CAPITOLO 6

 

 

La moltiplicazione dei pani.

 

1 Dopo questi fatti Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade.

 

Dopo questo pieno di rivelazione Gesù si mette in cammino e cioè opera uno stacco spaziale dal luogo dell’ultimo miracolo. Questi trasferimenti hanno anche lo scopo di rispondere alle domande dei discepoli introducendoli sempre di più nel suo mondo. Lo schema è sempre:  aprirsi, ma nello stesso tempo sottrarsi. Gesù marca il territorio a suo modo, non come i mafiosi o i camorristi che sono obbligati a imporre al mondo la loro presenza diversamente nessuno si accorgerebbe di loro. Egli offre il dono della sua presenza e poi va via in modo che chi lo vuole veramente possa cercarlo e trovarlo. Non si impone, ma si offre e quindi il gioco è tutto nelle mani dell’uomo. I nomi geografici ci fanno capire che non stiamo di fronte ad un filosofo che ci espone le sue teorie, ma davanti ad un uomo che ha l’estrema capacità di parlarci di cose molto astratte, ma partendo dai fatti. Anche questo modo di rapportarsi a noi segue la via di una vera incarnazione dove nulla è scollegato, ma ogni cosa è al suo posto, in una grande armonia degna di Dio.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, una delle principali nostre difficoltà è che non abbiamo pazienza e vogliamo forzare la realtà per piegarla ai nostri pensieri e ai nostri desideri. Tu invece ci insegni a non imporre la nostra presenza agli altri e a fare le cose senza sbavature così che le nostre azioni siano sempre fatte alla luce di ciò che ci hai insegnato durante la tua vita.

 

2 ed una grande folla lo seguiva vedendo i segni che faceva sugli infermi.

 

Gli interlocutori principali di Gesù sono quelli che hanno bisogno e cioè che hanno necessità di essere presi in cura in quanto da soli non ce la fanno. Queste persone è come se stessero sull’aia aspettando che passi qualcuno - samaritano, medico o altro - ad aiutarli. Tutti quindi possono guarrire e dare sollievo a queste persone perché esse non hanno alcun pregiudizio per essere aiutate dal momento che sanno di avere veramente bisogno. Sappiamo però che sul bisogno umano di guarigione si annida una categoria di profittatori che cercano, sulla buona fede dei malati, di fare la loro fortuna. L’uomo da millenni è abituato a non fare niente per niente e quindi quando incontra qualcuno che afferma di volere solo il bene di chi ha di fronte è portato a sospettare che dietro vi sia qualcosa di losco. La folla quindi, non solo vede i segni, ma li osserva per verificare se le guarigioni operate da Gesù siano   veramente libere da un suo tornaconto materiale.

La folla che lo seguiva però era anch’essa bisognosa di verità ed in attesa di una guarigione se non materiale, spirituale. Per questo la folla, attirata dal suo fascino, voleva saperne di più sulla sua persona fisica e sul misterioso legame che lo univa al Padre. E così, anche le folle, nonostante siano folle e quindi vivano più dello spirito del branco possono diventare, per le singole persone che vi si trovano coinvolte, l’occasione di ricevere  impulsi tali da cambiare la vita.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, la nostra cultura occidentale ci porta giustamente a considerare la singola persona come il nostro valore supremo ed anche noi siamo portati più ad allontanarci dalle folle e a trovare per noi degli ambiti di privacy che salvaguardino la nostra vita, però tu ci fai anche capire che non si può rimanere sempre nascosti e che il rimanere riparati, come l’aprirsi, fanno tutti e due parte del disegno divino. Così tu ci prepari a stare con i pochi, ma  anche con i tanti a seconda della volontà del  tuo Padre celeste

 

3 Gesù salì sulla montagna e si pose a sedere con i suoi discepoli.

 

