CAPITOLO 12

 

 

1 Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti.

 

Gesù si aggira attorno a Gerusalemme quando sa che i capi dei Giudei avevano preso la decisione di ucciderlo. Egli fa quello che anche Socrate fece e cioè rimanere piuttosto che fuggire di fronte a coloro che volevano la sua vita. Socrate ai suoi amici che gli consigliavano di andare in esilio dipingeva in modo vivo che cosa gli sarebbe successo una volta che avesse lasciato Atene: sarebbe diventato lo zimbello di tutti. Gesù non ha di questi pensieri. Non si preoccupa della sua persona e a Pietro, che lo rimprovera perché aveva parlato della sua morte, dice parole di fuoco paragonandolo a satana. Egli quindi rimane in zona aspettando che gli eventi maturino. Vi sono dei momenti in cui non servono più i diversivi e lo scontro diventa inevitabile. La prudenza e la furbizia servono quando ancora la parte avversa non è arrivata ad individuare con precisione cosa fare. Tuttavia anche in altri momenti i Giudei avrebbero voluto farlo fuori ma non vi erano riusciti e ciò significa che oltre alla volontà del maligno, gioca in campo un’altra forza che non permette i colpi di mano. Tutto è retto dalla Provvidenza che permette agli eventi di iniziare svolgersi e finire secondo un piano a misura della comprensione umana. Gesù va da Lazzaro quasi a preannunciare quale sarà la sua stessa sorte dopo la  morte e cioè la resurrezione. Per noi è un segno di speranza nel senso che il Signore vuole dirci che dove c’è la prova ed il dolore nello steso tempo, per chi si comporterà da vero figlio di Dio, vi sarà la resurrezione. Noi crediamo che la vicenda dolorosa del Maestro sia lontana mille miglia dalla nostra esperienza umana, ma se vi pensiamo bene essa vi è così interna che non avremmo potuto desiderare di meglio. Noi viviamo spesso momenti di una così tragica impotenza di fronte al male che la passione morte e resurrezione del Cristo diventano per noi un esempio luminoso per uscire vittoriosi dalle fauci del male morale dell’insignificanza e della perdita di noi stessi.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, tu non fuggi dalla nostra vita quando siamo afflitti dai mali, ma rimani in zona perché noi possiamo beneficiare della tua presenza per dare un senso di liberazione profonda alla nostra vita. Aiutaci a saper alzare lo sguardo oltre noi stessi per collegarci a tutte quelle forze spirituali, umane e divine, che ci metti vicine per farci uscire fuori dal tunnel della nostra sufficienza e del  nostro egoismo.

 

2 E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali

 

L’ambiente in cui ci troviamo ora è completamente diverso da quello funerario prima del miracolo della resurrezione del fratello di Marta. Lazzaro infatti è uno dei commensali e  la sua presenza viene subito evidenziata quasi a volercelo mettere in un contesto diverso da quello del sepolcro dove la sua situazione reale era quella di puzzare. Quando Gesù s’era trovato davanti alla  tomba profondamente scosso aveva pianto, ma il significato di quel suo stato d’animo non era da attribuirsi soltanto al dolore per l’amico morto, ma al trovarsi di fronte alla conseguenza del peccato : la morte. Gesù piangeva sull’uomo che aveva preferito liberarsi dalla vita vera e cioè dall’essere intimo con il Padre per seguire un destino incerto all’insegna del dolore e della morte.  La sua venuta permette al genere umano di essere reintegrato in una nuova creazione e Lazzaro è tra i primi a sperimentare qualcosa di questa novità. La sua è stata una reintegrazione  a livello fisico, ma si stava preparando il momento in cui la reintegrazione dell’uomo in quanto tale sarebbe avvenuta in modo completo. Gesùi infatti quando sarà innalzato attirerà tutti a sé, per adesso mangia assieme a tante altre persone e al resuscitato. Egli vuole renderci in modo plastico  cosa succede all’uomo quando reinserito nella vita di grazia può con tutto diritto prendere posto a tavola e cioè provare di nuovo la bellezza di essere di nuovo in  comunione con i fratelli. Immaginiamo la scena. Il resuscitato, quello che era  morto, ora siede tra gli altri. Tutti lo possono toccare. Gesù non ha agito un trucco. Questa situazione è giudicata molto pericolosa dai giudei in quanto temevano che  Gesù guadagnandosi il favore popolare potesse creare  le condizioni per uno scontro con i romani. Non c’è niente di tutto questo in questa cena piena di gioia e di stupore per quanti spostavano continuamente gli occhi da Gesù a Lazzaro. Certo tanti avranno sognato ad occhi aperti e tanti altri avranno creduto di trovarsi di fronte al Messia che tanto aspettavano, ma il clima che improntava tutta la cena era data da Gesù, un uomo mite ed umile di cuore. E così sarà passata tutta la serata co un un’indicibile gioia nel cuore e con la certezza di trovarsi veramente di fronte ad un’inviato di Dio. Fra non molto Gesù siederà di nuovo a cena, ma questa volta sarà l’ultima e quella in cui  consegnerà se stesso istituendo la santa Eucaristia. Quello stesso Signore, padrone della vita e della morte potrà fare anche quest’ulteriore incredibile miracolo di lasciarci non un segno, ma se stesso vivo e vero sotto le apparenze del pane e del vino.Siamo disposti a credere ciò o pensiamo che nella comunione facciamo solo un atto simbolico di unione con i fratelli e basta?

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, fa che possiamo sempre servire una cena a te e a tutte le persone che man mano ci fai conoscere ed amare su questa terra.

 

3 Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento.

 

Nella vita molte volte, quando si desidera qualcosa, invece di darsi da fare per soddisfare il nostro desiderio al meglio ci si contenta di ciò che gli assomiglia anche se non si tratta di falsificazioni. Avere sempre qualcosa d.o.c. non sempre è alla nostra portata sia per motivi di costo, che per la sua minore presenza sul mercato. Le cose di valore poi non solo occorre conoscerle ma anche riconoscere e cercarle perché non si trovano nel negozio sotto casa. Quell’aggettivo ‘vero’ infatti, riferito all’olio di nardo, ci dice molto non solo sullo stato sociale di Maria ma anche sulla sua sensibilità e raffinatezza. Nel donare olio puro Maria dice al Maestro che anche il suo sentimento di amore verso di lui vuole essere puro e senza macchia. Il modo di amare di maria, e cioè dichiarato e senza ritegno, è proprio di chi avendo trovato un tesoro non se lo lascia scappare ponendolo al centro della sua vita. In quel momento per Maria il tempo si ferma e non esiste altri che Gesù e noi possiamo seguirla passo passo mentre si susseguono i suoi gesti carichi di una indicibile intensità. Ella quindi si accosta e si prepara ad avere con lui un rapporto da vera innamorata, ma con la consapevolezza che il suo amato tesoro è in alto ( Gesù aveva detto alla sorella Marta:  «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno.), ma non distante. Maria sa che quei piedi sono provati da continui spostamenti e per questo vuole che abbiano sollievo.  Non solo li cosparge di olio, ma li massaggia. Tutto avviene nel silenzio e gli occhi non sono rivolti solo a Maria, ma anche al Signore che accetta di essere toccato ed amato in quel modo. Per poter asciugare i piedi con i capelli Maria doveva portarli lunghi e ciò ci fa capire come la donna non solo amava  attirare l’attenzione su di sé, ma che per lei era importante comunicare con il corpo. Se non possiamo tirare alcuna conclusione sulla bellezza di Maria tuttavia possiamo legittimamente credere che  per lei la vita dei sentimenti era molto importante. E all’intenso sentimento di Maria Gesù risponde con una  intensità uguale ma diversa nel suo significato : Gesù gode di essere amato perché per questo è venuto e cioè per ricevere da noi uomini lo stesso amore con il quale egli ci ha amato dall’eternità. Dio e la sua creatura si incontrano ma ciò non può lasciare indifferente i cuori degli altri presenti, né l’ambiente dove si trovano.  Il vangelo ci riferisce che tutta la casa fu pervasa del profumo dell’unguento e ciò per indicarci che quando avviene l’incontro tra Dio e l’uomo è come se si ritornasse  nel paradiso terrestre.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, la nostra vita è piena di cose futili e spesso ci capita di trasferire la stessa futilità al rapporto che abbiamo con te. Sentiamo che abbiamo bisogno di  incontrarti nel profondo di noi stessi, ma sappiamo pure che quest’incontro potrà avvenire solo se potremo farlo di fronte agli altri in piena verità di gesti e di intenzioni. Aiutaci!

 

4 Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse:

Improvvisamente lo scenario cambia. Entra la figura di Giuda e l’accenno al fatto che sarà lui a tradire Gesù ci porta crudelmente a prendere coscienza che ancora non siamo nel paradiso terrestre e che allora come adesso non basta essere essere ingenui se nello stesso tempo non si è prudenti come serpenti. Qualsiasi scenario infatti noi possiamo vivere, anche il più santo, è sempre esposto all’intrusione del nemico. Noi vorremmo che la vita fosse per noi una interminabile coccola, una carezza infinita, un relax dove starsene con chi ci ama, ma ciò non ci è concesso e dobbiamo essere sempre pronti e vigilanti per difenderci dagli assalti del maligno. E’ inutile lamentarsi che sia così piuttosto occorre attrezzarsi perché nel momento della prova non veniamo trovati molli ed indifesi. Ricordiamoci delle parole di Pietro 1 - Cap 5: [6]Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, [7]gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. [8]Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. [9]Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi. [10]E il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, egli stesso vi ristabilirà, dopo una breve sofferenza vi confermerà e vi renderà forti e saldi. [11]A lui la potenza nei secoli. Amen! “. Umiliarsi quindi di fronte a Dio, mettersi costantemente sotto la sua protezione, liberarsi da qualsiasi preoccupazione che ci dislochi lontano dalla mano del Signore ci aiuterà sicuramente a non rimanere vittima di quella raffinatissima intelligenza nera del diavolo. Il nostro esempio rimane Maria nel momento in cui carezzando e cospargendo di olio profumato il suo Maestro ci indica come anche noi dobbiamo sviluppare un’attitudine di consolazione  verso quanti su questa terra patiscono ogni sorta di offesa dalle più colossali a quelle più quotidiane di fronte alle quali ormai abbiamo fatto il callo.

La nostra vita e la Parola

Signore, grande è la nostra ingenuità quando vogliamo avventurarci nella vita come se non vi fosse pericolo alcuno. E se Maria poteva permettersi di dare le spalle a Giuda, era solo perché si era consegnata completamente nelle tue mani. Concedici la stessa grazia dell’abbandono, ma nello stesso tempo, visto che conosciamo la nostra debolezza, acutizza i nostri sensi perché non rimaniamo mai vittima del maligno.

5 «Perché quest'olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?».

 

Mentre Maria compiva il suo gesto d’amore verso Gesù e mentre il profumo si diffondeva per tutta la casa c’era un cuore che non si lasciava per niente commuovere da ciò che accadeva sotto i suoi occhi. O meglio è più preciso dire che gli occhi di Giuda si erano lasciati interpellare, e con grande accoramento, dallo spreco  di un unguento così prezioso. Con il denaro si può comprare tutto ciò che sta a cuore, anche il rispetto dei poveri, ma  il cuore di Giuda a che cosa aspirava veramente? Non lo sappiamo, ma dalle sue parole possiamo solo arrivare alla conclusione che il suo cuore era indurito e  non riusciva più a decifrare cosa stava accadendo sotto i suoi occhi. Gesù è entrato già nel tormento della sua passione perché sa che lo stanno cercando e sa che prima o poi lo arresteranno. La sua ora è arrivata, ed anche se è un’ora atroce, egli per quest’ora è venuto in questo mondo e cioè per darci testimonianza dell’amore di Dio e per perdonare i nostri orribili peccati. Tuttavia siccome non è venuto ad imporre la sua realtà, anche se salvifica, egli se ne fa condurre per mano e sa sempre leggere tra le sue pieghe la volontà di Dio. Gesù non è un invasato ed è per questo che in un momento così tragico accetta di rendersi disponibile ad una manifestazione d’affetto che non aveva previsto in maniera così toccante. Un’altra persona al posto di Gesù, vista l’aria che tirava, se ne sarebbe andato via da Betania oppure, se avesse voluto essere il messia che gli ebrei attendevano,  si sarebbe dato da fare per armarsi e sobillare la gente. Ed invece ci troviamo in un umanissimo clima che non lascia presagire niente di ciò che avverrà. Diverso invece è l’atteggiamento interiore di Giuda. Anche lui aveva sicuramente capito che i capi stavano tramando contro Gesù e che quindi ci si avvicinava ad una resa dei conti ma invece di stringersi attorno al  Maestro ed al suo insegnamento, egli se ne staccava con determinazione portando avanti un suo disegno personale. E se uno non è fedele alla persona che dovrebbe amare, allora la sua fedeltà andrà al suo interesse personale qualsiasi esso sia, di bassa lega oppure nobile. Davanti a Giuda Gesù, come persona, scompare ed al suo posto vi sono vari calcoli che trovano modo di venir fuori  con una motivazione che appare disinteressata. Giuda non è quindi riuscito a vivere il clima di profondo dono reciproco tra Gesù e Maria. Preferisce pensare ad un dono impersonale piuttosto che accettare la viva realtà del Maestro. E Gesù in quel momento oltre che dall’amore di Maria è toccato dalle gelide e calcolate parole del suo discepolo.

 

La nostra vita e la parola

 

Quante volte, Signore, ci capita di dire parole che all’apparenza sembrano piene di bontà, ma che invece nascondono un calcolo raffinato. Quante volte ci nascondiamo dietro a parole false che negano la verità. Aiutaci allora, Signore, ad avere un cuore non inquinato da false e rigide ideologie in modo da saper accogliere gli avvenimenti a cui la tua Provvidenza ci fai assistere ogni giorno. 

 

6 Questo egli disse non perché gl'importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.

 

Il giudizio di Giovanni su Giuda è netto: era un ladro. I discepoli sapevano di questa propensione del cassiere a rubare e quindi nello stesso momento in cui fa la sua proposta essi sanno leggere cosa Giuda ha nel cuore. La cifra di trecento denari corrispondeva alla paga annuale di un agricoltore. E’ una cifra enorme di fronte alla quale non si può restare indifferenti o si gioisce per l’onore reso al Maestro oppure si grida allo spreco perché quei denari possono servire, in apparenza per i poveri, ma nella sostanza per investirli in qualcosa di più produttivo. Se si fosse trattato di un piccolo regalo Giuda avrebbe taciuto, ma di fronte a tanto ben di Dio perché sciuparlo per una unzione che si sarebbe potuta fare con un olio più a buon mercato? Maria di fronte a Gesù ‘resurrezione e vita’ dà un dono che sembra eccessivo agli occhi umani, ma della stessa flagranza, anche se  in misura infinitamente minore, del regalo che aveva ricevuto da Gesù : la resurrezione del fratello e la certezza di trovarsi di fronte al figlio di Dio (“Sì Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio che viene nel mondo”). L’attitudine di Giuda è quella di un uomo che  parassita il mondo degli altri per consumarlo a suo uso e consumo. E’ un errore in cui incorre spesso chi si mette di fronte alla realtà con l’atteggiamento di disporne quasi che essa le appartenesse.  Maria invece è tutta proiettata a recepire cosa le può comunicare quell’infinito Mistero che sta accostando. Maria e Giuda tutti e due sono aperti a qualcosa di diverso della loro persona, ma l’uno si fa appesantire ed annegare dal peso del denaro, l’altra invece ricevendo l’amore di Dio glielo rilancia perché ha scoperto che il gioco dell’avere e trattenere porta solo alla morte: la morte del fratello Lazzaro infatti l’aveva  trattenuta in un dolore inconsolabile. 

 

La nostra vita e la parola

 

Signore, siamo avidi di vita e tutto vorremo torcere a nostro vantaggio, ma tu  insegnaci ad entrare nella realtà in punta di piedi ammirando quanto essa è ricca della tua presenza.

 

7  Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura.

 

Gesù introduce deliberatamente un accenno alla sua sepoltura. Sembra a prima vista una nota stonata nel clima di serenità e di gioia che aleggiava in quel momento nella casa. Certo anche l’intervento di Giuda aveva creato qualcosa di stridente, ma Gesù non poteva seguirlo nelle sue ciniche considerazioni proponendo di avere per lui  considerazione ed amore visto che sentiva vicina la morte. La sepoltura infatti richiama con precisione al fatto che i giudei l’avrebbero preso ed ucciso. Ed allora è come se Gesù dicesse:Ecco mi dovete amore perché io andrò a morire’. E cioè : ‘ Non amatemi per quello che io sono per voi adesso, ma solo perché dopo io morirò. Amate in me non il vivo che sono, ma il morto che sarò’. Questi calcoli strani non si addicono al Maestro, ma un calcolo di amore e di rassicurazione sì. Se consideriamo il fatto che proprio vicino alla sua passione morte e resurrezione Lazzaro viene resuscitato, allora dobbiamo concludere che il miracolo del suo passaggio dalla morte alla vita non può che essere un segno di ciò che avverrà anche a Gesù. Le sorelle Marta e Maria  ormai sanno per esperienza che la morte non è più l’ultima parola e quindi quando Gesù accenna alla sua sepoltura il loro ricordo va subito al fratello che era morto, era stato sepolto, puzzava, ma poi era stato reso in vita da Gesù. Inoltre sanno anche Gesù è Figlio di Dio, che è resurrezione e vita. Tutto questo sanno e quindi quando sentono che Gesù parla della sua sepoltura è possibile che, pur rifiutandosi di credere alla sua futura morte, esse abbiano recepito la parola ‘sepoltura’ in modo diverso dagli altri. E Gesù in questo caso è come il contadino che semina e che sa che a tempo opportuno quel seme darà il suo frutto. Quell’accenno alla sepoltura infatti sarà per loro come una traccia preziosa che le aiuterà nei momenti bui a risalire più facilmente di altri verso la speranza della resurrezione.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, in ogni tua parola c’è sempre un dono. Non parli a caso. Ecco perché assieme alla tua santa Eucaristia non vi è niente di  più santo che meditare il tuo verbo per stamparlo nel nostro cuore perché ci cambi la vita.

