CAPITOLO 12
1
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti.
Gesù si
aggira attorno a Gerusalemme quando sa che i capi dei Giudei avevano preso la
decisione di ucciderlo. Egli fa quello che anche Socrate fece e cioè rimanere piuttosto che fuggire di fronte a coloro che
volevano la sua vita. Socrate ai suoi amici che gli consigliavano di andare in esilio dipingeva in modo vivo che cosa gli sarebbe successo
una volta che avesse lasciato Atene: sarebbe diventato lo zimbello di tutti. Gesù non ha di questi pensieri. Non si preoccupa della sua
persona e a Pietro, che lo rimprovera perché aveva parlato della sua morte,
dice parole di fuoco paragonandolo a satana. Egli quindi rimane in zona
aspettando che gli eventi maturino. Vi sono dei momenti in cui non servono più
i diversivi e lo scontro diventa inevitabile. La prudenza e la furbizia servono
quando ancora la parte avversa non è arrivata ad individuare con precisione
cosa fare. Tuttavia anche in altri momenti i Giudei avrebbero voluto farlo
fuori ma non vi erano riusciti e ciò significa che
oltre alla volontà del maligno, gioca in campo un’altra forza che non permette
i colpi di mano. Tutto è retto dalla Provvidenza che permette agli eventi di
iniziare svolgersi e finire secondo un piano a misura della comprensione umana.
Gesù va da Lazzaro quasi a preannunciare
quale sarà la sua stessa sorte dopo la
morte e cioè la resurrezione. Per noi è un segno di speranza nel senso
che il Signore vuole dirci che dove c’è la prova ed il dolore nello steso
tempo, per chi si comporterà da vero figlio di Dio, vi sarà la resurrezione.
Noi crediamo che la vicenda dolorosa del Maestro sia lontana mille miglia dalla
nostra esperienza umana, ma se vi pensiamo bene essa vi è così interna che non avremmo potuto desiderare di meglio. Noi viviamo spesso
momenti di una così tragica impotenza di fronte al male che la passione morte e
resurrezione del Cristo diventano per noi un esempio luminoso per uscire
vittoriosi dalle fauci del male morale dell’insignificanza e della perdita di
noi stessi.
La nostra vita e la Parola
Signore, tu non
fuggi dalla nostra vita quando siamo afflitti dai mali, ma rimani in zona
perché noi possiamo beneficiare della tua presenza per dare un senso di
liberazione profonda alla nostra vita. Aiutaci a saper
alzare lo sguardo oltre noi stessi per collegarci a
tutte quelle forze spirituali, umane e divine, che ci metti vicine per farci
uscire fuori dal tunnel della nostra sufficienza e del nostro egoismo.
2
E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali
L’ambiente in cui ci troviamo ora è
completamente diverso da quello funerario prima del miracolo della resurrezione
del fratello di Marta. Lazzaro infatti è uno dei
commensali e la sua presenza viene
subito evidenziata quasi a volercelo mettere in un contesto diverso da quello
del sepolcro dove la sua situazione reale era quella di puzzare. Quando Gesù s’era trovato davanti alla tomba profondamente scosso aveva
pianto, ma il significato di quel suo stato d’animo non era da attribuirsi
soltanto al dolore per l’amico morto, ma al trovarsi di fronte alla conseguenza
del peccato : la morte. Gesù piangeva sull’uomo che
aveva preferito liberarsi dalla vita vera e cioè
dall’essere intimo con il Padre per seguire un destino incerto all’insegna del
dolore e della morte. La sua venuta
permette al genere umano di essere reintegrato in una nuova creazione e Lazzaro
è tra i primi a sperimentare qualcosa di questa novità. La sua è stata una
reintegrazione a livello fisico, ma si
stava preparando il momento in cui la reintegrazione dell’uomo in quanto tale sarebbe avvenuta in modo completo. Gesùi infatti quando sarà
innalzato attirerà tutti a sé, per adesso mangia assieme a tante altre persone
e al resuscitato. Egli vuole renderci in modo plastico cosa succede all’uomo quando reinserito nella
vita di grazia può con tutto diritto prendere posto a tavola e cioè provare di nuovo la bellezza di essere di nuovo in comunione con i fratelli. Immaginiamo la
scena. Il resuscitato, quello che era
morto, ora siede tra gli altri. Tutti lo possono toccare. Gesù non ha agito un trucco. Questa situazione è giudicata
molto pericolosa dai giudei in quanto temevano
che Gesù
guadagnandosi il favore popolare potesse creare
le condizioni per uno scontro con i romani. Non c’è niente di tutto
questo in questa cena piena di gioia e di stupore per quanti spostavano
continuamente gli occhi da Gesù a Lazzaro. Certo tanti avranno sognato ad occhi aperti e tanti altri
avranno creduto di trovarsi di fronte al Messia che tanto aspettavano, ma il
clima che improntava tutta la cena era data da Gesù,
un uomo mite ed umile di cuore. E così sarà passata tutta la serata co un un’indicibile gioia nel
cuore e con la certezza di trovarsi veramente di fronte ad un’inviato
di Dio. Fra non molto Gesù siederà di nuovo a cena,
ma questa volta sarà l’ultima e quella in cui
consegnerà se stesso istituendo la santa Eucaristia. Quello stesso
Signore, padrone della vita e della morte potrà fare anche quest’ulteriore
incredibile miracolo di lasciarci non un segno, ma se stesso vivo e vero sotto
le apparenze del pane e del vino.Siamo disposti a
credere ciò o pensiamo che nella comunione facciamo solo un atto simbolico di unione con i fratelli e basta?
La nostra vita e la Parola
Signore, fa che possiamo sempre servire una cena a te e a tutte le persone
che man mano ci fai conoscere ed amare su questa
terra.
3 Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i
piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e
tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento.
Nella vita molte volte, quando si desidera
qualcosa, invece di darsi da fare per soddisfare il nostro desiderio al meglio
ci si contenta di ciò che gli assomiglia anche se non si tratta di
falsificazioni. Avere
sempre qualcosa d.o.c. non sempre è alla nostra
portata sia per motivi di costo, che per la sua minore presenza sul mercato. Le
cose di valore poi non solo occorre conoscerle ma anche riconoscere e cercarle
perché non si trovano nel negozio sotto casa. Quell’aggettivo
‘vero’ infatti, riferito
all’olio di nardo, ci dice molto non solo sullo stato sociale di Maria ma anche
sulla sua sensibilità e raffinatezza. Nel donare olio puro Maria dice al
Maestro che anche il suo sentimento di amore verso di
lui vuole essere puro e senza macchia. Il modo di amare di maria, e cioè dichiarato e senza ritegno, è proprio di chi avendo trovato
un tesoro non se lo lascia scappare ponendolo al centro della sua vita. In quel
momento per Maria il tempo si ferma e non esiste altri che Gesù
e noi possiamo seguirla passo passo mentre si susseguono
i suoi gesti carichi di una indicibile intensità. Ella quindi si accosta e si prepara ad avere con lui un
rapporto da vera innamorata, ma con la consapevolezza che il suo amato tesoro è
in alto ( Gesù aveva detto alla sorella Marta: «Io sono la risurrezione e
la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me,
non morrà in eterno.), ma non distante. Maria sa che quei piedi sono
provati da continui spostamenti e per questo vuole che abbiano sollievo. Non solo li cosparge di olio,
ma li massaggia. Tutto avviene nel silenzio e gli occhi non sono rivolti solo a
Maria, ma anche al Signore che accetta di essere toccato ed amato in quel modo.
Per poter asciugare i piedi con i capelli Maria doveva portarli lunghi e ciò ci
fa capire come la donna non solo amava attirare l’attenzione su di sé, ma che per
lei era importante comunicare con il corpo. Se non possiamo tirare alcuna
conclusione sulla bellezza di Maria tuttavia possiamo
legittimamente credere che per lei la
vita dei sentimenti era molto importante. E all’intenso sentimento di Maria Gesù risponde con una intensità uguale ma diversa nel suo
significato : Gesù gode di essere amato perché per
questo è venuto e cioè per ricevere da noi uomini lo stesso amore con il quale
egli ci ha amato dall’eternità. Dio e la sua creatura si incontrano
ma ciò non può lasciare indifferente i cuori degli altri presenti, né
l’ambiente dove si trovano. Il vangelo
ci riferisce che tutta la casa fu pervasa del profumo dell’unguento e ciò per
indicarci che quando avviene l’incontro tra Dio e l’uomo è
come se si ritornasse nel paradiso
terrestre.
La nostra vita e la Parola
Signore, la nostra vita è piena di cose futili e spesso ci capita
di trasferire la stessa futilità al rapporto che abbiamo con te. Sentiamo che
abbiamo bisogno di incontrarti nel
profondo di noi stessi, ma sappiamo pure che quest’incontro
potrà avvenire solo se potremo farlo di fronte agli altri in piena verità di
gesti e di intenzioni. Aiutaci!
4 Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi
discepoli, che doveva poi tradirlo, disse:
Improvvisamente
lo scenario cambia. Entra la figura di Giuda e l’accenno al fatto che sarà lui
a tradire Gesù ci porta crudelmente a prendere
coscienza che ancora non siamo nel paradiso terrestre
e che allora come adesso non basta essere essere
ingenui se nello stesso tempo non si è prudenti come serpenti. Qualsiasi
scenario infatti noi possiamo vivere, anche il più
santo, è sempre esposto all’intrusione del nemico. Noi vorremmo che la vita
fosse per noi una interminabile coccola, una carezza
infinita, un relax dove starsene con chi ci ama, ma ciò non ci è concesso e
dobbiamo essere sempre pronti e vigilanti per difenderci dagli assalti del
maligno. E’ inutile lamentarsi che sia così piuttosto occorre attrezzarsi
perché nel momento della prova non veniamo trovati molli ed indifesi.
Ricordiamoci delle parole di Pietro 1 -
Cap 5: “[6]Umiliatevi dunque
sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, [7]gettando in lui ogni vostra
preoccupazione, perché egli ha cura di voi. [8]Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come
leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. [9]Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli
sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi. [10]E il Dio di ogni
grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, egli stesso
vi ristabilirà, dopo una breve sofferenza vi confermerà e vi renderà forti e
saldi. [11]A lui la potenza nei
secoli. Amen! “. Umiliarsi quindi di fronte a Dio,
mettersi costantemente sotto la sua protezione, liberarsi da qualsiasi
preoccupazione che ci dislochi lontano dalla mano del Signore ci aiuterà
sicuramente a non rimanere vittima di quella raffinatissima intelligenza nera
del diavolo. Il nostro esempio rimane Maria nel momento in cui
carezzando e cospargendo di olio profumato il suo
Maestro ci indica come anche noi dobbiamo sviluppare un’attitudine di
consolazione verso quanti su questa
terra patiscono ogni sorta di offesa dalle più colossali a quelle più
quotidiane di fronte alle quali ormai abbiamo fatto il callo.
La nostra vita e la Parola
Signore,
grande è la nostra ingenuità quando vogliamo avventurarci nella vita come se
non vi fosse pericolo alcuno. E se Maria poteva
permettersi di dare le spalle a Giuda, era solo perché si era consegnata
completamente nelle tue mani. Concedici la stessa grazia dell’abbandono, ma
nello stesso tempo, visto che conosciamo la nostra debolezza, acutizza i nostri sensi perché non rimaniamo mai vittima del
maligno.
5 «Perché quest'olio profumato non si è venduto per trecento denari
per poi darli ai poveri?».
Mentre Maria compiva il suo gesto d’amore verso Gesù e mentre il profumo si diffondeva per tutta la casa
c’era un cuore che non si lasciava per niente commuovere da ciò che accadeva
sotto i suoi occhi. O meglio è più preciso dire che gli
occhi di Giuda si erano lasciati interpellare, e con grande accoramento, dallo
spreco di un unguento così prezioso. Con
il denaro si può comprare tutto ciò che sta a cuore,
anche il rispetto dei poveri, ma il
cuore di Giuda a che cosa aspirava veramente? Non lo sappiamo, ma dalle sue
parole possiamo solo arrivare alla conclusione che il suo cuore era indurito e non
riusciva più a decifrare cosa stava accadendo sotto i suoi occhi. Gesù è entrato già nel tormento della sua passione perché
sa che lo stanno cercando e sa che prima o poi lo
arresteranno. La sua ora è arrivata, ed anche se è un’ora atroce, egli per quest’ora è venuto in questo mondo e cioè
per darci testimonianza dell’amore di Dio e per perdonare i nostri orribili
peccati. Tuttavia siccome non è venuto ad imporre la sua realtà, anche se
salvifica, egli se ne fa condurre per mano e sa sempre
leggere tra le sue pieghe la volontà di Dio. Gesù non
è un invasato ed è per questo che in un momento così
tragico accetta di rendersi disponibile ad una manifestazione d’affetto che non
aveva previsto in maniera così toccante. Un’altra persona al posto di Gesù, vista l’aria che tirava, se ne sarebbe
andato via da Betania oppure, se avesse voluto
essere il messia che gli ebrei attendevano,
si sarebbe dato da fare per armarsi e sobillare la gente. Ed invece ci troviamo in un umanissimo clima che non lascia
presagire niente di ciò che avverrà. Diverso invece è l’atteggiamento interiore
di Giuda. Anche lui aveva sicuramente capito che i
capi stavano tramando contro Gesù e che quindi ci si
avvicinava ad una resa dei conti ma invece di stringersi attorno al Maestro ed al suo insegnamento, egli se ne
staccava con determinazione portando avanti un suo disegno personale. E se uno non è fedele alla persona che dovrebbe amare, allora la
sua fedeltà andrà al suo interesse personale qualsiasi esso sia, di bassa lega
oppure nobile. Davanti a Giuda Gesù, come
persona, scompare ed al suo posto vi sono vari calcoli che trovano modo di
venir fuori con una motivazione che
appare disinteressata. Giuda non è quindi riuscito a vivere il clima di
profondo dono reciproco tra Gesù e Maria. Preferisce
pensare ad un dono impersonale piuttosto che accettare la viva realtà del
Maestro. E Gesù in quel momento
oltre che dall’amore di Maria è toccato dalle gelide e calcolate parole del suo
discepolo.
La nostra vita e la parola
Quante volte, Signore, ci capita di dire
parole che all’apparenza sembrano piene di bontà, ma che invece nascondono un
calcolo raffinato. Quante volte ci nascondiamo dietro a parole false che negano la
verità. Aiutaci allora, Signore, ad avere un cuore non inquinato da
false e rigide ideologie in modo da saper accogliere gli avvenimenti a cui la
tua Provvidenza ci fai assistere ogni giorno.
6 Questo egli
disse non perché gl'importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome
teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.
Il giudizio di Giovanni su Giuda è netto: era un ladro. I
discepoli sapevano di questa propensione del cassiere a rubare e quindi nello
stesso momento in cui fa la sua proposta essi sanno
leggere cosa Giuda ha nel cuore. La cifra di trecento denari corrispondeva alla
paga annuale di un agricoltore. E’ una cifra enorme di fronte alla quale non si
può restare indifferenti o si gioisce per l’onore reso al Maestro oppure si
grida allo spreco perché quei denari possono servire, in apparenza per i
poveri, ma nella sostanza per investirli in qualcosa di più produttivo. Se si
fosse trattato di un piccolo regalo Giuda avrebbe
taciuto, ma di fronte a tanto ben di Dio perché sciuparlo per una unzione che
si sarebbe potuta fare con un olio più a buon mercato? Maria di fronte a Gesù ‘resurrezione e vita’ dà un
dono che sembra eccessivo agli occhi umani, ma della stessa flagranza, anche
se in misura infinitamente minore, del
regalo che aveva ricevuto da Gesù :
la resurrezione del fratello e la certezza di trovarsi di fronte al figlio di
Dio (“Sì Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio che viene nel
mondo”). L’attitudine di Giuda è quella di un uomo che parassita il mondo degli altri per consumarlo
a suo uso e consumo. E’ un errore in cui incorre spesso chi si mette di fronte
alla realtà con l’atteggiamento di disporne quasi che essa le
appartenesse. Maria invece è tutta
proiettata a recepire cosa le può comunicare quell’infinito Mistero che sta accostando. Maria e Giuda tutti e due sono aperti a qualcosa di diverso della loro
persona, ma l’uno si fa appesantire ed annegare dal peso del denaro, l’altra
invece ricevendo l’amore di Dio glielo rilancia perché ha scoperto che il gioco
dell’avere e trattenere porta solo alla morte: la morte del fratello Lazzaro
infatti l’aveva trattenuta in un dolore
inconsolabile.
La nostra vita e la parola
Signore, siamo avidi di vita e tutto vorremo
torcere a nostro vantaggio, ma tu
insegnaci ad entrare nella realtà in punta di piedi ammirando quanto
essa è ricca della tua presenza.
7 Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per
il giorno della mia sepoltura.
Gesù introduce deliberatamente un accenno alla sua sepoltura.
Sembra a prima vista una nota stonata nel clima di serenità e di gioia che
aleggiava in quel momento nella casa. Certo anche l’intervento di Giuda aveva
creato qualcosa di stridente, ma Gesù non poteva
seguirlo nelle sue ciniche considerazioni proponendo di avere per lui considerazione ed amore visto che sentiva
vicina la morte. La sepoltura infatti richiama con
precisione al fatto che i giudei l’avrebbero preso ed ucciso. Ed allora è come
se Gesù dicesse: ‘Ecco mi
dovete amore perché io andrò a morire’. E cioè : ‘ Non amatemi per quello che io sono per voi adesso,
ma solo perché dopo io morirò. Amate in me non il vivo che sono,
ma il morto che sarò’. Questi calcoli strani non si
addicono al Maestro, ma un calcolo di amore e di
rassicurazione sì. Se consideriamo il fatto che
proprio vicino alla sua passione morte e resurrezione Lazzaro viene
resuscitato, allora dobbiamo concludere che il miracolo del suo passaggio dalla
morte alla vita non può che essere un segno di ciò che avverrà anche a Gesù. Le sorelle Marta e Maria ormai sanno per esperienza che la morte non è
più l’ultima parola e quindi quando Gesù accenna alla
sua sepoltura il loro ricordo va subito al fratello che era morto, era stato sepolto, puzzava, ma poi era stato reso in vita da
Gesù. Inoltre sanno anche Gesù è Figlio di Dio, che è resurrezione e vita. Tutto
questo sanno e quindi quando sentono che Gesù parla della sua sepoltura è possibile che, pur
rifiutandosi di credere alla sua futura morte, esse abbiano recepito la parola
‘sepoltura’ in modo diverso dagli altri. E Gesù in questo caso è come il
contadino che semina e che sa che a tempo opportuno quel seme darà il suo
frutto. Quell’accenno alla sepoltura infatti sarà per loro come una traccia preziosa che le
aiuterà nei momenti bui a risalire più facilmente di altri verso la speranza
della resurrezione.
