
del popolo la prova che Gesù era
veramente il liberatore che Israele aspettava. La scena a cui assistiamo è di grande naturalezza e veridicità e rivela la
meraviglia dei presenti nel vedere come l’afflitta ed inconsolabile Maria
abbia improvvisamente cambiato atteggiamento passando da uno stato di
abulia (prima non si era mossa per andare da Gesù) ad uno in cui addirittura il corpo,
attraversato dal desiderio, si esprimeva nella fretta. Sentirsi chiamati ed
amati è sempre una esperienza grande. Maria sente che
il suo Gesù la vuole vicino e mentre prima non si era
mossa comportandosi come tutti quelli che sono in
lutto, ora venendo a sapere che il Signore la vuole riceve, prima del fratello
Lazzaro, la gioia della resurrezione. Certo la sua è una resurrezione
interiore, ma forse di una qualità superiore a quella di Lazzaro. Lazzaro infatti viene risorto ma non ha potuto seguire gli sviluppi
di ciò che gli stava per accadere, Maria invece è testimone del suo
cambiamento. La parola di Gesù che
le arriva tramite Marta: "Il
Maestro è qui e ti chiama", ha il potere di rimetterla in moto, di
sottrarla a quel tipo di dolore che è abbattimento e inconscia voglia di farsi
del male perché cerca di riprodurre nel proprio corpo qualcosa della morte di
chi non c’è più. Gesù l’attrae con la sua
forza liberante e lei sembra scrollarsi d’addosso in sol colpo tutto il suo
lutto e vola da lui.
La nostra vita e la Parola
Signore,
spesso il nostro stato è abulico e per pigrizia, confusione o semplicemente
perché pensiamo solo a noi stessi, non vogliamo spartire niente con te, ma
basta che tu ci sentiamo chiamati ed allora voliamo
come saette. Per la tua grande misericordia, Signore
dacci sempre più spesso la coscienza d’essere
chiamati da te.
32 Maria, dunque, quando giunse dov`era Gesù, vistolo si gettò ai
suoi piedi dicendo: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non
sarebbe morto!".
Com’è
umano questo lamento di Maria e come nello stesso tempo fondato sull’immagine
del Maestro capace di guarire gli storpi e mettere a tacere
i venti. Gesù avrebbe potuto sicuramente guarire
Lazzaro se solo lo avesse potuto vedere. Nelle parole di Maria c’è però anche
un rimbrotto che sfugge ad una prima lettura e cioè la
donna vuole dire al Maestro che era arrivato tardi nonostante loro si fossero
premurate di avvertirlo in tempo. E’ un rimbrotto però pieno di
amore, di abbandono e di fiducia. Quel gettarsi ai piedi del Maestro è
la consegna totale del proprio dolore a chi lo saprà prendere e sollevare.
Maria quindi non abbraccia Gesù ma pur nel dolore
conserva intatta la percezione della realtà. Non sta davanti ad un uomo
qualsiasi e le viene naturale chinarsi ed esprimere il suo dolore. Il focus delle parole di Maria non è la ripetizione della
notizia da dare a tutti e da ripetere a se stessa: “Lazzaro, il mio caro
fratello, è, morto”, ma lo spostamento dell’attenzione dal fratello morto alla
persona di Gesù. Il fratello rimane sempre morto, ma
ora c’è Gesù e di fronte alla sua presenza anche il
dolore, anche la morte possono rimanere nell’ombra. Il
Signore è il perno di fuoco attorno a cui gira la farfalla Maria. E’ vero se ne
sta ai suoi piedi, ma è come se si muovesse, avvicinandosi ed allontanandosi,
mossa da correnti opposte: una la spinge inconsciamente a desiderare
l’impossibile, un’altra la riporta alla triste realtà ed un’altra ancora la
spinge a cercare una consolazione che solo il Maestro le può dare. China ai
suoi piedi Maria rimane in attesa delle parole del suo
amico e maestro Gesù.
La nostra vita e la Parola
Signore,
anche noi, come Maria, vorremmo gettarci con slancio ai tuoi piedi quando il
nostro cuore ha dei mancamenti o patisce per le offese della vita. Gettare
il peso del nostro dolore ai tuoi piedi
per noi significa liberarci dal vortice della depressione. Con la tua mano che
ci solleva sapremo assumerci le nostre responsabilità e riavviarci sicuri verso
il futuro.
33 Gesù allora
quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si
commosse profondamente, si turbò e disse:
E’
naturale che gli uomini abbiano ritegno a piangere perché il pianto è
considerato una debolezza da lasciare soprattutto alle donne. Qui però a
piangere non è solo Maria, ma anche i Giudei che si trovano con lei. Cerchiamo
allora di entrare nel vissuto di questo
pianto e cerchiamo di scorgervi un senso che ce ne faccia
apprezzare tutta la sua umanità. Una perdita di un congiunto cancella
l’universo delle relazioni che fino ad un momento prima della morte si vivevano
in un determinato contesto sia familiare che sociale.
Si tratta di una rottura assoluta e senza ritorno. Le lacrime di Maria sgorgano
dalla presa di coscienza di questa rottura. In questi
momenti non c’è niente fa fare, niente da rincorrere.
E’ il mondo che crolla addosso. Si cerca allora di rendere presente, tramite il
ricordo, il volto della persona amata sapendo nello stesso tempo che non potrà
essere rinverdito dalla sua viva presenza. Questo stato di prostrazione, che è
effetto della propria incapacità a far qualcosa che possa far ritornare
l’amato, unito al diffuso senso di morte che aleggia attorno e che vuole
entrare nel profondo del cuore di quelli che sono
rimasti, produce nelle persone diversi effetti non ultimo il pianto che scorga
come acqua da roccia incrinata dopo un terremoto. Il pianto di Maria, come
quello di ogni uomo su questa terra, permette il
tramonto della propria apparenza dura e rocciosa per far affiorare senza
reticenze i propri sentimenti allo stato è puro. E’ come un arrendersi davanti
ad un qualcosa (la morte) che non avrebbe dovuto
essere ma che, nonostante ogni opposizione, proclama a tutti la sua presenza.
E’ il pianto scorato del bambino che non ha ancora appreso il ricatto della
rabbia e che traduce con il pianto il suo essere creatura piccola ed
insufficiente. Gesù con la sua stupenda sensibilità
la vede piangere, vede quanto amore c’era per il fratello Lazzaro e a sua volta
si commuove profondamente. Vive sul suo corpo
lo stesso senso di perdita provato da Maria e dai Giudei e partecipa,
lui vero uomo e vero Dio, a ciò che gli uomini provano davanti alla morte di
una persona cara. Il turbamento di Gesù deve metterci
in guardia sia di fronte a noi stessi quando vogliamo fare i duri di fronte
alle tragedie umane che nei confronti del prossimo quando camuffano la loro
durezza di cuore con il fedele attaccamento agli ideali. Nel pianto di Gesù però c’è tanto ancora da apprendere: “la vide piangere” ed in questo pianto vediamo per la prima
volta la divinità del Cristo che si serve della sua umana natura per renderci
palese quel pianto che non aveva potuto farci vedere nel Paradiso terrestre per la disobbedienza
dei progenitori e per la morte fisica del primo uomo dopo la caduta (Abele?).
Un Dio che piange e si commuove ci disorienta, ma nello stesso tempo constatiamo che il nostro cuore ne è felice perché vede
tramontato definitivamente l’immagine della divinità terrifica e punitrice che
ogni tanto fa capolino nella coscienza umana per seminare paura e disperazione.
La nostra vita e la Parola
Signore,
se fossimo veramente capaci di commuoverci di fronte alle miserie umane, allora
il nostro non sarebbe un mondo così difficile da vivere. Solo il potente anticalcare della tua misericordia
può liberarci dalle incrostazioni e ridonarci un cuore veramente umano.
34 "Dove l`avete posto?". Gli dissero: "Signore, vieni a
vedere!".
Dio aveva
posto l’uomo nel giardino dell’Eden e quando voleva incontrarlo non v’era niente che potesse separarlo dalla sua
creatura. I progenitori erano usciti direttamente dalla sua mano creatrice e
tra loro non si interponeva ombra alcuna. Gesù qui non vuole solo delle informazioni per sapere dove
hanno riposto Lazzaro, vuole rendere palese a tutta l’umanità
l’innaturale condizione della morte davanti alla grandezza della santità
di Dio. Come dice Paolo però Dio non si fece forte e superbo di questa sua
superiorità ma si abbassò per darci una mano proprio in quel sentiero di morte
dove il peccato ha lasciato il suo segno tremendo e cioè
la morte. Gesù quindi percorre la via che lo porta
davanti al sepolcro che ci annuncia più che in altri momenti d’essere segno del
niente dell’uomo quando si allontana da al suo
Creatore. Gesù però non va lì per fare opera da
ragioniere ma di salvezza. La gente gli risponde di ‘vieni a vedere’, ma quanto diverso è questo invito
da quello fatto da Gesù ai suoi primi discepoli
: (Gv1: 38-39) “Gesù
allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che
cercate?». Gli risposero: «Rabbì
(che significa maestro), dove abiti?».