 

8 I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».

 

Gesù insiste nel portare quelli che lo amano all’intensa percezione del fatto che la sua morte può avvenire da un momento all’altro. In questi giorni che precedono la sua passione si adopera perché ciò che avverrà dopo non trovi i suoi discepoli impreparati. Gesù quindi comincia a congedarsi dai suoi ma nello stesso tempo  accetta l’atto di amore di Maria come segno di amore dell’umanità verso la sua persona. Egli toglie  dalle mani di Giuda i poveri per restituirli a noi perché dopo la sua morte essi, con il loro volto, potessero vicariare il suo. Ogni volta quindi che ci troveremo di fronte ad un povero siamo autorizzati a vedervi il volto del Cristo, come pure quando faremo qualcosa per loro lo faremo per lui. E’ da notare che Gesù non dice che non lo avremo più, ma che non lo avremo’sempre’. Cosa vogliono dire queste parole? Noi sappiamo che dopo la sua resurrezione è apparso a tanta gente, ma poi con l’ascensione al cielo è ritornato nel seno di Dio, ma sappiamo pure che egli rimane con noi sotto le specie del pane e del vino  nell’Eucarestia, ed allora quand’ è che la percezione della sua presenza viene meno tanto da fargli dire che non sempre sarà con noi? Sicuramente quando noi volontariamente ci allontaniamo dal lui con il peccato oppure quando,  nella prova,  ci viviamo lontani da Dio. Ecco Gesù ci dice, molto tra le righe ma ce lo dice, che ogni volta che faremo sulla nostra carne l’esperienza d’essere abbandonati da Dio possiamo ricorrere al servizio de i poveri per ritrovarlo. In Gv 12 Gesù è il povero che viene servito da Maria, come sarà Gesù in veste di maestro che laverà i piedi dei suoi poveri discepoli. In questa scena, nelle sue due versioni, assistiamo ad un evento pari all’istituzione dell’  Eucaristia. Giovanni infatti, come fanno notare gli esegeti, al posto della cena del giovedì santo, mette l’episodio della lavanda dei piedi.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, guardare al povero immaginando la tua persona ci fa diventare strabici. Questo passaggio ci sembra inconcepibile perché preferiamo di gran lunga rivolgerci direttamente a te. Eppure tu ci dici che se vogliamo avere la nostra parte dobbiamo lavare i piedi dei nostri fratelli. Per tuo amore lo faremo, ma sostienici con la tua grazia perdonando il nostro poco coraggio.

 

[9]Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti.

 

Gesù già da qualche tempo non  è più un uomo privato, di cui nessuno si accorge, ma diventa sempre di più un personaggio pubblico grazie all’aver risorto il suo amico  Lazzaro. Tutte le sue azioni ed i suoi movimenti sono quindi seguiti sia da chi lo ama come pure da chi invece cerca con ogni mezzo di nuocergli. Il suo successo personale in questo momento è alle stelle. La gente però non cerca solo Gesù , ma vuole vedere Lazzaro e cioè  vuole constatare di persona ciò che è avvenuto. Teniamo presente che quando Gesù era arrivato  a Betania erano passati già 4 giorni dalla morte di Lazzaro e che quindi molti Giudei nei giorni precedenti erano venuti da Gerusalemme e dintorni per dargli l’estremo saluto. Ora tutte queste persone sentono il bisogno di vederlo da vivo per cancellare l’immagine di Lazzaro morto che conservavano nel loro cuore. Tutto ciò non poteva che amplificare la fama di Gesù e, come si direbbe adesso, lo portava inevitabilmente ad essere l’uomo in cima alle classifiche di popolarità del momento. Gesù, a pensarci bene, non fa niente per sottrarsi a questa popolarità. Era facilmente prevedibile infatti che ci sarebbe stato un via vai attorno a Lazzaro e quindi se Gesù lo va a trovare sa con certezza che anche lui sarebbe stato al centro dell’attenzione. Ed allora ci chiediamo: Gesù in questo momento aveva proprio bisogno di esporsi o sarebbe stato meglio per lui non farsi vedere da quelle parti visto che contro di lui stavano montando le forze delle tenebre? Gesù sceglie di stare vicino al suo amico perché percepisce che anche lui è sotto tiro e vuole quindi rassicurarlo con la sua presenza e fargli sentire da vicino come si può essere nella pace anche se si lotta contro il male: “ e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento”.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, alcune volte è necessario esporsi per amore. Quando ciò avviene abbiamo bisogno di tutto il nostro coraggio, ma sappiamo che ne abbiamo poco quindi mandaci il tuo Spirito perché ci ricordi  di chiedertelo sempre.

 [10]I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro,

La determinazione nel commettere il male stupisce sempre. Si è infatti più abituati a commetterlo in seguito ad una passione che fa perdere la testa, ma meno in seguito ad un freddo calcolo. Chi aveva deliberatola morte di Lazzaro e di Gesù non era un singolo uomo, ma addirittura i detentori del potere religioso: i sommi sacerdoti. Non ci troviamo infatti di fronte ad una cospirazione in cui si cerca di far morire il giusto, ma ad una deliberazione che sembra avere tutti i crismi della legalità. Certamente i sommi sacerdoti, ritenendosi non solo i vigili custodi dell’ortodossia, ma anche della  integrità fisica del popolo, volevano difendersi dallo sterminio ad opera dei romani. Questa paura dello sterminio però metteva sulle spalle del popolo un giogo così pesante da cancellare dal seno dello stesso popolo qualsiasi accadimento che potesse aiutarlo. Il potere religioso era caduto nelle mani di gente paurosa che mirava solo alla salvezza della propria pelle. Per loro valeva solo il calcolo politico e nient’altro. Si erano preclusi qualsiasi comunicazione con il Dio dei loro padri. Essi non si fanno prendere dal dubbio o se l’hanno fatto le loro conclusioni corrispondono alle loro premesse: aver tagliato i ponti con qualsiasi vera tradizione spirituale. Ci troviamo di fronte alla nuda e cruda gestione del potere che si arroga il diritto di vita e di morte su chi crede avversario. Neppure la resurrezione di un uomo li fa recedere dal loro proposito, anzi sembra che dia loro l’occasione per muoversi più in fretta. Gesù aveva capito tutto ciò e la sua presenza vicino a Lazzaro sottolinea la sua intenzione di confortarlo e prepararlo ai crudeli avvenimenti che si sarebbero succeduti da lì a poco.

La nostra vita e la Parola

Signore, tu ci sei sempre vicino anche nei momenti più crudeli della nostra vita quando saremmo propensi a crederci soli ed abbandonati. E’ questo che  ricaviamo dalla tua testimonianza sulla terra. Con la nostra immaginazione siamo così portati a vivere gli scenari che tu hai vissuto prendendo da essi spunto per essere pieni di speranza e certi che non ci abbandonerai mai.

[11]perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

La resurrezione di Lazzaro diventa il casus belli  che li rende determinati nel mettere fuori gioco Gesù. La risposta dei capi si fa atroce in quanto avevano ben capito che niente sarebbe stato come prima se non si fosse subito rimediato con l’uccisione degli attori principali: Gesù e Lazzaro.I Giudei toccavano con mano il distacco di una parte del popolo dal giudaismo e non potevano sospettare che questo movimento non era che l’inizio di un altro ben più vasto causato dalla passione, morte e resurrezione del Cristo. Come possiamo vedere alla base di un cambiamento di prospettiva così profondo vi è la constatazione inoppugnabile che qualcuno  (Lazzaro prima e Gesù dopo) è passato dalla morte alla vita. Un uomo che ha un cuore non può rimanere indifferente ad un simile evento. Solo chi deve difendere interessi illegittimi  si crea una corazza tale da non saper leggere ciò che anche i bambini, con i loro occhi innocenti, sanno vedere. Non dobbiamo pensare che siccome il Signore è stato ucciso allora nessuno gli credette. Il vangelo dice che molti credettero in lui e quindi continuarono a credergli anche durante la sua passione. I discepoli che erano in prima linea nel momento cruciale vennero meno, ma perché presi dalla paura d’essere uccisi, ma tanti altri che vissero quei giorni tremendi, anche se non potettero far niente per cambiare gli eventi, erano stati toccati profondamente nel loro cuore da Gesù.  Non è pensabile infatti che nel giro di una settimana chi aveva creduto possa essere passato di nuovo dalla parte avversa. I semi posti nel cuore di tanti da parte del Maestro non sono caduti solo in un terreno pieno di rovi, ma anche su un terreno buono. E Gesù in questi giorni ha presente tutte queste persone anche se sa che la loro fede è molto debole. Nel vangelo di Giovanni la lotta tra le tenebre e la luce è frontale e quindi ci vengono riportati quei passi della vita del Signore dove questo scontro si tocca con mano, ma questo taglio scelto dall’apostolo è necessario per faci intendere che  il Signore non è venuto solo per i buoni, ma per i peccatori. E se a prima vista sembra che le tenebre ghermiscono la luce tanto da spegnerla, quando tutto sarà finito, nel buio della tomba e delle coscienze, si accenderà di nuovo quella luce che farà ripartire il mondo donandogli una vita che non si spegnerà mai perché eternizzata dal sacrificio del Redentore.

La nostra vita e la Parola

Signore, spesso nella giornata ci sembra di vedere tutto buio e senza segnali indicatori che ci guidino lungo la strada. Vogliamo vedere a tutti i costi e se non vediamo siamo pieni di lamentele e di cattiverie verso il nostro prossimo. In tutto ci sforziamo e piangiamo sulla nostra inadeguatezza. Facci accettare la morte dei nostri sogni quando non sono i tuoi ed illuminaci con il tuo Santo Spirito.

Ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme

[12]Il giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme,

Tutti ormai avevano gli occhi puntati su Gesù e sui suoi movimenti. Funzionava il passaparola e quindi non c’è da meravigliarsi se addirittura una folla lo segue a Gerusalemme. Questa che vediamo è una folla che ormai ha capito dove indirizzare il suo bisogno di novità e di miracoli. Il suo eroe del momento è Gesù e quindi sapere dov’è, cosa fa, come lo si può incontrare è ciò che in questo momento la coinvolge di più. Questa voglia di seguirlo dapperttutto stride fortemente con ciò che avverrà dopo quando la folla preferirà Barabba a Gesù. Tuttavia possiamo chiederci se si tratta della stessa folla oppure di aggregati diversi che si muovono a seconda di che cosa o di chi li spinge. In questo caso sono spinti dal desiderio di vedere il taumaturgo che è riuscito a risorgere Lazzaro dopo che questi era morto da 4 giorni ed era già in decomposizione. Credo che nessuno avrebbe potuto sottrarsi al richiamo di vedere chi era riuscito a portare a termine un’impresa così grandiosa.  La morte è stata, ed è ancora oggi, un evento immodificabile nella vita dell’uomo. Non si può infatti sfuggire alla morte. Gesù però è riuscito a farla indietreggiare e quindi è comprensibile che tutti vogliano vedere l’autore di un simile prodigio. Nella pedagogia di Gesù però  l’incontro con la folla ha l’obbiettivo di imprimere nella loro mente che chi ha potuto riprendersi dalla morte l’amico può nello stesso tempo far ritornare se stesso in vita dopo la morte. Le parole che aveva detto a Maria portano a questa conclusione anche se non parlano direttamente della sua morte e della sua resurrezione:«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; [26]chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno.». Quando sotto la croce i suoi nemici gli rinfacciano di aver salvato gli altri, ma di non riuscire a salvare se stesso, essi  si rivelano dei lettori superficiali di ciò che è veramente successo. Lazzaro è morto e poi è risorto, nello stesso modo occorreva che Gesù morisse per poter risorgere ed offrire al mondo lo spettacolo della sua signoria sulla vita e sulla morte. L’entrata a Gerusalemme così legata temporalmente alla resurrezione di Lazzaro vuole rendere pubblica la sua signoria sulla vita e sulla morte perché una volta avvenuto il suo sacrificio cruento potesse rimanere nell’animo di chi lo amava  la speranza di rivederlo vivo. Forse di tutto ciò si trova traccia nelle parole dei discepoli di Emmaus quando ritornando ad Emmaus dicono a Gesù : [21]Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute.” (Lc 24). Sembra che essi nutrissero una speranza nascosta di rivederlo grazie proprio al miracolo della resurrezione di Lazzaro ed alle parole dette da Gesù. Certo si trattava di una tenuissima speranza, ma era quella che vi aveva seminato Gesù stesso.

La nostra vita e la parola

Signore, quando sembra che con una persona non ci sia più niente da fare tu ci inviti a guardare dentro alla nostra relazione con lui perché, nascosto in un angolino, ci sei proprio tu che ci  suggerisci la giusta modalità per far ripartire  il rapporto compromesso. Ci insegni così che quanto ci sembra morto ha sempre la possibilità di ritornare in vita sempre con il tuo santo aiuto.

[13]prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele!

 

Gesù si trova solo lungo la strada. Non si può pensare di starsene a casa, in città o in qualsiasi posto della terra pensando che prima o poi passerà. Certo si  può anche stare fermi aspettando il suo passaggio, ma in quell’attesa c’è già tutto il movimento dell’andare incontro e quindi si è già in cammino verso il Signore che sempre si fa trovare. La folla compiendo un gesto  di grande gratitudine verso il Maestro crede pure di trovarsi di fronte ad un uomo che come re d’Israele viene nel nome del Signore. Ciò che i capi dei Giudei temevano si stava avverando implicando, secondo la loro credenza, per tutto il popolo una serie di conseguenze disastrose. Se si considera che fra poco tutto lo scenario cambierà in modo tragico si può cogliere meglio lo stato d’animo del Signore. Da una parte una festa sincera, un agitarsi di palme, una speranza tenuta nel cuore da secoli che finalmente si vede realizzata, dall’altra, nelle tenebre, il crescere di una invidia mortale ed una serie di azioni tese a preparare una trappola per l’osannato re di Israele. Gesù di fronte alla complessità della vita che gli viene incontro non scappa via ma accetta d’essere attorniato da chi gli fa festa. Questo abbraccio è un gesto di rassicurazione e di benevolenza che Gesù fa verso la folla lasciando così intendere di sapere ben distinguere tra folla e folla, tra chi vuole che egli viva  e chi lo vuole morto. Gesù quindi mantiene la posizione perché la posta che si sta giocando è alta e quindi tutte le tessere del mosaico sono importanti e devono andare al loro posto. E per le tessere- azioni di Gesù il posto per eccellenza è fare la volontà del Padre. L’avvenimento della festa è unico, ma i significati che l’albergano, a seconda dei vari attori e delle loro attese, è diverso. Questi modi diversi di essere nell’evento hanno però una base comune che permette ai vari significati di essere presenti in modo legittimo. Questa base è la gioia, la benedizione, la riconoscenza. Ciò che invece rimane nel sottofondo presente, ma non esplicitamente messo a fuoco, è il significato per il popolo di questa proclamazione. Da una parte si potrebbe pensare che l’affermazione che attribuisce a Gesù il titolo di re d’Israele sia solo di carattere religioso senza alcuna implicazione di tipo politico, dall’altra invece che la folla si aspetti da Gesù delle mosse da re. E Gesù però darà una risposta che non lascia dubbi sul senso da dare alla sua entrata in Gerusalemme.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, con la tua entrata a Gerusalemme tu ci cogli nel momento in cui anche noi stiamo per entrare in mezzo alla folla che ci aspetta e ci chiedi: “Chi vuoi portare avanti in ciò che stai facendo te stesso o la volontà del Padre mio?”. Aiutaci a fare la scelta giusta.

[14]Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto:

Gesù preferisce un asinello ad un cavallo o ad un altro animale che possa dare di lui una figura distorta. L’asino è un animale umile, paziente, buono. Tuttavia anche se queste sue doti ben rappresentano Gesù egli lo scelse perché è un animale utilizzato per trasportare pesi. Il Maestro va incontro alla folla che lo acclama portando il suo dono più prezioso e cioè la sua persona caricata del peso del peccato. E’ un momento di grande gioia per Gesù perché sente avvicinarsi il momento in cui potrà restaurare, grazie al suo sacrificio, quel ponte che non permetteva più ai figli il ritorno al Padre celeste. Nello stesso tempo è un mostrarsi che vuole distogliere l’attenzione della folla dai grandi progetti politici che cominciavano a fare capolino nella testa di molti. Gesù quindi va incontro al suo carico e lo accoglie senza recriminare. Quando qualche volta ci capita d’essere più sensibili ai mali del mondo ci sembra di soffocare e di non avere scampo di fronte alla perversità umana che ci appare senza fondo. Quel fondo Gesù si appresta a toccarlo per poi risalire con tutti coloro che si sono fatti in qualche modo rischiarare della sua luce.

