L’ALTALENA DEL DESIDERIO NELLA COPPIA

 

Dott.ssa PAOLA BASSANI

 

 

 

Il tema di questa sera è un tema centrale. Vi dico però che tratterò il tema dal mio osservatorio. E il mio osservatorio è di una che oggi ha fatto nove sedute e ha visto sette coppie che sono venute da me in una situazione di bisogno.

Questo per me è importante perché vorrei riuscire non soltanto a farvi la lezione su come si dovrebbe gestire il desiderio la coppia.

Io non sono una che crede molto nelle tecniche, e non credo neanche molto negli psicologi. E più vado avanti e meno ci credo.

Questo significa che la psicologia non è per me una religione, ma solo una finestra che ti dà un’angolazione perché la coppia è molto più complessa di ciò che la psicologia ci fa vedere. Una coppia è fatta di tante altre sfaccettature, non ha solo una dimensione psicologica e per me questa cosa è molto importante. E quando dico che non credo agli psicologi, sto dicendo una cosa eccessiva. Cioè non credo alla psicologia, come non credo a nessuna tecnica come la panacea di tutti i mali.

 

Ho pensato però che per un tema come quello del desiderio occorreva partire da ciò che è per me la relazione di coppia dopo 20 anni di lavoro con le coppie.

C’è un teologo francese, Xavier Lacroix (1), che definito la coppia “l’impossibile necessario” meglio “L’attraversata dell’impossibile necessario”. Questa cosa mi ha molto colpito perché è ciò che  da anni io penso profondamente.

 

E vi spiego: l’essere umano sente il grande bisogno di fondare con qualcun’altro un’unità. Ci sentiamo veramente spinti a ritrovare probabilmente un’unità perduta. Non per niente ognuno di noi viene fuori dal grembo di una mamma e certamente l’esperienza che abbiamo fatto nel grembo di nostra madre, anche se oggi ce la siamo dimenticata ha sicuramente fondato la nostra identità psichica. Cioè noi siamo venuti a questo mondo non quando siamo stati partoriti, ma la nostra esperienza è iniziata con un momento di grande fusione con un altro.

 

E credo che nelle nostre cellule ci sia questa memoria di un grande tutt’uno. Siamo venuti al mondo nel grembo di nostra madre. Abbiamo fatto un’esperienza di unità, non siamo venuti al mondo soli.

Immaginate che quel bambino ha fatto l’esperienza di non aver bisogno di niente perché non c’era neanche bisogno che piangesse per avere quello di cui aveva bisogno.

C’era un caldino, un essere cullato, un sentire di vivere in simbiosi con un’altro e tutto ciò forse ha a che vedere con una dimensione paradisiaca.

 

Per molti psicologi, e anche per molti filosofi il desiderio, che  l’essere umano sente nella sua vita, di ritrovare quella unità perduta, ha a che vedere con questa esperienza iniziale. Non per niente il momento dell’innamoramento è, da un punto di vista psicologico, molto simile a ciò che passa tra la mamma e il bambino appena nato, persino a livello di comunicazione. Quando siamo  innamorati  non c’è bisogno di parlare. Provate a ricordare quando siete stati innamorati, è una cosa meravigliosa, la guardi negli occhi e capisci cosa pensa, cosa vuole, di che cosa ha bisogno. Altrettanto fai tu, ti senti in completa sintonia.

 

Dura un mese, dura sei mesi, dura un anno? Dopo di che mi puzza un po’ che duri di più. Però in quel periodo è così, ci si capisce al volo, ci si intuisce, ed è esattamente la stessa cosa che fa la mamma con il bambino piccolino.

Quando il bambino piccolissimo piange, la mamma sà di che cosa ha bisogno. C’è quello che Platone chiamava la conoscenza erotica. Cioè una conoscenza l’uno dell’altro che va molto oltre le parole, non c’è più bisogno della parola.

La coppia si fonda lì e risponde a un bisogno psicologico di fusione, di unità.

Non per niente chi è innamorato dice: “Ho trovato l’anima gemella”.

 

Ci sono però dei problemi, perché in capo a qualche settimana, a qualche mese, a qualche anno si esce da quella dimensione e non è che quando si esce da quella dimensione necessariamente si deve pensare che quella non è la persona giusta.

Purtroppo, io che lavoro molto con le coppie giovani, le sento affermare:Non sono più innamorata, vuol dire che non lo amo più’.

 

Avete fatto tutti l’esperienza che quel momento magico poi è finito.

A volte si fa fatica a spiegare che è normale che finisca  e che da quel momento inizia la costruzione dell’amore. Perché l’amore non è un qualche cosa che viene dato prima, è un qualche cosa che si costruisce.

 

E qui possiamo cominciare a parlare di desiderio, inserendolo però in quello che è il percorso che una coppia fa: la coppia da quando finisce  il momento dell’innamoramento inizia a costruire una relazione d’amore.

Questo è un concetto, secondo me estremamente importante, perché l’amore non è un qualche cosa di dato.