La nostra vita e la Parola
Signore, in ogni tua parola c’è sempre un dono. Non parli a caso.
Ecco perché assieme alla tua santa Eucaristia non vi è niente di più santo che
meditare il tuo verbo per stamparlo nel nostro cuore perché ci cambi la vita.
8 I poveri infatti
li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
Gesù insiste nel portare quelli che lo amano all’intensa
percezione del fatto che la sua morte può avvenire da un momento all’altro. In
questi giorni che precedono la sua passione si adopera
perché ciò che avverrà dopo non trovi i suoi discepoli impreparati. Gesù quindi comincia a congedarsi dai suoi ma nello stesso
tempo accetta l’atto di
amore di Maria come segno di amore dell’umanità verso la sua persona.
Egli toglie dalle mani di Giuda i poveri
per restituirli a noi perché dopo la sua morte essi, con il loro volto, potessero vicariare il suo. Ogni
volta quindi che ci troveremo di fronte ad un povero
siamo autorizzati a vedervi il volto del Cristo, come pure quando faremo
qualcosa per loro lo faremo per lui. E’ da notare che Gesù
non dice che non lo avremo più, ma che non lo avremo’sempre’. Cosa vogliono dire
queste parole? Noi sappiamo che dopo la sua resurrezione è apparso a tanta
gente, ma poi con l’ascensione al cielo è ritornato nel seno di Dio, ma
sappiamo pure che egli rimane con noi sotto le specie del pane e del vino nell’Eucarestia, ed
allora quand’ è che la percezione della sua presenza viene meno tanto da fargli
dire che non sempre sarà con noi? Sicuramente quando noi
volontariamente ci allontaniamo dal lui con il peccato oppure quando, nella prova,
ci viviamo lontani da Dio. Ecco Gesù ci
dice, molto tra le righe ma ce lo dice, che ogni volta
che faremo sulla nostra carne l’esperienza d’essere abbandonati da Dio possiamo
ricorrere al servizio de i poveri per ritrovarlo. In Gv
12 Gesù è il povero che viene
servito da Maria, come sarà Gesù in veste di maestro
che laverà i piedi dei suoi poveri discepoli. In questa scena, nelle sue due
versioni, assistiamo ad un evento pari all’istituzione dell’ Eucaristia. Giovanni
infatti, come fanno notare gli esegeti, al posto della cena del giovedì
santo, mette l’episodio della lavanda dei piedi.
La nostra vita e la Parola
Signore, guardare al povero immaginando la tua persona ci fa
diventare strabici. Questo passaggio ci sembra inconcepibile perché preferiamo di gran lunga rivolgerci direttamente a te. Eppure tu ci dici che se vogliamo avere la nostra parte
dobbiamo lavare i piedi dei nostri fratelli. Per tuo amore lo faremo, ma sostienici con la tua grazia perdonando il nostro poco
coraggio.
[9]Intanto
la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si
trovava là, e accorse non solo per Gesù,
ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti.
Gesù già da qualche tempo non
è più un uomo privato, di cui nessuno si accorge, ma diventa sempre di
più un personaggio pubblico grazie all’aver risorto il
suo amico Lazzaro. Tutte le sue azioni
ed i suoi movimenti sono quindi seguiti sia da chi lo ama come pure da chi
invece cerca con ogni mezzo di nuocergli. Il suo successo personale in questo
momento è alle stelle. La gente però non cerca solo Gesù , ma vuole vedere Lazzaro e cioè vuole constatare di persona ciò che è
avvenuto. Teniamo presente che quando Gesù era
arrivato a Betania
erano passati già 4 giorni dalla morte di Lazzaro e che
quindi molti Giudei nei giorni precedenti erano venuti da Gerusalemme e
dintorni per dargli l’estremo saluto. Ora tutte queste
persone sentono il bisogno di vederlo da vivo per cancellare l’immagine di
Lazzaro morto che conservavano nel loro cuore. Tutto ciò non poteva che
amplificare la fama di Gesù e, come si direbbe
adesso, lo portava inevitabilmente ad essere l’uomo in cima alle classifiche di
popolarità del momento. Gesù, a pensarci bene, non fa
niente per sottrarsi a questa popolarità. Era facilmente prevedibile infatti che ci sarebbe stato un via vai attorno a Lazzaro e
quindi se Gesù lo va a trovare sa con certezza che
anche lui sarebbe stato al centro dell’attenzione. Ed allora ci chiediamo: Gesù in questo momento aveva proprio bisogno di esporsi o
sarebbe stato meglio per lui non farsi vedere da quelle parti visto che contro di lui stavano montando le forze delle
tenebre? Gesù sceglie di stare vicino al suo amico
perché percepisce che anche lui è sotto tiro e vuole quindi rassicurarlo con la
sua presenza e fargli sentire da vicino come si può essere nella pace anche se
si lotta contro il male: “ e tutta la casa si riempì del profumo
dell'unguento”.
La nostra vita e la Parola
Signore, alcune volte è
necessario esporsi per amore. Quando ciò avviene abbiamo bisogno di tutto il
nostro coraggio, ma sappiamo che ne abbiamo poco
quindi mandaci il tuo Spirito perché ci ricordi
di chiedertelo sempre.
[10]I sommi sacerdoti allora
deliberarono di uccidere anche Lazzaro,
La
determinazione nel commettere il male stupisce sempre. Si è
infatti più abituati a commetterlo in seguito ad una passione che fa
perdere la testa, ma meno in seguito ad un freddo calcolo. Chi aveva deliberatola morte di Lazzaro e di Gesù
non era un singolo uomo, ma addirittura i detentori del potere religioso: i
sommi sacerdoti. Non ci troviamo infatti di fronte ad
una cospirazione in cui si cerca di far morire il giusto, ma ad una
deliberazione che sembra avere tutti i crismi della legalità. Certamente i
sommi sacerdoti, ritenendosi non solo i vigili custodi dell’ortodossia, ma
anche della integrità
fisica del popolo, volevano difendersi dallo sterminio ad opera dei romani.
Questa paura dello sterminio però metteva sulle spalle del popolo un giogo così
pesante da cancellare dal seno dello stesso popolo qualsiasi accadimento che potesse aiutarlo. Il potere religioso era caduto nelle mani
di gente paurosa che mirava solo alla salvezza della
propria pelle. Per loro valeva solo il calcolo politico e nient’altro. Si erano
preclusi qualsiasi comunicazione con il Dio dei loro padri. Essi non si fanno
prendere dal dubbio o se l’hanno fatto le loro conclusioni corrispondono alle
loro premesse: aver tagliato i ponti con qualsiasi vera tradizione spirituale.
Ci troviamo di fronte alla nuda e cruda gestione del potere che si arroga il
diritto di vita e di morte su chi crede avversario.
Neppure la resurrezione di un uomo li fa recedere dal loro proposito, anzi
sembra che dia loro l’occasione per muoversi più in fretta. Gesù
aveva capito tutto ciò e la sua presenza vicino a
Lazzaro sottolinea la sua intenzione di confortarlo e prepararlo ai crudeli
avvenimenti che si sarebbero succeduti da lì a poco.
La nostra vita e la Parola
Signore,
tu ci sei sempre vicino anche nei momenti più crudeli della nostra vita quando
saremmo propensi a crederci soli ed abbandonati. E’ questo che ricaviamo dalla tua
testimonianza sulla terra. Con la nostra immaginazione siamo così portati a
vivere gli scenari che tu hai vissuto prendendo da essi
spunto per essere pieni di speranza e certi che non ci abbandonerai mai.
[11]perché
molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano
in Gesù.
La
resurrezione di Lazzaro diventa il casus belli
che li rende determinati nel mettere fuori gioco Gesù.
La risposta dei capi si fa atroce in quanto avevano
ben capito che niente sarebbe stato come prima se non si fosse subito rimediato
con l’uccisione degli attori principali: Gesù e Lazzaro.I Giudei toccavano con mano il distacco di una
parte del popolo dal giudaismo e non potevano sospettare che questo movimento
non era che l’inizio di un altro ben più vasto causato dalla passione, morte e
resurrezione del Cristo. Come possiamo vedere alla base di un cambiamento di
prospettiva così profondo vi è la constatazione inoppugnabile
che qualcuno (Lazzaro prima e Gesù dopo) è passato dalla morte alla vita. Un uomo che ha
un cuore non può rimanere indifferente ad un simile evento. Solo chi deve
difendere interessi illegittimi si crea una corazza tale da non saper leggere
ciò che anche i bambini, con i loro occhi innocenti, sanno vedere. Non dobbiamo
pensare che siccome il Signore è stato ucciso allora nessuno gli
credette. Il vangelo dice che molti credettero in lui e quindi continuarono a credergli anche
durante la sua passione. I discepoli che erano in prima linea nel momento cruciale vennero meno, ma perché presi dalla paura d’essere
uccisi, ma tanti altri che vissero quei giorni tremendi, anche se non potettero
far niente per cambiare gli eventi, erano stati toccati profondamente nel loro
cuore da Gesù.
Non è pensabile infatti che nel giro di una
settimana chi aveva creduto possa essere passato di nuovo dalla parte avversa.
I semi posti nel cuore di tanti da parte del Maestro non sono caduti solo in un
terreno pieno di rovi, ma anche su un terreno buono. E Gesù
in questi giorni ha presente tutte queste persone
anche se sa che la loro fede è molto debole. Nel vangelo di Giovanni la lotta
tra le tenebre e la luce è frontale e quindi ci
vengono riportati quei passi della vita del Signore dove questo scontro si
tocca con mano, ma questo taglio scelto dall’apostolo è necessario per faci
intendere che il Signore non è venuto
solo per i buoni, ma per i peccatori. E se a prima vista sembra che le tenebre
ghermiscono la luce tanto da spegnerla, quando tutto sarà finito, nel buio
della tomba e delle coscienze, si accenderà di nuovo quella
luce che farà ripartire il mondo donandogli una vita che non si spegnerà
mai perché eternizzata dal sacrificio del Redentore.
La nostra vita e la Parola
Signore,
spesso nella giornata ci sembra di vedere tutto buio e senza segnali indicatori
che ci guidino lungo la strada. Vogliamo vedere a
tutti i costi e se non vediamo siamo pieni di lamentele e di cattiverie verso
il nostro prossimo. In tutto ci sforziamo e piangiamo sulla nostra
inadeguatezza. Facci accettare la morte dei nostri sogni quando non sono i tuoi
ed illuminaci con il tuo Santo Spirito.
[12]Il
giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme,
Tutti
ormai avevano gli occhi puntati su Gesù e sui suoi
movimenti. Funzionava il passaparola e quindi non c’è
da meravigliarsi se addirittura una folla lo segue a Gerusalemme. Questa che
vediamo è una folla che ormai ha capito dove indirizzare il suo bisogno di
novità e di miracoli. Il suo eroe del momento è Gesù
e quindi sapere dov’è, cosa fa, come lo si può
incontrare è ciò che in questo momento la coinvolge di più. Questa voglia di
seguirlo dapperttutto stride fortemente con ciò che
avverrà dopo quando la folla preferirà Barabba a Gesù.
Tuttavia possiamo chiederci se si tratta della stessa folla oppure di aggregati diversi che si muovono a seconda di che cosa o
di chi li spinge. In questo caso sono spinti dal desiderio di vedere il taumaturgo
che è riuscito a risorgere Lazzaro dopo che questi era morto da 4 giorni ed era
già in decomposizione. Credo che nessuno avrebbe potuto
sottrarsi al richiamo di vedere chi era riuscito a portare a termine un’impresa
così grandiosa. La morte è stata, ed è
ancora oggi, un evento immodificabile nella vita dell’uomo. Non si può infatti sfuggire alla morte. Gesù
però è riuscito a farla indietreggiare e quindi è comprensibile che tutti
vogliano vedere l’autore di un simile prodigio. Nella pedagogia di Gesù però l’incontro
con la folla ha l’obbiettivo di imprimere nella loro
mente che chi ha potuto riprendersi dalla morte l’amico può nello stesso tempo
far ritornare se stesso in vita dopo la morte. Le parole che aveva
detto a Maria portano a questa conclusione anche se non parlano
direttamente della sua morte e della sua resurrezione:«Io sono la risurrezione
e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; [26]chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno.». Quando
sotto la croce i suoi nemici gli rinfacciano di aver salvato gli altri, ma di
non riuscire a salvare se stesso, essi
si rivelano dei lettori superficiali di ciò che è veramente successo.
Lazzaro è morto e poi è risorto, nello stesso modo occorreva
che Gesù morisse per poter risorgere ed offrire al
mondo lo spettacolo della sua signoria sulla vita e sulla morte. L’entrata a
Gerusalemme così legata temporalmente alla
resurrezione di Lazzaro vuole rendere pubblica la sua signoria sulla vita e
sulla morte perché una volta avvenuto il suo sacrificio cruento potesse rimanere nell’animo di chi lo amava la speranza di rivederlo vivo. Forse di tutto
ciò si trova traccia nelle parole dei discepoli di Emmaus quando ritornando ad Emmaus
dicono a Gesù : [21]Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son
passati tre giorni da quando queste cose sono accadute.” (Lc 24). Sembra che essi nutrissero
una speranza nascosta di rivederlo grazie proprio al miracolo della
resurrezione di Lazzaro ed alle parole dette da Gesù.
Certo si trattava di una tenuissima speranza, ma era
quella che vi aveva seminato Gesù stesso.
La nostra vita e la parola
Signore,
quando sembra che con una persona non ci sia più niente da fare tu ci inviti a guardare dentro alla nostra relazione con lui
perché, nascosto in un angolino, ci sei proprio tu che ci suggerisci la giusta modalità per far
ripartire il rapporto compromesso. Ci insegni così che quanto ci sembra morto ha sempre la
possibilità di ritornare in vita sempre con il tuo santo aiuto.
[13]prese
dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele!
Gesù si trova solo lungo la strada. Non si può pensare di
starsene a casa, in città o in qualsiasi posto della
terra pensando che prima o poi passerà. Certo si può anche stare fermi aspettando il suo
passaggio, ma in quell’attesa c’è già tutto il
movimento dell’andare incontro e quindi si è già in cammino verso il Signore
che sempre si fa trovare. La folla compiendo un gesto di grande gratitudine
verso il Maestro crede pure di trovarsi di fronte ad un uomo che come re
d’Israele viene nel nome del Signore. Ciò che i capi dei Giudei temevano si
stava avverando implicando, secondo la loro credenza, per tutto il popolo una serie di conseguenze disastrose. Se si considera che fra poco tutto lo scenario cambierà in
modo tragico si può cogliere meglio lo stato d’animo del Signore. Da una parte
una festa sincera, un agitarsi di palme, una speranza tenuta nel cuore da
secoli che finalmente si vede realizzata, dall’altra, nelle tenebre, il
crescere di una invidia mortale ed una serie di azioni
tese a preparare una trappola per l’osannato re di Israele. Gesù
di fronte alla complessità della vita che gli viene incontro non scappa via ma
accetta d’essere attorniato da chi gli fa festa. Questo abbraccio è un gesto di
rassicurazione e di benevolenza che Gesù fa verso la
folla lasciando così intendere di sapere ben distinguere tra folla e folla, tra
chi vuole che egli viva e chi lo vuole
morto. Gesù quindi mantiene la posizione perché la
posta che si sta giocando è alta e quindi tutte le tessere del mosaico sono
importanti e devono andare al loro posto. E per le tessere- azioni
di Gesù il posto per eccellenza è fare la volontà del
Padre. L’avvenimento della festa è unico, ma i significati che l’albergano, a seconda dei vari attori e delle loro attese, è diverso.
Questi modi diversi di essere nell’evento hanno però una base comune che
permette ai vari significati di essere presenti in
modo legittimo. Questa base è la gioia, la benedizione, la riconoscenza. Ciò che
invece rimane nel sottofondo presente, ma non esplicitamente messo a fuoco, è
il significato per il popolo di questa proclamazione. Da una parte si potrebbe
pensare che l’affermazione che attribuisce a Gesù il
titolo di re d’Israele sia solo di carattere religioso senza alcuna
implicazione di tipo politico, dall’altra invece che la folla si aspetti
da Gesù delle mosse da re. E
Gesù però darà una risposta che non lascia dubbi sul
senso da dare alla sua entrata in Gerusalemme.
La nostra vita e la Parola
Signore, con la tua entrata a Gerusalemme tu ci cogli nel momento
in cui anche noi stiamo per entrare in mezzo alla folla che ci aspetta e ci
chiedi: “Chi vuoi portare avanti in ciò che stai
facendo te stesso o la volontà del Padre mio?”. Aiutaci a fare la scelta
giusta.
[14]Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra,
come sta scritto:
Gesù
preferisce un asinello ad un cavallo o ad un altro animale che possa dare di lui una figura distorta. L’asino è un animale umile,
paziente, buono. Tuttavia anche se queste sue doti ben
rappresentano Gesù egli lo scelse perché è un animale
utilizzato per trasportare pesi. Il Maestro va incontro alla folla che
lo acclama portando il suo dono più prezioso e cioè la
sua persona caricata del peso del peccato. E’ un momento di grande
gioia per Gesù perché sente avvicinarsi il momento in
cui potrà restaurare, grazie al suo sacrificio, quel ponte che non permetteva
più ai figli il ritorno al Padre celeste. Nello stesso tempo è un mostrarsi che
vuole distogliere l’attenzione della folla dai grandi progetti politici che
cominciavano a fare capolino nella testa di molti. Gesù
quindi va incontro al suo carico e lo accoglie senza recriminare. Quando
qualche volta ci capita d’essere più sensibili ai mali
del mondo ci sembra di soffocare e di non avere scampo di fronte alla
perversità umana che ci appare senza fondo. Quel fondo Gesù
si appresta a toccarlo per poi risalire con tutti coloro
che si sono fatti in qualche modo rischiarare della sua luce.