Disse loro:
«Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si
fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio”. Ci troviamo di
fronte a due scene opposte da una parte la vita, dall’altra la morte, ma in quell’invito ad ‘andare a vedere’ appare il dolore di tutti coloro che hanno ricevuto
ingiustizia e che poi vogliono mostrare i posti ed la storia del loro dolore. E vi si legge pure quella beata incoscienza che prende
l’umanità quando non si accorge d’essere essa stessa spesso la causa delle sue
disgrazie. Queste interpretazioni possono sembrare lontane da ciò che
immediatamente dice il testo, ma tutto cambia se questi passi della parola di
Dio si mettono in controluce con l’essenza della vicenda umana. Che questo
metodo sia percorribile lo fa pensare il fatto che Gesù stesso, essendo il compendio umano della divinità,
vive tutto in una doppia luce e cioè quella dell’occorrenza biografica, ma
anche del piano di salvezza all’interno del quale si situa tutto ciò che fa.
35 Gesù
scoppiò in pianto.
Il
pianto di Gesù, che irrompe da una profondità
inaudita, irrora l’umanità con l’acqua purificatrice della sua umana divinità.
Il suo pianto ci racconta di un amore viscerale, intenso ed immenso. E’ il
pianto di Dio su di noi. Chi si immagina un Dio
lontano, scollegato dalle nostra umanità perde tutto il fascino e l’occasione
di vedere come si comporta il divino nell’umano e quali sono le sue mosse
partendo dalla nostra stessa carne e quindi dalle nostre stesse difficoltà. Chi
segue il Cristo non può perdere l’occasione di seguirlo passo passo nello splendore della sua umana testimonianza e
farebbe molto male se privilegiasse il mondo della
natura alla ricerca del divino rispetto alla strada regia dell’umanità di
Cristo donataci dal Padre come aiuto nel cammino arduo del nostro avvicinamento
a Lui. In Cristo Dio non ha pudore di farci vedere concretamente il suo amore.
Il pianto di un bambino può anche disturbare perchè
usato come strumento di pressione verso i genitori ma quello di un adulto ci
turba profondamente perchè ci mette davanti al
mistero stesso dell’essere uomo e della sua impotenza. L’uomo che piange ci evoca la disfatta e nello stesso tempo una richiesta di
aiuto rivolta a chi può riceverla. Gesù che piange
non chiede aiuto ma piange sull’amore tradito, sull’amore offerto e non
accolto, su tutto un mondo che avrebbe potuto essere e
che non è stato. Gesù piange perché la morte non era
per l’uomo un’esperienza necessaria, egli avrebbe potuto,
obbedendo come avevano fatto gli angeli fedeli,
mantenere l’amicizia con Dio e risparmiarsi tutte le indicibili
sofferenze a cui dopo sarebbe andato incontro. Se l’uomo avesse dovuto passare
per la sofferenza e la morte per ritrovare il suo rapporto con Dio allora
queste di Gesù sarebbero
lacrime di coccodrillo. Gesù che piange è l’icona
della Trinità addolorata per l’umanità che non solo non accoglie la su parola,
ma si prepara a zittirla nel giro di una settimana.
La nostra vita e la Parola
Signore,
il tuo pianto ci scuote profondamente e ci fa riflettere sulla nostra vita e
sul suo destino. Senza il tuo pianto e la tua misericordia saremmo
condannati ad una vita priva di senso perchè la
storia non ci dà mai una luce definitiva di giustizia. Senza la tua umanità che
affronta la morte e poi risorge non sapremmo come
chiudere veramente l’anello della nostra esistenza.
36 Dissero allora i Giudei:
"Vedi come lo amava!".
Certo
i giudei non possono capire che cosa effettivamente sta succedendo. Solo dopo
la sua morte ci si potrà accostare al quel pianto con un’altra consapevolezza.
Noi uomini di oggi vorremmo capire tutto in un attimo
come in un attimo riusciamo a comunicare con l’altra parte del mondo. Vi sono
però livelli che non si possono attingere né con la sola volontà, né con
l’utilizzo di nostri armamentari tecnologici. Noi possiamo solo metterci in
ascolto per apprendere da Dio e dalla sua parola il significato degli eventi.
All’apparenza quindi Gesù piangeva per Lazzaro, ma in
Lazzaro egli vedeva realizzata in negativo la sorte dell’uomo che avrebbe
potuto essere diversa. Egli quindi non solo voleva bene a Lazzaro, ma agli
uomini di tutti i tempi e questo amore lo si poteva
toccare con mano nel suo pianto. Quale amore mai è stato più grande del suo!
Quale fedeltà egli ci ha mostrato non volendoci consegnare al nemico, al nostro
accusatore? Egli ha voluto credere a quel bene che il Padre celeste ha messo
dentro ciascuno di noi e l’ha reclamato fino in fondo
anche nel momento della morte. Il buon ladrone salvato è stata
la sua primizia ed è stata la sua mansuetudine, il suo superamento dell’ira e
della vendetta a permettere la nostra salvezza. egli è
Dio-sapienza che piange su di noi e sulle nostre
illusioni. Noi infatti approfittiamo del bene che il
Padre ha messo di noi per non riconoscere mai il male che è dentro di noi.
Guardiamo ad una dottrina che oggi va per la maggiore: il Tao- hin-yang e tutti i suoi derivati. Se ne presenta sempre una
versione buona fuori da ogni collocazione di bene e di
male. Ed in effetti come si potrebbe parlare male del
cielo o della terra, ma il fatto sta che queste realtà buone di per sé, come
nel paradiso terrestre, sono decadute con noi e loro stesse gemono per essere
liberate, come gemiamo noi quando aspiriamo alla liberazione da tutte le
nefandezze che ci circondano o ci assillano l’anima. E’ vero quindi che dentro
di noi giocano due forze quelle del sole (yang) e
quelle dell’ombra (hin) ma esse sono sempre intinte
di una colorazione che corrisponde al nostro essere o meno creature di luce.
Come quindi non esiste uno yang puro o un hin puro così non esiste essere che con le sue decisioni
morali non colori queste due forze. La saggezza cinese è ottima perché si
coniuga con le stesse forze della natura e ci fa capire di quali forze noi
siamo impastati, ma detto questo non possiamo rifuggiarci in essa quasi per sfuggire, ad es., al cristianesimo dove abbiamo sempre di fronte a noi
due vie, quella del bene e quella del male e dove noi siamo chiamati a crescere
ed a essere responsabili della nostra vita. La sapienza di Gesù
piange su queste nostre illusioni e ci richiama alla vera luce. Egli è la
nostra via, la nostra resurrezione e la nostra vita.
37 Ma alcuni di loro
dissero: "Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì
che questi non morisse?".
Noi
uomini ci percepiamo spesso come figli della ripetizione quindi l’applichiamo a
destra ed a manca credendo di essere nel giusto. Ciò significa che se il cieco
aveva avuto la vista dalla potenza guaritrice del Signore allora siamo portati
a pensare che la stessa potenza poteva essere applicata per Lazzaro. In questo
caso è come se ci fossimo appropriati della forza del
Signore e trovassimo giusto poterne indirizzare l’uso secondo i nostri criteri.
Vorremo insomma sostituirci alla fonte, come se la possedessimo, e scegliere
noi i destinatari. Il nostro intento è quello di togliere il mistero che
avvolge le cose per renderle tutte chiare e comprensibili. Infatti
se guardiamo all’interrogativo dei giudei, e quindi ai nostri stessi
interrogativi, non sono di una chiarezza e di una logicità perfetta? Se fosse
solo per noi, e ne avessimo la forza, imporremmo al
mondo seduta stante d’essere buono, senza più guerre ed omicidi e chi potrebbe
opporsi se il risultato sembra essere buono? I pensieri di Dio sono altri e non
perché egli non voglia che il bene trionfi, ma solo perché egli vuole che siamo
noi in prima persona a scegliere il bene. Ed allora tutto ciò
che Dio fa accadere è solo per la nostra salvezza. Quindi se risusciterà
Lazzaro a 4 giorni dalla sua morte ciò significa la
nostra salvezza è passata attraverso
questa sua decisione. Se Gesù non ha risuscitato tutti coloro che sono morti durante la sua
permanenza su questa terra allora vuol dire che anche questa sua scelta ha un
profondo significato per noi. I giudei quindi avevano torto a pretendere una
guarigione simile per il cieco e per Lazzaro. Gesù infatti voleva darci due messaggi diversi: nel primo caso
guarire la nostra cecità con la sua luce, nel secondo, tra i molteplici
significati possibili, mostrare al mondo di poter disporre della vita e della
morte. I pensieri di Dio quindi non sono i nostri e noi dobbiamo
evitare di atteggiarci come se fossimo ‘Dio’
pretendendo di dirgli cosa sia giusto o cosa no.
Certo potrebbe sembrare che le parole dei giudei fossero dettate da amore per
Lazzaro, e questo si può concedere, ma erano delicate verso Gesù?
No, perché esse suonano come un’accusa, come se la causa
della morte di Lazzaro fosse imputabile all’amico Gesù.
E non facciamo lo stesso noi quando accusiamo Dio di
non avere pietà per i bambini innocenti che muoiono su questa terra? Diciamo:
“Che colpa hanno perché Dio permette che muoiano!”.
