CAPITOLO 11

 

  Risurrezione di Lazzaro

 

1 Era allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella.

Giovanni sa di riferirsi ad un uditorio che conosce Marta e Maria. Si potrebbe anche pensare che quando Giovanni ne parla Lazzaro sia morto o non conosciuto personalmente dalla comunità. Se infatti Lazzaro avesse goduto, presso la comunità giovannea, lo stesso grado di conoscenza delle sorelle Giovanni avrebbe cominciato il capitolo in modo diverso. Forse avrebbe scritto: “Una volta Lazzaro era malato e le sue sorelle Marta e Maria (Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli) mandarono a dire al Signore: … “ . Che Giovanni nel versetto seguente dia un volto più riconoscibile a Maria non significa che essa, come anche sua sorella, facciano ormai parte del passato, ma solo che essendo lontane, vengono rese presenti al vissuto della comunità tramite il particolare ricordato dall’evangelista. Marta e Maria quindi, che la comunità ha conosciuto e che adesso si trovano altrove, proprio loro avevano un fratello malato.

La nostra vita e la Parola

Signore, la condizione di malattia è una delle nostre più prossime realtà di vita. Siamo sani, ma possiamo ammalarci da un momento all’altro. Fa che quando il nostro corpo passa dalla sanità alla malattia noi sappiamo accettare la nuova situazione toccando con mano quanto siamo piccoli e quanto abbiamo bisogno del tuo aiuto.

2 Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato

Maria viene ricordata con tanto affetto come colei che nei riguardi del Signore aveva fatto qualcosa di grande. L’episodio è raccontato dallo stesso Giovanni nel capitolo 12. Nel presentare questa scena alla comunità è come se l’Evangelista volesse ricordare come Maria con il suo grande atto di generosità avesse voluto ringraziare il Maestro per l’amore che aveva testimoniato loro ridando la vita al fratello Lazzaro.

La nostra vita e la Parola

Signore, tu ci ridai la vita quando ti offri a noi nell’eucarestia , ma noi come possiamo ringraziarti? Quale olio profumato possiamo versare su di te? Sappiamo da Maria che la parte migliore è quella di stare ad ascoltarti ed allora aiutaci a diventare sempre più attenti uditori della tua Parola.

3 Le sorelle mandarono dunque a dirgli: "Signore, ecco, il tuo amico è malato".

Che cosa non si  fa per una persona a cui si vuol veramente bene? E le sorelle sapevano che l’unico che poteva aiutare Lazzaro era Gesù. Come mai? Non potevano chiamare un medico? No, le sorelle avevano capito con l’intuizione di chi ama che la malattia del fratello lo avrebbe portato alla morte. Gesù era lontano ed allora fanno in modo che gli sia riportata la notizia. Lazzaro era amico di Gesù e sappiamo che cosa significasse per Gesù essere amico di qualcuno: Luca 11,5-8 : Poi aggiunse: «Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani,perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; se quegli dall'interno gli risponde: Non m'importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli; vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza. Giovanni 15, 13-5 : Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Giovanni 15,14 : Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Giovanni 15,15 :Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. Lazzaro era amico di Gesù perché faceva quello che il Signore gli diceva di fare. Essendo stato quindi amico di Gesù Lazzaro potrebbe, a buon diritto, diventare il patrono di tutti quelli che cercano amici veri perché, unico tra gli uomini, fu il primo ad avere un amico in sommo grado vero: Ego sum via, veritas et vita.

La nostra vita e la Parola

Signore, per noi è difficile avere amici veri e più andiamo avanti negli anni e meno amici abbiamo. Spesso ci capita pure di rimanere soli. Anche tu sei rimasto solo, ma c’è una bella differenza tra te e noi perché la nostra solitudine non è causata dal bene fatto agli altri, ma dalla nostra cattiveria. Converti il nostro cuore in modo che amando possiamo attirare amici veri nella sfera di amore che  tu ci hai conquistato, a duro prezzo, con il tuo sangue.

4 All`udire questo, Gesù disse: "Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato".

Nel mondo di Dio non avviene niente che non sia da lui conosciuto.  E Gesù Figlio di Dio ha il potere di conoscere tutto quello che avviene sotto il sole e nel cuore dell’uomo. Gesù non è venuto però a sconvolgere gli eventi della storia, nel senso di cambiarli dal loro naturale evolversi grazie all’azione dei suoi protagonisti, ma è venuto ad accendere  luci, significati in virtù dei quali gli uomini possono ristabilire un rapporto con Dio fondato sulla verità. L’affermazione della verità su Dio è quindi lo scopo della presenza del Figlio su questa terra. L’uomo ha diritto a questa verità e Dio opera la giustizia nei riguardi dell’uomo donandogliela tramite un uomo come lui, Gesù, che ha tutti i numeri per darla non facendola cadere dall’alto, ma proponendogliela di persona. La malattia di Lazzaro sarà una occasione importante per la glorificazione del Figlio da parte di Dio. Gli uomini avranno modo di capire in modo più pieno come tra Dio e suo Figlio vi sia una piena comunità di intenti e come davanti a loro morte e vita sono due ancelle al loro comando. 

La nostra vita e la Parola

Signore, noi viviamo e moriamo, ma sappiamo che sia nella vita che nella morte tu sei sempre vicino a noi pronto a farci conoscere le meraviglie della tua vita beata assieme al Padre e al Santo Spirito.

5 Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro.   

Volere il bene di qualcuno è l’inizio della salvezza di ciascun uomo. Per Gesù invece, fonte e maestro di amore , ciò era secondo la sua natura. Tuttavia dice l’evangelista che egli voleva ‘molto’ bene ai tre fratelli. Ora si potrebbe pensare che in Dio vi siano delle preferenze e che egli ami più alcuni e meno altri. Sarebbe tuttavia sbagliato pensare così e lo possiamo verificare partendo dalla nostra stessa esperienza. Sono infatti tante le persone che amiamo e da cui siamo amate ma solo con alcune si instaurano dei rapporti di predilezione particolari. Nel mistero del rapporto con l’altro avvengono cose inesprimibili e all’esterno se ne possono cogliere solo i segni esteriori. I tre fratelli hanno corrisposto all’amore di Gesù in una maniera così totale da aumentare il loro vicendevole volersi bene. Il dono di una vera amicizia  è da chiedere continuamente al Padre perché egli ci parla spesso attraverso i veri amici.

La nostra vita e la Parola

Signore, tu ci vuoi bene al massimo, ma sottometti l’intensità del tuo amore al nostro progressivo fare spazio dentro di noi per accoglierti. Da noi vuoi un sì sempre più convinto ed abbandonato al resto ci pensi tu in modo sempre sovrabbondante.

 6 Quand`ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava.

I discepoli sapevano che Gesù amava di un amore particolare i tre amici e quindi si saranno interrogati su questo strano atteggiamento di Gesù. Si saranno chiesti come mai il Maestro non dava mostra di preoccuparsi e come mai non si metteva in cammino verso Betania. Eppure c’era nelle parole delle due sorelle un appello molto accorato al loro amico Gesù perché intervenisse subito. Forse, come verrà detto nel versetto 8, i discepoli credevano che, nonostante la forte amicizia per Lazzaro, Gesù non potesse avviarsi verso Gerusalemme per paura di venire ucciso. Ecco perché durante quei due giorni essi non insistono nel ricordare al Maestro la sorte del suo amico. Sanno che in Giudea non possono andare quindi, quindi partecipano al dolore di Gesù interpretandolo come gravato per lui da quella impossibilità fisica di poter stare vicino ai suoi amici. 

La nostra vita e la Preghiera

Signore, la nostra vita si adagia spesso nella lettura più ovvia e disperante della realtà, ma la tua venuta ci porta a sperare che voltando l’angolo troviamo per nostra consolazione, la vita tua divina.

7 Poi, disse ai discepoli: "Andiamo di nuovo in Giudea!".

 Gesù sulla terra ha fatto quello che ha ritenuto giusto fare anche se le condizioni al contorno erano a lui sfavorevoli. Ben Laden non potrebbe oggi 8-1-02 andare a Kabul perché sicuramente lo prenderebbero e lui stesso si guarderebbe bene dal fare una simile mossa. Gesù invece, che non ha fatto niente di male, ma solo bene non ha il problema di sentirsi in fuga perché è venuto a combattere il male su questa terra. Le sue azioni sono solo suggerite dal suo piano di salvezza e dalla compassione che scaturisce dalla sua profonda umanità. Egli sapeva che i suoi discepoli avevano male interpretato il suo star fermo, ma non ha nessuna fretta di far loro cambiare parere. Spiegare prima le sue azioni sarebbe stato un di più non solo inestetico, ma fuorviante rispetto a come vivere quei due giorni. Con il suo: "Andiamo di nuovo in Giudea!” detto due giorni dopo, Gesù ha dato a quei giorni la loro dignità di giorni da vivere davvero e non da riempire in attesa di qualcos’altro.

La nostra vita e la Parola

Signore, ogni giorno che ci dai è grande, meraviglioso, piene di possibilità, di cose buone che si materializzano all’improvviso anche se il contorno fino ad un secondo prima era completamente grigio. Dacci sempre di più questa buona consapevolezza sul nostro presente in modo che lodandoti incessantemente noi possiamo cogliere i segni della tua continua presenza tra di noi.

8 I discepoli gli dissero: "Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?".

La meraviglia dei discepoli è genuina. Tutti al loro posto avremmo detto la stessa cosa. L’insegnamento che ci viene dal comportamento di Gesù è estremamente importante soprattutto nel mondo di oggi dove vorremmo avere tutto chiaro per  gettarci a pesce là dove ci sembra brillare l’oro che cerchiamo. Nel mondo spirituale invece non è così perché non si procede per ragionamenti del tipo: tutti gli uomini sono mortali, tizio è uomo, quindi è mortale, cioè con ragionamenti molto simili a quelli fatti dai discepoli. Questo perché la salvezza non ci viene per via di ragionamento, ma per quella della fiducia e dell’abbandono a Dio che ci ama. I discepoli, pur mossi da un amore per il Maestro, erano solo chiamati a fidarsi ed a seguirlo in Giudea.

La nostra vita e la Parola

Signore, facci somigliare almeno ai discepoli, che prima ti si oppongono, ma poi ti seguono. Che la logica del nostro cuore, spesso soltanto skin attaccato ai suoi interessi vitali, non ci convinca a lasciarti solo lungo le strade che ti portano ai fratelli.

9 Gesù rispose: "Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo;

La risposta di Gesù  diventa per noi esemplare e cioè un modello a cui affidarsi completamente durante il tempo della nostra vita in questo mondo. Il Maestro ci dice che se uno cammina nella luce, e cioè secondo la volontà di Dio, non deve aver paura di agire. ‘E come se fosse protetto da una tale forza di visione da svelare qualsiasi trabocchetto che porti alla morte. La luce e le tenebre si fronteggiano, ma sta all’uomo scegliere da che parte stare e dove indirizzare i suoi passi. Se l’azione da mettere in essere è iscritta nella luce allora nessuna forza delle tenebre potrà toccarla. Con questa risposta Gesù dice ai suoi discepoli che l’azione che sta per fare si inscrive nel mondo della luce e quindi l’intento che la promuove non potrà essere offuscato da alcun pensiero negativo e non solo. Avendo infatti distinto così precisamente le ore del giorno da quelle della notte vuole suggerirci che per riuscire non basta solo la buona volontà o la bontà stessa dell’azione che si vuol compiere, ma ci vuole anche l’astuzia per far si che le proprie azioni rimangano nel range della luce.

La nostra vita e al Parola

Signore, abbiamo bisogno di essere astuti e non sempre sconsiderati nelle nostre risposte. Abbiamo bisogno di prudenza per vivere meglio la realtà che tu ci sciorini davanti perché possiamo leggerla fino in fondo grazie alla luce che tu continuamente ci doni.

10 ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce".

Gesù invita ciascuno di noi a chiedersi se cammina nella luce o nelle tenebre. La via delle tenebre dovrebbe essere facile da individuare nel senso che è una via di dolore, un dolore non fisico ma morale. Quando il senso comune suggerisce la frase: “una vita d’inferno” vuol proprio riferirsi all’inciampare di cui parla Gesù. Camminare nella luce significa camminare nel bene, ma per essere sicuri del bene occorre che questo sia certificato come ora si fa con i prodotti alimentari. E chi è abilitato a certificare il nostro bene? Anzitutto quelli che ci benedicono in modo disinteressato come fece quella donna quando  benedisse Maria che aveva portato in seno Gesù e poi i contesti nei quali viviamo. Questi, se visitati durante la preghiera,  possono farci individuare quei segnali indicatori che ci fanno dire in buona coscienza d’aver poggiato i nostri piedi solo su terreno sicuro e pieno di luce. Bisogna però aggiungere che è importante anche il nostro clima interiore e cioè quel milieu nel quale vive la nostra coscienza. Essa non vive solo in uno stato che riproduce in modo uguale un momento dopo l’altro, ma anche di uno spirito, che può essere attraversato da quello Santo, per dare al proprio essere quella consapevolezza d’essere al mondo non per misurare i confini dei propri possedimenti, ma per godere del tempo come occasione vera e concreta di conoscere ed amare sempre di più il Creatore ed il benefattore del nostro genere umano, Gesù Cristo. Tutto ciò dovrebbe aiutarci, prendendone coscienza, a non avere paura del futuro, ma a gioire della nostra giornata dal mattino fino al momento della buona notte. 

La nostra vita e la Parola

Signore, grazie alla tua incarnazione ci hai fatto toccare con mano come deve essere una vita spesa nell’amore. Fa che possiamo approfittare di questa tua compassionevole facilitazione per abbracciare senza indugi la vita che tu ci proponi.

11 Così parlò e poi soggiunse loro: "Il nostro amico Lazzaro s`è addormentato; ma io vado a svegliarlo

Il Maestro non annuncia la morte di Lazzaro, ma solo che si è addormentato e che andrà a svegliarlo. Più avanti spiegherà ai discepoli che Lazzaro è morto. Qui notiamo la delicatezza di Gesù nel preparare i discepoli all’annunzio della morte dell’amico comune. Lazzaro si è addormentato. Non c’è pericolo per lui.  Con l’ uso appropriato  del linguaggio Gesù evita di generare sentimenti d’angoscia nei suoi discepoli. Vuole solo rassicurare che, grazie al suo potere di conoscere cose che gli altri non riescono a vedere, Lazzaro è solo addormentato e non si trova in una condizione di estremo pericolo. Per i discepoli sapere di stare con una persona, come Gesù, che all’occorrenza poteva aiutarli in caso di malattia doveva essere molto confortante.  La condizione umana somiglia a quella di Lazzaro perché spesso siamo come morti e cioè viviamo senza luce, ma nello stesso tempo, per misericordia di Dio,  siamo situati nel canale del tempo dove è possibile ricevere qualche provvidenziale scossone per  essere risvegliati, rientrare in noi  stessi e ritornare tra i fratelli che tanto avevano penato per noi.