C’è una bellissima canzone che si intitola proprio così “La costruzione di un amore”. Ti da proprio il senso che è un qualche cosa che si va costruendo.

 

Perché dovrebbe costruirsi? Qual’è il problema? Il problema è che gli esseri umani, anche quando si vogliono tanto bene, sono esseri separati.

Quando siamo innamorati abbiamo la netta sensazione che l’altro sia esattamente quello che noi desideravamo e di cui avevamo bisogno.

 

Non è il tema di questa sera, ma sarebbe interessante addentrarci in quali sono i meccanismi della scelta coniugale. Per cui ti ritrovi dopo 20 anni a dire:Ma chi me lo ha fatto fare di scegliere proprio questa persona che mi rompe le scatole con quel carattere che io non tollero?  Ma proprio quello dovevo andare a prendere?.

Si proprio quello!

E ci sono tutta una serie percorsi per comprendere perché proprio quello.

Ma non è il tema di questa sera. Però è molto interessante perché c’entra con il tema di questa sera: il desiderio. Poi vedremo come.

 

Voglio che sia chiaro, che dal momento in cui parliamo di coppia dobbiamo pensare allo sviluppo della coppia.  Quando parlo di costruzione, sto parlando di un qualcosa che va evolvendo. E quando parlo di sviluppo, parlo di sviluppo che parte dalla dimensione di dipendenza, perché quando si è innamorati si è profondamente dipendenti.

 

Non posso vivere senza di te, quando non ci sei mi manca l’aria. Ed è vero.

Si parte da lì, ma l’obiettivo è quello di riuscire a costruire una coppia in cui le parole autonomia e legame stiano insieme.  Ma attenzione, autonomia non vuol dire basto a me stesso. 

 

Secondo me  l’aspetto folle o sacro della coppia è quello di riuscire a mettere insieme due dimensioni che apparentemente sono contraddittorie.

Da un lato il bisogno che ogni essere umano ha di autonomia, di autorealizzazione e di libertà con il suo opposto che è il bisogno di legame. Mettere insieme queste due cose è l’arte del fare la coppia.

 

Però storicamente  devo dire che c’è un piccolo problema. Il problema sinteticamente è questo:le statistiche ci dicono che nel 1909 la durata media di un matrimonio a Parigi era 11 anni perché la gente moriva prima; uno o l’altro moriva e chi sopravviveva doveva cercarsi un altro partner, anche solo perché aveva una sfilata di bambini da far accudire. Era inevitabile che ci si risposasse. Allora potevi avere un’altra possibilità.

Oggi abbiamo il problema di aver fondato il matrimonio sul mito dell’innamoramento e  abbiamo matrimoni che durano 40 anni.

 

Lo capite che questo crea un po’ di problemi? Nel 1909 i matrimoni duravano 10 anni e non erano fondati sul mito dell’innamoramento perché la gente, fino al 1940/1950 ,non si sposava per amore ma si sposava per interesse, per problemi cullturali, per caste sociali o per qualche cosa che aveva a che vedere con l’economia, la politica ecc...

Oggi abbiamo delle coppie fondate sull’innamoramento che devono durare 40 anni/50 anni. Devono! Possono, se vogliono. E questo crea un po’ di problemi.

Bisogna reinventare le regole ed un altro modo di concepire la dimensione di coppia.

 

Non ci si può più raccontare che si sta insieme perché si è innamorati, perché non può essere vero. Stiamo dicendo una cosa che va contro il normale sviluppo dell’essere umano.

 

Lo so che dico delle cose dure. Ma detto questo guardate che, anche se per lavoro mi occupo delle coppie che si separano, perché in certe situazioni vi assicuro che per il bene dei figli è meglio così, io sono profondamente convinta che la famiglia sia un’istituzione sociale fondamentale per il bene di tutti,

Però capite che ciò vuol dire cambiare modo di guardare alla coppia.

 

Questa era la premessa, ora parliamo del desiderio.

Perché ho parlato di “impossibile necessario”? Perché per me la coppia è paragonabile a un attraversata nel mare dell’“impossibile necessario”. La coppia è necessaria perché è un bisogno/desiderio così grande connaturato nell’essere umano, da essere necessaria. Necessaria perché attraverso la coppia ti ricrei,ma impossibile. E’ impossibile ricreare quella fusione, quel desiderio fortissimo di fusione che abbiamo dentro, che è fatto di comprensione totale.

 

Una delle prime cose che  dicono le coppie quando vengono da me in crisi,  è: “Non mi capisce” o “Non mi capisce più”, perché tutti hanno sperimentato che nell’innamoramento l’altro ti capiva, dando tutto per scontato.

 

Sapete qual’è la cosa interessante dell’innamoramento e cioè del processo dinamico psicologico dell’innamoramento? E’ che noi non ci innamoriamo dell’altro, ma, secondo il vocabolario psicologico, delle mie proiezioni sull’altro.

 

Una signorina mi diceva:Io lo detesto perché è cambiato, pensi che mi dà persino fastidio il modo in cui mangia!.’