Gesù si è fatto quindi conoscere dalla gente grazie ai suoi miracoli sugli infermi, ma qui assistiamo ad un passaggio ulteriore molto importante. Ora la folla lo segue non tanto per vedere i miracoli che compie quanto per essere con lui. L’ascesa alla montagna ha questo significato e cioè quello di ascoltare le parole del Signore. E’ uno sciamare dal basso verso l’alto seguendo l’ape regina che sta cercando un nuovo nido. E, seguendo il paragone, il nido di Gesù non può essere che in alto dove la situazione umana si può guardare da una certa distanza. La folla lo segue, questa volta mettendoci qualcosa di suo, la fatica. ‘E la prima volta nel vangelo di Giovanni, che vediamo questo movimento inverso e cioè non Gesù che va dal popolo,  ma la folla che si muove verso Gesù. Oggi, interpretato in termini di audience, sarebbe letto come un successo. Tuttavia Gesù non si fa pressare dalla folla, non si attivizza subito per stabilizzare questo consenso, ma assieme ai suoi discepoli si mette a sedere. Compie cioè un atto molto umano e così ci dà una continua dimostrazione, casomai ne avessimo avuto bisogno, non solo della sua umanità, ma di quel suo capire i momenti dell’uomo. Perché si possa fare spazio infatti nel cuore dell’uomo occorre che egli abbia la possibilità di avere un tempo per adattarsi, per respirare e Gesù che si siede assieme ai suoi discepoli permette alla folla di ritrovarsi, di prendere fiato.

 

La nostra vita e la Parola

 

Al contrario di noi, Signore, tu sai aspettare il momento giusto. Noi invece sappiamo vedere più il nostro momento, che quello che sarebbe opportuno aspettare. ‘E l’ombra del nostro io che fa da schermo alla tua luce ed allora con il soffio del tuo Spirito Santo fai rientrare nei loro limiti le nostre ombre e permettici di vedere tutta quella realtà che nelle varie occasioni tu vuoi mostrarci.

 

4 Era vicina la Pasqua la festa dei Giudei.

 

In questo contesto e cioè su una montagna, al cospetto del mare di Galilea e davanti ad una folla il vangelo nota che ci troviamo vicino alla festa della Pasqua. Ora per i Giudei questa festa era collegata all’abbandono da parte del popolo ebraico della terra di Egitto e dei suoi idoli per un esodo verso la terra promessa. In quell’ascendere assieme a Gesù, novello Mosé, c’era un clima di festa che i partecipanti non collegavano alla Pasqua, anche se vicina, ma che nella sostanza era attraversata dallo stesso clima di attesa, novità e meraviglia degli ebrei di allora. Seguirlo su una montagna non significa seguirlo per le strade della città o accostarsi per formare un capannello, ma affrontare dei disagi e sappiamo bene come la nostra pigra natura non fa un solo passo in più se non si sente sufficientemente motivata. Questa folla era veramente interessata alla persona di Gesù. Se volessimo fotografarla con i nostri occhi contemporanei e da parte di una intellighenzia, un po' superba, dovremmo  definirla in modo spregiativo come popolino e cioè una accozzaglia di persone senza cultura profonda e buona solo ad essere subornata da qualsiasi chiacchierone o capopopolo. Ed invece Gesù non la pensa così e si prepara a premiare questa folla che porta dentro di sé una impronta significativa della natura umana. Egli sa  che il suo compito è quello di portare la buona novella anche lottando contro questa loro natura che ha nei suoi confronti una attesa molto terrena.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, che i miei passi dietro di te siano meditati uno ad uno per interrogarmi su quali siano le mie vere intenzioni quando ti seguo, che cosa mi aspetto da te, e che cosa sono disposto ad investire

ed a lasciare per seguirti. Signore, illumina i miei passi perché rimarranno incerti se non si collegano alla luce della tua persona.

 

5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”.

 