La nostra vita e la Parola

Signore, noi siamo continuamente addormentati e qualche volta morti, ma dal momento che siamo tuoi amici, anche se ne combiniamo delle belle, ti preghiamo di ridarci la vita anche se viviamo nascosti nei bassi fondi di innominabili luoghi.

12  ". Gli dissero allora i discepoli: "Signore, se s`è addormentato, guarirà".

Riposare è sempre sinonimo di ripresa di energie ecco perché i discepoli sono indotti a pensare che se Lazzaro è riuscito a prender sonno vuol dire che ha intrapreso la via della guarigione. Ormai  non si meravigliano più del fatto che il Maestro affermi qualcosa di qualcuno che è distante e da cui non ha ricevuto notizie da due giorni. Essendo stati testimoni di tanti miracoli, non ultimo quello occorso al cieco nato, i discepoli hanno interiorizzato il Maestro come dotato di poteri straordinari. L’affermazione dei discepoli però va oltre e cioè tende a sfruttare i poteri di chiaroveggenza del Maestro per conoscere ciò che avverrà nel futuro. Gesù però, come vedremo,  interrompe la loro ineccepibile logica per rispondere in modo chiaro. Nell’argomentazione  dei discepoli però c’è anche  la volontà di resistere al Maestro che ha ormai deciso di ritornare in Giudea. Infatti il “s’è addormentato, guarirà” significa: “E’ inutile che ritorniamo in Giudea se Lazzaro è destinato a guarire’. Spesso capita anche a noi di formulare delle scuse all’apparenza rivestite di buone intenzioni, ma la verità è che non abbiamo nessuna voglia di seguire il Maestro per le sue impervie vie.

La nostra vita e la Parola

Signore, aiutaci a vedere nei fatti della vita un tuo richiamo fermo perché possiamo seguirti ed essere risuscitati dallo stato di morte nel quale ci troviamo.

 13 Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno.

Tra noi e il mondo spirituale c’è sempre un qui pro quo. A noi fa sempre comodo capire qualcosa per qualcos’altro. Qui però i discepoli non potevano saper che il Signore con quell’ “addormentato” si riferiva alla morte. La delicatezza del Maestro nel non turbare subito con un’immagine di morte i suoi discepoli ci deve essere di esempio tutte le volte che comunichiamo qualcosa di sgradevole agli altri. Se ci pensiamo bene, anche se dobbiamo comunicare cose dolorose,  noi possiamo sempre trovare le parole giuste per non far sentire solo ed abbandonato chi si trova in difficoltà.

La nostra vita e la Parola

Signore, spesso quando ci troviamo in situazioni difficili, in cui non sappiamo che pesci prendere, è perché il nostro cuore ormai da tempo non è attento ai bisogni dei fratelli, dacci allora tante occasioni in cui possiamo reimparare quella delicata sensibilità di cui oggi ha tanto bisogno il nostro mondo.

14 Allora Gesù disse loro apertamente: "Lazzaro è morto 

Quando Gesù comunica usa, a seconda dei casi, almeno due livelli e cioè il parlare apertamente e quello per parabole. Più ci si avvicina ai veri maestri più il rapporto con loro diventa complesso. In realtà noi vorremmo che ci dicessero delle parole chiare e risolutive ma i maestri sanno che non le sopporteremmo. Usano quindi, per delicatezza verso di noi, stratagemmi vari, ma il fine è quello di accompagnarci dolcemente verso una maggiore apertura. Alcune volte usano anche i toni duri, ma sempre in relazione al nostro bene. Gesù, che è il Maestro per eccellenza, può essere dichiarato il perfetto comunicatore perché oltre al sapiente uso degli stili ed al perfetto  dosaggio dei contenuti carica di una tensione d’amore tutto ciò che dice.  L’affermazione così cruda dell’avvenuta morte di Lazzaro mette gli uomini di tutti i tempi e lo stesso Gesù di fronte al dato incontrovertibile della colpa originaria di cui la morte è una conseguenza. Gesù, anche lui fatto di carne, vede applicate al suo amico le tremende parole del Padre dette ad Adamo: (Gn 3:19) Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!». Da una parte quindi Lazzaro morto e dall’altra Gesù: via, verità e vita. Inizia qui quella grande battaglia tra la morte e la vita che vide vincitore il nostro Salvatore: «Mors et vita duello conflixere mirando: dux vitae mortuus, regnat vivus».

La nostra vita e la Parola

Signore, il nostro modo di parlare  risente più del nostro carattere che dell’attenzione da tenere verso il fratello. Aiutaci a saper coniugare l’esigenza della verità con quella della carità.

15 e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!".

Ci si aspetterebbe che Gesù sapesse  tutto in precedenza, ma da queste sue parole bisogna riconsiderare questa idea che poggia più sulla nostra voglia inconscia di attribuire il possesso di ogni potere al nostro eroe che sulla realtà. Quando infatti il Maestro dice di essere contento di non essere andato da Lazzaro, ad una lettura critica, quella contentezza ci appare genuina, mentre sembrerebbe un po’ forzata se avesse saputo della morte di Lazzaro da un bel di tempo. Inoltre dice di essere contento di aver preso la decisione di non andare, quindi avrebbe potuto benissimo prendere un’altra decisione. La verità è che il Padre svela al Figlio il suo volere ogni volta che c’è da prendere una decisione e quindi il suo rimanere in Galilea  era una vera decisione presa in risposta d’amore al Padre. Prima Gesù aveva detto che grazie alla malattia di Lazzaro sarebbe venuta gloria a Dio e a suo Figlio, ma questo non significa che egli conoscesse già che avrebbe risorto il suo amico, ma solo che da quella malattia ne sarebbe venuta gloria al Padre e al Figlio. Gesù quindi non vive la sua realtà come se dovesse rispettare un copione già scritto e conosciuto grazie alla sua chiaroveggenza, ma è come noi sottoposto alle vicissitudini della vita e nello stesso tempo unito totalmente alla volontà del Padre che essendo tutto amore gli chiederà solo azioni impregnate di amore.

La nostra vita e la Parola

Signore, se tu non ti fossi incarnato conosceremmo solo la teoria dell’affidamento, ma non la pratica. Tu che ce l’hai insegnata con la tua vita fa che invece di perdere tempo, rincorrendo le nostre idee, lo guadagniamo col fare ogni momento la volontà del Padre celeste. 

16 Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: "Andiamo anche noi a morire con lui!".

Per i discepoli quei tre anni passati con il Maestro non furono solo costellati da miracoli e da una dolce intimità con Lui, ma da continue e dure decisioni da prendere. La vita di Gesù e dei discepoli è sempre esposta al pericolo di morte. Gesù, impegnandosi con noi su questa terra, non è venuto a fare una passeggiata per tornarsene poi su e raccontare al Padre com’erano fatti questi uomini ribelli. Egli è entrato completamente nel nostro quadro di vita che è una rete intricata di bene, ma soprattutto di male, di odio, di gelosie ed invidie, di superbia. E per affrontare la sua missione non si attornia di baciapile, ma di uomini che hanno lo stesso coraggio che anima chi commette il male. Forse le parole di Tommaso possono gettare luce su quell’affermazione che Gesù fa in Matteo  (11,12) : “ Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono.”. Dalle parole di Tommaso però capiamo anche qual’era il tipo di discepolo che seguiva Gesù e cioè una persona disposta a morire per un uomo nel pieno delle sue forze e dei suoi poteri, ma incapace di fare altrettanto quando il loro eroe, Gesù , diventa un povero condannato a morte e all’apparenza abbandonato da Dio.

La nostra vita e la Parola

Signore, dacci tanto coraggio e tanto Spirito Santo da saper amare l’altro oltre il suo fascino personale e la sua forza, ma solo perché è figlio di Dio e, come noi, redento dal tuo sangue.

17 Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro

Che Lazzaro fosse proprio morto ce lo dimostrano in modo inconfutabile i 4 giorni della sepoltura.  Gesù però non conosceva il giorno preciso della morte dal momento che dal Padre aveva solo saputo che Lazzaro era morto. Ecco perché l’evangelista dice che ‘trovò’ Lazzaro morto da quattro giorni. Questa situazione così irrimediabile ci spinge a pensare per analogia che Dio ha mandato il suo figliolo Gesù quando ormai per l’uomo non vi era più scampo. Egli era morto come Lazzaro. La morte è frutto del peccato e quindi possiamo accostare l’intervento di Gesù che ridona la vita fisica a quello in cui riconcilia l’uomo con Dio ridandogli  la sanità spirituale. Gesù non è  venuto a darci un aiuto marginale in una situazione umana in cui bene o male ce l’avremmo fatta da soli, ma in una in cui ormai  per noi non v’era più speranza come non vi era più speranza per Lazzaro ormai morto. Venne: immaginiamoci che Gesù è sempre in cammino verso di noi. Egli punta su di noi e cioè vuole proprio incontrarci. Siamo noi che mettiamo in atto tutte le mosse di esitamento possibili, ma egli, grazie al tempo che ci viene donato dal Padre, trova tutti i modi per avvicinarsi alla nostra persona, ai nostri desideri, al nostro modo di vedere la vita. Il suo accostarsi non è un rincorrerci ossessivo, sempre uguale, ma sempre alla portata delle nostre più alte e profonde aspirazioni. Certo se viviamo in superficie ci viene difficile accorgerci di tutto questo movimento, ma se ci fermiamo per un momento e ci pensiamo è possibile che i nostri occhi si aprano. Quelli di Lazzaro ormai erano chiusi e secondo l’andamento naturale non avrebbero potuto aprirsi. Alla preghiera del Figlio però  il Padre non può sottrarsi perché loro amano con un unico cuore. E così quando noi siamo irrimediabilmente nella fossa dei leoni e veniamo dilaniati c’è sempre la possibilità che egli si avvicini con la volontà di cogliere nel nostro sguardo un accenno di richiesta di aiuto. E se lo vogliamo egli per  grazia veniamo ci risuscita ridonadoci a noi stessi ed ai fratelli.

La nostra vita e la Parola

Signore, noi siamo morti e resuscitati grazie al tuo intervento. Aiutaci ad avere sempre la consapevolezza che tu sei in continuo movimento verso di noi e che incontrarti dipende solo da noi e non dalla tua volontà.

18 Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia

Quest’informazione sulla distanza di Betania da Gerusalemme, oltre che fornire un elemento in più sulla storicità del vangelo, ci fa capire meglio la reazione di Tommaso quando invita gli altri discepoli ad andare a morire con il Maestro. Essendo infatti Gerusalemme a due passi da Betania si sarebbero subito fatti vivi quelli che volevano la morte di Gesù. I discepoli avvicinandosi a Gerusalemme erano sempre più coscienti che il Maestro dava un peso grandissimo all’amicizia e che il suo amore non si fermava davanti a niente neppure di fronte alla concreta possibilità di rimanere ucciso. Inoltre percepivano che per ciascuno di loro il Maestro si sarebbe mosso allo stesso modo.

La nostra vita e la Parola

Signore, tu sei disceso dai cieli per dirci quanto ci ami e nessuno ha potuto fermarti. Questo ci consola e ci spinge ad essere, come te, sprezzanti del pericolo nel portare il tuo amore ai fratelli.

 

19 e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello.

Con questo versetto entriamo direttamente nella scena che fra poco vedrà come protagonista Gesù. Apprendiamo inoltre dallo svolgersi concreto degli eventi che  i conoscenti si spostano da Gerusalemme per portare il loro cordoglio alle sorelle perchè Lazzaro è irrevocabilmente morto. Chissà quale delusione e nello stesso tempo combattimento interiore avranno vissuto i discepoli di fronte alla constatazione della morte dell’amico Lazzaro dal momento che si ricordavano bene della promessa del Signore che l’avrebbe svegliato. Da una parte infatti si trovavano di fronte ad un morto, dall’altra alla fiducia verso il  Maestro che fino a quel momento non li aveva mai delusi. Gesù così li aiuta a costruirsi una profondità finora ad essi sconosciuta introducendoli in un mondo dove occorre saper leggere gli eventi oltre le apparenze.

La nostra vita e la Parola

Signore, anche nel nostro quotidiano abbiamo un’estrema difficoltà ad andare oltre le apparenze che tanto spesso ci ingannano. Aiutaci ad essere sempre così uniti  a Te da non perdere mai la fiducia nel tuo amore che vuole salvarci tutti ad uno ad uno.

20 Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa

Di fronte alla morte si hanno atteggiamenti opposti: c’è chi si abbandona al dolore chiudendosi e c’è chi invece ha bisogno di condividere con gli altri il difficilissimo momento che sta vivendo. Maria sembra consegnata, in questo suo rimanere a casa, ad un dolore inconsolabile. La morte del fratello è la sua morte e non vi è via d’uscita al dolore. Solo il tempo potrà aiutarla a riprendere la vita di ogni giorno. Per Marta invece  muoversi significa dare sfogo ai suoi sentimenti e nello stesso tempo accettare di farsi consolare da Gesù. Sono temperamenti diversi, ma mentre quello di Marta ci appare in uno scenario umano in cui possiamo identificarci più facilmente perché il dolore viene condiviso e quindi ci fa meno paura, invece quello di Maria ci evoca il volto inconsolabile di persone, che a motivo della morte di un proprio caro, rimangono in solitudine ed irrimediabilmente ferite per tutta la vita.

La nostra vita e la Parola

Signore, quando siamo affranti dal dolore ed inconsolabili, apri il nostro cuore alla speranza grazie  al fatto che nei momenti lucidi della nostra vita abbiamo dichiarato che  vogliamo fare affidamento solo su di te. E quindi se non ci verrà subito in mente di chiederti aiuto ricordati di farci sentire la tua presenza in modo che la nostra sofferenza sappia meno  di amaro se sappiamo che tu la condividi con noi. 

21 Marta disse a Gesù: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!

Marta sembra dolersi con Gesù per avere così tanto tardato a farsi vivo nonostante gli avesse fatto conoscere per tempo le condizioni critiche del fratello. Essa è convinta che se Gesù fosse stato presente Lazzaro non sarebbe morto. Cosa avrà pensato Marta durante quei due giorni in cui il Maestro era, se così si può dire, latitante? Fino all’ultimo avrà avuto il cuore diviso tra la cura del fratello e l’attesa di Gesù, unica speranza di salvezza. Assieme alla sorella si sarà forse sentita abbandonata, ma incapace nello stesso tempo di disgiungere la fedele amicizia di Gesù da quanto le stava accadendo. Lo sfogo di Marta è comprensibile perché fondato sulla certezza che dove Gesù è presente non vi può essere morte. Il suo grido non è solo quello di chi perde una persona cara, ma anche di chi sa che le cose avrebbero potuto andare diversamente. Marta non può sapere che tutto ciò avveniva per la gloria di Dio e che durante quei giorni lei e la sorella erano stati sotto una speciale protezione del Padre e del Figlio.

