CAPITOLO 14
1«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate
fede in Dio e abbiate fede anche in me.
Gesù é capace di vedere la radice stessa del nostro io. Egli sa
come siamo fatti e non si fa impressionare dalle nostre cadute momentanee. Gesù ci dà fiducia nonostante l'evidenza dei nostri
peccati. Ci da fiducia e ci incoraggia. Addirittura
prende le nostre parti di fronte a noi stessi. Questo prendere le nostre parti
non è un atto che non gli costa niente. Gli costa ancora
anche se è nei cieli e noi diciamo che non può più soffrire. Nel contesto dell’ultima cena poi se c’era qualcuno che
doveva turbarsi era proprio Gesù che stava per essere
tradito da due discepoli anche se in modo diverso e con diverse responsabilità.
Egli quindi non solo non si turba ma pronuncia delle
commoventi parole per rassicurare i suoi discepoli che sentono già traballare
tutto l’impianto della loro vita. Qui si vede con chiarezza come la condizione
umana é una condizione di fragilità. Ed è per questo che il Maestro si sente in dovere di
infondere fiducia e richiamare l’attenzione dei discepoli su Dio. Dio può
capovolgere delle situazioni che sembrano perdute, ma ha bisogno di uomini che credono nella sua parola. Proprio adesso noi
possiamo capire come per Gesù il vero problema non é
il peccato, ma l'avere o no fiducia in Dio. Aver fiducia che ci trarrà fuori dalle paludi del nostro io. Non si pecca per
sperimentare la misericordia di Dio, ma é grazie al
peccato che ci accorgiamo dell'abisso della sua misericordia. Egli è venuto per
i peccatori e quindi egli sa che lo siamo, se quindi dice di non turbarci vuol dire che la condizione di peccato non è quella che ci
preclude la strada per tornare a Dio. Non si può quindi trincerarsi dietro al
fatto che ormai siamo nelle spire del peccato e quindi non c’è più niente da
fare. Gesù dice di avere fede in Dio ed in lui.
Questo basta. Non dobbiamo salvarci con le nostre mani perché non ne saremmo
capaci. Gesù ha pagato per noi. Da parte nostra
dobbiamo dire ‘ciò che non è possibile a me è possibile
a Dio’.
La nostra vita e la Parola
Signore, l’intensità della tua calma ci infonde
fiducia e ci conforta. Anche noi allora potremo attraversare il mare tempestoso portando nel nostro
cuore le tue parole: ‘Non sia turbato il vostro cuore’.
2 Nella casa del Padre mio
vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado
a prepararvi un posto;
L'idea stucchevole che ci facciamo
dell'al di là é legata alla nostra incapacità di immaginare una vita diversa da
quella che viviamo. Il nostro essere immersi nella
materia vede quella vita di una noiosità mortale. Quale vera vita infatti é possibile senza corpo?
Eppure ci viene detto che nella casa del
Padre esistono dei posti per noi.
Sulla parola di Chi sa che risorgerà, e cioé
di Chi si appresta a realizzare l'impossibile, ci viene
proposto di credere che dopo la morte non solo esiste una modalità di vita
collettiva (l'idea della noiosità ha forse origine da qui?), ma esistono vari
posti e per ciascuno di noi un posto preparato ad hoc. Il posto qui non é solo qualcosa
di statico, ma uno spazio di attività che, a
differenza del posto terreno, sarà sempre più in espansione. Inoltre i posti
non sono limitati
e cioè non si sta lì in un sistema di penuria in cui tutti devono sgomitare per
accaparrarsi un posto. Gesù dice anche che, se fosse
stato uno dei tanti politici, per correttezza avrebbe dovuto dire che i posti erano
limitati o comunque che quelli disponibili sarebbero andati ai suoi
sostenitori. No, i posti ci sono e sono molti perchè
sono potenzialmente per tutti coloro che accoglieranno
il suo vangelo su questa terra. Ora però interroghiamoci ancora sul luogo e cioè dove si trovano i posti che Gesù
ci ha promesso?. In prima istanza ci è sembrato che esso fosse presso il Padre. Dice
infatti Gesù: ‘nella casa del Padre’. Ora però dobbiamo capire dov’è la casa del Padre.
Il mistero di questo versetto sarà risolto nel prossimo adesso focalizziamo la
nostra attenzione su Gesù che sta per andare a
preparare a noi tutti un posto. Ciò vuol dire che
senza la sua azione non ci sarebbe un posto da occupare. Infatti
per un posto nella casa del Padre non
sarebbero sufficienti le vite di tutti i giusti del tempo passato, nè di quelli futuri. La persona di Gesù
è quindi il cardine attorno a cui gira una nuova umanità qualitativamente
diversa da quella precedente. Senza di lui niente posto e
niente salvezza. Gesù adesso parla di sé e
della sua azione in modo diretto. E’ infatti questo il
momento del grande evento atteso da millenni e quindi il linguaggio di Gesù cambia in intensità e contatto verso i suoi che lo
ascoltano turbati.
La nostra vita e la Parola
Signore, esistono dei momenti in cui dobbiamo prendere in mano la
situazione indirizzando la nostra vita in una maniera piuttosto che un’altra.
Trattandosi di scelte importanti aiutaci a prendere delle decisioni libere
dalla fretta o da qualsiasi motivazione che non possano essere sostenuta alla tua
presenza.
3 quando sarò andato e vi
avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi
dove sono io."
Il Maestro parla
al futuro quando si riferisce in modo velato alle vicende della
sua passione (quando sarò andato), del frutto della sua passsione
(vi avrò preparato un posto), della sua resurrezione (ritornerò) e del suo
rapporto con i discepoli (vi prenderò con me), ma poi quando parla del luogo
dove li porterà indica chiaramente che in quel luogo lui già dimora (perché
siate anche voi dove sono io). E cioé
vi porterò nel futuro in un luogo dove io sono già nel presente. Parole
da vertigine! Dopo la resurrezione Gesù prenderà con
sé i discepoli, ma non per portarli in un altro mondo, seppure bello come
quello del Padre, ma li prenderà con sé nello stesso
mondo degli uomini. I cristiani quindi sono coloro che sono
presi da Gesù.
Non credo che in letteratura o anche in altri scritti sacri ( se qualcuno ne
conosce mi piacerebbe prenderne conoscenza) si possano trovare parole così
intense tanto da creare da parte della divinità una relazione che abbraccia in
un vincolo d’amore non più solo il popolo, come era
per Israele, ma la singola persona. L’essere presi da parte del Signore
significa abitare con lui dove egli si trova e cioè
nel suo io sono e cioè nel suo essere intimo con il Padre. Essere con lui
significa quindi vivere momenti di eternità da vivi e
però nessuno di noi potrà mai dire di aver preso con sé il Signore perché
allora saremmo dei mistificatori. E’ lui che ci prende e lo fa
quando noi glielo permettiamo.
Per ritornare ai discepoli essi avevano vissuto in quei tre anni assieme
ad una persona che pur essendo unica aveva due nature una umana
e l’altra divina. E come mai non se ne sono accorti?
Anzitutto perchè le due nature erano armonizzate in
maniera tale che l’uomo potesse avvicinarsi e non morire e poi per permettere
che esse si rivelassero nel contesto della costruzione di un rapporto con gli
uomini. I discepoli infatti avevano visto grandi
miracoli, non ultimo quello della resurrezione di Lazzaro e la trasfigurazione
di Gesù sul monte Tabor, ma
da queste esperienze non potevano in alcun modo arrivare ad immaginare che in
quei tre anni Dio stesso si era accompagnato con loro. La loro cecità è simile
alla nostra.
Quando saremo di fronte al Padre quante cose
saranno rivelate della nostra vita! Ad es. il numero di volte che presi dal
Signore avremo camminato con lui per le strade della
nostra quotidianità.
La nostra vita e la Parola
Signore lo so che per noi uomini è difficile credere che un uomo sia Dio. E’ per questo che per preparare la tua venuta, assieme al tuo Padre celeste, hai creato una
storia, un popolo, una lingua e santi e testimoni perché non potessimo credere
solo per il fatto che ti sei incarnato, ma grazie ai molteplici rimandi che
sono la salda ed intelligente trama su cui hai voluto darci modo di rafforzare la nostra fede.
4 E del luogo dove io vado,
voi conoscete la via».
Gesù in
questo momento sta tirando le fila del lungo insegnamento che ha impartito ai
discepoli durante i tre anni in cui è stato con loro. Essi hanno imparato a
dare una direzione diversa alla loro vita abbandonando all’inizio la famiglia
ed il lavoro dei padri.
Poi tutte le volte che si trovavano in difficoltà avevano imparato a rivolgersi
al Maestro. E tutto ciò era avvenuto non una tantum ma in continuazione
come chi per arrivare da un posto all’altro non sceglie di attraversare i
campi, ma si affida ad una comoda via che può accompagnarlo con sicurezza a
destinazione. I discepoli quindi si erano resi conto che la via che stavano
seguendo era diversa dalle altre vie. E’ una via a cui sono stati iniziati
personalmente da Gesù. Prima non esisteva ed essi
hanno dovuto apprenderla direttamente dalla bocca del Maestro. Succede anche a
noi, quando dobbiamo andare da qualche parte difficile da raggiungere, di
chiedere a chi conosce i luoghi di aiutarci a trovare la via giusta. Ricevuta
l’informazione poi dobbiamo arrangiarci a seguire le
indicazioni e spesso succede che dobbiamo ancora chiedere per strada. Gesù invece non ha dato ai suoi primi discepoli solo
indicazioni per la nuova via e poi è sparito, ma con il suo camminare
fisicamente con loro per le strade di Israele ha
impresso a fuoco nei loro cuori la via da seguire. I discepoli, come vedremo,
non se accorgono subito di questo loro mutamento
vitale. Avranno bisogno ancora di un potente reagente, la resurrezione, per
attivare tutte le potenzialità presenti e sopite nelle
loro anime. Gesù si trova da sempre nel luogo di cui
parla, ma per portarvi i discepoli deve ancora fare del cammino e deve farlo da solo. Si intravede
infatti nelle sue parole la percezione che discepoli e Maestro si trovano ad un
bivio. Gesù proseguirà per la strada maestra
lasciando indietro i discepoli e questi, se vorranno, potranno poi seguirlo
senza farsi ingannare, come capiterà a Pietro ed in modo più radicale a Giuda,
dall’altra via. Il rito del distacco quindi procede e Gesù
si premura di fornire ai discepoli tutte le
indicazioni necessarie per ritrovarsi di nuovo assieme nel luogo del nuovo
incontro. Il Maestro sa anche d’aver impartito bene i suoi insegnamenti ed è per questo che afferma che i discepoli conoscono la via.
La nostra vita e la Parola
Signore,
tu ci sei stato vicino sempre in tutti gli anni della nostra vita, ma come ben
sai abbiamo bisogno di continui reagenti per
percorrere senza sbandamenti la tua via. La tua persona sia la nostra
attrazione fatale dalla quale vogliamo far dipendere ogni nostro pensiero ed ogni nostra azione.
5 Gli disse
Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?».
Gesù usa un linguaggio da illuminato e cioè
da persona che non coarta la realtà con le sue proiezioni personali. Se i
discepoli avessero avuto la mente aperta come quella del Signore
si sarebbero accorti che negli ultimi tempi c’era stato un crescendo da parte
dei Giudei per metterlo a morte. Essi avevano un’idea onnipotente del Maestro e
non potevano assolutamente pensare che potesse
diventare oggetto di violenza. In altre occasioni Gesù
si era trovato in mezzo a coloro che volevano
ucciderlo, ma ne era uscito sempre miracolosamente indenne. Ora Tommaso pensa
che il Signore voglia andarsene in qualche luogo lontano e gli presenta le sue
deduzioni logiche. Si incrociano qui due modi diversi
di usare il linguaggio: quello del Maestro che spiazza i discepoli acutizzando
tutta la loro attenzione e quello dei discepoli che utilizzano linguaggio
diretto e semplice dei pescatori. Questa via di cui parla il Maestro essi non la conoscono e come possono seguirla? Gesù invece afferma che la conoscono. Questo è il punto
nodale in cui si toccano e si scontrano all’interno di chi è discepolo due
diversi modi di pensare. Ad es. la guida spirituale indica una strada ed il
discepolo resiste perché non si fida di ciò che gli è stato detto. Tommaso
avrebbe dovuto dire: “Signore se noi la conosciamo perdona la nostra amnesia ed
indicacela”. No, egli vuole sapere dove va il Maestro ma
noi sappiamo dalla vita come sia difficile conoscere il luogo dove si andrà a
finire, ma conosciamo con più sicurezza la direzione e le possibili vie.
Tommaso sembra preso dall’ansia di realizzazione e cioè
del sapere subito qual è la meta per poter ingranare la marcia e partire.
Sappiamo che non è così perchè il raggiungimento
della meta è frutto di attese, di apparenti giri a
vuoto, di incontri improvvisi che cambiano l’orizzonte e quindi le piccole mete
che ci eravamo immaginati. Mettersi subito in testa che
bisogna arrivare in un certo posto senza guardarsi intorno per vedere se dal
profondo mistero del reale ci arriva qualche altra indicazione capace di farci
cambiare anche la nostra meta iniziale, è seguire la via troppo rigida di
Tommaso. Incontreremo ancora Tommaso dopo la resurrezione ed anche in quell’occasione ci accorgeremo del suo stile pratico e
diretto.