Gesù alza gli occhi verso la folla, ma il suo primo sentimento non è quello, molto comune ai potenti, di vedere come avrebbe potuto avvantaggiarsi dalla presenza di così tante persone. Gesù pensa invece a che cosa può offrire a quelli che lo avevano seguito. Il suo è un modo di rapportarsi che si prende in carico tutto l’uomo nella sua concreta realtà: corpo e spirito. Quelli che hanno potere, anche legittimo, in questo mondo,  non si preoccupano molto di questi aspetti così terreni. In questi tempi lo possiamo constatare con gli extracomunitari quando sono chiamati dalla legge a regolarizzare la loro posizione. Questi devono sostare dei giorni presso gli uffici di polizia, ma per loro non sono stati pensati posti di ristoro o semplicemente dei servizi igienici. Gesù coglie subito la situazione umana della folla e la sua prima preoccupazione è quella di trovare il modo di darle da mangiare cose terrene: il pane. Per questo si rivolge ad uno dei suoi, Filippo, che già conosciamo perché Gesù l’aveva invitato a seguirlo in Galilea e che poi aveva introdotto presso il Maestro un’altro  discepolo, Natanaele. Se è giusto il proverbio che dice: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, allora Filippo che si accompagnava con Natanaele era uno spirito sincero, perché Natanaele, a detta di Gesù era un ‘israelita in cui non c’è falsità’. Inoltre doveva essere un po' timido perché, richiesto da alcuni greci di presentare loro Gesù, lui prima chiede ad Andrea e poi con Andrea va da Gesù. Sempre nel vangelo di Giovanni Filippo chiede al Maestro di mostrargli il Padre: “mostraci il Padre e ci basta”: quindi era un tipo esigente che voleva vedere, toccare. ‘E a questo Filippo sincero, timido e incredulo che Gesù si rivolge cercando di mettere in crisi la sua incredulità e forse anche la sua timidezza.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, tu ci conosci a fondo e sai come rivoltarci al tempo giusto. Fai le tue mosse solo per allargare i nostri orizzonti. Ogni momento che ci dai su questa terra sia quindi benedetto, perché in ogni momento non si smorzi quella forza che ci attira a te.

 

6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare.

 

Il Signore nella sua vita pubblica aveva fronti diversi su cui operare. Uno di questi fronti, molto importante, era quello verso i discepoli. Anche questi dovevano capire a poco a poco chi veramente era il loro maestro. E Gesù quindi li prova per aiutarli a fare un punto su ciò che avevano intuito di lui e per svelare di sè sempre qualcosa di più. Gesù quindi tiene alla crescita dei suoi, perché senza una vera crescita difficilmente avrebbero potuto mettersi in sintonia con il loro Maestro. La condizione del discepolo è quella di avere davanti una strada che non finisce mai, ma non nel senso che è noiosa o che lo obblighi ad un perpetuo andare, quasi una maledizione, ma che infinite sono le cose da scoprire come Infinito è il suo divino interlocutore. In questo caso la prova aveva uno scenario difficile: Gesù e i discepoli si trovavano, in montagna lontani da ogni centro abitato dove si potesse comprare il pane e dovevano sfamare la folla. La domanda di Gesù quindi li voleva forzare a pensare diversamente dal loro solito modo di impostare la questione. L’uomo ragiona secondo i parametri del buon senso che gli è stato tramandato da quelli prima di lui e da ultimo dai suoi genitori e dalla società in cui vive. Secondo questa logica per andare sugli alberi bisogna che l’uomo si arrampichi, per avere un frutto dell’orto occorrono tutta una serie di operazioni senza le quali il frutto non crescerà e quindi per avere del pane occorre andarlo a prendere dove lo si produce. Ma Gesù mette in crisi questo tipo di logica che ci apre verso un mondo misterioso in cui possono apparire delle cose senza i preamboli necessari per la sua concreta esistenza. La notazione di Giovanni sul Maestro che sa bene quello che sta per fare sembra, a prima vista, messa lì ad indicare qualcosa di lapallissiano, ma se ci pensiamo bene potrebbe essere un indice di come Gesù abbia predisposto tutto bene in modo che il miracolo non venga interpretato come una illusione collettiva, ma come qualcosa di realmente accaduto. E la chiave per farci entrare meglio in questo mistero è il discepolo che, proprio perché messo alla prova, può acuire la sua attenzione per diventare un testimone lucido e sveglio su ciò che a breve sarebbe accaduto.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, anche quando ci metti alla prova, lo fai certo per farci crescere, ma la crescita che vuoi da noi, come ci insegni, non è mai disgiunta da quella degli altri. Se quindi ci troviamo a fare qualcosa che abbiamo voluto solamente noi, illuminaci perché possiamo capire se può partecipare ad un disegno più vasto, oppure è solo un parto della nostra mente ristretta.