La nostra vita e la Parola

Signore, a noi viene normale chiederti dove sei quando non ti sentiamo, ma non ci viene normale capire che il motivo della tua assenza sono le nostre chiusure e i nostri peccati. Non sei tu che te ne vai, ma noi che ti chiudiamo la porta in faccia per fare le nostre cose lontani dai tuoi occhi. Però è anche vero che questa tua assenza ci pesa tanto dal momento che molte volte non basta aprire la porta per vederti. Signore, illumina il nostro volto con la tua luce e passa sopra ai nostri peccati!

22 Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà".

Questa seconda parte delle parole di Marta sono sorprendenti in quanto non sembrano  essere la continuazione delle prime. Sembra che mentre lei parlava deve essere successo qualcosa che ha fatto cambiare i pensieri e quindi le parole. In quel momento Marta stava davanti a Gesù e sicuramente il volto del Maestro le avrà dato un ritorno che l’ha fatta sperare. Sarebbe stato più logico che ella continuasse le sue lamentazioni, ma invece se ne dimentica subito ed entra completamente nella sfera  di presenza del Maestro. Percepisce che Gesù è l’incarnazione vivente dell’unione con Dio e che chiedere qualcosa a lui è come chiederlo a Dio stesso. Questa di Marta è per noi una testimonianza diretta di che visione si poteva avere di lui quando gli occhi non erano ottenebrati dal peccato. Davanti agli occhi addolorati e puri di Marta Gesù non si nasconde ma si rivela in tutta la sua forza di unione e di intercessione presso Dio.

La nostra vita e la Parola

Signore, per noi non è così facile dimenticare i nostri guai e dislocarci davanti a te per chiederti aiuto. Rimaniamo bloccati per ore e giorni ed anni nel nostro dolore senza scioglierci credendo che non potremo mai essere consolati. Santa Marta, aiutaci a cambiare mente ed a guadagnare la presenza del Maestro accettando il suo aiuto.

23 Gesù le disse: "Tuo fratello risusciterà"

Per capire meglio le parole di Gesù immaginiamo di trovarci noi al posto di Gesù e di avere i suoi poteri. E’ molto probabile che noi avremmo detto a Marta qualcosa di simile: “Non dire niente, portami da Lazzaro!”, oppure :” Sono venuto per risuscitare tuo fratello.”. Gesù invece vuole stabilire un contatto con Marta non solo in relazione al fratello, ma a ciò che lei dice di credere. ‘E per questo che in prima istanza le sue parole suonano solo consolatorie dal momento che non rispondono immediatamente alla richiesta di   aiuto di Marta. Gesù porta il cibo vicino alla nostra bocca volendo che siamo noi ad aprirla per mangiare ciò che ci dona. Non può e non vuole masticare al nostro posto e quindi non vuole una fede a pappagallo o che noi diamo il nostro assenso senza aver capito di ciò che si tratta. Ecco perché sembra che egli ritardi a darci quello che vogliamo. Qui è importante sì la resurrezione, ma è altresì importante capire ed amare chi questa resurrezione può dare e cioè Gesù. Il suo dare non è relazionato quindi a ciò che sta offrendo anche se ce lo offre, ma soprattutto a ciò che avviene nella relazione. Se questa si sblocca, se il cuore si apre in modo corretto ed umile al Signore ed al suo modo di porgere la verità ecco che il miracolo può avvenire e ne guadagna non solo chi riceverà di nuovo la vita fisica, ma chi si è rivolto al Signore per ottenerla.

La nostra vita e la Parola

Signore, siamo talmente abituati ad avere così poco di quanto desideriamo che quando tu sei disposto a darci quello che chiediamo abbiamo una grande difficoltà a crederci veramente. Eppure se non crediamo ai miracoli non li potremo mai vedere. Aiutaci!

24 Gli rispose Marta: "So che risusciterà nell`ultimo giorno".

Anche Marta sta al gioco di Gesù e non reitera la sua richiesta come fanno i bambini quando vogliono qualcosa dalla mamma. Anzi nella sua risposta sembra che ci sia ormai un’accettazione della morte del fratello e l’uso del futuro ci conferma come per lei Lazzaro sia ormai proiettato completamente fuori da questo mondo. Quante volte nella vita di noi tutti ci si rassegna a ciò che appare nell’evidenza dei fatti. I grossi numeri sono davanti a tutti e se il mondo gira in un certo modo perché dovrebbe girare per noi diversamente? Il povero sarà sempre più povero ed è una disgrazia inimmaginabile per un occidentale solo pensare che avrebbe potuto nascere in un paese del terzo mondo. Eppure nel mondo di Dio, e cioè in quello vero, le cose stanno diversamente non in quanto alle statistiche, ma a dispetto di qualsiasi statistica. Per la statistica un uomo disperso nel deserto è un uomo morto, per Dio, che ascolta l’invocazione sincera di un suo figlio, rimarrà in vita se questo è il suo volere. Per Dio non vi sono costrizioni esterne che possano impedire il suo intervento. Egli però non è un folle che bistratta le leggi di natura insite nell’ordine dell’universo, ma un restauratore di quell’ordine primigenio che aveva inserito nella sua creazione. I suoi interventi non tendono ad abbacinare l’uomo con miracoli ad effetto quanto ad aiutarlo ad entrare nella prospettiva in cui lui stesso guarda il mondo. In Dio vi è solo vita e vita eterna che vuole per suoi figli. Questa vita gliela vuole dare non solo alla fine, ma subito. Gesù vuole che Marta scopra d’avere di fronte a sé quella vita eterna che il Padre vuole donare a tutti. 

La nostra vita e la Parola

Signore, nel nostro cuore e nella nostra mente non v’è spazio per la morte, ma essa ci chiama da ogni parte e cerca di convincerci che sua sarà l’ultima parola. Solo frequentandoti essa si allontana al crescere della gioia di starti vicino.

25 Gesù le disse: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà;

Gesù la rassicura dicendole che siccome il fratello credeva in lui, resurrezione e vita, anche se morto avrà la vita. Tuttavia ciò che maggiormente colpisce in questa rivelazione è il contenuto stesso di ciò che Gesù afferma e cioè il suo sussurrare a Marta di essere la risurrezione e la vita. Le parole di Gesù assumono un valore particolare proprio perché dette in un contesto saturo di dolore dove la morte occupa la scena a tutto campo. Ed allora quelle parole non sono più rivolte solo per consolare Marta, ma sono rivolte a lei e a tutti gli uomini come annuncio della  buona novella  della salvezza che si dona proprio quando l’uomo ne percepisce vitalmente il bisogno. Le nostre cadute verticali nello scoramento trovano in Gesù colui che sostiene il nostro cuore mantenendolo nella pienezza della vita. Egli comunque permette la caduta, nel senso che rispetta la nostra libertà, e si fa trovare quando i nostri occhi, ormai oscurati dal mancato possesso del bene desiderato, cercano disperatamente un aiuto. E’ proprio nel momento in cui gli occhi si distolgono dal bene illusorio e ritornano in sé ed alla propria reale situazione ecco che si fa avanti Gesù pronto a darci il suo dono più prezioso e cioè la vita, ma non quella fasulla di prima, ma una vera a misura di divinità, di pace, di sana gioia. Egli ci fa risorgere anche per ridonarci agli altri perché possano vedere come sia sempre in azione e presente la sua cura, la sua premura, il suo miele che lenisce le nostre ferite. Poi Gesù dice la parola più importante per noi che siamo malati di morte. Egli dice che la morte per coloro che credono in lui è solo un episodio della vita di un essere umano. E’ una tragedia per coloro che restano, ma solo un passaggio per l’uomo che muore. Per questi è come un  chiudersi di palpebre per riaprirle immediatamente nella vita eterna donata dal Figlio. E fra poco vedremo che queste di Gesù non sono solo parole perché le sue parole hanno realmente potere di vita e di morte.

La nostra vita e la Parola

Signore, se tu non ci donassi ogni giorno te stesso come potremmo avere il coraggio di vivere se la maggior parte di quello che ci circonda ci prospetta scene di morte? Solo la tua vita ci permette di risorgere ogni momento.

26 chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?".

Gesù non dice che chi crede in lui non soffrirà, ma che non morrà in eterno. La sofferenza quindi ha un ruolo nel piano divino ed essa ci rivelerà il suo segreto ogni volta che sarà presente nella nostra vita. Essa però non prenderà solo il corpo, ma potrà fare delle incursioni anche a livello della psiche. Il deperimento del corpo infatti può  toccare il tono dell’umore non tanto perché non si ha più il bel corpo di prima, ma perché rompendosi a poco a poco l’armonia delle parti, e non essendo queste più in sintonia tra di loro, si rimane esposti ad influenze che possono coinvolgere il livello più sottile dei meccanismi psichici. Sapere però, e sperimentare, che le sofferenze legate alla psiche e al corpo passeranno, grazie alla nostra unione con il Cristo, ci dà quella sicurezza che ci fa sentire  ancora inseriti nel gioco della vita. In questo scambio di parole con Marta Lazzaro fa da sfondo perché a Gesù importa la vita di chi gli sta di fronte ed è per questo che  trasforma quell’incontro in una opportunità preziosa e cioè nel suo donarsi a lei nella sua vera natura e nel chiederle in modo diretto  se crede in quello che le ha rivelato. In questo nostro mondo tentacolare dove abbondano le ideologie che portano alla depressione, non ultima il credere che la vita dell’uomo ha come conclusione la morte intesa come nulla, il Maestro diventa per noi la fonte di una speranza e di una nuova pratica di vita disposta, in suo nome e con il suo spirito, a far parlare anche i sassi.

La nostra vita e la Parola

Signore, la nostra vita, lunga o breve che sia, è sempre per te l’occasione buona per per allenare il nostro cuore a qual cosa di più  fino al momento in cui ci fai direttamente la tua domanda: “Credi tu questo?". Aiutaci a vedere e a saper accogliere la tua salvezza.

 

 27 Gli rispose: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo".

Le donne superano sempre di gran lunga gli uomini quando c’è da riconoscere la vita vera. Si potrebbe dire che tutta l’azione di Gesù è rivolta a convincere i duri cuori degli uomini cominciando dai suoi discepoli. Le donne hanno il sesto senso della passione e della generosità e sanno andare dirette al cuore delle cose. Marta però non si fa prendere solo dall’emozione del momento perché nel suo cuore ha valutato la figura di Gesù confrontandola con le attese del suo popolo. E’ una credente che aspetta, come tutti in Israele, ma il suo intuito, la sua santità di donna timorata di Dio, il suo saper accogliere ciò che Dio le dona la fa prorompere in questa confessione come difficilmente ne troviamo nel vangelo. La sua fede è genuina, in questo momento non vuole niente dal suo Signore, ma solo dirgli che ha fiducia in Lui e che lo ha atteso da tutta una vita. Suo fratello Lazzaro è stato solo l’occasione per arrivare a questa professione di fede e difatti Marta in quell’hic et nunc è presa solo dal suo rapporto con Gesù. Il suo dolore sembra essersi eclissato perché la sua atmosfera interiore è protesa solo verso la resurrezione e la vita presenti di fronte a lei.

La nostra vita e la Parola

Signore, la resurrezione e la vita tu ce li proponi ad ogni piè sospinto e dipende solo da noi accettarli o no. Tu poi rispettando i nostri tempi ti riveli personalmente a noi nel tempo opportuno. Signore mantienici agili di cuore in modo che non crediamo che tutto ciò dipenda dalle nostre arti conoscitive, ma solo  dalle risposte che diamo alla tua chiamata.

28 Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: "Il Maestro è qui e ti chiama".

Marta va dalla sorella a dirle che il Maestro è arrivato e l’aspetta. Non dice altro. In questo silenzio bisogna leggere un tumulto di emozioni che in Marta vogliono rimanere sigillate per non creare una situazione che sarebbe stata incomprensibile per Maria. Marta aveva toccato il fuoco dell’amore divino e ne era rimasta rigenerata. Colui che era suo amico e Maestro le aveva ridato la vita e la resurrezione interiore. Ora il suo compito delicato era quello di farne partecipe la sorella ma in modo che a lei arrivasse solo l’onda dolce di quell’incontro. Poche parole bastano a trasmettere la rassicurante presenza del Signore che le vuole parlare a tu per tu.

 

La nostra vita e la Parola

Signore, tu ci vuoi sempre al di là, anche al di là dei nostri più legittimi dolori per  chiamarci a parte e darci la tua resurrezione e la tua vita.

29 Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui.

Maria non si era mossa prima forse per permettere che l’incontro di Gesù con la sorella rimanesse qualcosa di privato oppure perché, dotata di una sensibilità più introversa, non se la sentiva di uscire fuori casa neppure per andare a salutare il Maestro. Ora però udito che Gesù voleva proprio parlare con lei si affretta ad andare da lui. Ogni tanto anche a noi capita di avere la sensazione che il Signore ci chiama ed allora la nostra vita accelera il suo ritmo e ci facciamo più intensi e nel tragitto che ci porta idealmente più vicini al Signore ( può essere riceverlo nell’Eucarestia, un povero da incontrare, un esame da fare, un impegno da portare avanti, una chiamata particolare verso il deserto) si verifica una trasformazione, un ricapitolare la nostra vita come se fosse per noi l’ultima e la sola occasione della nostra vita. Ci passano tante cose per la mente assieme anche alla paura di non essere all’altezza, di dover superare un esame, ma se invece fossimo veramente presenti a lui più che essere ripiegati sul nostro povero mondo dovremmo alzare lo sguardo, alzare il petto in fuori per tirare fuori tutto il nostro amore. Amore, imperfetto sì e pieno di macchie, ma tutto rivolto alla gioia dell’incontro. Nel corso della giornata dovremmo più spesso andare da lui con questo spirito ed allora gli accerchiamenti grevi, e qualche volte minacciosi, del quotidiano indietreggerebbero perché la luce del Maestro rischiarerebbe ogni passo della nostra vita.

La nostra vita e la Parola

Signore, nelle occasioni tristi tu ci mandi a chiamare attraverso i tuoi molteplici messaggeri. Attraverso di loro noi apprendiamo che tu ci chiami e, se il nostro cuore è pronto a rispondere, ecco che vola verso di te. Aiutaci sempre di più a non ritardare questo incontro che per noi sarà sempre pieno di consolazione e di vita.