La nostra vita e la Parola
Signore,
vienici a salvare dal fondo profondo del nostro essere perduto che non trova
pace e diventa per noi una scia luminosa che tutto ravviva e ridà a ciascuno il suo posto di figlio di Dio.
[15]Non temere, figlia di Sion!
Ecco, il tuo re viene,
seduto sopra un puledro d'asina.
Le
parole di Gesù sono parole di pace che vogliono rassicurare il cuore di chi teme di ricevere del male per il male ospitato nel proprio cuore. Molti infatti hanno la coscienza sporca e sono lì per vedere come
si comporta il Signore. Ha la forza di contrastarli oppure no? Sono come i lupi
attorno alla preda quando ancora non capiscono se sono più forti oppure devono
desistere dalla caccia. Da una parte capiscono infatti
di trovarsi di fronte ad un uomo non comune che ha compiuto dei miracoli,
dall’altra però si trovano ad essere forti sia dal punto istituzionale, che da
quello della loro convinzione politico-religiosa. Sono persone fatte della stessa
pasta di Paolo, ma mentre per questi si trattava di un fanatismo sincero, per
quelli invece di qualcosa legato profondamente alla malafede. Il Signore vuole
però rassicurarli subito facendo intendere che non ricorrerà ai suoi poteri
magici, anzi presentandosi su di un puledro d’asina vuole quasi fare la parodia
di quanti invece mettono paura al popolo cavalcando destrieri da combattimento.
E non cavalca neppure un’asina ma il suo puledro e cioè
un animale che ancora non ha autonomia, ma è ancora legato alla madre. Sappiamo
che Gesù aveva mandato espressamente
i suoi discepoli a prelevare la sua cavalcatura e quindi la sua scelta non è
stata casuale, ma come sempre e come si compete al Figlio di Dio, ogni sua
azione ha un preciso significato. E quindi cosa si
nasconde dietro a questa scelta all’apparenza casuale? Il puledro dà l’immagine di una creatura
dipendente e bisognosa ancora d’essere educata. Nel nostro immaginario non ci è difficile trovare
puledri sia di cavallo o di asino che orbitano sempre attorno alla madre. Ed allora possiamo servirci di questa immagine per
accostarci a Gesù che cavalca un puledro che, come
sappiamo dagli altri evangelisti, ’nessuno aveva mai montato’.
Ecco è come se Gesù volesse dire ai suoi
interlocutori: “Vedete io ho fatto prodigi e miracoli di fronte a voi e non è
servito a niente. Voi volete scalciarmi via dalla vostra vita. Io non sono
venuto per soggiogarvi, ma voi mi trattate con lo stesso odio che avete contro chi vi domina. Ora vengo a voi su un puledro
che non è stato mai montato e voi sapete quanto sia difficile per un animale che ha vissuto sempre libero
ricevere una soma o essere montato da una persona. Eppure
vedete questo puledro d’asina ha mostrato più sensibilità e disponibilità di
quella che voi avete per me.”. Il Signore è da questo trono ben particolare che
proclama la sua regalità cercando di spostare la loro attenzione dall’attesa di
una regalità forte ad un qualcosa di diverso da scoprire mettendosi in
relazione con lui. Il Signore sa di trovarsi di fronte ad un muro e che
difficilmente i suoi interlocutori capiranno la sua lezione, ma egli non
rinuncia a parlare loro alla sua maniera perché sa che tutte le sue azioni
diventeranno per gli uomini di tutti i tempi occasione di riflessione e di
scoperta delle sue vere intenzioni.
La nostra vita e la Parola
Signore,
anche noi spesso ci troviamo nell’atto di addentare la preda indifesa, ma ti
chiediamo di mandare sempre qualcuno a dorso di un asino per ricordarci come
non siamo venuti qui sulla terra per dominare, ma per
servire i nostri fratelli.
[16]Sul
momento i suoi discepoli non compresero queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che questo era stato
scritto di lui e questo gli avevano fatto.
Oggi
noi sembriamo degli illuminati rispetto ai discepoli, ma è solo un’apparenza.
Noi usufruiamo infatti
di secoli di riflessione sui testi biblici e se siamo credenti, e non
necessariamente dotti, sappiamo comunque con certezza che Gesù
è Figlio di Dio. Per i discepoli invece era tutto nuovo ed essi non potevano
intendere la profondità di senso che c’era dietro ogni azione del Maestro. A
differenza della nostra mentalità razionalistica i discepoli di Gesù ci insegnano che si può
seguire un Maestro anche se tutti i passaggi della sua vita o del suo
insegnamento non sono chiari. Essi non
lo seguivano per la dottrina, anche se rimanevano affascinati da un
insegnamento dato con autorità, ma perché ad uno ad uno essi
erano stati conquistati da Gesù. La via del discepolo
quindi si discosta dalla via del dotto perché egli vuole intendere il suo oggetto
d’amore con il cuore. Tuttavia sarebbe sbagliato,
quando sorge il desiderio di conoscere più a fondo le circostanze di pensiero e
di cultura in cui visse il Maestro, farsi ignoranti per amore. In questo caso infatti si tratterebbe di non voler conoscere di proposito
la vita dell’amato per più amarlo. Altra cosa invece è far dipendere il proprio
amore per il Maestro da un’acquisizione di elementi
intellettuali che ne spieghino la
natura. La via per accostarsi al Figlio di Dio è quindi quella dell’amore, ma
nello stesso tempo quella della conoscenza in quanto
quando si ama si è naturalmente portati ad aprirsi e ad esporsi a nuovi
orizzonti, che sono poi quelli in cui Dio ci conduce e si specchia per darci la
possibilità di gettare uno sguardo sulla sua intima vita. A distanza di tempo
però anche i discepoli aiutati dallo Spirito santo
riescono ad intuire il suo insegnamento ed a farne tesoro per la gioia di tutti
i credenti. Anche per noi ritornare indietro a
considerare la vita passata può diventare
un’occasione interessante per
scoprire come alcuni avvenimenti hanno in sé una tale carica di liberazione che il loro principio
attivo ha ancora tutta la forza di riverberarsi nel nostro presente ed agire
ancora. I discepoli però si ricordarono di ciò solo dopo che Gesù fu glorificato e ciò ci fa
capire che anche il nostro ritorno al passato non può essere un’azione di
rapina come se per vivere bene ci mancasse un pezzo da recuperare nel cimitero
dei ricordi e di cui ci appropriamo credendo che quel pezzo sia quello giusto
per farci vivere bene. Solo quando il recupero avviene all’insegna dell’amore esso va a buon fine. Ed amore significa volontà di
vivere, ma non di vivere per portare avanti la propria vita quasi che essa fosse un nostro possesso, ma volontà di vivere per donarla a
noi stessi ed agli altri. Solo se il punto di fuga è aperto verso ciò che è
non-io, anche se in prima istanza deve passare per la
ricostruzione dell’io, solo allora potremo beneficiare di tutta la ricchezza
del nostro passato.
La nostra vita e la Parola
Signore, per quanti passaggi
della vita ci hai condotto dove noi non capivamo veramente ciò che ci stavi
facendo, ma ora guardando indietro dobbiamo solo ringraziarti di averci fatto fare il tuo stesso cammino avendo nella tua la nostra mano.
[17]Intanto
la gente che era stata con lui quando chiamò Lazzaro fuori
dal sepolcro e lo risuscitò dai morti, gli
rendeva testimonianza.
Stare
con lui ecco la cosa più importante di tutte. Non si può pensare di vedere
risuscitare un morto se non si è con lui. E’ nel suo campo di
azione che avvengono i miracoli, non prima, né dopo, né altrove. Già a
qualcuno verrà in mente che questa affermazione
restringe in modo indebito l’intervento di Dio al fatto di conoscere Gesù. Oggi sappiamo che Dio può parlare aqualsiasi
uomo sia esso cristiano, animista ,
buddista o quant’altro, tuttavia per chi conosce Gesù la via è una sola e cioè quella di dimorare in lui.
Nelle altre religioni esistono sprazzi di cristicità,
ma nel cristianesimo abbiamo lo stesso Cristo che si dona a noi e ci comunica la sua divinità assieme a quella del Padre e del
Figlio. Per noi quindi Gesù non è
un profeta come un altro, la sua parola non è uguale a quella dei libri
ispirati di un’altra tradizione. La sua luce è la più splendente, la più vera,
la più colorata di amore che esista. Sì, Gesù è una luce colorata d’amore, non è una luce fredda di
cui il cervello, desideroso di conoscenze, si bea. La conoscenza infatti invade la mente e la riempie ed il suo contenuto lo
accogliamo come in uno stato passivo. Siamo cioè dei
recipienti in cui viene versato il contenuto della conoscenza. Gesù però ci propone qualcos’altro. La vita infatti che ci
dona non è conoscenza ma puro amore. E come possiamo
capire cos’è quest’amore
se non nel modo in cui egli ci ama? Per questo è importante starsene lì, a Betania assieme ai giudei, davanti alla tomba di Lazzaro e
stare a guardare che cosa succede. Succede che nell’aria risuona la parola
creatrice di Dio che ridà la vita a Lazzaro. Non è
quindi una parola che dà conoscenza, ma una che dà vita. E
com’è fatta una parola che dà vita? Una
parola che dà vita è piena di sentimento, di commozione, di cuore. E’ una
parola che dà, che offre vita all’altro. Stando lì davanti anche noi siamo
toccati dalla magia di questa parola che però, attenzione!,
non è magica, non è una formula che basta pronunciare perché ottenga risultati.
E’ una parola che coinvolge chi la dice, che parte dalle sue viscere. Ed allora
quando vogliamo ‘dare vita agli altri’
non possiamo che seguire il modello di Gesù e cioè
dobbiamo pregare con tutta l’intensità di cui siamo capaci, ma con l’avvertenza che la secchiata di vita che
Dio concederà a quella persona sarà data, non secondo le nostre miopi
proiezioni, ma come risposte alle domande
di vita che quella persona nasconde gelosamente nel suo cuore. Allora amare
come Gesù è un essere attivi e cioè
un uscire dalla passività per donare qualcosa e se questo qualcosa aspira ad
avere impresso nel suo protendersi il sigillo della parola creatrice di Gesù allora sarà una parola pregna del suo mondo, di quello
del Padre, dello Spirito santo e di tutte le esistenze che operano per il bene,
e cioè degli angeli e delle anime sante del Purgatorio e della celeste
Gerusalemme.
La nostra vita e la Parola
Signore,
questo uscire da noi stessi per attingere al tuo modo di dare vita ha bisogno
della tua costante presenza. Concedici quindi d’essere sempre, quando ci prende
la velleità di cambiare gli altri, davanti alla tomba di Lazzaro ad ascoltare
la tua parola di vita perché essa ci penetri e ci metta
a registro con la tua verità e santità.
[18]Anche
per questo la folla gli andò incontro, perché aveva udito che aveva compiuto
quel segno.
Nella
fantasia collettiva la resurrezione di un morto non è una cosa di poco conto,
anzi è un evento di grande impatto. Cosa infatti
patisce di più l’uomo se non la morte, se non quello stillicidio che comincia
per ognuno fin da piccolo quando vede che il sepolcro inghiotte persone a lui
molto care. Lazzaro doveva essere una persona molta conosciuta a Gerusalemme e
quindi la sua morte e resurrezione era negli occhi nel
cuore di molti. La folla quindi quando si muove porta dentro
di sé la visione di Lazzaro risorto grazie alla potenza dell’uomo Gesù. A questo punto ci si può chiedere: ‘Ma com’è stato possibile che la folla potesse osannare
così tanto Gesù e nel giro di pochissimo tempo,
neppure una settimana, cambiare il suo umore tanto da non intervenire nel
momento cruciale quando bastava un suo grido per liberarlo! Il tempo lontano in
cui questi fatti sono avvenuti a volte ci distorce i
tempi le implicazioni reali delle persone che vi hanno partecipato. Ad es. ci
potrebbe venir naturale pensare a due folle, una perversa che chiede la morte
di Gesù e l’altra buona che lo osanna. Tuttavia se consideriamo gli eventi e come le notizie si diffondevano
rapidamente a Gerusalemme dobbiamo concludere che dal momento della cattura di Gesù alla fatidica domanda di Pilato
c’è stato il tempo perché tutta
Gerusalemme sapesse cosa stava accadendo. Ed
allora dobbiamo chiederci come sia stato possibile un mutamento così
repentino. La prima risposta potrebbe
essere quella legata al timore che la folla aveva dei
suoi capi, ma forse bisogna cercare più a fondo perché questo mutamento appaia
più comprensibile ai nostri occhi. La folla allora ci appare completamente
stordita per il fatto di non riuscire
più a mettere assieme l’immagine di Gesù, grande
uomo che ha il potere di resuscitare un morto tanto da essere acclamato dal
popolo re, con l’immagine di un pover’uomo bastonato che non ha più la gloria e il potere
di prima perché ora è incapace di liberarsi. La folla di fronte a Gesù insanguinato ed in ceppi è delusa e non sa più cosa
pensare. Visto però il risultato, un re coronato di spine, si tira indietro e
rientra completamente nelle fila della tradizione e, per farsi perdonare lo sbandamento di prima,
rescinde ogni rapporto con Gesù chiedendo a Pilato che sia tolto dalla faccia della terra un testimone
per loro ormai scomodo. Non si trattava quindi di una folla diversa, ma della
stessa folla che sa fare calcoli veloci perché alle
sue spalle non ha conoscenze approfondite e quindi è esposta a cambiare
continuamente umore secondo le circostanze. Gesù non
muore però per la folla, ma muore davanti alla folla ed al popolo per toccare
il cuore di ogni singolo volto uomo che ha il coraggio
o anche l’odio per guardarlo. Ed è al cuore di ogni
singolo uomo che Gesù vuole guardare e quello sguardo
scambiato con i suoi crocifissori lavorerà per tutta
la vita di ciascuno di loro come un appello al cambiamento ed alla
riappacificazione.
La nostra vita e la Parola
Signore,
anche noi spesso ci comportiamo come la folla cercando nelle circostanze della
vita ciò che più ci conviene invece della tua verità. Aiutaci allora ad alzare
il nostro volto verso di te perché possiamo accogliere il tuo sguardo come
portatore di perdono e di pace.
[19]I
farisei allora dissero tra di loro: «Vedete che non concludete nulla? Ecco che il mondo gli è andato dietro!».
C’è da
sentirsi sconfitti quando la gente segue in massa ciò a cui si è contrari. Ed i
farisei provano lo stesso scoramento di
chi constata che il suo potere non ha più presa sulla
gente, ma si sta sciogliendo come neve al sole. Diversi sono gli stati d’animo
presenti nei vari attori di questa festa: Gesù, la
folla ed i farisei. Gesù entra da re su un puledro
d’asina e più che godere della sua gloria cerca di far
riflettere sulla realtà. Non entra come un messia conquistatore ma come un re
che vuole imporsi solo con l’umiltà e la dolcezza, D’altra parte percependo che
Gerusalemme è impaurita per tutti i suoi tradimenti le invia messaggi di rassicurazione.
La folla invece, abbagliata dal miracolo della resurrezione di Lazzaro,
finalmente capisce che può sottrarsi al dominio dei capi perché ha trovato
finalmente un vero capo. La gioia della folla è immensa e si esprime con
acclamazioni, benedizioni e mantelli che si gettano per terra al passaggio del
Maestro. La folla si fa fare solo da ciò che vede e
diventa incontenibile nella manifestazione dei suoi sentimenti. I Farisei
invece ingoiano bocconi amari perché improvvisamente realizzano di aver perso
il controllo della situazione e che non c’è più niente da fare perché Gesù è ormai il solo ed unico conquistatore della piazza.
Chi si rende conto di ciò che veramente succede è Gesù
tanto da apparire ai volti festanti della folla un po’ strano e fuori luogo. In
quel momento infatti, anche se in un angolo se ne
stanno gli invidiosi farisei, non c’è nulla da temere perché ciò che si celebra
è la vittoria sulla morte e nello stesso tempo la speranza di un futuro diverso
fondato su un re veramente magico. Ed invece Gesù
dice : “Non temere Gerusalemme…” e con questa frase
spiazza tutti. Il Maestro ci vuole dire che la grana della realtà non è fatta
solo di ciò che si vede ma include sempre uno sfondo che è bene tener sempre
presente specialmente nei momenti clou di un’azione o di un avvenimento.
L’insegnamento del Maestro quindi ci mette in guardia dall’essere ingenui sul
mondo che ci circonda anche se ci proibisce di gioire quando s’ha
da essere contenti. Essere vigili sulla realtà ci
permette infatti di mettere a fuoco non solo la figura ma anche sfondo in modo
che dal loro insieme possiamo modulare il nostro atteggiamento perché sia una
vera risposta agli avvenimenti che ci interpellano sia nelle pubbliche vesti
della folla che in quelle subdole e nascoste dei Farisei. .
[20]Tra
quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c'erano anche alcuni
Greci.
I Greci di Gv 20 erano delle pie persone
che simpatizzavano per il Dio di Israele. In Giovanni
7,35 si parla dei Greci come possibile popolo alternativo ai Giudei a cui il
Signore avrebbe potuto rivolgere la parola: “Dissero
dunque tra loro i Giudei: «Dove mai sta per andare
costui, che noi non potremo trovarlo? Andrà forse da quelli che sono dispersi
fra i Greci e ammaestrerà i Greci?”. E sappiamo
dagli Atti degli apostoli che la parola di Dio veniva
rivolta anche ai Greci: (Atti 19:10)” Questo durò due anni, col risultato che
tutti gli abitanti della provincia d'Asia, Giudei e Greci, poterono ascoltare
la parola del Signore.”. Inseriti in questo punto del vangelo essi hanno il
compito di richiamare l’attenzione sul carattere universale della persona e del
messaggio di Gesù. Arrivano in questo momento come gli
avamposti di una schiera che non si potrà più contare e cioè di quelli che
riceveranno la salvezza per i propri peccati da una radice diversa da quella
che conoscevano. I loro riferimenti infatti erano
nella sapienza umana come ci conferma Paolo: (1Corinzi 1:22 ) “E mentre i
Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza”; ed in un altro passo:
(Romani 1:14)Poiché sono in debito verso i Greci come verso i barbari, verso i
dotti come verso gli ignoranti”. Questi Greci che si trovano a Gerusalemme
hanno però qualcosa di diverso dalla loro cultura di provenienza perché hanno abbandonato la ricerca della
sola sapienza umana per accostarsi al Dio d’Israele che parla agli uomini
attraverso gli avvenimenti storici. Per noi sono un esempio di una sana inquietitudine che li ha portati a cercare in un terreno
diverso dalla loro cultura di appartenenza. Anche oggi
ci troviamo di fronte a una folla immensa che ha
smesso di cercare all’interno della nostra cultura cristiana per farsi
fecondare da altre culture e da altre religioni. Ciò che li muove è il
desiderio di non rimanere asfissiati da una cultura di riferimento che non sa
più stimolarli e si crogiuola
in un modo d’essere cristiani volto più al mantenimento del proprio
orticello che all’annuncio del tesoro di
salvezza che è stato loro affidato dal Signore perché venga distribuito a
tutti. Una Chiesa che non sia essenzialmente
missionaria è una chiesa che si ripiega su se stessa e che rischia quella tremenda tiepidezza che
lo stesso Signore teme di trovare tra i
suoi.