La nostra vita e la Parola
Signore, aiutaci ad essere attenti a ciò
che ci succede senza farci prendere da un entusiasmo bambinesco per ciò che la
nostra mente ci propone. Le tue opere sono sempre corredate da angelici avvisi
e quindi dacci occhi per accoglierli ed umiltà per
cambiare le nostre frettolose certezze.
6a Gli disse Gesù: «Io sono la via, la
verità e la vita.
Nella
filosofia scolastica si afferma che esiste un livello dove "verum et factum convertuntur" intendendo con ciò una sfera dell'essere
dove la verità e l’esistenza sono una sola cosa. In Gesù è realizzata pienamente questa armonia
infatti in lui non esiste, come in noi, alcun dover essere in quanto c’ è una
perfetta corrispondenza tra la sua essenza divina e la sua esistenza. Solo la
sua natura umana cresceva e si fortificava come ci vien
detto di Gesù bambino, ma questo per amore di noi
uomini rivestiti di carne e quindi esposti allo spazio e al tempo. Definendosi
via egli accenna proprio al cammino che deve fare ogni uomo per avvicinarsi
alla sua verità. Inoltre definendosi nostra verità il Maestro ci rivela che
nessuna filosofia potrà mai appagare la sete di conoscenza dell'uomo dal
momento che solo la sua vita si presenta in quella pienezza d’esistenza dove
non esistono idee alla maniera umana in quanto le idee umane esistono solo
come sostituti all’assenza della realtà a cui si riferiscono. Ecco perché la parola di Dio, ed in modo particolare, quella dei
vangeli é la guida per eccellenza per penetrare più profondamente nella vita di
Gesù, e quindi nella verità in assoluto. Noi
pensiamo che la verità sia qualcosa essenzialmente prodotta dai giudizi della
nostra mente e quindi qualcosa che dobbiamo costruire da noi stessi. Ma la mente non ci viene data perché trovi la sua verità, quanto per vagliare e
dare testimonianza alla Verità che trova nella stessa vita il suo modo di
proporsi. La Verità la troviamo quindi nella stessa vita del Maestro che
diventa così per noi un continuo punto di riferimento per le nostre azioni.
L'"io" rimane deluso da questa prospettiva, incaponito com'é
nell'intento di trovare in se stesso la ragione di ogni
suo pensare, dire e fare. L'io strepita, ed allora lo
si può lasciare benissimo strepitare a riva, mentre la nostra parte più ardente
può rispondere all'invito e seguirLo nel mare aperto dove Lui ci chiama. E chi non crede ha una verità a cui rapportarsi? Certamente
perché ogni uomo è stato fatto ad immagine di Dio e quindi anche il non
credente, quando opera il bene, segue la via della verità di Dio rimanendo così
degno di ogni onore e benedizione.
La nostra vita e la Parola
Signore,
non ci hai lasciato senza luce in una valle oscura, ma come una luminosa stella
cometa ci hai indicato la via, ci hai fatto conoscere la verità e ci hai dato
la tua vita perché diventi la nostra stessa vita.
6b "Io sono la via, la verità e la vita..."
La
solennità di una tale dichiarazione sembra sfuggire tante
sono le ricchezze di senso in cui é immersa. In sostanza ci viene offerta la chiave della vita e ci viene detto che
qualsivoglia esistenza, che lo sappia o no sarà confrontata con la Sua vita. E'
un dono eccelso che viene fatto all'uomo quando meno
se lo aspettava. Nessuno si sarebbe aspettato infatti
d’essere così amato da ricevere come riferimento lo spartito della Sua
esistenza donata.La via dunque per l'uomo credente é segnata, é la stessa vita di
Cristo da rivivere e approfondire dall'angolo particolare della propria esistenza.
In questa via inoltre Lui stesso si fa via a ciascuno di noi: siamo invitati a
capire come il solco che lasciamo lungo il nostro
cammino deve espandersi fino a scoprirne un altro sottostante che ci sostiene e
indirizza.Il Maestro dichiara pure di essere la vita
e quindi il discepolo che si accompagna a lui nella Sua via dimora nella vita e
cioè nello stesso Gesù. Solo
essendo radicati in Gesù si potrà
essere riconosciuti dal Padre. Occorre conformarsi a Lui. I fans
sono coloro che più di ogni altro possono capire
questo discorso, perché loro cercano di
essere completamente come il loro idolo, si vestono nello stesso modo, cantano
le sue stesse canzoni, si emozionano per lui, lo cercano, vogliono toccarlo,
stanno ore in fila per comprare i biglietti del loro concerto ecc. La stessa
cosa, e chiaramente su di un piano più sublime ci propone Gesù
che non ci svuota, non vive in noi
annullandoci, ma incrementando in noi sempre più vita.
La nostra vita e la Parola
Signore,
questo tuo proporti come
punto di riferimento non avrebbe alcuna presa su di noi se i santi non ci
avessero testimoniato con la loro vita la verità profonda delle tue parole.
Grazie al loro esempio esse
diventano per noi sempre più via, sempre più verità e sempre più
vita.
6c Nessuno viene al Padre se non per mezzo
di me
L'uomo
é in radice aperto alla conoscenza. Non gli basta il già saputo, egli vuole andare avanti. Fa parte
della sua interiorità un'apertura che è potenzialmente infinita. Questa pieno
di senso verso cui è proiettato non lo fa fermare mai e lo attiva
incessantemente Il Maestro proprio per essere stato come noi, limitato nella
finitezza delle nostre cellule, ha avuto perfetta consapevolezza di questa
nostra condizione. Di fronte all'immensità della nostra richiesta di senso volle rispondere indicandoci il punto da cui
cominciare per capire qualcosa.Il Padre, che é la
radice da cui può partire ogni possibile richiesta di senso aperta all'infinito,
viene incontro all'uomo fornendogli la chiave, la magica combinazione che può
dargli l'accesso al suo mondo di gloria. Questa chiave ce la dona in una esecuzione ad altissimo livello fornitaci nella vita del
Figlio. Lui che é stato nel seno del Padre dall'eternità può dirci come è veramente Dio. E non c’è profondità di esoterismo che possa farci
arrivare al Padre il quale volle raggiungere il nostro cuore di carne
attraverso il suo Cristo. Solo il cuore divino di suo Figlio può essere
adeguato all’assolutezza di senso che il nostro cuore cerca. Gesù quindi diventa il nostro transito obbligato se
vogliamo renderci conto della pienezza della vita divina. Il Maestro non è un
optional, ma l’Essere necessario a cui l’uomo deve ricorrere se vuole quel di
più che non trova da nessuna parte. Il rapporto diretto con Dio che piace a
tanti non raggiunge il vero bersaglio, ma rischia di impantanare l’uomo in
tante fotografie di Dio che sono solo la propaggine
delle sue proiezioni umane. Il vero volto di Dio, la sua perfetta fotografia,
nitida ed espressiva è Gesù.
La nostra vita e la Parola
Signore,
tu incarnandoti hai aperto uno spiraglio su Dio per noi impensabile. Per conto
nostro infatti ci saremmo contentati dell’idea che di
te nel passato avevano i nostri saggi, ma ora conoscendoti ci accorgiamo che
senza la tua matrice il volto di Dio sarebbe per noi confuso ed appannato.
7"Se conoscete me
conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e l'avete veduto"
Adamo ed Eva conoscevano Dio secondo la
misura piena delle loro possibilità. C'erano però anche delle colonne da non
varcare ed i progenitori vollero andare oltre per conoscere cosa si nascondeva
dietro al mistero. Ciò che si nascondeva però poteva
essere solo rivelato diventando intimi con la divinità. Dio passeggiava con
Adamo ed Eva nel paradiso terrestre e questo loro andare insieme molto
probabilmente era una sorta di noviziato per introdurli in un rapporto
destinato a crescere all’infinito. Il primo tentativo di Dio fallì per mano dei
progenitori, ma il secondo, con Maria,
riaprì il dialogo a tal punto che essa divenne tanto intima di Dio da
essere degna di partorirgli un figlio. E’ lungo questa linea di discesa di Dio
verso l’uomo che si può intraprendere la via del ritorno da Gesù
al Padre. Prima di Gesù nessuno era
potuto ascendere al Padre, neppure i saggi o quelli dell’antico
testamento che noi oggi conosciamo come santi. Né
intelligenza, né santità, né furbizia aveva potuto colmare questo iato profondo
che divideva l’uomo da Dio. Ce lo dice Gesù stesso:” Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché
il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo (Gv3:13). Se dunque è venuto a noi
il Salvatore, non solo mandato da Dio, ma Figlio suo,
ecco che conoscendo lui conosceremo anche il Padre. E
già il fatto di farci conoscere Dio come Padre, e quindi non come creatore o
architetto del mondo o terribile divinità, è una rivelazione. Gesù però non ci consegna solo una serie di proposizioni
che descrivono com’è il Padre, ma la sua stessa vita in quanto è essa che ci parla del Padre. C’è qui un salto profondo nel
modo stesso in cui l’uomo apprende qualcosa sulla divinità. Prima di Gesù
si apprendeva qualcosa su Dio o ricevendo direttamente delle illuminazioni da
Dio o tramite un maestro la cui sapienza era fondata saldamente sulle
scritture, ma ora i discepoli vedono di fronte a loro
un uomo che afferma che attraverso di lui possono conoscere il Padre. Non solo
quindi attraverso le sue parole, ma dai suoi occhi, dalle sue mani, da suoi
movimenti, dal modo come parla, come si relaziona, dal
suo modo di amare e quindi in sostanza di essere. Gesù
quindi per la conoscenza del Padre non è uno che avrebbe
potuto non esserci o uno dei tanti, ma il necessario punto di
riferimento di ogni uomo sulla faccia della Terra, della Luna o prossimamente
di Marte. Nel presente nel passato e nel futuro Gesù
è il destino per ogni uomo ed ogni donna che vorranno
entrare in intimo rapporto con Dio. Gli altri avranno solo una conoscenza per
sentito dire, ma in Gesù noi abbiamo
la fonte. E questo lo diciamo non perché ne meniamo
vanto e come potremmo se in ciò non abbiamo alcun merito, ma solo per amore
della verità.
La nostra vita e la Parola
Signore, che in tutte le religioni ci fai
conoscere donne ed uomini grandi per la loro santità, fa che possiamo riceverne
i benefici, ma nello stesso tempo aiutaci a scoprire i tuoi tesori che sono
unici e che ci introducono nell’intimità e nel mistero di Dio.
8 Gli disse Filippo: «Signore, mostraci
il Padre e ci basta».
Tutto ciò che
appare ai sensi limitati dell'uomo non può avere carattere di
rivelazione definitiva per il fatto che la scena della presentazione é il
limite dello spazio-tempo: questo presupposto doveva essere scolpito nella
mente di Filippo. Filippo aveva ben inteso le parole del Maestro
ma c'era una incapacità strutturale dell'uomo in quanto tale a fare il
passo che era lì a portata di mano e cioé il
riconoscimento che in Gesù agiva il Padre e che
avendo relazione con Lui si conosceva e si aveva relazione con il Padre. Gesù metteva cos’ in crisi un'apparato
conoscitivo che mortificava l'uomo ad orizzonti ristretti rendendogli quasi inconoscibili realtà profondissime perché non rilevate dai
suoi sensi più superficiali. Il Maestro nel suo discorso tiene presente questo
limite ed accompagna l'uomo Filippo ad una nuova nascita nello stesso momento
che il discepolo percepiva che i suoi sistemi percettivi e mentali stavano
entrando definitivamente in crisi. L'apparente impazienza di Filippo era volta solo a rendersi conto fino in fondo se avesse
proprio inteso bene le parole del Maestro. Non si spiega altrimenti il
contenuto della sua domanda che è all’opposto di quanto aveva detto Gesù un momento prima. La domanda
più coerente da fare sarebbe stata questa: “Signore com’è possibile che
conoscendoti si conosce il Padre?” e non quella di
togliere il velo ai suoi occhi per vedere il Padre. Filippo è proprio uno di
noi che vuole avere un rapporto diretto con Dio senza
alcuna mediazione. La frase che si sente maggiormente sulla nostra bocca è che crediamo in Dio e questo basta. Non si accettano
mediazioni e quell’orma di Dio che ci
è stata messa nel cuore come
traccia, per metterci alla ricerca del Dio vero, viene sequestrata a solo
nostro uso e consumo. L’insistenza di Gesù a far
volgere gli occhi di Filippo verso la sua umanità e non verso l’alto dei cieli
è il cambiamento radicale che la sua incarnazione è venuta a portare qui sulla
terra. E quando si capirà meglio che in Gesù non si
vede solo il Padre, ma ogni fratello ecco che il cerchio
sarà chiuso e il senso tradizionale della religione sarà capovolto: Dio non
verrà più incontrato guardando il cielo, ma la terra con i suoi abitanti e la
sua natura. Gesù indicando la sua vita come via per
arrivare al Padre non aveva quindi presente solo Filippo, ma tutta l'umanità ed
é tutta l'umanità che stava partorendo con le sue parole. Il messaggio quindi
doveva essere ridondante e chiaro. Non ci dovevano essere dubbi sul fatto che
solo la sua umanità poteva dare accesso al Padre. L'uomo vecchio in Filippo
stava cedendo, ma si aggrappava ancora ad un modo di vedere che stava per tramontare
definitivamente.
