L'ADOLESCENZA UN'ETA' DI TRANSIZIONE

 

 

 

 Vorrei fare subito due puntualizzazioni. La prima: inauguriamo con questo incontro la ?Comunità del Lucerniere’ che Michele ci ha presentato. Il lucerniere è qualcosa che fa luce, luce per rischiarare la nostra strada ed aiutarci a trovare soluzioni. Ma naturalmente può far luce solo chi ha luce: risolve i problemi solo chi ne conosce la soluzione, chi possiede la verità, come ha detto Michele quando ha fatto riferimento al vangelo. Io invece non ho verità, o per lo meno non sul tema che trattiamo questa sera: l’adolescenza. Allora: come intendo inserirmi nella comunità del lucerniere della quale ho accettato l’invito? Spero di far luce sul problema, proponendo alcune puntualizzazioni, precisando alcuni termini del discorso, circoscrivendo i problemi per poi cercarne una soluzione. Nella linea che proponeva Michele la comunità dovrebbe funzionare anche come un appoggio. Stasera mi propongo di impostare il discorso, anche perché mi rendo conto che abbiamo poco tempo anche per far ciò: l’adolescenza costituisce un problema. Nel discorso che avevo in mente io c’è una pars destruens, una parte un po’ distruttiva, dove si vedono gli aspetti negativi dei problemi, seguita poi da un pars construens  nella quale si indicano i compiti degli educatori, nella quale, tuttavia,come anche nello stabilire chi sia l’adolescente ci sono degli aspetti abbastanza problematici e negativi. La parte positiva, quella nella quale si stabiliscono le condizioni di un dialogo che sia davvero autentico, non so se stasera farò in tempo a proporla, quindi il mio discorso sarà un po’ monco. Dunque, la prima puntualizzazione è: non ho verità in tasca.

La seconda puntualizzazione: io non sono affatto uno specialista di questo argomento, al punto che ci si potrebbe chiedere perché mi hanno chiamato. Non sono un educatore, né un formatore, non sono uno scienziato dell’educazione e della formazione, non sono uno psicologo, né uno psicanalista dell’età evolutiva, e neppure un sociologo, cioè uno che sa o crede di sapere chi siano gli adolescenti riconoscendoli dai caratteri peculiari dei loro comportamenti. Perché dunque il lucerniere mi ha chiamato? Non solo perché sono di persona coinvolto, come molti di voi, direttamente, con gli adolescenti in famiglia, ma anche perché  di recente ho avuto modo di riflettere in modo teoretico sull’adolescenza in quanto filosofo. Vi proporrò, dunque, alcune delle riflessioni che ho fatto in questi ultimi mesi all’interno di un contesto a più voci nel quale, appunto, svolgevo il ruolo di studioso dell’uomo, di filosofo.

Fatte queste premesse, entrerò nel vivo del discorso presentandovi due casi di adolescenti le cui vicende mi sono rimaste particolarmente impresse: Erica e Omar, i protagonisti della tragedia di Novi Ligure di un anno fa, all’epoca dei fatti avevano 16 e 17 anni; nello stesso periodo era adolescente quel ragazzo che uccise la sua ex-fidanzata nel cortile della scuola. La cronaca ci propone quotidianamente casi analoghi, tragici e sconcertanti, e allora mi son chiesto: quale è la nostra prima reazione di fronte a questi fatti,quella dell’uomo comune? E’ quella di affermare, assieme alle analoghe reazioni dei mass-media, che gli autori di questo comportamento deviante, tragico e trasgressivo, non erano in sé nel momento in cui compivano questo atto. Dunque un processo potrebbe mostrare la loro totale infermità di mente. Oppure: quei soggetti, al momento dell’atto, erano in preda al cosiddetto raptus di follia: la loro mente aveva subito una specie di black-out momentaneo, erano dei seminfermi di mente. In questi modi noi crediamo di dire una parola chiara, di aver compreso che cosa sia accaduto effettivamente dandone una spiegazione. A mio avviso è una soluzione troppo facile, semplicistica. Credo che noi mettiamo in atto un meccanismo di difesa antichissimo: difendiamo noi stesi identificando una specie di capro espiatorio: riconosciamo in colui che offende attraverso una persona l’intera comunità, qualcuno che non è come noi, che non appartiene alla comunità, è altro rispetto ad essa. Ecco che allora in primo luogo diciamo:probabilmente è stato un extracomunitario. La ragazza aveva fantasticato dell’albanese che era entrato ed aveva ucciso il fratellino e la mamma. Meglio ancora poi se si tratta di un clandestino privo di permesso di soggiorno. E’ venuto da un altro mondo: se potessimo ipotizzare un extraterrestre, addirittura un’incarnazione dello stesso demonio, sarebbe ancora meglio.