Ma quell’uomo mangiava così anche quattro mesi fa. Era lei che non lo vedeva quattro mesi fa, perché quando siamo innamorati funziona così: non lo vediamo.

Chi vediamo? Vediamo le nostre proiezioni su di lui o su di lei. Il momento dell’innamoramento è sostanzialmente meraviglioso per come io stò con lui, non per come stò con lui. Per come lui fa sentire me.

A un certo punto ci si risveglia e si comincia a vederlo per come è.  Allora si deve incominciare a fare i conti con una sfida, che è la sfida dell’amore.

 

In questo senso è “impossibile necessario”.

Non possiamo essere fusi. E’ impossibile perché siamo ‘altro’.

“Pensavo che la pensavamo allo stesso modo. Pensavo che avevamo gli stessi valori. Pensavo che mangiassi in un altro modo”. Io pensavo.

Poi scopro che tu sei quello che sei,  cioè diverso.

 

Allora io posso puntare come obiettivo ad una comunione con te, ad una condivisione con te, ma non alla fusione.

Fusione significa: provare la stessa cosa, sentire la stessa cosa,  pensare la stessa cosa.

 

Io vedo coppie che hanno passato la loro vita a pensare le stesse cose, provare le stesse cose, fare le stesse cose. Sono quelle che sono più disperate.

Oggi ho visto un uomo che, dopo 26 anni di matrimonio, mi ha detto: “Lo sa che io non riesco a fare niente da solo, perché anche quando vado in barca ho gli occhi di mia moglie in testa. Pensate: non c’è mai un momento in cui lui si senta solo, nel senso di autonomo.

 

Nella coppia c’è una tensione verso l’evoluzione, verso il cambiamento, verso la coesistenza di due opposti: il legame e la differenziazione.

La coppia è sana dal momento in cui riesce a integrare questi due opposti: la coesione, il legame, l’intimità e la differenziazione dei due individui.

Questi sono i due elementi che devono trovare il modo di integrarsi. Ma è un percorso, è un’attraversata che va costruita giorno per giorno.

 

Adesso torniamo a parlare di desiderio.

Che cosa è il desiderio? Nel volantino di presentazione della coppia c’era specificato “il desiderio nella relazione di coppia” cioè il mio desiderio nei confronti dell’altro. Cosa farne? Come si fa a mantenerlo vivo? E’ possibile mantenerlo vivo?  Questo significa che occorre restringere il campo della parola desiderio, perché in realtà il significato della parola desiderio di per sè è amplissimo.

Parlando di questo noi stiamo escludendo per esempio tutta la dimensione del desiderio in chiave personale.

I miei desideri, cosa ne faccio all’interno della coppia? Li agisco tutti?

Quali desideri sì, quali desideri no. Ci sarebbe anche da trattare tutto questo tema che è di pertinenza del campo etico.

 

Come psicologa posso continuare dicendo che la parola desiderio la contrapponiamo alla parola bisogno. Perché nell’individuo la parola desiderio e la parola bisogno sono contrapposte.

 

Il bisogno ha a che vedere con la mia dimensione di mancanza e di vuoto: ho bisogno di mangiare. Ho bisogno di te è diverso da desidero te. Il bisogno nasce dal fatto che io sento che mi manca qualcosa, che ho un vuoto e che ho bisogno dall’esterno che mi venga riempito. Ognuno di noi ha la sua dimensione di bisogno.Nella relazione con l’altro ho bisogno delle tue coccole.

 

La parola desiderio invece ha a che vedere con il pieno, cioè ha a che vedere con la dimensione di germinabilità.

Sto parlando da  un punto di vista psicologico. Desiderio ha a che vedere con la progettualità, con un seme che tende a germinare, a crescere,  il desiderio nasce dal pieno.

 

Quando io dico desidererei tanto imparare l’inglese è diverso dal dire ho bisogno di imparare l’inglese.

Il desiderio è perché c’è una parte mia che si sente attratta da quella cosa, non è che non ne può fare a meno. Posso benissimo farne a meno, io sto in piedi lo stesso se non imparo l’inglese, però mi piacerebbe, desidererei impararlo.  Dentro quel desidererei c’è il fatto che in quel modo io faccio germinare, porto a compimento una finalità, una progettualità mia.

E’ come se le mie capacità avessero bisogno di realizzarsi.

 

Se invece dico che ho bisogno di imparare l’inglese sto dicendo che nella mia vita mi manca l’inglese.Questa sera ci soffermiamo su una di queste due dimensione che è quella del desiderio. E non rispetto a me. Capite che gioca anche questo nella coppia? Perché non sempre i miei desideri personali, in cui tu non c’entri niente, hanno a che fare con te.

 

Desidero, ma non necessariamente un’altra donna o un altro uomo. Tu puoi sentirti tradito da me perché desidero realizzarmi nel mio lavoro e lo desidero così tanto che tu ti senti tradito perché sta diventando per me un modo prioritario di realizzarmi.

 

Questa sera però stiamo parlando del desiderio dell’altro. Tutti noi desidereremmo tanto che non ci fosse calo del desiderio nella coppia. Io sono venuta a portarvi una brutta novella. E la brutta novella è che se è così è finto. Nel senso che questo non risponde al normale sviluppo di una coppia.