 

30 Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro.

Il Maestro non si muove. Rimane ad aspettare Maria. La confusione non fa per lui. Per questo quando vuole raggiungere l’uomo lo trae sempre a parte in modo che non sia distratto da niente. E mentre Gesù attende e sta con il cuore in attesa di Maria, Maria vola con il cuore verso Gesù. Questa meravigliosa immagine può aiutarci a configurare ogni giorno il nostro incontro con il Maestro. Tuttavia ciò che a prima vista potrebbe sembrare facile e cioè il voler incontrare il Maestro molte volte risulta difficilissimo. E la ragione è semplice perché chi può incontrare profondamente un’altra persona se non ha abitudine con lei? Per parlare più chiaramente quante volte facciamo la comunione con l’intento di stare con il Signore e poi quando arriva semplicemente lo cancelliamo pensando ad altro? Dal punto di vista umano cosa diremmo noi di una persona che dice d’amarci tanto, che desidera stare con noi e poi quando arriva non ci guarda neppure e se ne va in giro per la casa curiosando di qua e di là? Ecco noi siamo fatti così, vorremmo stargli vicino e poi quando ce l’abbiamo dentro di noi semplicemente ce ne dimentichiamo. Ecco perché il Signore qualche volta se ne sta fermo e ci aspetta, semplicemente perché vuole che cresca dentro di noi il desiderio e la capacità di saper condurre l’incontro con lui in modo degno. Noi poi ci lamentiamo perché il Signore si nasconde, ma in verità siamo noi che ci infrattiamo lontano dalla sua presenza.

La nostra vita e la Parola

Signore, se non voliamo verso di te con il nostro cuore è perché esso è attaccato ad altre cose e ad altri amori. Tu ci lasci girovagare, ma ci aspetti in disparte spandendo la tua luce ed il tuo calore perché noi possiamo, in qualsiasi punto dello spazio e del tempo, trovarti sempre.

31 Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: "Va al sepolcro per piangere là".

Bisogna sempre chiedersi il significato di alcuni particolari che sembrerebbero insignificanti o comunque di poco peso nella narrazione. Infatti se sono stati inseriti nel vangelo hanno sicuramente una reale importanza visto che la parola di Dio non riferisce curiosità o cose del tutto ininfluenti. Saranno infatti questi Giudei che riferiranno a Gerusalemme della resurrezione di Lazzaro. Questa notizia porterà alcuni a maturare l’idea di uccidere Lazzaro per togliere dagli occhi del popolo la prova che Gesù era veramente il liberatore che Israele aspettava. La scena a cui assistiamo è di grande naturalezza e veridicità e rivela la meraviglia dei presenti nel vedere come l’afflitta ed inconsolabile  Maria  abbia improvvisamente cambiato atteggiamento passando da uno stato di abulia (prima non si era mossa per andare da Gesù)  ad uno in cui addirittura il corpo, attraversato dal desiderio, si esprimeva nella fretta. Sentirsi chiamati ed amati è sempre una esperienza grande. Maria sente che il suo Gesù la vuole vicino e mentre prima non si era mossa comportandosi come tutti quelli che sono in lutto, ora venendo a sapere che il Signore la vuole riceve, prima del fratello Lazzaro, la gioia della resurrezione. Certo la sua è una resurrezione interiore, ma forse di una qualità superiore a quella di Lazzaro. Lazzaro infatti viene risorto ma non ha potuto seguire gli sviluppi di ciò che gli stava per accadere, Maria invece è testimone del suo cambiamento. La parola di Gesù che le arriva tramite Marta: "Il Maestro è qui e ti chiama", ha il potere di rimetterla in moto, di sottrarla a quel tipo di dolore che è abbattimento e inconscia voglia di farsi del male perché cerca di riprodurre nel proprio corpo qualcosa della morte di chi non c’è più. Gesù l’attrae con la sua forza liberante e lei sembra scrollarsi d’addosso in sol colpo tutto il suo lutto e vola da lui.

La nostra vita e la Parola

Signore, spesso il nostro stato è abulico e per pigrizia, confusione o semplicemente perché pensiamo solo a noi stessi, non vogliamo spartire niente con te, ma basta che tu ci sentiamo chiamati ed allora voliamo come saette. Per la tua grande misericordia, Signore dacci sempre più spesso la coscienza d’essere  chiamati da te.

32 Maria, dunque, quando giunse dov`era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!".

Com’è umano questo lamento di Maria e come nello stesso tempo fondato sull’immagine del Maestro capace di guarire gli storpi e mettere a tacere i venti. Gesù avrebbe potuto sicuramente guarire Lazzaro se solo lo avesse potuto vedere. Nelle parole di Maria c’è però anche un rimbrotto che sfugge ad una prima lettura e cioè la donna vuole dire al Maestro che era arrivato tardi nonostante loro si fossero premurate di avvertirlo in tempo. E’ un rimbrotto però pieno di amore, di abbandono e di fiducia. Quel gettarsi ai piedi del Maestro è la consegna totale del proprio dolore a chi lo saprà prendere e sollevare. Maria quindi non abbraccia Gesù ma pur nel dolore conserva intatta la percezione della realtà. Non sta davanti ad un uomo qualsiasi e le viene naturale chinarsi ed esprimere il suo dolore. Il focus delle parole di Maria non è la ripetizione della notizia da dare a tutti e da ripetere a se stessa: “Lazzaro, il mio caro fratello, è, morto”, ma lo spostamento dell’attenzione dal fratello morto alla persona di Gesù. Il fratello rimane sempre morto, ma ora c’è Gesù e di fronte alla sua presenza anche il dolore, anche la morte possono rimanere nell’ombra. Il Signore è il perno di fuoco attorno a cui gira la farfalla Maria. E’ vero se ne sta ai suoi piedi, ma è come se si muovesse, avvicinandosi ed allontanandosi, mossa da correnti opposte: una la spinge inconsciamente a desiderare l’impossibile, un’altra la riporta alla triste realtà ed un’altra ancora la spinge a cercare una consolazione che solo il Maestro le può dare. China ai suoi piedi Maria rimane in attesa delle parole del suo amico e maestro Gesù.

La nostra vita e la Parola

Signore, anche noi, come Maria, vorremmo gettarci con slancio ai tuoi piedi quando il nostro cuore ha dei mancamenti o patisce per le offese della vita. Gettare il  peso del nostro dolore ai tuoi piedi per noi significa liberarci dal vortice della depressione. Con la tua mano che ci solleva sapremo assumerci le nostre responsabilità e riavviarci sicuri verso il futuro.

33 Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse:

E’ naturale che gli uomini abbiano ritegno a piangere perché il pianto è considerato una debolezza da lasciare soprattutto alle donne. Qui però a piangere non è solo Maria, ma anche i Giudei che si trovano con lei. Cerchiamo allora  di entrare nel vissuto di questo pianto e cerchiamo di scorgervi un senso che ce ne faccia apprezzare tutta la sua umanità. Una perdita di un congiunto cancella l’universo delle relazioni che fino ad un momento prima della morte si vivevano in un determinato contesto sia familiare che sociale. Si tratta di una rottura assoluta e senza ritorno. Le lacrime di Maria sgorgano dalla presa di coscienza di questa rottura. In questi momenti non c’è niente fa fare, niente da rincorrere. E’ il mondo che crolla addosso. Si cerca allora di rendere presente, tramite il ricordo, il volto della persona amata sapendo nello stesso tempo che non potrà essere rinverdito dalla sua viva presenza. Questo stato di prostrazione, che è effetto della propria incapacità a far qualcosa che possa far ritornare l’amato, unito al diffuso senso di morte che aleggia attorno e che vuole entrare nel profondo del cuore di quelli che sono rimasti, produce nelle persone diversi effetti non ultimo il pianto che scorga come acqua da roccia incrinata dopo un terremoto. Il pianto di Maria, come quello di ogni uomo su questa terra, permette il tramonto della propria apparenza dura e rocciosa per far affiorare senza reticenze i propri sentimenti allo stato è puro. E’ come un arrendersi davanti ad un qualcosa (la morte) che non avrebbe dovuto essere ma che, nonostante ogni opposizione, proclama a tutti la sua presenza. E’ il pianto scorato del bambino che non ha ancora appreso il ricatto della rabbia e che traduce con il pianto il suo essere creatura piccola ed insufficiente. Gesù con la sua stupenda sensibilità la vede piangere, vede quanto amore c’era per il fratello Lazzaro e a sua volta si commuove profondamente. Vive sul suo corpo  lo stesso senso di perdita provato da Maria e dai Giudei e partecipa, lui vero uomo e vero Dio, a ciò che gli uomini provano davanti alla morte di una persona cara. Il turbamento di Gesù deve metterci in guardia sia di fronte a noi stessi quando vogliamo fare i duri di fronte alle tragedie umane che nei confronti del prossimo quando camuffano la loro durezza di cuore con il fedele attaccamento agli ideali. Nel pianto di Gesù però c’è tanto ancora da apprendere: “la vide piangere” ed in questo pianto vediamo per la prima volta la divinità del Cristo che si serve della sua umana natura per renderci palese quel pianto che non aveva potuto farci vedere  nel Paradiso terrestre per la disobbedienza dei progenitori e per la morte fisica del primo uomo dopo la caduta (Abele?). Un Dio che piange e si commuove ci disorienta, ma nello stesso tempo constatiamo che il nostro cuore ne è felice perché vede tramontato definitivamente l’immagine della divinità terrifica e punitrice che ogni tanto fa capolino nella coscienza umana per seminare paura e disperazione.

La nostra vita e la Parola

Signore, se fossimo veramente capaci di commuoverci di fronte alle miserie umane, allora il nostro non sarebbe un mondo così difficile da vivere. Solo il  potente anticalcare della tua misericordia può liberarci dalle incrostazioni e ridonarci un cuore veramente umano.

34 "Dove l`avete posto?". Gli dissero: "Signore, vieni a vedere!".

Dio aveva posto l’uomo nel giardino dell’Eden e quando voleva incontrarlo non  v’era niente che potesse separarlo dalla sua creatura. I progenitori erano usciti direttamente dalla sua mano creatrice e tra loro non si interponeva ombra alcuna. Gesù qui non vuole solo delle informazioni per sapere dove hanno riposto Lazzaro, vuole rendere palese a tutta l’umanità l’innaturale condizione della morte davanti alla grandezza della santità di Dio. Come dice Paolo però Dio non si fece forte e superbo di questa sua superiorità ma si abbassò per darci una mano proprio in quel sentiero di morte dove il peccato ha lasciato il suo segno tremendo e cioè la morte. Gesù quindi percorre la via che lo porta davanti al sepolcro che ci annuncia più che in altri momenti d’essere segno del niente dell’uomo quando si allontana da al suo Creatore. Gesù però non va lì per fare opera da ragioniere ma di salvezza. La gente gli risponde di ‘vieni a vedere’, ma quanto diverso è questo invito da quello fatto da Gesù ai suoi primi discepoli :   (Gv1: 38-39) “Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?».

Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio”. Ci troviamo di fronte a due scene opposte da una parte la vita, dall’altra la morte, ma in quell’invito adandare a vedere’ appare il dolore di tutti coloro che hanno ricevuto ingiustizia e che poi vogliono mostrare i posti ed la storia del loro dolore. E vi si legge pure quella beata incoscienza che prende l’umanità quando non si accorge d’essere essa stessa spesso la causa delle sue disgrazie. Queste interpretazioni possono sembrare lontane da ciò che immediatamente dice il testo, ma tutto cambia se questi passi della parola di Dio si mettono in controluce con l’essenza della vicenda umana. Che questo metodo sia percorribile lo fa pensare il fatto che Gesù stesso, essendo il compendio umano della divinità, vive tutto in una doppia luce e cioè quella dell’occorrenza biografica, ma anche del piano di salvezza all’interno del quale si situa tutto ciò che fa.

 

35 Gesù scoppiò in pianto.

Il pianto di Gesù, che irrompe da una profondità inaudita, irrora l’umanità con l’acqua purificatrice della sua umana divinità. Il suo pianto ci racconta di un amore viscerale, intenso ed immenso. E’ il pianto di Dio su di noi. Chi si immagina un Dio lontano, scollegato dalle nostra umanità perde tutto il fascino e l’occasione di vedere come si comporta il divino nell’umano e quali sono le sue mosse partendo dalla nostra stessa carne e quindi dalle nostre stesse difficoltà. Chi segue il Cristo non può perdere l’occasione di seguirlo passo passo nello splendore della sua umana testimonianza e farebbe molto male se privilegiasse il mondo della natura alla ricerca del divino rispetto alla strada regia dell’umanità di Cristo donataci dal Padre come aiuto nel cammino arduo del nostro avvicinamento a Lui. In Cristo Dio non ha pudore di farci vedere concretamente il suo amore. Il pianto di un bambino può anche disturbare perchè usato come strumento di pressione verso i genitori ma quello di un adulto ci turba profondamente perchè ci mette davanti al mistero stesso dell’essere uomo e della sua impotenza. L’uomo che piange ci evoca la disfatta e nello stesso tempo una richiesta di aiuto rivolta a chi può riceverla. Gesù che piange non chiede aiuto ma piange sull’amore tradito, sull’amore offerto e non accolto, su tutto un mondo che avrebbe potuto essere e che non è stato. Gesù piange perché la morte non era per l’uomo un’esperienza necessaria, egli avrebbe potuto, obbedendo come avevano fatto gli angeli fedeli,  mantenere l’amicizia con Dio e risparmiarsi tutte le indicibili sofferenze a cui dopo sarebbe andato incontro. Se l’uomo avesse dovuto passare per la sofferenza e la morte per ritrovare il suo rapporto con Dio allora queste di Gesù sarebbero lacrime di coccodrillo. Gesù che piange è l’icona della Trinità addolorata per l’umanità che non solo non accoglie la su parola, ma si prepara a zittirla nel giro di una settimana.

La nostra vita e la Parola

Signore, il tuo pianto ci scuote profondamente e ci fa riflettere sulla nostra vita e sul suo destino. Senza il tuo pianto e la tua misericordia saremmo condannati ad una vita priva di senso perchè la storia non ci dà mai una luce definitiva di giustizia. Senza la tua umanità che affronta la morte e poi risorge non sapremmo come chiudere veramente l’anello della nostra esistenza.