In seconda battuta, l’altro da noi, che ha compiuto il misfatto ed ha tenuto comportamenti devianti e trasgressivi, è un folle, è quindi qualcuno che non ci riguarda: i nostri atti, infatti, sono tutti caratterizzati da sanità mentale. Secondo me le cose non stanno affatto così: non è vero che i soggetti in causa, gli elementi devianti e trasgressivi, sono totalmente altri da noi stessi. Questi non sono casi eccezionali, ma eventi ripetuti coi quali dobbiamo convivere. Dobbiamo cominciare a parlare, per usare un’espressione uscita in quel momento, nella riflessione che seguì quegli atti, di patologia della normalità. In modo provocatorio direi che si tratti di fisiologia della normalità. Chi è normale? Chi segue ordinatamente le regole del vivere civile, chi è politicamente e socialmente corretto. Ma  è difficile stabilire, come ci insegnano i filosofi dopo Freud e Nietzche, un confine netto fra ‘normale’ e ‘patologico’, così com’è difficile stabilire un confine certo e sicuro tra il deviante e il delinquenziale. Una

cosa è deviare da regole di comportamento socialmente acquisite, una cosa è la delinquenza. Sostenere che certi comportamenti, anche quelli che ci lasciano esterrefatti siano da considerare manifestazioni fisiologiche significa in fondo ammettere che il mostro è in noi. Il mostro in senso etimologico (monstrum significa meraviglioso, stupefacente), cioè qualcosa che stupisce al di là di ogni immaginazione. Ho letto recentemente un articolo su una rivista di larga diffusione. Una mamma, nella rubrica delle ‘lettere al Direttore’ si chiedeva e chiedeva al Direttore, un esperto di psicologia dell’età evolutiva, spiegazioni sulche fare’ nei confronti dei propri figlioli, due adolescenti in casa: se uno è un peso, con due le cose si moltiplicano. Il titolo di questo articolo era ‘Mio figlio: un marziano con i brufoli’: qualcuno che era in intimità con me ora non lo capisco più, sembra un estraneo. Il mostro è in noi, tra noi. Secondo Horkheimer e Adorno, che scrivono un volume sulla Dialettica dell’illuminismo studiando i principi di ragione che reggono il nostro Occidente, sostengono che la ragione genera mostri: la shoah ne è un esempio. Sto sostenendo che è normale, o può essere considerato tale, un comportamento deviante e trasgressivo da parte dell’adolescente. Dobbiamo accettare questa realtà: il comportamento trasgressivo è normale: così ci poniamo, naturalmente, in una condizione diversa da quella nella quale ci poniamo quando diciamo: “non ci riguarda, perché questo ragazzo che ha compiuto questo atto è matto”, oppure “è andato fuori dalle regole, bisogna ricondurlo al principio di ragione”. Sto dicendo che, invece, quel che capita in tali comportamenti, è nella norma.

Si parla di normalità, dunque di soggetti che noi non possiamo considerare folli, ma che d’altra parte fuoriescono dalle regole di comportamento sociale a tal punto da compiere atti anche disumani. C’è da chiedersi: chi è questo essere, l’adolescente appunto, soprattutto nel momento in cui non compie atti trasgressivi, se è vero che nella sua “normalità”, in qualche modo è sempre deviante rispetto alle regole del gioco sociale e famigliare. Ultima osservazione, che ci riguarda più da vicino: se il monstrum, cioè qualcosa di stupefacente, è tra noi, in noi, quindi non è altro da noi, se questi comportamenti quindi possono essere ricondotti all’interno della normalità, allora va in crisi tutto il nostro perbenismo, la nostra patina di benpensanti. La mia provocazione vorrebbe essere efficace nei confronti del nostro perbenismo, che ci impedisce di accettare nel nostro ambito sociale e familiare elementi devianti che hanno comportamenti fuori dalle righe, fuori norma. Questi comportamenti ci vedono sempre in parte corresponsabili. Non sto dicendo che l’adolescente non sia anche lui responsabile dei suoi comportamenti, sto dicendo che una parte di responsabilità è anche nostra, del mondo degli adulti nel quale gli adolescenti vivono.