La nostra vita e la Parola
Signore, la strada che ci proponi ha un cuore, il tuo. Non sei né
nostro modello, né un insieme di belle dottrine, ma una umanità
palpitante di amore, di giustizia e di verità. Alla tua scuola impareremo molto
su noi stessi e sul tuo mondo che è quello del Padre. Quando poi ci sarà
concesso di vederti finalmente in cielo non
contempleremo solo la tua persona, ma il Padre,l’amore del Santo Spirito e
tutti i fratelli che hanno voluto su questa terra contemplarvi nel volto dei
fratelli.
9a Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?
Non é che la nostra mente sia di per sé
incapace di intuire cosa c'é sotto le apparenze, ma essa si presta solo a ciò
che i suoi sensi più esterni gli fanno sperimentare. L'uomo é portato a
fidarsi solo di ciò che vede e sente. Nasce e, se viene
nutrito, crede che la fonte del cibo sia inesauribile. Quando
poi é adulto può pensare di avere un diritto assoluto alla fonte del cibo e non
si guarda attorno per capire se questo suo giusto diritto può essere sempre
soddisfatto con l'abbondanza a cui é stato abituato. Solo un carestia o una disgrazia può mettere in crisi questa sua aspettativa, diversamente egli
vuole ciò che pensa gli spetti di diritto. E la sua mente é
al servizio di questo suo desiderio fondamentale. Il
passaggio successivo, e cioé quello di capire fino in
fondo che si può gustare la bontà del cibo solo se esso si può in qualche modo
dividere con l'altro, é un incremento che non é frutto della mente, ma del
cuore. La mente vive del dato e non riesce ad immaginare realtà che per
lei non esistono. Quindi quando si fa ragionare solo
la mente essa
pesca nella banca dati che ha già a disposizione, mettendo magari in
relazione elementi che non lo erano; può inoltre immaginare cose che non
esistono progettandole perché esistano nel futuro, ma non può intuire qualcosa
del mistero profondo della realtà perché il suo range
di azione non glielo permette. Ci vuole qualcosa che implementi la mente per aiutarla a
riconoscere altri livelli di realtà. Il cuore dell'uomo é
quel di più che può introdurlo a qualcosa di grande. Ed é al cuore
dell'uomo Filippo che Gesù si sta rivolgendo nello
stesso momento che cerca di
far ragionare la sua testa. La vita stessa di Gesù
era stata vissuta con il cuore ed egli quindi fa
appello al cuore di Filippo perché porti la sua mente a considerare tutti gli
atti e tutte le parole del suo Maestro. La mente dell'uomo Filippo dovrà pur
cedere, dovrà pur mettere assieme il mosaico e tirare
le conclusioni.
La vita di Gesù non solo
é stata aderente alla volontà del Padre, ma é stata una continua
testimonianza ai discepoli e al mondo del suo essere ogni momento vicino al
Padre. Tutto Gesù faceva nel Padre, anche se il Padre non era fenomenicamente
presente. L'avere sempre testimoniato la presenza del Padre e l'aver agito
sempre in unione con Lui fa dire a Gesù:"Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire mostraci il Padre?". Il Maestro sta
cominciando a chiudere il cerchio della sua rivelazione e sta insegnando ai
discepoli a vedere le cose sotto un'altra prospettiva. Quello che propone é
lontano dalla logica del mondo che vive di sicurezze e di appoggi
dati secondo ciò che ne può venire in tasca. Gesù
chiede, dopo aver dato amore prove segni, che ci si decida per Lui e per
il suo messaggio. Con le parole che dice a Filippo vuole suscitare una risposta in cui la mente sia
vinta dalle ragioni del cuore.I pescatori stanno per
essere pescati e Gesù tira le reti, fa sentire loro
tutta la forza della sua vita per aiutarli a fare il salto. La logica d'amore
di Gesù diventa stringente e vuole da loro una
risposta.
La nostra vita e la Parola
Signore, tu ci stai sempre vicino e noi non percepiamo la tua
presenza. Solo quando la nostra mente rinuncia al ruolo di
perfetto conoscitore dell’universo, ecco che solo allora le ragioni del cuore
cominciano a prendere il sopravvento e tu puoi finalmente entrare in quella che
credevamo essere solo casa nostra. Scopriamo così che siamo noi a stare
nella tua casa e quanto più ne prendiamo coscienza tanto più
zampilla in noi la tua vita eterna dove non vi sono rimpianti, ma una serena
gioia ed una celeste pace.
9b Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre?
Immagino che a queste parole sia seguito del silenzio. Davanti
agli occhi dei discepoli saranno passati davanti tutte le volete
che Gesù si era rivolto al Padre. Nel vangelo di
Giovanni troviamo:"Il Padre ama il Figlio e gli
ha dato in mano ogni cosa".(GV 3,35) (Il Padre é amorevole). “Chi crede nel figlio ha la vita
eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio incombe
su di lui( é giusto)" (Gv35-36);"Il Padre
mio opera sempre (é sempre attivo nell'amore e nella giustizia) e anch'io
opero".(GV 5,17). ”Proprio per questo i giudei cercavano ancor più di
ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre (é
Padre), facendosi uguale a Dio."(Gv 17-18);"In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può
far nulla, se non ciò che vede fare dal Padre (é modello); quello che egli fa,
anche il Figlio lo fa. Il Padre infatti ama il Figlio,
gli manifesta tutto quello che fa (é trasparente) e gli manifesterà opere
ancora più grandi di queste (fa cose sempre più meravigliose), e voi ne
resterete meravigliati. Come il Padre risuscita i morti e dà la vita (la vita é
in suo potere), così anche il Figlio dà la vita a chi vuole; il Padre infatti non giudica nessuno (é misericordioso) ma ha
rimesso ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il
Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che
lo ha mandato.(GV 5,20-23) (il Padre manda in
soccorso)”. "Come il Padre ha la vita in se stesso (é la vita), così ha
concesso al Figlio di avere la vita in se stesso; e gli ha dato il potere di
giudicare, perché é Figlio dell'uomo." (Gv 19-28). "Io però ho una
testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato
da compiere ( il Padre pensa per noi grandi cose e ce le
fa avere tramite il Figlio), quelle stesse opere che io sto facendo,
testimoniano di me che il Padre mi ha mandato (il Padre ama infinitamente gli
uomini se ha mandato Colui che infinitamente ama). Ed
anche il Padre che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me (Il Padre ha
mandato, ma é vicinissimo e rende testimonianza). (Gv 5,36-37). "Come infatti
il Padre ha la vita in se stesso , così ha concesso al figlio di avere la vita
in se stesso (Il Padre é l'origine della vita). (Gv 5,26)."Io sono venuto nel nome del Padre
mio e voi non mi ricevete"
Gv5,43)."Non crediate che io sia venuto ad accusarvi davanti al Padre (Il
Padre è buono);(Gv5,45)."Procuratevi non il cibo che perisce ma quello che
dura per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché
su di lui il Padre mio, ha messo il suo sigillo (Il Padre non abbandona mai il
Figlio, lo dichiara suo per l'eternità). (Gv
6, 27);"Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me."(Gv 6,36);"Nessuno può venire a me, se non lo attira il
Padre che mi ha mandato."(Gv 6,43). Chiunque ha
udito il Padre (Il Padre parla all'uomo) e ha imparato
da lui, viene a me.(Gv
6,45). "Per questo vi ho detto che
nessuno può venire a me, se non gli é concesso dal
Padre mio (Il Padre concede all'uomo il suo bene)"(Gv
6,65). Come il Padre che ha la vita ha mandato me ed io vivo per il Padre, così
anche colui che mangia di me vivrà per me" (Gv 6,57)."E anche se giudico, il mio giudizio é vero,
perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato"; Io dico quello
che ho visto presso il Padre (Il Padre é fonte di tutto"(Gv 8-16). "Se io glorificassi me
stesso, la mia gloria sarebbe nulla, chi mi glorifica é il Padre mio. (Gv 10,54). “Padre ti ringrazio che mi hai ascoltato, lo
sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la
gente perché credano che mi hai mandato"(Gv
11,41-42) (Il Padre ci ascolta). "Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi"(Gv 10-37). "Come il Padre conosce me ed io conosco il Padre" (Gv 10,14);
Il Padre mio che me le ha date (le pecorelle) é più grande di tutti...(Gv 10,29).
La nostra vita e la Parola
Signore, potessimo sul tuo esempio
parlare di te come hai parlato del Padre! Le tue parole erano dense di vita e
non di richiami filosofici. Parlavi del Padre come un innamorato e quindi se
vogliamo seguirti non abbiamo altra strada che quella
dell’amore.
10a Non credi che io sono nel Padre e il
Padre é in me?
La divinità ha altri pensieri che i nostri. Noi siamo preoccupati
di avere una misura che sia nostra perché sembrerebbe
che non possiamo pensarci diversamente. Passiamo tutta una vita ad individuarci
e poi quando ci siamo riusciti siamo pronti per la morte. Molte volte un
eccesso di individuazione ci specializza così tanto
che altri contesti non li sopportiamo e siamo buoni solo a servire il nostro piccolo mondo. In questo
misterioso rapporto tra il Padre e il Figlio c'é sì distinzione,
ma distinzione nella presenza: Il Figlio fa tutto nel Padre, non deve
nascondere niente. Il bene che é in lui é un atto di amore
verso il Padre, perché nulla può essere del Figlio che non sia nello stesso
tempo del Padre. Tra i due non c'é separazione, ma
intima unione. Allora non c'è una distinzione tra i due che passa per
l'appropriazione di una sfera dell'essere, per una individuazione
a spese dell'altro o contro l'altro, ma una misteriosa diversità che passa per
parametri diversi dai nostri distinguo. L'essere nel Padre da parte di Gesù viene da Lui testimoniato come una pietra preziosa da
mostrare al mondo che si illude di costruire qualcosa
prescindendo da Dio. Non il distacco, ma la connessione e l'intima unione é la suprema parola
che ci viene dalla testimonianza di Gesù. E ciò viene proposto all’uomo come qualcosa a cui si può dare il
proprio assenso e cioè un qualcosa che non solo si può credere ma nel momento
in cui viene proposto all’intelligenza questa, pur dando il suo assenso nella
fede, non trova contraddittorio il suo stesso credere. Insomma non si crede per
assurdo ma grazie ad un contesto credibile che
permette all’intelligenza di fare il salto, non per un calcolo in cui alla fine
i conti tornerebbero, ma grazie ad un amore vibrante che non si lascia dietro
una intelligenza bastonata, ma la esalta in quella sua naturale ricerca del
bene.
La nostra vita e la Parola
Signore, tu non ci vuoi ciechi amatori del tuo bene, perché il tuo
Padre celeste ci ha muniti di un ben dell’intelletto
che è frutto del suo Essere di luce. Oggi che si sfilacciano i fondamenti del
vivere umano aiutaci ad illuminare della luce del tuo
Padre celeste tutti quei delicati campi della vita umana dove sembra che la
barbarie stia per prendere il sopravvento.
10b Le parole che io vi
dico, non le dico da me; ma il Padre che é in me
compie le sue opere.
La nostra sensibilità a prima vista é
impressionata negativamente da queste parole. Come é possibile che
le parole che uno dice non sono sue e che le azioni che uno compie sono fatte
da un altro. Sembra un bel caso di plagio. Anzitutto notiamo che esse sono
state pronunciate di fronte a 12 uomini che conoscevano la vita del Maestro e
che potevano verificare se le sue parole avessero consistenza di verità umana.
Sicuramente Gesù aveva vissuto di fronte agli occhi
dei discepoli avendo il nome del Padre sulle labbra. Inoltre c'é una verità più
profonda che ci fa capire come questo attaccamento del
Figlio al Padre rappresenta per noi la suprema verità. L'amore umano aspira
all'unità e parte dall'essere privo dell'oggetto del proprio amore. L'amore
divino non può partire da ciò che manca, ma é solo contemplazione di ciò che
già é: il Maestro contempla la vita di Dio in se stesso e questa vita del Padre
in lui é quella che accetta e testimonia agli uomini come via di salvezza. Non é un essere plagiato che ci propone menzogne, ma un Essere
divino che indica all'uomo la via per dire parole e compiere azioni assolute, cioé secondo il Padre e la sua vita divina.Inoltre notiamo in queste versetto
la perfetta equiparazione tra le parole e le opere e cioè in Dio le parole non
sono solo parole, ma opere. Gesù
infatti dice che le sue parole non sono le sue ma sono del Padre e
subito dopo dice che in lui il Padre compie le opere. Riassumendo quindi le
parole dette dal Padre sono nel Figlio come nel Figlio vengono
compiute le sue opere. Ora per i nostri occhi di uomini
le opere le vediamo solo all’esterno, ma se esse sono compiute nel Figlio ciò
vuol dire che quelle parole del Padre nel Figlio diventano parole-opere. E quindi solo alcune opere che si compiono nel Figlio hanno
una visibilità esterna, le altre si compiono nel silenzio della vita divina del
Figlio. E non potrebbe essere diversamente dal momento
che Gesù si trova nei limiti dello spazio e del
tempo.
La nostra vita e la Parola
Signore, insegnaci la tua pazienza e la tua
divina prudenza per dare tempo a ciò che deve maturare e che la fretta potrebbe
distruggere.
11 Credetemi: io sono nel
Padre e il Padre é in me; se non altro credetelo per
le opere stesse.
Chi é solo non é nella via di Dio. La vita divina é comunitaria.
