La
rivelazione che ci fa vedere con occhi diversi
di Enzo Bianchi
Vorrei
raccomandare l’antica tradizione della lectio divina: la lettura assidua della
Scrittura santa, accompagnata dalla preghiera, realizza il colloquio intimo con
Dio, che noi ascoltiamo quando leggiamo e a cui rispondiamo nella preghiera con
un cuore aperto e fiducioso. Questa prassi, se efficacemente promossa,
apporterà alla Chiesa una nuova primavera spirituale». Per accogliere questo
invito di papa Benedetto XVI, citato anche nello Strumento di lavoro per il
Sinodo dei vescovi su «La Parola di Dio nella vita e nella missione della
Chiesa», occorre innanzitutto aver chiaro che cosa sia la Scrittura, la Bibbia,
quell’insieme di libri che costituiscono «il Libro» per eccellenza. Da sempre
Dio ha alzato il velo su di sé per manifestare la propria volontà ed entrare in
alleanza con noi uomini. E si è rivelato attraverso la sua Parola che, accolta
dai credenti nel loro cuore, porta frutti di vita piena e di comunione.
Ma per rivelarsi compiutamente Dio ci ha fatto il suo
dono più grande e definitivo, quello di suo Figlio (cf.
Eb 1,1-2), la Parola che nella pienezza dei tempi si
è fatta carne, uomo (cf. Gv
1,14). Sì, Gesù Cristo è la Parola di Dio in quanto Figlio capace di compiere
una narrazione definitiva del Padre: «Dio nessuno l’ha mai visto, ma il Figlio
unigenito lo ha raccontato» (Gv 1,18). La Bibbia
dunque, nella sua unità di Antico e Nuovo Testamento, è il documento che
testimonia l’evento complessivo della rivelazione; è un segno scritto che,
interpretato nella fede e «alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è
stata scritta» (Dei verbum 12), ci guida a scoprire
la Parola che Dio rivolge a ciascuno di noi oggi; ci guida all’incontro con
Gesù Cristo, colui che è la chiave ultima per aprire la Scrittura. In questo
cammino si situa l’arte della lectio divina, un metodo di approccio alla
Scrittura che mira a fare della lettura della Bibbia l’ascolto di una «Parola
viva ed efficace» (Eb 4,12), l’apertura a una
presenza e la sua accoglienza obbediente.
Questo
antico e semplice metodo di pregare la Parola, che affonda le proprie radici
già nel giudaismo, ha conosciuto una grande fioritura in epoca patristica e
lungo tutto il primo millennio, fino a dare i suoi frutti maturi grazie ai
monaci cistercensi e certosini. La lectio divina è stata però progressivamente
dimenticata a partire dai secoli XIII-XIV, a causa dell’affermarsi di una
lectio scholastica, cioè di una lettura della Bibbia
volta a dimostrare determinate posizioni teologiche, e poi offuscata dalla devotio moderna e da una meditazione essenzialmente
introspettiva e psicologica. È in seguito al concilio Vaticano II che la lectio
divina ha conosciuto una vera e propria resurrezione fino a diffondersi nelle
parrocchie e nel tessuto della Chiesa locale: si pensi solo alla prassi della
lectio divina comunitaria promossa da alcuni vescovi italiani, che costituisce
ormai una tradizione ben radicata nelle nostre diocesi. Ma quali sono le
«tappe» della lectio divina personale, qual è l’itinerario spirituale che ogni
cristiano è chiamato a personalizzare nel proprio oggi? Ci viene in aiuto la
formulazione elaborata da un monaco del XII secolo, Guigo
II il Certosino: «Un giorno presi a riflettere
sull’attività spirituale dell’uomo.
Allora improvvisamente
quattro gradini spirituali si offersero alla mia riflessione: la lettura
(lectio), la meditazione (meditatio), la preghiera (oratio) e la contemplazione (contemplatio).
La lettura è un accurato esame delle Scritture che muove da un impegno dello
spirito. La meditazione è un’opera della mente che si applica a scavare nella
verità più nascosta sotto la guida della propria ragione.
La preghiera è un impegno amante del cuore in Dio
allo scopo di estirpare il male e conseguire il bene. La contemplazione è un
innalzamento al di sopra di sé da parte dell’anima che gusta le gioie della
dolcezza eterna». Ma questo itinerario, non schematico ma interiore, richiede
alcune condizioni concrete che lo agevolano, a cominciare da un luogo di
solitudine e di silenzio: per cercare e ascoltare Dio «che è nel segreto» (Mt
6,6), per ascoltare veramente la sua Parola, occorre far tacere le parole e i
rumori che assordano il nostro cuore, operando una presa di distanza dalle
molte presenze che lo abitano.
Inoltre, in questo incontro con il Signore è
essenziale coinvolgere anche il corpo, perché la lectio non è un’attività
meramente intellettuale ma
riguarda tutta la persona: la disposizione raccolta, lo stare desti, il
chinarsi sulla «sacra pagina» come esortavano i Padri della Chiesa...