La nostra vita e la Parola
Signore, insegnaci a conoscerti per amarti sempre più in modo da avere in Te quel punto di fuga
necessario per una religiosità non ripiegata su se stessa e tesa
solo al raggiungimento della propria egoistica salvezza. Scoprirti come
il vero ed unico tesoro della nostra vita ci permetta di beneficiare delle ali del tuo Santo Spirito per annunciarti ai fratelli che non ti
conoscono.
[21]Questi
si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di
Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Forse i Greci si avvicinarono a Filippo per via che egli era del
nord della Galilea e quindi più vicino all’influenza greca di quanti lo fossero
gli abitanti della Giudea. L’evangelista non ritiene inutile questa
precisazione e quindi essa deve aver un qualche valore che cercheremo adesso di
scoprire. Essendo il Dio di Israele un Dio che si
rivela nella storia allora la sua presenza si può cercare in tutti gli
interstizi della storia degli uomini anche se minimi. E quindi se il Dio di Abramo non è un Dio che crea nell’hic
et nunc un rapporto così
avvolgente da toglier ogni significato agli eventi, al dove e al quando, allora
ogni suo intervento è sempre in relazione alla
collocazione spazio-temporale del suo interlocutore umano ed alla sua
storia personale. Sono le sponde umane dei suoi inviti e dei suoi messaggi che
creano qua e là quelle riverberazioni significanti che contribuiscono a dare lo
spessore umanamente credibile agli interventi divini. Che Filippo fosse di Betsaida non è quindi un
particolare insignificante ma il tramite adeguato perché quella richiesta di
vedere Gesù potesse arrivare al destinatario finale con
tutti i crismi della chiarezza e dell’intensità dei richiedenti. Inoltre questo
desiderio di vedere Gesù che non può essere esaudito
attraverso l’intervento diretto degli stessi Greci ci
fa capire quanto sia importante nella nostra adesione al cristianesimo
l’esistenza di altri fratelli nella fede. Non si può arrivare al nocciolo di
una fede matura se non attraverso la conoscenza e la comunanza di vita con quanti a quella fede hanno creduto prima di
noi. Paolo ebbe un incontro diretto e forte con il Signore, ma poi dovette
conoscere ed avere un’abitudine di vita con i suoi fratelli nella fede accettando da loro una sorta di periodo di
decantazione del suo impatto con il Signore. Nel
vangelo forse è l’unico episodio in cui troviamo in modo così esplicito questo ardente desiderio di essere introdotti alla presenza
del Maestro. Anche Erode aveva voglia di vedere Gesù
tanto che quando lo vide se ne rallegrò : (Luca 23:8
)Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da
molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere
qualche miracolo fatto da lui.”, quindi non possiamo concludere che il
desiderio di vedere Gesù sia legato ad una sincera
apertura verso le cose spirituali (Giovanni 3:3: “Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce
dall'alto, non può vedere il regno di Dio”), oppure si tratti di semplice
curiosità. Forse dalla risposta di Gesù si può
risalire al senso vero di questo desiderio dei Greci vederlo. Per adesso
contempliamo l’aprirsi in alcuni uomini di uno spazio desiderante che vuole
essere colmato dalla presenza e dalle parole di Gesù.
Questo per adesso ci basta per interrogarci sulla qualità del nostro desiderio
di vedere e conoscere Gesù. Il nostro desiderio è
almeno intenso come quello dei Greci tanto da farci fare
delle azioni concrete nella storia oppure il nostro approccio è solo di tipo
mentale e culturale. E’ tutto il nostro essere che vuole incontrarlo oppure ci
basta metterlo nella serie delle cose che vogliamo conoscere e d avere nella nostra
lista della spesa quotidiana? Il nostro essere vive alla sua presenza ed
assieme a quelli che ci possono introdurre più profondamente alla sua presenza
oppure crediamo che anche in campo spirituale funzioni il ‘fai
da te’?
La nostra vita e la Parola
Signore, spesso vorremmo arrivare direttamente alla tua presenza
saltando ogni tipo di mediazione storica, ma siamo finiti per cacciarci in
un’infinità di labirinti che ci allontanavano sempre di più dalla tua presenza.
Per colpa del nostro orgoglio abbiamo spesso messo da parte i tuoi santi
testimoni, vivi e presenti su questa terra, per inseguire le fole e le mode del
mondo. Oggi però meditando sulla tua vita capiamo quanto siamo aiutati dal
nostro prossimo che con la sua presenza addolcisce il nostro modo mentale di
vivere la fede.
[22]Filippo
andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.
Anche Andrea era di quella parte della Galilea vicina ai confini
dove i pagani, e quindi anche i Greci, erano numerosi. Questi si erano rivolti
a Filippo forse perché conosceva la loro lingua. Filippo non va da Gesù direttamente ma lo dice prima ad Andrea. Sembrerebbe
che i due sentano il bisogno di presentarsi assieme davanti al Maestro per attirare maggiormente la sua
attenzione. Gesù
doveva essere attorniato da tante persone, tutte giudee, e quindi sarebbe stato
difficile per dei Greci presentarsi direttamente, ma forse sarebbe stato
difficile anche per il solo Filippo attirare l’attenzione di Gesù su dei pagani quando il Maestro stesso aveva detto più
volte che egli erano venuto per le pecore perdute
della casa di Israele. Se Filippo ed Andrea decidono di andare a parlare a Gesù è perché si sentono motivati.
Essi quindi non sono solo gentili verso quelle persone ma, con la loro iniziativa,
vogliono far presente al Signore che quei pagani conosciuti nella loro vita, in quanto abitanti ai confini della Galilea, anche loro
aspettano una parola di salvezza. I due discepoli quindi non si comportano solo
da tramiti neutri, ma, con il loro darsi da fare, intuiscono che la figura di Gesù non possono tenerla solo per
il popolo ebraico di cui fanno parte. La vita di Gesù
volge al termine e forse non è un caso che questi pagani si presentino
proprio adesso. La loro presenza è importante in quanto
ci troviamo qui nello snodo di scorrimento veloce che cambierà il rapporto tra
Dio e gli uomini grazie appunto alla passione e morte del suo figlio Gesù Cristo. Fra poco la redenzione sarà disponibile per
tutta l’umanità e non solo per il popolo eletto. Ed i
Greci sono i primi, tra i pagani, a trovare uno spazio che sarà ricordato per
sempre all’interno di un avvenimento così immenso da riguardare non solo loro
ma l’umanità di tutti i tempi.
La nostra vita e la parola
Signore, in un mondo di steccati come il nostro, dove l’accesso ai
beni materiali e spirituali è così ingiustamente diviso, fa che non ti
sequestriamo a nostro uso e consumo ma permettici di farti conoscere da chi
ancora non ha goduto della tua presenza e della tua
luce.
[23] Gesù
rispose: «È giunta l'ora che sia glorificato il Figlio
dell'uomo.
Questa frase possiamo capirla solo grazie
alla competenza che in quanto cristiani ci siamo fatti
della vita del Cristo vista nei suoi riferimenti biblici:
Salmi 101:14 Tu
sorgerai, avrai pietà di Sion,
perché è tempo di usarle misericordia:
l'ora è giunta.
Matteo 26:45 Poi
si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite ormai e riposate! Ecco, è
giunta l'ora nella quale il Figlio dell'uomo sarà consegnato in mano ai
peccatori..
Giovanni 17:1 Così
parlò Gesù. Quindi, alzati
gli occhi al cielo, disse: «Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo,
perché il Figlio glorifichi te.
Apocalisse 11:18 Le
genti ne fremettero,
ma è giunta l'ora della tua ira,
il tempo di giudicare i morti,
di dare la ricompensa ai tuoi servi,
ai profeti e ai santi e a quanti temono il
tuo nome,
piccoli e grandi,
e di annientare coloro
che distruggono la terra».
Apocalisse 14:7 Egli
gridava a gran voce:
«Temete Dio e dategli gloria,
perché è giunta l'ora del suo giudizio.
Adorate colui che
ha fatto
il cielo e la terra,
il mare e le sorgenti delle acque».
Apocalisse 14:15 Un atro angelo uscì dal tempio, gridando a gran voce a
colui che era seduto sulla nube: «Getta la tua falce e mieti; è giunta l'ora di
mietere, perché la messe della terra è matura».
L’ora è legata alla vita storica di Gesù.
ma attraverso di essa passa la mano dello stesso Dio,
del suo giudizio e della sua misericordia. Sembra che Dio pur essendo
intervenuto lungo i secoli nella vita degli uomini non aspetti altro che si compia quest’ora
per glorificare il Figlio e far sgorgare dal suo cuore tutto l’amore infinito di cui è capace.
Appare anche chiaro che Dio non può dare il suo giudizio fino a quando tutta la
sua volontà di salvezza non si manifesti completamente nella vita del Figlio.
Solo dopo la morte del Figlio, comunque essa potesse
accadere, solo a bocce ferme il giudizio di Dio poteva essere giusto. Questo
‘essere giusto’ non si riferisce al fatto che Dio sia
più o meno giusto, perché Dio è sempre giusto, ma al fatto che avendo egli creato l’uomo a sua
immagine e somiglianza per salvarlo è ricorso alle sue
stesse risorse divine attraverso l’incarnazione e la morte in croce del Figlio.
Egli non ci ha dato di meno di quello che dall’inizio aveva immaginato per noi
e cioè la sua stessa vita divina. Il peccato quindi
non ha fatto recedere Dio dal suo progetto ma lo ha solo sottomesso al dominio
del tempo. L’ora di Gesù è una delle tappe più
importanti della nostra salvezza. Gesù sarà
glorificato grazie al suo irrevocabile amore per noi uomini che rende visibile
e palpabile l’amore stesso del Padre per noi.
La nostra vita e la Parola
Signore, ogni volta che compiamo la tua santa volontà
tu prendi dimora in noi e ci glorifichi. La nostra gloria quindi è la tua presenza
e quindi perché essa sia sempre con noi : “…non ci
indurre in tentazioni, ma liberaci dal male”
[24]In
verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore,
rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
Il chicco di grano è la divinità del Figlio che dimorava nei cieli
della beatitudine divina. Questo chicco è caduto sulla terra come vi sono
caduti i primi uomini dopo il peccato. La terra primitiva creata per gli uomini
dall’amore di Dio si trovava nelle vicinanze delle dimore divine, quella che
noi conosciamo oggi partecipa
anch’essa alle conseguenze del peccato. La terra soffre per questa caduta e
come gli uomini aspira
alla liberazione. Il Signore partecipa a questa caduta nel senso che
volontariamente decide di entrare in questo mondo facendo una scelta opposta a
quella dei progenitori. Questi cercarono di farsi simili a Dio peccando di superbia,
il Cristo invece si fa simile all’uomo rivelandoci la
santa radice dell’umiltà. I progenitori non vollero morire alla passione di
farsi simili a Dio e per questo rimasero soli e cioè
senza Dio. Gesù, novello Adamo, è morto a tutto per
riportare i suoi fratelli a Dio. Gesù ci dice che la sua ora è arrivata nel senso che questo
mistero della morte diventerà pubblico in modo che tutti potranno vedere come
l’amore che porta per gli uomini non recede di fronte a niente, neppure di
fronte alla morte. Sarà questo passaggio attraverso le tenebre della morte il collante indistruttibile che legherà a lui uomini e
donne di tutti i tempi. La categoria della morte sia quella
fisica che quella legata alle passioni
negative diventa il cardine su cui deve girare ogni vita umana che
voglia portare molto frutto. Un servo non può essere da più del suo
padrone e, se anche noi non siamo più servi ma siamo diventati amici del
Signore, tuttavia la sua lezione rimane la stessa: se vogliamo portare molto
frutto dobbiamo renderci disponibili a morire a noi stessi. Facile a dirsi, ma
nella pratica questo corpo non vuole saperne di morire e si ribella. Eppure
anche se sentiamo un’avversità verso questo modo di parlare del Signore dobbiamo ammettere che, a partire dalla natura e
così andando avanti nel campo umano in quello dell’educazione, tutto si fonda
su un rimescolamento di carte (morte) che poi permette nuove acquisizioni
(resurrezione). L’intelligenza non può tirarsi indietro di fronte a questa evidenza tuttavia il nostro cuore proprio recalcitra
e cerca di tenere sempre il minimo, ma vi sono momenti in cui non possiamo
giocare più a nascondino e dobbiamo decidere se vogliamo rimanere da soli o
portare molto frutto. Il Signore per primo ci ha dato l’esempio.
La nostra vita e la parola
Signore, la nostra querula umanità si lamenta, ma non sa fino in
fondo che tu ci sei sempre vicino e ci aiuti con la tua protezione ed i sette
santi doni del tuo Santo Spirito. La tua divina
presenza ci convinca a scegliere sempre di morire ma solo per amore e non per
costrizione.
[25]Chi
ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in
questo mondo la conserverà per la vita eterna.
Chi cerca il suo piacere perde la sua
vita. Qui viene enunciato un principio che di fatto
discrimina, se ben ci si pensa, l’uomo dall’animale. La ricerca della propria
soddisfazione personale è come se spingesse l’uomo verso orizzonti sempre più
ristretti. Il suo sguardo infatti diventerebbe in modo
forzoso continuamente attratto dal soddisfacimento dei suoi bisogni. Tutto
diventerebbe mezzo per recare sollievo al bisogno continuo di godere. Ci insegna Victor Frankl che la
felicità il piacere non possono essere intenzionate
direttamente dall’uomo pena, come dice Gesù, la
perdita della sua vita, ma esse arrivano sempre a ridosso di un’azione morale (
servire un’ideale, una persona ecc.). Dal momento che l’uomo è stato fatto ad
immagine di Dio egli porta in se stesso qualcosa di
infinito che non può essere soddisfatto dalle cose finite. Entrare in una
coazione a ripetere azioni con un
orizzonte limitato pretendendo da esse ciò che loro
non possono dare significa condannarsi prima o poi ad una inappetenza letale. Infatti se si cercano soddisfazioni e piaceri in cose o
attività limitate e limitanti succederà di sicuro che la coscienza umana, che è
la vigile testimone di tutto ciò che avviene, inizierà a difendersi e a
diffidare di tutto ciò che l’io presenta
come felicità tout court. Quando poi l’uomo non ottiene ciò che vuole ecco
che cercherà di prendere per il collo la
realtà pretendendo da essa ciò che non può dare oppure
cercherà sempre più di evitarla visto che non sa dare ciò che sembra
promettere. La vita diventa un inferno anche perché il piacere che si vuole è voluto anche dagli altri. Si entra quindi in una
competizione che in breve tempo distrugge quel piacere di cui si vuole godere.
Odiare la propria vita, come suggerisce Gesù con una
parola forte, significa odiare un modo d’impostarla volta esclusivamente alla
soddisfazione dei propri bisogni e desideri. Una vita aperta all’orizzonte
degli altri e di Dio trova sempre il modo di essere alimentata, ma il suo
alimento è frutto di dono e non del proprio sforzo. Nel regno di Dio non ci si
sforza, ma ci si dona. Nel dono c’è anche fatica ma la qualità di questa fatica
è fin dal primo momento libera dall’ombra del rivendicare indietro quanto si è
dato e soprattutto libera dall’avere un proprio tornaconto personale. Certo è
difficile entrare in questa dimensione, ma ad essa si
può arrivare lasciando che lo Spirito del Signore operi dentro di noi facendo
sì che apprendiamo dai nostri errori o
dalle nostre ingenue ricadute fondate sulla pigrizia. Il fatto poi che tutto
ciò non sia una lezione appresa una volta per tutte è perché
in questa vita noi dobbiamo imparare a chiedere aiuto al Signore e quindi dal
momento che di nostro siamo sempre portati a fare i nostri interessi personali
ecco che la vita, invitandoci continuamente a prendere delle decisioni, ci
offre lo strumento perché noi possiamo, tramite il nostro atto libero,
uniformarci al volere di Dio che non ci promette piccoli fuocherelli
provocati da cerini che si consumano velocemente, ma fuochi infiniti che si
alimentano all’inesauribile sorgente della sua stessa vita.
Gesù in questo
momento continua a confermare la sua libera decisione di amarci fino alla fine:
perderà la sua vita terrena per guadagnare per sé e per noi quella celeste.
La nostra vita e
la sua parola
Signore, fa che la nostra vita sia un dono e non continuo
calcolo sul piacere che possiamo ricavarne. La tua vita luminosa, offerta per
noi sulla croce, ci insegni come vi è più gioia nel
dare che nel prendere e soprattutto ci dia la forza di azioni conseguenti.
[26]Se
uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà
anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo
onorerà.
Ricordiamoci che il Signore ha appena fatto il suo ingresso a
Gerusalemme su un puledro d’asina ed è stato acclamato re d’Israele dalla
folla. Gesù quindi fa sapere ai Greci, e quindi a
noi, e ai giudei che nel suo regno lo si può servire.