 

Se una coppia mi dicesse noi ci amiamo follemente col massimo del desiderio da 40 anni

direi che c’è qualche cosa che non va. Non so quanti di voi hanno figli. Un bambino di tre anni cosa desidera? Desidera, non ha bisogno. La cosa più importante che desidera è giocare, ricever coccole.

 

A sette anni che desideri ha? Giocare, coccole, capire. Pone delle domande, desidera capire.E a 11-12-13 anni vi sono altri desideri. Capite alloara che il desiderio cambia? E cambia perché  se ne mette da parte uno e ne viene fuori un altro.Quando un figlio ha 16/17 anni gli diciamo: Come sei cambiato! Una volta desideravi tanto stare con la tua mamma, adesso non ti importa più niente.’ Quando avevo i bambini piccoli mi dicevano: ‘Mamma esci anche questa sera?’ Adesso mi dicono:’Mamma esci questa sera?’  E il più grande arriva anche a dire: ‘Scusate, ma non è che questa sera potreste uscire per favore e lasciare la casa libera?’

Sono cambiati i desideri.

 

Anche nella coppia il problema non è, a mio parere, l’assenza di desiderio, ma è che si fa fatica ad accettare il cambiamento del desiderio.

Noi siamo abituati a pensare che il desiderio significhi attrazione. Invece il desiderio è quell’energia vitale che in modo assolutamente naturale suscita in me la forza, la spinta a costruire e a durare.

 

Quando un bambino fa il lego, non ha bisogno di fare la costruzione, desidera fare la costruzione. Ha una forza dentro che è energia vitale. Ha voglia di costruire e di donare. Sta donando se stesso, non a qualcuno, a quella costruzione sta donando energia, tempo. Lui si sta impegnando al massimo.

Lo stato puro del desiderio è quello.

 

Nella coppia, nei primi tempi, il desiderio è sostanzialmente di conoscersi.

Il mio desiderio, la mia energia vitale è tutta impegnata a conoscerti. Vorrei entrarti persino nei meandri. Soprattutto le donne sono veramente delle esperte, un po’ sadiche e manipolatorie. E lì c’entra il loro bisogno e non più il loro desiderio.

 

Desiderare l’altro significa desiderare che lui si presentifichi a te. Conoscerlo ha a che vedere con la spinta del desiderio di farlo vivere. Presentificarlo davanti a te. Poi incominciamo a pensare che lui sia fatto così  o che lei sia fatta così. Comincia a  insinuarsi all’interno della coppia il tarlo del “E’ fatto così”.

 

Quando arrivano le persone in crisi da me prima o poi salta fuori questa frase: ‘Ma sa dottoressa mio marito è fatto così’. Oppure:Del resto lui lo sa io sono fatta così’.

Io dico sempre che questo è il primo segnale che c’è qualche cosa che non va bene.

Quando vedete che la spia della benzina si accende vi incavolate o la ringraziate?

Normalmente una persona equilibrata, se vede la spia della benzina accendersi dice: caspita devo andare a fare benzina!.

 

All’interno della coppia ci sono alcune cose che dovrebbero sollecitare la nostra attenzione.Una di queste è:Sono fatta così! - E’ fatto così!. Perché significa  che io ho incasellato me e l’altro in una dimensione standard.

 

DOMANDA: Quello che ha detto è vero, però tu non hai il diritto di chiedere a quell’altro di essere fatto nel modo che a te farebbe più comodo. Dietro all’ “E’ fatto così” ci potrebbe essere l’accettazione.

 

RISPOSTA: Di solito le persone che vengono da me non me lo dicono come accettazione. Io stavo mettendo in rilievo la dimensione di rassegnazione, che è un’altra cosa. Non è accettazione. Io sto solo proponendo un modo di guardare a come il desiderio mi ha mosso nella conoscenza dell’altro e come a un certo punto questa spinta che è desiderio, si affievolisce, e quali sono i meccanismi che possono in qualche modo controbilanciare.

 

E’ fatto così’: che cosa vuol dire? Che io sono incapace, impotente nel cambiarlo. Non posso cambiarlo.Il che dice una grande verità, perché tu non puoi cambiare l’altro.

Sono soprattutto le signore che tendono a cambiare il maschile. Almeno nella mia esperienza vedo più frequente la spinta a salvare, aiutare, cambiare. A produrre un cambiamento sull’altro è più tipico della componente femminile di quella maschile.

 

Qui però ci si  impantana. Dal momento in cui si comincia veramente a dire “E’ fatto così”, lo prendo così e non ci posso più fare niente io mi impantano nelle sabbie mobili fatte di rinuncia alla possibilità che l’altro cresca, non che io lo faccia crescere. Non che io lo cambi, ma che l’altro possa trovare le sue occasioni di crescita.

 

Se io sono convinta di essere il motore di mio marito, e troppe coppie vedo io in cui uno pensa di essere il motore dell’altro, passerò i primi anni di matrimonio nel tentativo di renderlo più vitale, di dargli un po’ di brio, di far sì che si interessi alle cose che interessano  me.