A quali – diversi - livelli siamo corresponsabili? Come figure parentali nell’ambito familiare; come educatori degli adolescenti a scuola; come adulti preposti alle pubbliche istituzioni, siano esse della politica, della società o della chiesa.

Da queste prime riflessioni a mio avviso emergono due dati di un certo interesse. Nel volantino di invito a questa conversazione ci si rivolgeva a coloro che hanno adolescenti in casa e a coloro che si preparano ad averne, come i genitori di figli piccoli e vanno in cerca di consigli. Quando dico che siamo corresponsabili, lo dico indipendentemente dal fatto che abbiamo o pensiamo di avere figli adolescenti: siamo corresponsabili in quanto adulti. Ma ancora: l’adolescenza è un punto problematico dell’esistenza umana e quindi tocchiamo un fenomeno antropologico. Se vengo chiamato a parlare di adolescenza, mi rifiuto di fare il tuttologo e di mettere il becco in territori non miei: mi limito al mio punto di vista, che è quello filosofico-antropologico. L’adolescenza è un momento di sviluppo e di crescita dell’uomo. D’altra parte l’adolescenza è stata male studiata dalla scienza che avrebbe dovuto occuparsene, e che ha creato una sorta di ‘emarginazione’ sociale e scientifica di essa. Una tesi di Freud, che è stata sostenuta pure dagli psicanalisti che son venuti dopo di lui, è che è importante, in fondo, studiare l’infanzia e il suo romanzo familiare, con la formazione dell’Edipo, perché è l’infanzia il punto nevralgico dell’esistenza. E’ in quel momento che si insidia e si struttura il soggetto umano, e nasce la sua sintomatologia. La centralità dell’infanzia dunque, per Freud e la psicanalisi, sta a significare che la forma del soggetto si acquisisce per l’essenziale in questa fase della crescita. Tutto accade, tutti i giochi sono fatti nell’Edipo. L’adolescenza è il cosiddetto ‘periodo di latenza’ nella quale c’è una sorta di fissazione di tutto quel che è accaduto durante l’infanzia e pertanto in quella fase particolare dello sviluppo dell’individuo non succede nulla di particolarmente significativo: è l’età di mezzo. La chiamano l’età balorda, l’età stupida, l’età di transizione, nella quale non si è né carne né pesce, come si dice, perché non si è più bambini, e dunque non si hanno più le loro giustificazioni di ‘piccoli dell’uomo non ancora uomini, come li chiamava Lacan. Non si è ancora adulti, e se ne paga lo scotto. Un ragionamento antropologico corretto dovrebbe considerare la sequenza delle fasi bambino-adolescente-adulto nella costruzione dell’individuo umano.

Allora parlare di adolescenza significa parlare di noi stessi, sia perché abbiamo a che fare con adolescenti, sia perché lo siamo stati e –forse- lo siamo ancora. Qualche volta si dice che, pur essendo adulti, abbiamo ancora un bambino che vive in noi, quando assumiamo atteggiamenti infantili. Altre volte queste considerazioni diventano positive, quando si considera l’aspetto ludico e creativo di certi nostri comportamenti nei quali lasciamo spazio all’immaginazione. Insinuo il dubbio che oltre al bambino in noi permanga anche l’adolescente, cioè l’irresponsabile. Allora il problematizzare il mondo degli adolescenti significa parlare anche di noi, dell’uomo in generale, fare un discorso appunto antropologico. Gli adolescenti sono il nostro domani, storicamente sono quel che sarà l’uomo nel futuro, proprio in forza della considerazione della crescita e dello sviluppo dell’individuo umano nella società. Ma nello steso tempo rappresentano una minaccia a causa di ciò che si è soliti definire ‘conflitto delle generazioni’: giovani contro gli adulti e viceversa. C’è da riconoscere una tensione costante, a volte latente, ma sempre più spesso esplicita, tra il mondo degli adulti e coloro che tendono a soppiantare gli adulti prendendone il posto.