 

7 Gli rispose Filippo: “duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”.

 

E Filippo aggiunge una considerazione molto realistica e cioè che neppure una cifra considerevole, come 200 denari, potrebbe sfamare tanta gente. Queste parole sono la tomba della speranza. Chi, come lui, si affida solo a ciò che vede non può che constatare che in alcune situazioni non c’è proprio niente da fare. Sono infatti lontani dalle città, si trovano su un monte, non hanno neppure i soldi che  potrebbero rappresentare almeno una speranza ed allora non resta che rassegnarsi alla situazione, così come si presenta. Questa è la proiezione di Filippo, ma non quella di Gesù. Gesù e Filippo due uomini nella stessa situazione, distanti però in modo infinito: l’uno aperto alle potenzialità creative del Padre, l’altro chiuso nelle possibilità limitate del suo quotidiano.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, noi, come Filippo, spesso non riusciamo a trovare una soluzione creativa per i nostri problemi. Dacci un po' di quella tua sicurezza, di quella tua apertura mentale e fiducia sconfinata nel tuo Padre celeste.

 

8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro:

 

Appare qui un altro discepolo di Gesù, Andrea, quell’Andrea discepolo di Giovanni il Battista che fa conoscere Gesù a suo fratello Simone. In questa scena della moltiplicazione dei pani sembra che il vangelo voglia continuare a presentarci i discepoli di Gesù uno ad uno. Così attraverso questo incontro con loro noi possiamo vedere come essi ci somigliano molto. Noi possiamo riconoscerci in loro e vedere come le loro debolezze, i loro limiti, il loro ingenuo, ma vero, volersi dare a Cristo corrisponde al nostro stesso modo di essere. Gesù quindi non si è attorniato di superuomini all’altezza di capire da subito la qualità divina della sua persona, ma di gente del popolo la cui caratteristica era quella di essere disposta a seguirlo. E Gesù con loro dialoga, apre spazi di discussione, crea situazioni che li aiutino a discernere meglio con chi si stanno veramente accompagnando in questa loro avventura umana, così diversa da quello che avevano sognato da giovani.

 

La nostra vita e la Parola

 

Anche a noi capita, Signore, di accompagnarci a delle persone che umilmente ci nascondono la loro interiore grandezza e così li trattiamo dall’alto della nostra sufficienza o della nostra miopia. Aiutaci ad accoglierli con quell’onore che dobbiamo ai tuoi veri discepoli.

 

9 C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci: ma che cos’è questo per tanta gente?

 

Andrea a differenza di Filippo sembra essere più concreto ed almeno si guarda attorno. Filippo ha quel tipo di intelligenza che crede di capire tutto con una sola occhiata  e non ha bisogno di altre conferme, Andrea invece è più curioso ed almeno tenta di rispondere al Signore dandosi un po' da fare. Tutti e due però danno per certo che è impossibile sfamare tanta gente. Hanno visto Gesù cambiare l’acqua in vino, e poi guarire il paralitico, ma confinano questi fatti in un ambito ristretto, tanto che non viene loro in mente di intercedere a vantaggio di una folla così immensa. Erano infinitamente lontani da quanto era scritto all’inizio del vangelo di Giovani, dove il Verbo di Dio è presentato come la fonte da cui il Padre ha preso ispirazione per creare tutte le cose. Noi uomini quindi se non ci eleviamo al divino non sappiamo vedere al di là di ciò che abbiamo attorno e quindi entriamo in ansia perché vediamo che il nostro livello di realtà non può dare una risposta vera ai nostri bisogni. Se invece siamo disposti a dare fiducia al Maestro possiamo essere certi che alla fine di ogni avventura ci ricorderemo più dei benefici ricevuti che dei danni patiti.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, di fronte alle nostre difficoltà obbiettive, conducici d’un sol colpo oltre la rassegnazione e dacci la grazia di capire che in quel momento tu ci stai vicino ed aspetti solo che ci rivolgiamo a te. Fai che l’ansia della vita non oscuri il nostro sguardo sulla tua persona e permettici di capire come anche le cose negative che ci succedono sono  per la nostra crescita , anche se ci fanno male.