Insomma lo chiamiamo a correo dei crimini dell’umanità ed allora tanto vale
accusarlo d’aver permesso che suo figlio morisse. Ora solo un cuore che si sintonizza con Dio amore po’ venirne fuori.
Oggi ricorre la festa di Santa Margherita Maria Alacoque
a cui Gesù rivelò quali fiamme raggianti partissero
dal suo cuore per gli uomini. Oggi quindi pensiamo a questo cuore vivo che
batte per noi e sta accanto a noi e tiriamo le nostre conseguenze.
La nostra vita e la Parola
Signore,
noi vogliamo semplificare tutto, ma le vie dell’amore sono semplici, ma mai ingenue.
Dacci allora quello spirito di discernimento che ci permetta
di seguirti per tutte le vie, i cunicoli ed i labirinti dove ti porta il tuo
palpitante cuore.
38 Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro;
era una grotta e contro vi era posta una pietra.
Gesù
è profondamente commosso e questa nota
dell’evangelista sulla sua profonda umanità contribuisce a darci una immagine
vera della sua figura. Qui non ci
troviamo infatti di fronte all’uomo che indurisce la
sua faccia perché deve continuamente controbattere le punzecchiature dei suoi
nemici, ma davanti alla sua sfera privata dove i sentimenti riprendono tutta la
gamma della loro estensione. Scoprire che Gesù
piange, si commuove e che la sua commozione dura anche nel tempo ce lo rende molto vicino, umano che più umano non si può.
Noi infatti siamo della stessa pasta umana di Cristo e
ce ne accorgiamo ad ogni piè sospinto anche se, essendo l’oggi invaso dalla
fretta, siamo costantemente spinti ad abbreviare i tempi delle nostre reazioni
emotive. E se questo
qualche volta ci può aiutare perché ci libera dai pensieri negativi,
molte volte però ci disumanizza perché ci toglie quel
tempo di silenzio e di elaborazione che ci farebbe sicuramente vivere meglio.
La nostra vita e la Parola
Signore,
liberaci da un’umanità piatta ed incapace di vivere intensamente la nostra
umanità e facci avvicinare il fratello in difficoltà con lo stesso slancio di amore con cui tu
andavi alla tomba di Lazzaro per ridargli la vita.
39 Disse Gesù:
"Togliete la pietra!". Gli rispose Marta, la sorella del morto:
"Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni".
Qui
la situazione diventa dura, dura come quella pietra che il Signore vuole far
togliere dalla tomba. E perché? Perché
questo non più il momento delle belle parole o del farsi affascinare dalla
figura consolante del Maestro. Qui ci si avvicina al cuore stesso della
fede al decidere di credere o al sottrarsene. Le sorelle potrebbero dire a Gesù: “Comprendiamo il tuo grande
dolore che è anche il nostro, ma ti prego lasciamo in pace Lazzaro che ormai è
morto da 4 giorni”. Questo non avviene,
Marta fa solo una constatazione nello stesso modo di Maria, la madre di Gesù, quando rispose all’angelo:”Come
è possibile? non conosco uomo.”. E così: “Come è
possibile che si possa fare qualcosa per Lazzaro dal momento che è morto da 4
giorni?”. E’ una domanda legittima che non la toglie dall’affidarsi al Maestro.
Le parole di Marta hanno un suono diverso di quelle dei giudei dove si intravede invece, dietro all’apparente benevolenza verso
Lazzaro, un sorriso beffardo: “Ma alcuni di loro dissero: "Costui che ha
aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non
morisse?". Ecco anche noi ci troviamo sempre in cima al crinale di una
montagna. Nella vita, anche nei momenti più bui, possiamo passeggiare in confidenza con il Maestro ricevendone i
consigli e gli insegnamenti, oppure
provocarlo continuamente con il tono beffardo dei giudei credendo comunque di essere nel giusto. Spesso però non facciamo né
l’una né l’altra cosa perché semplicemente l’abbiamo cancellato come
interlocutore. Il cielo sopra di noi lo percepiamo
vuoto e crediamo che nonostante tutto siamo solo noi a dirigere la nostra vita
e quando non vi riusciamo sappiamo con precisione chi incolpare e se non lo
troviamo abbiamo sempre il destino a nostra disposizione. Maria e Marta quindi
si sono sottratte con la delicatezza di bimbe alla durezza che prende coloro che non vogliono credere perché per credere aspettano
che avvenga il miracolo. Esse si sono affidate alla persona del Maestro ed il
Maestro prendendole per mano le sta conducendo verso qualcosa di grandioso.
La nostra vita e la Parola
Signore,
la verità è che siamo tremendamente distratti ed anche quando tu ci onori della
tua visita ne approfittiamo per uscire di casa e
lasciarti solo. Vogliamo a tutti i costi essere il numero uno e quindi ci
possiamo permettere di andarcene. Eppure quando tu ti
avvicini è per capire se il nostro cuore è pronto ad affidarsi completamente a
te. Solo allora tu ci dici cosa fare per la nostra resurrezione.
40 Le disse
Gesù: "Non ti ho detto che, se credi, vedrai la
gloria di Dio?".
Dobbiamo
prima credere per vedere la gloria di Dio. Dietro l’angolo non c’è quindi la
disfatta, ma la gloria. E non la nostra gloria e nemmeno
quella del soddisfacimento delle nostre richieste. Noi assisteremo alla
ricomposizione del mosaico della vita distorto dalle passioni e dall’oggettivo
peccato del mondo. Questa ricomposizione è la gloria di Dio. E’ Dio che rimette
in carreggiata l’ordine del mondo e la nostra attenzione però, nel momento
della manifestazione, non sarà tanto sull’ordine del mondo, e cioè, ad es., sul vedere Lazzaro
risorto, ma sulla potenza e splendore di Dio che ha reso possibile il miracolo. Nel miracolo
noi assistiamo ad una ierofania, e cioè
all’irruzione del sacro nella storia, e prendiamo coscienza profonda di come
Dio è più vicino a noi di noi stessi. A questo punto dello scambio tra Gesù e Maria si avvicina vertiginosamente il momento in cui
la parola del Maestro, osservate tutte le giustizie, esce allo scoperto e
diventa potenza in atto che dà vita e fa risorgere anche i morti. E allora
studiando le condizioni dell’apparire della gloria di Dio ci accorgiamo che, a
parte i disegni e la gratuità dei doni di Dio, essa non può
manifestarsi senza un contesto favorevole. Maria e Marta sono
stati quel contesto favorevole che ha permesso la performance divina. Dobbiamo
quindi concludere che se la parola di Dio non opera
miracoli è perché quando non crediamo ci trova ingiusti. Inoltre quando vedremo
la gloria di Dio la nostra sorpresa più grande sarà
quella di constatare come Dio ha fatte bene tutte le cose e come abbia sempre
indirizzato a ciascuno di noi, lungo il corso della nostra vita, atti d’amore,
non generici, ma personali.
La nostra vita e la Parola
Signore,
la nostra confusione mentale ci induce a pensare che
la vita è affidata al destino e cioè ad
una specie di dio minore che non guarda in faccia a nessuno e che combina tutti
quei guai che ci rendono infelici. E così avviene che
ti perdiamo di vista e ci lamentiamo continuamente di menare una vita grama. Tu
però aspetti che noi liberiamo il campo per offrici il
tuo natale. Aiutaci allora anche in questo lavoro perché come tu ben sai siamo accidiosi e pieni di miserie.
41 Tolsero dunque la pietra.
Gesù allora alzò gli occhi e disse: "Padre, ti
ringrazio che mi hai ascoltato.
Gesù
toglie il velo sul continuo colloquio che ha con il Padre e lo porta alla luce.
Abbiamo in vivo, come si potrebbe dire in modo tecnologico, l’audio del Figlio.
che aveva continuato a parlare con il Padre anche
quando stava parlando con Maria. Gesù aveva chiesto
qualcosa, ancora non sappiamo cosa, ma già sappiamo
dalla sua stessa voce che l’ha ottenuto. In questi momenti così intensi, dove
tutti si sarebbero dimenticati di far riferimento al Padre, Gesù
se ne ricorda dando al succedersi degli eventi il giusto ordine di priorità. Gesù non ringrazia dopo il miracolo ma prima, quasi che il
suo effettuarsi non fosse che una logica conseguenza della certezza di
averlo ottenuto. In prima istanza potrebbe sembrare
che noi invece ci comportiamo in modo diverso e cioè ringraziamo solo dopo aver
ricevuto la grazia. Tuttavia se
guardiamo nella profondità del nostro animo credente dobbiamo concludere che ci comportiamo proprio come Gesù e cioè non ringraziamo solo se riceviamo la grazia, ma
già a monte, e cioè nel momento del
chiedere, noi ringraziamo. Infatti sappiamo che la
fonte stessa del nostro chiedere sarà esaudita. Noi infatti
sappiamo che il nostro affidarci a Dio sarà premiato e non importa se saremo
esauditi o meno. Ciò non vuol dire che per noi è indifferente chiedere una
grazia, se la chiediamo infatti è perché la vogliamo,
ma una volta fatta la nostra dichiarazione e cioè una volta inoltrata la nostra
richiesta, ci affidiamo alla volontà di Dio. Fa però parte della sua volontà
ricevere da noi delle domande, dal momento che Dio vuole che ci affidiamo a lui
in tutto, ed è questa attitudine che il Signore accoglie e premia sempre. Quindi non vi può essere alcuna richiesta che non abbia
subito un ritorno di pace. Noi quindi non dobbiamo far altro che formulare la
nostra richiesta e gettarla nelle mani del Signore consapevoli che qualunque cosa
deciderà sarà un bene per noi. Per questo noi lo ringraziamo subito. Gesù alza gli occhi vero il cielo indicandoci la direzione verso cui
deve sempre andare la nostra vita. Dovremmo ricordarcene anche quando
camminiamo perché il capo chino ci chiude i polmoni e non ci permette di
guardare l’orizzonte o il cielo.