La nostra vita e la Parola

Signore, vienici a salvare dal fondo profondo del nostro essere perduto che non trova pace e diventa per noi una scia luminosa che tutto ravviva e ridà a ciascuno il suo posto di figlio di Dio.

 

 [15]Non temere, figlia di Sion!
Ecco, il tuo re viene,
seduto sopra un puledro d'asina.

Le parole di Gesù sono parole di pace che vogliono  rassicurare il cuore di chi teme di ricevere del male per il male ospitato nel proprio cuore. Molti infatti hanno la coscienza sporca e sono lì per vedere come si comporta il Signore. Ha la forza di contrastarli oppure no? Sono come i lupi attorno alla preda quando ancora non capiscono se sono più forti oppure devono desistere dalla caccia. Da una parte capiscono infatti di trovarsi di fronte ad un uomo non comune che ha compiuto dei miracoli, dall’altra però si trovano ad essere forti sia dal punto istituzionale, che da quello della loro convinzione politico-religiosa. Sono persone fatte della stessa pasta di Paolo, ma mentre per questi si trattava di un fanatismo sincero, per quelli invece di qualcosa legato profondamente alla malafede. Il Signore vuole però rassicurarli subito facendo intendere che non ricorrerà ai suoi poteri magici, anzi presentandosi su di un puledro d’asina vuole quasi fare la parodia di quanti invece mettono paura al popolo cavalcando destrieri da combattimento. E non cavalca neppure un’asina ma il suo puledro e cioè un animale che ancora non ha autonomia, ma è ancora legato alla madre. Sappiamo che Gesù aveva mandato espressamente i suoi discepoli a prelevare la sua cavalcatura e quindi la sua scelta non è stata casuale, ma come sempre e come si compete al Figlio di Dio, ogni sua azione ha un preciso significato. E quindi cosa si nasconde dietro a questa scelta all’apparenza casuale?  Il puledro dà l’immagine di una creatura dipendente e bisognosa ancora d’essere educata. Nel nostro immaginario non ci è difficile trovare  puledri sia di cavallo o di asino che orbitano sempre attorno alla  madre. Ed allora possiamo servirci di questa immagine  per accostarci a Gesù che cavalca un puledro che, come sappiamo dagli altri evangelisti, ’nessuno aveva mai montato’. Ecco è come se Gesù volesse dire ai suoi interlocutori: “Vedete io ho fatto prodigi e miracoli di fronte a voi e non è servito a niente. Voi volete scalciarmi via dalla vostra vita. Io non sono venuto per soggiogarvi, ma voi mi trattate con lo stesso odio che avete contro chi vi domina. Ora vengo a voi su un puledro che non è stato mai montato e voi sapete quanto sia difficile per  un animale che ha vissuto sempre libero ricevere una soma o essere montato da una persona. Eppure vedete questo puledro d’asina ha mostrato più sensibilità e disponibilità di quella che voi avete per me.”. Il Signore è da questo trono ben particolare che proclama la sua regalità cercando di spostare la loro attenzione dall’attesa di una regalità forte ad un qualcosa di diverso da scoprire mettendosi in relazione con lui. Il Signore sa di trovarsi di fronte ad un muro e che difficilmente i suoi interlocutori capiranno la sua lezione, ma egli non rinuncia a parlare loro alla sua maniera perché sa che tutte le sue azioni diventeranno per gli uomini di tutti i tempi occasione di riflessione e di scoperta delle sue vere intenzioni.

La nostra vita e la Parola

Signore, anche noi spesso ci troviamo nell’atto di addentare la preda indifesa, ma ti chiediamo di mandare sempre qualcuno a dorso di un asino per ricordarci come non siamo venuti qui sulla terra per dominare, ma per servire i nostri fratelli.

[16]Sul momento i suoi discepoli non compresero queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che questo era stato scritto di lui e questo gli avevano fatto.

Oggi noi sembriamo degli illuminati rispetto ai discepoli, ma è solo un’apparenza. Noi usufruiamo  infatti di secoli di riflessione sui testi biblici e se siamo credenti, e non necessariamente dotti, sappiamo comunque con certezza che Gesù è Figlio di Dio. Per i discepoli invece era tutto nuovo ed essi non potevano intendere la profondità di senso che c’era dietro ogni azione del Maestro. A differenza della nostra mentalità razionalistica i discepoli di Gesù ci insegnano che si può seguire un Maestro anche se tutti i passaggi della sua vita o del suo insegnamento non  sono chiari. Essi non lo seguivano per la dottrina, anche se rimanevano affascinati da un insegnamento dato con autorità, ma perché ad uno ad uno essi erano stati conquistati da Gesù. La via del discepolo quindi si discosta dalla via del dotto perché egli vuole intendere il suo oggetto d’amore con il cuore. Tuttavia sarebbe sbagliato, quando sorge il desiderio di conoscere più a fondo le circostanze di pensiero e di cultura in cui visse il Maestro, farsi ignoranti per amore. In questo caso infatti si tratterebbe di non voler conoscere di proposito la vita dell’amato per più amarlo. Altra cosa invece è far dipendere il proprio amore per il Maestro da un’acquisizione di elementi intellettuali che  ne spieghino la natura. La via per accostarsi al Figlio di Dio è quindi quella dell’amore, ma nello stesso tempo quella della conoscenza in quanto quando si ama si è naturalmente portati ad aprirsi e ad esporsi a nuovi orizzonti, che sono poi quelli in cui Dio ci conduce e si specchia per darci la possibilità di gettare uno sguardo sulla sua intima vita. A distanza di tempo però anche i discepoli aiutati dallo Spirito santo riescono ad intuire il suo insegnamento ed a farne tesoro per la gioia di tutti i credenti. Anche per noi ritornare indietro a considerare la vita passata può diventare  un’occasione  interessante per scoprire come alcuni avvenimenti hanno in sé una tale  carica di liberazione che il loro principio attivo ha ancora tutta la forza di riverberarsi nel nostro presente ed agire ancora. I discepoli però si ricordarono di ciò solo dopo che Gesù fu glorificato e ciò ci fa capire che anche il nostro ritorno al passato non può essere un’azione di rapina come se per vivere bene ci mancasse un pezzo da recuperare nel cimitero dei ricordi e di cui ci appropriamo credendo che quel pezzo sia quello giusto per farci vivere bene. Solo quando il recupero avviene all’insegna dell’amore esso va a buon fine. Ed amore significa volontà di vivere, ma non di vivere per portare avanti la propria vita quasi che essa fosse un nostro possesso, ma volontà di vivere per donarla a noi stessi ed agli altri. Solo se il punto di fuga è aperto verso ciò che è non-io, anche se in prima istanza deve passare per la ricostruzione dell’io, solo allora potremo beneficiare di tutta la ricchezza del nostro passato.

La nostra vita e la Parola

Signore, per quanti passaggi della vita ci hai condotto dove noi non capivamo veramente ciò che ci stavi facendo, ma ora guardando indietro dobbiamo solo ringraziarti di averci fatto fare il tuo stesso cammino avendo nella tua la nostra mano.

[17]Intanto la gente che era stata con lui quando chiamò Lazzaro fuori dal sepolcro e lo risuscitò dai morti, gli rendeva testimonianza.

Stare con lui ecco la cosa più importante di tutte. Non si può pensare di vedere risuscitare un morto se non si è con lui. E’ nel suo campo di azione che avvengono i miracoli, non prima, né dopo, né altrove. Già a qualcuno verrà in mente che questa affermazione restringe in modo indebito l’intervento di Dio al fatto di conoscere Gesù. Oggi sappiamo che Dio può parlare aqualsiasi uomo sia esso cristiano, animista , buddista o quant’altro, tuttavia per chi conosce Gesù la via è una sola e cioè quella di dimorare in lui. Nelle altre religioni esistono sprazzi di cristicità, ma nel cristianesimo abbiamo lo stesso Cristo che si dona a noi e ci comunica la sua divinità assieme a quella del Padre e del Figlio. Per noi quindi Gesù non è un profeta come un altro, la sua parola non è uguale a quella dei libri ispirati di un’altra tradizione. La sua luce è la più splendente, la più vera, la più colorata di amore che esista. Sì, Gesù è una luce colorata d’amore, non è una luce fredda di cui il cervello, desideroso di conoscenze, si bea. La conoscenza infatti invade la mente e la riempie ed il suo contenuto lo accogliamo come in uno stato passivo. Siamo cioè dei recipienti in cui viene versato il contenuto della conoscenza. Gesù però ci propone qualcos’altro. La  vita infatti che ci dona non è conoscenza ma puro amore. E come possiamo capire  cos’è quest’amore se non nel modo in cui egli ci ama? Per questo è importante starsene lì, a Betania assieme ai giudei, davanti alla tomba di Lazzaro e stare a guardare che cosa succede. Succede che nell’aria risuona la parola creatrice di Dio che ridà la vita a Lazzaro. Non è quindi una parola che dà conoscenza, ma una che dà vita. E com’è fatta una parola che dà vita?  Una parola che dà vita è piena di sentimento, di commozione, di cuore. E’ una parola che dà, che offre vita all’altro. Stando lì davanti anche noi siamo toccati dalla magia di questa parola che però, attenzione!, non è magica, non è una formula che basta pronunciare perché ottenga risultati. E’ una parola che coinvolge chi la dice, che parte dalle sue viscere. Ed allora quando vogliamo ‘dare vita agli altri’ non possiamo che seguire il modello di Gesù e cioè dobbiamo pregare con tutta l’intensità di cui siamo capaci, ma  con l’avvertenza che la secchiata di vita che Dio concederà a quella persona sarà data, non secondo le nostre miopi proiezioni, ma come  risposte alle domande di vita che quella persona nasconde gelosamente nel suo cuore. Allora amare come Gesù è un essere attivi e cioè un uscire dalla passività per donare qualcosa e se questo qualcosa aspira ad avere impresso nel suo protendersi il sigillo della parola creatrice di Gesù allora sarà una parola pregna del suo mondo, di quello del Padre, dello Spirito santo e di tutte le esistenze che operano per il bene, e cioè degli angeli e delle anime sante del Purgatorio e della celeste Gerusalemme.

La nostra vita e la Parola

Signore, questo uscire da noi stessi per attingere al tuo modo di dare vita ha bisogno della tua costante presenza. Concedici quindi d’essere sempre, quando ci prende la velleità di cambiare gli altri, davanti alla tomba di Lazzaro ad ascoltare la tua parola di vita perché essa ci penetri e ci metta a registro con la tua verità e santità.

[18]Anche per questo la folla gli andò incontro, perché aveva udito che aveva compiuto quel segno.

Nella fantasia collettiva la resurrezione di un morto non è una cosa di poco conto, anzi è un evento di grande impatto. Cosa infatti patisce di più l’uomo se non la morte, se non quello stillicidio che comincia per ognuno fin da piccolo quando vede che il sepolcro inghiotte persone a lui molto care. Lazzaro doveva essere una persona molta conosciuta a Gerusalemme e quindi la sua morte e resurrezione era negli occhi nel cuore di molti. La folla quindi quando si muove porta dentro di sé la visione di Lazzaro risorto grazie alla potenza dell’uomo Gesù. A questo punto ci si può chiedere:Ma com’è stato possibile che la folla potesse osannare così tanto Gesù e nel giro di pochissimo tempo, neppure una settimana, cambiare il suo umore tanto da non intervenire nel momento cruciale quando bastava un suo grido per liberarlo! Il tempo lontano in cui questi fatti sono avvenuti a volte ci distorce i tempi le implicazioni reali delle persone che vi hanno partecipato. Ad es. ci potrebbe venir naturale pensare a due folle, una perversa che chiede la morte di Gesù e l’altra buona che lo osanna. Tuttavia se consideriamo gli eventi e come le notizie si diffondevano rapidamente a Gerusalemme dobbiamo concludere che dal momento della cattura di Gesù alla fatidica domanda di Pilato c’è stato il tempo perché tutta  Gerusalemme sapesse cosa stava accadendo. Ed allora dobbiamo chiederci come sia stato possibile un mutamento così repentino.  La prima risposta potrebbe essere quella legata al timore che la folla aveva dei suoi capi, ma forse bisogna cercare più a fondo perché questo mutamento appaia più comprensibile ai nostri occhi. La folla allora ci appare completamente stordita per il  fatto di non riuscire più  a mettere assieme l’immagine  di Gesù, grande uomo che ha il potere di resuscitare un morto tanto da essere acclamato dal popolo re, con l’immagine  di un pover’uomo bastonato che non ha più la gloria e il potere di prima perché ora è incapace di liberarsi. La folla di fronte a Gesù insanguinato ed in ceppi è delusa e non sa più cosa pensare. Visto però il risultato, un re coronato di spine, si tira indietro e rientra completamente nelle fila della tradizione e,  per farsi perdonare lo sbandamento di prima, rescinde ogni rapporto con Gesù chiedendo a Pilato che sia tolto dalla faccia della terra un testimone per loro ormai scomodo. Non si trattava quindi di una folla diversa, ma della stessa folla che sa fare calcoli veloci perché alle sue spalle non ha conoscenze approfondite e quindi è esposta a cambiare continuamente umore secondo le circostanze. Gesù non muore però per la folla, ma muore davanti alla folla ed al popolo per toccare il cuore di ogni singolo volto uomo che ha il coraggio o anche l’odio per guardarlo. Ed è al cuore di ogni singolo uomo che Gesù vuole guardare e quello sguardo scambiato con i suoi crocifissori lavorerà per tutta la vita di ciascuno di loro come un appello al cambiamento ed alla riappacificazione.

La nostra vita e la Parola

Signore, anche noi spesso ci comportiamo come la folla cercando nelle circostanze della vita ciò che più ci conviene invece della tua verità. Aiutaci allora ad alzare il nostro volto verso di te perché possiamo accogliere il tuo sguardo come portatore di perdono e di pace.

[19]I farisei allora dissero tra di loro: «Vedete che non concludete nulla? Ecco che il mondo gli è andato dietro!».

C’è da sentirsi sconfitti quando la gente segue in massa ciò a cui si è contrari. Ed i farisei provano lo   stesso scoramento di chi constata che il suo potere non ha più presa sulla gente, ma si sta sciogliendo come neve al sole. Diversi sono gli stati d’animo presenti nei vari attori di questa festa: Gesù, la folla ed i farisei. Gesù entra da re su un puledro d’asina e più che godere della sua gloria cerca di far riflettere sulla realtà. Non entra come un messia conquistatore ma come un re che vuole imporsi solo con l’umiltà e la dolcezza, D’altra parte percependo che Gerusalemme è impaurita per tutti i suoi tradimenti le invia messaggi di rassicurazione. La folla invece, abbagliata dal miracolo della resurrezione di Lazzaro, finalmente capisce che può sottrarsi al dominio dei capi perché ha trovato finalmente un vero capo. La gioia della folla è immensa e si esprime con acclamazioni, benedizioni e mantelli che si gettano per terra al passaggio del Maestro. La folla si fa fare solo da ciò che vede e diventa incontenibile nella manifestazione dei suoi sentimenti. I Farisei invece ingoiano bocconi amari perché improvvisamente realizzano di aver perso il controllo della situazione e che non c’è più niente da fare perché Gesù è ormai il solo ed unico conquistatore della piazza. Chi si rende conto di ciò che veramente succede è Gesù tanto da apparire ai volti festanti della folla un po’ strano e fuori luogo. In quel momento infatti, anche se in un angolo se ne stanno gli invidiosi farisei, non c’è nulla da temere perché ciò che si celebra è la vittoria sulla morte e nello stesso tempo la speranza di un futuro diverso fondato su un re veramente magico. Ed invece Gesù dice : “Non temere Gerusalemme…” e con questa frase spiazza tutti. Il Maestro ci vuole dire che la grana della realtà non è fatta solo di ciò che si vede ma include sempre uno sfondo che è bene tener sempre presente specialmente nei momenti clou di un’azione o di un avvenimento. L’insegnamento del Maestro quindi ci mette in guardia dall’essere ingenui sul mondo che ci circonda anche se ci proibisce di gioire quando s’ha da essere contenti. Essere vigili sulla realtà ci permette infatti di mettere a fuoco non solo la figura ma anche sfondo in modo che dal loro insieme possiamo modulare il nostro atteggiamento perché sia una vera risposta agli avvenimenti che ci interpellano sia nelle pubbliche vesti della folla che in quelle subdole e nascoste dei Farisei. .

Gesù annunzia la sua glorificazione attraverso la morte

[20]Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c'erano anche alcuni Greci.