 

10 Rispose Gesù : “fateli sedere”. C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini.

 

Gesù prende atto della loro buona volontà almeno nell’avere preso in considerazione le sue parole. I due discepoli in fondo hanno messo in moto la loro testa per dare una risposta al Signore. Non hanno trovato niente che potesse risolvere il problema, ma almeno l’hanno affrontato in qualche modo. Gesù non fa il miracolo della moltiplicazione dei pani solo per mettere alla prova Filippo, ma perché guardando la situazione in cui si trovava la folla aveva capito che bisognava intervenire: egli risponde ad un bisogno vero della gente. Era vero infatti che la folla aveva fame. Anche i discepoli avvertivano la fame, ma non rientrava nel loro inventario mentale pensare che in un posto così disagiato potesse   essere sfamata tanta gente. Nel nostro inventario c’è solo un elenco delle cose possibili e cioè di quelle cose che abbiamo visto fare o che abbiamo fatto noi stessi o che rientrano nelle nostre capacità. Ciò che è impossibile secondo questi nostri umani parametri è escluso a priori da ogni possibile realizzazione. I discepoli sono proprio umani come noi e noi stessi se fossimo stati contemporanei di Gesù avremmo pensato allo stesso modo. Ora Gesù si rivolge ai discepoli dando loro un ordine comprensibile e cioè: ”Fateli sedere”. In quest’ordine però c’è già nascosta la promessa di un qualcosa che a breve sarà fatto per la folla. Gesù infatti non risponde ai discepoli, non li smentisce, né dice qualcosa sull’oggetto della sua domanda. Questo silenzio legato subito all’ordine di farli sedere fa presagire ai discepoli che forse sta per succedere qualcosa. Già a Cana essi si erano trovati coinvolti in qualcosa di simile. L’attesa qui ha degli occhi e sono quelli che in questo momento stanno considerando il luogo dove si trovano (c’era tanta erba) e il numero delle persone che seguivano il Maestro (cinquemila uomini). Cinquemila uomini che si siedono non è una bazzecola e quindi saranno trascorsi dei minuti. Il tempo perché quest’attesa si condensasse e tutti volgessero lo sguardo verso il Signore per capire come mai era stato dato da lui quest’ordine.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, quante volte tu preferiresti che noi, invece di agitarci, ci fermassimo a considerare che cosa tu vuoi da noi. Fermarsi, non correre oppure correre e non fermarsi: solo tu puoi aiutarci a capire che cosa la realtà ci chiede. Tu, che sei la luce della nostra vita, illuminaci!

 

11 Allora Gesù prese i pani e dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero.

 

E la risposta non tarda a venire con una semplicità da mozzare il fiato tanto da farci concludere che tutto ciò che si presenta in forma enfatizzata deve metterci sul chi vive perché molto facilmente lontano dalla verità. Gesù ci dà un esempio straordinario del modo di operare di Dio. Un modo che non fa fracasso, non fa pubblicità, ma che opera nel silenzio e le sue azioni sono talmente efficaci che creano scenari inimmaginabili. Gesù prima di operare rende grazie. Ciò deve farci riflettere molto perché a noi che sembriamo i maestri della manipolazione della natura, le nostre azioni non riescono così bene come le sue. Quella di Gesù è una azione che ha profondità, che non si esaurisce nel fare immediato. ‘E una azione che pesca nell’invisibile le sue forze e precisamente in Dio che viene ringraziato da Gesù perché riconosciuto come la fonte delle sue azioni. L’azione quindi appare nel mondo come agita da Gesù, ma fondata nel Padre. Riconoscere questo legame e rendere grazie fa dell’azione di Gesù qualcosa di assolutamente vincente nell’ordine della realtà. C’è però un altro fattore che rende potente l’azione di Gesù ed è il suo sguardo pieno di misericordia e di amore verso la folla. I frutti dell’azione di Dio hanno il marchio della sovrabbondanza e noi uomini non dobbiamo lottare per accaparrarceli. Gesù, perfetto rappresentante della generosità del Padre, fa partecipare la folla di questa ricchezza fino alla sazietà facendoci intendere con ciò che chi sceglie di seguirlo sarà sempre appagato e non dovrà sbattersi di qua e di là come se fosse un orfano, e cioè senza genitori che si curano di lui.

 

La nostra vita e la Parola

 

Tu ci sazi, Signore e sii benedetto per le tue azioni che affondano la loro efficacia nella visione del regno del Padre dove non c’è penuria, ma dove tutto prende vita da un donazione infinita.

 

12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: ”Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto.”.