La nostra vita e la Parola
Signore,
ringraziarti sempre dovremmo, ad ogni respiro e passo, all’inizio di ogni azione, nel sorgere di ogni pensiero, davanti ad
ogni fiore ed orizzonte, per ogni fratello e sorella che metti sul nostro
cammino. E tra tanto ringraziare tramonterebbe sicuro il tempo di ogni lamento ed
ira, di ogni invidia e di tutti i cattivi pensieri che che
vogliono durare nel nostro cuore.
42 Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l`ho detto per la
gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato".
Un
vero figlio del Padre è sempre esaudito. Questa è la meravigliosa novità che Gesù ci annuncia. Prima ci aveva
manifestato come la sua vita è sempre collegata a quella del Padre. Tra
i due infatti
c’è sempre una vera e profonda intimità dove la richiesta del Figlio è
già un ottenere perché il richiesto è sempre secondo la volontà del Padre. Per
noi uomini è difficile entrare in quest’ordine di idee perché noi chiediamo spesso cose che non convengono
alla nostra crescita in Dio. Gesù è cosciente di
questa nostra diversità e vuole rivelare alla gente che gli sta attorno l’esistenza stessa di un livello dove Dio ci ascolta
e ci esaudisce sempre. Gesù rivela questo squarcio di
vita intima con il Padre per aiutare i suoi ascoltatori a credere in lui. Gesù quindi non si comporta in modo orgoglioso dicendo:
“Ecco dovete credere perché ve lo dico io” ma aiuta l’uomo ad aprirsi
fornendogli continui stimoli. Nella sua testimonianza poi
collega se stesso al Padre dicendo di essere mandato da lui. Per capire
l’importanza di questa affermazione soffermiamoci a
contemplare la nostra vita e consideriamo quanta parte di essa è collegata
nello stesso modo al Padre. Non pensiamo solo alle piccole azioni, ma alle
grandi decisioni. C’era questo collegamento? Ed esso
era solo frutto di una nostra intuizione o era stato verificato anche da terzi,
ad es. dalla propria guida spirituale o
da un amico ecc….? Gesù si muove sempre in tandem con
il Padre e non si può pensare alla vita del Figlio senza questo suo
attaccamento vitale al Padre. E’ un legame che garantisce vittoria sul maligno e che non si può scindere pena distruggere il
messaggio stesso di Gesù. Anche
noi allora potremo essere vittoriosi se percorreremo i passi del Figlio. Il
nostro tentativo quindi di unirci a Dio tramite Gesù
diventa allora la palestra dove cimentarci per ottenere quel posto che Dio ci
ha preparato dall’eternità.
La nostra vita e la Parola
Signore,
viviamo spesso una vita confusa e scollegata da te. Eppure tu ci hai dimostrato
che è possibile vivere una vita in presenza del Padre.
Sulla tua parola allora ci apriamo a questa possibilità e, consapevoli che da soli non ce la
faremmo mai, ti chiediamo di aiutarci come hai fatto con quelli che ti stavano
attorno.
43
E, detto questo, gridò a gran voce:
"Lazzaro, vieni fuori!".
Già
un’altra volta Gesù nella resurrezione della figlia
di Giairo aveva alzato il tono della voce, ed anche
adesso lo sentiamo gridare a gran voce. Eppure nella resurrezione del giovinetto della vedova di Naim Gesù non grida, ma
semplicemente dice al giovinetto di alzarsi. Se così è allora il grido di Gesù non è da iscriversi nell’albo
degli atti magici dove la voce serve per dominare gli elementi, ma in un altro
dove possiamo godere di una comprensione più alta. Nel caso della vedova di Naim la voce di Gesù è rispettosa
del dolore inconsolabile della madre, ma soprattutto del fatto che la vedova
non lo conosceva, mentre nel caso di Maria e Marta ci troviamo
in un contesto di amicizia ed in quello di Giairo di
fede. Gesù quindi si trova di fronte ad un pubblico
che può recepire in qualche modo il significato del
suo grido. Il grido di Gesù è il grido di Dio. E’
un’affermazione enorme che solo gli amanti di Gesù
possono condividere ed hanno condiviso nel passato donando come testimonianza il loro sangue. Finalmente Dio può nella
persona divina del Figlio chiamare a gran voce l’uomo alla vita. Il grido è la
passione dell’uomo fatta carne e quindi il grido di Gesù
è la passione di Dio fatta carne. Il suo grido riprende in forma umana l’om creativo del Padre. Allora si era trattato di una
creazione solitaria, qui di una ri-creazione di fronte ai suoi amati figli. Nel
momento in cui morte e vita si contendono la vittoria Dio dice con forza e
passione la sua definitiva parola di vita a memoria di ogni
uomo che si trovi nel sepolcro della disfatta e della morte. Il Maestro si
rivolge a Lazzaro, ma Lazzaro è morto ed allora a chi si rivolgeva? Si
rivolgeva all’invisibile anima del morto, custodita nel seno del Padre, e che
solo Gesù poteva vedere. La morte quindi non nientifica l’uomo ma lo rende ad una dimensione diversa. Gesù, fratello ed amico dell’uomo, è colui
che è venuto a traghettarci, all’inverso di Caronte,
dalla morte alla vita e nel caso di Lazzaro in senso fisico e nel nostro in
quello spirituale.
La nostra vita e la Parola
Signore,
rimaniamo senza parole, stupiti e quasi increduli di fronte a questa tua totale
compromissione con la nostra sorte umana. Non vi
avremmo potuto credere se tu non avessi risorto
Lazzaro, il figlio della vedova e la figlia di Giairo
e poi non ti fossi dato tu stesso per la nostra salvezza. Aiutaci a non fare i
preziosi ed a seguire senza mezze misure il tuo esempio.
44 Il morto uscì, con i
piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: "Scioglietelo e lasciatelo
andare".
Lazzaro,
dopo aver ricevuto lo Spirito di Dio che
gli ha ridato la vita, non rimane sdraiato ad aspettare gli eventi. Non è più
inanimato, ma vivo e subito la vita si esprime nel movimento, nell’individuare
una finalità, un senso per la propria vita. Ecco che uscire
dal sepolcro diventa il simbolo dell’entrata nella vita a tutti gli effetti.
Anche noi quando ci ammaliamo rimaniamo come estranei
alla vita, essa ci scorre vicino, ma noi la viviamo lontana. Viviamo in un
altro tempo ed in un’altra dimensione dove l’agire e l’intervenire nel mondo ci è completamente vietato. Nella malattia siamo impotenti
come Lazzaro nel sepolcro. Quando però guariamo ecco che il
mondo si avvicina rapidamente e noi cominciamo a rifocalizzarlo
mentre si fanno avantigli obiettivi da raggiungere e
le cose da fare. Lazzaro uscito dal sonno della morte rifocalizza il mondo, il suo ambiente, i suoi vincoli
familiari e vuole reimmettersi di nuovo nel giro degli affetti e del nuovo
compito che la vita gli ha assegnato. Tuttavia fa notare il vangelo che tutto ciò può avvenire solo con
l’aiuto dei fratelli e delle sorelle che lo aiutano a liberarsi dalle bende e
dal sudario. La vita di ogni uomo è una rete di
relazioni, alcune liberanti, altre costringenti. Ora per poter camminare
assieme agli altri in modo spedito occorre che siano tolti tutti quegli
impedimenti che non gli permettono di raggiungere la meta. La
mani degli altri che si avvicinano al corpo di Lazzaro per liberarlo lo
trovano pronto e desideroso d’essere liberato. Gesù
così non risorge solo Lazzaro, ma tutto il contesto
umano a cui in vita faceva riferimento il risorto. E la stessa cosa succede a noi, in maniera
meno vistosa, quando riceviamo la grazia della
conversione, o anche un vero miracolo. Non siamo solo noi
infatti a beneficiarne ma anche tutto quel prossimo che ci ha accudito
aspettando solo che noi guarissimo per aiutarci nella fase di convalescenza: è
festa e resurrezione per tutti. Nel mondo spirituale quindi
la guarigione completa è: - una grazia che si riceve dall’alto; - un mettersi
subito in moto per tradurre nella storia il senso vero della grazia ricevuta; -
un accettare che gli altri partecipino attivamente alla propria liberazione
come preziosi aiutanti senza i quali al nostro risorgere mancherebbe qualcosa
di molto prezioso.