Ci può essere la solitudine fisica, ma per la vera vita e la crescita di un
uomo occorre che egli sia assieme agli altri. Il 'tu'
deve essere presente nell'agire quotidiano. Noi sentiamo di vivere veramente se
il nostro rapporto con il 'tu' cresce e si espande.
Noi siamo felici quando sappiamo di poter contare
sull'altro perché intuiamo che il nostro 'io' é presente all'altro non in modo
episodico, ma in modo costante. E non solo. Noi siamo
felici al pensiero che siamo oggetto della attenzione
amorosa dell'altro. Noi viviamo nell'altro e noi stessi
abbiamo dentro di noi uno spazio tendenzialmente infinito per l'altro.
Se poi l'altro é Padre o Madre del nostro spirito ecco che la sua vita, le sue
azioni diventano per noi costante fonte di ispirazione.
Alla fine vogliamo essere come loro pur partendo da nascita e storia diverse. Gesù vive in maniera eccelsa e supremamente infinita la comunione
con il Padre e cioè non riesce a pensarsi e a vivere senza il Padre. Egli non
mette in atto azioni di millantato credito, ma solo ci
somiglia perché abbiamo la stessa origine anche se profondamente diversa e cioè
egli è generato e non creato dal Padre, mentre noi siamo solo creati. Così noi
quando amiamo profondamente portiamo la persona amata costantemente nel nostro
cuore e quando incontriamo gli altri non vogliamo
presentarci come single. In Gesà l’amore ha due facce
il Padre celeste e noi e per noi é disposto anche a mettere da parte i
significati più profondi del suo messaggio. E' come se dicesse : “Va bene, non capite, fa niente, faccio appello alla
vostra intelligenza pratica, a voi che avete visto quello che io ho fatto. Il 'credetemi' é un invito che parte dal cuore e va al cuore
dei discepoli. Il Maestro vuole indicare loro che lo stesso cuore che li sta invitando
é quello stesso che ha amato e operato miracoli per
gli uomini. Gesù si sta consegnando al loro giudizio
e lotta perché sia positivo, perché i discepoli
capiscano il suo operato e il suo messaggio. Sembra pure che il Maestro si
rivolga a tutto il popolo d'Israele, a quel popolo che
nei secoli era stato molte volte così testardo ed incredulo. Quel ‘credetemi’ da parte di chi non ha bisogno di essere
creduto per essere é a tutto e solo beneficio dell'interlocutore umano. Quel 'credetemi' é un appello che sa di essere ancora
insufficiente e sa pure che il prezzo da pagare per essere creduto passerà solo
sul suo sangue versato.
La nostra vita e la Parola
Signore, noi siamo così egoisti che non possiamo immaginarci una
vita decentrata in un altro ed invece è ciò che costantemente ci proponi per sottrarci al vizio del crederci importanti. Solo
nella dimenticanza di noi stessi possiamo aprire le porte al tuo di più che non
può entrare se ci immaginiamo come delle belle torri,
ma isolate dal tuo caldo amore.
12 In verità in verità ti
dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio
e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.
Per avvicinarsi al senso di questa frase occorre partire dalla
conclusione: "perché io vado al Padre". Gesù si percepisce già fuori dalla
scena del mondo e da lì continua il suo discorso con i discepoli. Se nella
prima parte della frase la promessa di fare opere più grandi potrebbe suonare
come il tentativo di ottenere un assenso tramite la promessa di poteri, nella seconda
parte tutto viene ribaltato. Chi parla non ha
interesse a legare a sé i suoi discepoli con false promesse perché fra poco
lascerà questo mondo. Qual'é
lo scopo allora che si prefigge nel promettere ai discepoli tali poteri?
Vediamo. I discepoli sono stati chiamati ad uno ad uno dal Maestro. Questa
chiamata ha sconvolto la loro vita personale. Seguire Gesù é stato per loro un atto di coraggio e di lotta contro
tutto l'apparato religioso del tempo. Il senso di libertà, di forza, di
essere nel giusto, di aver trovato un profeta che rivelava un nuovo volto di
Dio e i continui miracoli, tutto ciò era loro presente come le opere di cui ora
parlava il Maestro. Ora Gesù dichiara che i discepoli
potranno fare miracoli solo se riproporranno quello
stesso spirito di amore e verità che lo animava. Ecco il vero significato della
sua promessa che quindi non consiste nel dotare i discepoli di poteri
sbalorditivi per sedurre le persone o i popoli, quanto nel dir loro che essi
potranno fare le sue stesse opere ed anche di più grandi se ogni volta saranno
mossi non dall’arte del dimostrare alcunché, ma
dall’amare un uomo, una donna, un popolo. Il Signore è inflessibile su questo
punto e tutti diventiamo traditori se pensiamo di
usare la sua forza per motivi diversi da quelli per cui egli ci ha consegnato
la sua forza. L’arte di amare non la si conquista una
volta per tutte perché se è un amare umano esso, come ogni cosa, sorge e
tramonta, e se vuole essere divino è da chiedere ogni momento alla fonte
dell’amore, che è Dio. Non esiste una connessione al divino di cui si può
pagare una bolletta e non pensarci più, no, occorre mettere in
atto tutta una miriade di accorgimenti per collegarci al volto di Cristo
e sentirci dire : “se credi in me tutto
ti è possibile perché sei collegato alla fonte della vita.”.
La nostra vita e la Parola
Signore, ogni giorno, ogni ora queste tue parole: “se credete in me” siano lo stimolo continuo a verificare se
siamo connessi al tuo amore o al nostro egoismo. E se non vediamo che si
compiono in noi le tue opere allora è meglio per noi
entrare in crisi per riconquistarti spazio nel nostro cuore e lasciare agire il
tuo Spirito.
13 Qualunque cosa chiederete nel nome
mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio.
Non è bene chiedere al Figlio qualcosa se poi la si
aspetta anche da altre fonti. Il chiedere deve essere totale come l'offerta é totale. Chiedere significa già unificare la propria persona
nella direzione della persona a cui si chiede e quindi
l’atto stesso atto di chiedere é già un aiuto. Ora dobbiamo entrare un po’
meglio nel significato del chiedere, ma soprattutto nelle operazioni che
precedono l’atto del chiedere. Non si può chiedere come se si stesse bevendo un bicchier d’acqua e cioè centrati sul
proprio bisogno. Occorre prima mettersi di fronte al Figlio e ciò implica la
creazione di uno spazio vuoto in cui i due attori della scena siano soli. Solo così diventa vera per noi l’affermazione di
Gesù
quando dice che qualunque cosa noi gli chiederemo la farà. La nostra
richiesta infatti non può non essere che secondo Dio. Gesù infatti non ci ha promesso di
realizzare i nostri capricci, ma di fare tutto ciò che è secondo la sua santità
e nello stesso tempo fortifichi la
nostra. La promessa di Gesù quindi è vera, è una
promessa fatta da Dio stesso che non può mentire. Certo noi la prendiamo
sottogamba perché pensiamo che se fosse vera le cose ci andrebbero un po’
meglio, ma è qui che ci sbagliamo perché le parole di Gesù
non diventano vere se noi stiamo materialmente o psicologicamente meglio, ma
sono vere sempre. Quando infatti la nostra richiesta è
fatta nel Figlio essa viene fatta propria dal Figlio che è felice di
condividere con noi un qualcosa che rischiava d’essere solo sua. Ed allora la mancata realizzazione di ciò che chiediamo non
dipende da Dio, ma da cosa e da come glielo chiediamo. Nelle nostre mani quindi
il Signore ha messo una grande forza, ma noi non ne
vogliamo prendere coscienza tanto siamo abituati al nichilismo che ci circonda.
Abbiamo la promessa del Signore ed allora che cosa ci mantiene in uno stato di
poveri orfani che non sanno di avere un Padre potentissimo. E’ che siamo
confusi e non sappiamo che cosa chiedere, ma soprattutto non sappiamo metterci
davanti al Signore nel silenzio del mondo per mettere a fuoco il Figlio e
vagliare con Lui cosa chiedergli. Soltanto in un circuito siffatto noi possiamo
prendere veramente coscienza di ciò che vogliamo chiedere e della persona a cui
lo chiediamo. Diversamente possiamo moltiplicare le nostre richieste
ma esse non hanno quella forza che le proviene dall’essersi messi di
fronte al Figlio, ma solo quella che ha delegato intermediari perché non si ha
avuto il coraggio di esporsi alla sua presenza. L’aiuto degli angeli è dei santi è sempre opportuna ed aggiunge la forza dei loro
meriti alla richiesta della nostra piccola persona, ma non devono e non possono
prendere il nostro posto di fronte al Signore. Il Figlio acconsente alle nostre
richieste non per mostrare la sua gloria, ma quella del Padre. Quanto è diverso
il nostro atteggiamento riguardo alla gloria! Noi la cerchiamo e se viene data a qualcun altro al posto nostro ci rimaniamo
veramente male. Ci serviamo della gloria come alimento del nostro essere, come
se fosse l’unica benzina che ci permette di andare avanti. Per noi la gloria
non è spunto di gratitudine verso il Padre, ma qualcosa che deve rimanere su di
noi pena sentirci degli esseri da nulla. Arriviamo a tanto solo se le opere che compiamo
sono portate avanti in nostro nome e con un impianto solitario alla radice da
parte di uno che vuole, sì, il ben ma troppo a modo suo e senza avvalersi di
tutti gli aiuti divini ed umani di cui ha bisogno. Abbiamo tanto da imparare
anche perché ciò che impariamo il più delle volte lo
dimentichiamo, e per fortuna che lo Spirito del Signore ci viene in aiuto e ci
fa da memoria!
La nostra vita e la Parola
Signore, noi siamo sempre alle prese con il chiedere e ci viviamo
come degli eterni insoddisfatti quasi che non ricevessimo mai niente da te, ma
se facessimo veramente mente locale alle grazie che ci concedi dovremmo
vergognarci d’essere tanto brontoloni e perditempo.
14 Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.
Forse
il Signore stesso ha avvertito l’enormità della sua affermazione in relazione alla percezione che ne
potevano avere i suoi discepoli e per questo la ripete una seconda volta. I
discepoli sicuramente avranno notato che le parole di Gesù
prendono il tono del commiato e cominciano a somigliare ad un testamento. Il
futuro del verbo prefigura una situazione in cui i discepoli non potranno più godere della presenza fisica del Maestro, ma potranno
utilizzare il suo nome. Percepiscono quindi d’essere alla vigilia di momenti
importanti per la vita del loro gruppo. Tornando alle parole del Signore ci viene detto che il
suo nome deve essere pronunciato quando ci si rivolge a Lui direttamente. Il
suo nome non è una formula magica ma va unito, come
una delle due parti di un coccio, alla sua sede naturale. Il suo nome cioè diventa simbolo di Gesù ma si
accende della sua vera forza quando è pronunciato alla sua presenza. Il nome di
Gesù risuonerebbe vuoto se fosse utilizzato come un mantra slegato da ogni riferimento alla sua persona. Occorrre quindi
quando si chiede far visita al Signore, prendere il tè con lui, scambiare
qualche parola, mettere in sintonia il nostro cuore con il suo. Egli ci
ha lasciato la forza attrattiva della sua vita tramite le parole ispirate del
vangelo ed attraverso di esse vuole avere una storia con noi, anzi egli
vuole scrivere con noi la vera storia della nostra vita per toglierci da quello stato di anemia
spirituale che contrassegnerebbe costantemente la nostra vita senza di lui. Naturalmente solo se lo vogliamo e se ci va di prenderlo sul serio
in quello che ci propone e ci promette. L’insistenza di Gesù nello spingerci a chiedergli qualcosa ci sorprende. Se
però ci riflettiamo un po’ dobbiamo concludere che il
Maestro ha colto alla radice lo statuto del nostro essere. Siamo cioè degli esseri desideranti che non riescono a trovare su
questa terra ciò che cercano soprattutto per il modo con cui lo vogliono.
Chiedere quindi a Gesù significa purificare la nostra
richiesta in modo che essa possa essere presentata. Ma cosa significa chiedere
nel nome di un altro quando quest’altro
è il diretto destinatario della propria domanda? Non si potrebbe chiedere
direttamente senza ricorrere al nome? Non si potrebbe dire :
“Signore esaudisci la mia richiesta?”. No, Gesù ci
dice che la forza del suo nome diventa operativa quando
noi l’evochiamo in modo esplicito. E questo perché il nome di Gesù evoca la sua storia, e cioè tutti
gli atti d’amore compiuti per noi nella sua vita terrena dalla culla alla morte
in croce. E’ la sua vita che ci insegna come amare e
come morire e quindi saltando il suo nome è come se noi saltassimo la stessa
qualità d’amore con cui l’invisibile Dio Padre ci amato attraverso la vita del
Figlio. Tenendo presente tutto ciò quando chiediamo nel suo nome noi già ci immedesimiamo nella stessa forza creativa che il
Signore ebbe amandoci su questa terra. Gesù quindi
non può dire di no a se stesso se la nostra richiesta è secondo il suo cuore.
Da convincere siamo solo noi nel senso di liberare la nostra
mente da tutte quelle modalità, solo nostre, attraverso vorremmo essere
aiutati. La fermezza di Gesù nel prometterci di realizzare ciò che chiediamo ci deve spronare a fare delle
richieste mirate ma soprattutto condite da una fede incrollabile che la
promessa del Signore avrà compimento sicuro e che noi dobbiamo solo essere
curiosi di sapere come il Signore ci esaudirà e non se ci esaudirà.