Vorrei sostenere le mie considerazioni con lo studio di uno psicanalista un po’ particolare, eterodosso, Winnicott, che in un testo, Gioco e realtà, ha pubblicato un saggio intitolato Sviluppo dell’adolescente e implicazioni per l’educazione. Leggiamo:  “Al momento dello sviluppo adolescenziale, ragazzi e ragazze goffamente, capricciosamente, emergono dalla fanciullezza e dalla dipendenze – cioè cominciano ad acquistare una propria autonomia – e brancolano verso la condizione degli adulti”. La condizione della crescita, dell’adolescenza è il brancolare verso una condizione diversa. La crescita non è soltanto una condizione di sviluppo di tendenze ereditarie, insite nei geni, ma anche – e per Winnicott soprattutto – l’intrecciarsi di istanze, di impulsi, di passioni, in modo complesso, con l’ambiente circostante. Naturalmente, per Winnicott, il primo ambiente a cui si deve far riferimento, è la famiglia. Ma ci sono anche altri ambiti ai quali l’adolescente si apre, sociali e politici. Già il fatto che la sua giornata sia legata alla scuola implica il rapporto con altri mondi e a altri ambiti. Winnicott fa notare che, quando pure si sia svolto correttamente il proprio ruolo di adulti nello stadio precedente (infanzia e pre-adolescenza), non è detto che si possa contare su un funzionamento scorrevole della ‘macchina’ della crescita. Anche se i presupposti sono buoni (“viene da una buona famiglia, ha avuto un’infanzia senza problemi, è cresciuto regolarmente, non era disadattato, ha avuto genitori amorevoli, che gli hanno fornito dei buoni stimoli per la crescita e lo sviluppo”) Winnicott dice che questo non significa nulla: durante l’adolescenza si potrebbero avere delle difficoltà, perché certi problemi sono inerenti a stadi successivi, appunto all’adolescenza. A questo punto, precisa Winnicott, entra in gioco l’immaginario che occupa la mente dell’adolescente. Egli sostiene che, durante l’infanzia, la fantasia principale del bambino –edipica- è la morte: il bambino ipotizza (amore e morte nei confronti dei genitori) e fantastica la non-esistenza di uno dei genitori. Durante l’adolescenza la cosa si complica, perché il contenuto specifico della fantasia adolescenziale è l’uccidere, il provocare l’annientamento dell’adulto odiato.

Crescere, svilupparsi, significa dover far fronte a problemi ambientali in quanto di fatto significa prendere il posto dei genitori. Pertanto – cito: “Nella fantasia inconscia dell’adolescente crescere è implicitamente un atto aggressivo, poiché significa togliere di forza un posto ad altri”. Ancora: “Perché il bambino e l’adolescente divenga adulto questo passaggio deve avvenire sul cadavere di un adulto”. Winnicott subito dopo precisa che egli dà per scontato di far riferimento alla fantasia inconscia che è proprio il materiale che sottende il giocare. Come per il bimbo scompare la figura antagonista – per il maschio il padre e per la femminuccia la madre – così per l’adolescente è implicita non la scomparsa ma il farlo scomparire.

Allora chiediamoci: è proprio possibile ricondurre alla normalità il coltivare queste fantasie aggressive nel corso della crescita, del farsi adulto? Tutto questo – ci sta dicendo Winnicott – deve accadere di necessità? Egli sostiene che anche quando si attraversi gli stadi della crescita in situazioni del tutto prive di conflitti, in completo accordo con le figure parentali (capita talvolta di avere degli adolescenti senza problemi, le cosidette gatte morte), non è detto che queste fantasie non abbiano giocato il loro ruolo. Non è detto che il comportamento non-aggressivo, il fatto che non ci sia questa esplosione di aggressività sia la cosa migliore che può capitare: senza tutto questo non ci può essere – ci dice Winnicott – il conseguimento di un’identità personale, e quindi la conseguente autonomia.

Winnicott ci dà anche una giustificazione di questa affermazione forte: la ribellione, e pertanto anche l’atteggiamento trasgressivo nell’ambito familiare, appartiene alla libertà che voi stessi avete concesso – avete dovuto concedere – al bambino, allevandolo in maniera tale da permettergli di esistere di per sé, in autonomia. Si potrebbe dire: hai seminato un bambino e hai raccolto – dopo l’adolescenza – una bomba; questo è sempre vero, anche se non sempre appare con tanta evidenza, quando non ci sono manifestazioni palesi di aggressività. Nella fantasia inconscia della pubertà e dell’adolescenza vi è sempre la morte di qualcuno, come trionfo personale, e tutto questo è legato ad un intrinseco processo di maturazione che permette di pervenire ad una condizione di adulto.