Sembra che egli lo voglia inaugurare subito e quindi
invita coloro che vogliono seguirlo a farne parte. Il Maestro propone ai suoi
seguaci un modo di stare assieme che è diverso da quello dei potenti. Questi si
separano dai loro amministrati e vivono in superbi palazzi, invece Gesù promette al servo che non avrà un posto diverso da quello
dove lui stesso abiterà. Ora noi sappiamo che le parole di Giovanni : (1Gv 4,16) “chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora
in lui” sono attribuibili per antonomasia al Cristo, e quindi ci diventa facile
tirare questa conseguenza: se il Maestro dimora in Dio anche noi, se lo
serviremo, dimoreremo con lui in Dio. Il luogo quindi dove si
incontreranno i servitori del regno
è Dio. Gesù usa la parola
servo perché questa parola esprime in modo pregno qual è l’atteggiamento
normale che devono avere gli abitanti del suo regno: il servizio. Qui il
Signore fa una specie di bando per arruolare coloro che lo seguiranno. Egli
insiste sul servizio perché nel suo regno non si comanda, ma si serve.
Gesù ci propone una militanza esclusiva dove dove, per dare un vero servizio, occorre tenere gli occhi e
gli orecchi ben aperti.. Per seguirlo infatti occorre
non perderlo di vista, ma comportarsi come i cagnolini che non possono stare
lontani dal loro padrone pena una grave depressione che può portarli anche alla
morte. I sensi del discepolo devono stare all’erta perché il Signore non si
mostra direttamente, ma attraverso persone ed eventi. Solo un atteggiamento di
servizio può farci sentire quel filo di
profumo che ci porta direttamente a lui. La promessa
di Gesù per coloro che lo seguiranno e che lo stesso
Padre celeste onorerà la loro vita.
Questo invito alla sequela cade in un momento in cui, fra non molto, si
vedranno i discepoli Signore andarsene via perché scioccati
dagli eventi ed impauriti dalle minacce dei capi dei Giudei. Gesù quindi promettendo ai discepoli che il Padre stesso li
onorerà vuole imprimere nella loro mente che non si
tratta di una sequela qualsiasi e che non si sta abbracciando una ideologia per
cui non vale la pena vivere e morire. Essi nelle difficoltà staranno nello
stesso posto di fiducia e di amore dove si trova il
loro Cristo e cioè si troveranno abbracciati dal Padre celeste.
La nostra vita e la Parola
Signore, fa che
il mattino possiamo subito sintonizzarci con lo splendore della tua persona
rimanendo consapevoli che la tua gloria te la sei meritata con il servizio di
noi uomini.
[27]Ora
l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora?
Ma per questo sono giunto a quest'ora!
Notiamo subito come la percezione della sua imminente morte non
getta Gesù in una disperazione sconsolata, né in una chiusura di
se stesso al mondo ed al suo Padre celeste. Se guardiamo alla nostra esperienza dobbiamo constatare che quando ci succede
qualcosa di grave ci sentiamo così
avviliti che o ce la prendiamo con il mondo intero oppure ci rifugiamo in noi
stessi tagliando i ponti con tutti, compreso il Padreterno. Lo splendore del
nostro Maestro ci insegna che non si può vivere alcuna
cosa che sia degna d’essere vissuta se non in stretto rapporto con Dio. Il suo
parlare a voce alta davanti a i suoi discepoli ha un
sottotesto molto più importante che è il suo dialogo con il Padre. Infatti quando la sua identità di figlio affiora nel
discorso, come per un inciso, essa getta luce sul vero interlocutore che sta
alla base di ogni azione e di ogni parola di Gesù. Gesù in questo momento è come se fosse in pausa di
relazione con il mondo e parlasse a voce alta con se stesso nello stesso
momento che altri lo ascoltano. In quest’attimo ( ora
l’anima mia… e che devo dire?) sta considerando tutta la sua opera, tutta la
sua vita e ne vede i risvolti d’azione che essa ha
avuto e come abbiano portato all’ora presente. La sua è stata una vita
attivissima, una vita presa da una decisione e cioè quella
di ricollegare il cuore dell’uomo a quello di Dio. Nella vita di Gesù notiamo ancora come egli non
è stato mai condizionato dagli eventi, non nel senso che gli eventi non abbiano
avuto su di lui una risonanza, ma che il male non l’ha mai potuto piegare ai
suoi tempi ed alle sue decisioni. E cioè il Signore
non ha sprecato il suo tempo a lottare nel campo dell’avversario, ma ha donato se stesso
sempre nel suo ed il maligno è sempre stato costretto a giocare nel campo di Gesù. Egli in questo momento non si fa piegare
dall’avversario, ma gli si consegna. La sua ora è arrivata perché i tempi sono maturi: il popolo d’Israele sa della sua
venuta, i discepoli, futura chiesa, gli stanno vicini, il messaggio di salvezza
è stato annunciato e quindi egli è pronto per firmare con il suo sangue la nuova
alleanza. Il Signore quindi non subisce la storia, ma come un vero re ne indica
i tempi di svolta. Abbiamo molto da imparare da questo atteggiamento
del Maestro perché seguendolo possiamo anche noi vivere non trascinanti dal
caso, ma come figli del Padre che srotolano su questo terra il meraviglioso
tappeto di delizie che egli ha ci preparato. Anche noi
però dobbiamo essere pronti per l’ora che viene, ora che si presenta a noi
continuamente nel volto dei fratelli che vogliono vivere una vita degna d’essere
vissuta.
La nostra vita e la Parola
Signore vi sono
momenti in cui tu ci chiami a vivere la nostra ora in modo forte. Che non avvenga mai di trovarci soli ed abbandonati a noi stessi ma
saldamente attaccati alla vite dove scorre la linfa che risale fino alla
vita eterna.
[28]Padre,
glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L'ho glorificato e di
nuovo lo glorificherò!».
Il richiamo
alla sua ora del versetto precedente lo indirizza immediatamente alla fonte
primaria della sua vita e cioè al Padre. La preghiera
rivolta al Padre perché glorifichi il proprio nome davanti agli uomini è la sua
esplicita richiesta che si compia quanto il Padre ha voluto per la salvezza
degli uomini. Questo modo di rivolgersi al Padre è un modo diverso per dirgli:
“sia fatta la tua volontà”. Quando
Gesù fa questa preghiera sa che sarà esaudito e che
il compimento della gloria del Padre passerà per il suo corpo attraverso
la passione e la morte. Il suo chiamare
a viva voce il Padre è anche un atto di umiltà in cui
il Signore far volgere gli occhi dei presenti all’autore ed ispiratore di tutta
la sua azione di salvezza. perché considerino la lunghezza, l'altezza e la
profondità dell’amore del Padre per gli uomini. Il Padre risponde confermando
la sua volontà di salvarci e di continuare questa sua opera fino al compimento.
Ed il compimento sarà dato nel battesimo che verrà
assicurato ad ogni uomo che voglia rispondere all’amore infinito di Dio. Il
Padre ed il Figlio qui dichiarano il loro eterno amore per l’uomo e come per la
sua salvezza mettono in gioco se stessi fino in fondo,
senza mezzi termini, senza incrinature. Per l’uomo che è normalmente tanto permaloso e diffidente questa dichiarazione è proprio quella
che ci vuole dal momento che solo un amore infinito può soddisfarlo. Niente che
sia meno di Dio può convincerlo a dare totalmente il
suo cuore. Di fronte ad un amore così totale l’uomo è disposto anch’esso ad
amare senza riserve. La vita dei santi è un esempio splendente di quanto può un
uomo se si sente amato.
Gesù
quindi chiama in causa il Padre ed il Padre risponde. Era importante che il
Padre si facesse vivo perché altrimenti si sarebbe potuto pensare che questo
Padre, continuamente presente nei discorsi di Gesù
non avesse una sua esistenza indipendente, ma fosse una specie di paravento
dietro cui Gesù si
nascondeva per portare avanti le sue teorie. Il Padre aveva parlato un’altra
volta al Figlio quando al momento del battesimo si era compiaciuto di lui, ora
al termine della sua vita sulla terra fa risentire la sua voce come conferma
del suo operato. E di questa conferma c’era bisogno
perché nel giro di pochi giorni quel Gesù che ora
abbiamo visto entrare glorioso in Gerusalemme sarà
irriconoscibile tanto sarà sfigurato e quindi quelle parole del Padre: ”di
nuovo lo glorificherò!” sono il suggello dell’operato del Figlio come a breve
sarà manifesto. Chi quindi lo riconoscerà anche nella versione dello
svuotamento della sua immagine gloriosa riconoscerà la modalità
divina di testimoniarci un altro tipo di gloria la cui peculiarietà
non è quella di colpire i sensi grossolani dell’uomo, ma quelli che la grazia
fa sbocciare ad un più intendere e ad un più amare.
La nostra vita e la Parola
Signore, questo tuo tremendo amore ci fa sentire piccini e carichi
di una responsabilità troppo grande. Se non fosse per le tue parole: “Il mio
giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” non
sapremmo come farvi fronte. La verità è che anche in questo sei stato molto
generoso pagando tu stesso il nostro debito e liberandoci dall’antica paura che
gli uomini avevano del Padre celeste.
[29]La
folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri
dicevano: «Un angelo gli ha parlato».
Leggendo questo
versetto viene da interrogarsi con apprensione sulla reale capacità umana di
interpretare in modo corretto la realtà. Ed infatti ci
vengono in mente le volte che siamo rimasti sorpresi del fatto che ciò che noi
vedevamo non arrivava neppure lontanamente alle soglie della coscienza di
coloro che ci stavano vicini. Qualcuno ha detto che la vita è un sogno ad occhi
aperti e se questa forse è un’esagerazione, tuttavia in momenti e tempi
diversi, questa è una verità che si verifica a macchia
di leopardo lungo tutta l’esistenza umana. Alcune cose le vediamo, altre no. Eppure tutti viviamo nello
stesso mondo, facciamo, dal punto di vista dei riferimenti oggettivi, la stessa
esperienza. Dio parla ma nessuno, salvo il Figlio, ne sa riconoscere la voce. I
presenti interpretano quelle parole come un tuono o come incomprensibili parole
di un angelo. E qui si misura chiaramente la lontananza degli uomini da Dio e
la tendenza ad incanalare i suoi interventi in qualcosa di estraneo
o addirittura da temere. I popoli primitivi spesso attribuivano a Dio certe
espressioni violente della natura. Questa paura di Dio e questa intrinseca
incapacità di immaginarlo in modo umano, e cioè in
dialogo con l’uomo, è intrinsecamente radicata nel peccato. L’uomo peccatore
teme il suo prossimo, ma di più teme Dio e quindi è portato a leggere nelle
violente espressioni della natura
fenomeni l’espressione irata del volto di Dio. La folla che stava vicino al Signore è condizionata da questo
imprinting prodotto dalla coscienza d’essere peccatori. Chi però tra di loro è più vicino al Padre percepisce che qualcosa di
sacro è avvenuto, ma non come qualcosa
che li riguardasse direttamente. Anche a noi capita la stessa esperienza e cioè di percepire che
qualcosa d’importante sta succedendo ma di non avere le chiavi di
lettura per interpretarlo correttamente.. Gesù figlio
attento del Padre e perfetto esecutore della sua volontà ha perfettamente
inteso quelle parole e si presta a far
da tramite per i suoi interlocutori umani.. Tuttavia non possiamo pensare che
Dio parli per farsi intendere solo da Gesù perché in
questo caso non ci sarebbe stato bisogno di far risuonare nell’aria le sue
parole. Egli aveva cominciato secoli prima con il suo popolo
una scuola della Parola e quindi qualcuno ha certamente inteso quelle
parole, forse gli apostoli o qualcuno che era tra la folla, ma non era folla.Gesù però è colui che ci porta alla vera comprensione
delle parole del Padre e se non fosse venuto noi saremmo morti di paura e nel
peccato come sarebbe successo ai fratelli di Giuseppe se non l’avessero
incontrato in Egitto. I fratelli ed il padre Giacobbe potettero sfuggire alla
carestia, e quindi alla morte, grazie al perdono di Giuseppe. Gesù è il
novello Giuseppe che ci dà la vita e ci insegna a
parlare con il Padre. Le parole di Dio che mai uomo avrebbe potuto ascoltare Gesù le ha pronunciate in suo nome
perché noi potessimo comprenderle e non avere più scuse nascondendoci dietro al
fatto che Dio parlava in modo incomprensibile. La carne, il sangue, le parole
del nostro Salvatore sono le lettere dell’alfabeto di Dio e quindi a noi tocca
solo prenderle in mano e studiarle a mò di abbecedario. La nuova alfabetizzazione umana comincia e finisce in Gesù Cristo e Paolo l’aveva capito quando afferma in Filippesi 3,8 : “Anzi, tutto ormai
io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte
queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo .”.
La nostra vita e la Parola
Signore, come
densi mattoni gli eventi rischiano di accumularsi in noi per formare alti muri
che ci privano della tua presenza. Donaci il tuo Santo Spirito perché possiamo sempre leggerli alla
luce della tua Parola.
[30]Rispose
Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi.
Dio quindi
invia i suoi messaggi perché siano intesi e ciò vuol dire che essi hanno in sé
tutta la forza e la capacità di comunicare. Quando ci
lamentiamo dicendo che Dio non ci parla mai siamo dei bugiardi perché vorremmo
che la santità di Dio si abbassasse per assumere le nostre ristrette categorie
mentali. L’unico svuotamento di se stesso per arrivare al nostro livello di
povertà e cioè di pura sofferenza, ma non di peccato,
Dio l’ha fatto con l’incarnazione di Gesù suo Figlio e nostro fratello. Ora che cosa voleva
comunicare il Padre ai presenti? Anzitutto che la sua gloria era presente in
mezzo a loro in Gesù (...E la Parola è diventata
carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di
grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di
unigenito dal Padre" Gv. 1:1,14).e
poi cominciare ad avvertirli dell’esistenza di un tipo di gloria diversa da
quella che loro conoscevano. Il Padre infatti rimane
glorificato non solo nel corpo di Gesù acclamato
dalla folla per i suoi miracoli, ma in quello crocifisso. Quel ‘di nuovo lo glorificherò’
significa che la vicenda dolorosa del Figlio sarà occasione, per l’uomo che
ritorna a Dio, di glorificare il Padre che ha dato il suo Figlio prediletto per
la salvezza di molti. Certo il Padre riceverà gloria anche dal corpo risorto
del Figlio, ma in questo momento a noi interessa sottolineare
come la gloria del Padre è tutta presente anche nella passione e morte del
Figlio. Ed è qui che noi uomini dobbiamo cominciare a
cambiare il nostro modo di pensare la gloria. A noi viene spontaneo infatti collocarla vicina al successo. Chi ha successo vive momenti di gloria. Ora invece nella vicenda
umana di Gesù notiamo come il Padre
ci comunica che glorificherà il suo nome attraverso la vicenda tragica del
Figlio. Il Padre così guadagna per noi uomini nuovi terreni di speranza e di
vita. Egli infatti riscatta l’uomo che soffre, l’uomo
su cui si riversano le disgrazie della vita dicendogli che attraverso la sua
sofferenza può glorificare il Padre. Una sofferenza non masochista, ma quella che
la stessa vita ci porta, può diventare occasione di redenzione. Il messaggio di
liberazione è che quella sofferenza vissuta alla maniera del Figlio porta in sé
un messaggio di gloria e di gioia che permette alla stessa sofferenza di
viversi in modo diverso e cioè non presa solo dal suo
dolore. Il Signore in croce ce ne dà un esempio quando trova tempo e spazio
interiore per accogliere il buon ladrone e per affidare alla Madre il figlio ed
il figlio alla Madre. Le anime più sensibili
che guardavano il Signore sofferente sulla croce, come ad es. Maria, avevano
occhi per vedere la gloria del Padre che si riverberava sul corpo innocente del
Figlio. Questa gloria si sprigiona dall’atto di Amore
del Padre e del Figlio verso l’umanità ed il suo modo di esprimersi non ha
niente che ci ricordi il successo mondano ma affonda le sue radici in un quid
di indimostrabile ma di percepibile solo da un cuore che ama.
La nostra vita e la Parola
Signore, noi vogliamo continuamente far girare il disco della
nostra gloria e facciamo carte false pur di ascoltarla. Facci allora alzare lo
sguardo verso il legno della tua croce in modo che gli ardori della nostra
importanza possano smorzarsi davanti alla verità gloriosa del tuo amore.
[31]Ora
è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato
fuori
Con la cacciata dei progenitori dal paradiso terrestre è iniziato
ad esistere un tipo di mondo diverso da quello immaginato dal Creatore per i
suoi figli. Principe di questo mondo è Satana. Egli ha preso possesso del mondo
come si prende possesso di un regno e come se gli appartenesse di diritto.
Cerchiamo allora di capire come questa nobiltà che si è autoattribuita
sia fondata sulla falsità. Satana credeva di non poter
essere sottomesso al giudizio in quanto il giudizio su
se stesso l’aveva emesso da sé allontanandosi dalla vita celeste preparata da
lui dal Padre. L’idea poi di essersi accresciuto nel potere l’aveva ricavata
dalla caduta dell’uomo. La disobbedienza originaria aveva fatto credere a
Satana che questo Dio si comportava come, per dirla in
termini umani, uno scienziato pazzo che
non riesce più a controllare ciò che ha creato. La
tentazione a cui sottopose Adamo ed Eva aveva alla base la convinzione che
l’esistenza di una realtà alternativa a quella di Dio non poteva che essere
vincente sull’uomo. E ciò voleva dire che il bene portato avanti da Dio
non era l’unica soluzione possibile per la vita di coloro che
erano usciti dalle sue mani. Di di
per sé non aveva alcun merito era solo venuto fuori per primo dal seno della
vita ma non per questo non erano possibili modalità di vita fondate su altri
principi quali ad es. il male, la menzogna, l’apparenza, l’odio ecc. Su questa
falsa convinzione il principe di questo mondo aveva regnato fino alla venuta di
Gesù. E’ vero
che doveva combattere contro il bene, ma questa lotta era
per lui inscritta all’interno di un quadro temporale in cui alla fine la
vittoria sarebbe spetta a lui ed ai suoi
seguaci. Ora invece Gesù annuncia apertamente che il
principe di questo mondo ne verrà cacciato via. Come
può Gesù dire questo legando questa cacciata all’ora’? Come mai non l’ha cacciato via prima ad es.
all’inizio della sua vita pubblica? Il presupposto del regno del maligno è che
chiunque si trovi nella condizione umana non può che venire prima
o poi dalla sua parte. Anche Gesù quindi nel
momento della prova gli avrebbe ceduto o comunque nel
caso di resistenza avrebbe subito la stessa sorte riservata agli altri (i
profeti e in genere gli uomini di Dio) e cioè la morte. La morte è usata dal
principe di questo mondo come arma per porre fine all’esistenza dei giusti e
renderli quindi inefficaci nell’adempimento della loro opera. Gesù qui dichiara che ora verrà
emesso un giudizio sul principe di questo mondo di fronte al quale egli non
potrà far niente se non subirlo rendendo evidente a tutti che la sua presa su
questo mondo era limitata e perdente. Egli sarà svergognato e perderà la faccia
perché non se ne andrà fuori con le sue gambe, ma ne
verrà cacciato via. Satana che aveva creduto di poter
decidere della sua vita e quindi per analogia sulla vita tutti ora subirà l’affronto d’essere preso
per il colletto è spazzato via dal quel mondo che avrebbe dovuto essere la sua
dimostrazione a Dio che di lui e della sua verità non importava un fico secco a
nessuno.