La nostra vita e la Parola
Signore,
la tua solenne promessa libera nel nostro cuore un grazie
così profondo che non abbiamo voce a sufficienza per poterlo pronunciare
se guardi però nel nostro cuore lo troverai grande quanto è grande e infinito
per te il nostro amore.
15 Se mi amate, osserverete i miei
comandamenti
Da
come si esprime Gesù sembra che non vi sia difficoltà
a passare dal suo amore all’osservanza dei suoi
comandamenti. E quali sono i suoi comandamenti? Eccoli per bocca dello stesso Maestro: Mt
22-39: (Gesù )gli rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e
con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te
stesso.”; Mc 10-19: “Tu conosci i comandamenti: Non
uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza,
non frodare, onora il padre e la madre”. I comandamenti quindi
riguardano l’ordine verticale e quello orizzontale del nostro sistema di
comunicazione con gli esseri presenti nell’universo: Dio e gli uomini.
L’osservanza contemporanea di questi comandamenti quindi avvicina l’uomo in
modo così radicale a Dio e ai fratelli che oggi sembrano strane
tutte quelle disquisizioni teologiche sull’impossibilità di amare Dio se non si
opera direttamente per l’uomo. Sono strane perché nelle diatribe degli anni
precedenti se non si scendeva per strada a schierarsi per i più deboli si
passava per persone insensibili ai fratelli oppure al contrario quando l’ impegno era nel sociale e nella politica si veniva
accusati di non tenere in alcun conto la vita della Chiesa. Ora le parole del
Signore rimettono a posto tutto il quadro del comportamento cristiano: in ogni
situazione il discepolo di Gesù non può fare a meno
di amare Dio e di amare il suo prossimo. Le forme
concrete del suo impegno sono dettate non solo dal momento storico in cui vive,
ma anche dalla vocazione particolare di ciascuno. Santa Teresa del Bambin Gesù non è scesa per
strada, né ha partecipato ad eventi pubblici, Madre Teresa di Calcutta invece
sì, ma in tutte e due abbiamo un grandioso amore per Dio e per l’uomo. La
stessa cosa vale per quelli che scelgono direttamente la via politica oppure vanno
a fare gli eremiti. La verità è che siamo sempre portati a giudicare il
comportamento degli altri senza rimboccarci le maniche per offrire la nostra
testimonianza di amore totale. Ecco
come ci lavavamo le mani dalla duplice fedeltà a Dio e all’uomo: facevamo la
scelta di classe ed eravamo sicuri d’essere a posto. Come
eravamo ingenui e orgogliosi! La classe che dovevamo scegliere era
quella del Signore, solo lì potevamo imparare veramente i suoi comandamenti
ognuno secondo il proprio carisma e non secondo quelli collettivi buoni per
tutti e per nessuno. Gesù ci invita
personalmente a seguirlo e non come classe di popolo sfruttato. Il santo,
quello vero, percorrerà sempre le strade della giustizia ,
ma senza giudicare nessuno, perché sa che il male nel mondo non è frutto solo
delle azioni di singole persone, ma una condensazione del male collettivo di tutti gli uomini. Egli patisce
assieme al Signore e lotta per la giustizia, ma lo fa con lo stesso spirito del
suo Maestro che sulla croce disse: Padre, perdona loro perché non sanno quello
che fanno”. Certo noi viviamo nella storia e quindi ci siamo dati delle leggi
che contemplano condanne, ma appunto tutto avviene
nell’ambito di un pensiero umano dove la pena è data perché sia scontata ad
estinzione della colpa, senza alcun odio. Tutto ciò possiamo
viverlo solo se rimaniamo legati ai comandamenti del Signore, ma per osservarli
occorre farsi processare dal suo amore, diversamente diventeremo altro dai suoi
progetti e la nostra azione ci cadrà addosso come una gabbia da cui poi sarà
difficile liberarsi.
La nostra vita e la Parola
Signore,
solo un’ardente amore per la tua persona potrà
aiutarci a vivere in modo corretto il rapporto con Dio e con i fratelli. Solo
in te possiamo superare ogni tipo di fondamentalismo
religioso e politico
che ci porterebbe lontano da noi stessi. L’amore per te è come un balsamo che
si applica alla nostra umanità per darci l’equilibrio divino di cui abbiamo disperato bisogno.
16 Io pregherò il Padre ed egli vi darà un
altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre,
Gesù sa
che la sua dipartita caricherebbe i suoi discepoli di
un carico insopportabile di dolore ed è per questo che promette l’aiuto del
Padre. In questo versetto è coinvolta tutta la Trinità : il Padre, il Figlio ed il
Consolatore, lo Spirito Santo. Gesù utilizza per lo
Spirito Santo la qualifica di Colui che consola. E
proprio di consolazione avrebbero avuto bisogno i suoi seguaci
quando il Maestro non sarebbe stato più con loro. Letto su un altro
piano, e cioè quello dell’esistenza umana, ciò
significa che La vita senza la consolazione di Dio non può essere vissuta
perché le lagnanze del nostro cuore sono così enormi che noi cadremmo in breve
nella più profonda disperazione. A sentire questa affermazione
chissà quanti che non credono in Dio si risentirebbero visto che essi non si
sentono disperati e vivono benissimo
senza alcun riferimento alla divinità. Eppure
nell’arco della loro vita di sicuro Dio busserà alla loro porta e non potranno
evitare di prendere posizione. Il nostro disquisire infatti
è solo formale perché nella realtà nessuno può sfuggire ad un
confronto-incontro con il divino. E se queste persone non cadono nella
disperazione più nera è perché o la luce dei loro idoli li acceca oppure perché Dio, partendo
dall’assoluta difesa della loro libertà, permette il crescere di aiuti che
potrebbero diventare, al momento opportuno, l’occasione insperata per
incontrarlo, fosse pure nell’ultimo respiro. Gesù
fino a che era stato con i discepoli li aveva consolati
e sostenuti ora non può andare via senza che un altro Consolatore si prenda
cura di coloro che aveva amato: ecco la premura e la fedeltà di Dio! Dio non
abbandona mai anche quando sembra che ci lasci o scompaia dalla nostra
percezione. La promessa che Gesù fa non è di poco
conto. Egli infatti non promette ai discepoli un
Consolatore “a tempo”, ma dice che rimarrà con i discepoli e quindi con noi
“per sempre”. E noi che oggi ascoltiamo questa parola
dobbiamo testimoniare a noi stessi e agli altri che Dio è veramente fedele e
che la sua consolazione nel presente e nel passato l’abbiamo avuta sempre. Se infatti possiamo metterci alla sua presenza senza timore
allora vuol dire che la nostra vita è nella pace e che fondamentalmente niente
ci turba, nonostante l’ esperienza della nullità della nostra esistenza. Solo
agli occhi di Dio la nostra persona acquista il suo posto ed il suo valore e
ciò lo diciamo non perché ci proiettiamo in uno
scenario piagnone, ma perché, pur avendo la consapevolezza dei nostri limiti,
possiamo oltrepassarli con uno spirito audace e fiducioso che mette in Dio ogni
speranza di riuscita. Avere con noi sempre il Consolatore significa averlo al
nostro livello, un livello cioè bisognoso di continue
attenzioni e premure che supplisce sempre a quelle, a volte poco convinte, dei nostri simili. Con questa risorsa nel
cuore diventiamo a nostra volta i consolatori degli altri perché chi è
consolato non può tenersi per se la consolazione, ma deve passarla ad altri non
per costrizione, ma per gioia. Il consolatore ci arriva quindi dalla preghiera
del Figlio al Padre e cioè attraverso una operazione intradivina che ci vede solo beneficiari della loro azione.
Nello stesso modo, e quindi percorrendo la stessa
strada del nostro Salvatore, possiamo ottenere grazie per coloro per i quali
preghiamo. Noi possiamo pregare il Figlio perché interceda presso il Padre e
quando preghiamo così è lo Spirito stesso che prega in noi. Soprattutto nei
casi difficili questo tipo di preghiera diventa un angolo dell’anima in cui noi
e Dio ci troviamo uniti in nome del fratello o della
sorella per cui preghiamo e da quell’angolo
assistiamo, se Dio ce lo vuol concedere, ai suoi scherzetti divini.
La nostra vita e la Parola
Signore,
grazie per averci meritato il tuo Spirito Consolatore, grazie in nome di chi non te lo ha mai
detto e che non te lo dirà mai. Grazie per tutte le
consolazioni che dai ai tuoi figli e per tutte le lacrime che hai asciugato.
Grazie.
17 lo Spirito di verità che il mondo non
può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce.
Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi.
Il mondo come diritto ad avere, come pretesa di sapere la realtà
ultima delle cose ha già scelto la prospettiva attraverso cui guardare alla
realtà. Non si aspetta niente dall'alto quindi deve far quadrare i conti solo
con ciò che crede di avere. Il mondo é completamente cieco di
fronte al mondo spirituale e ai suoi interventi. Come mai però continua
nella sua follia nonostante i suoi paladini vengano di tempo in tempo
sbugiardati come il re della fiaba che viene visto
nudo da tutti? Sembra che l’umanità nel suo costante bisogno di sicurezza si
dia da fare prendendo a destra e a manca e questa sua ansia di realizzare non
gli dia il tempo di chiedersi
da dove venga tutto l’essere che si trova tra le mani. Non vuole
la verità, ma quella che procede dalle proprie azioni senza verificare se esse abbiano un qualche fondamento su un piano diverso da quello
della visibilità materiale. C’è in atto una corale cecità che porta avanti
tutte le divisioni e le guerre di questo mondo. Coloro
infatti che credono di gestire i rapporti umani con la forza sono quelli
che non potranno mai vedere e conoscere l’azione dello Spirito che si rivela
nel vento leggero e nei rapporti d’amore tra gli uomini. Per
fortuna però che assieme alle ondate di malessere e calamità il mondo è
fecondato da altre presenze (quelle angeliche, dei santi e degli uomini di
buona volontà) che lo aprono ad una vera speranza.
Il Maestro
inoltre fa due affermazioni che sembrano contraddittorie da una
parte dice che lo Spirito é in quel momento presso i discepoli, dall'altra che
quello stesso Spirito sarà in loro. La contraddizione potrebbe risolversi se si ipotizza da sempre la presenza dello Spirito in tutti gli
uomini, Spirito che risiede nella parte più intima dell'uomo e che si fa
conoscere solo da quelli che vivono secondo i comandamenti di Dio. Attraverso
l'esperienza umana e divina di Gesù quello Spirito,
che dimora in ogni uomo, aprirà un canale privilegiato, della stessa qualità
dell'amore del Figlio verso il Padre, che colmerà il
suo cuore in una misura mai vista prima. Ecco perché Gesù
può affermare che lo Spirito dimora in loro e nello stesso tempo verrà nel futuro.
La nostra vita e la Parola
Signore, lontani da te siamo ciechi ed ignoranti ma se questa consapevolezza
rimanesse alla base di ogni nostra
azione potremmo ricevere sempre il tuo
Spirito di vita. Per esperienza però sappiamo di essere
vittime di ogni sorta di cecità ed allora valga ai tuoi occhi la nostra
testardaggine nel volerti amare sempre nonostante le nostre cadute e le nostre
debolezze.
18 Non vi lascerò orfani, ritornerò da
voi
Ormai
è evidente che Gesù sta comunicando la sua dipartita,
ma non è ancora evidente nella mente dei discepoli la sua destinazione. Dove andrà? Forse intuiscono che l’atmosfera attorno al
Maestro sta diventando incandescente e che egli sta
pensando di sparire per qualche tempo, ma tutto ciò è reso poco chiaro dalle
stesse parole di Gesù che, tacendo sulla situazione
esterna, parla loro solo di realtà spirituali difficili da comprendere.
Ciononostante Gesù tiene in gran conto la realtà
psicologica e spirituale dei suoi discepoli. Aveva iniziato il suo discorso
dicendo:” «Non
sia turbato il vostro cuore.”, segno che avendo visto sorgere nel loro cuore la
paura si appresta ora ad esorcizzarla. Tutte le sue parole sono quindi volte a
creare un saldo punto di appoggio che serva ai
discepoli da ancoraggio per i terribili momenti futuri. E
lo scoglio principale che essi dovranno affrontare è la perdita del contatto
fisico con il loro Maestro. Gesù sta cercando di
iniziarli a ciò che diverrà, per tutti coloro che si
chiameranno cristiani, la modalità comune di rapportarsi alla sua persona e
cioè la modalità della fede. Non che i discepoli non avessero
bisogno di questa dimensione, ne avevano bisogno anche loro, Gesù infatti un momento prima aveva detto : “abbiate fede
anche in me”, ma per noi è diverso perché non abbiamo avuto il privilegio di
incontrarlo in carne ed ossa. Torniamo tuttavia a Gesù
che sta presentando agli apostoli ed a noi il modo come intende starci vicini
anche quando gli occhi non potranno vederlo. Egli intanto promette che non li
priverà della sua presenza e per farlo utilizza la parola ‘orfani’ che nella
nostra lingua evoca la perdita di ciò che di più caro ha un uomo e cioè i genitori. Il rapporto con i discepoli era così forte
da somigliare a quello che i bimbi hanno con i
genitori ed atroce sarebbe stato il dolore degli apostoli se Gesù fosse sparito e non avesse fatto la promessa di
ritornare. Nella nuova realtà del regno che egli aveva
promesso non è contemplata l’assenza di Dio. La difesa quindi della Sua
presenza, al di là del modo della presenza, è netta ed
è ciò che vuole i discepoli si imprimano bene in mente. Ci troviamo qui di
fronte ad un momento molto importante dell’insegnamento di Gesù
perché egli, che è venuto sulla terra per stare con gli uomini e rimanerci,
deve far capire come il suo ritrarsi è solo temporaneo perché ‘ritornerò da voi’. I discepoli però fanno fatica a comprendere perché Gesù da una parte dichiara il suo ritorno e dall’altra la sua dipartita con l’uso dell’aggettivo ‘orfani’ che
prefigura la sua morte. Ciò rende estremamente oscure
le parole del Maestro ed anche se ’ritornerò’ risuona nelle loro orecchie
tuttavia essi vivono una situazione di grande stress. Col senno di poi possiamo
dire che queste sue parole sono dirette immediatamente ai discepoli e non a noi
in quanto essi lo vedranno risorto, mentre noi in via
normale lo vedremo solo nel suo regno celeste. Tuttavia Gesù
inizia così il suo distacco dai discepoli per prepararli per tappe successive a
quel momento in cui ritornando definitivamente al Padre inaugurerà la forma
della sua invisibile presenza presso di noi come leggiamo alla fine del vangelo
di Matteo : “Ecco, io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo”. Noi ci troviamo nel tempo della sua assenza fisica e
nella continua lotta del nostro corpo, della nostra
psiche e del nostro spirito per diventare dei vasi accoglienti adatti a
ricevere il dono della sua presenza.