 

Di solito questo movimento ha come conseguenza che l’altro si irrigidisce ancora di più nelle sue posizioni. Perché non c’è cosa peggiore nell’essere umano di sentire che c’è qualcuno che gli vuole sfondare la porta. Quando uno sente che qualcuno gli vuole sfondare la porta, che vuol dire che ti vuole cambiare, la cosa che  fa è quella di tirar su ancora di più le mura e di dire: da qui non passi.

 

Più l’essere umano sente che c’è un qualcuno che vuol forzare la tua porta e più tu la rinforzi.Accettare così com’è l’altro è un’altra faccenda. Accettare vuol dire: io ti voglio bene così, ma sappi che mi sembra che dietro quella maschera hai un volto diverso da quello che mostri. Vedi un po’ tu!Cosa ho voluto dire con questo.

L’individuo è fatto di un volto e di una maschera.

 

Anche se vi sentite bene non pensate di non avere addosso maschere. La maschera fa parte della crescita, della struttura della personalità. La maschera corrisponde alla personalità. Ce l’abbiamo tutti.

Solo che ci sono maschere che sono incancrenite addosso. Sono così rigide che se anche il volto sotto, si muove, la maschera è così dura che non si muove più.

Ci sono invece maschere che sono così ben modellate che quando il volto sotto si muove, la maschera si muove.  Voglio dire che la struttura della persona umana è fatta di più parti, alcune più intime e altre che sono state strutturate per il suo rapporto col sociale.

 

Normalmente io uso dire che occorre che nella coppia si impari  a stare con e a stare senza.Cosa significa? Stare con significa saper creare momenti di grande intimità.

 

Guardate che l’intimità e il desiderio non sono la stessa cosa, non confondiamo le parole,intimità può anche voler dire aprire il proprio cuore all’altro anche se non desideri lui, ma apri il tuo cuore perché è il tuo compagno di strada, perché è la persona di cui ti fidi, perché è una persona che stimi, perché è una persona da cui ti senti rispettato, perché è una persona che ti vuole bene, perché è una persona che ti guarda con tenerezza, ma non c’è bisogno sempre di sentire la spinta della passione desiderante per creare intimità.

 

Io ho da qualche anno una relazione veramente molto intensa e profonda con un sacerdote settantacinquenne,  credo ci sia tra noi una dimensione di grossa intesa, ma non lo desidero neanche lontanamente. Eppure c’è una grande intimità. Oppure con i miei pazienti ho una grandissima intimità, una grandissima assonanza emotiva. Eppure non è che io desidero i miei pazienti, nè loro desiderano me.

 

Provate a pensare alle amicizie, avete degli amici? Degli amici che sentite veramente amici?  Lì la dimensione del desiderio, inteso come passione nei confronti dell’altro, non è necessariamente presente, eppure c’è una dimensione di grande intimità. Allora nella coppia l’importante non è che tutti e quattro i pilastri ci siano sempre, ma che almeno tre ci siano perché stia in piedi.

 

Quelli sono i momenti in cui c’è un riflusso di desiderio per come l’abbiamo inteso, e cioè c’è bisogno di stare un po’ senza.

Io posso stare  senza. Posso stare da un’altra parte, occuparmi dei miei desideri. Posso studiare inglese. Posso andare a fare le cose che sento di desiderare, ma ci saranno i momenti di comunicazione profonda in cui ti racconto  la mia esperienza, ti rendo partecipe di quello che si sta muovendo dentro di me.

 

Stare con, significa intimità, stare senza, significa imparare a fare a meno dell’altro, a sentire che io posso coltivare relazioni, interessi, progetti anche senza di te. Fondamentalmente quello che vi sto dicendo è che la trappola più grossa per le coppie è illudersi che la mia felicità dipenda da te cioè che tu sei responsabile della mia felicità. Questa è una cosa infernale.

 

Lui non mi ha resa felice, oppure io non sono riuscita a renderlo felice. Ognuno di noi in realtà è responsabile della propria felicità e basta. Può contribuire a quella dell’altro, ma è lui il responsabile della sua.

Questo apre tutta una serie di considerazioni molto importanti. Pensate al solo fatto di come a volte ci carichiamo  di fardelli che non sono assolutamente nostri e che non ci competono.

 

Questo anche nel rapporto con i figli per esempio. Mi viene spesso da dire che quando veniamo al mondo siamo tutti quanti nudi bisognosi, mancanti; manchiamo di tutto, sembriamo solo una palla di bisogni. Siamo completamente dipendenti, completamente bisognosi, completamente mancanti e abbiamo una perla in mano.

 

Tutto dipende dal modo in cui i nostri genitori ci hanno guardato, come hanno guardato alla nostra bisognosità e alla perla che avevamo in mano. Ma la perla che avevamo in mano era chiusa all’interno delle nostre mani. Ci sono genitori che vogliono occuparsi delle  perle dei figli,  magari perché non si sono occupati della loro perla. Diventano genitori invidiosi, predatori o quelli che dicono:Tu cosa credi di avere in mano, se  non sei capace di fare niente!’.