 Questo discorso di Winnicott io lo sento legato strettamente a Hegel, un autore che cita in una nota.  Hegel nella Fenomenologia dello spirito cerca di mostrare qual’è lo sviluppo della coscienza: la maturazione dell’essere umano parte dall’essere biologico con il suo sviluppo e arriva allo spirito, allo spirito assoluto. Hegel propone in questa sua opera giovanile tre fasi fondamentali: quella della coscienza, che in qualche modo corrisponde allo stato di natura, a quello dell’uomo quando è bimbo, non è ancora uomo, non ha ancora la ragione; poi c’è la fase dell’autocoscienza, poi c’è la fase dalla ragione, dello spirito, quella nella quale si arriva allo stato di diritto; fra lo stato di natura e lo stato di diritto fa dunque da cuscinetto l’autocoscienza. Tutti i critici ritengono che questo sia il momento antropogenico, cioè quello nel quale il bambino diventa l’uomo. L’uomo è soltanto nello stato di diritto, lo stato di natura è soltanto un momento di crescita iniziale, il momento di passaggio, l’età di mezzo antropogenica è quello dell’autocoscienza, come l’adolescenza è l’età di mezzo fra l’infanzia e l’età adulta. Cosa capita, cosa accade nella sezione dell’autocoscienza? Una coscienza entra in competizione coll’altra in vista del riconoscimento del sé, del proprio io, della propria identità. Per potersi realizzare come sé entra in lotta per il riconoscimento: esiste un conflitto, si diventa uomini tramite un conflitto. La lotta per il riconoscimento del proprio io, della propria identificazione, è una lotta per la vita e per la morte, all’ultimo sangue, ma la cosa non va a finir male perché uno dei due si assoggetta all’altro, il riconoscimento è soltanto unilaterale: uno diventa signore e l’altro servo, oppure c’è il riconoscimento reciproco, una sorta di io che diventa noi, nel quale uno è riconosciuto dall’altro, e questa è la sezione spirito, è lo stato di diritto in cui tutto va per il meglio, tutto finisce bene.

Ma Hegel non dice mai che, anche quando c’è il momento positivo della comunità e dello spirito, l’altro momento può essere aggirato, che può non esistere: il momento della lotta per il riconoscimento, della lotta in cui uno rischia la propria esistenza pur di farsi riconoscere come sé, come persona, è essenziale. Senza il momento antropogenico ne va dell’esistenza stessa dell’uomo adulto. E Winnicott lega quel momento all’età dell’adolescenza: un momento di conflitto di generazioni, nel quale io per potermi affermare debbo negare l’altro, e l’altro è l’adulto in competizione con me. Lo stesso Hegel che sostiene che nel matrimonio, che acquista la sua pienezza soltanto nell’atto generativo, le due coscienze dei genitori si realizzano nel figlio, lo stesso sostiene che in tale atto si produce una coscienza altra rispetto a quelle dei genitori, parla poi del dovere da parte dei genitori di educare questo figlio, come la morte che essi si danno: pur di dare l’educazione al figlio, la forma a questa nuova coscienza,danno a se stessi la morte. Nella misura in cui lo educano, essi pongono in lui la loro coscienza divenuta e producono la loro morte, si annullano,  potremmo dire che fanno un passo indietro. E ancora: nell’educazione si toglie l’unità priva di coscienza del bambino, che si articola in sé, diviene coscienza formata, utilizzando la coscienza dei genitori. Per Hegel dunque la cosa funziona per sottrazione: io tolgo qualcosa di me stesso, e la all’altro. Quello che fa la mamma per il bimbo quando dona il suo sangue al figlio, dice Hegel, lo fanno i genitori nell’educazione: la coscienza dei genitori è la materia nuova attraverso la quale essa, la coscienza nuova, si forma. I genitori sono per il bambino una sorta di ignoto, oscuro presagio di se stesso.