La nostra vita e la parola
Signore, quante volte il maestro dell’inevitabilità di alcune decisioni peccaminose ha dovuto sloggiare dal
cuore dell’uomo e quante volte vi è ritornato credendosi ancora una volta
vincitore. Chi però ti ha abbracciato solo una volta sa che il perdono del
Padre che ti è costata la vita è un perdono senza
rimpianti e senza condizioni.
[32]Io, quando sarò elevato da terra, attirerò
tutti a me».
Da una parte quindi il principe di questo mondo ne sarà cacciato via dall’altra una forza immensa attirerà a
Cristo tutti gli uomini. Non alcuni, ma tutti. La salvezza quindi è per tutti.
Viene allora subito la domanda : come mai allora
miliardi di persone non hanno conosciuto il Cristo? Forse
perché non è così importante conoscerlo in vita rimanendo un punto certissimo che Gesù rimane il
perno attorno a cui gira il mondo. Quanti bambini non hanno conosciuto
uno o tutti e due i
loro genitori rimanendo
indubitabile che da essi sono stati generati! Allora dobbiamo
comprendere bene come nel mondo si è inserita una forza di liberazione inarrestabile,
ma che essa per agire, dal momento che ha voluto seguire la via storica,
rispetta il divenire umano. Questa forza non si impone
quindi come una presenza paragonabile ad un evento che tutti possono vedere
nello stesso istante e che di suo può attirare le masse umane. La forza esiste
ma opera dove i piedi di coloro che possono portarla
arrivano concretamente. Questa linea storica è stata inaugurata dal Figlio
attraverso la sua incarnazione e cioè la sua
sottomissione alla linea del tempo ed alla testimonianza di quelli che,
credendo, hanno il compito di far conoscere al mondo la buona novella. Gesù non attira tutti a sé con una forza costrittiva che
azzererebbe la nostra libertà umana, ma con la dolcezza della sua proposta che
si fa ferma e potente in quel suo darsi totalmente pur di testimoniarci un
amore che non ha paura di niente, neppure della morte. Se
allora non agisce la forza di Cristo e se egli rimane l’unico mediatore tra Dio
è l’uomo come si possono salvare quelli che
non lo conoscono? La Chiesa, nostra madre, insegna che chi in vita non
conosce Cristo ma ama sarà salvo perché gli
applicherà i meriti del Figlio. Possiamo
allora concludere che Dio è ingiusto dal momento che
da alcuni si fa conoscere più intimamente mentre da altri no? Di fronte a questo interrogativo non dobbiamo cavarcela dicendo che
tutto ciò è un mistero che un giorno ci sarà rivelato da Dio, perché è come se
ancora una volta pensassimo che Dio è ingiusto, ma dobbiamo sviluppare una
riflessione che parta sempre dall’inizio della nostra storia con Dio.
Ricordiamoci che già Dio nella sua bontà ci aveva dato
la possibilità di avere un rapporto con lui immediato ed in potenza esteso a
tutti quelli che sarebbero usciti dai lombi dei progenitori. Ed
allora se guardiamo agli inizi chi si è ritratto dal rapporto Dio o l’uomo?
L’uomo si è
ritratto e quindi le conseguenze di questo suo
atto si sono riversate su tutte le generazioni future. Dio non poteva riproporsi di nuovo nello stesso modo perché era stato
rifiutato dall’uomo e quindi, grazie alla sua grande misericordia, ne ha
trovato un altro che per noi è più doloroso, ma che ci assicura un totale
rientro tra le sue braccia. Questa volta però per proporsi agli uomini Dio si
veste di una natura umana e continua a proporsi nella storia attraverso
l’umanità di quelli che lo conoscono e lo amano. Concludendo
quindi possiamo dire che per la salvezza non è necessario che si conosca Gesù, ma per l’uomo in generale è stato necessaria
l’incarnazione del Figlio di Dio perché senza questa l’uomo non avrebbe potuto
ritornare a Dio. Ora che gli altri conoscano questa
buona novella non è una cosa in più che si può fare o no , ma una necessità
fondata sul dovere di dire al nostro prossimo per intero tutta la verità.
La nostra vita e la Parola
Signore ci è rimasto dentro un ricordo
del tuo paradiso terrestre e vorremo che quella condizione di benessere, di
pace e di amore, l’avessimo su questa terra come un diritto per il solo fatto
di esistere. Se però ci guardiamo in giro dobbiamo
prendere coscienza che le cose sono più complesse e che se vogliamo
comprenderle dobbiamo risalire all’origine dei fatti e delle motivazioni. Così
ci dai la vita intera per fare a ritroso questo cammino lasciandoci però
intendere che l’accettare il cammino del ritorno significa ritrovare nel
presente la tua forza che ci attira e ci ridona Dio.
[33]Questo
diceva per indicare di qual morte doveva morire.
Gesù
inaugura un modo di essere che accompagnerà tutti
coloro che si rifaranno al suo nome e cioè la compresenza nel loro animo di due
sentimenti che sembrano escludersi a vicenda: la gioia ed il dolore. Cosa nuova
nel panorama umano dove si vive di più la compresenza
di altri due stati d’animo e cioè il dolore e la tristezza e nei casi peggiori
la disperazione. Nel nuovo testamento ci imbattiamo in
frasi come questa:( Gv 15:11)” Questo vi ho detto
perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.” Dobbiamo quindi
credere che anche in Gesù, maestro della gioia, nello
stesso momento in cui parlava della sua morte fosse
presente una misura traboccante di gioia. La ragione non può capire questa
strana alchimia che permette al piombo di diventare oro. Nella seconda lettera
ai Corinzi assistiamo a questa incredibile
trasmutazione: (7,4)
“Sono molto franco con voi e ho molto da vantarmi di voi. Sono pieno di
consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione.”. Dobbiamo quindi metterci alla ricerca del
segreto, che non è una mitica pietra filosofale, che permette questo
cambiamento. Eccolo: (Ebrei 12:2) “… tenendo fisso lo
sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede.
Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce,
disprezzando l'ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio.” . La gioia del Cristo era quella di portare al Padre, come
bottino, i suoi fratelli. Gesù anche nel dolore
fisico più tremendo era consolato dall’immensa gioia di poter liberare i suoi fratelli dalle mani del
nemico. Egli viveva nella certa speranza della vittoria e questa si riverberava
nel suo presente inondandolo di una gioia che non cancellava il dolore, ma gli
toglieva quella spina maledetta che lo rendeva incline alla ribellione e
all’allontanamento da Dio. Dopo questa prova in cui satana sperava di uscire
vittorioso è dato a tutta l’umanità l’occasione di
riconciliare il dolore con la gioia. Se infatti
riusciamo a collegare il dolore ad una motivazione più alta ecco che la
prospettiva stessa del dolore cambia per diventare in noi motivo di gioia: Il
segreto sta quindi nel saper donare, come fece Gesù,
il nostro dolore in obbedienza ai disegni provvidenziali di Dio. Il dolore
quindi, quando ci si presenta, diventa una strada da percorrere perché porta dentro
di sé i segnali indicatori di un piano divino che ci riguarda da vicino.
La
nostra vita e la Parola
Signore, il
dolore spesso ci getta in uno stato di lutto e di abbandono.
Ora ci rendiamo sempre più conto che grazie al
tuo esempio noi possiamo accettarlo nella gioia facendone anche un’occasione per capire che
cosa vuole da noi il nostro Padre Celeste.
[34]Allora
la folla gli rispose: «Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo rimane in
eterno; come dunque tu dici che il Figlio dell'uomo deve essere elevato? Chi è questo Figlio dell'uomo?».
Le perplessità
dei Giudei sembrano plausibili. Essi intendono bene che Gesù
sta parlando della sua morte in croce cosa però che non riescono a mettere
assieme a quanto loro conoscono del Cristo. I commentatori di questo versetto
tuttavia non sanno risalire ad un passo dell’Antico Testamento dove si affermi che il Cristo rimane in eterno. Si doveva quindi
trattare di un sapere diffuso presso il popolo ma non direttamente rivelato. I
Giudei in effetti colgono nella sostanza una realtà
vera riguardante il Cristo, l’eternità, solo che essi non potevano accettare
l’idea che il Cristo potesse morire. Noi non dobbiamo meravigliarci della
difficoltà che provano i Giudei nell’accettare il suo
modo di proporsi perché una diversa comprensione della sua persona poteva
passare solo attraverso una sequela che fu però, nei momenti critici, anch’essa
insufficiente. La verità è che mentre il Cristo tra i discepoli viveva in un
ambiente di grande fiducia, ammirazione ed amore,
quando era in mezzo alla folla poteva subire attacchi di persone che non gli
credevano e cercavano ogni occasione per prenderlo in castagna. Gesù poi proprio
per difendersi da questi attacchi e per non dare se stesso in
‘pasto ai porci’ aveva elaborato un sistema di
intelligente nascondimento e così il suo essere ‘Figlio dell’uomo’ diceva e non
diceva e comunque era un modo per invitarli alla ricerca per arrivare prima o
poi ad una verità sulla sua persona. I giudei giustamente chiedono lumi al Signore
ed egli come vedremo risponde ma su un piano diverso da quello che loro si
attendono.
La
nostra vita e la Parola
Signore, spesso ti nascondi dietro gli
avvenimenti per farti cercare. Solo la preghiera ed un caldo rapporto d’amore può rivelarci dove sei e Chi sei.
[35]Gesù allora disse loro: «Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la
luce, perché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa
dove va.
Le questioni
teologiche non interessano Gesù e quindi egli risponde
mettendo sotto ai loro occhi la realtà. E qual’era la realtà nella quale
essi erano immersi? La luce. Semplicemente la luce. I Giudei ed i loro capi
erano invitati da Gesù a non perdersi dietro
questioni puramente teoriche, ma ad approfittare della su
presenza nello stesso modo di chi approfitta della luce per muoversi perché
nelle tenebre non saprebbe dove dirigere i propri passi. Se
Gesù li invita vuol dire che la sua luce poteva
effettivamente raggiungere i loro cuori. Sappiamo dalla storia che queste
persone non hanno cambiato il loro atteggiamento verso Gesù,
ma possiamo concludere che le loro difficoltà erano
oggettive e che anche noi al loro posto saremmo stati costretti a condannarlo?
La verità è che solo coloro che nei fatti avevano rescisso il loro rapporto con
Dio potevano portare avanti una parte così dura verso il Maestro. Certo ci
rimane difficile capire il mistero di un cuore umano che si rifiuta alla luce,
ma non possiamo accusare o gettare ombra su Dio quando ciò avviene? O dovremmo lamentarci con Dio per la sua perfezione? Certo
possiamo farlo perché essa ci costa umanamente tanto, ma se egli ci invita alla sua intimità è perché vuole per noi l’unità,
la bontà, la verità e la bellezza . Diversamente sarebbe un idolo che
falsamente attira l’uomo verso ciò che non potrà mai saziare il suo cuore. Solo
l’ Infinito che dona effettivamente ciò che promette
può saziarlo veramente. Il senso del suo opporsi piuttosto
che fuggire e rifiutarsi ad un confronto è che la sua luce si opponeva effettivamente
alle tenebre, ma non per il gusto della differenza o dell’estetico gusto del
chiaroscuro, ma perché egli è venuto proprio
per i peccatori che sono da raggiungere lì dove hanno le loro misere e
disperate spelonche. Egli ha avuto il coraggio di far fronte a tutto un
modo distorto di concepire il rapporto con Dio e degli uomini tra di loro. Egli però non era solo un predicatore ma operando nella luce chiariva le sue parole
con le opere. Era un uomo coerente che nessuno poteva convincere di peccato e che
quindi trovava opposizione solo da parte di coloro che erano
schierati con il regno del maligno. La sua luce era vera luce, vera possibilità
e realtà di una vita diversa. Gesù non spargeva
attorno a sé favole, ma vita, luce, possibilità di realizzare i grandi fini di
cui un cuore umano si sente capace. Se invece le sue
parole e le sue opere non fossero stati vera luce per
i passi dell’uomo allora il cristianesimo sarebbe tutto un bluff fondato sul suo bisogno d’essere attirato dal
magico e dall’irrazionale. Egli nostra luce ce la dà perché noi possiamo sempre
sapere dove e con chi stiamo andando.
La
nostra vita e la sua Luce
Signore, tu che dalla croce ci hai attirati tutti a te,
fa che la Luce del tu Santo Spirito non tramonti mai sulla nostra vita.
[36]Mentre avete la luce credete
nella luce, per diventare figli della luce».
Nel mondo
materiale non abbiamo bisogno di credere alla luce perché la vediamo, mentre
per accedere alla luce del mondo spirituale occorre
anzitutto credervi. La luce c’è ed è alla reale portata di tutti ma la sua
diventa una esistenza effettiva solo per coloro che la
vogliono. Quel ‘mentre’ è da
intendersi sia come opportunità per gli interlocutori del Cristo di poter
usufruire della sua luce, sia in riferimento alla durata della vita del singolo
uomo. Tutta la sua esistenza infatti, in ogni suo momento, può diventare per lui
una buona occasione per accedere alla luce divina. E non potrebbe essere
diversamente perché noi non possiamo che aspettarci atti buoni dal nostro Dio e
soprattutto atti legati a giustizia: (Mt 5,45) “
perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i
malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.”. E’
bene ripetercelo continuamente che Dio è buono e perfetto(“Mt
5,48 “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il
Padre vostro celeste.”) perché noi siamo portati a dimenticarlo ed a credere
che Egli faccia preferenze dando ad alcuni la luce e ad altri no. Questo sì che è un modo umano di pensare. Tutti quindi
hanno la possibilità di avere la luce, ma è ineludibile
che sia l’uomo a fare il primo passo per cercarla. Ma
come può cercarla se non la conosce? Sappiamo che non è così perché egli è
stato creato ad immagine del suo Creatore e quindi conosce già la luce. Quando
il suo cuore si chiude ecco che egli viene invaso
dalle tenebre e la vita gli diventa un inferno. Se
ancora ‘ricorda’ allora può sempre mettersi nella
condizione di distaccarsi dalla situazione di tenebra in cui vive e ritornare
alla luce del Padre: (Lc 15,16-18) “Avrebbe voluto
saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora
rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane
in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli
dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te;”.
Il figliol prodigo nelle deserte lande della rincorsa
al soddisfacimento delle sue passioni era fuori di sé, ma sia la fame, sia il
ricordo della bontà del Padre ( della sua luce) gli permettono
di ricordare e ritornare.
La nostra vita e la Parola
Signore, quale grande consolazione è quella di sapere che la tua luce non
si trova in posti inaccessibili, ma alla portata del nostro cuore. E’
sufficiente un nanosecondo per iniziare il cammino verso la casa del tuo Padre
celeste e tu hai donato la tua vita perché questo fosse possibile: grazie.
36a Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro.
Come
la luce che spende nel mondo spirituale ha bisogno d’essere cercata perché
possa esistere realmente nell’ambito di ogni
soggettività umana, così Gesù portatore fisico di
questa luce deve essere cercato dai suoi interlocutori. Questo è il senso del
suo apparire e poi nascondersi agli occhi della folla. L’offerta della sua
presenza come il suo tentativo di riconciliare l’uomo a Dio sono
chiari e senza mezzi termini ma hanno sempre di mira la debolezza umana e
vogliono che l’uomo possa decidere con un libero movimento del cuore. E’ quindi
completamente estraneo a Gesù un modo di far proseliti fondato sulla ripetizione ossessiva e martellante
della propria verità. Il Figlio dell’uomo parla, ma soprattutto agisce e la sua
vita è totalmente coerente con quanto dice. Ogni tipo di fondamentalismo
trasforma di fatto la parola di salvezza in un killer
spietato perché vuole piegare gli uomini al corpus di dottrine della fede religiosa che predica. In questo tipo di approccio domina il Libro come unica autorità che può normare la vita dell’uomo. Per i seguaci del Cristo non può
essere così perché la stessa parola del Salvatore non solo è stata detta in un contesto storico ma soprattutto è stata spiegata grazie alle
ispirazioni ed ai chiarimenti del Salvatore, dopo la sua resurrezione, e dello
stesso Spirito santo disceso sugli apostoli riuniti collegialmente assieme alla
Vergine. E’ quindi importante la Parola, ma anche la tradizione ed è di questi
due pilastri che una fede matura non può fare a meno. Il nascondersi del
Signore vuole anche indicare che non tutto si può spiegare con la parola perché
occorre che l’altro a cui è stata inviata la parola
faccia un suo personale cammino che lo porti a cercare ancora quella luce che
gli aveva toccato il cuore. Il testo non ne accenna ma
altre volte il Signore si allontana perché
i Giudei volevano ucciderlo. E’ molto probabile quindi che anche in questa occasione egli si nasconda per lo stesso motivo.
La
nostra vita e la Parola
Signore, solo
se rimaniamo attaccati alla vite possiamo percepire la
fresca linfa che ci scorre dentro. Se però ti accorgi che rischiamo di seccare potaci perché
non proviamo gusto alcuno ad essere bruciati, ma invece ci riempie di tanta
gioia pensare sapere che qualcuno potrà gustare i nostri frutti.