La nostra vita e la Parola
Signore,
siamo dipendenti da quel tuo ‘ritornerò’ e lo siamo soprattutto
quando ti percepiamo assente dal nostro sentire sensibile. Quando allora
saremo nella notte della tua presenza la tua parola
accenda la nostra speranza e ci dia la forza di attendere i meravigliosi tempi delle nostre passeggiate d’amore.
19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi
vivrete.
In alcune regioni d’Italia si dice: ‘mi
farò vedere’, per intendere che non si scomparirà del
tutto, ma che vi sarà un ritorno della presenza della propria persona di fronte
al l’interlocutore che ascolta. E’ come se al bivio della presenza/non presenza si decidesse una o l’altra cosa potendo realmente
scegliere tra le due posizioni. In modo analogo sembra aver fatto Gesù nella sua incarnazione quando
decise di farsi vedere nascendo su questa terra come ognuno di noi. Decise cioè di far vedere il suo volto dai buoni e dai cattivi. La
grandezza del Signore sta in questo suo abbassarsi al livello di chi non l’avrebbe mai potuto vedere. Egli però come ci suggerisce il
nostro: ‘mi faccio vedere’,
ha avuto il reale potere non solo di apparire sulla scena di questo mondo, ma
anche di sparire mantenendo però su un altro piano la sua vita. Quando egli
dice che:” il mondo non mi vedrà più” intende
riferirsi a quel mondo che lo odia (Gv 14-17):” lo
Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo
conosce.” O anche (Gv 7-7) :
Il mondo non può odiare voi, ma odia me, perché di lui io attesto che le sue
opere sono cattive.. Fra poco questo mondo fatto di persone che odiano non
potrà più vedere il Maestro perché egli si ritrarrà dalla loro presenza. Non
sono quindi i nemici di Gesù che lo tolgono da questo
mondo, ma come verrà sempre più evidente da questo suo cammino verso la passione e morte, è Gesù stesso che decide del suo rimanere o ritrarsi davanti
agli occhi dei suoi contemporanei. Sta
quindi per scadere il tempo in cui l’umanità ha avuto l’occasione, unica, di vedere il volto
umano del suo Dio. Noi oggi abbiamo di lui solo la sindone come pallido simulacro
del volto che abbiamo sfigurato con il nostro peccato. Gesù
tuttavia afferma di cambiare solo il modo della sua presenza perché egli ha
saldamente in mano la
vita. Egli possiede la corona della vita e può darla ai suoi discepoli che non
solo vivranno come il loro Signore ma potranno vederlo. Il futuro usato da Gesù è sempre legato a quel condizionale che egli usa
spesso: ‘Se mi amate…’. Non esiste quindi per l’uomo
su questa terra uno stato di salvezza, ma una salvezza
che si attua solo se si sceglie di amare momento dopo momento Dio ed il
prossimo secondo i comandamenti che lo stesso Gesù ci
ha lasciato. Chi si lega alla vita di Gesù
ha diritto alla vita, per gli altri non c’è né vita, né visione. Detto questo sappiamo che il legame con il Figlio di Dio può esserci
nella sostanza anche da parte di coloro che non l’hanno mai conosciuto ma hanno
scelto la via del bene.
La nostra vita e la Parola
Signore,
tu vivi e noi vivremo ogni volta che Ti scegliamo nel
prossimo che incontriamo o nei progetti di vita che mettiamo in essere. E se ora è il tempo del tuo nascondimento fa che il tuo
volto possa essere intravisto nelle opere di coloro che ti amano e sono
disposti per questo ad essere visitati dal fuoco del tuo esigente amore.
20 In quel giorno voi saprete che io sono
nel Padre e voi in me e io in voi.
Il futuro usato da Gesù non è legato
solo all’accoglienza della sua parola come quando dice: “Se mi amate
osserverete i miei comandamenti”, ma qui indica la
partecipazione ad un’esperienza che cambierà definitivamente la percezione
dell’essere nel mondo dei discepoli. L’annuncio grandioso che Gesù fa è che la sua persona è nel Padre. Nelle parole di Gesù però non si dichiara un legame con la vita di Dio come potrebbe
essere sperimentato da un uomo santo, ma che la sorgente della sua vita è in
Dio. Il suo essere nel Padre vuol dire somiglianza divina con il Padre e quell’ io
sono significa esistenza eterna nel Padre. Risuona anche qui il suo : “io vivo” del versetto precedente che ci arriva è vero
smorzato dai secoli e dalla nostra incapacità di recepire un mistero così
profondo, ma comunque pieno di forza e di un fascino per noi irresistibile
anche se insondabile. Tuttavia il suo essere in Dio non
significa abbandono dei suoi fratelli umani perché subito il Signore lega la
sua vita alla nostra. E notiamo che non dice prima ‘io in voi’, ma ‘voi in me’ . In quel ‘voi’ c’è tutta la
storia del nostro avvicinamento alla sua vita che ci meriterà ‘l’io in voi’ in un continuo scambio che non si consumerà mai per
l’eternità. Qui é definitivamente finita la solitudine dell'uomo, il suo essere
per la morte, il suo senso di disfacimento progressivo
ed inizia almeno nella promessa ai discepoli, ma per noi già ora nella realtà,
il tempo della compenetrazione con Dio, il tempo del dialogo e della conoscenza
sempre più profonda all'infinito. Da parte di Gesù é
la testimonianza di essere stato e di essere sempre in Dio e che anche noi
possiamo vivere questa dimensione di unità. Noi
possiamo essere in Lui, non vivere solo in noi, ma in Cristo e per proprietà
transitiva vivere nel Padre. Ad accendere questo fuoco di conoscenza sarà lo
Spirito di verità che il Figlio ci ha meritato con la sua
passione e morte.
La nostra vita e la Parola
Signore,
la nostra vita non è più nostra ma giace con te nel
seno di Dio Padre. Tutto ciò ci mette in grande allerta, ma la tua pace discende
nei nostri cuori perché dove v’è turbamento tu non puoi stare e quindi ci affidiamo anche se sappiamo che la tua misura è per noi
troppo grande.
21 Chi ha i miei comandamenti e li osserva è lui che mi ama. Colui che mi ama sarà amato dal Padre mio ed io lo amerò e
manifesterò a lui me stesso.
Gesù ci fa notare che i suoi comandamenti si
possono possedere. Ora se facciamo attenzione a ciò che
vorremmo avere e non possediamo ecco che cominciamo a capire la portata di ciò
che ci sta dicendo. Avere i suoi comandamenti significa essersi messi
alla ricerca del tesoro nel campo, averlo trovato, aver venduto tutto e aver
comprato il campo che lo conteneva. E chi può portare
avanti una simile operazione? Certamente tutti coloro
che non si fanno saziare da ciò che esiste, ma puntano il loro sguardo oltre.
La loro inquietudine li porta ad inserire il dubbio nel cuore di quelle regioni
dell’essere che si credono autosufficienti ed a trovare il tesoro nascosto. Si
potrebbe obiettare che non tutti troveranno il tesoro
di Gesù e cioè i suoi comandamenti perché questi
fanno parte della rivelazione cristiana e non valgono per chi è di una
religione diversa, ma se guardiamo al contenuto dei suoi comandamenti essi
hanno un valore universale: “ Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo
cuore,con tutta la tua anima, con tutta la tua mente” e poi: “Amerai il
prossimo tuo come te stesso” (Mt 22,37 e 39).
L’universalità di questi precetti è reale ma nello stesso tempo potenziale nel
senso che solo chi si metterà sinceramente a cercare il bene li troverà
immancabilmente inscritti nel suo cuore. Ora però Gesù
dice anche che non basta possederli e cioè aver fatto
il grande passo verso Dio, non basta aver venduto tutto, ma occorre far
diventare i comandamenti sangue del proprio sangue. Solo così egli si sentirà
amato in ciò che ha di più caro e cioè il suo essere
in Dio ed il suo amore per gli uomini. Ora però nella nuova situazione
creatasi, grazie alla sua incarnazione, la via diretta verso il prossimo e Dio,
rimane sì sempre percorribile per chi non conosce il Cristo, ma si arricchisce
di un passaggio provvidenziale e cioè la mediazione
della sua persona. Il senso della sua venuta è nel facilitare l’uomo nel suo
rapporto con Dio e con i fratelli. Essi nella legge antica erano visibili come
oggetti d’amore, ma non come lo diventeranno
attraverso Gesù. Nella buona
novella di Gesù chi ama Dio ed il prossimo ama Gesù stesso. Il Padre poi quando vede che il il suo Figlio prediletto è
amato amerà chi lo ama. Gesù testimone di questo
circuito d’amore non solo amerà chi ama il Padre e se
stesso, ma si manifesterà a lui. Ed ecco che siamo arrivati
alla perla finale di questo versetto dove Gesù
promette a coloro che lo amano una manifestazione di se stesso. Cioè non tutto per noi è racchiuso nelle scritture come se
esse fosse un manuale dove una volta seguite le indicazioni non ha più niente
da dirci, ma c’è un di più che può essere detto solo nelle regie stanze
dell’amore dove Gesù ed il suo discepolo si
troveranno fronte a fronte e cuore a cuore per uno scambio in cui Gesù si rivelerà sempre di più nella confidenza di un
rapporto intimo.
Signore, che fatica hai fatto e fai
continuamente per convincerci che il tuo regno non somiglia a un deja vu o a qualcosa di melenso e senza
spirito. Ogni volta però che scocca una scintilla d’amore tra te e noi Tu ci inviti continuamente a nozze, alla novità, ai
miracoli, ed all’attesa dello svelamento di sempre
nuovi misteri.
22 Gli disse Giuda non l’Iscariota:
Signore, che è mai successo che tu stai per manifestare te stesso a noi e non
al mondo?
I discepoli sono troppo lontani da ciò che Gesù sta
vivendo. Essi, presi tra il popolo e figli del loro tempo, sono con il
Maestro da appena tre anni e non hanno una cultura religiosa approfondita.
Hanno vissuto con Gesù in un crescendo esaltante di
discorsi, ma soprattutto di miracoli e si aspettano che da un momento all’altro
egli si manifesti come il Messia che il popolo di Israele attende. Qualche giorno prima tutti insieme erano
entrati a Gerusalemme ed avevano visto la folla prendere dei rami di
La nostra vita e la Parola
Signore, come i tuoi
discepoli capiamo fischi per fiaschi del nostro
rapporto con te. E’ anche vero che non sei un compagno facile da interpretare,
ma è anche vero che rimedi continuamente a tutti i nostri fraintendimenti con
ogni tipo di aiuto.
e siamo Se poi siamo onesti dobbiamo confessare
che non abbiamo scampo davanti alla fedeltà del tuo amore che mai si stanca e
mai smette di starci vicino nelle lontane terre delle nostre fughe solitarie.
23 Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso
di lui.