36 Dissero allora i Giudei: "Vedi come lo amava!".

Certo i giudei non possono capire che cosa effettivamente sta succedendo. Solo dopo la sua morte ci si potrà accostare al quel pianto con un’altra consapevolezza. Noi uomini di oggi vorremmo capire tutto in un attimo come in un attimo riusciamo a comunicare con l’altra parte del mondo. Vi sono però livelli che non si possono attingere né con la sola volontà, né con l’utilizzo di nostri armamentari tecnologici. Noi possiamo solo metterci in ascolto per apprendere da Dio e dalla sua parola il significato degli eventi. All’apparenza quindi Gesù piangeva per Lazzaro, ma in Lazzaro egli vedeva realizzata in negativo la sorte dell’uomo che avrebbe potuto essere diversa. Egli quindi non solo voleva bene a Lazzaro, ma agli uomini di tutti i tempi e questo amore lo si poteva toccare con mano nel suo pianto. Quale amore mai è stato più grande del suo! Quale fedeltà egli ci ha mostrato non volendoci consegnare al nemico, al nostro accusatore? Egli ha voluto credere a quel bene che il Padre celeste ha messo dentro ciascuno di noi e l’ha reclamato fino in fondo anche nel momento della morte. Il buon ladrone salvato è stata la sua primizia ed è stata la sua mansuetudine, il suo superamento dell’ira e della vendetta a permettere la nostra salvezza. egli è Dio-sapienza che piange su di noi e sulle nostre illusioni. Noi infatti approfittiamo del bene che il Padre ha messo di noi per non riconoscere mai il male che è dentro di noi. Guardiamo ad una dottrina che oggi va per la maggiore: il Tao- hin-yang e tutti i suoi derivati. Se ne presenta sempre una versione buona fuori da ogni collocazione di bene e di male. Ed in effetti come si potrebbe parlare male del cielo o della terra, ma il fatto sta che queste realtà buone di per sé, come nel paradiso terrestre, sono decadute con noi e loro stesse gemono per essere liberate, come gemiamo noi quando aspiriamo alla liberazione da tutte le nefandezze che ci circondano o ci assillano l’anima. E’ vero quindi che dentro di noi giocano due forze quelle del sole (yang) e quelle dell’ombra (hin) ma esse sono sempre intinte di una colorazione che corrisponde al nostro essere o meno creature di luce. Come quindi non esiste uno yang puro o un hin puro così non esiste essere che con le sue decisioni morali non colori queste due forze. La saggezza cinese è ottima perché si coniuga con le stesse forze della natura e ci fa capire di quali forze noi siamo impastati, ma detto questo non possiamo rifuggiarci in essa quasi per sfuggire, ad es., al cristianesimo dove abbiamo sempre di fronte a noi due vie, quella del bene e quella del male e dove noi siamo chiamati a crescere ed a essere responsabili della nostra vita. La sapienza di Gesù piange su queste nostre illusioni e ci richiama alla vera luce. Egli è la nostra via, la nostra resurrezione e la nostra vita.

37 Ma alcuni di loro dissero: "Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?".

Noi uomini ci percepiamo spesso come figli della ripetizione quindi l’applichiamo a destra ed a manca credendo di essere nel giusto. Ciò significa che se il cieco aveva avuto la vista dalla potenza guaritrice del Signore allora siamo portati a pensare che la stessa potenza poteva essere applicata per Lazzaro. In questo caso è come se ci fossimo appropriati della forza del Signore e trovassimo giusto poterne indirizzare l’uso secondo i nostri criteri. Vorremo insomma sostituirci alla fonte, come se la possedessimo, e scegliere noi i destinatari. Il nostro intento è quello di togliere il mistero che avvolge le cose per renderle tutte chiare e comprensibili. Infatti se guardiamo all’interrogativo dei giudei, e quindi ai nostri stessi interrogativi, non sono di una chiarezza e di una logicità perfetta? Se fosse solo per noi, e ne avessimo la forza, imporremmo al mondo seduta stante d’essere buono, senza più guerre ed omicidi e chi potrebbe opporsi se il risultato sembra essere buono? I pensieri di Dio sono altri e non perché egli non voglia che il bene trionfi, ma solo perché egli vuole che siamo noi in prima persona a scegliere il bene. Ed allora tutto ciò che Dio fa accadere è solo per la nostra salvezza. Quindi se risusciterà Lazzaro a 4 giorni dalla sua morte ciò significa la nostra salvezza è passata attraverso  questa sua decisione. Se Gesù non ha risuscitato tutti coloro che sono morti durante la sua permanenza su questa terra allora vuol dire che anche questa sua scelta ha un profondo significato per noi. I giudei quindi avevano torto a pretendere una guarigione simile per il cieco e per Lazzaro. Gesù infatti voleva darci due messaggi diversi: nel primo caso guarire la nostra cecità con la sua luce, nel secondo, tra i molteplici significati possibili, mostrare al mondo di poter disporre della vita e della morte. I pensieri di Dio quindi non sono i nostri e noi dobbiamo evitare di atteggiarci come se fossimo ‘Dio’ pretendendo di dirgli cosa sia giusto o cosa no. Certo potrebbe sembrare che le parole dei giudei fossero dettate da amore per Lazzaro, e questo si può concedere, ma erano delicate verso Gesù? No, perché esse suonano come un’accusa, come se la causa della morte di Lazzaro fosse imputabile all’amico Gesù. E non facciamo lo stesso noi quando accusiamo Dio di non avere pietà per i bambini innocenti che muoiono su questa terra? Diciamo: “Che colpa hanno perché Dio permette che muoiano!”. Insomma lo chiamiamo a correo dei crimini dell’umanità ed allora tanto vale accusarlo d’aver permesso che suo figlio morisse. Ora solo un cuore che si sintonizza con Dio amore po’ venirne fuori. Oggi ricorre la festa di Santa Margherita Maria Alacoque a cui Gesù rivelò quali fiamme raggianti partissero dal suo cuore per gli uomini. Oggi quindi pensiamo a questo cuore vivo che batte per noi e sta accanto a noi e tiriamo le nostre conseguenze.

La nostra vita e la Parola

Signore, noi vogliamo semplificare tutto, ma le vie dell’amore sono semplici, ma mai ingenue. Dacci allora quello spirito di discernimento che ci permetta di seguirti per tutte le vie, i cunicoli ed i labirinti dove ti porta il tuo palpitante cuore.

38 Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra.

Gesù è profondamente commosso e questa nota dell’evangelista sulla sua profonda umanità contribuisce a darci una immagine vera della sua figura. Qui  non ci troviamo infatti di fronte all’uomo che indurisce la sua faccia perché deve continuamente controbattere le punzecchiature dei suoi nemici, ma davanti alla sua sfera privata dove i sentimenti riprendono tutta la gamma della loro estensione. Scoprire che Gesù piange, si commuove e che la sua commozione dura anche nel tempo ce lo rende molto vicino, umano che più umano non si può. Noi infatti siamo della stessa pasta umana di Cristo e ce ne accorgiamo ad ogni piè sospinto anche se, essendo l’oggi invaso dalla fretta, siamo costantemente spinti ad abbreviare i tempi delle nostre reazioni emotive.  E se questo qualche volta ci può aiutare perché ci libera dai pensieri negativi, molte volte però ci disumanizza perché ci toglie quel tempo di silenzio e di elaborazione che ci farebbe sicuramente vivere meglio.

La nostra vita e la Parola

Signore, liberaci da un’umanità piatta ed incapace di vivere intensamente la nostra umanità e facci avvicinare il fratello  in difficoltà con lo stesso slancio di amore con cui tu andavi alla tomba di Lazzaro per ridargli la vita.

39 Disse Gesù: "Togliete la pietra!". Gli rispose Marta, la sorella del morto: "Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni".

Qui la situazione diventa dura, dura come quella pietra che il Signore vuole far togliere dalla tomba. E perché? Perché questo non più il momento delle belle parole o del farsi affascinare dalla figura consolante del Maestro. Qui ci si avvicina al cuore stesso della fede al decidere di credere o al sottrarsene. Le sorelle potrebbero dire a Gesù: “Comprendiamo il tuo grande dolore che è anche il nostro, ma ti prego lasciamo in pace Lazzaro che ormai è morto da 4 giorni”.  Questo non avviene, Marta fa solo una constatazione nello stesso modo di Maria, la madre di Gesù, quando rispose all’angelo:”Come è possibile? non conosco uomo.”. E così: “Come è possibile che si possa fare qualcosa per Lazzaro dal momento che è morto da 4 giorni?”. E’ una domanda legittima che non la toglie dall’affidarsi al Maestro. Le parole di Marta hanno un suono diverso di quelle dei giudei dove si intravede invece, dietro all’apparente benevolenza verso Lazzaro, un sorriso beffardo: “Ma alcuni di loro dissero: "Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?". Ecco anche noi ci troviamo sempre in cima al crinale di una montagna. Nella vita, anche nei momenti più bui, possiamo passeggiare  in confidenza con il Maestro ricevendone i consigli e gli  insegnamenti, oppure provocarlo continuamente con il tono beffardo dei giudei credendo comunque di essere nel giusto. Spesso però non facciamo né l’una né l’altra cosa perché semplicemente l’abbiamo cancellato come interlocutore. Il cielo sopra di noi lo percepiamo vuoto e crediamo che nonostante tutto siamo solo noi a dirigere la nostra vita e quando non vi riusciamo sappiamo con precisione chi incolpare e se non lo troviamo abbiamo sempre il destino a nostra disposizione. Maria e Marta quindi si sono sottratte con la delicatezza di bimbe alla durezza che prende coloro che non vogliono credere perché per credere aspettano che avvenga il miracolo. Esse si sono affidate alla persona del Maestro ed il Maestro prendendole per mano le sta conducendo verso qualcosa di grandioso.

La nostra vita e la Parola

Signore, la verità è che siamo tremendamente distratti ed anche quando tu ci onori della tua visita ne approfittiamo per uscire di casa e lasciarti solo. Vogliamo a tutti i costi essere il numero uno e quindi ci possiamo permettere di andarcene. Eppure quando tu ti avvicini è per capire se il nostro cuore è pronto ad affidarsi completamente a te. Solo allora tu ci dici cosa fare per la nostra resurrezione.

40 Le disse Gesù: "Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?".

Dobbiamo prima credere per vedere la gloria di Dio. Dietro l’angolo non c’è quindi la disfatta, ma la gloria. E non la nostra gloria e nemmeno quella del soddisfacimento delle nostre richieste. Noi assisteremo alla ricomposizione del mosaico della vita distorto dalle passioni e dall’oggettivo peccato del mondo. Questa ricomposizione è la gloria di Dio. E’ Dio che rimette in carreggiata l’ordine del mondo e la nostra attenzione però, nel momento della manifestazione, non sarà tanto sull’ordine del mondo, e cioè, ad es., sul vedere Lazzaro risorto, ma sulla potenza e splendore di Dio che  ha reso possibile il miracolo. Nel miracolo noi assistiamo ad una ierofania, e cioè all’irruzione del sacro nella storia, e prendiamo coscienza profonda di come Dio è più vicino a noi di noi stessi. A questo punto dello scambio tra Gesù e Maria si avvicina vertiginosamente il momento in cui la parola del Maestro, osservate tutte le giustizie, esce allo scoperto e diventa potenza in atto che dà vita e fa risorgere anche i morti. E allora studiando le condizioni dell’apparire della gloria di Dio ci accorgiamo che, a parte i disegni e la gratuità dei doni di Dio, essa non può manifestarsi senza un contesto favorevole. Maria e Marta sono stati quel contesto favorevole che ha permesso la performance divina. Dobbiamo quindi concludere che se la parola di Dio non opera miracoli è perché quando non crediamo ci trova ingiusti. Inoltre quando vedremo la gloria di Dio la nostra sorpresa più grande sarà quella di constatare come Dio ha fatte bene tutte le cose e come abbia sempre indirizzato a ciascuno di noi, lungo il corso della nostra vita, atti d’amore, non generici, ma personali. 

La nostra vita e la Parola

Signore, la nostra confusione mentale ci induce a pensare che la vita è affidata al destino  e cioè ad una specie di dio minore che non guarda in faccia a nessuno e che combina tutti quei guai che ci rendono infelici. E così avviene che ti perdiamo di vista e ci lamentiamo continuamente di menare una vita grama. Tu però aspetti che noi liberiamo il campo per offrici il tuo natale. Aiutaci allora anche in questo lavoro perché come tu ben sai siamo accidiosi e pieni di miserie.

41 Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: "Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato.

Gesù toglie il velo sul continuo colloquio che ha con il Padre e lo porta alla luce. Abbiamo in vivo, come si potrebbe dire in modo tecnologico, l’audio del Figlio. che aveva continuato a parlare con il Padre anche quando stava parlando con Maria. Gesù aveva chiesto qualcosa, ancora non sappiamo cosa, ma già sappiamo dalla sua stessa voce che l’ha ottenuto. In questi momenti così intensi, dove tutti si sarebbero dimenticati di far riferimento al Padre, Gesù se ne ricorda dando al succedersi degli eventi il giusto ordine di priorità. Gesù non ringrazia dopo il miracolo ma prima, quasi che il suo effettuarsi non fosse  che una logica conseguenza della certezza di averlo ottenuto. In prima istanza potrebbe sembrare che noi invece ci comportiamo in modo diverso e cioè ringraziamo solo dopo aver ricevuto la grazia. Tuttavia se  guardiamo nella profondità del nostro animo credente dobbiamo concludere che ci comportiamo proprio come Gesù e cioè non ringraziamo solo se riceviamo la grazia, ma già a monte,  e cioè nel momento del chiedere, noi ringraziamo. Infatti sappiamo che la fonte stessa del nostro chiedere sarà esaudita. Noi infatti sappiamo che il nostro affidarci a Dio sarà premiato e non importa se saremo esauditi o meno. Ciò non vuol dire che per noi è indifferente chiedere una grazia, se la chiediamo infatti è perché la vogliamo, ma una volta fatta la nostra dichiarazione e cioè una volta inoltrata la nostra richiesta, ci affidiamo alla volontà di Dio. Fa però parte della sua volontà ricevere da noi delle domande, dal momento che Dio vuole che ci affidiamo a lui in tutto, ed è questa attitudine che il  Signore accoglie e premia sempre. Quindi non vi può essere alcuna richiesta che non abbia subito un ritorno di pace. Noi quindi non dobbiamo far altro che formulare la nostra richiesta e gettarla nelle mani del Signore consapevoli che qualunque cosa deciderà sarà un bene per noi. Per questo noi lo ringraziamo subito.  Gesù alza gli occhi vero il cielo indicandoci la direzione verso cui deve sempre andare la nostra vita. Dovremmo ricordarcene anche quando camminiamo perché il capo chino ci chiude i polmoni e non ci permette di guardare l’orizzonte o il cielo.