 

Quanto diverso è l’atteggiamento, così ecologico, di Gesù da quello dei nostri tempi dove il mercato è tutto e dove per calmierarlo si accetta di distruggere il surplus. Non ci sarà mai per l’uomo piena coincidenza tra la quantità dei beni prodotti e ciò di cui ha bisogno. Egli è soggetto a queste oscillazioni e se ne accorge soprattutto quando i beni vengono a mancare e deve sobbarcarsi l’onere di procurarseli. Questa sua fatica sarebbe alleviata se quelli che producono tali beni trovassero con gli altri uomini un modo equo di distribuzione. Ciò avviene in molti paesi, ma a livello mondiale si sono create delle disparità che gridano giustizia di fronte a Dio. Il Signore ci suggerisce una modalità che è quella di ritenere prezioso tutto ciò che si produce, perché nulla si perda e tutto sia destinato a soddisfare i legittimi bisogni dell’uomo. Dove si creano armonie complessive di vita si compie un miracolo ed un miracolo infatti è la capacità dell’uomo di organizzare il lavoro, di inventare tutto ciò che serve per la produzione e di produrre beni. Dove si verifica questo miracolo si sperimenta l’abbondanza e si può organizzare lo scambio dei frutti del lavoro dell’uomo. ‘E con il lavoro, e quindi con il servizio, che l’uomo perfeziona se stesso in attesa di un mondo diverso. Tuttavia nell’attuale situazione mondiale occorre da una parte aiutare i popoli perché attraverso il lavoro diventino autosufficienti, dall’altra trovare quelle forme di umana solidarietà che permettano il trasferimento del nostro surplus a quelli che ne hanno bisogno. Niente deve andare perduto, ma tutto utilizzato sia le cose come le capacità delle persone. Tutto è prezioso agli occhi di Dio, perché tutto è destinato per un vicendevole arricchimento. Quel pane avanzato sarà stato dato sicuramente ad altri o anche conservato come ricordo dell’incontro con un essere divino. Quel pane avanzato diventa messaggero di un evento grandioso, un evento che parla di Gesù della sua compassione, della sua forza creativa, della sua capacità di avere un cuore che si allarga fino a contenere una folla immensa. Gesù non è un piccolo taumaturgo per pochi uomini, ma comincia a porsi come un riferimento per le folle. La sua azione coinvolge anche i grandi numeri perché anche per essi ha una sua azione pedagogica da portare a compimento.

 

La nostra vita e la preghiera

 

Signore, questa tua affermazione: “che nulla vada perduto” mi risuona dentro come una speranza. Ammesso che io sia un avanzo, neppure così ti dimenticherai di me.

 

13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che ne avevano mangiati.

 

Ci viene fatto un resoconto sintetico dell’avvenimento non tralasciando però di riportarci come i pani che erano avanzati riempivano addirittura 12 canestri. Ed allora ci si può chiedere come mai se Gesù aveva questi straordinari poteri non abbia moltiplicato i pani nel numero necessario, né uno in più né uno in meno? Cosa ci vuol dire il Signore con questa sovrabbondanza? Gli avanzi sono stati voluti dal Signore, non sono stati una svista della sua potenza non controllata. Gesù vuole svelare la vera realtà del suo regno dove non c’è penuria, ma dove si può mangiare a sazietà e dove non bisogna subito dopo avere la preoccupazione di pensare all’immediato futuro. La sazietà offerta dà Gesù è piena proprio perché liberata dalla pena della ricerca del cibo che si mangerà dopo. Il Signore dà alla folla un assaggio di che cosa vuol dire mettersi veramente dalla sua parte. Altra domanda che ci si può porre è quella legata al perché Gesù abbia voluto raccogliere i pani nei canestri, mentre avrebbe potuto benissimo lasciarli nelle mani della folla. Del pane del dono non si può fare incetta ed allora occorre metterlo di nuovo assieme perché possa servire ancora quando si avrà fame. Il toglierlo a chi ne aveva avanzato fa parte di una strategia educativa che vede bene la realtà com’è. Il Maestro non si illude e cioè non pensa che, sol perché la folla lo ha seguito ed è stata beneficiata di un miracolo, essa ha cambiato completamente la sua natura.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, mi immagino di essere uno dei raccoglitori dei pani avanzati e di meditare lungo il tragitto su i tuoi doni. Il profumo dei tuoi pani mi si imprime nella mente in modo indelebile e sento profondamente che i tuoi doni sono per noi e non per me solo.