La nostra vita e la Parola
Signore,
noi abbiamo poca percezione di quanto siamo costantemente aiutati. La tua
previdenza e provvidenza ci crea contesti in cui
veniamo scartati e liberati da quanto appesantisce la nostra vita. Per essere onesti dovremmo andare in giro con il sorriso
sulle labbra e dicendo continuamente grazie.
Il sinedrio decide la morte
di Gesù
45 Molti dei
Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui.
Il testo avrebbe potuto essere più
completo ed includere Marta nella citazione, ma questo non avviene
e deve esserci una ragione. Ricordiamo le parole di Gesù
quando rispondendo a Marta conclude dicendo che Maria
aveva scelto la parte migliore. E la parte di Maria era quella dell’ascolto. Non solo
quindi aveva ascoltato Gesù, ma sicuramente tutti
quelli che con cui aveva instaurato un rapporto. In
molti andavano a trovare i tre fratelli ma in Maria trovavano l’ospite per
eccellenza della loro anima. Anche Gesù aveva
beneficiato di questa amicizia proprio per la squisita sensibilità di questa donna e la sua
grande apertura nell’andare al di là di ciò che la sua piccola vita aveva
capito. L’ascolto infatti è vero quando parte dalla
constatazione che i propri mezzi sono scarsi per accostarsi al mistero degli
esseri e delle cose. L’ascolto insincero invece è quello che si sforza d’essere
buono mettendosi a disposizione dell’altro. Tra le pieghe di questo
ascolto nasce sempre la piantina del: ‘come sono bravo!’. Certo molte volte dobbiamo passare attraverso un adeguamento
all’altro che significa l’uscire dall’inerzia e dalla pigrizia, ma dovremmo
subito arrivare alla percezione del fondamento del nostro muoverci verso. La verità è che siamo ciechi e solo questa constatazione ci può obbligare all’ascolto vero.
Dobbiamo ringraziare allora quelli che ci parlano, che ci svelano il loro
mondo, che ci indirizzano, che ci pungono, che ci
permettono di scoprire orizzonti nuovi. L’ascolto vero ci collega direttamente
alla sola fonte di verità che Dio ha voluto per noi su questa terra: il
fratello amato. Maria ascoltava così ed
ecco perché non si parla di Marta. I giudei andavano a trovare Maria tanto erano coinvolti con lei,
tanto si erano scambiati la vita. Questi giudei che erano
persone particolari perché fecondati dall’amicizia di Maria sono persone
sincere che sanno giudicare da ciò che vedono e non si permettono d’avere un retropensiero. Di loro avrà goduto il Maestro perché
nella sua predicazione aveva sempre sostenuto che guardando alle sue opere si
sarebbe arrivati a credere in lui. Ed infatti essi
passano dal vedere al credere. Noi quindi possiamo essere certi che le opere
fatte nel nome del Maestro portano direttamente
a lui.
La
nostra vita e la Parola
Signore, donaci il tuo Spirito perché
possiamo praticare l’ascolto del fratello
come la sorgente viva che può dissetare tutta la nostra sete di verià e di amore.
46 Ma alcuni andarono dai farisei e
riferirono loro quel che Gesù aveva fatto.
Alcuni non si appagano alla vista di ciò
che è successo, ma corrono subito a trovare altri maestri perchè
non basta loro d’avere a portata di mano il Maestro. Essi preferiscono
voltargli le spalle per andare a riferire ai farisei. E’ come se avendo a
disposizione la luce di un faro che illumina tutto ci si allontanasse
preferendo le tenebre. Cosa avranno avuto in mente
queste persone? Certamente non qualcosa di limpido e puro dal momento che
questo versetto viene introdotto da un avversativo. E’ infatti questo ‘ma’ che segna la
svolta drammatica di questo capitolo. Di per sé questi pochi non riferiscono
altro che l’accaduto, non aggiungendo, né togliendo niente, ma il fatto stesso
d’andare a riferire ai capi fa pensare che essi siano tra quelli che rendevano
la vita difficile al Maestro. Noi spesso somigliamo a questi ‘alcuni’ per un lato preciso del loro comportamento. Avendo infatti a disposizione la persona stessa del Maestro gli
voltiamo le spalle ed andiamo via. Non
lo facciamo spesso con l’animo di questi giudei malevoli, ma semplicemente
perché ci distraiamo come si distraggono le scimmie. Quando ce ne accorgiamo ritorniamo a lui, ma ciò che ci addolora è il
capire d’esserci comportati da maleducati. La crescita nella vita spirituale è
proporzionale al nostro saper essere concentrati su ciò che stiamo facendo. Quindi se ci diamo da fare per incontrare il Signore e poi, quando
sappiamo d’averlo a portata di mano ed addirittura di bocca, ci distraiamo e
pensiamo ad altro, ecco che abbiamo combinato una bella frittata i cui
ingredienti sono i nostri stessi pensieri e la nostra incapacità di stare
tranquillamente davanti alla presenza dell’Altissimo. Tutto ciò ha
un’unica causa ed è il credere che il rapporto con il Signore lo possiamo
desiderare ed avere solo in alcuni momenti privilegiati. Se
la nostra vita, a cominciare dal mattino fino a notte, non è in lui ecco che
quando abbiamo con lui un rapporto più ravvicinato è come se l’accogliessimo in
una casa fredda dove la prima preoccupazione non è quella di intrattenere
l’ospite, ma quella di lamentarci del freddo e
cercare i mezzi per scaldarsi di più. Certamente è una grazia
avanzare sulla strada di una maggiore unione con il Mastro, ma sicuramente noi
dobbiamo fare la nostra parte.
La
nostra vita e la Parola
Signore, una delle nostre prerogative
umane, per cui non abbiamo fatto dei corsi tanto ci
riesce bene, è quella d’essere ingrati. La gratitudine in noi
è solo un pensiero peregrino che ogni tanto visita la nostra mente. Ti
chiediamo allora di aiutarci ad intrattenerlo di più in modo che da piccolo
seme diventi un albero sterminato.
47 Allora i sommi sacerdoti e i farisei
riunirono il sinedrio e dicevano: "Che facciamo? Quest`uomo
compie molti segni.
L’istituzione entra pesantemente in
scena. Non sono più solo ‘alcuni’ giudei, ma i sommi sacerdoti i farisei e tutto il sinedrio. Gesù
con il suo miracolo ha colpito nel segno. Il suo avvicinamento a Gerusalemme
aveva proprio lo scopo di sfidare le potenze di questo mondo e provocare nel
cuore dei buoni una reazione salutare che li scuotesse
dal loro giogo. La resurrezione di Lazzaro, e cioè di
una persona conosciuta a Gerusalemme, non poteva passare sotto silenzio anche
perché il risuscitato era in giro per le strade e tutti quelli che lo avevano
visto morto ora potevano toccarlo e vederlo vivo. Ora era chiaro a tutti che era nel circuito del potere un’altra potenza che non si
poteva prendere sotto gamba. Ecco perché si riuniscono tutti
e subito. Constatano che il Maestro compie
tanti segni ed essi sembrano legittimamente preoccupati del fatto che questi
segni siano visibili e numerosi. Eppure l’ultimo segno
quello della resurrezione avrebbe potuto dare una piega diversa al loro stato
d’animo. Da che mondo e mondo infatti nessuno aveva
mai risuscitato un uomo morto e morto da quattro giorni. Se Gesù
era riuscito a compiere questo miracolo allora la potenza della vita era nelle sue mani. A rigor di logica si poteva quindi
supporre che se un uomo simile era riuscito ad attirare tanto la loro attenzione poteva
anche essere di aiuto a tutto il popolo. Ed allora perchè non
ascoltarlo? Aveva sempre fatto del bene
e le sue non erano mai state parole gettate al vento, ma parole che
trasformavano la materia, davano la salute agli infermi e la vita ai morti. Essi invece gli si pongono subito contro. Non diversamente
si comporta anche oggi il potere quando piuttosto che ascoltare le persone, e
quindi avere con loro un dialogo, preferisce tirare dritto, non fare la fatica
dell’accordo interpretando male il senso della responsabilità della loro
carica. Si creano così situazioni penose dove tutto si intorbida
e dove ognuno poi, caricandosi di insoddisfazione, cerca di farla pagare
all’altro. Non si vogliono negare qui le ragioni delle parti, come non si vuole
negare qui la giusta preoccupazione di tutta quella brava gente di cui sopra,
ma il punto è che la parte legata al potere si rifiuta di sedersi attorno ad un
tavolo dove poter parlare liberamente senza paura ed andando al cuore del
problema per poterlo risolvere assieme.
La
nostra vita e la Parola
Signore, amiamo farci grandi con il potere
che ci siamo ritagliati in questo mondo. Ne abbiamo
bisogno per sentirci vivi, ma tu con la tua passione, morte e resurrezione hai
capovolto l’ordine dei nostri valori insegnandoci come sia meglio servire che
comandare. Signore, seguendoti abbiamo sperimentato che solo tu hai parole di
vita eterna.
48 Se lo lasciamo fare così, tutti
crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e
la nostra nazione".