In questo divenire, in questo essere in progress che va dall’infanzia attraverso l’adolescenza, all’età adulta, c’è una sorta di passaggio delle consegne, che è naturale, è nella normalità delle cose. Per tanto l’educazione da parte dell’adulto è una sorta di disposizione al distacco, alla contrapposizione a se stessi. La “morte dei genitori”, anche in quanto fantasia adolescenziale, è una sorta di distacco dal cordone ombelicale della famiglia per quell’autonomia di cui si parlava. Trovo conferma nel dover essere, nel deve accadere di Hegel dell’idea che tutto questo è nella normalità delle cose, nella natura, è necessario che la coscienza proceda a questo riconoscimento: i singoli debbono reciprocamente offendersi per conoscersi e sapere se stessi in quanto razionali, cioè per poter accedere al mondo della ragione, al mondo degli adulti.

L’educazione dunque deve accadere in uno con il conflitto, addirittura come conflitto e svuotamento di sé: tutto ciò non può non avvenire e avvenire con questa modalità. Se così non fosse il piccolo dell’uomo non potrebbe diventare uomo, l’adolescente non arriverebbe mai a uscire dallo stato di latenza, superando definitivamente la fase edipica.

Questa è un po’ la parte negativa del mio discorso: ora, per non chiudere in un modo, per così dire, tetro, proporrei un’apertura ad una fase costruttiva, per provare ad iniziare con voi un dialogo, una conversazione, come vi avevo garantito, ma anche per poter gestire certe situazioni o almeno ipotizzare delle linee-guida che permettano di gestirle. La pre-comprensione della normalità di ciò che accade mi sembra sia indispensabile, ma è poco se poi non diciamo che fare e come comportarci in certe situazioni. Nell’articolo che vi citavo, le risposte a quella mamma, che chiedeva consigli allo psicologo dell’età evolutiva, mi parevano piuttosto deludenti, perché da una parte si accettava, senza citare naturalmente né Winnicott, né Hegel, che la nottata deve passare, che si deve avere un po’ di pazienza: tutto scorre, prima o poi la cosa finirà, ma poi ci si appellava alla speranza, si diceva che, se si ha seminato bene durante la fase dell’infanzia, se avete ben istruito ed educato i vostri figli, i frutti saranno buoni. Ma Winnicott ci dice che non è vero, che noi non possiamo rispettare il periodo di latenza dell’ adolescenza; l’atteggiamento del ‘fare meno danni possibili’, il chiudersi a chiave in camera da letto per aggirare le fantasie assassine dei figli adolescenti, non è vincente. Si deve invece aprire un dialogo che sia un autentico dialogo: ecco una prospettiva positiva. Una cosa vorrei dire prima di lasciarvi spazio: da ciò che ho detto, dovrebbe risultare evidente che gli adolescenti non sono un oggetto, nemmeno di riflessione, di considerazione, di studio e di attenzione. Sono anche un oggetto, ma come lo siamo tutti: l’antropologia studia l’uomo, dunque l’uomo diventa un oggetto, di studio, di conoscenza. Troppo spesso, tuttavia, gli adolescenti sono trasformati in oggetti mentre debbono diventare soggetti in causa per tutti i problemi che sono comuni a tutti  noi, in quanto bambini, in quanto adolescenti, in quanto adulti, perché sono relativi all’esistenza dell’uomo, alla trasmissione della vita stessa e all’immissione, mediante l’educazione nel tessuto sociale, che è comune a tutti noi. E’ strano che noi trattiamo gli adolescenti in loro assenza. Posso capire che si trattino i problemi dei bambini, assenti i bambini, ma l’assenza dell’adolescente è più problematica perché egli ha il diritto-dovere di essere partecipe e coinvolto nei suoi problemi. Naturalmente è meglio che egli non sappia di avere fantasia assassine, specie se camuffate, lo dico ai genitori per difesa nostra, ma in quanto soggetti debbono essere interpellati in vista di un’impostazione più corretta e di una soluzione dei loro e dei nostri problemi. Se per coinvolgere gli adulti bastano dei manifesti, come ha fatto Michele, per coinvolgere gli adolescenti ci vogliono altre strategie. Il problema è dato dal fatto che l’adolescente è – per definizione – immaturo, irresponsabile ed immaturo, e Winnicott sostiene che deve rimanere così, che è contro natura che l’adolescente non abbia il suo momento di immaturità. Questo stadio della vita deve esserci, è creativo per la stesa società, e guai se non ci fosse, guai all’adolescente a cui non è stato permesso di esserlo. Questo però ci solleva un problema: come coinvolgere un adolescente immaturo, come riuscire a convincerlo che i problemi suoi sono i nostri e i problemi nostri sono i suoi? Come far scattare quel meccanismo che gli permette di diventare un adulto, responsabile e maturo?