La nostra vita e la Parola

Signore, ringraziarti sempre dovremmo, ad ogni respiro e passo, all’inizio di ogni azione, nel sorgere di ogni pensiero, davanti ad ogni fiore ed orizzonte, per ogni fratello e sorella che metti sul nostro cammino. E tra tanto ringraziare tramonterebbe sicuro il tempo di ogni  lamento ed ira, di ogni invidia e di tutti i cattivi pensieri che che vogliono durare nel nostro cuore.

42 Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l`ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato".

Un vero figlio del Padre è sempre esaudito. Questa è la meravigliosa novità che Gesù ci annuncia. Prima ci aveva manifestato come la sua vita è sempre collegata a quella del Padre. Tra i due infatti  c’è sempre una vera e profonda intimità dove la richiesta del Figlio è già un ottenere perché il richiesto è sempre secondo la volontà del Padre. Per noi uomini è difficile entrare in quest’ordine di idee perché noi chiediamo spesso cose che non convengono alla nostra crescita in Dio. Gesù è cosciente di questa nostra diversità e vuole rivelare alla gente che gli sta attorno l’esistenza stessa di un livello dove Dio ci ascolta e ci esaudisce sempre. Gesù rivela questo squarcio di vita intima con il Padre per aiutare i suoi ascoltatori a credere in lui. Gesù quindi non si comporta in modo orgoglioso dicendo: “Ecco dovete credere perché ve lo dico io” ma aiuta l’uomo ad aprirsi fornendogli continui stimoli. Nella sua testimonianza poi collega se stesso al Padre dicendo di essere mandato da lui. Per capire l’importanza di questa affermazione soffermiamoci a contemplare la nostra vita e consideriamo quanta parte di essa è collegata nello stesso modo al Padre. Non pensiamo solo alle piccole azioni, ma alle grandi decisioni. C’era questo collegamento? Ed esso era solo frutto di una nostra intuizione o era stato verificato anche da terzi, ad es.  dalla propria guida spirituale o da un amico ecc….? Gesù si muove sempre in tandem con il Padre e non si può pensare alla vita del Figlio senza questo suo attaccamento vitale al Padre. E’ un legame che garantisce  vittoria sul maligno e  che non si può scindere pena distruggere il messaggio stesso di Gesù. Anche noi allora potremo essere vittoriosi se percorreremo i passi del Figlio. Il nostro tentativo quindi di unirci a Dio tramite Gesù diventa allora la palestra dove cimentarci per ottenere quel posto che Dio ci ha preparato dall’eternità.

La nostra vita e la Parola

Signore, viviamo spesso una vita confusa e scollegata da te. Eppure tu ci hai dimostrato che è possibile vivere una vita in presenza del Padre. Sulla tua parola allora  ci apriamo a questa possibilità e, consapevoli che da soli non ce la faremmo mai, ti chiediamo di aiutarci come hai fatto con quelli che ti stavano attorno.

43 E, detto questo, gridò a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori!".

Già un’altra volta Gesù nella resurrezione della figlia di Giairo aveva alzato il tono della voce, ed anche adesso lo sentiamo gridare a gran voce. Eppure nella resurrezione del giovinetto della vedova di Naim Gesù non grida, ma semplicemente dice al giovinetto di alzarsi. Se così è allora il grido di Gesù non è da iscriversi nell’albo degli atti magici dove la voce serve per dominare gli elementi, ma in un altro dove possiamo godere di una comprensione più alta. Nel caso della vedova di Naim la voce di Gesù è rispettosa del dolore inconsolabile della madre, ma soprattutto del fatto che la vedova non lo conosceva, mentre nel caso di Maria e Marta ci troviamo in un contesto di amicizia ed in quello di Giairo di fede. Gesù quindi si trova di fronte ad un pubblico che può recepire in qualche modo il significato del suo grido. Il grido di Gesù è il grido di Dio. E’ un’affermazione enorme che solo gli amanti di Gesù possono condividere ed hanno condiviso nel passato donando come testimonianza il loro sangue. Finalmente Dio può nella persona divina del Figlio chiamare a gran voce l’uomo alla vita. Il grido è la passione dell’uomo fatta carne e quindi il grido di Gesù è la passione di Dio fatta carne. Il suo grido riprende in forma umana l’om creativo del Padre. Allora si era trattato di una creazione solitaria, qui di una ri-creazione di fronte ai suoi amati figli. Nel momento in cui morte e vita si contendono la vittoria Dio dice con forza e passione la sua definitiva parola di vita a memoria di ogni uomo che si trovi nel sepolcro della disfatta e della morte. Il Maestro si rivolge a Lazzaro, ma Lazzaro è morto ed allora a chi si rivolgeva? Si rivolgeva all’invisibile anima del morto, custodita nel seno del Padre, e che solo Gesù poteva vedere. La morte quindi non nientifica l’uomo ma lo rende ad una dimensione diversa. Gesù, fratello ed amico dell’uomo, è colui che è venuto a traghettarci, all’inverso di Caronte, dalla morte alla vita e nel caso di Lazzaro in senso fisico e nel nostro in quello spirituale.

La nostra vita e la Parola

Signore, rimaniamo senza parole, stupiti e quasi increduli di fronte a questa tua totale compromissione con la nostra sorte umana. Non vi avremmo potuto credere se tu non avessi risorto Lazzaro, il figlio della vedova e la figlia di Giairo e poi non ti fossi dato tu stesso per la nostra salvezza. Aiutaci a non fare i preziosi ed a seguire senza mezze misure il tuo esempio.

44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: "Scioglietelo e lasciatelo andare".

Lazzaro, dopo aver ricevuto lo Spirito di Dio  che gli ha ridato la vita, non rimane sdraiato ad aspettare gli eventi. Non è più inanimato, ma vivo e subito la vita si esprime nel movimento, nell’individuare una finalità, un senso per la propria vita. Ecco che uscire dal sepolcro diventa il simbolo dell’entrata nella vita a tutti gli effetti. Anche noi quando ci ammaliamo rimaniamo come estranei alla vita, essa ci scorre vicino, ma noi la viviamo lontana. Viviamo in un altro tempo ed in un’altra dimensione dove l’agire e l’intervenire nel mondo ci è completamente vietato. Nella malattia siamo impotenti come Lazzaro nel sepolcro. Quando però guariamo ecco che il mondo si avvicina rapidamente e noi cominciamo a rifocalizzarlo mentre si fanno avantigli obiettivi da raggiungere e le cose da fare. Lazzaro uscito dal sonno della morte rifocalizza il mondo, il suo ambiente, i suoi vincoli familiari e vuole reimmettersi di nuovo nel giro degli affetti e del nuovo compito che la  vita gli ha assegnato. Tuttavia fa notare il vangelo che tutto ciò può avvenire solo con l’aiuto dei fratelli e delle sorelle che lo aiutano a liberarsi dalle bende e dal sudario. La vita di ogni uomo è una rete di relazioni, alcune liberanti, altre costringenti. Ora per poter camminare assieme agli altri in modo spedito occorre che siano tolti tutti quegli impedimenti che non gli permettono di raggiungere la meta. La mani degli altri che si avvicinano al corpo di Lazzaro per liberarlo lo trovano pronto e desideroso d’essere liberato. Gesù così non risorge solo Lazzaro, ma tutto il contesto umano a cui in vita faceva riferimento il risorto.  E la stessa cosa succede a noi, in maniera meno vistosa, quando riceviamo la grazia della conversione, o anche un vero miracolo. Non siamo solo noi infatti a beneficiarne ma anche tutto quel prossimo che ci ha accudito aspettando solo che noi guarissimo per aiutarci nella fase di convalescenza: è festa e resurrezione per tutti. Nel mondo spirituale quindi la guarigione completa è: - una grazia che si riceve dall’alto; - un mettersi subito in moto per tradurre nella storia il senso vero della grazia ricevuta; - un accettare che gli altri partecipino attivamente alla propria liberazione come preziosi aiutanti senza i quali al nostro risorgere mancherebbe qualcosa di molto prezioso.

La nostra vita e la Parola

Signore, noi abbiamo poca percezione di quanto siamo costantemente aiutati. La tua previdenza e provvidenza ci crea contesti in cui veniamo scartati e liberati da quanto appesantisce la nostra vita. Per essere onesti dovremmo andare in giro con il sorriso sulle labbra e dicendo continuamente grazie.

 


Il sinedrio decide la morte di Gesù

 

45 Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui.

 

Il testo avrebbe potuto essere più completo ed includere Marta nella citazione, ma questo non avviene e deve esserci una ragione. Ricordiamo le parole di Gesù quando rispondendo a Marta conclude dicendo che Maria aveva scelto la parte migliore. E la parte di  Maria era quella dell’ascolto. Non solo quindi aveva ascoltato Gesù, ma sicuramente tutti quelli che con cui aveva instaurato un rapporto. In molti andavano a trovare i tre fratelli ma in Maria trovavano l’ospite per eccellenza della loro anima. Anche Gesù aveva beneficiato di questa amicizia proprio per la  squisita sensibilità di questa donna e la sua grande apertura nell’andare al di là di ciò che la sua piccola vita aveva capito. L’ascolto infatti è vero quando parte dalla constatazione che i propri mezzi sono scarsi per accostarsi al mistero degli esseri e delle cose. L’ascolto insincero invece è quello che si sforza d’essere buono mettendosi a disposizione dell’altro. Tra le pieghe di questo ascolto nasce sempre la piantina del: ‘come sono bravo!’. Certo molte volte dobbiamo passare attraverso un adeguamento all’altro che significa l’uscire dall’inerzia e dalla pigrizia, ma dovremmo subito arrivare alla percezione del fondamento del nostro muoverci verso.  La verità è che siamo ciechi e solo questa constatazione ci può obbligare all’ascolto vero. Dobbiamo ringraziare allora quelli che ci parlano, che ci svelano il loro mondo, che ci indirizzano, che ci pungono, che ci permettono di scoprire orizzonti nuovi. L’ascolto vero ci collega direttamente alla sola fonte di verità che Dio ha voluto per noi su questa terra: il fratello amato. Maria  ascoltava così ed ecco perché non si parla di Marta. I giudei andavano a trovare Maria tanto erano coinvolti con lei, tanto si erano scambiati la vita. Questi giudei che erano persone particolari perché fecondati dall’amicizia di Maria sono persone sincere che sanno giudicare da ciò che vedono e non si permettono d’avere un retropensiero. Di loro avrà goduto il Maestro perché nella sua predicazione aveva sempre sostenuto che guardando alle sue opere si sarebbe arrivati a credere in lui. Ed infatti essi passano dal vedere al credere. Noi quindi possiamo essere certi che le opere fatte nel nome del Maestro portano direttamente  a lui.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, donaci il tuo Spirito perché possiamo praticare  l’ascolto del fratello come la sorgente viva che può dissetare tutta la nostra sete di verià e di amore.

 

46 Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto.

 

Alcuni non si appagano alla vista di ciò che è successo, ma corrono subito a trovare altri maestri perchè non basta loro d’avere a portata di mano il Maestro. Essi preferiscono voltargli le spalle per andare a riferire ai farisei. E’ come se avendo a disposizione la luce di un faro che illumina tutto ci si allontanasse preferendo le tenebre. Cosa avranno avuto in mente queste persone? Certamente non qualcosa di limpido e puro dal momento che questo versetto viene introdotto da un avversativo. E’ infatti questo ‘ma’ che segna la svolta drammatica di questo capitolo. Di per sé questi pochi non riferiscono altro che l’accaduto, non aggiungendo, né togliendo niente, ma il fatto stesso d’andare a riferire ai capi fa pensare che essi siano tra quelli che rendevano la vita difficile al Maestro. Noi spesso somigliamo a questi ‘alcuni’ per un lato preciso del loro comportamento. Avendo infatti a disposizione la persona stessa del Maestro gli voltiamo le spalle ed andiamo  via. Non lo facciamo spesso con l’animo di questi giudei malevoli, ma semplicemente perché ci distraiamo come si distraggono le scimmie. Quando ce ne accorgiamo ritorniamo a lui, ma ciò che ci addolora è il capire d’esserci comportati da maleducati. La crescita nella vita spirituale è proporzionale al nostro saper essere concentrati su ciò che stiamo facendo. Quindi se ci diamo da fare per incontrare il Signore e poi, quando sappiamo d’averlo a portata di mano ed addirittura di bocca, ci distraiamo e pensiamo ad altro, ecco che abbiamo combinato una bella frittata i cui ingredienti sono i nostri stessi pensieri e la nostra incapacità di stare tranquillamente davanti alla presenza dell’Altissimo. Tutto ciò ha un’unica causa ed è il credere che il rapporto con il Signore lo possiamo desiderare ed avere solo in alcuni momenti privilegiati. Se la nostra vita, a cominciare dal mattino fino a notte, non è in lui ecco che quando abbiamo con lui un rapporto più ravvicinato è come se l’accogliessimo in una casa fredda dove la prima preoccupazione non è quella di intrattenere l’ospite, ma quella di lamentarci del freddo e  cercare i mezzi per scaldarsi di più. Certamente è una grazia avanzare sulla strada di una maggiore unione con il Mastro, ma sicuramente noi dobbiamo fare la nostra parte.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, una delle nostre prerogative umane, per cui non abbiamo fatto dei corsi tanto ci riesce bene, è quella d’essere ingrati. La gratitudine in noi è solo un pensiero peregrino che ogni tanto visita la nostra mente. Ti chiediamo allora di aiutarci ad intrattenerlo di più in modo che da piccolo seme diventi un albero sterminato.

 

47 Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: "Che facciamo? Quest`uomo compie molti segni.