Sembrerebbe che l’attaccamento al ‘nostro luogo santo e alla nostra nazione’
prevalga su tutto. Essi come capi del popolo
si ricordano che già una volta le loro divisioni interne avevano dato ai Romani un motivo per intervenire. Ora temono
che la comparsa di Gesù sulla scena possa creare così
numerosi proseliti da indurre la potenza occupante a cancellare gli ebrei dalla
faccia della terra. Questa lettura perversa dei possibili avvenimenti futuri
era però solo una loro proiezione perché se andiamo a vedere i fatti dobbiamo constatare che presso Pilato Gesù era un perfetto sconosciuto. I Romani infatti avevano l’abitudine di rimanere estranei alle
diatribe interne di carattere religioso del popolo ebraico. E
Pilato seguendo questa linea in un primo momento si rifiuta di giudicare Gesù e vuole che siano i Giudei stessi a giudicarlo secondo
le loro leggi. Se Gesù fosse stato un pericolo
pubblico i Romani se ne sarebbero accorti prima, ma
come potevano accorgersene se non vedevano delitti o azioni di guerriglia
attribuibili a lui ed ai suoi discepoli?
Per renderci conto del loro abbaglio è come se, vivo Padre Pio, il potere
politico se ne fosse interessato spinto dalla paura che il religioso, assieme
ai suoi seguaci, avrebbe potuto costituire un
pericolo reale per la nazione italiana. Ed
allora perché questi capi dei Giudei se ne preoccupano così tanto? La verità è
che hanno paura di qualcosa che sentono come una
minaccia al loro potere. Ed in effetti tutte le azioni
di Gesù sono una contestazione vivente del loro modo
di fare i capi del popolo eletto. Essi avevano sempre mandato altri a spiare le
azioni di Gesù e quindi non ne avevano
una conoscenza diretta, a parte Nicodemo che però era andato a trovarlo di
notte. Chi beatamente sta seduto sul trono del potere non
sente la necessità di muoversi perché sente di avere tutto e di non poter
apprendere niente da alcuno. Le loro strade quindi non si sono mai incrociate.
Per loro Gesù è solo il rappresentante di un potere
che li minaccia e da cui vogliono difendersi. Quante volte anche noi cadiamo
nella paranoia di doverci difendere da qualcuno ingigantendo i suoi
comportamenti aggressivi senza informarci veramente su cosa pensi realmente e
su cosa precisamente intenda fare. Ci si fa prendere dalla paura oppure si
attribuiscono agli altri atteggiamenti malevoli, completamente irrazionali come
se essi agissero senza obbedire anch’essi a delle regole e a dei valori. Ci
piace consegnarli nella sfera delle persone da combattere anche se
obiettivamente non ci hanno fatto niente, ma semplicemente portano avanti idee
diverse dalla nostre.
La
nostra vita e la Parola
Signore, siamo spinti continuamente da
questo mondo a giudicare le persone per il loro colore politico o ideologico e
soprattutto senza conoscerle personalmente. Cresce così la nostra diffidenza ed
all’occasione anche la nostra aggressività. Tu che sei stato mite ed umile di cuore insegnaci quella saggezza che sola può rendere chiara
e limpida la nostra vista.
49 Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell`anno,
disse loro: "Voi non capite nulla
La vita umana non si svolge in mezzo
all’anarchia ma fin dalla nascita siamo inseriti in sistema familiare, sociale
e politico che determina la nostra vita fino al momento in cui prendendo in
mano la nostra esistenza diventiamo anche
noi responsabili di tutti quegli ordini. E così
esistono i re, i governatori, i presidenti della repubblica e i governi, poi ad
un livello più basso tutti gli altri ordini di responsabilità fino a quella
della famiglia e della propria vita. Esistono quindi diversi ordini di autorità e ciascuna di esse si sente responsabile per
coloro che gli sono stati affidati. Un capo sa d’avere un compito particolare
nella vita e si sente gravato da una responsabilità di fronte a coloro che rappresenta. Oggi i capi vengono
eletti dal popolo ed è tramontata quell’idea che li
vedeva direttamente investiti dall’alto. Tuttavia noi
cristiani sappiamo che ciascuno nello stato di vita in cui si trova riceve
dall’alto una grazia particolare. E’ per questo che
si prega per i governanti perché dovendo prendere decisioni importanti, che
riguardano la vita di tutti, sappiano essere saggi. Caifa
era il sommo sacerdote di quell’anno ed aveva quindi
un potere reale. In quel suo: ”Non capite nulla” vediamo in azione l’esercizio
dell’autorità, ahimè, questa volta suffragata da una interpretazione
errata della realtà. Quando l’autorità si discosta da
quella divina diventa essa stessa la fonte ultima ed indiscussa dell’agire
umano e diventa nello stesso tempo temibile. Vedremo come
all’interpretazione-comando di Caifa nessuno si
oppone, ma subito ci si mette in moto per uccidere Gesù. Ed allora come deve essere
l’autorità secondo Dio? Può essere perentoria? Può prendere decisioni senza
ascoltare la persona su cui si sta prendendo una decisione? E
venendo alla nostra esistenza personale possiamo noi mai dire agli altri: “Non
capite nulla”? Può anche essere che noi abbiamo la giusta percezione di ciò che
sta avvenendo, tuttavia è come un gettare il proprio mantello sulla verità
quasi fosse solo nostra negando agli altri che vi possano
arrivare in qualche modo. La nostra autorità non può alimentarsi alla sorgente
di un esclusivismo che crede di rifarsi ad una verità che viene ad illuminare
solo noi e basta. L’unica autorità che possiamo prendere in considerazione
come cristiani è quella che si avvale del contributo di tutti per poi prendere
responsabilmente una decisione di fronte a Dio. Tutto il resto è solo superbia,
orgoglio, rigidità e far valere la propria autorità come dimostrazione della propria importanza
personale.
La
nostra vita e la Parola
Signore, oggi scopriamo con estrema
facilità di conoscere pochissimo e quindi dovremmo essere aiutati a non cadere
nell’affermazione: ”non capite nulla”, ma è su quello
che pensiamo di conoscere che diventiamo rigidi e superbi. Signore, insegnaci
la tua umiltà.
50 e non considerate come sia meglio che
muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera".
La morale cristiana ha sempre insegnato
che la persona umana è un fine e non un mezzo. Qui vediamo con
chiarezza come Caifa pone la morte di Gesù come un mezzo per non far perire tutta la nazione. Non
vi fu per il popolo ebraico peggior profeta del loro sommo sacerdote. Infatti non sarebbe mancato molto che ciò che egli temeva
avvenisse per mezzo di Gesù si verificasse per mano
di Tito figlio di Vespasiano: “Si narra -
ma le cifre sono certamente molto esagerate- che l'assedio di Gerusalemme costò
agli Ebrei mezzo milione di morti e centomila prigionieri. Di questi quelli che
non avevano superato il diciassettesimo anno di età
furono venduti come schiavi, gli altri vennero inviati in Egitto a lavorare
nelle miniere o mandati nelle varie città dell' impero per gli spettacoli dei gladiatorii o per le lotte contro le fiere. Simeone, Giovanni e i più ragguardevoli cittadini furono serbati
per farli sfilare nel trionfo, dopo il quale il primo fu messo a morte e il
secondo gettato in carcere.La presa di
Gerusalemme segnò la fine del regno giudaico.”( da : http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi
). La preoccupazione di Caifa, che sembrerebbe
dettata d’amore per il popolo, si rivela così inumana e tragica nel giro di
pochi decenni. Il potere ha spesso il difetto di pensare solo alla sua
sopravvivenza e difficilmente accetta di mettersi in discussione. Il
potere-servizio invece non ha paura d’essere inviso a chi gli fa fretta o di
sembrare debole se si dà tutto il tempo necessario per prendere una decisione.
Forse la pratica dei popoli antichi di interpellare gli oracoli era un modo di
mettersi in ascolto della divinità e nello stesso momento un modo per darsi
tempo e prendere una decisione veramente responsabile. Non si può quindi
prendere decisioni sulla pelle degli altri, mai. Eppure
la tentazione di operare così è forte perché facendo i calcoli ci si scopre
salvatori dell’umanità quando si arriva alla conclusione che agendo in un certo
modo si salvano migliaia di vittime innocenti. Ecco aperta la strada alla guerra preventiva che sulla carta sarebbe solo
un’operazione di polizia internazionale, ma che si rivela poi un verminaio da cui non si riesce più ad
uscire. Il Papa non era d’accordo sulla guerra contro l’Iraq e la sua parola
forse oggi risuona con rimpianto dentro il cuore di
coloro che allora non l’ascoltarono. Per quanto riguarda la nostra vita personale è importante avere le idee chiare, e queste ce le
dà solo la parola di Dio, per non farci trascinare da ciò che sembra buono
all’apparenza ma dentro è amaro come il fiele. Rifuggiamo dalle affermazioni
che sembrano risolutive e chiediamoci se esse sono veramente fondate sulla
nostra pelle o su quella degli altri e poi decidiamo di fronte a Dio.
La
nostra vita e la parola
Signore, fa che non operiamo in modo
preventivo camminando sulla testa degli
altri, ma solo affidandoci alla tua salvezza che viene sempre anche nei
momenti più bui della nostra vita.