 

Nella coppia è la stessa cosa, noi siamo fatti di bisogni e l’altro come guarda i nostri bisogni?Noi come guardiamo i bisogni dell’altro? Noi come guardiamo la perla dell’altro? Con rispetto, con invidia, con gelosia?  Lasciamo che si occupi della sua perla?

 

Noi impareremo a lasciare che l’altro si occupi della sua perla dal momento in cui noi ci occupiamo della nostra. Perché quando ci occupiamo della nostra perla diventiamo persone serene, persone contente, che magari fan fatica, che però sono soddisfatte di stare al mondo e questa cosa all’interno della famiglia è contagiosa. E’ contagiosa per il partner ed è contagiosa per i figli.

 

Io credo che i figli abbiano bisogno di tantissime cose ma di nessuna altra più che il sentire da parte dei genitori questo messaggio: figliolo guarda che la vita vale la pena di essere vissuta. Quando mi ritrovo nelle conferenze sulla relazione educativa e sento  genitori che mi dicono:Dottoressa ma come si fa a far sì che miei figli leggano?’ Io chiedo: ‘Ma lei legge?’,’ No, io no, non ho tempo per leggere.’,’E come fanno, dico io, i figli ad amare la lettura se lei non legge?’.

 

E la stessa cosa:Perché mio figlio è sempre infelice?’, dice la signora guardandoti triste.’Signora cara, ma come potrebbe suo figlio aver voglia di stare al mondo se vive in una famiglia dove c’è il papà sempre musone dietro il giornale, la mamma sempre lì attaccata alle telenovelas? E così nella coppia è la stessa cosa.

 

Occuparsi di te stesso significa che ti vuoi bene, significa anche che ogni tanto ti prendi  un po’ a frustate,  ti fai crescere e questa cosa è contagiosa, diventa  passione  per la vita e ciò contagia.Questo è desiderio. Più io desidero e mi occupo dei mie desideri, più anche l’altro verrà contagiato da questa cosa, perché in famiglia siamo come gli ingranaggi di un orologio, ci sono ingranaggi grossi e ci sono ingranaggi piccoli, ma basta che un ingranaggio giri ad una velocità diversa e tutti gli altri girano ad una velocità diversa.

 

Allora il problema non è come faccio io a tenere vivo il desiderio di te; il problema è: io mi occupo dei miei desideri?  Perché dal momento in cui io mi occupo dei miei desideri, della mia perla, io diventerò una persona desiderabile ed anche mio marito avrà voglia di stare con me perché sprizzo gioia di vivere.

 

La psicologia è una scienza relativamente recente rispetto alla medicina (fine 1880) ed ha fatto uno strano percorso. E’ partita infatti occupandosi dell’individuo, è andata dentro l’individuo per capirlo(Freud), poi ha fatto un salto e verso gli anni ‘50/’60 ha incominciato ad occuparsi di famiglia, di gruppo, di istituzioni, di azienda, di gruppi sociali, di masse ma  ha saltato il due.

Sto riflettendo da qualche anno su questa cosa. Chi di voi ha studiato greco, sa che esiste il duale. Nel declinare i verbi noi oggi diciamo: io (singolo), tu (singolo), egli (singolo), noi (tre)voi, essi.

 

In greco c’è il duale, cioè c’è una forma  verbale che prevedeva il verbo declinato al due. Il che vuole dire che è una categoria mentale il due, diversa dall’uno e dai molti. Questo significa che noi abbiamo perso la categoria del due e anche la psicologia non l’ha studiata abbastanza.  Cioè la relazione di coppia a due ha dinamiche che non sono equiparabili a quelle dell’individuo e a quelle dell’ìstituzione: famiglia, gruppo, azienda.

 

Per riflettere su questa tematica mi sto rileggendo la Bibbia in chiave psicologica. Perché la Bibbia oltre che essere un testo teologico è un formidabile testo di psicologia. Pensate per esempio alla vicenda della Genesi (Genesi 1 e 2). Quando Adamo ed Eva erano da soli nel Paradiso terrestre. Erano nudi, che dal mio punto di vista psicologico erano quello di cui vi parlavo prima:  siamo venuti al mondo nudi”. Ma non è una nudità solo corporea. Noi siamo venuti al mondo nudi psicologicamente, cioè siamo venuti al mondo senza nessuna sovrastruttura mentale, puri, nudi, con un grande bisogno di capire e basta. Non sapevamo niente.

 

Adamo ed Eva si sono trovati lì nudi e non si vergognavano, dice la Bibbia.

Cosa vuol dire dal punto di vista psicologico? Vuol dire che c’è una dimensione di armonia (Paradiso terrestre) che è fatta di nudità, è fatta della capacità di stare con i propri bisogni, la propria povertà,  serenamente senza vergognarsi..

 

Ma voi non avete mai detto al vostro partner:  Perché ti difendi sempre? Ma mostra i tuoi bisogni che non c’è problema, non vergognarti di essere te stesso.