 

L’istituzione entra pesantemente in scena. Non sono più solo ‘alcuni’ giudei, ma i sommi sacerdoti i farisei e tutto il sinedrio. Gesù con il suo miracolo ha colpito nel segno. Il suo avvicinamento a Gerusalemme aveva proprio lo scopo di sfidare le potenze di questo mondo e provocare nel cuore dei buoni una reazione salutare che li scuotesse dal loro giogo. La resurrezione di Lazzaro, e cioè di una persona conosciuta a Gerusalemme, non poteva passare sotto silenzio anche perché il risuscitato era in giro per le strade e tutti quelli che lo avevano visto morto ora potevano toccarlo e vederlo vivo. Ora era chiaro a tutti che era nel circuito del potere un’altra potenza che non si poteva prendere sotto gamba. Ecco perché si riuniscono tutti e subito. Constatano che il Maestro compie tanti segni ed essi sembrano legittimamente preoccupati del fatto che questi segni siano visibili e numerosi. Eppure l’ultimo segno quello della resurrezione avrebbe potuto dare una piega diversa al loro stato d’animo. Da che mondo e mondo infatti nessuno aveva mai risuscitato un uomo morto e morto da quattro giorni. Se Gesù era riuscito a compiere questo miracolo allora la potenza della vita era nelle sue mani. A rigor di logica si poteva quindi supporre che  se un uomo simile era riuscito ad attirare tanto la loro attenzione poteva anche essere di aiuto a tutto il popolo. Ed allora perchè non  ascoltarlo? Aveva sempre fatto del bene  e le sue non erano mai state parole gettate al vento, ma parole che trasformavano la materia, davano la salute agli infermi e la vita ai morti. Essi invece gli si pongono subito contro. Non diversamente si comporta anche oggi il potere quando piuttosto che ascoltare le persone, e quindi avere con loro un dialogo, preferisce tirare dritto, non fare la fatica dell’accordo interpretando male il senso della responsabilità della loro carica. Si creano così situazioni penose dove tutto si intorbida e dove ognuno poi, caricandosi di insoddisfazione, cerca di farla pagare all’altro. Non si vogliono negare qui le ragioni delle parti, come non si vuole negare qui la giusta preoccupazione di tutta quella brava gente di cui sopra, ma il punto è che la parte legata al potere si rifiuta di sedersi attorno ad un tavolo dove poter parlare liberamente senza paura ed andando al cuore del problema per poterlo risolvere assieme.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, amiamo farci grandi con il potere che ci siamo ritagliati in questo mondo. Ne abbiamo bisogno per sentirci vivi, ma tu con la tua passione, morte e resurrezione hai capovolto l’ordine dei nostri valori insegnandoci come sia meglio servire che comandare. Signore, seguendoti abbiamo sperimentato che solo tu hai parole di vita eterna.

 

48 Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione".

 

Sembrerebbe che l’attaccamento alnostro luogo santo e alla nostra nazione’ prevalga su tutto. Essi come capi del popolo  si ricordano che già una volta le loro divisioni interne avevano dato ai Romani un motivo per intervenire. Ora temono che la comparsa di Gesù sulla scena possa creare così numerosi proseliti da indurre la potenza occupante a cancellare gli ebrei dalla faccia della terra. Questa lettura perversa dei possibili avvenimenti futuri era però solo una loro proiezione perché se andiamo a vedere i fatti dobbiamo constatare che presso Pilato Gesù era un perfetto sconosciuto. I Romani infatti avevano l’abitudine di rimanere estranei alle diatribe interne di carattere religioso del popolo ebraico. E Pilato seguendo questa linea  in un primo momento si rifiuta di giudicare Gesù e vuole che siano i Giudei stessi a giudicarlo secondo le loro leggi. Se Gesù fosse stato un pericolo pubblico i Romani se ne sarebbero accorti prima, ma come potevano accorgersene se non vedevano delitti o azioni di guerriglia attribuibili a  lui ed ai suoi discepoli? Per renderci conto del loro abbaglio è come se, vivo Padre Pio, il potere politico se ne fosse interessato spinto dalla paura che il religioso, assieme ai suoi seguaci, avrebbe potuto costituire un  pericolo reale per la nazione italiana. Ed allora perché questi capi dei Giudei se ne preoccupano così tanto? La verità è che hanno paura di qualcosa che sentono come una minaccia al loro potere. Ed in effetti tutte le azioni di Gesù sono una contestazione vivente del loro modo di fare i capi del popolo eletto. Essi avevano sempre mandato altri a spiare le azioni di Gesù e quindi non ne avevano una conoscenza diretta, a parte Nicodemo che però era andato a trovarlo di notte. Chi beatamente sta seduto sul trono del potere non sente la necessità di muoversi perché sente di avere tutto e di non poter apprendere niente da alcuno. Le loro strade quindi non si sono mai incrociate. Per loro Gesù è solo il rappresentante di un potere che li minaccia e da cui vogliono difendersi. Quante volte anche noi cadiamo nella paranoia di doverci difendere da qualcuno ingigantendo i suoi comportamenti aggressivi senza informarci veramente su cosa pensi realmente e su cosa precisamente intenda fare. Ci si fa prendere dalla paura oppure si attribuiscono agli altri atteggiamenti malevoli, completamente irrazionali come se essi agissero senza obbedire anch’essi a delle regole e a dei valori. Ci piace consegnarli nella sfera delle persone da combattere anche se obiettivamente non ci hanno fatto niente, ma semplicemente portano avanti idee diverse dalla nostre.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, siamo spinti continuamente da questo mondo a giudicare le persone per il loro colore politico o ideologico e soprattutto senza conoscerle personalmente. Cresce così la nostra diffidenza ed all’occasione anche la nostra aggressività. Tu che sei stato mite ed umile di cuore insegnaci quella saggezza che sola può rendere chiara e limpida la nostra vista.

 

49 Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell`anno, disse loro: "Voi non capite nulla

 

La vita umana non si svolge in mezzo all’anarchia ma fin dalla nascita siamo inseriti in sistema familiare, sociale e politico che determina la nostra vita fino al momento in cui prendendo in mano la nostra esistenza diventiamo anche  noi responsabili di tutti quegli ordini. E così esistono i re, i governatori, i presidenti della repubblica e i governi, poi ad un livello più basso tutti gli altri ordini di responsabilità fino a quella della famiglia e della propria vita. Esistono quindi diversi ordini di autorità e ciascuna di esse si sente responsabile per coloro che gli sono stati affidati. Un capo sa d’avere un compito particolare nella vita e si sente gravato da una responsabilità di fronte a coloro che rappresenta. Oggi i capi vengono eletti dal popolo ed è tramontata quell’idea che li vedeva direttamente investiti dall’alto. Tuttavia noi cristiani sappiamo che ciascuno nello stato di vita in cui si trova riceve dall’alto una grazia particolare. E’ per questo che si prega per i governanti perché dovendo prendere decisioni importanti, che riguardano la vita di tutti, sappiano essere saggi. Caifa era il sommo sacerdote di quell’anno ed aveva quindi un potere reale. In quel suo: ”Non capite nulla” vediamo in azione l’esercizio dell’autorità, ahimè, questa volta suffragata da una interpretazione errata della realtà. Quando l’autorità si discosta da quella divina diventa essa stessa la fonte ultima ed indiscussa dell’agire umano e diventa nello stesso tempo temibile. Vedremo come all’interpretazione-comando di Caifa nessuno si oppone, ma subito ci si mette in moto per uccidere Gesù. Ed allora come deve essere l’autorità secondo Dio? Può essere perentoria? Può prendere decisioni senza ascoltare la persona su cui si sta prendendo una decisione? E venendo alla nostra esistenza personale possiamo noi mai dire agli altri: “Non capite nulla”? Può anche essere che noi abbiamo la giusta percezione di ciò che sta avvenendo, tuttavia è come un gettare il proprio mantello sulla verità quasi fosse solo nostra negando agli altri che vi possano arrivare in qualche modo. La nostra autorità non può alimentarsi alla sorgente di un esclusivismo che crede di rifarsi ad una verità che viene ad illuminare solo noi e basta. L’unica autorità che possiamo prendere in considerazione come cristiani è quella che si avvale del contributo di tutti per poi prendere responsabilmente una decisione di fronte a Dio. Tutto il resto è solo superbia, orgoglio, rigidità e far valere la propria autorità come   dimostrazione della propria importanza personale.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, oggi scopriamo con estrema facilità di conoscere pochissimo e quindi dovremmo essere aiutati a non cadere nell’affermazione: ”non capite nulla”, ma è su quello che pensiamo di conoscere che diventiamo rigidi e superbi. Signore, insegnaci la tua umiltà.

 

 

50 e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera".

 

La morale cristiana ha sempre insegnato che la persona umana è un fine e non un mezzo. Qui vediamo con chiarezza come Caifa pone la morte di Gesù come un mezzo per non far perire tutta la nazione. Non vi fu per il popolo ebraico peggior profeta del loro sommo sacerdote. Infatti non sarebbe mancato molto che ciò che egli temeva avvenisse per mezzo di Gesù si verificasse per mano di Tito figlio di Vespasiano:Si narra - ma le cifre sono certamente molto esagerate- che l'assedio di Gerusalemme costò agli Ebrei mezzo milione di morti e centomila prigionieri. Di questi quelli che non avevano superato il diciassettesimo anno di età furono venduti come schiavi, gli altri vennero inviati in Egitto a lavorare nelle miniere o mandati nelle varie città dell' impero per gli spettacoli dei gladiatorii o per le lotte contro le fiere. Simeone, Giovanni e i più ragguardevoli cittadini furono serbati per farli sfilare nel trionfo, dopo il quale il primo fu messo a morte e il secondo gettato in carcere.La presa di Gerusalemme segnò la fine del regno giudaico.”( da : http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi  ). La preoccupazione di Caifa, che sembrerebbe dettata d’amore per il popolo, si rivela così inumana e tragica nel giro di pochi decenni. Il potere ha spesso il difetto di pensare solo alla sua sopravvivenza e difficilmente accetta di mettersi in discussione. Il potere-servizio invece non ha paura d’essere inviso a chi gli fa fretta o di sembrare debole se si dà tutto il tempo necessario per prendere una decisione. Forse la pratica dei popoli antichi di interpellare gli oracoli era un modo di mettersi in ascolto della divinità e nello stesso momento un modo per darsi tempo e prendere una decisione veramente responsabile. Non si può quindi prendere decisioni sulla pelle degli altri, mai. Eppure la tentazione di operare così è forte perché facendo i calcoli ci si scopre salvatori dell’umanità quando si arriva alla conclusione che agendo in un certo modo si salvano migliaia di vittime innocenti. Ecco aperta la strada alla guerra preventiva che sulla carta sarebbe solo un’operazione di polizia internazionale, ma che si rivela poi  un verminaio da cui non si riesce più ad uscire. Il Papa non era d’accordo sulla guerra contro l’Iraq e la sua parola forse oggi risuona con rimpianto dentro il cuore di coloro che allora non l’ascoltarono. Per quanto riguarda la nostra vita personale è importante avere le idee chiare, e queste ce le dà solo la parola di Dio, per non farci trascinare da ciò che sembra buono all’apparenza ma dentro è amaro come il fiele. Rifuggiamo dalle affermazioni che sembrano risolutive e chiediamoci se esse sono veramente fondate sulla nostra pelle o su quella degli altri e poi decidiamo di fronte a Dio.

 

La nostra vita e la parola

 

Signore, fa che non operiamo in modo preventivo camminando sulla testa degli  altri, ma solo affidandoci alla tua salvezza che viene sempre anche nei momenti più bui della nostra vita.

 

51 Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione

 

Gesù non è venuto tra il suo popolo per condannarlo. Il Padre non ha mandato il Figlio per punire coloro che non lo accoglieranno. Gesù modella la sua azione  sulla predilezione del Padre per il popolo di Israele. Tutta la sua predicazione infatti è la dimostrazione di questa scelta gratuita fatta a suo tempo dal Padre  a favore del popolo ebraico. Gesù quindi ha fatto di tutto per annunciare il regno a coloro a cui per primi era stato promesso e se qualche volta non ha potuto fare a meno di beneficiare altri popoli allora ricordava che era venuto anzitutto per riunire le pecore disperse della casa di Israele. Questo versetto enuncia il principio che di fronte a  Dio l’uomo può spendere la vita per il suo prossimo. Dio si fa garante della possibilità stessa di questa transizione. E la condizione principale che la permette è l’atto di amore. Il sacrificio della vita fatto per amore viene accolto nel seno di Dio  e trasformato in vita per gli altri. E quanto più è vicino a Dio colui che mette in atto il sacrificio tanto più sono salve le persone per cui il sacrificio è stato fatto. Essendo Gesù figlio di Dio, e quindi Dio lui stesso, il valore del suo sacrificio è talmente infinito da abbracciare non solo un numero ristretto di persone, né una sola nazione, ma tutta l’umanità nella sua distensione spazio-temporale. Ci si può ancora interrogare sul perché le cose vadano proprio così e cioè perché ci sia bisogno che qualcuno si assuma i peccati degli altri. La domanda è legittima. Infatti uno potrebbe pensare che essendo Dio amore non ha bisogno che qualcuno faccia qualcosa per gli altri quando lui stesso potrebbe perdonare direttamente senza chiedere nulla in cambio. Credo però che qui Dio si dichiarerebbe impotente. E non perché egli non avrebbe la potenza di renderci subito tutti felici e partecipi del suo regno ma perché non potrebbe agire da solo. L’immane gravità del peccato che ci ha allontanato da Dio vuole che sia l’uomo stesso a riaccogliere la perenne proposta di Dio di portarlo vicino al suo cuore. Tuttavia la vita dell’uomo è stata così indebolita dal peccato che egli non sarebbe riuscito mai ad accostarsi a Dio e a chiedergli perdono. Purtroppo questa è la realtà ed è questa misera realtà che Gesù ha assunto nella sua carne per ridarle quel soffio divino capace di ricongiungere di nuovo i due mondi, quello umano e quello divino. Su un altro piano anche a noi capita continuamente di doverci assumere incombenze e compiti che spetterebbero ad altri, ora se non seguiamo la stessa strada del Maestro rischiamo ancora una volta di fallire miseramente. Quante volte ci è successo davanti a casi di ingratitudine di recriminare e addirittura di far pagare all’altro un prezzo più insopportabile per lui di quello che avrebbe dovuto pagare se non l’avessimo aiutato. Solo un dare senza attesa di ritorno ci fa somigliare a Cristo in croce. Su quel legno egli non recriminava ma amava fino in fondo ed in maniera divina l’uomo. Quindi quando aiutiamo gli altri chiediamoci sempre perché lo facciamo, perché se lo facciamo per noi allora è giusto che avvertiamo il prossimo sul tipo di ritorno che ci aspettiamo, ma se lo facciamo solo perché prendiamo su di noi il male dell’altro allora non possiamo che farlo come lo stesso Gesù fece e cioè solo infiammandoci d’amore.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, non sempre riusciamo a fare questa distinzione tra l’amore genuino e quello interessato. Ci immaginiamo di amare veramente e poi ci scopriamo meschini. Solo la luce radiosa della tua croce può illuminare le nostre azioni e renderle vere.