 

I Greci di Gv 20 erano delle pie persone che simpatizzavano per il Dio di Israele. In Giovanni 7,35 si parla dei Greci come possibile popolo alternativo ai Giudei a cui il Signore avrebbe potuto rivolgere la parola: “Dissero dunque tra loro i Giudei: «Dove mai sta per andare costui, che noi non potremo trovarlo? Andrà forse da quelli che sono dispersi fra i Greci e ammaestrerà i Greci?”. E sappiamo  dagli Atti degli apostoli che la parola di Dio veniva rivolta anche ai Greci: (Atti 19:10)” Questo durò due anni, col risultato che tutti gli abitanti della provincia d'Asia, Giudei e Greci, poterono ascoltare la parola del Signore.”. Inseriti in questo punto del vangelo essi hanno il compito di richiamare l’attenzione sul carattere universale della persona e del messaggio di Gesù. Arrivano in questo momento come gli avamposti di una schiera che non si potrà più contare  e cioè di quelli che riceveranno la salvezza per i propri peccati da una radice diversa da quella che conoscevano. I loro riferimenti infatti erano nella sapienza umana come ci conferma Paolo: (1Corinzi 1:22 ) “E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza”; ed in un altro passo: (Romani 1:14)Poiché sono in debito verso i Greci come verso i barbari, verso i dotti come verso gli ignoranti”. Questi Greci che si trovano a Gerusalemme hanno però qualcosa di diverso dalla loro cultura di provenienza  perché hanno abbandonato la ricerca della sola sapienza umana per accostarsi al Dio d’Israele che parla agli uomini attraverso gli avvenimenti storici. Per noi sono un esempio di una sana inquietitudine che li ha portati a cercare in un terreno diverso dalla loro cultura di appartenenza. Anche oggi ci troviamo di fronte a una folla immensa che ha smesso di cercare all’interno della nostra cultura cristiana per farsi fecondare da altre culture e da altre religioni. Ciò che li muove è il desiderio di non rimanere asfissiati da una cultura di riferimento che non sa più stimolarli e si crogiuola in un modo d’essere cristiani volto più al mantenimento del proprio orticello  che all’annuncio del tesoro di salvezza che è stato loro affidato dal Signore perché venga distribuito a tutti. Una Chiesa che non sia essenzialmente missionaria è una chiesa che si ripiega su se stessa  e che rischia quella tremenda tiepidezza che lo stesso  Signore teme di trovare tra i suoi.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, insegnaci a conoscerti per amarti sempre  più in modo da avere in Te quel punto di fuga necessario per una religiosità non ripiegata su se stessa e  tesa  solo al raggiungimento della propria egoistica salvezza. Scoprirti come il vero ed unico tesoro della nostra vita ci permetta di beneficiare delle ali del tuo Santo Spirito per annunciarti ai fratelli che non ti conoscono.

 

[21]Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

 

Forse i Greci si avvicinarono a Filippo per via che egli era del nord della Galilea e quindi più vicino all’influenza greca di quanti lo fossero gli abitanti della Giudea. L’evangelista non ritiene inutile questa precisazione e quindi essa deve aver un qualche valore che cercheremo adesso di scoprire. Essendo il Dio di Israele un Dio che si rivela nella storia allora la sua presenza si può cercare in tutti gli interstizi della storia degli uomini anche se minimi. E quindi se il Dio di Abramo non è un Dio che crea nell’hic et nunc un rapporto così avvolgente da toglier ogni significato agli eventi, al dove e al quando, allora ogni suo intervento è sempre in relazione alla  collocazione spazio-temporale del suo interlocutore umano ed alla sua storia personale. Sono le sponde umane dei suoi inviti e dei suoi messaggi che creano qua e là quelle riverberazioni significanti che contribuiscono a dare lo spessore umanamente credibile agli interventi divini. Che Filippo fosse di Betsaida non è quindi un particolare insignificante ma il tramite adeguato perché quella richiesta di vedere Gesù potesse arrivare al destinatario finale con tutti i crismi della chiarezza e dell’intensità dei richiedenti. Inoltre questo desiderio di vedere Gesù che non può essere esaudito attraverso l’intervento diretto degli stessi Greci ci fa capire quanto sia importante nella nostra adesione al cristianesimo l’esistenza di altri fratelli nella fede. Non si può arrivare al nocciolo di una fede matura se non attraverso la conoscenza e  la comunanza di vita con  quanti a quella fede hanno creduto prima di noi. Paolo ebbe un incontro diretto e forte con il Signore, ma poi dovette conoscere ed avere un’abitudine di vita con i suoi fratelli nella fede  accettando da loro una sorta di periodo di decantazione del suo impatto con il Signore. Nel vangelo forse è l’unico episodio in cui troviamo in modo così esplicito questo ardente desiderio di essere introdotti alla presenza del Maestro. Anche Erode aveva voglia di vedere Gesù tanto che quando lo vide se ne rallegrò : (Luca 23:8 )Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui.”, quindi non possiamo concludere che il desiderio di vedere Gesù sia legato ad una sincera apertura verso le cose spirituali (Giovanni 3:3: “Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio”), oppure si tratti di semplice curiosità. Forse dalla risposta di Gesù si può risalire al senso vero di questo desiderio dei Greci vederlo. Per adesso contempliamo l’aprirsi in alcuni uomini di uno spazio desiderante che vuole essere colmato dalla presenza e dalle parole di Gesù. Questo per adesso ci basta per interrogarci sulla qualità del nostro desiderio di vedere e conoscere Gesù. Il nostro desiderio è almeno intenso come quello dei Greci tanto da farci fare delle azioni concrete nella storia oppure il nostro approccio è solo di tipo mentale e culturale. E’ tutto il nostro essere che vuole incontrarlo oppure ci basta metterlo nella serie delle cose che vogliamo conoscere e d avere nella nostra lista della spesa quotidiana? Il nostro essere vive alla sua presenza ed assieme a quelli che ci possono introdurre più profondamente alla sua presenza oppure crediamo che anche in campo spirituale funzioni ilfai da te’?

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, spesso vorremmo arrivare direttamente alla tua presenza saltando ogni tipo di mediazione storica, ma siamo finiti per cacciarci in un’infinità di labirinti che ci allontanavano sempre di più dalla tua presenza. Per colpa del nostro orgoglio abbiamo spesso messo da parte i tuoi santi testimoni, vivi e presenti su questa terra, per inseguire le fole e le mode del mondo. Oggi però meditando sulla tua vita capiamo quanto siamo aiutati dal nostro prossimo che con la sua presenza addolcisce il nostro modo mentale di vivere la fede.

 

 

[22]Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.

 

Anche Andrea era di quella parte della Galilea vicina ai confini dove i pagani, e quindi anche i Greci, erano numerosi. Questi si erano rivolti a Filippo forse perché conosceva la loro lingua. Filippo non va da Gesù direttamente ma lo dice prima ad Andrea. Sembrerebbe che i due sentano il bisogno di presentarsi assieme davanti al Maestro  per attirare maggiormente la sua attenzione.   Gesù doveva essere attorniato da tante persone, tutte giudee, e quindi sarebbe stato difficile per dei Greci presentarsi direttamente, ma forse sarebbe stato difficile anche per il solo Filippo attirare l’attenzione di Gesù su dei pagani quando il Maestro stesso aveva detto più volte che egli erano venuto per le pecore perdute della casa di Israele. Se Filippo ed Andrea decidono di andare a parlare a Gesù è perché si sentono motivati. Essi quindi non sono solo gentili verso quelle persone ma, con la loro iniziativa, vogliono far presente al Signore che quei pagani conosciuti nella loro vita, in quanto abitanti ai confini della Galilea, anche loro aspettano una parola di salvezza. I due discepoli quindi non si comportano solo da tramiti neutri, ma, con il loro darsi da fare, intuiscono che la figura di Gesù non possono tenerla solo per il popolo ebraico di cui fanno parte. La vita di Gesù volge al termine e forse non è un caso che questi pagani si presentino proprio adesso. La loro presenza è importante in quanto ci troviamo qui nello snodo di scorrimento veloce che cambierà il rapporto tra Dio e gli uomini grazie appunto alla passione e morte del suo figlio Gesù Cristo. Fra poco la redenzione sarà disponibile per tutta l’umanità e non solo per il popolo eletto. Ed i Greci sono i primi, tra i pagani, a trovare uno spazio che sarà ricordato per sempre all’interno di un avvenimento così immenso da riguardare non solo loro ma l’umanità di tutti i tempi.

 

La nostra vita e la parola

 

Signore, in un mondo di steccati come il nostro, dove l’accesso ai beni materiali e spirituali è così ingiustamente diviso, fa che non ti sequestriamo a nostro uso e consumo ma permettici di farti conoscere da chi ancora non ha goduto della tua presenza e della tua luce.

 

[23] Gesù rispose: «È giunta l'ora che sia glorificato il Figlio dell'uomo.

 

Questa frase possiamo capirla solo grazie alla competenza che in quanto cristiani ci siamo fatti della vita del Cristo vista nei suoi riferimenti biblici:

 

Salmi 101:14 Tu sorgerai, avrai pietà di Sion,

perché è tempo di usarle misericordia:

l'ora è giunta.

Matteo 26:45 Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l'ora nella quale il Figlio dell'uomo sarà consegnato in mano ai peccatori..

Giovanni 17:1 Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te.

Apocalisse 11:18 Le genti ne fremettero,

ma è giunta l'ora della tua ira,

il tempo di giudicare i morti,

di dare la ricompensa ai tuoi servi,

ai profeti e ai santi e a quanti temono il tuo nome,

piccoli e grandi,

e di annientare coloro

che distruggono la terra».

Apocalisse 14:7 Egli gridava a gran voce:

«Temete Dio e dategli gloria,

perché è giunta l'ora del suo giudizio.

Adorate colui che ha fatto

il cielo e la terra,

il mare e le sorgenti delle acque».

Apocalisse 14:15 Un atro angelo uscì dal tempio, gridando a gran voce a colui che era seduto sulla nube: «Getta la tua falce e mieti; è giunta l'ora di mietere, perché la messe della terra è matura».

L’ora è legata alla vita storica di Gesù. ma attraverso di essa passa la mano dello stesso Dio, del suo giudizio e della sua misericordia. Sembra che Dio pur essendo intervenuto lungo i secoli nella vita degli uomini non aspetti altro  che si compia quest’ora per glorificare il Figlio e far sgorgare dal suo cuore  tutto l’amore infinito di cui è capace. Appare anche chiaro che Dio non può dare il suo giudizio fino a quando tutta la sua volontà di salvezza non si manifesti completamente nella vita del Figlio. Solo dopo la morte del Figlio, comunque essa potesse accadere, solo a bocce ferme il giudizio di Dio poteva essere giusto. Questo ‘essere giusto’ non si riferisce al fatto che Dio sia più o meno giusto, perché Dio è sempre giusto, ma  al fatto che avendo egli creato l’uomo a sua immagine e somiglianza per salvarlo è ricorso alle sue stesse risorse divine attraverso l’incarnazione e la morte in croce del Figlio. Egli non ci ha dato di meno di quello che dall’inizio aveva immaginato per noi e cioè la sua stessa vita divina. Il peccato quindi non ha fatto recedere Dio dal suo progetto ma lo ha solo sottomesso al dominio del tempo. L’ora di Gesù è una delle tappe più importanti della nostra salvezza. Gesù sarà glorificato grazie al suo irrevocabile amore per noi uomini che rende visibile e palpabile l’amore stesso del Padre per noi.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, ogni volta che compiamo la tua santa volontà tu prendi dimora in noi e ci glorifichi. La nostra gloria quindi è la tua presenza e quindi perché essa sia sempre con noi : “…non ci indurre in tentazioni, ma liberaci dal male”

 

[24]In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.

 

Il chicco di grano è la divinità del Figlio che dimorava nei cieli della beatitudine divina. Questo chicco è caduto sulla terra come vi sono caduti i primi uomini dopo il peccato. La terra primitiva creata per gli uomini dall’amore di Dio si trovava nelle vicinanze delle dimore divine, quella che noi conosciamo oggi  partecipa anch’essa alle conseguenze del peccato. La terra soffre per questa caduta e come gli uomini aspira  alla liberazione. Il Signore partecipa a questa caduta nel senso che volontariamente decide di entrare in questo mondo facendo una scelta opposta a quella dei progenitori. Questi cercarono di farsi simili a Dio peccando di superbia, il Cristo invece si fa simile all’uomo rivelandoci la santa radice dell’umiltà. I progenitori non vollero morire alla passione di farsi simili a Dio e per questo rimasero soli e cioè senza Dio. Gesù, novello Adamo, è morto a tutto per riportare i suoi fratelli a Dio.  Gesù ci dice che la sua ora è arrivata nel senso che questo mistero della morte diventerà pubblico in modo che tutti potranno vedere come l’amore che porta per gli uomini non recede di fronte a niente, neppure di fronte alla morte. Sarà questo passaggio attraverso le tenebre della morte il collante indistruttibile che legherà a lui uomini e donne di tutti i tempi. La categoria della morte sia quella fisica che quella legata alle passioni  negative diventa il cardine su cui deve girare ogni vita umana che voglia portare molto frutto. Un servo non può essere da più del suo padrone e, se anche noi non siamo più servi ma siamo diventati amici del Signore, tuttavia la sua lezione rimane la stessa: se vogliamo portare molto frutto dobbiamo renderci disponibili a morire a noi stessi. Facile a dirsi, ma nella pratica questo corpo non vuole saperne di morire e si ribella. Eppure anche se sentiamo un’avversità verso questo modo di parlare del Signore dobbiamo ammettere che, a partire dalla natura e così andando avanti nel campo umano in quello dell’educazione, tutto si fonda su un rimescolamento di carte (morte) che poi permette nuove acquisizioni (resurrezione). L’intelligenza non può tirarsi indietro di fronte a questa evidenza tuttavia il nostro cuore proprio recalcitra e cerca di tenere sempre il minimo, ma vi sono momenti in cui non possiamo giocare più a nascondino e dobbiamo decidere se vogliamo rimanere da soli o portare molto frutto. Il Signore per primo ci ha dato l’esempio.

 

La nostra vita e la parola

 

Signore, la nostra querula umanità si lamenta, ma non sa fino in fondo che tu ci sei sempre vicino e ci aiuti con la tua protezione ed i sette santi doni del tuo Santo Spirito. La tua divina presenza ci convinca a scegliere sempre di morire ma solo per amore e non per costrizione.

 

[25]Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna.

 

Chi cerca il suo piacere perde la sua vita. Qui viene enunciato un principio che di fatto discrimina, se ben ci si pensa, l’uomo dall’animale. La ricerca della propria soddisfazione personale è come se spingesse l’uomo verso orizzonti sempre più ristretti. Il suo sguardo infatti diventerebbe in modo forzoso continuamente attratto dal soddisfacimento dei suoi bisogni. Tutto diventerebbe mezzo per recare sollievo al bisogno continuo di godere. Ci insegna Victor Frankl che la felicità il piacere non  possono essere intenzionate direttamente dall’uomo pena, come dice Gesù, la perdita della sua vita, ma esse arrivano sempre a ridosso di un’azione morale ( servire un’ideale, una persona ecc.). Dal momento che l’uomo è stato fatto ad immagine di Dio egli porta in se stesso qualcosa di infinito che non può essere soddisfatto dalle cose finite. Entrare in una coazione a ripetere azioni  con un orizzonte limitato pretendendo da esse ciò che loro non possono dare significa condannarsi prima o poi ad una inappetenza letale. Infatti se si cercano soddisfazioni e piaceri in cose o attività limitate e limitanti succederà di sicuro che la coscienza umana, che è la vigile testimone di tutto ciò che avviene, inizierà a difendersi e a diffidare di tutto ciò che l’io  presenta come felicità tout court. Quando poi l’uomo non ottiene ciò che vuole ecco che  cercherà di prendere per il collo la realtà pretendendo da essa ciò che non può dare oppure cercherà sempre più di evitarla visto che non sa dare ciò che sembra promettere. La vita diventa un inferno anche perché il piacere che si vuole è voluto anche dagli altri. Si entra quindi in una competizione che in breve tempo distrugge quel piacere di cui si vuole godere. Odiare la propria vita, come suggerisce Gesù con una parola forte, significa odiare un modo d’impostarla volta esclusivamente alla soddisfazione dei propri bisogni e desideri. Una vita aperta all’orizzonte degli altri e di Dio trova sempre il modo di essere alimentata, ma il suo alimento è frutto di dono e non del proprio sforzo. Nel regno di Dio non ci si sforza, ma ci si dona. Nel dono c’è anche fatica ma la qualità di questa fatica è fin dal primo momento libera dall’ombra del rivendicare indietro quanto si è dato e soprattutto libera dall’avere un proprio tornaconto personale. Certo è difficile entrare in questa dimensione, ma ad essa si può arrivare lasciando che lo Spirito del Signore operi dentro di noi facendo sì che apprendiamo dai nostri errori  o dalle nostre ingenue ricadute fondate sulla pigrizia. Il fatto poi che tutto ciò non sia una lezione appresa una volta per tutte è perché in questa vita noi dobbiamo imparare a chiedere aiuto al Signore e quindi dal momento che di nostro siamo sempre portati a fare i nostri interessi personali ecco che la vita, invitandoci continuamente a prendere delle decisioni, ci offre lo strumento perché noi possiamo, tramite il nostro atto libero, uniformarci al volere di Dio che non ci promette piccoli fuocherelli provocati da cerini che si consumano velocemente, ma fuochi infiniti che si alimentano all’inesauribile sorgente della sua stessa vita.

Gesù in questo momento continua a confermare la sua libera decisione di amarci fino alla fine: perderà la sua vita terrena per guadagnare per sé e per noi quella celeste.

 

La nostra vita e la sua parola

 

Signore, fa che  la nostra vita sia un dono e non continuo calcolo sul piacere che possiamo ricavarne. La tua vita luminosa, offerta per noi sulla croce, ci insegni come vi è più gioia nel dare che nel prendere e soprattutto ci dia la forza di azioni conseguenti.

 

 [26]Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà.