Perché? Perché noi lo sentiamo che l’armonia nella coppia c’è quando l’altro si mostra povero, nudo, bisognoso, come eravamo nel giardino terrestre.

 

Quando si sono messe le foglie di fico?

Si sono messi le foglie di fico quando è nata la competitività:Tu sei Dio e io voglio essere come te, voglio conoscere come Dio e mangio la mela.’. Il capitolo 3 della Genesi lo leggo come il capitolo della disarmonia di coppia.

 

Lì si sono accorti di essere nudi, cioè si sono vergognati di essere bisognosi, della loro povertà e nudità. Non ti dà fastidio quando l’altro non vuole ammettere i suoi errori? Quando l’essere umano comincia a vergognarsi di se stesso, dei propri limiti, delle proprie debolezze, nella coppia si crea la disarmonia, si crea la competizione, si crea la sfida.

 

DOMANDA:  Quali sono gli altri pilastri?

 

RISPOSTA: Uno è la volontà, l’altro la coppia come grazia  o come dono e l’altro ancora è la coppia come arte. In realtà il desiderio, dal mio punto di vista sta nel secondo, però possiamo metterlo come quarto pilastro, cioè secondo me la dimensione del desiderio rientra nell’arte di essere coppia. Dove ci metterei anche la comunicazione di coppia, la capacità di gestione del conflitto nella coppia.

 

Da un’ultima ricerca è emerso che il fattore di salute della coppia è la capacità di gestione del conflitto.

Questo cosa significa? Significa che il fattore di salute psicologico che ci dirà se una coppia regge non è l’armonia o la sua capacità di comunicare, la sua capacità di fare sesso o la sua capacità di desiderare, ma la sua capacità di risolvere i conflitti.

 

Io ho un osservatorio più piccolo di quello della ricerca, ma  ho visto coppie che non avreste mai detto che si sarebbero disfatte perché la capacità di comunicare era assolutamente discreta, ma che erano assolutamente  incapaci di far evolvere il conflitto, si incagliavano sempre a un certo punto della conflittualità. La gestione della conflittualità è’ il fattore determinante all’interno di una coppia.

 

Dunque i quattro pilastri sono: uno la volontà,. Ma quando parlo di volontà, dentro questa colonna volontà bisogna vedere quanti mattoni ci sono e come è fatta.Poi c’è la dimensione dell’arte. La  coppia ha una sua dimensione di arte, è un fare arte.

Così come suonare è arte, ma prima di imparare a suonare sul pianoforte senza guardare lo spartito, tu passi anni in cui non fai altro che fare solfeggio, scale, poi impari a suonare come un’arte. L’arte in questo senso. Cioè ci sono delle cose che bisogna imparare a fare perché  nell’essere coppia nasca una dimensione artistica. Ma veramente artistica che ha a che vedere con la poesia. Poi c’è la dimensione del dono o grazia.

 

Quando le coppie vengono da noi ci chiedono di essere aiutate a “ristrutturare la casa”. Quello che desiderano quando vengono sfasciate è o di essere aiutate a separarsi (anche in caso di separazione la mediazione aiuta la coppia a salvaguardare i legami famigliari in relazione ai figli ad es.)oppure ti chiedono di dare loro una mano a ristrutturarsi.

Quando ristrutturate una casa dovete sempre tener presente che ci siano fermi dei pilastri portanti Almeno qualcuno lo devi lasciare fermo intanto che lavori sull’altro.

Se metti mano a tutti quattro i pilastri rischi che la casa crolli.

 

Spesso quello che succede nelle crisi è che la coppia viene travolta dal desiderio di cambiare tutto di botto ed è come se si rompessero alcuni pilastri portanti.

 

Per esempio c’è tutta la dimemsione del volere che  è stata assolutamente equivocata secondo me. Cioè la dimensione del voler qualcosa è stata interpretata come dovere.

 

“Dobbiano stare insieme solo per i figli?” Invece provate ad immaginare che quella dimensione di volere, quel pilastro, sia un’intenzione di costruzione. Cioè io voglio lavorare, perché lo decido, perché sto facendo un’operazione di discernimento.

 

Spessissimo mi dicono: Se io voglio vuol dire  che non è un amore spontaneo. Come se l’amore dovesse essere qualche cosa che nasce naturalmente. Proprio da un punto di vista psicologico non è così, c’è una costruzione di qualcosa a cui noi tendiamo e che ci chiede un superamento di noi stessi. Non per niente è la strada che apre anche al trascendente questa. Di qualunque tipo di trascendente si parli. Cioè apre al sacro, al misterioso.

 

Se io e la persona che non ha più desiderio ci vedessimo da sole,  la guarderei negli occhi e le chiederei:  Quale  sogno hai  nel cassetto, di quando eri bambino, d quando eri adolescente? Che sogni c’erano?

 

E’ così vitale il desiderio che non è vero che non c’è; non lo senti più.