Mentre Giuda, non l’iscariota,come dice il
vangelo, aveva usato il noi: “che è mai successo che tu stai per
manifestare te stesso a noi”, Gesù non dice:
“Se voi mi amate”, ma se “uno mi ama” facendo quindi intendere che la sua
manifestazione non riguarda i discepoli presi nel loro insieme, ma soltanto
chi personalmente decide di amarlo. Anche qui il Signore opera una svolta
fondamentale e cioè nel suo regno non conta il noi
che può sempre patire una deficienza nel momento che un delegato del noi
si presenta a nome degli altri, ma l’adesione personale. Gesù
fonda un regno dove non è più la forza che conta e dove non vi è alcun tipo
di trascinamento automatico perché per entrarvi non vi sono sindacati che
possono decidere per il singolo. E ciò si evidenzia bene nella risposta di Gesù quando
dice: “Se uno…” dove il se sta ad indicare la decisone personale e l’uno
il singolo individuo. Il Maestro nel :”Se uno mi ama”
ribadisce ciò che aveva detto un momento prima e cioè che tutto si gioca
sull’amore per la sua persona. E’ l’amore per la persona del Cristo che porta
il discepolo all’osservanza della sua parola e non viceversa. I cristiani non
sono innamorati di una dottrina, ma di una persona. Per i discepoli era facile
amarlo perché lo conoscevano in carne ed ossa. Per noi le cose sono differenti
perché non lo conosciamo di persona, ma solo per ciò che ha detto e cioè le sue parole. Se però lo conoscessimo solo per le sue parole il Cristo sarebbe per noi nè
più nè meno che un grande uomo e basta. Cosa allora ci fa credere non solo alle sue parole, ma anche
alla sua esistenza attuale al di fuori della sua visibilità fisica e
all’esistenza di tutti gli esseri di cui ci ha parlato a cominciare dal suo
Padre celeste? Sicuramente il fatto che altri gli hanno
creduto ed hanno vissuto e sono morti per lui, poi l’aver incontrato sulla
nostra strada dei veri credenti che ci hanno accolto ed introdotto nel suo mistero
e per ultimo, ma forse da mettere al primo posto, l’aiuto costante di una
Provvidenza che uniformandosi al procedere dell’uomo nella storia, ha trovato
la via di svelarci la sua esistenza nella forma più matura dell’essere
cristiano. La maturità è inerente alla rivelazione di Gesù
in quanto le altre rivelazioni storiche erano fatte per bocca d’uomo, mentre
quella di Gesù è fatta da una bocca sempre d’uomo, ma divina.
Quando Gesù si lancia nella dichiarazione da brivido:
“il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e
prenderemo dimora presso di lui”, sta rispondendo a Giuda (“che è mai successo
che tu stai per manifestare te stesso a noi e non al mondo?”) e non gli dice
che cosa è accaduto nel passato ma che cosa accade adesso a chi lo ama ed
osserva le sue parole. E che cosa accade? Accade che
il Padre e Gesù stesso prenderanno
dimora in lui. Ora cerchiamo di capire questa grandiosa affermazione di Gesù. Gli uomini in ogni tempo hanno cercato di elevarsi a
Dio in vari modi e con scarsi risultati, ma qui si afferma che è Dio stesso che
scende nell’uomo, anzi vi dimora. Il cuore dell’uomo è piccolo e limitato, ma Dio trova lo stesso il modo di accasarsi in
lui. Prendere dimora inoltre è una bella immagine che
suggerisce non una presa di possesso che non lascerebbe spazio alla nostra
individualità, ma un convivere assieme come avviene in una casa dove più
persone hanno la stessa dimora. La Trinità stessa dimora in chi ama Gesù e non solo il Padre ed il Figlio come si evince dal
versetto 17 : “lo Spirito di verità…dimora presso di
voi”. Fermiamoci qui e cerchiamo di contemplare ed approfondire il senso di
questo dimorare delle Persone divine dentro di noi.
La nostra vita e la Parola
Signore, quando siamo nella tua grazia tu dimori
in noi rispettando le nostre zone d’ombra ed aspettando con pazienza che noi ti
permettiamo di illuminarle. Grandi sono le nostre resistenze, ma molto più
grande il tuo amore perciò non abbiamo paura dei nostri limiti perché
sappiamo che tu un giorno li supererai con il nostro aiuto.
24 Chi non mi ama non
osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non
è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Amare Gesù significa osservare la sua
parola. Ciò vale per noi, ma anche e soprattutto per gli interlocutori a cui Gesù si rivolgeva. Il Maestro intendeva parlare di amore, proprio di amore umano e nello stesso tempo
divino. Ma cosa c’è dietro a questo parlare di amore? C’è sicuramente la
percezione dolorosa dell’odio di chi non amandolo lo odia. Chi infatti non lo ama non gli è indifferente, ma sviluppa nei suoi confronti
un atteggiamento di rifiuto fino a progettare
un piano per ucciderlo. E’ soprattutto il contenuto delle parole di Gesù che getta luce sui misfatti dei
nemici causando quel ritrarsi e addensarsi delle tenebre che
procureranno la sua passione e morte. In questo quadro quindi l’importante è
conoscere ed ascoltare le parole di Gesù e non tanto
il fatto di commettere azioni malvagie. Per tutti vale l’esempio di Zaccheo che
fino al momento di conoscere Gesù aveva
portato avanti un’esistenza da usuraio ma che dopo averlo invitato nella
sua casa, l’ha amato ed ha cambiato la sua vita. Quando si entra nella sfera
della conoscenza del Maestro e delle sue parole si entra
in un circuito di amore e di dolore che ha
il suo inizio visibile, e cioè a dimensione di occhi umani, proprio nell’ entrata in scena di un Dio fattosi
uomo. Solo ammettendo la divinità di Gesù si spiega
l’assolutezza di questo suo dire : “se uno mi ama
osserverà la mia parola”. Un uomo però che dicesse queste parole sarebbe
ridicolo perché a lui sarebbero più convenienti quest’altre parole: “Se l’uomo vuole veramente
essere tale deve amare Dio ed il suo prossimo”. Gesù
invece lega il contenuto delle sue parole e quindi delle beatitudini e dei due
comandamenti più importanti all’amore verso la sua persona. Ora se così è o Gesù è un pazzo e con loro tutti quello che lo seguono oppure non lo è e la questione di amarlo diventa il
punto centrale attorno a cui gira la riuscita di ogni vera umanità. E se invece di parlare di amore
in positivo, ne parla in negativo ( “Chi non mi ama non osserva le mie parole”)
lo fa per far risaltare meglio ciò che vuole sottolineare e cioè che l’uomo
non può sostenere di amare Dio ed il prossimo senza nello stesso tempo
amare lui. E che dire di questo rebus in cui Gesù afferma che la sua parola non è sua, ma del Padre che
lo ha mandato? Cerchiamo di capire. Gesù ci sta
dicendo che quella parola non è sua in quanto l’ha sentita dire dal Padre e
l’ha riportata ai suoi discepoli. Gesù qui appare
come il perfetto e attento ascoltatore che non ha nulla di suo e che riceve tutto dal
Padre. Quella del Maestro è una modalità molto diversa dalla nostra in cui
crediamo di essere gli autori con tanto di diritto di ciò che riteniamo sia solo nostro. Questa confessione di Gesù
deve mettere in crisi i nostri presunti diritti di proprietà.
La nostra vita e la Parola
Signore, ormai conosciamo la tua persona e le tue
parole. Il nostro destino è quindi legato irrimediabilmente (e per fortuna!) al
tuo. Sappiamo però che il nostro non amore ti crea dolore, ma sappiamo pure che
il nostro amore ci rende felici e ciò ci consente di andare avanti sperando in
un futuro migliore ed in quello, aldilà del tempo e dello spazio, dove non ci
saranno più notti nel nostro amore.
25
Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi.
Gesù era ancora con loro ma adesso parla da un non luogo come se fosse nel
futuro. Con queste parole egli sottolinea il distacco
dai discepoli che fra poco sarà definitivo. Come sono lontani quei giorni in
cui gli apostoli incontrarono il loro Maestro e ne furono rapiti. In quell’inizio non c’era niente che facesse presagire un
addio così straziante almeno da parte di Gesù.
L’essere stato con gli uomini è il regalo più grande che il
Maestro ha fatto all’umanità. Durante la vita pubblica tutte le parole della
rivelazione del Figlio non sono state scritte su un libro ma
pronunciate all’interno di una comunicazione diretta con i suoi discepoli. Esse
però hanno potuto prendere forma durante il suo stare assieme ai discepoli. Vita e parole assieme alla vita ed alle parole di coloro che su
questo sodalizio continueranno la loro testimonianza per tutta la loro vita
lasciando ai secoli futuri il compito di leggere ed approfondire gli eventi che
li avevano visti protagonisti. Sono parole quindi che vengono da una
situazione di vita vissuta in unità, ma non un’unità
edulcorata, ma continuamente critica delle forme con le quali si configurava e
non perché chi la promuoveva fosse da meno dell’unità che proclamava, ma per i
continui fraintendimenti del mondo, ma anche dei suoi discepoli. Era un’unità
che trascendeva le divisioni e che trovava la sua espressioni
nelle divine forme d’intervento che il Maestro continuamente metteva in
essere. Queste ‘cose’ le aveva dette
utilizzando ogni forma di comunicazione per imprimerle a fuoco nel cuore e
nella memoria dei discepoli. Ora è arrivato al termine della lunga strada
costellata di parole e la comunicazione del suo amore troverà nel silenzioso
doloroso la forma più alta di amore per l’umanità. Ed
anche in questo Gesù si rivela come eccelso conoscitore dell’animo
umano. Ad uomo sofferente questo Gesù saprà parlare, saprà dire qualcosa perché non è fuggito di fronte alla
dimensione della sofferenza, certo non amata dagli uomini, ma a loro
perfettamente inerente: non esiste un uomo che abbia vissuto senza soffrire. La
sua settimana di atroce sofferenza lo consegneranno al
ricordo degli uomini come l’uomo dei dolori, ma chi ha iniziato ad amarlo sa
che la sofferenza non l’ha mai lasciato durante tutta la vita, ma non per
masochismo, ma come dolore di fronte ai vistosi esempi di non amore degli
uomini del suo tempo (e quindi di ogni tempo). Noi siamo ben protetti dal
dolore e ne viviamo tanto quanto la Provvidenza ci permette di viverlo. Qualche
volta però questa sofferenza, a motivo di tragedie epocali (11 Settembre), ci
tocca da vicino in una maniera più invasiva e siamo costretti a fare esperienza
di cosa significhi il peccato del mondo. Gesù
percepiva questo dolore e la sua salvezza era la sua
divina unità con il Padre. Da questo momento in poi dirà ancora poche parole, ma tutta l’intensità della sua vita sarà assorbita
completamente in quel Padre che
condivideva con lui il grande progetto della salvezza del mondo.
La
nostra vita e la Parola
Signore, fra poco non parlerai quasi più,
perché le tue parole ce le hai consegnate tutte. Esse sono il tesoro che ci lasciato con la
raccomandazione di osservarle. Ogni giorno cercheremo di farle nostre, ma
perché esse non si stacchino da noi per la nostra superficialità, ti preghiamo inviaci il tuo Spirito per renderle vive nel
profondo del nostro cuore.
26 Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il
Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò
che io vi ho detto.
Gesù subito
rassicura i suoi amati discepoli dicendo che non rimarranno soli perché il
Padre invierà loro lo Spirito Consolatore. In queste sue parole risplende in
modo particolare la luce della Trinità. Gesù non dice
e non fa niente che non sia agito nello stesso momento dal Padre e dallo
Spirito Santo. Il suo modo di agire ci mette dentro un grande
desiderio per un fare nostro che non sia frutto di una decisione unilaterale. Quasi sempre agiamo da soli come se le nostre azioni o i
nostri pensieri fossero gestiti in un mondo appartato, che è poi è quello dei
nostri limiti innamorati di se stessi, e non fosse possibile invece viverli con
una coralità diversa, come ad es, quella del Cristo.
Certo c’è bisogno di decisione e di presa di responsabilità, ma l’avere un
orecchio attento alle molteplici presenze e suggerimenti provenienti da altre fonti (il
prossimo, gli angeli, i santi , morti), che noi stessi evocheremmo con la
nostra disponibilità, ci farebbe sicuramente somigliare di più al modo di
vivere di Gesù. Qui egli ce ne dà un esempio eccelso
e ci fa toccare con mano come nella vita non dobbiamo fare tutto noi perché il
nostro contributo ha un limite che è nell’ordine delle
cose, ma anche nell’ordine della grazia in quanto non è importante che proprio
noi raggiungiamo il risultato ma che siamo sulla sua lunghezza d’onda
confidando che altri completerà l’opera iniziata. Ci rimane tuttavia difficile
vivere questa consapevolezza. Prima infatti di
incontrare l’altro incontriamo la sua falsa immagine frutto dello spirito del
tempo che anche noi abbiamo avallato mettendoci del nostro. Eppure proprio il
tempo ci viene donato per rimediare al continuo
travisamento del volto dell’altro e cioè
per dargli un futuro che non sia già iscritto nel nostro falso modo di
rapportarci a lui. Lo Spirito Santo di cui parla Gesù
non sarà per i discepoli uno sconosciuto perché sarà inviato dal Padre in nome,
e cioè con le parole e la vita, del Figlio. Ecco che qui si completa come in uno scenario sublime la nuova
alleanza che il Cristo sta meritando ai suoi discepoli e a tutta l’umanità.
Si colmerà finalmente quel valico invalicabile che permetterà una nuova
comunione tra Dio e l’uomo. Quel vuoto sarà coperto dal corpo umano-divino del Figlio e
sarà percorribile dalle due parti sulle braccia dello Spirito Santo in una
rinnovata alleanza. Lo Spirito Santo non solo ricorderà ai discepoli le parole
di Gesù, ma insegnerà loro attivamente ogni cosa. Il
Maestro qui vuole dire che per chi lo ama non vi saranno segreti perché questi
segreti a suo tempo gli verranno svelati. Qui ci
troviamo già ad intravedere uno dei frutti della redenzione e cioè quello di essere trattati come figli e non come schiavi
che non sanno niente di ciò che fa il padrone.
La nostra vita e la Parola
Signore, tu sei stato giusto verso il Padre e verso
gli uomini e questa tua giustizia è ricaduta su di noi con il dono dello
Spirito Santo. Ora sappiamo a chi chiedere quando la
nostra piccola barca annaspa in acque tempestose e buie. Il tuo Santo Spirito,
come ci hai promesso, ci insegnerà tutto e noi
possiamo finalmente mettere il nostro cuore nella tua pace.