51 Questo però non lo disse da
se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù
doveva morire per la nazione
Gesù non è venuto tra il suo popolo per
condannarlo. Il Padre non ha mandato il Figlio per punire coloro che non lo
accoglieranno. Gesù modella la sua azione sulla predilezione del Padre per il popolo di Israele. Tutta la sua predicazione
infatti è la dimostrazione di questa scelta gratuita fatta a suo tempo
dal Padre a favore del popolo ebraico. Gesù quindi ha fatto di tutto per annunciare il regno a
coloro a cui per primi era stato promesso e se qualche volta non ha potuto fare
a meno di beneficiare altri popoli allora ricordava che era venuto anzitutto
per riunire le pecore disperse della casa di Israele.
Questo versetto enuncia il principio che di fronte a Dio l’uomo può spendere la vita per il suo
prossimo. Dio si fa garante della possibilità stessa di questa transizione. E
la condizione principale che la permette è l’atto di amore.
Il sacrificio della vita fatto per amore viene accolto
nel seno di Dio e trasformato in vita
per gli altri. E quanto più è vicino a Dio colui che
mette in atto il sacrificio tanto più sono salve le persone per cui il
sacrificio è stato fatto. Essendo Gesù figlio di Dio,
e quindi Dio lui stesso, il valore del suo sacrificio è talmente infinito da
abbracciare non solo un numero ristretto di persone, né una sola nazione, ma
tutta l’umanità nella sua distensione spazio-temporale. Ci si può ancora
interrogare sul perché le cose vadano proprio così e cioè
perché ci sia bisogno che qualcuno si assuma i peccati degli altri. La domanda
è legittima. Infatti uno potrebbe pensare che essendo
Dio amore non ha bisogno che qualcuno faccia qualcosa per gli altri quando lui
stesso potrebbe perdonare direttamente senza chiedere nulla in cambio. Credo però
che qui Dio si dichiarerebbe impotente. E non perché egli non
avrebbe la potenza di renderci subito tutti felici e partecipi del suo regno ma
perché non potrebbe agire da solo. L’immane gravità del peccato che ci ha allontanato da Dio vuole che sia l’uomo stesso a
riaccogliere la perenne proposta di Dio di portarlo vicino al suo cuore. Tuttavia la vita dell’uomo è stata così indebolita dal peccato che
egli non sarebbe riuscito mai ad accostarsi a Dio e a chiedergli perdono.
Purtroppo questa è la realtà ed è questa misera realtà che Gesù
ha assunto nella sua carne per ridarle quel soffio divino capace di
ricongiungere di nuovo i due mondi, quello umano e quello divino. Su un altro
piano anche a noi capita continuamente di doverci assumere incombenze e compiti
che spetterebbero ad altri, ora se non seguiamo la stessa strada del Maestro
rischiamo ancora una volta di fallire miseramente. Quante volte ci è successo davanti a casi di ingratitudine di recriminare
e addirittura di far pagare all’altro un prezzo più insopportabile per lui di
quello che avrebbe dovuto pagare se non l’avessimo aiutato. Solo un dare senza
attesa di ritorno ci fa somigliare a Cristo in croce. Su quel legno egli non
recriminava ma amava fino in fondo ed in maniera divina
l’uomo. Quindi quando aiutiamo gli altri chiediamoci
sempre perché lo facciamo, perché se lo facciamo per noi allora è giusto che
avvertiamo il prossimo sul tipo di ritorno che ci aspettiamo, ma se lo facciamo
solo perché prendiamo su di noi il male dell’altro allora non possiamo che
farlo come lo stesso Gesù fece e cioè solo
infiammandoci d’amore.
La nostra vita e la Parola
Signore, non
sempre riusciamo a fare questa distinzione tra l’amore genuino e quello interessato. Ci immaginiamo
di amare veramente e poi ci scopriamo meschini. Solo la luce radiosa della tua
croce può illuminare le nostre azioni e renderle vere.
52 e non per la nazione soltanto, ma anche
per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.
Gesù quindi non è venuto solo per il popolo
ebraico, ma per riunire tutti i figli di Dio. E noi
tutti umani siamo figli di Dio a qualsiasi regione del mondo apparteniamo, a
qualsiasi cultura e religione. Esistono infatti figli
di Dio tra i musulmani, i buddisti, gli induisti, i boscimani,
i figli della terra del fuoco e così via. Noi tutti siamo figli carissimi del
Padre e quindi a nessuno è preclusa la sua paternità. La grandezza della figura
del Figlio sta nell’avere offerto la sua vita non per poche persone o per il
suo popolo di riferimento, ma per il genere umano. Egli è andato alla radice
del fenomeno umano e del suo difficile rapporto con la divinità. Ognuno infatti se ne stava per conto suo, lontano da Dio con la
conseguenza di vivere rapporti tra gli uomini fondati sul dominio del più
forte. Il regno di Dio proclamato da Gesù invece ha
un messaggio opposto: nel suo regno chi vuol comandare deve mettersi a servire.
Al tempo di Gesù esistevano quindi figli di Dio, e cioè
vi erano persone timorate di Dio, ma esse vivevano disperse e cioè inserite in
un contesto di forze negative che precludevano loro di incontrarsi nella vera
luce del Padre. Ora con Gesù arrivava finalmente
questa luce, che è anche verità, ed allora nel suo nome ci si poteva mettere
assieme recedendo da quella penosa dispersione in cui le persone erano
costrette a vivere. La Chiesa è questo popolo di Dio riunificato nel nome di Gesù e sbagliano coloro che non ne vedono la bellezza
perché se ne stanno lì, sempre, come irosi ragionieri a contarne i peccati e a
toglierle di mano la
La
nostra vita e la Parola
Signore, tutto di noi sarebbe disperso
se la colla del tuo amore non ci avesse riuniti e fusi
nel tuo mistico corpo. E per coloro che non ti
conoscono inviaci inoltre lo Spirito Santo perché possiamo annunziare la
grandezza del tuo regno e della tua santa persona.
54 Gesù
pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di
là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim,
dove si trattenne con i suoi discepoli.
Essendo Gesù
venuto per scontare i nostri peccati attraverso la sua morte tanto valeva che
non la facesse lunga e si consegnasse subito ai suoi carnefici. Ecco cosa
potrebbe concludere qualcuno leggendo questo versetto.
Ormai il film di Gesù ce lo
siamo visti e rivisti tante volte da non aver più bisogno dei passaggi
intermedi o dei chiaroscuri e ci interessasse solo entrare subito nel vivo
degli avvenimenti più importanti. Alla luce di tutto ciò che importanza avrebbe
sapere che si è ritirato nel deserto vicino ad Efraim?
E tutto ciò sulla scia del nostro credere che Gesù conoscendo in anticipo gli avvenimenti li va vivendo
come se recitasse una parte. L’onniscienza di Gesù
così ridurrebbe a farsa tutta la sua vita. Per rispondere a questa
obiezione occorre tener presente che Gesù
nella sua persona umana non era un uomo come gli altri, ma non nel senso che
fosse onnisciente, ma perché era dotato di una raffinatissima intelligenza, non
gravata dal peccato, che gli permetteva
di leggere ed interpretare quanto
gli accadeva. Non era onnisciente perché nella situazione umana in cui si
trovava ciò avrebbe significato non assumerla fino in fondo e quindi era
proprio come noi quando ci troviamo davanti alle incertezze del futuro. La sua
forza era l’affidamento totale al Padre che gli faceva conoscere momento per
momento la sua volontà come può capitare a anche a noi
quando ci affidiamo al Padre. Per dare poi una risposta alla critica iniziale
occorre entrare dentro al significato di questo suo
sottrarsi e capirne il senso profondo. Gesù si
sottrae alla cattura perché non può essere preso con la violenza se lui stesso
non si dà. Non esisteva, né mai avrebbe potuto
esistere, una forza tale da poterlo prendere e distruggere. Ed allora egli si
comporta come qualsiasi essere umano che è perseguitato e cioè
si ritira in un luogo sicuro. Gesù si ritira in una regione vicino al deserto dove finiscono i sentieri perché dopo iniziano
luoghi inospitali. E’ il posto ideale per rivedere lontano da Gerusalemme ciò
che era successo e prepararsi a quelli futuri. Forse
anche a noi potrebbe essere utile, quando siamo pressati e stressati, cambiare
scenario per ritirarci in luoghi lontani dove poter riconsiderare gli eventi
della nostra vita. E dovremmo anche, come Gesù, circondarci di fratelli per vivere assieme a loro le
realtà del regno e quindi essere aiutati a risolvere anche i problemi della
nostra vita. La solitudine non si addice ad un figlio di Dio perché da soli si
muore e soltanto attraverso la condivisione della fraternità
il Signore può offrirci i suoi doni ci diventano tanto più preziosi quanto non ci cascano dal cielo ma ci vengono
offerti dalla premura amorosa di un volto
e di una parola amica.
La
nostra vita e la Parola
Signore, i tuoi insegnamenti li spargi dappertutto anche in ciò che sembrerebbe
insignificante e che invece si rivela per noi fonte di insegnamento e di gioia.
55 Era vicina la Pasqua dei
Giudei e molti dalla regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per
purificarsi.
Quante volte anche noi ci siamo trovati
a partecipare ad avvenimenti importanti, completamente ed innocentemente presi da ciò che si stava vivendo, mentre nello stesso
momento qualcun altro macchinava alle nostre spalle episodi violenti!