 

Ricordiamoci che il Signore ha appena fatto il suo ingresso a Gerusalemme su un puledro d’asina ed è stato acclamato re d’Israele dalla folla. Gesù quindi fa sapere ai Greci, e quindi a noi, e ai giudei che nel suo regno lo si può servire. Sembra che egli lo voglia inaugurare subito e quindi invita coloro che vogliono seguirlo a farne parte. Il Maestro propone ai suoi seguaci un modo di stare assieme che è diverso da quello dei potenti. Questi si separano dai loro amministrati e vivono in superbi palazzi, invece Gesù  promette al servo che non avrà un posto diverso da quello dove lui stesso abiterà. Ora noi sappiamo che le parole di Giovanni : (1Gv 4,16) “chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” sono attribuibili per antonomasia al Cristo, e quindi ci diventa facile tirare questa conseguenza: se il Maestro dimora in Dio anche noi, se lo serviremo, dimoreremo con lui in Dio. Il luogo quindi dove si incontreranno i servitori del regno  è Dio. Gesù usa la parola servo perché questa parola esprime in modo pregno qual è l’atteggiamento normale che devono avere gli abitanti del suo regno: il servizio. Qui il Signore fa una specie di bando per arruolare coloro che lo seguiranno. Egli insiste sul servizio perché nel suo regno non si comanda, ma si serve.

Gesù ci propone una militanza esclusiva dove dove, per dare un vero servizio, occorre tenere gli occhi e gli orecchi ben aperti.. Per seguirlo infatti occorre non perderlo di vista, ma comportarsi come i cagnolini che non possono stare lontani dal loro padrone pena una grave depressione che può portarli anche alla morte. I sensi del discepolo devono stare all’erta perché il Signore non si mostra direttamente, ma attraverso persone ed eventi. Solo un atteggiamento di servizio può farci sentire quel filo di  profumo che ci porta direttamente a lui. La promessa di Gesù per coloro che lo seguiranno e che lo stesso Padre celeste  onorerà la loro vita. Questo invito alla sequela cade in un momento in cui, fra non molto, si vedranno i discepoli Signore andarsene via perché scioccati dagli eventi ed impauriti dalle minacce dei capi dei Giudei. Gesù quindi promettendo ai discepoli che il Padre stesso li onorerà vuole imprimere nella loro mente che non si tratta di una sequela qualsiasi e che non si sta abbracciando una ideologia per cui non vale la pena vivere e morire. Essi nelle difficoltà staranno nello stesso posto di fiducia e di amore dove si trova il loro Cristo e cioè si troveranno abbracciati dal  Padre celeste.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, fa che il mattino possiamo subito sintonizzarci con lo splendore della tua persona rimanendo consapevoli che la tua gloria te la sei meritata con il servizio di noi uomini.

 

[27]Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora!

 

Notiamo subito come la  percezione della sua imminente morte non getta Gesù in una disperazione sconsolata, né in una chiusura di se stesso al mondo ed al suo Padre celeste. Se guardiamo alla nostra esperienza dobbiamo constatare che quando ci succede qualcosa di grave  ci sentiamo così avviliti che o ce la prendiamo con il mondo intero oppure ci rifugiamo in noi stessi tagliando i ponti con tutti, compreso il Padreterno. Lo splendore del nostro Maestro ci insegna che non si può vivere alcuna cosa che sia degna d’essere vissuta se non in stretto rapporto con Dio. Il suo parlare a voce alta davanti a i suoi discepoli ha un sottotesto molto più importante che è il suo dialogo con il Padre. Infatti quando la sua identità di figlio affiora nel discorso, come per un inciso, essa getta luce sul vero interlocutore che sta alla base di ogni azione e di ogni parola di Gesù. Gesù in questo momento è come se fosse in pausa di relazione con il mondo e parlasse a voce alta con se stesso nello stesso momento che altri lo ascoltano. In quest’attimo ( ora l’anima mia… e che devo dire?) sta considerando tutta la sua opera, tutta la sua vita e ne vede i risvolti d’azione che essa ha avuto e come abbiano portato all’ora presente. La sua è stata una vita attivissima, una vita presa da una decisione e cioè quella di ricollegare il cuore dell’uomo a quello di Dio. Nella vita di Gesù notiamo ancora come egli non è stato mai condizionato dagli eventi, non nel senso che gli eventi non abbiano avuto su di lui una risonanza, ma che il male non l’ha mai potuto piegare ai suoi tempi ed alle sue decisioni. E cioè il Signore non ha sprecato il suo tempo a lottare nel campo  dell’avversario, ma ha donato se stesso sempre nel suo ed il maligno è sempre stato costretto a giocare nel campo di Gesù. Egli in questo momento non si fa piegare dall’avversario, ma gli si consegna. La sua ora è arrivata perché i tempi sono maturi: il popolo d’Israele sa della sua venuta, i discepoli, futura chiesa, gli stanno vicini, il messaggio di salvezza è stato annunciato e quindi egli è pronto per firmare con il suo sangue la nuova alleanza. Il Signore quindi non subisce la storia, ma come un vero re ne indica i tempi di svolta. Abbiamo molto da imparare da questo atteggiamento del Maestro perché seguendolo possiamo anche noi vivere non trascinanti dal caso, ma come figli del Padre che srotolano su questo terra il meraviglioso tappeto di delizie che egli ha ci preparato. Anche noi però dobbiamo essere pronti per l’ora che viene, ora che si presenta a noi continuamente nel volto dei fratelli che vogliono vivere una vita degna d’essere vissuta.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore vi sono momenti in cui tu ci chiami a vivere la nostra ora in modo forte. Che non avvenga mai di trovarci soli ed abbandonati a noi stessi ma saldamente attaccati alla vite dove scorre la linfa che risale fino alla vita eterna.

 

[28]Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L'ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!».

 

Il richiamo alla sua ora del versetto precedente lo indirizza immediatamente alla fonte primaria della sua vita e cioè al Padre. La preghiera rivolta al Padre perché glorifichi il proprio nome davanti agli uomini è la sua esplicita richiesta che si compia quanto il Padre ha voluto per la salvezza degli uomini. Questo modo di rivolgersi al Padre è un modo diverso per dirgli: “sia fatta la tua volontà”. Quando Gesù fa questa preghiera sa che sarà esaudito e che il compimento della gloria del Padre passerà per il suo corpo attraverso la  passione e la morte. Il suo chiamare a viva voce il Padre è anche un atto di umiltà in cui il Signore far volgere gli occhi dei presenti all’autore ed ispiratore di tutta la sua azione di salvezza. perché  considerino la lunghezza, l'altezza e la profondità dell’amore del Padre per gli uomini. Il Padre risponde confermando la sua volontà di salvarci e di continuare questa sua opera fino al compimento. Ed il compimento sarà dato nel battesimo che verrà assicurato ad ogni uomo che voglia rispondere all’amore infinito di Dio. Il Padre ed il Figlio qui dichiarano il loro eterno amore per l’uomo e come per la sua salvezza mettono in gioco se stessi fino in fondo, senza mezzi termini, senza incrinature. Per l’uomo che è normalmente tanto permaloso e diffidente questa dichiarazione è proprio quella che ci vuole dal momento che solo un amore infinito può soddisfarlo. Niente che sia meno di Dio può convincerlo a dare totalmente il suo cuore. Di fronte ad un amore così totale l’uomo è disposto anch’esso ad amare senza riserve. La vita dei santi è un esempio splendente di quanto può un uomo se si sente amato.

Gesù quindi chiama in causa il Padre ed il Padre risponde. Era importante che il Padre si facesse vivo perché altrimenti si sarebbe potuto pensare che questo Padre, continuamente presente nei discorsi di Gesù non avesse una sua esistenza indipendente, ma fosse una specie di paravento dietro cui Gesù si nascondeva per portare avanti le sue teorie. Il Padre aveva parlato un’altra volta al Figlio quando al momento del battesimo si era compiaciuto di lui, ora al termine della sua vita sulla terra fa risentire la sua voce come conferma del suo operato. E di questa conferma c’era bisogno perché nel giro di pochi giorni quel Gesù che ora abbiamo visto entrare glorioso in Gerusalemme sarà irriconoscibile tanto sarà sfigurato e quindi quelle parole del Padre: ”di nuovo lo glorificherò!” sono il suggello dell’operato del Figlio come a breve sarà manifesto. Chi quindi lo riconoscerà anche nella versione dello svuotamento della sua immagine gloriosa riconoscerà la modalità divina di testimoniarci un altro tipo di gloria la cui peculiarietà non è quella di colpire i sensi grossolani dell’uomo, ma quelli che la grazia fa sbocciare ad un più intendere e ad un più amare.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, questo tuo tremendo amore ci fa sentire piccini e carichi di una responsabilità troppo grande. Se non fosse per le tue parole: “Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” non sapremmo come farvi fronte. La verità è che anche in questo sei stato molto generoso pagando tu stesso il nostro debito e liberandoci dall’antica paura che gli uomini avevano del Padre celeste.

 

[29]La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato».

Leggendo questo versetto viene da interrogarsi con apprensione sulla reale capacità umana di interpretare in modo corretto la realtà. Ed infatti ci vengono in mente le volte che siamo rimasti sorpresi del fatto che ciò che noi vedevamo non arrivava neppure lontanamente alle soglie della coscienza di coloro che ci stavano vicini. Qualcuno ha detto che la vita è un sogno ad occhi aperti e se questa forse è un’esagerazione, tuttavia in momenti e tempi diversi, questa è una verità che si verifica a macchia di leopardo lungo tutta l’esistenza umana. Alcune cose le vediamo, altre no. Eppure tutti viviamo nello stesso mondo, facciamo, dal punto di vista dei riferimenti oggettivi, la stessa esperienza. Dio parla ma nessuno, salvo il Figlio, ne sa riconoscere la voce. I presenti interpretano quelle parole come un tuono o come incomprensibili parole di un angelo. E qui si misura chiaramente la lontananza degli uomini da Dio e la tendenza ad incanalare i suoi interventi in qualcosa di estraneo o addirittura da temere. I popoli primitivi spesso attribuivano a Dio certe espressioni violente della natura. Questa paura di Dio e questa intrinseca incapacità di immaginarlo in modo umano, e cioè in dialogo con l’uomo, è intrinsecamente radicata nel peccato. L’uomo peccatore teme il suo prossimo, ma di più teme Dio e quindi è portato a leggere nelle violente espressioni della natura  fenomeni l’espressione irata del volto di Dio. La folla che stava vicino al Signore è condizionata da questo imprinting prodotto dalla coscienza d’essere peccatori. Chi però tra di loro è più vicino al Padre percepisce che qualcosa di sacro è avvenuto,  ma non come qualcosa che li riguardasse direttamente. Anche a noi capita la stessa esperienza e cioè di percepire che  qualcosa d’importante sta succedendo ma di non avere le chiavi di lettura per interpretarlo correttamente.. Gesù figlio attento del Padre e perfetto esecutore della sua volontà ha perfettamente inteso quelle parole e  si presta a far da tramite per i suoi interlocutori umani.. Tuttavia non possiamo pensare che Dio parli per farsi intendere solo da Gesù perché in questo caso non ci sarebbe stato bisogno di far risuonare nell’aria le sue parole. Egli aveva cominciato secoli prima con il suo popolo una scuola della Parola e quindi qualcuno ha certamente inteso quelle parole, forse gli apostoli o qualcuno che era tra la folla, ma non era folla.Gesù però è colui che ci porta alla vera comprensione delle parole del Padre e se non fosse venuto noi saremmo morti di paura e nel peccato come sarebbe successo ai fratelli di Giuseppe se non l’avessero incontrato in Egitto. I fratelli ed il padre Giacobbe potettero sfuggire alla carestia, e quindi alla morte, grazie al perdono di  Giuseppe. Gesù è il novello Giuseppe che ci dà la vita e ci insegna a parlare con il Padre. Le parole di Dio che mai uomo avrebbe potuto ascoltare Gesù le ha pronunciate in suo nome perché noi potessimo comprenderle e non avere più scuse nascondendoci dietro al fatto che Dio parlava in modo incomprensibile. La carne, il sangue, le parole del nostro Salvatore sono le lettere dell’alfabeto di Dio e quindi a noi tocca solo prenderle in mano e studiarle  a di abbecedario. La nuova alfabetizzazione umana comincia e finisce in Gesù Cristo e Paolo l’aveva capito quando afferma in Filippesi 3,8 : “Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo .”.

La nostra vita e la Parola

Signore, come densi mattoni gli eventi rischiano di accumularsi in noi per formare alti muri che ci privano della tua presenza. Donaci il tuo Santo Spirito perché possiamo sempre leggerli alla luce della tua Parola.

[30]Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi.

Dio quindi invia i suoi messaggi perché siano intesi e ciò vuol dire che essi hanno in sé tutta la forza e la capacità di comunicare. Quando ci lamentiamo dicendo che Dio non ci parla mai siamo dei bugiardi perché vorremmo che la santità di Dio si abbassasse per assumere le nostre ristrette categorie mentali. L’unico svuotamento di se stesso per arrivare al nostro livello di povertà e cioè di pura sofferenza, ma non di peccato, Dio l’ha fatto con l’incarnazione di  Gesù suo Figlio e nostro fratello. Ora che cosa voleva comunicare il Padre ai presenti? Anzitutto che la sua gloria era presente in mezzo a loro in Gesù (...E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre" Gv. 1:1,14).e poi cominciare ad avvertirli dell’esistenza di un tipo di gloria diversa da quella che loro conoscevano. Il Padre infatti rimane glorificato non solo nel corpo di Gesù acclamato dalla folla per i suoi miracoli, ma in quello crocifisso. Queldi nuovo lo glorificherò’ significa che la vicenda dolorosa del Figlio sarà occasione, per l’uomo che ritorna a Dio, di glorificare il Padre che ha dato il suo Figlio prediletto per la salvezza di molti. Certo il Padre riceverà gloria anche dal corpo risorto del Figlio, ma in questo momento a noi interessa sottolineare come la gloria del Padre è tutta presente anche nella passione e morte del Figlio. Ed è qui che noi uomini dobbiamo cominciare a cambiare il nostro modo di pensare la gloria. A noi viene spontaneo infatti collocarla vicina al successo. Chi ha successo vive momenti di gloria. Ora invece nella vicenda umana di Gesù notiamo come il Padre ci comunica che glorificherà il suo nome attraverso la vicenda tragica del Figlio. Il Padre così guadagna per noi uomini nuovi terreni di speranza e di vita. Egli infatti riscatta l’uomo che soffre, l’uomo su cui si riversano le disgrazie della vita dicendogli che attraverso la sua sofferenza può glorificare il Padre. Una sofferenza non masochista, ma quella che la stessa vita ci porta, può diventare occasione di redenzione. Il messaggio di liberazione è che quella sofferenza vissuta alla maniera del Figlio porta in sé un messaggio di gloria e di gioia che permette alla stessa sofferenza di viversi in modo diverso e cioè non presa solo dal suo dolore. Il Signore in croce ce ne dà un esempio quando trova tempo e spazio interiore per accogliere il buon ladrone e per affidare alla Madre il figlio ed il figlio alla Madre.  Le anime più sensibili che guardavano il Signore sofferente sulla croce, come ad es. Maria, avevano occhi per vedere la gloria del Padre che si riverberava sul corpo innocente del Figlio. Questa gloria si sprigiona dall’atto di Amore del Padre e del Figlio verso l’umanità ed il suo modo di esprimersi non ha niente che ci ricordi il successo mondano ma affonda le sue radici in un quid di indimostrabile ma di percepibile solo da un cuore che ama.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, noi vogliamo continuamente far girare il disco della nostra gloria e facciamo carte false pur di ascoltarla. Facci allora alzare lo sguardo verso il legno della tua croce in modo che gli ardori della nostra importanza possano smorzarsi davanti alla verità gloriosa del tuo amore.

 

[31]Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori

 

Con la cacciata dei progenitori dal paradiso terrestre è iniziato ad esistere un tipo di mondo diverso da quello immaginato dal Creatore per i suoi figli. Principe di questo mondo è Satana. Egli ha preso possesso del mondo come si prende possesso di un regno e come se gli appartenesse di diritto. Cerchiamo allora di capire come questa nobiltà che si è autoattribuita sia fondata sulla falsità. Satana credeva di non poter essere sottomesso al giudizio in quanto il giudizio su se stesso l’aveva emesso da sé allontanandosi dalla vita celeste preparata da lui dal Padre. L’idea poi di essersi accresciuto nel potere l’aveva ricavata dalla caduta dell’uomo. La disobbedienza originaria aveva fatto credere a Satana che questo Dio si comportava come, per dirla in termini umani, uno scienziato pazzo che  non riesce più a controllare ciò che ha creato. La tentazione a cui sottopose Adamo ed Eva aveva alla base la convinzione che l’esistenza di una realtà alternativa a quella di Dio non poteva che essere vincente sull’uomo. E ciò voleva dire che il bene portato avanti da Dio non era l’unica soluzione possibile per la vita di coloro che erano usciti dalle sue mani. Di di per sé non aveva alcun merito era solo venuto fuori per primo dal seno della vita ma non per questo non erano possibili modalità di vita fondate su altri principi quali ad es. il male, la menzogna, l’apparenza, l’odio ecc. Su questa falsa convinzione il principe di questo mondo aveva regnato fino alla venuta di Gesù.  E’ vero che doveva combattere contro il bene, ma questa lotta era per lui inscritta all’interno di un quadro temporale in cui alla fine la vittoria sarebbe spetta a lui ed ai  suoi seguaci. Ora invece Gesù annuncia apertamente che il principe di questo mondo ne verrà cacciato via. Come può Gesù dire questo legando questa cacciata all’ora’? Come mai non l’ha cacciato via prima ad es. all’inizio della sua vita pubblica? Il presupposto del regno del maligno è che chiunque si trovi nella condizione umana non può che venire prima o poi dalla sua parte. Anche Gesù quindi nel momento della prova gli avrebbe ceduto o comunque nel caso di resistenza avrebbe subito la stessa sorte riservata agli altri (i profeti e in genere gli uomini di Dio) e cioè la morte. La morte è usata dal principe di questo mondo come arma per porre fine all’esistenza dei giusti e renderli quindi inefficaci nell’adempimento della loro opera. Gesù qui dichiara che ora verrà emesso un giudizio sul principe di questo mondo di fronte al quale egli non potrà far niente se non subirlo rendendo evidente a tutti che la sua presa su questo mondo era limitata e perdente. Egli sarà svergognato e perderà la faccia perché non se ne andrà fuori con le sue gambe, ma ne verrà cacciato via. Satana che aveva creduto di poter decidere della sua vita e quindi per analogia sulla vita  tutti ora subirà l’affronto d’essere preso per il colletto è spazzato via dal quel mondo che avrebbe dovuto essere la sua dimostrazione a Dio che di lui e della sua verità non importava un fico secco a nessuno.