[37]Sebbene
avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano in lui;
Con queste parole viene definitivamente
liquidata ogni possibilità per noi di credere solo attraverso i segni o i
miracoli. Chi per credere vuole miracoli rimarrà a bocca asciutta. E non crediamo però che tra questi rientrino poche persone
perché se siamo onesti fino in fondo dobbiamo confessare che la maggior parte
di noi vorrebbe, se non un miracolo, almeno che il rapporto con Dio fosse
fondato su evidenze matematicamente
controllabili. A ben pensare sarebbe per noi umani un vero guaio perché per il
principio di reciprocità anche noi dovremmo essere visibili e matematicamente
controllabili da parte di Dio. Il guaio di noi umani è che poniamo sempre a Dio
questioni pretendendo da lui delle risposte, ma non pensiamo mai che come gli
chiediamo prove e giustificazioni del suo operato così
pure anche noi dovremmo dargliele. Ora chiediamoci se siamo all’altezza di un
simile confronto e se possiamo sederci di fronte a Dio come se fossimo pari.
Quindi in seguito a questi ragionamenti
possiamo capire come la via della rivelazione progressiva scelta dal
Padre dopo il peccato d’origine non è altro che un’ulteriore
atto di amore nei nostri confronti.
La nostra vita e la Parola
Signore, anche la tua lontananza è un atto intenso di amore e tanto più grande perché per primo si priva del
suo oggetto d’amore: l’uomo. E noi che abbiamo sempre
piccoli pensieri non riuscivamo a capire
il perché del tuo nasconderti. Ora
sappiamo sempre di più che sei Santo, tutto e sempre Santo in ogni tua
decisione. Aiutaci a rendercene conto e ad avere verso
di Te solo un briciolo del tuo stesso amore.
[38]perché
si adempisse la parola detta dal profeta Isaia:
Signore,
chi ha creduto alla nostra parola?
E il braccio del Signore a chi è stato
rivelato?
Giovanni nello scrivere ha
presente e gli interrogativi che sorgevano nel seno della sua comunità. Ad es.
si chiedevano come mai la predicazione
di Gesù non era stata accettata dal popolo d’Israele
e Giovanni risponde richiamandosi a quanto era successo ad Isaia. Il profeta
mandato da Dio a predicare al suo popolo non era stato creduto proprio come Gesù: (Testo F.Diani - Santi e Beati) “Il Profeta predicò la parola
di Dio sotto i re Ozia, Giatan, Acaz,
Ezechia, Manasse e la sua missione durò circa un
secolo. Al re Manasse, empio e crudele, caduto nell'idolatria, il Signore mandò
Isaia per richiamarlo al culto dell’unico vero Dio, al pentimento dei suoi
peccati. Il Profeta non fu ascoltato; anzi il sovrano adirato lo condannò a
morte. Fu preso e segato in due con una sega di legno, e soffrendo questo
tremendo supplizio passò al Signore. Il re Manasse subì il castigo che gli era
stato predetto, e Isaia aggiungeva alla gloria di profeta quella di martire.”.
Era importante richiamare alla memoria della comunità
cristiana questo precedente perché riflettesse sul mistero della parola
proclamata e non accolta. Mistero che possiamo toccare con mano anche nella
nostra esperienza quando proponiamo qualcosa di giusto e santo
che vediamo rifiutato dai suoi destinatari. Per quanto riguarda
la nostra esperienza potremmo concludere
che siamo noi a non sapere proporre il messaggio, ma la domanda che si
ponevano i primi cristiani, come del resto anche noi, è questa: “Ma come è
possibile che i giudei beneficiando della sua presenza e dei suoi miracoli non
gli abbiano creduto?”. Le domande del profeta Isaia chiamano in causa il cuore
dell’uomo meravigliandosi e nello stesso tempo soffrendo per la consapevolezza
che nessun si era aperto alla rivelazione del Signore.
La nostra vita e la Parola
Signore, se la nostra attenzione non è rivolta a te come quella
del servo alla mano del suo padrone, allora non potremo
cogliere le parole ed i cenni che ci invii momento per momento per rendere la
nostra vita simile alla tua. La nostra libertà è seguirti ed allora facci
aiutare dal tuo mistico Corpo perché possiamo beneficiare del suo costante e perfetto guardare alla gloria della tua persona.
[39]E
non potevano credere, per il fatto che Isaia aveva
detto ancora:
Dal questo
versetto si potrebbe tirare la conclusione che questi giudei erano condannati a
non credere a motivo di una loro un’intrinseca incapacità di credere. Ed allora
come si mette assieme il messaggio di Gesù, che
sembra essere rivolto a tutti gli uomini, ed appunto questa
loro intrinseca incapacità di credere? Se infatti
possono esistere uomini impossibilitati
a credere nel vangelo allora è falso quanto Gesù
proclama nel suo vangelo quando afferma che la salvezza è per tutti. Si può
uscire da questo dilemma in due modi o dimostrando fino in fondo quanto sia
contraddittorio ciò che propone il Maestro oppure addebitando questa impotenza di credere all’uomo. Solo però se ci si
getta nelle braccia del Padre si può tentare di
dimostrare l’assurdità del solo pensare che Dio abbia riservato ad alcuni la
salvezza mentre ad altri no. Dio non fa distinzioni
ed ama tutti. Non esistono persone che nel loro dna abbiano
inscritto un codice che non permetta loro di aprirsi al soprannaturale.
Se fosse così noi, che ci dichiariamo uomini liberi,
non lo saremmo affatto perché come saremmo impossibilitati a credere in Dio
così pure potrebbe capitarci di non essere abilitati a fare altri tipi di
scelte o addirittura ad essere determinati a farne di un certo tipo: ad es.
uccidere il nostro prossimo. Allora qui non si tratta di una ‘impotentia entis’ e cioè di una incapacità sostanziale ad aprirsi alla
salvezza proposta da Gesù, ma di una impotenza
acquisita legata al permanere dell’uomo in uno stato di malvagità tale da
sbarrare completamente il suo cuore alla luce divina.
La nostra vita e la parola
Signore,
quanto spesso ti si accusa di essere parziale e di
essere diverso da come noi ti vorremo, ma tu, che sei buono e che hai messo in
atto la volontà di salvezza del Padre di salvarci, sei venuto su questa terra
proprio per sfidare il cuore dell’uomo sul suo terreno e vedere se ti avrebbe
resistito. Tu allora hai voluto assumere un cuore umano per donarcelo
squarciato come per dirci che la tua porta è sempre aperta e che tutti possiamo entrarvi.
[40] Ha reso ciechi i loro occhi
e ha indurito il loro cuore,
perché non vedano con gli occhi
e non comprendano con il cuore, e si convertano
e io li guarisca!
Qui il nostro cuore viene in qualche modo accerchiato dalla parole del Signore. Non possiamo sfuggirgli. Dobbiamo
dichiarare subito da che parte stiamo se tra quelli che lo accusano della
propria cecità oppure tra coloro che comprendono il
senso amoroso di queste parole anche se fanno pensare e fanno male. Dio qui è
chiaramente la causa dell’accecamento in quanto sembra
essere parte attiva di ciò che succede. Ciò però vuol dire che egli non vuole
la salvezza dell’uomo? Questo non è possibile perché il Figlio del Padre così
testimonia: « Mi ha mandato... per dare la vista ai ciechi » (Lc 4,18). Se quindi non è Dio a volere l’accecamento dell’uomo allora occorre che la nostra indagine si sposti
sull’uomo stesso. Cerchiamo di visualizzare la scena che sta vivendo Gesù in questo
momento: da una parte è stato acclamato dal popolo al momento della sua entrata
in Gerusalemme, dall’altra c’era chi con amarezza constatava che ormai aveva ha conquistato il cuore delle folle. Inoltre :[37]Sebbene avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non
credevano in lui;” e non avevano avuto fiducia in lui neppure dopo la
resurrezione di Lazzaro. I segni erano stati fatti per loro ma non li avevano
accolti. La salvezza era stata proposta ma essi si erano trincerati dietro al
loro peccato. Essi volevano certamente qualcosa da Gesù
ma secondo i loro interessi. Sarebbe bastato che il Signore si fosse dichiarato disponibile per la ricostituzione del regno
di Israele ed ecco che le cose sarebbero cambiate subito. Essi quindi volevano
impadronirsi di Gesù pretendendo una
adesione al loro disegno e non trovando disponibilità da parte del
Maestro ecco che lo odiavano in modo attivo. Ed è quest’odio che fa ritirare la luce del Padre dai loro occhi
rendendoli ciechi. Nel libro dell’Apocalisse Dio dà dei consigli alla Chiesa di
Laodicea perché il suo obiettivo non è quello di
accecare gli uomini, ma di far loro recuperare la vista ed il consiglio è
quello di: « comprare da me... un collirio per ungerti gli occhi e ricuperare
la vista » (3,18). Dio non si ferma mai: in un momento ritira la sua luce, in
un altro ci immette in avvenimenti anche dolorosi in
cui ci ripropone sempre il suo amore, in un altro ci dà dei consigli e ci indica chiaramente al di là delle
apparenze dove egli si trova: « Mostrati dunque zelante, ravvediti. Ecco, sto
alla porta e busso » (3,19-20). Finchè però l’uomo
agisce il suo odio verso Dio ed i fratelli in modo attivo egli non può accorgersi che Dio sta bussando alla sua porta. Il
rumore provocato dalla sua durezza di cuore vince qualsiasi altro suono. Ed
allora possiamo concludere che è Dio a non volere la
nostra salvezza oppure dobbiamo riconoscere che sono le nostre azioni malvagie
che non gli permettono di avvicinarsi?
La nostra vita e la Parola
Signore, che usi
luce e tenebre per scrollarci dalla nostra stessa cecità, ti ringraziamo
con il nostro piccolo cuore per questa tua fantasiosa costanza nel volere ad
ogni costa la nostra salvezza.
[41]Questo
disse Isaia quando vide la sua gloria e parlò di lui.
Isaia vide la gloria di Dio come egli
stesso ci riferisce : Cap. 6 : [1]Nell'anno
in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato;
i lembi del suo manto riempivano il tempio. [2]Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con
due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. [3]Proclamavano l'uno all'altro:
«Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della
sua gloria». In questa cornice si santità e di
grandezza il Signore deve dire parole dure ma esse sono tanto piene d’amore
quanto la gloria con cui circonda la
terra: Cap. 6 “[9]Egli disse:
«Và e riferisci a questo popolo: Ascoltate pure, ma senza comprendere,
osservate pure, ma senza conoscere. [10]Rendi
insensibile il cuore di questo popolo, fallo duro d'orecchio e acceca i suoi
occhi e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi
né comprenda con il cuore né si converta in modo da esser guarito». Certo a noi
sembrano soltanto parole tremende, ma solo perché siamo completamente lontani
dalla storia di quel tempo, ma trasferendo queste parole nell’attualità delle
tragedie dei nostri giorni ecco che allora qualcosa potremo
capire. Quando, ad es , credendo
che sia un diritto togliersi la vita si comincia a pretendere una legislazione
europea che permetta l’eutanasia ecco che gli intelligenti che la proporranno e
la voteranno entreranno in un profondo tunnel di cecità e di ottundimento. Si
crederà quindi di fare qualcosa all’insegna del progresso, ma in realtà si
starà affondando di più il coltello nel seno di tutta l’umanità. La guerra
contro l’Iraq, che secondo i promotori è stata fatta all’insegna della
liberazione dal terrorismo, in realtà complicherà la nostra storia umana in una
ragnatela di miniconflitti da cui sarà difficile uscire se non si combatterà la
vera guerra contro le ingiustizie globali che
affliggono il nostro mondo. Isaia per il suo tempo vide la tragica realtà
della durezza di cuore del suo popolo,
ma vide altresì che sarebbe arrivato il
Salvatore: Cap.9
“[5]Poiché un bambino è nato per noi, ci è
stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è
chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della
pace; [6]grande sarà il suo
dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene
a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora
e sempre; questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.”. Possiamo
quindi credere che anche nei nostri tempi bui esistono luci capaci di
rischiarare il nostro cammino.
La nostra vita e la parola
Signore, per fortuna ci hai
lasciato la tua parola che, come aria profumata, ci permette di respirare a
pieni polmoni la vera vita. E se non avessimo uomini di buona
volontà fedeli a ciò che è giusto e santo saremmo facile preda delle notizie
prefabbricate dai potenti del momento. La tua forte
e divina parola allora scalzi dal nostro cuore ogni menzogna per prepararci al
tuo incontro nella vita di ogni giorno.
[42]Tuttavia, anche tra i capi, molti credettero in lui, ma non lo riconoscevano apertamente a
causa dei farisei, per non essere espulsi dalla sinagoga;
I 12 apostoli avevano seguito da subito Gesù.
Era bastato che il Maestro li chiamasse ed essi avevano
lasciato subito il lavoro e la casa. Tuttavia un conto era
aver fiducia in un essere straordinario come Gesù un
altro era credergli per le parole che diceva. Seguendolo essi si erano
in qualche modo giocata la reputazione, ma sappiamo
dal vangelo che al momento di dare la loro testimonianza fuggirono ed
addirittura qualcuno (Pietro) lo rinnegò. Ed allora
dobbiamo dire che non era proprio facile credergli e che con molta probabilità
anche noi non gli avremmo creduto oppure gli avremmo creduto fino ad un certo
punto. Solo i veri uomini di Dio, come ad es. Giovanni Battista, dalle loro
altezze spirituali potevano capire che nella storia era entrato un uomo di grande valore. Gesù non era però
venuto per i giusti ed infatti nel vangelo ci viene
riferito solo un incontro con Giovanni ma per i peccatori e cioè per la quasi
totalità dell’umanità che gioca le sue carte mossa solo dagli interessi del
momento. E’ questo il campo di battaglia scelto dal Maestro, il più difficile,
quello che si trova sotto l’ombra mefitica del principe di questo mondo. Ed
allora può capitare anche a noi che, per non essere espulsi dal contesto sociale nel quale viviamo, ci nascondiamo piuttosto
che dare la nostra limpida testimonianza. Questa è la cosa più triste che ci
possa capitare perché vuol dire che non solo non siamo liberi, ma viviamo
costretti in un contesto sociale dove le persone non
vengono rispettate per quello che sono e pensano. Oggi viviamo in molti ambienti
egoistici dove tutto viene giocato sul filo del potere
e dove ci vuol poco per rimanere emarginati. Allora ci è
utile chiederci, soprattutto nei luoghi di lavoro o simili, chi sono gli altri,
e quali altri sono e a che cosa obbediscono ed al contempo quale gioco stiamo
portando avanti noi stessi. Questi interrogativi possono portarci alla sana
scelta di vivere in mezzo agli altri ma liberi dai loro riti collettivi perché
a noi interessano solo i rapporti personali in cui si può anche crescere e non
quelli ripetitivi. Questo non vuol dire rifiutarsi sempre a momenti di vita comune, ma rifiutare sempre di rimanere imprigionati dalla foro forza livellante. E per non rimanere vittime
delle forze costrittive legati ad interessi di ogni
genere giova coltivare una buona vita spirituale che ci permetta di vivere le
altezze pur dovendo volare basso. Non si sta qui però portando avanti alcun
tipo di aristocrazia spirituale o qualcosa di
riservato solo per pochi eletti, ma solo dicendo che l’unico modo per potere
vivere in modo sano il nostro rapporto con il prossimo è quello di avere gli
occhi rivolti verso il nostro Padre celeste. Questo sguardo ci sarà di molto
aiuto nel correggere i nostri difetti per potere avere un significativo
incontro con gli altri.
La nostra vita e la Parola
Signore, tu ci conosci e sai come siamo poco credibili, come ci immaginiamo di essere delle persone affidabili e poi non
lo siamo, per questo facci attingere alla fonte del tuo incrollabile amore per
noi.
43 amavano infatti
la gloria degli uomini più della gloria di Dio.
Esistono due glorie quella di Dio e quella dell’uomo. Il punto è capire
se le due glorie possono ignorarsi oppure il loro incrociarsi sia inevitabile.
La domanda allora è questa: l’uomo che vive in questo mondo può
fare a meno di Dio oppure basta a se stesso? C’è tutta la prima parte della vita che ci
indurrebbe a credere all’autoeferenzialità
dell’uomo e cioè quella in cui egli cerca di realizzare se stesso. Se però
guardiamo bene dentro a questa sua esperienza ci
accorgiamo che il singolo uomo anche in questa prima parte ha bisogno, se non
di Dio, di un continuo sostegno esterno.
L’ambiente familiare è quello che gli permette
di crescere e di progettarsi nel mondo. Egli quindi per sua natura è
dipendente da un contesto che gli fornisce la fiaccola
dell’umanità. E come egli riceve dalla famiglia
d’origine tutto quello che ha prima di dare del suo così riceve per diverse vie
un impulso che gli permette di immaginare un mondo ‘altro’
da quello umano. E così vi sono esperienze umane in cui Dio ha già il primo
posto ed altre in cui il divino è nascosto dietro una grande
quantità di riti ed ideologie o addirittura confuso con presenze del mondo
delle tenebre. Nel caso del vangelo l’ambiente di riferimento è quello
dell’alleanza in cui Dio aveva incrociato la strada
dell’uomo e si era fatto conoscere. Da qui possiamo capire che se Dio non si
muove verso l’uomo egli non può conoscerlo. Le due glorie allora possono
contrapporsi solo nel caso in cui si sia conosciuta
quella di Dio, diversamente no. Ebbene i giudei si
trovavano di fronte alla stessa gloria di Dio : (Ebrei 1:3) “Questo Figlio, che
è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto
con la potenza della sua parola…”. Certo Paolo qui parla del Cristo risorto
visto in tutta la sua gloriosa potenza, ma anche da vivo e presente in mezzo
agli uomini Gesù era per
eccellenza la gloria di Dio su questa terra e non se ne’accorsero preferendo la
propria gloria alla sua. Tutti coloro che avevano scelto le tenebre non potevano accogliere
la luce di Dio che avrebbe permesso loro di riconoscere il Signore: (2Corinzi
4:6) “E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori,
per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di
Cristo”. Ecco come Dio, pur avvicinando l’uomo in vari modi, non riesce a far
penetrare la sua luce nel cuore dell’uomo dal momento che questi gli ha chiuso
la porta. Dobbiamo quindi esser certi che Dio la salvezza la propone a tutti ed
in tutti modi ma noi, chiediamoci, la vogliamo veramente o preferiamo portare avanti noi stessi e tutta la prosopopea delle nostre piccole
glorie?