Anche per questo è bene dedicare alla lectio un
tempo fisso nella giornata, cui restare fedeli: solo così si mostra il
desiderio di instaurare una relazione seria con colui che è il Signore della
nostra vita, non un «tappabuchi» cui si concede qualche ritaglio di tempo o al
quale ci si appella solo nel bisogno. La lectio divina è preceduta
dall’epiclesi, cioè l’invocazione allo Spirito santo perché apra gli orecchi
del nostro cuore e rischiari la nostra intelligenza. È lo
Spirito che ci spinge a uscire da noi stessi e ci dispone all’azione di Dio in
noi: non siamo noi i soggetti e gli autori della preghiera, ma è lo Spirito
che, effuso nel nostro cuore, lo abilita a gridare: «Abba,
Padre!» (cf. Gal 4,6). Senza l’invocazione
dello Spirito, la lectio resta un semplice esercizio umano, incapace di
introdurre alla relazione con Dio. A questo punto inizia la lectio vera e
propria, cioè la lettura della pagina biblica, una pagina non scelta
soggettivamente o a caso, ma accolta in obbedienza al lezionario della Chiesa o
alla lettura continua di un intero libro biblico, a partire da quelli più
semplici e fondamentali al tempo stesso, come il Vangelo di Marco o l’Esodo.
Nella consapevolezza di essere in ascolto di Dio che parla, il credente legge
il brano più volte ad alta voce e cerca di memorizzarlo per evitare il rischio,
specie se il testo è già noto, di una lettura frettolosa, superficiale che ne
offusca la ricchezza.
In
tal senso può essere utile ricopiare il testo o confrontarlo con una diversa
traduzione: ciò obbliga a uno sforzo di concentrazione capace di far cogliere
aspetti del testo stesso di cui non ci si era mai accorti… Questa fase è già
connessa a quella della meditazione, da intendersi non nel senso di un
esercizio introspettivo o di autoanalisi psicologizzante. Non bisogna
indulgere a troppi sguardi su di sé ma volgere piuttosto la propria attenzione
al Signore, disponendosi ad accogliere la sua Parola: è guardando alla sua luce
che veniamo trasfigurati nella sua stessa immagine (cf.
2Cor 3,18)… La meditazione è un lavoro di approfondimento del senso del testo,
fatto soprattutto interpretando la Scrittura con la Scrittura, ossia allargando
il contenuto del brano letto con l’apporto di altri passi biblici; in questa
opera di «scavo» può intervenire l’apporto di commenti spirituali dei Padri
della Chiesa, nonché di strumenti di studio, come dizionari biblici,
concordanze, commentari esegetici... Il fine è quello di far emergere la punta
teologica del brano, il suo messaggio centrale, applicandosi totalmente a
comprendere il testo e, nel contempo, applicando a sé ciò che il testo rivela.
Inizia così il dialogo tra la vita del lettore e il messaggio del
testo: mentre si legge la Parola contenuta nelle Scritture è la Parola che
legge la nostra vita. È a questo punto che sorge in noi la preghiera: il
credente si rivolge a Dio con il «tu» e risponde alla Parola ascoltata mediante
l’intercessione, il ringraziamento, la supplica… Qui nessuno può dare indicazioni
precise a un altro, se non l’esortazione alla docilità allo Spirito e alla
Parola ascoltata. Può avvenire che la preghiera si manifesti con un silenzio di
adorazione o con il gioioso dono delle lacrime di compunzione; ma occorre anche
ricordare che a volte il testo resiste ai nostri
sforzi di comprensione e la nostra preghiera non sgorga… Quel che è certo è che
l’efficacia dell’assiduità alla Parola di Dio si misura sul lungo periodo e
richiede perseveranza: se siamo fedeli a questo incontro quotidiano, prima o
poi la Parola scava un varco nel nostro cuore e lo apre alla contemplazione.
Quest’ultima
non designa uno stato estatico e neppure allude a «visioni», ma indica la
progressiva conformazione del nostro sguardo a quello di Dio: la contemplazione
cristiana consiste nel vedere il mondo con gli occhi di Dio; così si vedono con
occhi nuovi noi stessi e chi ci vive accanto, si vede una donna dove gli altri
vedono una prostituta, si vede un uomo dove gli altri vedono un delinquente…
Non dimentichiamo infine che la Scrittura, autentica «lettera di Dio agli
uomini», è data per essere vissuta e obbedita: vivere la Parola diviene così il
criterio fondamentale per comprendere la Scrittura stessa, la quale si svela
nella misura in cui la mettiamo in pratica. È così che, come diceva Gregorio
Magno, «la Scrittura cresce con chi la legge»; è così che avviene il passaggio
pasquale dalla pagina alla vita e la lectio divina plasma uomini e donne capaci
di amore, capaci di «avere in sé lo stesso sentire che fu in Cristo Gesù» (cf. Fil 2,5).
La «lectio divina» è stata dimenticata dai
secoli XIII-XIV, a causa dell’affermarsi della «lectio scholastica»,
interpretazione volta a dimostrare determinate posizioni teologiche, e poi
offuscata dalla «devotio moderna» e da una
meditazione essenzialmente introspettiva e psicologica.
È in seguito al concilio Vaticano
II che c’è stato un ritorno della contemplazione, il cui fine è far emergere la
punta teologica del brano, il suo messaggio centrale, impegnandosi a
comprendere lo scritto e applicando a sé ciò che esso rivela
Dall’Avvenire del 5 Ottobre
2008