 

Allora a volte hai bisogno di luoghi dove andare per capire, e la psicoterapia è uno di questi. Io credo che la funzione della psicoterapia sia questa, di rimetterti in contatto con la tua perla. Non è che non ce l’hai più. E’ come se fosse contenuta in una conchiglia che la protegge.

 

Ma se tu da piccolo hai subito attacchi alla tua perla: per esempio qualcuno l’ha guardata e ha detto: che schifo!  Oppure qualcuno voleva rubartela, tu hai imparato a mettere sulla conchiglia strati e strati ed è diventata una conchiglia così spessa che non è più capace di aprirsi e  tu te ne sei dimenticato. Allora  lo psicoterapeuta  fa  il cesellatore. E quando senti male  lui si ferma finchè riesci di nuovo ad aprire la conchiglia.

 

DOMANDA : Quando uno dei due componenti la coppia  è fermo sulle sue posizioni in modo egoistico, l’altro come deve reagire?

 

RISPOSTA : Quando una persona si immobilizza nell’egoismo dell’ “io sono fatto così”, la strada può essere  quella della separazione. Ma se tra le due persone c’è un minimo di affetto, ne basta veramente poco, c’è la possibilità di far sì che l’uno aiuti, non a cambiare l’altro, ma a farlo accorgere che lui non è contento di essere così. Quando una persona incomincia  a dire: “Io sono fatto così, che cosa vuoi, cambiarmi?’, Ti sta dicendo che lui ha la percezione di essere sempre stato così, di essere venuto al mondo così.

 

Una persona di 64 anni, la prima volta che è venuta in terapia da me ha detto: ‘Io sono timida e asociale’. Non esiste nè il gene della timidezza, nè il gene della asocialità.

Sei diventata timida e asociale. Andiamo a vedere come mai. Anche lei aveva la sua storia, per cui è diventata molto presto una bambina chiusa, timida e asociale ma non era contenta di esserlo.

Oggi è una donna di 66 anni che svolge numerose attività di volontariato.

 

La vita è cambiamento. Chi non cambia muore. Spesso le persone che si arrabbiano e ti buttanto in faccia: “Io sono così, tu non mi accetti”, sono quelle che soffrono di più proprio per come sono.

Allora hanno bisogno di un qualcuno che vada oltre la loro sofferenza, che percepisca che anche loro hanno  dentro un desiderio di cambiamento che passa anche dall’accettazione e dal riconoscimento della loro storia.

 

Prima vi ho detto che per me la Bibbia è anche un testo di psicologia.

Sapete che c’è tutta la storia, nell’Antico Testamento del rapporto tra Dio e Israele, che è una storia tormentatissima, è come un rapporto di coppia..

Dio e Israele si amavano come un fidanzato e una fidanzata,  tra aggressività, violenza e tenerezza. E c’è un bellissimo passaggio in cui Dio accetta Israele che l’ha ripudiato, che è stata adultera, che l’ha tradito: “e la guardò con sguardo di tenerezza”.

 

Quand’è che nelle relazioni noi riusciamo a guardare l’altro con tenerezza, nonostante la sua bruttezza, nonostante la sua rigidità, nonostante gli errori che fa? Quando ne comprendiamo la storia. Non mi piace come ti comporti, mi fa star male come ti comporti, ma riesco comunque a guardarti con uno sguardo di tenerezza, che è lo sguardo che ti salva, che va a parlare al tuo cuore e dice: ma guarda che io lo so che tu non sei così, avresti tanta voglia di buttare certi tuoi aspetti.

 

Certo che ci sono le coppie che si incancreniscono sulle posizioni: “Io sono fatto così”. Più  ci si incancrenisce su queste posizioni e più ci si spacca.Ma c’è modo di far loro capire. Uno dei modi può essere la psicoterapia. Ma  io personalmente credo che lo possa fare chiunque: l’amico, la mamma.

 

Una mamma quando ha il figlio adolescente che la fa dannare, come fa a guardarlo comunque con lo sguardo d’amore? Vede oltre, ha comunque fiducia in lui, conosce la sua storia, capisce le sue difficoltà ed è capace di parlare al suo cuore, di dire: va bene, questo è un errore, ma io ho fiducia che ce la farai lo stesso. E’ colui che continua a credere in te. Quello sguardo è lo sguardo che salva la coppia.

 

 

Chiaravalle, venerdi 28 marzo 2003

 

 

(1) Xavier Lacroix è uno dei più noti filosofi francesi. Ex direttore dell'Istituto delle scienze della famiglia, oggi è preside della Facoltà di Teologia all'Università di Lione. È autore in particolare di numerosi saggi fra cui "L'avvenire è l'altro" (Cerf) e "I miraggi dell'amore" (Bayard /Novalis). In italiano sono state tradotte le opere "Il corpo di carne" (Edb) e "Il corpo e lo spirito" (Qiqajon).

 

(Il testo della conferenza non è stato ancora rivisto dalla relatrice ma i cambiamenti apportati hanno solo cercato di facilitarne la lettura. Le sottolineature sono del webmaster che ha pensato così di rendere il documento più digeribile alla visione.)  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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