 

La nostra vita e la parola

 

Signore, quante volte il maestro dell’inevitabilità di alcune decisioni peccaminose ha dovuto sloggiare dal cuore dell’uomo e quante volte vi è ritornato credendosi ancora una volta vincitore. Chi però ti ha abbracciato solo una volta sa che il perdono del Padre che ti è costata la vita è un perdono senza rimpianti e senza condizioni.

 

[32]Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».

 

Da una parte quindi il principe di questo mondo ne sarà cacciato via dall’altra una forza immensa attirerà a Cristo tutti gli uomini. Non alcuni, ma tutti. La salvezza quindi è per tutti. Viene allora subito la domanda : come mai allora miliardi di persone non hanno conosciuto il Cristo? Forse perché non è così importante conoscerlo in vita rimanendo un punto certissimo che Gesù rimane il perno attorno a cui gira il mondo. Quanti bambini non hanno conosciuto uno o tutti e due i  loro genitori rimanendo  indubitabile che da essi sono stati generati! Allora dobbiamo comprendere bene come nel mondo si è inserita una forza di liberazione inarrestabile, ma che essa per agire, dal momento che ha voluto seguire la via storica, rispetta il divenire umano. Questa forza non si impone quindi come una presenza paragonabile ad un evento che tutti possono vedere nello stesso istante e che di suo può attirare le masse umane. La forza esiste ma opera dove i piedi di coloro che possono portarla arrivano concretamente. Questa linea storica è stata inaugurata dal Figlio attraverso la sua incarnazione e cioè la sua sottomissione alla linea del tempo ed alla testimonianza di quelli che, credendo, hanno il compito di far conoscere al mondo la buona novella. Gesù non attira tutti a sé con una forza costrittiva che azzererebbe la nostra libertà umana, ma con la dolcezza della sua proposta che si fa ferma e potente in quel suo darsi totalmente pur di testimoniarci un amore che non ha paura di niente, neppure della morte. Se allora non agisce la forza di Cristo e se egli rimane l’unico mediatore tra Dio è l’uomo come si possono salvare quelli che  non lo conoscono? La Chiesa, nostra madre, insegna che chi in vita non conosce Cristo ma ama  sarà salvo perché gli applicherà i meriti del Figlio.  Possiamo allora concludere che Dio è ingiusto dal momento che da alcuni si fa conoscere più intimamente mentre da altri no? Di fronte a questo interrogativo non dobbiamo cavarcela dicendo che tutto ciò è un mistero che un giorno ci sarà rivelato da Dio, perché è come se ancora una volta pensassimo che Dio è ingiusto, ma dobbiamo sviluppare una riflessione che parta sempre dall’inizio della nostra storia con Dio. Ricordiamoci che già Dio nella sua bontà ci aveva dato la possibilità di avere un rapporto con lui immediato ed in potenza esteso a tutti quelli che sarebbero usciti dai lombi dei progenitori. Ed allora se guardiamo agli inizi chi si è ritratto dal rapporto Dio o l’uomo? L’uomo si è

ritratto e quindi le conseguenze di questo suo atto si sono riversate su tutte le generazioni future. Dio non poteva riproporsi di nuovo nello stesso modo perché era stato rifiutato dall’uomo e quindi, grazie alla sua grande misericordia, ne ha trovato un altro che per noi è più doloroso, ma che ci assicura un totale rientro tra le sue braccia. Questa volta però per proporsi agli uomini Dio si veste di una natura umana e continua a proporsi nella storia attraverso l’umanità di quelli che lo conoscono e lo amano. Concludendo quindi possiamo dire che per la salvezza non è necessario che si conosca Gesù, ma per l’uomo in generale è stato necessaria l’incarnazione del Figlio di Dio perché senza questa l’uomo non avrebbe potuto ritornare a Dio. Ora che gli altri conoscano questa buona novella non è una cosa in più che si può fare o no , ma una necessità fondata sul dovere di dire al nostro prossimo per intero tutta la verità.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore ci è rimasto dentro un ricordo del tuo paradiso terrestre e vorremo che quella condizione di benessere, di pace e di amore, l’avessimo su questa terra come un diritto per il solo fatto di esistere. Se però ci guardiamo in giro dobbiamo prendere coscienza che le cose sono più complesse e che se vogliamo comprenderle dobbiamo risalire all’origine dei fatti e delle motivazioni. Così ci dai la vita intera per fare a ritroso questo cammino lasciandoci però intendere che l’accettare il cammino del ritorno significa ritrovare nel presente la tua forza che ci attira e ci ridona Dio.

 

[33]Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire.

 

Gesù inaugura un modo di essere che accompagnerà tutti coloro che si rifaranno al suo nome e cioè la compresenza nel loro animo di due sentimenti che sembrano escludersi a vicenda: la gioia ed il dolore. Cosa nuova nel panorama umano dove si vive di più la compresenza di altri due stati d’animo e cioè il dolore e la tristezza e nei casi peggiori la disperazione. Nel nuovo testamento ci imbattiamo in frasi come questa:( Gv 15:11)” Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.” Dobbiamo quindi credere che anche in Gesù, maestro della gioia, nello stesso momento in cui parlava della sua morte fosse presente una misura traboccante di gioia. La ragione non può capire questa strana alchimia che permette al piombo di diventare oro. Nella seconda lettera ai Corinzi assistiamo a questa incredibile trasmutazione: (7,4) “Sono molto franco con voi e ho molto da vantarmi di voi. Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione.”.  Dobbiamo quindi metterci alla ricerca del segreto, che non è una mitica pietra filosofale, che permette questo cambiamento. Eccolo: (Ebrei 12:2) “… tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio. . La gioia del Cristo era quella di portare al Padre, come bottino, i suoi fratelli. Gesù anche nel dolore fisico più tremendo era consolato dall’immensa gioia  di poter liberare i suoi fratelli dalle mani del nemico. Egli viveva nella certa speranza della vittoria e questa si riverberava nel suo presente inondandolo di una gioia che non cancellava il dolore, ma gli toglieva quella spina maledetta che lo rendeva incline alla ribellione e all’allontanamento da Dio. Dopo questa prova in cui satana sperava di uscire vittorioso è dato a tutta l’umanità l’occasione di riconciliare il dolore con la gioia. Se infatti riusciamo a collegare il dolore ad una motivazione più alta ecco che la prospettiva stessa del dolore cambia per diventare in noi motivo di gioia: Il segreto sta quindi nel saper donare, come fece Gesù, il nostro dolore in obbedienza ai disegni provvidenziali di Dio. Il dolore quindi, quando ci si presenta, diventa una strada da percorrere perché porta dentro di sé i segnali indicatori di un piano divino che ci riguarda da vicino.

La nostra vita e la Parola

 

Signore, il dolore spesso ci getta in uno stato di lutto e di abbandono. Ora ci rendiamo sempre più conto che grazie al  tuo esempio noi possiamo accettarlo nella gioia  facendone anche un’occasione per capire che cosa vuole da noi il nostro Padre Celeste.

 

[34]Allora la folla gli rispose: «Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo rimane in eterno; come dunque tu dici che il Figlio dell'uomo deve essere elevato? Chi è questo Figlio dell'uomo?».

 

Le perplessità dei Giudei sembrano plausibili. Essi intendono bene che Gesù sta parlando della sua morte in croce cosa però che non riescono a mettere assieme a quanto loro conoscono del Cristo. I commentatori di questo versetto tuttavia non sanno risalire ad un passo dell’Antico Testamento dove si affermi che il Cristo rimane in eterno. Si doveva quindi trattare di un sapere diffuso presso il popolo ma non direttamente rivelato. I Giudei in effetti colgono nella sostanza una realtà vera riguardante il Cristo, l’eternità, solo che essi non potevano accettare l’idea che il Cristo potesse morire. Noi non dobbiamo meravigliarci della difficoltà che provano i Giudei nell’accettare il suo modo di proporsi perché una diversa comprensione della sua persona poteva passare solo attraverso una sequela che fu però, nei momenti critici, anch’essa insufficiente. La verità è che mentre il Cristo tra i discepoli viveva in un ambiente di grande fiducia, ammirazione ed amore, quando era in mezzo alla folla poteva subire attacchi di persone che non gli credevano e cercavano ogni occasione per prenderlo in castagna.   Gesù poi proprio per difendersi da questi attacchi e per non dare se stesso inpasto ai porci’ aveva elaborato un sistema di intelligente nascondimento e così il suo essere ‘Figlio dell’uomo’ diceva e non diceva e comunque era un modo per invitarli alla ricerca per arrivare prima o poi ad una verità sulla sua persona. I giudei giustamente chiedono lumi al Signore ed egli come vedremo risponde ma su un piano diverso da quello che loro si attendono.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, spesso ti nascondi dietro gli avvenimenti per farti cercare. Solo la preghiera ed un caldo rapporto d’amore può rivelarci dove sei e Chi sei.

 

[35]Gesù allora disse loro: «Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove va.

 

Le questioni teologiche non interessano Gesù e quindi egli risponde mettendo sotto ai loro occhi la realtà. E qual’era la realtà nella quale essi erano immersi? La luce. Semplicemente la luce. I Giudei ed i loro capi erano invitati da Gesù a non perdersi dietro questioni puramente teoriche, ma ad approfittare della su presenza nello stesso modo di chi approfitta della luce per muoversi perché nelle tenebre non saprebbe dove dirigere i propri passi. Se Gesù li invita vuol dire che la sua luce poteva effettivamente raggiungere i loro cuori. Sappiamo dalla storia che queste persone non hanno cambiato il loro atteggiamento verso Gesù, ma possiamo concludere che le loro difficoltà erano oggettive e che anche noi al loro posto saremmo stati costretti a condannarlo? La verità è che solo coloro che nei fatti avevano rescisso il loro rapporto con Dio potevano portare avanti una parte così dura verso il Maestro. Certo ci rimane difficile capire il mistero di un cuore umano che si rifiuta alla luce, ma non possiamo accusare o gettare ombra su Dio quando ciò avviene? O dovremmo lamentarci con Dio per la sua perfezione? Certo possiamo farlo perché essa ci costa umanamente tanto, ma se egli ci invita alla sua intimità è perché vuole per noi l’unità, la bontà, la verità e la bellezza . Diversamente sarebbe un idolo che falsamente attira l’uomo verso ciò che non potrà mai saziare il suo cuore. Solo l’ Infinito che dona effettivamente ciò che promette può saziarlo veramente. Il senso del suo opporsi piuttosto che fuggire e rifiutarsi ad un confronto è che la sua luce si opponeva effettivamente alle tenebre, ma non per il gusto della differenza o dell’estetico gusto del chiaroscuro, ma perché egli è venuto proprio  per i peccatori che sono da raggiungere lì dove hanno le loro misere e disperate spelonche. Egli ha avuto il coraggio di far fronte a tutto un modo distorto di concepire il rapporto con Dio e degli uomini tra di loro. Egli però non era solo un predicatore  ma operando nella luce chiariva le sue parole con le opere. Era un uomo coerente che nessuno poteva convincere di peccato e che quindi trovava opposizione solo da parte di coloro che erano schierati con il regno del maligno. La sua luce era vera luce, vera possibilità e realtà di una vita diversa. Gesù non spargeva attorno a sé favole, ma vita, luce, possibilità di realizzare i grandi fini di cui un cuore umano si sente capace. Se invece le sue parole e le sue opere non fossero stati vera luce per i passi dell’uomo allora il cristianesimo sarebbe tutto un bluff  fondato sul suo bisogno d’essere attirato dal magico e dall’irrazionale. Egli nostra luce ce la dà perché noi possiamo sempre sapere dove e con chi stiamo andando.

 

La nostra vita e la sua Luce

 

Signore, tu che dalla croce ci hai attirati tutti  a te, fa che la Luce del tu Santo Spirito non tramonti mai sulla nostra vita.

 

[36]Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce».

 

Nel mondo materiale non abbiamo bisogno di credere alla luce perché la vediamo, mentre per accedere alla luce del mondo spirituale occorre anzitutto credervi. La luce c’è ed è alla reale portata di tutti ma la sua diventa una esistenza effettiva solo per coloro che la vogliono. Quelmentre’ è da intendersi sia come opportunità per gli interlocutori del Cristo di poter usufruire della sua luce, sia in riferimento alla durata della vita del singolo uomo. Tutta la sua esistenza infatti,  in ogni suo momento, può diventare per lui una buona occasione per accedere alla luce divina. E non potrebbe essere diversamente perché noi non possiamo che aspettarci atti buoni dal nostro Dio e soprattutto atti legati a giustizia: (Mt 5,45) “ perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.”. E’ bene ripetercelo continuamente che Dio è buono e perfetto(“Mt 5,48 “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.”) perché noi siamo portati a dimenticarlo ed a credere che Egli faccia preferenze dando ad alcuni la luce e ad altri no. Questo sì che è un modo umano di pensare. Tutti quindi hanno la possibilità di avere la luce, ma è ineludibile che sia l’uomo a fare il primo passo per cercarla. Ma come può cercarla se non la conosce? Sappiamo che non è così perché egli è stato creato ad immagine del suo Creatore e quindi conosce già la luce. Quando il suo cuore si chiude ecco che egli viene invaso dalle tenebre e la vita gli diventa un inferno. Se ancora ‘ricorda’ allora può sempre mettersi nella condizione di distaccarsi dalla situazione di tenebra in cui vive e ritornare alla luce del Padre: (Lc 15,16-18) “Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te;”. Il figliol prodigo nelle deserte lande della rincorsa al soddisfacimento delle sue passioni era fuori di sé, ma sia la fame, sia il ricordo della bontà del Padre ( della sua luce) gli permettono di ricordare e ritornare.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, quale grande consolazione è quella di sapere che la tua luce non si trova in posti inaccessibili, ma alla portata del nostro cuore. E’ sufficiente un nanosecondo per iniziare il cammino verso la casa del tuo Padre celeste e tu hai donato la tua vita perché questo fosse possibile: grazie.

36a Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro.

Come la luce che spende nel mondo spirituale ha bisogno d’essere cercata perché possa esistere realmente nell’ambito di ogni soggettività umana, così Gesù portatore fisico di questa luce deve essere cercato dai suoi interlocutori. Questo è il senso del suo apparire e poi nascondersi agli occhi della folla. L’offerta della sua presenza come il suo tentativo di riconciliare l’uomo a Dio sono chiari e senza mezzi termini ma hanno sempre di mira la debolezza umana e vogliono che l’uomo possa decidere con un libero movimento del cuore. E’ quindi completamente estraneo a Gesù un modo di far proseliti fondato sulla ripetizione ossessiva e martellante della propria verità. Il Figlio dell’uomo parla, ma soprattutto agisce e la sua vita è totalmente coerente con quanto dice. Ogni tipo di fondamentalismo trasforma di fatto la parola di salvezza in un killer spietato perché vuole piegare gli uomini al corpus di dottrine della  fede religiosa che predica. In questo tipo di approccio domina il Libro come unica autorità che può normare la vita dell’uomo. Per i seguaci del Cristo non può essere così perché la stessa parola del Salvatore non solo è stata detta in un contesto storico ma soprattutto è stata spiegata grazie alle ispirazioni ed ai chiarimenti del Salvatore, dopo la sua resurrezione, e dello stesso Spirito santo disceso sugli apostoli riuniti collegialmente assieme alla Vergine. E’ quindi importante la Parola, ma anche la tradizione ed è di questi due pilastri che una fede matura non può fare a meno. Il nascondersi del Signore vuole anche indicare che non tutto si può spiegare con la parola perché occorre che l’altro a cui è stata inviata la parola faccia un suo personale cammino che lo porti a cercare ancora quella luce che gli aveva toccato il cuore. Il testo non ne accenna ma altre volte il Signore si allontana perché  i Giudei volevano ucciderlo. E’ molto probabile quindi che anche in questa occasione egli si nasconda per lo stesso motivo.

La nostra vita e la Parola

 

Signore, solo se rimaniamo attaccati alla vite possiamo percepire la fresca linfa  che ci scorre dentro. Se però ti accorgi che rischiamo di seccare potaci perché non proviamo gusto alcuno ad essere bruciati, ma invece ci riempie di tanta gioia pensare sapere che qualcuno potrà gustare i nostri frutti.