 

52 e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

 

Gesù quindi non è venuto solo per il popolo ebraico, ma per riunire tutti i figli di Dio. E noi tutti umani siamo figli di Dio a qualsiasi regione del mondo apparteniamo, a qualsiasi cultura e religione. Esistono infatti figli di Dio tra i musulmani, i buddisti, gli induisti, i boscimani, i figli della terra del fuoco e così via. Noi tutti siamo figli carissimi del Padre e quindi a nessuno è preclusa la sua paternità. La grandezza della figura del Figlio sta nell’avere offerto la sua vita non per poche persone o per il suo popolo di riferimento, ma per il genere umano. Egli è andato alla radice del fenomeno umano e del suo difficile rapporto con la divinità. Ognuno infatti se ne stava per conto suo, lontano da Dio con la conseguenza di vivere rapporti tra gli uomini fondati sul dominio del più forte. Il regno di Dio proclamato da Gesù invece ha un messaggio opposto: nel suo regno chi vuol comandare deve mettersi a servire. Al tempo di Gesù esistevano  quindi figli di Dio, e cioè vi erano persone timorate di Dio, ma esse vivevano disperse e cioè inserite in un contesto di forze negative che precludevano loro di incontrarsi nella vera luce del Padre. Ora con Gesù arrivava finalmente questa luce, che è anche verità, ed allora nel suo nome ci si poteva mettere assieme recedendo da quella penosa dispersione in cui le persone erano costrette a vivere. La Chiesa è questo popolo di Dio riunificato nel nome di Gesù e sbagliano coloro che non ne vedono la bellezza perché se ne stanno lì, sempre, come irosi ragionieri a contarne i peccati e a toglierle di mano la palma della santità rendendola così ridicola e poco credibile. Il Signore ha istituito il sacramento della confessione  per i figli della sua Chiesa ed essi, una volta che si sono pentiti veramente dei loro peccati, vengono riconsegnati mondi e senza macchia ai fratelli. Ogni volta quindi che Gesù entra trionfalmente in un’anima la consegna con tutto il suo corpo alla comunità cristiana rendendola degna di un amore così potente che chi all’esterno non lo riconosce rischia d’essere in malafede. Madre Teresa di Calcutta ed il Papa, per indicare due situazioni di vita veramente opposte, ci hanno dato la prova visibile di questo amore, ma esso è profuso abbondantemente in tutta l’umanità attraverso l’esperienza di milioni di cristiani che si sentono riuniti nel nome del Figlio per dare onore al Padre. Gesù è l’artefice mirabile di questo miracolo ed è grazie a lui che genti di ogni razza e di ogni colore possono riunirsi portando un messaggio di pace e non di divisione e di odio. La distinzione tra potere politico e religioso è propria del mondo cristiano che non vuole creare il regno di Dio su questa terra essendo in ciò  obbediente al suo Salvatore che davanti a Pilato disse che il suo regno non era di questo mondo. Nessuno quindi deve temere la riunione dei dispersi figli di Dio operata da Gesù perché la sua intenzione non era quella  di introdurre un potere politico-religioso in concorrenza con i poteri secolari. Sia allora pace agli uomini di buona volontà perché assieme a loro i cristiani potranno riunirsi per la conduzione delle cose di questo mondo.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, tutto di noi sarebbe disperso se la colla del tuo amore non ci avesse riuniti e fusi nel tuo mistico corpo. E per coloro che non ti conoscono inviaci inoltre lo Spirito Santo perché possiamo annunziare la grandezza del tuo regno e della tua santa persona.

 

54 Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli.

 

Essendo Gesù venuto per scontare i nostri peccati attraverso la sua morte tanto valeva che non la facesse lunga e si consegnasse subito ai suoi carnefici. Ecco cosa potrebbe concludere qualcuno leggendo questo versetto. Ormai il film di Gesù ce lo siamo visti e rivisti tante volte da non aver più bisogno dei passaggi intermedi o dei chiaroscuri e ci interessasse solo entrare subito nel vivo degli avvenimenti più importanti. Alla luce di tutto ciò che importanza avrebbe sapere che si è ritirato nel deserto vicino ad Efraim? E tutto ciò sulla scia del nostro credere che Gesù conoscendo in anticipo gli avvenimenti li va vivendo come se recitasse una parte. L’onniscienza di Gesù così ridurrebbe a farsa tutta la sua vita. Per rispondere a questa obiezione occorre tener presente che Gesù nella sua persona umana non era un uomo come gli altri, ma non nel senso che fosse onnisciente, ma perché era dotato di una raffinatissima intelligenza, non gravata dal peccato, che gli permetteva  di leggere ed interpretare  quanto gli accadeva. Non era onnisciente perché nella situazione umana in cui si trovava ciò avrebbe significato non assumerla fino in fondo e quindi era proprio come noi quando ci troviamo davanti alle incertezze del futuro. La sua forza era l’affidamento totale al Padre che gli faceva conoscere momento per momento la sua volontà come può capitare a anche a noi quando ci affidiamo al Padre. Per dare poi una risposta alla critica iniziale occorre entrare dentro al significato di questo suo sottrarsi e capirne il senso profondo. Gesù si sottrae alla cattura perché non può essere preso con la violenza se lui stesso non si dà. Non esisteva, né mai avrebbe potuto esistere, una forza tale da poterlo prendere e distruggere. Ed allora egli si comporta come qualsiasi essere umano che è perseguitato e cioè si ritira in un luogo sicuro. Gesù si ritira in  una regione vicino al deserto  dove finiscono i sentieri perché dopo iniziano luoghi inospitali. E’ il posto ideale per rivedere lontano da Gerusalemme ciò che era successo e prepararsi a quelli futuri. Forse anche a noi potrebbe essere utile, quando siamo pressati e stressati, cambiare scenario per ritirarci in luoghi lontani dove poter riconsiderare gli eventi della nostra vita. E dovremmo anche, come Gesù, circondarci di fratelli per vivere assieme a loro le realtà del regno e quindi essere aiutati a risolvere anche i problemi della nostra vita. La solitudine non si addice ad un figlio di Dio perché da soli si muore e soltanto attraverso la condivisione della fraternità il Signore può offrirci i suoi doni ci diventano tanto più preziosi  quanto non ci cascano dal cielo ma ci vengono offerti dalla premura amorosa di un volto  e di una parola amica.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, i tuoi insegnamenti li spargi dappertutto anche in ciò che sembrerebbe insignificante e che invece si rivela per noi fonte di insegnamento e di gioia.

 

55 Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi.

 

Quante volte anche noi ci siamo trovati a partecipare ad avvenimenti importanti, completamente ed innocentemente presi da ciò che si stava vivendo, mentre nello stesso momento qualcun altro macchinava alle nostre spalle episodi violenti! Partecipavamo infatti pacificamente  a manifestazioni per esprimere collettivamente le nostre idee e poi rimanevamo coinvolti senza volerlo in episodi di violenza collettiva. Partecipare alla vita collettiva si può, ma occorre vigilare perché coloro che pianificano le loro azioni criminose nelle tenebre possono sferrare dei colpi quando uno meno se lo aspetta. Oggi più del passato ci troviamo a vivere situazioni di grande divario tra ciò che sembra la tranquilla vita di tutti i giorni e ciò che ci può capitare da un momento all’altro, pensiamo al terrorismo o alle oscure trame della mafia o di qualche apparato deviato dello stato. Il singolo cittadino si trova esposto, come Gesù, a forze irrazionali che possono minacciare da un momento all’altro la sua vita. La sete di sangue poi oggi non è soddisfatta dall’uccisione di poche persone ma da centinaia e migliaia. Di fronte a tanta violenza che cosa può fare il singolo uomo? Certamente deve fare come Gesù e cioè, quando non è necessario, evitare di esporsi ritirandosi nel deserto fisicamente o mentalmente, ma nello stesso tempo, se il confronto con le forze avverse non si può evitare, lasciare che siano le forze avverse a condurre il gioco senza farsi prendere dal panico ma avendo fiducia in Dio e in tutti gli alleati del proprio mondo spirituale. Può succedere però che a tendere trappole al prossimo ingenuo siamo noi stessi e qui però occorre distinguere la furbizia, l’accortezza o tutti quei modi del comunicare studiate per superare le rigide difese dell'altro, da forme di asservimento che mirano a sfruttare la buona fede del prossimo. Un buon esame di coscienza ci può aiutare a capire da che parte stiamo nelle singole situazioni. Perché se è vero che nella maggior parte dei casi noi non complottiamo contro il nostro fratello per ucciderlo, possiamo però nelle singole occasioni mantenerlo nell’ignoranza  o inculcargli idee fasulle, oppure approfittarne in qualche modo. C’è dentro di noi un lato oscuro che non ama la luce, ma il compito della parola di Dio è quello di illuminarci in profondità per dispiegare davanti ai nostri occhi le nostre ambiguità. Noi ci pensiamo normalmente buoni e questo è vero perché Dio ha messo dentro di noi la su impronta, ma in modo parallelo, se la nostra vita non si mantiene legata al Padre con tutte le forze e i sacramenti del Figlio, ecco che si crea un doppio cattivo che nelle situazioni critiche viene fuori lasciandoci sorpresi e sgomenti. L’importante è riuscire anche nelle cadute, proprio quando il nemico ha mostrato le sue carte, saper leggere cosa è successo per porvi rimedio, sempre con il Suo aiuto.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, se la smettessimo di immaginarci angioletti e ci mettessimo sulle tracce del nostro essere reale forse, scoprendoci piccoli e qualche volta disgustosi, ci verrebbe più facile mettere mano alla nostra purificazione. Questo potrebbe essere per te un segnale per soccorrerci nei momenti difficili in cui potremmo disperare della nostra salvezza.

 

56 Essi cercavano Gesù e stando nel tempio dicevano tra di loro: "Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa?".

 

Questi Giudei sapevano il fatto loro e come i cacciatori sanno bene dove mettere la trappola, così loro erano convinti che Gesù avrebbe approfittato della festa per raccogliere ciò che aveva seminato con la resurrezione di Lazzaro e cioè il riconoscimento da parte del popolo che lui era il Messia venuto a salvare il suo popolo dalla mano dei romani. Il loro dirsi a vicenda : "Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa?" era un modo per dire:” Siamo proprio bravi perché sappiamo con sicurezza che il topo sarà sicuramente attirato dal formaggio costituito dalla festa e noi lo prenderemo con le mani nel sacco”. Qui emerge con chiarezza come per loro Gesù cercasse solo potere e gloria dimentico dei dati di fatto e cioè della presenza dei temibili romani che non avrebbero tollerato una ribellione di massa del popolo. Come sembrano buoni e patrioti questi Giudei! Essi purtroppo sono vittime di una manipolazione  delle coscienze che ha come asse portante un’errata interpretazione delle scritture. Qui appare evidente come errando in una materia così delicata, e cioè nella corretta interpretazione della Parola, dove Dio  ha il suo trono altissimo, si può imbroccare la via della violenza e dell’omicidio pensando di fargli cosa gradita. Nello stesso modo oggi il terrorismo islamico infanga il mondo di Dio mescolandolo con gli interessi umani. Scendendo poi al nostro livello proviamo a pensare quante volte ci siamo irrigiditi perché gli altri attaccavano il nostro credo o quante volte abbiamo cercato di imporre loro il nostro punto di vista elevandolo  sulla loro testa a di condanna facendoci forti del peso delle scritture? Oppure quante volte abbiamo atteso il momento opportuno per stringere il cappio al collo del nostro avversario credendo che proprio la realtà ci desse ragione, mentre l’altro ci sfuggiva nonostante tutte i nostri attenti preparativi per incastrarlo?  Ma in questo sappiamo essere anche più sottili nel senso che se anche non tendiamo tranelli nel breve periodo, però ci riserviamo di chiudere il contenzioso con il fratello non più fratello attendendo che la deriva del tempo ce lo porti sottomano per fargli constatare pesantemente come ha sbagliato e come noi fossimo nel giusto. Insomma corriamo sempre il rischio di utilizzare la verità come se fosse un nostro possesso e come un maglio contro i  suoi denigratori. La verità però non può mai essere dissociata dalla carità e quindi tutte le volte che ce ne dimentichiamo decadiamo dalla stessa verità che preferisce espatriare dai nostri confini lasciandoci vuoti di e tronfi di noi.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, non è facile seguirti perché la tua parola mette a nudo le nostre ambiguità. Tu però ci hai detto di seguirti nonostante tutto e quindi sulla tua parola avanziamo verso di te anche se siamo lenti, lenti come lumache.

 

57 Intanto i sommi sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunziasse, perché essi potessero prenderlo.

 

Gesù ora è un wanted e se fosse vissuto oggi sarebbe sul monitor di tutte le polizie. Egli si era rivolto nella sua predicazione a tutti, ora è alla mercè di tutti. Bisogna però qui circoscrivere questo ‘tutti’ agli abitanti di Gerusalemme e tra questi solo a coloro che erano dalla parte dei sommi sacerdoti. Se non si fa questa precisazione ecco che facilmente si dà adito a quelle interpretazioni errate che accusano gli ebrei di deicidio. E’ bene forse leggere dal Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica qualche passo al riguardo: “598 La Chiesa, nel magistero della sua fede e nella testimonianza dei suoi santi, non ha mai dimenticato che « ogni singolo peccatore è realmente causa e strumento delle [...] sofferenze » del divino Redentore. 434 Tenendo conto del fatto che i nostri peccati offendono Cristo stesso, 435 la Chiesa non esita ad imputare ai cristiani la responsabilità più grave nel supplizio di Gesù, responsabilità che troppo spesso essi hanno fatto ricadere unicamente sugli Ebrei: « È chiaro che più gravemente colpevoli sono coloro che più spesso ricadono nel peccato. Se infatti le nostre colpe hanno condotto Cristo al supplizio della croce, coloro che si immergono nell'iniquità crocifiggono nuovamente, per quanto sta in loro, il Figlio di Dio e lo scherniscono con un delitto ben più grave in loro che non negli Ebrei. Questi infatti – afferma san Paolo – se lo avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (1 Cor 2,8). Noi cristiani, invece, pur confessando di conoscerlo, di fatto lo rinneghiamo con le nostre opere e leviamo contro di lui le nostre mani violente e peccatrici ». “. Così stanno i fatti e se possiamo comprendere la difficoltà oggettiva dei capi a credere che Gesù, un uomo, potesse essere Dio, non possiamo giustificarli per avere ucciso un innocente. L’aver additato Gesù come il pericolo numero uno metterà in moto di lì a poco un meccanismo che porterà il nostro buon Signore ad essere abbandonato da tutti anche da coloro che avrebbero dovuto stargli vicino.  Fra poco gli si farà il vuoto attorno, ma questa condizione, anche se in modo meno drammatico, è vissuta spesso anche da noi uomini. Sarà interessante vedere come Gesù  risponderà allo stato d’abbandono per apprendere da lui, uomo divino, come comportarci.

La nostra vita e la Parola

Signore, esserti fedeli significa compromettersi apertamente e rischiare, oggi magari poco, ma un giorno chissà molto. E  siccome sappiamo quanto ci teniamo alla nostra pelle, visto che è il nostro sport preferito, ti chiediamo un aiuto speciale per poterti professare sempre come nostro Maestro e Dio.

 

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