Il mondo adulto deve interpellare quello dell’ adolescenza, come il mondo adulto, da sempre, ne è stato interpellato, non con discorsi, perché l’adolescente ha poche parole, e spesso in gergo, incomprensibili dagli adulti che vivono in certi contesti. Quel che provoca l’adulto sono gli atteggiamenti dell’adolescente, anche le sue parole, ma soprattutto i suoi silenzi, i suoi comportamenti che sono costanti provocazioni. La maggior parte delle volte gli adolescenti sono oggetto dei discorsi, come anche qui stasera, mentre dovrebbero essere soggetti, partecipare ai nostri discorsi.

Qui mi fermerei, anche se, sul tema dell’interpellare, si dovrebbe creare un dialogo con l’adolescente, un tema delicato, perché noi troppo spesso siamo abituati a dire che bisogna comunicare, che il nostro linguaggio serve alla comunicazione. La filosofia che io pratico insegna che l’uomo è l’essere dotato di ragione, il logos, come diceva Aristotele, ma il linguaggio dell’uomo serve non a parlare di, ma a parlare con altri, è  un linguaggio che serve per la comunicazione. Allora occorre stabilire che cosa sia un dialogo autentico, che non è quello nel quale una persona sicura della propria verità la insegna ad altri: quello è un falso dialogo, è un diktat, un’imposizione. Quando si crede di comunicare con l’adolescente, ma si opera con questo finto dialogo, l’adolescente si accorge subito di essere preso in giro. Il dialogo vero è quello nel quale nessuno conduce, ma, come dice Hans Gadamer, al termine del quale tutti sono cresciuti. L’autentico dialogo anche con l’adolescente, che noi non riteniamo alla nostra altezza, è quello al termine del quale noi scopriamo di aver modificato le nostre posizioni, non è la parola dell’uno che si impone sull’altro, ma nasce una parola comune, che naturalmente prende spunti dalle parole di tutti, ma non ha rispondenza piena con le parole di ciascuno dei dialoganti. Questo è vero dialogo, ma mi chiedo se noi, nel momento in cui interpelliamo quello che ci ha provocato, l’adolescente, che noi riteniamo immaturo, che è immaturo, ci poniamo in quell’atteggiamento, o se invece non crediamo di avere la nostra verità, la legge del padre, come la chiama Lacan, da imporre al figlio recalcitrante che non l’accetta, che respinge il diktat. In quel caso il dialogo non è una proposta di apertura, ma un’imposizione.

Ringrazio dell’attenzione: spero di aver ulteriormente problematizato il tema. Ora, se c’è qualche domanda in risposta alle mie ‘provocazioni’…

Dom.: A proposito delle fantasie di morte: ho due figli adolescenti 12 e 14 anni, e soprattutto il maggiore le esprime nei sogni:stanotte ho sognato di ammazzarvi…’; mi è sembrato che il ragazzino fosse angosciato, e io gli ho detto: ‘guarda che stai diventando grande’. Tuttavia la fantasia ricorre, e ogni tanto lui la esplicita con un ‘ti ammazzerei’ che un po’ mi preoccupa. Che fare? Ho scoperto che una cosa buona è ridere assieme. Allora lui dice ‘certo che se io ti uccidessi, potrei uscire tutte le sere fino a tardi…

R. La risposta che ha dato ‘stai crescendo’ è perfetta, ma dovrebbe essere accompagnata da unpensa un po’ che succederebbe a te se io non ci fossi?’ Va bene ridere, ma occorre anche farlo riflettere sul fatto che sono sensazioni necessarie, è nel gioco delle cose che deve prendere le distanze dal mondo degli adulti,  è giusto che sia così: recupero ed accettazione verranno dopo. Dobbiamo metterci in discussione: quante volte abbiamo imposto le nostre regole, le nostre convenzioni familiari e sociali, al piccolo noi facciamo accettare qualunque cosa vogliamo:sei piccolo, come hai bevuto il latte della madre, devi accettare quello che dico io’, ma quando cresce ce ne rendiamo conto? Anche per noi il diritto non è pieno, perché viviamo assieme ad un partner, per esempio, e dobbiamo tener conto dei suoi diritti.  Lo stesso in ambito familiare, quando i figli crescono, e non possono essere considerati più, come direbbe Hegel, nello stato di pura natura, bensì degli interlocutori: buon per il suo figlio che sogna quelle violenze, portandosi poi dietro i relativi sensi di colpa, e le tira fuori. Questo vuol dire che tra voi c’è un dialogo, è anche bello che le racconti questi sogni e desideri nascosti: anche lei dovrebbe parlargli dei suoi sogni, per metterlo alla pari, è importante.            