 

Conclusione: l'incredulità dei giudei

[37]Sebbene avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano in lui;

 

 

Con queste parole viene definitivamente liquidata ogni possibilità per noi di credere solo attraverso i segni o i miracoli. Chi per credere vuole miracoli rimarrà a bocca asciutta. E non crediamo però che tra questi rientrino poche persone perché se siamo onesti fino in fondo dobbiamo confessare che la maggior parte di noi vorrebbe, se non un miracolo, almeno che il rapporto con Dio fosse fondato su  evidenze matematicamente controllabili. A ben pensare sarebbe per noi umani un vero guaio perché per il principio di reciprocità anche noi dovremmo essere visibili e matematicamente controllabili da parte di Dio. Il guaio di noi umani è che poniamo sempre a Dio questioni pretendendo da lui delle risposte, ma non pensiamo mai che come gli chiediamo prove e giustificazioni del suo operato così pure anche noi dovremmo dargliele. Ora chiediamoci se siamo all’altezza di un simile confronto e se possiamo sederci di fronte a Dio come se fossimo pari. Quindi in seguito a questi ragionamenti  possiamo capire come la via della rivelazione progressiva scelta dal Padre dopo il peccato d’origine non è altro che un’ulteriore atto di amore nei nostri confronti.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, anche la tua lontananza è un atto intenso di amore e tanto più grande perché per primo si priva del suo oggetto d’amore: l’uomo. E noi che abbiamo sempre piccoli pensieri  non riuscivamo a capire il perché del tuo nasconderti. Ora sappiamo sempre di più che sei Santo, tutto e sempre Santo in ogni tua decisione. Aiutaci a rendercene conto e ad avere verso di Te solo un briciolo del tuo stesso amore.

 

 

[38]perché si adempisse la parola detta dal profeta Isaia:

Signore, chi ha creduto alla nostra parola?        
E il braccio del Signore a chi è stato rivelato?

Giovanni  nello scrivere ha presente e gli interrogativi che sorgevano nel seno della sua comunità. Ad es. si chiedevano come mai la  predicazione di Gesù non era stata accettata dal popolo d’Israele e Giovanni risponde richiamandosi a quanto era successo ad Isaia. Il profeta mandato da Dio a predicare al suo popolo non era stato creduto proprio come Gesù: (Testo F.Diani - Santi e Beati) “Il Profeta predicò la parola di Dio sotto i re Ozia, Giatan, Acaz, Ezechia, Manasse e la sua missione durò circa un secolo. Al re Manasse, empio e crudele, caduto nell'idolatria, il Signore mandò Isaia per richiamarlo al culto dell’unico vero Dio, al pentimento dei suoi peccati. Il Profeta non fu ascoltato; anzi il sovrano adirato lo condannò a morte. Fu preso e segato in due con una sega di legno, e soffrendo questo tremendo supplizio passò al Signore. Il re Manasse subì il castigo che gli era stato predetto, e Isaia aggiungeva alla gloria di profeta quella di martire.”. Era importante richiamare alla memoria della comunità cristiana questo precedente perché riflettesse sul mistero della parola proclamata e non accolta. Mistero che possiamo toccare con mano anche nella nostra esperienza quando proponiamo qualcosa di giusto e santo che vediamo rifiutato dai suoi destinatari. Per quanto riguarda la nostra esperienza potremmo concludere  che siamo noi a non sapere proporre il messaggio, ma la domanda che si ponevano i primi cristiani, come del resto anche noi, è questa: “Ma come è possibile che i giudei beneficiando della sua presenza e dei suoi miracoli non gli abbiano creduto?”. Le domande del profeta Isaia chiamano in causa il cuore dell’uomo meravigliandosi e nello stesso tempo soffrendo per la consapevolezza che nessun si era aperto alla rivelazione del Signore.

La nostra vita e la Parola

Signore, se la nostra attenzione non è rivolta a te come quella del servo alla mano del suo padrone, allora non potremo cogliere le parole ed i cenni che ci invii momento per momento per rendere la nostra vita simile alla tua. La nostra libertà è seguirti ed allora facci aiutare dal tuo mistico Corpo perché possiamo beneficiare del suo costante  e perfetto guardare alla gloria della tua persona.

[39]E non potevano credere, per il fatto che Isaia aveva detto ancora:

Dal questo versetto si potrebbe tirare la conclusione che questi giudei erano condannati a non credere a motivo di una loro un’intrinseca incapacità di credere. Ed allora come si mette assieme il messaggio di Gesù, che sembra essere rivolto a tutti gli uomini, ed appunto questa loro intrinseca incapacità di credere? Se infatti possono esistere uomini  impossibilitati a credere nel vangelo allora è falso quanto Gesù proclama nel suo vangelo quando afferma che la salvezza è per tutti. Si può uscire da questo dilemma in due modi o dimostrando fino in fondo quanto sia contraddittorio ciò che propone il Maestro oppure addebitando questa impotenza di credere all’uomo. Solo però se ci si getta nelle braccia del Padre si può tentare di dimostrare l’assurdità del solo pensare che Dio abbia riservato ad alcuni la salvezza mentre ad altri no. Dio non fa distinzioni ed ama tutti. Non esistono persone che nel loro dna abbiano inscritto un codice che non permetta loro di aprirsi al soprannaturale. Se fosse così noi, che ci dichiariamo uomini liberi, non lo saremmo affatto perché come saremmo impossibilitati a credere in Dio così pure potrebbe capitarci di non essere abilitati a fare altri tipi di scelte o addirittura ad essere determinati a farne di un certo tipo: ad es. uccidere il nostro prossimo. Allora qui non si tratta di una ‘impotentia entis’ e cioè di una incapacità sostanziale ad aprirsi alla salvezza proposta da Gesù, ma di una impotenza acquisita legata al permanere dell’uomo in uno stato di malvagità tale da sbarrare completamente  il suo cuore  alla luce divina.

La nostra vita e la parola

Signore, quanto spesso ti si accusa di essere parziale e di essere diverso da come noi ti vorremo, ma tu, che sei buono e che hai messo in atto la volontà di salvezza del Padre di salvarci, sei venuto su questa terra proprio per sfidare il cuore dell’uomo sul suo terreno e vedere se ti avrebbe resistito. Tu allora hai voluto assumere un cuore umano per donarcelo squarciato come per dirci che la tua porta è sempre aperta e che tutti possiamo entrarvi.

 

[40] Ha reso ciechi i loro occhi
e ha indurito il loro cuore,
perché non vedano con gli occhi
e non comprendano con il cuore, e si convertano
e io li guarisca!

 

Qui il nostro cuore viene in qualche modo accerchiato dalla parole del Signore. Non possiamo sfuggirgli. Dobbiamo dichiarare subito da che parte stiamo se tra quelli che lo accusano della propria cecità oppure tra coloro che comprendono il senso amoroso di queste parole anche se fanno pensare e fanno male. Dio qui è chiaramente la causa dell’accecamento in quanto sembra essere parte attiva di ciò che succede. Ciò però vuol dire che egli non vuole la salvezza dell’uomo? Questo non è possibile perché il Figlio del Padre così testimonia: « Mi ha mandato... per dare la vista ai ciechi » (Lc 4,18). Se quindi non è Dio a volere l’accecamento dell’uomo allora occorre che la nostra indagine si sposti sull’uomo stesso. Cerchiamo di visualizzare la scena che sta vivendo  Gesù in questo momento: da una parte è stato acclamato dal popolo al momento della sua entrata in Gerusalemme, dall’altra c’era chi con amarezza constatava  che ormai aveva  ha conquistato il cuore delle folle. Inoltre :[37]Sebbene avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano in lui;” e non avevano avuto fiducia in lui neppure dopo la resurrezione di Lazzaro. I segni erano stati fatti per loro ma non li avevano accolti. La salvezza era stata proposta ma essi si erano trincerati dietro al loro peccato. Essi volevano certamente qualcosa da Gesù ma secondo i loro interessi. Sarebbe bastato che il Signore si fosse dichiarato disponibile per la ricostituzione del regno di Israele ed ecco che le cose sarebbero cambiate subito. Essi quindi volevano impadronirsi di Gesù pretendendo una adesione al loro disegno e non trovando disponibilità da parte del Maestro ecco che lo odiavano in modo attivo. Ed è quest’odio che fa ritirare la luce del Padre dai loro occhi rendendoli ciechi. Nel libro dell’Apocalisse Dio dà dei consigli alla Chiesa di Laodicea perché il suo obiettivo non è quello di accecare gli uomini, ma di far loro recuperare la vista ed il consiglio è quello di: « comprare da me... un collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista » (3,18). Dio non si ferma mai: in un momento ritira la sua luce, in un altro ci immette in avvenimenti anche dolorosi in cui ci ripropone sempre il suo amore, in un altro ci dà dei consigli  e ci indica chiaramente al di là delle apparenze dove egli si trova: « Mostrati dunque zelante, ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso » (3,19-20). Finchè però l’uomo agisce il suo odio verso Dio ed i fratelli in modo attivo egli non può accorgersi che Dio sta bussando alla sua porta. Il rumore provocato dalla sua durezza di cuore vince qualsiasi altro suono. Ed allora possiamo concludere che è Dio a non volere la nostra salvezza oppure dobbiamo riconoscere che sono le nostre azioni malvagie che non gli permettono di avvicinarsi?

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, che usi luce e tenebre per scrollarci dalla nostra stessa cecità, ti ringraziamo con il nostro piccolo cuore per questa tua fantasiosa costanza nel volere ad ogni costa la nostra salvezza.

 

[41]Questo disse Isaia quando vide la sua gloria e parlò di lui.

 

Isaia vide la gloria di Dio come egli stesso ci riferisce : Cap. 6 : [1]Nell'anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. [2]Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. [3]Proclamavano l'uno all'altro: «Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria». In questa cornice si santità e di grandezza il Signore deve dire parole dure ma esse sono tanto piene d’amore quanto la gloria con cui  circonda la terra: Cap. 6 “[9]Egli disse: «Và e riferisci a questo popolo: Ascoltate pure, ma senza comprendere, osservate pure, ma senza conoscere. [10]Rendi insensibile il cuore di questo popolo, fallo duro d'orecchio e acceca i suoi occhi e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da esser guarito». Certo a noi sembrano soltanto parole tremende, ma solo perché siamo completamente lontani dalla storia di quel tempo, ma trasferendo queste parole nell’attualità delle tragedie dei nostri giorni ecco che allora qualcosa potremo capire. Quando, ad es , credendo che sia un diritto togliersi la vita si comincia a pretendere una legislazione europea che permetta l’eutanasia ecco che gli intelligenti che la proporranno e la voteranno entreranno in un profondo tunnel di cecità e di ottundimento. Si crederà quindi di fare qualcosa all’insegna del progresso, ma in realtà si starà affondando di più il coltello nel seno di tutta l’umanità. La guerra contro l’Iraq, che secondo i promotori è stata fatta all’insegna della liberazione dal terrorismo, in realtà complicherà la nostra storia umana in una ragnatela di miniconflitti da cui sarà difficile uscire se non si combatterà la vera guerra contro le ingiustizie globali che affliggono il nostro mondo. Isaia per il suo tempo vide la tragica realtà della  durezza di cuore del suo popolo, ma vide altresì  che sarebbe arrivato il Salvatore: Cap.9 “[5]Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; [6]grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre; questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.”. Possiamo quindi credere che anche nei nostri tempi bui esistono luci capaci di rischiarare il nostro cammino.

 

La nostra vita e la parola

 

Signore, per fortuna  ci hai lasciato la tua parola che, come aria profumata, ci permette di respirare a pieni polmoni la vera vita. E se non avessimo uomini di buona volontà fedeli a ciò che è giusto e santo saremmo facile preda delle notizie prefabbricate dai potenti del momento. La tua forte e divina parola allora scalzi dal nostro cuore ogni menzogna per prepararci al tuo incontro nella vita di ogni giorno.

 

[42]Tuttavia, anche tra i capi, molti credettero in lui, ma non lo riconoscevano apertamente a causa dei farisei, per non essere espulsi dalla sinagoga;

 

I 12 apostoli avevano seguito da subito Gesù. Era bastato che il Maestro li chiamasse ed essi avevano lasciato subito il lavoro e la casa. Tuttavia un conto era aver fiducia in un essere straordinario come Gesù un altro era credergli per le parole che diceva. Seguendolo essi si erano in qualche modo giocata la reputazione, ma sappiamo dal vangelo che al momento di dare la loro testimonianza fuggirono ed addirittura qualcuno (Pietro) lo rinnegò. Ed allora dobbiamo dire che non era proprio facile credergli e che con molta probabilità anche noi non gli avremmo creduto oppure gli avremmo creduto fino ad un certo punto. Solo i veri uomini di Dio, come ad es. Giovanni Battista, dalle loro altezze spirituali potevano capire che nella storia era entrato un uomo di grande valore. Gesù non era però venuto per i giusti ed infatti nel vangelo ci viene riferito solo un incontro con Giovanni ma per i peccatori e cioè per la quasi totalità dell’umanità che gioca le sue carte mossa solo dagli interessi del momento. E’ questo il campo di battaglia scelto dal Maestro, il più difficile, quello che si trova sotto l’ombra mefitica del principe di questo mondo. Ed allora può capitare anche a noi che, per non essere espulsi dal contesto sociale nel quale viviamo, ci nascondiamo piuttosto che dare la nostra limpida testimonianza. Questa è la cosa più triste che ci possa capitare perché vuol dire che non solo non siamo liberi, ma viviamo costretti in un contesto sociale dove le persone non vengono rispettate per quello che sono e pensano. Oggi viviamo in molti ambienti egoistici dove tutto viene giocato sul filo del potere e dove ci vuol poco per rimanere emarginati. Allora ci è utile chiederci, soprattutto nei luoghi di lavoro o simili, chi sono gli altri, e quali altri sono e a che cosa obbediscono ed al contempo quale gioco stiamo portando avanti noi stessi. Questi interrogativi possono portarci alla sana scelta di vivere in mezzo agli altri ma liberi dai loro riti collettivi perché a noi interessano solo i rapporti personali in cui si può anche crescere e non quelli ripetitivi. Questo non vuol dire rifiutarsi sempre a momenti di vita comune,  ma rifiutare sempre di rimanere imprigionati dalla foro forza livellante. E per non rimanere vittime delle forze costrittive legati ad interessi di ogni genere giova coltivare una buona vita spirituale che ci permetta di vivere le altezze pur dovendo volare basso. Non si sta qui però portando avanti alcun tipo di aristocrazia spirituale o qualcosa di riservato solo per pochi eletti, ma solo dicendo che l’unico modo per potere vivere in modo sano il nostro rapporto con il prossimo è quello di avere gli occhi rivolti verso il nostro Padre celeste. Questo sguardo ci sarà di molto aiuto nel correggere i nostri difetti per potere avere un significativo incontro con gli altri.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, tu ci conosci e sai come siamo poco credibili, come ci immaginiamo di essere delle persone affidabili e poi non lo siamo, per questo facci attingere alla fonte del tuo incrollabile amore per noi.

 

43 amavano infatti la gloria degli uomini più della gloria di Dio.

 

Esistono due glorie quella di Dio e quella dell’uomo. Il punto è capire se le due glorie possono ignorarsi oppure il loro incrociarsi sia inevitabile. La domanda allora è questa: l’uomo che vive in questo mondo può fare a meno di Dio oppure basta a se stesso? C’è tutta la  prima parte della vita che ci indurrebbe a credere all’autoeferenzialità dell’uomo e cioè quella in cui egli cerca di realizzare se stesso. Se però guardiamo bene dentro a questa sua esperienza ci accorgiamo che il singolo uomo anche in questa prima parte ha bisogno, se non di Dio,  di un continuo sostegno esterno. L’ambiente familiare è quello che gli permette  di crescere e di progettarsi nel mondo. Egli quindi per sua natura è dipendente da un contesto che gli fornisce la fiaccola dell’umanità. E come egli riceve dalla famiglia d’origine tutto quello che ha prima di dare del suo così riceve per diverse vie un impulso che gli permette di immaginare un mondo ‘altro’ da quello umano. E così vi sono esperienze umane in cui Dio ha già il primo posto ed altre in cui il divino è nascosto dietro una grande quantità di riti ed ideologie o addirittura confuso con presenze del mondo delle tenebre. Nel caso del vangelo l’ambiente di riferimento è quello dell’alleanza in cui Dio aveva incrociato la strada dell’uomo e si era fatto conoscere. Da qui possiamo capire che se Dio non si muove verso l’uomo egli non può conoscerlo. Le due glorie allora possono contrapporsi solo nel caso in cui si sia conosciuta quella di Dio, diversamente no. Ebbene i giudei si trovavano di fronte alla stessa gloria di Dio : (Ebrei 1:3) “Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola…”. Certo Paolo qui parla del Cristo risorto visto in tutta la sua gloriosa potenza, ma anche da vivo e presente in mezzo agli uomini Gesù era per eccellenza la gloria di Dio su questa terra e non se ne’accorsero preferendo la propria gloria alla sua.  Tutti coloro che avevano scelto le tenebre non potevano accogliere la luce di Dio che avrebbe permesso loro di riconoscere il Signore: (2Corinzi 4:6) “E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo”. Ecco come Dio, pur avvicinando l’uomo in vari modi, non riesce a far penetrare la sua luce nel cuore dell’uomo dal momento che questi gli ha chiuso la porta. Dobbiamo quindi esser certi che Dio la salvezza la propone a tutti ed in tutti modi ma noi, chiediamoci, la vogliamo veramente o preferiamo portare avanti noi stessi e tutta la prosopopea delle nostre piccole glorie?