Partecipavamo infatti pacificamente a manifestazioni per esprimere
collettivamente le nostre idee e poi rimanevamo coinvolti senza volerlo in
episodi di violenza collettiva. Partecipare alla vita collettiva si può, ma
occorre vigilare perché coloro che pianificano le loro
azioni criminose nelle tenebre possono sferrare dei colpi quando uno meno se lo
aspetta. Oggi più del passato ci troviamo a vivere situazioni di grande divario tra ciò che sembra la tranquilla vita di
tutti i giorni e ciò che ci può capitare da un momento all’altro, pensiamo al
terrorismo o alle oscure trame della mafia o di qualche apparato deviato dello
stato. Il singolo cittadino si trova esposto, come Gesù,
a forze irrazionali che possono minacciare da un momento all’altro la sua vita.
La sete di sangue poi oggi non è soddisfatta dall’uccisione di poche persone ma
da centinaia e migliaia. Di fronte a tanta violenza che cosa può fare il
singolo uomo? Certamente deve fare come Gesù e cioè, quando non è necessario, evitare di esporsi
ritirandosi nel deserto fisicamente o mentalmente, ma nello stesso tempo, se il
confronto con le forze avverse non si può evitare, lasciare che siano le forze
avverse a condurre il gioco senza farsi prendere dal panico ma avendo fiducia
in Dio e in tutti gli alleati del proprio mondo spirituale. Può succedere però
che a tendere trappole al prossimo ingenuo siamo noi stessi e qui però occorre
distinguere la furbizia, l’accortezza o tutti quei modi del comunicare studiate per superare le rigide difese dell'altro, da forme
di asservimento che mirano a sfruttare la buona fede del prossimo. Un buon
esame di coscienza ci può aiutare a capire da che parte stiamo nelle singole
situazioni. Perché se è vero che nella maggior parte dei casi noi non
complottiamo contro il nostro fratello per ucciderlo,
possiamo però nelle singole occasioni mantenerlo nell’ignoranza o inculcargli idee fasulle, oppure
approfittarne in qualche modo. C’è dentro di noi un lato oscuro che non ama la
luce, ma il compito della parola di Dio è quello di
illuminarci in profondità per dispiegare davanti ai nostri occhi le nostre
ambiguità. Noi ci pensiamo normalmente buoni e questo è vero perché Dio ha
messo dentro di noi la su impronta, ma in modo parallelo, se la nostra vita non
si mantiene legata al Padre con tutte le forze e i sacramenti del Figlio, ecco
che si crea un doppio cattivo che nelle situazioni critiche viene fuori
lasciandoci sorpresi e sgomenti. L’importante è riuscire anche nelle cadute,
proprio quando il nemico ha mostrato le sue carte, saper leggere cosa è
successo per porvi rimedio, sempre con il Suo aiuto.
La
nostra vita e la Parola
Signore, se la smettessimo di
immaginarci angioletti e ci mettessimo sulle tracce del nostro essere reale
forse, scoprendoci piccoli e qualche volta disgustosi,
ci verrebbe più facile mettere mano alla nostra purificazione. Questo potrebbe
essere per te un segnale per soccorrerci nei momenti difficili in cui potremmo disperare della nostra salvezza.
56 Essi cercavano Gesù
e stando nel tempio dicevano tra di loro: "Che ve
ne pare? Non verrà egli alla festa?".
Questi Giudei sapevano il fatto loro e
come i cacciatori sanno bene dove mettere la trappola, così loro erano convinti
che Gesù avrebbe approfittato della festa per
raccogliere ciò che aveva seminato con la resurrezione di Lazzaro e cioè il riconoscimento da parte del popolo che lui era il
Messia venuto a salvare il suo popolo dalla mano dei romani. Il loro dirsi a
vicenda : "Che ve ne pare? Non verrà egli alla
festa?" era un modo per dire:” Siamo proprio
bravi perché sappiamo con sicurezza che il topo sarà sicuramente attirato dal
formaggio costituito dalla festa e noi lo prenderemo con le mani nel sacco”.
Qui emerge con chiarezza come per loro Gesù cercasse solo potere e gloria dimentico dei dati di fatto e
cioè della presenza dei temibili romani che non avrebbero tollerato una
ribellione di massa del popolo. Come sembrano buoni e patrioti questi Giudei!
Essi purtroppo sono vittime di una manipolazione delle coscienze che ha come asse portante
un’errata interpretazione delle scritture. Qui appare evidente come errando in una materia così delicata, e cioè nella
corretta interpretazione della Parola, dove Dio
ha il suo trono altissimo, si può imbroccare la via della violenza e
dell’omicidio pensando di fargli cosa gradita. Nello stesso modo oggi il
terrorismo islamico infanga il mondo di Dio mescolandolo con gli interessi
umani. Scendendo poi al nostro livello proviamo a pensare quante volte ci siamo irrigiditi perché gli altri attaccavano il nostro
credo o quante volte abbiamo cercato di imporre loro il nostro punto di vista
elevandolo sulla loro testa a mò di condanna facendoci forti del peso delle scritture?
Oppure quante volte abbiamo atteso il momento
opportuno per stringere il cappio al collo del nostro avversario credendo che
proprio la realtà ci desse ragione, mentre l’altro ci sfuggiva nonostante tutte
i nostri attenti preparativi per incastrarlo?
Ma in questo sappiamo essere anche più sottili nel senso che se anche
non tendiamo tranelli nel breve periodo, però ci riserviamo di chiudere il
contenzioso con il fratello non più fratello attendendo che la deriva del tempo
ce lo porti sottomano per fargli constatare
pesantemente come ha sbagliato e come noi fossimo nel giusto. Insomma corriamo
sempre il rischio di utilizzare la verità come se fosse un nostro possesso e
come un maglio contro i suoi denigratori.
La verità però non può mai essere dissociata dalla carità e
quindi tutte le volte che ce ne dimentichiamo decadiamo dalla stessa
verità che preferisce espatriare dai nostri confini lasciandoci vuoti di sè e tronfi di noi.
La
nostra vita e la Parola
Signore, non è facile seguirti perché la
tua parola mette a nudo le nostre ambiguità. Tu però
ci hai detto di seguirti nonostante tutto e quindi sulla tua parola avanziamo
verso di te anche se siamo lenti, lenti come lumache.
57 Intanto i sommi sacerdoti e i farisei
avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunziasse,
perché essi potessero prenderlo.
Gesù ora
è un wanted e se fosse vissuto oggi sarebbe sul monitor di tutte le polizie. Egli si era rivolto
nella sua predicazione a tutti, ora è alla mercè di tutti. Bisogna però qui circoscrivere questo ‘tutti’ agli abitanti di Gerusalemme e tra questi solo a coloro che erano dalla parte dei sommi sacerdoti. Se non si
fa questa precisazione ecco che facilmente si dà adito a
quelle interpretazioni errate che accusano gli ebrei di deicidio. E’ bene forse
leggere dal Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica qualche passo al riguardo:
“598 La Chiesa, nel magistero della sua fede e
nella testimonianza dei suoi santi, non ha mai dimenticato che « ogni singolo
peccatore è realmente causa e strumento delle [...] sofferenze » del divino Redentore. 434 Tenendo conto del
fatto che i nostri peccati offendono Cristo stesso, 435 la Chiesa non esita ad
imputare ai cristiani la responsabilità più grave nel supplizio di Gesù, responsabilità che troppo spesso essi hanno fatto
ricadere unicamente sugli Ebrei: « È chiaro che più gravemente colpevoli sono
coloro che più spesso ricadono nel peccato. Se infatti
le nostre colpe hanno condotto Cristo al supplizio della croce, coloro che si
immergono nell'iniquità crocifiggono nuovamente, per quanto sta in loro, il
Figlio di Dio e lo scherniscono con un delitto ben più grave in loro che non
negli Ebrei. Questi infatti – afferma san Paolo – se lo
avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (1 Cor
2,8). Noi cristiani, invece, pur confessando di conoscerlo, di
fatto lo rinneghiamo con le nostre opere e leviamo contro di lui le
nostre mani violente e peccatrici ». “. Così stanno i fatti e se possiamo
comprendere la difficoltà oggettiva dei capi a credere che Gesù,
un uomo, potesse essere Dio, non possiamo giustificarli per avere ucciso un
innocente. L’aver additato Gesù come il pericolo numero uno metterà in moto di lì a poco un meccanismo che
porterà il nostro buon Signore ad essere abbandonato da tutti anche da coloro
che avrebbero dovuto stargli vicino. Fra
poco gli si farà il vuoto attorno, ma questa condizione, anche se in modo meno
drammatico, è vissuta spesso anche da noi uomini. Sarà
interessante vedere come Gesù risponderà allo stato d’abbandono per
apprendere da lui, uomo divino, come comportarci.
La nostra vita e la Parola
Signore, esserti
fedeli significa compromettersi apertamente e rischiare, oggi magari poco, ma
un giorno chissà molto. E siccome
sappiamo quanto ci teniamo alla nostra pelle, visto che
è il nostro sport preferito, ti chiediamo un aiuto speciale per poterti
professare sempre come nostro Maestro e Dio.