Gesù di Nazareth l’ha combinata grossa, da adolescente, a 12 anni. Racconta Luca che, mentre vanno in pellegrinaggio a Gerusalemme, scompare. I genitori sono preoccupati, e lo cercano, tornando indietro, disperati, per 3 giorni. Gesù era nel Tempio, e interloquiva con i Dottori: quando i genitori, irritati, gli chiedono, come racconta Luca:Figlio, perché hai fatto questo? Ecco, tuo padre ed io addolorati ti cercavamo’. Nel racconto di Luca egli risponde:Ma come, non sapevate che dovevo occuparmi di quanto riguarda il Padre mio?’ Posto che egli sapesse già quale era la sua missione, è però vero che i genitori ‘non compresero ciò che aveva detto loro’ e si fermarono alla disobbedienza, al dire ‘nostro figlio se ne sta per i fatti suoi, si è perso per tre giorni’. Ma poi ‘Egli scese con loro e tornò a Nazareth ed era loro sottomesso’. Dunque, finisce il periodo di latenza, e con esso l’adolescenza, della quale l’episodio che Luca racconta è il clou.’Sua madre conservava tutte queste cose in cuor suo. Gesù cresceva in sapienza e in bontà davanti a Dio e agli uomini’. Maria avrà capito tutto sotto la croce, è la mia interpretazione teologica.

Dom.: Ma quando il comportamento dei figli non rispecchia lo schema che lei ha presentato, un genitore che deve fare, preoccuparsi?

R. Winnicott, nel suo testo che si intitola Gioco e realtà sostiene che sia nella norma che esistano le fantasie, i sogni incestuosi… Ma il passare alla realtà è tutt’altro. Hegel racconta che gli Indiani d’America, che allora erano considerati non-uomini, rappresentanti di una cultura estremamente marginale, uccidevano i propri genitori come fanno gli animali quando gli individui dominanti diventano anziani e inabili e il giovane si sostituisce al capobranco. Noi, dice Hegel, facciamo lo stesso, simbolicamente. La reazione di suo figlio alla fantasia che diviene realtà è quella di essere turbat, perché egli distingue il gioco dalla fantasia, anche se non è cosciente della funzione fondamentale della fantasia. Che lei si debba preoccupare o no, non saprei: lei si chiuda sempre a chiave!

Dom.: Io sono cresciuto senza padre, senza figura paterna a causa di una questione giudiziaria legata alla famiglia, che si è consumata prima che io nascessi, ma in età più adulta – ora ho 30 anni – ho voluto conoscere mio padre, quando i problemi giudiziari si sono risolti. Le chiedo: che ripercussioni può avere avuto questo sullo svolgimento della mia adolescenza, del mio ‘diventare adulto’?

R.: Quando l’ha conosciuto?

Dom.: Quattro anni fa, quando  avevo 26 anni, ho deciso di conoscerlo perché sentivo una grande mancanza nella mia vita, e pensavo che mi potesse aiutare a trovare una maggiore stabilità

R.: Io non la conosco, ma mi sembra che lei questa stabilità l’abbia in qualche modo raggiunta, da come ne parla. In passato ho conosciuto un’altra persona che era rimasto senza papà da piccolo, poi aveva perso presto anche la mamma e voleva conoscere il suo papà, ma lo cercava con ansia, con angoscia, senza mostrare le finalità che lei ha mostrato: mettere in un mosaico un tassello mancante. Da come lei parla mi sembra che abbia raggiunto un certo equilibrio. Lei ha voluto conoscere suo padre come perchiudere un conto’ col passato e diventare definitivamente adulto.

 

 

 

 

 

 

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