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, la nostra mente è spesso superimpegnata nel lanciare campagne pubblicitarie sull’importanza della proprio persona. Vogliamo farci conoscere, amare ed avere quelle facilitazioni che possono arrivarci da un po’ di potere e dalla popolarità. Non ci piace vivere ai margini e vogliamo che la nostra criniera risplenda al sole e tutti possano vederla. Questa confessione fatta davanti alla splendente verità della tua gloria rimetta le cose al loro posto e ci dia quell’umiltà che sola può far risplendere nel nostro cuore la luce del Padre che ci permette di conoscere il Figlio.

 

[44]Gesù allora gridò a gran voce: «Chi crede in me, non crede in me, ma in colui che mi ha mandato;

 

Se uno specchio riflette un bel panorama la prima cosa da fare è non fermarsi allo specchio ma goderne direttamente. Nello stesso modo Gesù dichiara di fare  da specchio al Padre e quindi è al Padre che bisogna credere credendo alla sua persona. Il paragone con lo specchio però non è felice perché lo specchio riflette solamente mentre qui ci troviamo di fronte alla riverberazione stessa della gloria del Padre. Egli afferma che credere in lui non significa credere nella sua umanità quasi che questa avesse un ambito suo proprio staccato da quello  del Padre. La sua persona in questo momento vuole solo rimandare a colui che l’ha inviato. La sua preoccupazione è quella di non essere un ostacolo tra l’uomo ed il suo Creatore: ecco il senso di questa dichiarazione gridata a gran voce. Egli voleva rispondere ad una domanda  che molti dei presenti si facevano e cioè: come può costui che è un uomo essere Dio? Egli però non dice di non essere Dio, ma invita i suoi interlocutori a concentrarsi solo sul Padre. Abbiamo qui un esempio grandioso di umiltà ed annichilimento. Tutto di sé dona Gesù pur di attirare l’attenzione dei presenti al misericordioso amore del Padre. Egli vuole scomparire, ma non scomparire come canale attraverso cui si può vedere il Padre. Tutto il senso della sua incarnazione è quello di farci vedere la sua umanità come riverberazione dell’amore del Padre e quindi il nostro deve essere un credere in Gesù che è unito al Padre. Gesù ci prospetta un tipo di fede che non crede ad una sola persona seppur divina. Questo rimando è molto interessante perché è proprio sulla linea dello scioglimento del rigido monoteismo di altre religioni e ci fa entrare in zone insospettate di aperture e di dialogo. Qui c’è un Figlio, c’è un Padre e fra poco, dopo la morte di Gesù, ci sarà dato per sempre lo Spirito santo. Abituati ad organizzare la nostra vita attorno a rigide credenze o ad idee monolitiche ecco che in modo inaspettato ci troviamo davanti ad un uomo Gesù che continua a parlarci di un altro polo divino in comunione con lui e la cui importanza nel piano della salvezza non può mai essere sottaciuta. E come se si arrivasse in cima ad un alto monte e trovassimo tante altre cime l’una vicina all’altra, ma tutte in qualche modo collegate. La vista si lancia ancora nella visione ma nel nostro caso trattandosi delle persone della Santissima Trinità è come se fossimo lanciati in un mistero insondabile che non ci fa paura anche se ci mette in un atteggiamento di  timore. Gesù quindi incoraggia i suoi interlocutori a credergli ed a vincere quella forte diffidenza in cui li vedeva costretti. Egli grida a gran voce perché deve farsi sentire non solo dai presenti ma da tutta l’umanità dei secoli futuri. Avvicinarsi a Gesù quindi e crdere in lui è il miglior m odo di crdere in Dio. Ecco perché il racconto della vita di Gesù, tutti i suoi gesti , tutte le sue parole sono importanti perché ci parlano del Padre e ce lo fanno conoscere.

 

[45]chi vede me, vede colui che mi ha mandato.

 

Finché non abbiamo avuto Gesù, uomo come noi, non potevamo vedere il Padre. L’umanità del Maestro è la porta attraverso cui noi possiamo gettare uno sguardo sicuro su chi è Dio. Le teofanie mettevano l’uomo di fronte ad una immagine divina che incuteva timore. Ogni volta infatti che avveniva il contatto Dio era costretto a nascondersi in qualche modo ed a rassicurare l’uomo invitandolo a non temere. Il divario tra la santità di Dio e quella umana è così grande che un rapporto diretto con lui non è possibile. L’incarnazione del Salvatore è la risposta misericordiosa di Dio a questa impossibilità di stare in presenza uno dell’altro. La vita del Signore come ce la raccontano i vangeli è una vita santa che ci dà l’idea concreta di ciò che vuole da noi il Padre. Adamo ed Eva, nostri progenitori, ci hanno insegnato come non essere secondo Dio fino in fondo mentre Gesù è il modello che Dio ci mette sotto gli occhi per farci vedere come sia possibile esserlo. La persona di Gesù ha il pieno della santità, la sua misura è così infinitamente grande tanto da poter affermare che chi vede lui vede Dio. Non c’è, non c’è stato e non ci sarà mai su questa terra un uomo che possa sinceramente fare una simile affermazione perché Gesù è la proiezione pura di Dio su questa terra. Certo vi sono stati e vi sono altri grandi uomini che rimandano a Dio, ma non come Gesù in quanto egli non rimanda solamente ma è la versione divina (concedetemi questa espressione)  del Padre su questa terra. Ed inoltre in Gesù non si vede solo il Padre ma anche la relazione che il Figlio intrattiene con il Padre. Questa ulteriore visione ci è di grande aiuto in un mondo che predica la libertà come scioglimento da ogni legame quale mezzo per affermare se stessi ed il raggiungimento dei propri obiettivi vitali.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, grazie alla tua presenza ed alla possibilità che abbiamo di vederti, anche se con gli occhi del cuore, ti ringraziamo di averci liberati da un tipo di visione  fondata  sull’ansia di perdere qualcosa. I nostri occhi ora possono riposare su di te guadagnando la visione del Padre.

 

 [46]Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre.

 

Forse bisogna ricorrere alla nostra esperienza personale per capire come la luce di Gesù non sia percepita tale, ma addirittura come tenebra oscura ed occasione di conflitto. Quante volte, se guardiamo indietro alla nostra vita, abbiamo ‘visto’ soltanto ‘dopo’ quella semplice e chiara soluzione che ci veniva proposta, ma che inizialmente avevamo rifiutato con tutte le nostre forze? Noi siamo un esempio vivente di queste comprensioni del dopo che destano in noi tanta meraviglia e  ci fanno toccare con mano quanto tempo abbiamo perso nella difesa di posizioni sbagliate. E’ come se fossimo predisposti per essere catturati da ciò che poi si rivela essere un danno totale, eppure noi ci siamo cascati dentro con la nostra ingenuità e con quel dare fiducia a ciò che facevamo. Questa presenza di tenebre, che noi difendevamo come luce, non è da addebitarsi solo a noi ma alle situazioni storiche in cui siamo nati, come un determinato paese od una  famiglia. La vita poi ci aiuta a rifarci dalle condizioni di partenza perché attraverso varie occasioni ci permette di trovarci di fronte al ‘problema’, sfrondato dalle situazioni contingenti che hanno fatto decidere altri per una soluzione di tenebra, in modo che noi possiamo liberamente fare la nostra scelta. E quando ci sottraiamo alle tenebre ecco che la verità ci appare in tutta la sua semplicità ed il suo fascino. Con il tempo poi facciamo anche l’esperienza  di meravigliarci di come potevamo vivere in una condizione così lontana dalla verità. La venuta del Signore ad un certo punto della storia è frutto della misericordia del Padre che ha voluto dare all’umanità un’occasione d’oro per considerare le cose da un altro punto di vista. E l’umanità abituata a nascondersi nelle tenebre, non sopportando la luce splendente venuta a rischiarare il mondo, se ne è difesa spegnendo la vita di Gesù. Ma come può un grande fuoco d’amore estinguersi solo perché ridotto momentaneamente in cenere? Basta un soffio, quello dello Spirito di Dio, che quell’amore risorge più vivo ed intenso che mai. Per il momento però quel mondo storico dei Giudei aveva il privilegio di beneficiare direttamente della fonte della luce e cioè di Gesù. Ed è per questo che lo scontro tra la sua luce e le tenebre è diretto e definitivo. Egli qui fa un annuncio importante all’umanità nel momento in cui dichiara che mettersi dalla sua parte, e cioè credere alla sua persona (“chiunque crede in me”) e non alla sua filosofia, significa godere della chiara visione della realtà.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, solo se ci esponiamo alla tua luce  ci meritiamo una chiara visione delle realtà. Aiutaci quindi, nelle difficoltà come anche nei momenti piacevoli, a vivere le nostre azioni in comunione con Te e non come se fossimo orfani di Padre e non avessimo un vero grande Fratello qual’è la grazia della tua persona. 

 

[47]Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.

 

Questo modo di pensare del Signore è l’opposto del nostro. Noi per stare insieme abbiamo bisogno di leggi e di punizioni per coloro che non le rispettano. E se anche in assoluto il sistema delle condanne non ci piace perché potremmo incorrervi prima o poi anche noi, tuttavia per salvaguardare il vivere civile ne sentiamo la necessità. Gesù però non vuole instaurare  un regno in questo mondo ma quello celeste e l’unica sua preoccupazione è quella di permettere a tutti di entrarvi. Gesù non ha davanti la persona concreta nel suo singolo atto malvagio, ma la persona nella distensione del tempo della misericordia del Padre. Il suo sguardo è a lunga gittata e quindi il suo compito non è quello di esacerbare l’uomo che gli sta di fronte condannandolo ma quello di annunciargli le parole della salvezza. Gesù è venuto sulla terra proprio per dire queste parole altrimenti se ne sarebbe potuto rimanere nei cieli, ma dal momento che  è nato su questa terra come uomo la sua missione è quella di portare la sua luce nelle tenebre umane. Il suo itinerario è una  procedere verso le tenebre non un ritrarsi. Al contrario sono le tenebre che si ritraggono al suo avanzare e se poi gli vanno incontro è per condannarlo. Il movimento dell’amore è un pieno e caldo sentimento verso l’uomo concreto perché esso possa ritornare al Padre che lo aspetta. Gesù quindi vuol far toccare con mano come quest’amore infinito di Dio sia diventato sangue e carne, visibilità e perdono. Purtroppo l’umanità  spesso disconosce l’esistenza di un amore così disinteressato e lo vive come un’ingerenza da parte di Dio ed un tentativo di togliergli qualcosa. Con la venuta del Signore l’uomo può un giorno o l’altro, un anno o l’altro o anche all’ultimo momento della sua vita,  aprire la porta a Cristo dal momento il suo messaggio non lo condanna perché ciò sarebbe contro la stessa giustizia di Dio e la sua infinita delicatezza nei nostri confronti. Egli sa che siamo delle teste dure e che abbiamo bisogno di tempo e, purtroppo, di dare delle facciate prima di capire quali sono i termini veri della nostra esistenza su questa terra. L’importante è che coloro che hanno capito l’importanza delle parole di salvezza del Signore le divulghino ai quattro venti avendo come fonte di questo movimento la stessa qualità d’amore del Maestro che non è venuto qui per costringere nessuno, ma per proclamare la verità dell’amore del Padre per tutti gli uomini. Vivere questo amore significa calarsi nella pelle di Gesù proprio in questo momento preciso della sua vita quando i suoi assassini sono alla porta. Egli conosce le loro intenzioni, ma quando si troverà di fronte all’uomo Giuda lo chiamerà amico senza condannarlo e questo perché la sua missione era quella di far risplendere in ogni modo ed in ogni occasione, anche la più crudele, l’intenzione di salvezza suo e del padre celeste.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, abbiamo molto da imparare dai tuoi silenzi e dalle tue parole. L’ossessivo nostro ricorrere alla condanna del fratello corre in parallelo con il nostro continuo bisogno di essere perdonati ed amati. Se solo riuscissimo a percepire che lo stesso nostro bisogno di amore e comprensione profonda è presente negli altri allora riusciremmo a stabilire dei ponti di comunicazione con chi ci fa del male ed ci ostenta indifferenza. Fai allora tramontare la nostra condanna perché sorga la tua giustizia.

 

 

49 Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare.

 

Perché Gesù insiste così tanto sul fatto di non essere lui l’autore delle parole? Sembra quasi che egli voglia difendersi  di fronte ai suoi interlocutori. E perché Gesù ci tiene tanto a dire che non parla da se stesso? Si potrebbe pensare che egli voglia farsi completamente da parte. La sua è umiltà allo stato puro davanti ad un pubblico  che non sopporta che un uomo si proclami Dio. Il messaggio di Gesù è rivoluzionario e di questo è cosciente. E’ vero che egli non vuole cambiare uno iota della tradizione ma il completamento che propone sembra non poter risalire ad alcuna autorità vivente o  passata. Gesù quindi intuendo la difficoltà del  popolo, e soprattutto dei capi, vuole presentarsi loro solo come un portavoce di ciò che il Padre gli ha detto. Certo affermando ciò egli comunica che ha un rapporto diretto con Dio, che Dio è suo Padre e che ha ricevuto da lui l’ordine di annunziare le sue parole. Da una parte vorrebbe sparire per essere solo una pura voce, dall’altra non può esimersi dal proclamare la verità sulla sua relazione con il Padre. E’ come se dicesse: “Perdonatemi d’essere un uomo come voi perché se queste parole vi provenissero da un angelo o da Dio in persona forse voi le accogliereste, ma esse vi vengono da un uomo in carne ed ossa come voi di fronte al quale siete tentati di entrare in competizione”. E qui sta il nodo e la grandezza dell’incarnazione. Nodo perché per salvarsi occorre confrontarsi con il sangue e la carne accettando di non essere ‘io’ il prescelto, ma Gesù, grandezza perché Dio ha voluto conquistare il nostro cuore con il Figlio che ha assunto la nostra stessa carne ed il nostro stesso sangue. Dietro all’accusa infatti di farsi Dio c’è tutta l’invidia dell’uomo che non può immaginare lo Spirito soffiare dove vuole e che la salvezza ci può arrivare tramite un uomo come noi.  I progenitori volevano farsi Dio e provocarono la caduta, ma poi il genere umano al tempo di Gesù, con la stessa logica dei progenitori ma di segno opposto, arriva alla conclusione che bisogna uccidere chi da uomo si fa Dio. E’ sempre un’umanità cieca che si ostina a non accogliere la luce di Dio. Ricordiamoci le meraviglie dei suoi parenti e conoscenti di Nazareth: (Mt 13:53-58) : “Terminate queste parabole, Gesù partì di là e venuto nella sua patria insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli?Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?». E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità.”. Ora che Gesù dice apertamente da dove gli vengono ‘tutte queste cose’ c’è chi si sta preparando a metterlo a morte.

 

La nostra vita e la parola

 

Signore, quante invidie ì si annidano nel nostro cuore per ciò che gli altri hanno e noi non abbiamo. Facciamo una grande fatica ad accettare che il nostro prossimo abbia qualcosa che noi non abbiamo. Tu, che hai voluto spartire con noi i tuoi tesori, aiutaci a non essere mai gelosi del nostro tanto da negarci ai fratelli.

[50]E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me».

Gesù non dice :”E voi sapete che il suo comandamento….”, ma dice: ”io so”. Questo sapere è solo del Cristo ma non per sentito dire da qualcuno, ma per esperienza diretta del Padre. Egli assicura i suoi interlocutori che ciò che sta offrendo, e non è poco ma tutto, passa per la sua persona. Egli dichiara, a cuore aperto e guardando negli occhi le persone che il comandamento del Padre non conduce alla morte, ma ad una vita che non finisce mai. Ma vita eterna signica sol qualcosa relativo al tempo oppre qualcosa di più ed infinitamente più grande?Chi crede nel Figliuolo ha vita eterna, ma chi non crede nel Figliuolo non vedrà la vita; ma l’ira di Dio dimora sopra di Lui.” Credere nel figlio significa allora stare dalla sua parte quando lo mettono in croce e  cioè accettarlo nella nostra vita quando viene nel dolore (Gv 3:14-15: E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».). Egli ci nutre con il suo cibo che è la sua carne ed il suo sangue e quindi il nostro nutrimento non può che essere il Figlio (Gv 6:54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno.) e nello stesso tempo l’accettazione totale della carne e del sangue del fratello. Non possiamo amare veramente il fratello se non amiamo Gesù perché Gesù toglie il punto a quel fino a che punto possiamo amarlo e cioè in modo incondizionato. Egli ci darà sempre in cibo il suo corpo e noi se vogliamo avere la vita eterna anche su questa terra dobbiamo mangiarlo concretamente, e possibilmente ogni giorno, nell’Eucarestia (Gv 6:27 Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».). Solo così potremo essere e rimanere una fonte viva e zampillante pronta a dissetare tutto l’universo (Gv 4:14 ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna».)

La nostra vita e la Parola

Signore, su questa terra pensiamo molto poco all’eternità cosicché la nostra vita perde di splendore, ma quando ci troviamo in zone tenebrose ed il nostro cuore riesce ancora ad agganciarti ecco che  ti precipiti dai cieli per portarci la gioia della tua presenza e del tuo amore che non ha mai rimpianti.

 

 

 

 

 

 

 

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