27
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà
il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro
cuore e non abbia timore.
Il terrorismo imperversa e si diffonde tra la gente
paura ed uno stato depressivo proprio di chi si sente sempre più esposto a
pericoli imprevedibili e da cui è difficile difendersi. Questa situazione ci
avvicina ai tragici eventi della vita di Gesù dove
nel giro di neppure una settimana egli passa dall’ ‘osanna’
del popolo mentre entrava a Gerusalemme agli atroci dolori della passione.
Anche la nostra situazione esistenziale sembra essere entrata, all’interno dei
macroeventi collettivi che stiamo subendo, in una fase dove la riflessione
sulla vita e sulla morte diventerà per noi non qualcosa di occasionale
ma un’abitudine che ci aiuterà a capire per chi e per che cosa stiamo vivendo.
Oggi Gesù con la sua storia perde sempre di più il
suo connotato di personaggio lontano, le cui vicissitudini riguardavano
abitudini e popoli di altri tempi, per acquistare una immediatezza che può aiutare gli uomini di questi anni ed
di più, di queste ore. Gesù sa che la sua ora è
arrivata infatti è lui
che la fa arrivare, perché è lui che si consegna. A noi invece le cose capitano anche se, in qualche modo, siamo noi uomini che,
con le nostre scelte, mettiamo in moto
le forze del male le quali ad un certo punto vogliono il conto. Il quadro
quindi per il Maestro è uno dei più oscuri eppure lui ha la forza ed il
coraggio di dire ai suoi discepoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace.”. E’
un uomo che sapendo di morire non solo dice :”Vi
lascio la pace”, che potrebbe sembrare retorico, ma aggiunge : “vi do la mia
pace”. I discepoli, che avevano vissuto tre anni con Gesù,
erano coloro che più di
chiunque potevano capire se quelle parole erano vere oppure no.
E sicuramente quelle parole erano vere. Gesù in
questo suo momento supremo vive la pace, non è turbato, il suo animo non è afflitto
dalle pene tremende che dovrà subire. Egli è veramente Signore della sua vita e
del motivo per cui la sta spendendo. E’ per questo che vive dentro di sé una pace profonda perché
tutte le sue azioni e le sue parole sono secondo la volontà del Padre. Chi è
con il Padre non può subire quella tristezza e
depressione che possono venire solo se si accondiscende alle intenzioni
malvagie del maligno. Il mondo con tutte le sue proposte ed i suoi tentativi cerca di dare una pace, ma non vi riesce perché è un miscuglio
di interessi, di alleanze peregrine e di fallimenti di cui non ci si può
fidare. Lottare nel mondo si deve perché la nostra visibilità umana, fatta di
carne ed di ossa e di giuste aspirazioni per una vita
vissuta nella pace, lo richiedono, ma non possiamo far dipendere la
tranquillità del nostro cuore dai risultati delle nostre azioni, anche se ci
piacerebbe raccoglierne i frutti. La nostra barca non può veleggiare su un mare
così infido perché si rischia continuamente di affondare. Non possiamo vivere
nel timore e con il cuore continuamente turbato. Il nostro mare è diverso. Si
fa lambire in superficie dal mare del mondo sapendo che appena sotto c’è il
profondo mare del Padre. E’ il Padre che sostiene la nostra barca e che non
permetterà mai che essa affondi. Questa non è insensibilità o un sentimento che
può venire solo agli egoisti quando gli avvenimenti
non li toccano direttamente, ma solo una fiducia ed una fede senza misura in
quel Padre di cui ci ha parlato Gesù Cristo e che in
quel momento lo sosteneva.
La
nostra vita e la Parola
Signore, fa che non viviamo le paure del mondo, ma
aiutaci a prendere spunto da ciò che avviene per verificare su quale fondamento
noi edifichiamo la nostra vita.
28 Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò
a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me.
Gesù attira
l’attenzione dei discepoli sulle sue parole perché ha la netta sensazione che
essi non si siano resi conto veramente del loro significato. Gesù parla di una sua partenza, di un suo
ritorno al Padre. Ora i discepoli sanno con precisione che il Padre è quello
celeste e che quindi l’andare di Gesù significa una
sua dipartita dalla scena di questo mondo. E fino a qui gli apostoli potevano
arrivare, ma ciò che doveva essere ripreso era quel: “ritornerò
a voi” assolutamente incomprensibile. Lazzaro era stato risuscitato dal
Signore, ma uno che risuscita se stesso da morto
questo era completamente impensabile. Il Signore però ripete loro che ritornerà anche se non dice come. Inoltre inserisce dentro a questo discorso, che rischierebbe il miracolismo,
la possibilità di comprensione che si aprirebbe davanti ai loro occhi se essi
lo amassero veramente. Gesù introduce una specie di eguaglianza e cioè chi lo ama, a motivo del suo ritorno
al Padre, deve amare la sua sparizione da questa terra. Anzi egli suggerisce ai
discepoli che l’amore per la sua persona deve far loro desiderare il suo
ritorno al Padre da metterli addirittura in uno stato di allegria. Qui c’è un
mistero da sondare ed è il mistero dell’amore. Occorre
quindi sondare bene quali parole sono state dette da Gesù.
Egli dice che ritornerà al Padre, non che sarebbe morto e quindi la risposta
che si attende dai discepoli non può essere che gioiosa. Il Padre è il più
grande e non ha confronti in qualsiasi ordine dell’essere e quindi il ritorno
al Padre è ciò che di più bello una persona possa
vivere. Non importa se per tornarvi vi si arriva da una strada di dolore, ma
ciò che importa è il ricongiungimento con il Padre. La strada che Gesù ci indica è quella del
ritorno al Padre. Egli ce ne ha dato un esempio, l’esempio più atroce, ma questa suo aver abbracciato la vetta del dolore,
era per indicarci che anche in una simile situazione si può tornare al Padre.
Non vi sono quindi vie con un fondo cieco, no, portano tutte al Padre. Ecco
l’allegria che deve prendere il cristiano e cioè
quella di sapere che il ritorno al Padre lo facciamo nell’amore di suo Figlio
ed accompagnati per mano da lui.
La
nostra vita e la Parola
Signore, farci vedere la vita come un ritorno al
Padre che ci ama e ci
aspetta è il tuo regalo più grande. La strada che tu hai segnato per questo ritorno la vivremo in allegria lontani dalla disperazione di
quanti non vanno da nessuna parte perché si immaginano che nessuno li attende.
29 Ve
l'ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando
avverrà, voi crediate.
Perché il
Signore ci tiene tanto ad avvertirlli di ciò che sta
per succedere ? Certamente perché loro credano, ma
cosa significa questo c’credere’ in un simile
contesto? La preoccupazione maggiore di Gesù è che
essi non rimangano preda della paura. Anche a noi succede infatti
di rimanere preda della paura quando dobbiamo prendere delle decisioni spinti
dalle emozioni del momento. In questi giorni in Spagna sono state fatte delle
elezioni in preda ai sentimenti, pur legittimi, della gente. Così però si
uccide la democrazia che ha bisogno di potersi esprimere non sull’onda degli
avvenimenti, ma con una certa distanza. Se il terrorismo capisce che può
intervenire all’ultimo momento spiazzando tutti allora lo si
accetta come se fosse un cittadino con un enorme potenziale di voto e questo
non è accettabile. Gesù quindi avverte i suoi su cosa
capiterà alla sua persona e come le cose future si svolgeranno secondo un piano
provvidenziale preparato dal Padre ed eseguito in perfetta obbedienza dal
Figlio. La modalità di Dio nel proporci se stesso non
é quella del gioco delle tre carte. Dio non vuole prenderci con il gioco delle illusioni, anzi la
parola 'prendere' deve essere intesa come un nostro attivo ’prendere posizione’ di fronte alla sua chiamata. Quando si verificheranno gli avvenimenti di cui parla Gesù i discepoli avranno l'occasione di contemplarli come
corrispondenti alle sue parole. Quello che ha detto ha fatto, non vi é inganno
in lui. L'atteggiamento del vero discepolo allora dovrebbe essere quello di
contemplare la
realtà, nei suoi diversi piani di lettura, con la ferma fiducia di muoversi sempre all’interno di un
provvidenziale piano divino. Cristo avendo vissuto la nostra storia diventa
allora punto di riferimento per leggerla nella sua vera natura e cioé una occasione per l'uomo di stringere sempre di più i
suoi rapporti con Dio.
La nostra vita e la parola
Signore, le tue parole sono per noi come un’ampio letto di fiume dove
far scorrere la nostra vita. Se seguiamo le tue parole
non possiamo farci prendere dal panico perché il tuo essere divino ci sprofonda
negli abissi di Dio da dove possiamo guardare alla nostra vita ed alla storia con
grande fiducia ed amore.
30 Non parlerò più a lungo con
voi, perché viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me,
Gesù
continua a dare segnali sempre più chiari di come a breve cambierà il suo
rapporto con i discepoli. E cosa scoprima?
Che in quei tre anni di vita pubblica Gesù ha parlato tanto, il
testo dice ‘a lungo’, con loro e non si riferisce
soltanto a queste ultime parole che si stanno scambiando, ma ad una abitudine
che il Maestro aveva di parlare con i suoi discepoli. E’ stato il suo un tempo
in cui ha scambiato tanto
con loro per colmare quell’abisso di incomunicabilità
che si era prodotto con il peccato dei
progenitori. Il tempo quindi del linguaggio delle parole sta per finire ed
inizia ora quello del corpo doloroso che paga di fronte al principe di questo
mondo per ogni sua parola di verità. Nel
momento supremo il Maestro non fa gesti inconsulti e non entra in agitazione
come capita ai comuni mortali. Ci insegna a fondare la
nostra vita in profondità e a non farci impaurire dalle trombe che annunziano
il terrore che avanza. Ed il terrore aveva il volto del principe di questo
mondo che aveva già tentato di piegarlo nel deserto, ma non essendo riuscito a
piegare la sua mente e la sua volontà cerca ora di strappargli un assenso piegando il suo
corpo. Gesù però fa sapere che il principe di questo mondo è un burattino
senza potere. E’ bene che ci ricordiamo di questa frase perché quando
sarà la nostra ora d’essere provati non ci capiti d’aver paura e di credere che
il principe di questo mondo possa avere su di noi il potere di stravolgere ciò
in cui crediamo profondamente. Per i discepoli le parole di Gesù sono
veramente sibilline. Essi non riescono a capire che cosa sta succedendo. Da una
parte il Signore dice che andrà via facendo intendere che egli subirà questo allontanamento, ma dall’altra fa intendere che chi lo
allontanerà dai discepoli non ha alcun potere su di lui. Tuttavia nell’amaro di
queste affermazioni fatte dal Maestro si percepisce sempre l’intento di
rassicurare i suoi apostoli.
La nostra vita e la Parola
Signore,
vogliamo anche noi sentire le tue parole di rassicurazione quando ci troviamo
nelle difficoltà delle vita. Aiutaci ad alzare il capo
verso il tuo volto
sofferente perché anche noi quando siamo nella prova possiamo dare le tue
stesse risposte.
31 ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio
quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui».
Queste
parole sono la logica risposta a ciò che aveva detto
nel versetto precedente e cioè che il principe di questo mondo non ha alcun
potere su di lui. Qualcuno infatti avrebbe potuto
fargli questa domanda: “Come mai se il principe di questo mondo non ha alcun
potere su di te ti disponi a metterti nelle sue mani?”. Gesù
dichiara che fa ciò solo per amore del Padre e quindi se il Padre
gli ha comandato di intraprendere questa via egli la percorrerà. Ciò ci dà modo
di sondare sempre meglio e di più i rapporti che intercorrono tra il Padre ed
il Figlio. Il Figlio sa con assoluta certezza e fiducia che ciò che il Padre
vuole è senza
ombra di dubbio un bene. La stessa cosa noi non possiamo dire di un altro uomo
che ci indica una strada da seguire perché vi può
essere una incongruenza, magari non legata a chi ci ha fornito l’indicazione,
ma,ad es, al prodursi di una spaccatura nel terreno.
In Dio invece c’è solo luce, ma llora
ciò vuol dire che Gesù sapendo già tutto in anticipo
era onnisciente? Non mi interessa qui sapere se egli in quanto uomo-Dio già
sapeva tutto, ma mi piace pensare che Gesù affrontava sì gli avvenimenti con la sua luce divina,
ma momento dopo momento, e con gli occhi rivolti ai comandi di amore del Padre.
Egli suggerisce anche a noi questa sua modalità. Grazie
infatti alla nostra base comune possiamo, dicendolo in termini
informatici, trascrivere, sopra alla nostra umanità, il suo programma d’amore.
E cercando di intravedere qualcosa del rapporto tra il Padre ed il Figlio mi
piace pensare che anche in Dio, come dice una grande
mistica, Adrienne von Spyer, ci sia attesa e sorpresa. Questo squarcio sui
rapporti intradivini è un argomento di grande fascino su cui provare a meditare.
La nostra vita e la Parola
Signore,
siccome ti conosciamo poco e parliamo poco con te, poco sappiamo di quanto
invece la relazione con te può essere densa di sorprese e di vera vita. Aiutaci
allora ad entrare nelle tua intimità e nelle tue
meravigliose sorprese d’amore.