La nostra vita e la Parola
Signore, la nostra mente è spesso superimpegnata
nel lanciare campagne pubblicitarie sull’importanza della
proprio persona. Vogliamo farci conoscere, amare ed avere quelle
facilitazioni che possono arrivarci da un po’ di potere e dalla popolarità. Non
ci piace vivere ai margini e vogliamo che la nostra criniera risplenda al sole
e tutti possano vederla. Questa confessione fatta davanti alla splendente
verità della tua gloria rimetta le cose al loro posto e ci dia quell’umiltà che sola può far risplendere nel nostro cuore
la luce del Padre che ci permette di conoscere il Figlio.
[44]Gesù allora gridò a gran voce: «Chi crede in
me, non crede in me, ma in colui che mi ha mandato;
Se uno specchio riflette un bel panorama la prima cosa da fare è non fermarsi allo specchio ma goderne direttamente.
Nello stesso modo Gesù dichiara di fare da specchio al Padre e quindi è al Padre che
bisogna credere credendo alla sua persona. Il paragone
con lo specchio però non è felice perché lo specchio riflette solamente mentre
qui ci troviamo di fronte alla riverberazione stessa della gloria del Padre. Egli afferma che credere in lui non significa
credere nella sua umanità quasi che questa avesse un ambito suo
proprio staccato da quello del
Padre. La sua persona in questo momento vuole solo rimandare a colui che l’ha inviato. La sua preoccupazione è quella di
non essere un ostacolo tra l’uomo ed il suo Creatore: ecco il senso di questa
dichiarazione gridata a gran voce. Egli voleva rispondere ad una domanda che molti dei presenti si facevano e cioè: come può costui che è un uomo essere Dio? Egli però
non dice di non essere Dio, ma invita i suoi interlocutori a concentrarsi solo
sul Padre. Abbiamo qui un esempio grandioso di umiltà
ed annichilimento. Tutto di sé dona Gesù pur di
attirare l’attenzione dei presenti al misericordioso amore del Padre. Egli
vuole scomparire, ma non scomparire come canale attraverso cui si può vedere il
Padre. Tutto il senso della sua incarnazione è quello di farci vedere la sua
umanità come riverberazione dell’amore del Padre e quindi il nostro deve essere
un credere in Gesù che è unito al Padre. Gesù ci prospetta un tipo di fede che non crede ad una sola
persona seppur divina. Questo rimando è molto interessante perché è proprio
sulla linea dello scioglimento del rigido monoteismo di altre
religioni e ci fa entrare in zone insospettate di aperture e di dialogo. Qui
c’è un Figlio, c’è un Padre e fra poco, dopo la morte di Gesù,
ci sarà dato per sempre lo Spirito santo. Abituati ad organizzare
la nostra vita attorno a rigide credenze o ad idee monolitiche ecco che in modo
inaspettato ci troviamo davanti ad un uomo Gesù che
continua a parlarci di un altro polo divino in comunione con lui e la cui
importanza nel piano della salvezza non può mai essere sottaciuta. E come se si arrivasse in cima ad un alto monte e trovassimo tante
altre cime l’una vicina all’altra, ma tutte in qualche modo collegate.
La vista si lancia ancora nella visione ma nel nostro caso trattandosi delle
persone della Santissima Trinità è come se fossimo lanciati in un mistero
insondabile che non ci fa paura anche se ci mette in un atteggiamento di timore. Gesù quindi
incoraggia i suoi interlocutori a credergli ed a vincere quella forte
diffidenza in cui li vedeva costretti. Egli grida a gran voce perché deve farsi
sentire non solo dai presenti ma da tutta l’umanità dei secoli futuri.
Avvicinarsi a Gesù quindi e crdere
in lui è il miglior m odo di crdere
in Dio. Ecco perché il racconto della vita di Gesù,
tutti i suoi gesti , tutte le sue parole sono
importanti perché ci parlano del Padre e ce lo fanno conoscere.
[45]chi vede me, vede colui
che mi ha mandato.
Finché non abbiamo avuto Gesù,
uomo come noi, non potevamo vedere il Padre. L’umanità del Maestro è la porta
attraverso cui noi possiamo gettare uno sguardo sicuro su chi è Dio. Le
teofanie mettevano l’uomo di fronte ad una immagine
divina che incuteva timore. Ogni volta infatti che
avveniva il contatto Dio era costretto a nascondersi in qualche modo ed a
rassicurare l’uomo invitandolo a non temere. Il divario tra la santità di Dio e
quella umana è così grande che un rapporto diretto con
lui non è possibile. L’incarnazione del Salvatore è la risposta misericordiosa
di Dio a questa impossibilità di stare in presenza uno
dell’altro. La vita del Signore come ce la raccontano
i vangeli è una vita santa che ci dà l’idea concreta di ciò che vuole da noi il
Padre. Adamo ed Eva, nostri progenitori, ci hanno
insegnato come non essere secondo Dio fino in fondo mentre Gesù
è il modello che Dio ci mette sotto gli occhi per farci vedere come sia
possibile esserlo. La persona di Gesù ha il pieno
della santità, la sua misura è così infinitamente grande tanto da poter
affermare che chi vede lui vede Dio. Non c’è, non c’è stato e non ci sarà mai
su questa terra un uomo che possa sinceramente fare
una simile affermazione perché Gesù è la proiezione
pura di Dio su questa terra. Certo vi sono stati e vi sono altri grandi uomini
che rimandano a Dio, ma non come Gesù in quanto egli non rimanda solamente ma è la versione divina
(concedetemi questa espressione) del
Padre su questa terra. Ed inoltre in Gesù non si vede solo il Padre ma anche la relazione che il
Figlio intrattiene con il Padre. Questa ulteriore
visione ci è di grande aiuto in un mondo che predica la libertà come
scioglimento da ogni legame quale mezzo per affermare se stessi ed il
raggiungimento dei propri obiettivi vitali.
La nostra vita e la Parola
Signore, grazie alla tua presenza ed alla
possibilità che abbiamo di vederti, anche se con gli occhi del cuore, ti
ringraziamo di averci liberati da un tipo di visione fondata
sull’ansia di perdere qualcosa. I nostri occhi ora possono riposare su di te guadagnando la
visione del Padre.
[46]Io come luce sono venuto nel
mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle
tenebre.
Forse bisogna ricorrere alla nostra esperienza
personale per capire come la luce di Gesù non sia
percepita tale, ma addirittura come tenebra oscura ed occasione di conflitto.
Quante volte, se guardiamo indietro alla nostra vita, abbiamo ‘visto’ soltanto ‘dopo’ quella semplice e chiara soluzione che ci veniva proposta,
ma che inizialmente avevamo rifiutato con tutte le nostre forze? Noi siamo un
esempio vivente di queste comprensioni del dopo che destano in noi tanta
meraviglia e ci fanno
toccare con mano quanto tempo abbiamo perso nella difesa di posizioni
sbagliate. E’ come se fossimo predisposti per essere catturati da ciò che poi
si rivela essere un danno totale, eppure noi ci siamo cascati dentro con la
nostra ingenuità e con quel dare fiducia a ciò che facevamo. Questa
presenza di tenebre, che noi difendevamo come luce, non è da addebitarsi solo a
noi ma alle situazioni storiche in cui siamo nati, come un determinato paese od
una famiglia. La vita poi ci
aiuta a rifarci dalle condizioni di partenza perché attraverso varie occasioni
ci permette di trovarci di fronte al ‘problema’, sfrondato dalle situazioni contingenti che hanno
fatto decidere altri per una soluzione di tenebra, in modo che noi possiamo
liberamente fare la nostra scelta. E quando ci sottraiamo
alle tenebre ecco che la verità ci appare in tutta la sua semplicità ed il suo
fascino. Con il tempo poi facciamo anche l’esperienza di meravigliarci di come potevamo vivere in
una condizione così lontana dalla verità. La venuta del Signore ad un certo
punto della storia è frutto della misericordia del
Padre che ha voluto dare all’umanità un’occasione d’oro per considerare le cose
da un altro punto di vista. E l’umanità abituata a nascondersi nelle tenebre,
non sopportando la luce splendente venuta a rischiarare il mondo, se ne è difesa spegnendo la vita di Gesù.
Ma come può un grande fuoco d’amore estinguersi solo
perché ridotto momentaneamente in cenere? Basta un soffio, quello dello Spirito
di Dio, che quell’amore risorge più vivo ed intenso
che mai. Per il momento però quel mondo storico dei Giudei aveva il privilegio
di beneficiare direttamente della fonte della luce e cioè
di Gesù. Ed è per questo che lo scontro tra la sua
luce e le tenebre è diretto e definitivo. Egli qui fa
un annuncio importante all’umanità nel momento in cui dichiara che mettersi
dalla sua parte, e cioè credere alla sua persona
(“chiunque crede in me”) e non alla sua filosofia, significa godere della chiara
visione della realtà.
La nostra vita e la Parola
Signore, solo se ci esponiamo alla tua
luce ci meritiamo una chiara visione
delle realtà. Aiutaci quindi, nelle difficoltà come anche nei momenti
piacevoli, a vivere le nostre azioni in comunione con Te e non come se fossimo
orfani di Padre e non avessimo un vero grande Fratello qual’è la grazia della tua persona.
[47]Se
qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non
sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.
Questo modo di pensare del Signore è l’opposto del nostro. Noi per
stare insieme abbiamo bisogno di leggi e di punizioni per coloro che non le
rispettano. E se anche in assoluto il sistema delle condanne non ci piace
perché potremmo incorrervi prima o poi anche noi,
tuttavia per salvaguardare il vivere civile ne sentiamo la necessità. Gesù però non vuole instaurare un regno in questo mondo ma quello celeste e
l’unica sua preoccupazione è quella di permettere a tutti di entrarvi. Gesù non ha davanti la persona concreta nel suo singolo
atto malvagio, ma la persona nella distensione del tempo della misericordia del Padre. Il suo sguardo è a lunga gittata e quindi il suo
compito non è quello di esacerbare l’uomo che gli sta di fronte condannandolo
ma quello di annunciargli le parole della salvezza. Gesù
è venuto sulla terra proprio per dire queste parole altrimenti se ne sarebbe potuto rimanere nei cieli, ma dal momento che è nato su questa terra come uomo la sua
missione è quella di portare la sua luce nelle tenebre umane. Il suo itinerario
è una procedere verso le tenebre non un
ritrarsi. Al contrario sono le tenebre che si ritraggono al suo avanzare e se
poi gli vanno incontro è per condannarlo. Il movimento dell’amore è un pieno e
caldo sentimento verso l’uomo concreto perché esso possa ritornare al Padre che
lo aspetta. Gesù quindi vuol far toccare con mano
come quest’amore infinito di Dio sia
diventato sangue e carne, visibilità e perdono. Purtroppo l’umanità spesso disconosce l’esistenza di un amore così
disinteressato e lo vive come un’ingerenza da parte di Dio ed un tentativo di
togliergli qualcosa. Con la venuta del Signore l’uomo può
un giorno o l’altro, un anno o l’altro o anche all’ultimo momento della sua vita,
aprire la porta a Cristo dal momento il
suo messaggio non lo condanna perché ciò sarebbe contro la stessa giustizia di
Dio e la sua infinita delicatezza nei nostri confronti. Egli sa che siamo delle
teste dure e che abbiamo bisogno di tempo e, purtroppo, di dare delle facciate
prima di capire quali sono i termini veri della nostra
esistenza su questa terra. L’importante è che coloro che
hanno capito l’importanza delle parole di salvezza del Signore le
divulghino ai quattro venti avendo come fonte di questo movimento la stessa
qualità d’amore del Maestro che non è venuto qui per costringere nessuno, ma
per proclamare la verità dell’amore del Padre per tutti gli uomini. Vivere questo amore significa calarsi nella pelle di Gesù proprio in questo momento preciso della sua vita quando
i suoi assassini sono alla porta. Egli conosce le loro intenzioni, ma quando si
troverà di fronte all’uomo Giuda lo chiamerà amico senza condannarlo e questo
perché la sua missione era quella di far risplendere in ogni modo ed in ogni
occasione, anche la più crudele, l’intenzione di salvezza suo
e del padre celeste.
La nostra vita e la Parola
Signore, abbiamo molto da imparare dai tuoi silenzi e dalle tue
parole. L’ossessivo nostro ricorrere alla condanna del fratello corre in
parallelo con il nostro continuo bisogno di essere perdonati ed amati. Se solo
riuscissimo a percepire che lo stesso nostro bisogno di amore
e comprensione profonda è presente negli altri allora riusciremmo a stabilire
dei ponti di comunicazione con chi ci fa del male ed ci ostenta indifferenza.
Fai allora tramontare la nostra condanna perché sorga la tua giustizia.
49 Perché io non ho parlato da
me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo
dire e annunziare.
Perché Gesù insiste così tanto sul fatto di non essere lui
l’autore delle parole? Sembra quasi che egli voglia difendersi di fronte ai suoi interlocutori. E perché Gesù ci tiene tanto a
dire che non parla da se stesso? Si potrebbe pensare che egli voglia farsi
completamente da parte. La sua è umiltà allo stato puro davanti ad un
pubblico che non sopporta che un uomo si
proclami Dio. Il messaggio di Gesù è rivoluzionario e
di questo è cosciente. E’ vero che egli non vuole cambiare uno iota della tradizione ma il completamento che propone
sembra non poter risalire ad alcuna autorità vivente
o passata. Gesù
quindi intuendo la difficoltà del
popolo, e soprattutto dei capi, vuole presentarsi loro solo come un
portavoce di ciò che il Padre gli ha detto. Certo affermando ciò egli comunica
che ha un rapporto diretto con Dio, che Dio è suo Padre e che ha ricevuto da
lui l’ordine di annunziare le sue parole. Da una parte vorrebbe
sparire per essere solo una pura voce, dall’altra non può esimersi dal
proclamare la verità sulla sua relazione con il Padre. E’ come se dicesse:
“Perdonatemi d’essere un uomo come voi perché se queste parole vi provenissero
da un angelo o da Dio in persona forse voi le accogliereste, ma esse vi vengono
da un uomo in carne ed ossa come voi di fronte al quale siete tentati di entrare
in competizione”. E qui sta il nodo e la grandezza
dell’incarnazione. Nodo perché per salvarsi occorre confrontarsi con il
sangue e la carne accettando di non essere ‘io’ il
prescelto, ma Gesù, grandezza perché Dio ha voluto conquistare il nostro cuore con il Figlio che ha
assunto la nostra stessa carne ed il nostro stesso sangue. Dietro all’accusa infatti di farsi Dio c’è tutta l’invidia dell’uomo che non
può immaginare lo Spirito soffiare dove vuole e che la salvezza ci può arrivare
tramite un uomo come noi. I progenitori
volevano farsi Dio e provocarono la caduta, ma poi il genere umano al tempo di Gesù, con la stessa logica dei progenitori ma di segno
opposto, arriva alla conclusione che bisogna uccidere
chi da uomo si fa Dio. E’ sempre un’umanità cieca che si ostina a non
accogliere la luce di Dio. Ricordiamoci le meraviglie dei suoi parenti e
conoscenti di Nazareth: (Mt 13:53-58)
: “Terminate queste parabole, Gesù partì di là e
venuto nella sua patria insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva
stupita e diceva: «Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi
miracoli?Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama
Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E
le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste
cose?». E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: «Un profeta
non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E
non fece molti miracoli a causa della loro incredulità.”. Ora che Gesù dice apertamente da dove gli vengono ‘tutte queste cose’ c’è chi si sta preparando a metterlo a morte.
La nostra vita e la parola
Signore, quante invidie ì si annidano nel nostro cuore per ciò che
gli altri hanno e noi non abbiamo. Facciamo una grande fatica ad accettare
che il nostro prossimo abbia qualcosa che noi non abbiamo. Tu, che hai voluto
spartire con noi i tuoi tesori, aiutaci a non essere
mai gelosi del nostro tanto da negarci ai fratelli.
[50]E
io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le
dico come il Padre le ha dette a me».
Gesù non
dice :”E voi sapete che il suo comandamento….”, ma
dice: ”io so”. Questo sapere è solo del Cristo ma non per sentito dire da
qualcuno, ma per esperienza diretta del Padre. Egli assicura i suoi
interlocutori che ciò che sta offrendo, e non è poco ma tutto, passa per la sua
persona. Egli dichiara, a cuore aperto e guardando negli occhi le persone che
il comandamento del Padre non conduce alla morte, ma ad una vita che non
finisce mai. Ma vita eterna signica sol qualcosa relativo al tempo oppre qualcosa
di più ed infinitamente più grande?“Chi crede nel Figliuolo ha vita
eterna, ma chi non crede nel Figliuolo non vedrà la vita; ma l’ira di Dio
dimora sopra di Lui.” Credere nel figlio significa allora stare dalla sua parte
quando lo mettono in croce e cioè accettarlo nella nostra vita quando viene nel dolore (Gv 3:14-15: E come Mosè innalzò
il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo,
perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».). Egli ci nutre con il suo
cibo che è la sua carne ed il suo sangue e quindi il nostro nutrimento non può
che essere il Figlio (Gv 6:54
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo
risusciterò nell'ultimo giorno.) e nello stesso tempo l’accettazione totale
della carne e del sangue del fratello. Non possiamo amare veramente il fratello
se non amiamo Gesù perché Gesù
toglie il punto a quel fino a che punto possiamo amarlo e cioè in modo incondizionato. Egli ci darà sempre in cibo il
suo corpo e noi se vogliamo avere la vita eterna anche su questa terra dobbiamo
mangiarlo concretamente, e possibilmente ogni giorno, nell’Eucarestia
(Gv 6:27 Procuratevi non il
cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio
dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo
il suo sigillo».). Solo così potremo essere e rimanere una fonte viva e
zampillante pronta a dissetare tutto l’universo (Gv 4:14 ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più
sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che
zampilla per la vita eterna».)
La nostra vita e la Parola
Signore,
su questa terra pensiamo molto poco all’eternità
cosicché la nostra vita perde di splendore, ma quando ci troviamo in zone
tenebrose ed il nostro cuore riesce ancora ad agganciarti ecco che ti precipiti dai cieli per portarci la gioia
della tua presenza e del tuo amore che non ha mai rimpianti.