 

14 Allora la gente visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire:” Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!”.

 

Grazie a questo miracolo la gente si infatua di Gesù e capisce che è proprio il moltiplicatore dei pani quello che da secoli tutti aspettavano. Gesù grazie a questo miracolo si accredita, in qualche modo, ai loro occhi e cioè comincia a proiettare su di loro la sua immagine. Gesù non è venuto a salvare solo il singolo individuo, ma l’uomo nelle sue relazioni vitali con i fratelli. La predicazione e i miracoli quindi non potevano essere rivolti solo al singolo, ma dovevano toccare anche le masse. Gesù si fa portatore di una liberazione totale dell’uomo nella sua realtà personale e collettiva. Il problema per l’uomo dei suoi tempi era riuscire a capire l’integrazione del duplice registro in cui Gesù incanalava la sua azione. La folla, quando diceva d’aver trovato il profeta, intendeva un grande uomo che finalmente si caricasse il peso del popolo per liberarlo dalle sue schiavitù materiali. E infatti se ci pensiamo bene loro, come noi, quando pensiamo ad un nostro star bene, nella maggior parte dei casi, pensiamo, ad es. ad avere i soldi sufficienti per poter vivere una vita in cui ci sia il necessario per vivere. Non pensiamo molto alle cose spirituali, perché ci sembra di capire che se stessimo materialmente meglio saremmo anche più felici spiritualmente. Ed allora come può una folla così capire il messaggio di Gesù?. Avrebbe capito prima o poi che il miracolo era avvenuto senza che qualcuno glielo avesse chiesto esplicitamente. Il suo pensare a soddisfare la fame del popolo è stato un atto gratuito che non voleva altra contropartita che il riconoscimento del suo disinteressato atto di amore. Gesù non li ha attirati in un tranello per trasformarli in masse  fanatiche pronte a ribellarsi ai loro capi. L’atto di Gesù è assoluto e puro: ha offerto ai Giudei un miracolo perché potessero porsi delle domande e se anche a queste domande, in prima istanza, rispondono male è perché fino a quel momento il loro rapporto con il potere, di qualsiasi tipo fosse, era stato di servilismo. Gesù però, come vedremo, negandosi mette radicalmente in crisi questi schemi di riferimento.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, quante volte abbiamo tentato di seguirti per scoprire poi, nostro malgrado, che stavamo seguendo solo i nostri interessi. Tu però non ci abbandoni ed inizi con noi un dialogo, che, se siamo coraggiosi nel seguirti, ci porta molto lontano, così lontani da noi stessi da essere vicini al tuo cuore. E quando saremo così persi capiremo finalmente che la via per ritrovarci veramente passava solo dal tuo cuore innamorato.

 

15 Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.

 

Già nell’antico testamento il popolo aveva chiesto a Dio di poter avere un re come lo avevano gli altri popoli. E sappiamo come Dio per mostrare la sua disapprovazione ricorre ad un racconto dove le piante più nobili una dopo l’altra rifiutano di diventare re per consegnarsi infine come sudditi al rovo che con le sue spine renderà loro la vita difficile. Questo è lo sfondo su cui poggia la regalità presso il popolo di Israele. Nella storia di Israele però i re non sono stati solo rovi, pensiamo al santo re Davide. Rimane tuttavia vero che l’istituto regale comportava per il popolo un peso non indifferente. I Giudei erano disposti ora a sobbarcarsi di nuovo questo peso pur di avere Gesù come re e pur di liberarsi dall’oppressore romano. Gesù però sottraendosi a questa loro richiesta fa capire che la vera liberazione dell’essere umano, sia esso preso singolarmente che come popolo, non poteva avvenire per la sola via politica. Si sottrae perché la liberazione politica deve essere una conseguenza della prima e deve quindi essere frutto della libera volontà dell’uomo, certo ispirata a quella di Dio, ma direttamente collegata al suo responsabile atto umano e non quindi ad un atto magico. Il Signore fa capire quindi che il senso del suo fuggire sta proprio nel far percepire la distinzione tra i due piani: quello del regno che lui propone e quello del regno di questo mondo che dipende dalla responsabilità dell’uomo ( e cioè dal suo prendersi carico degli altri) e come questi due regni pur separati debbano essere messi in relazione. Non ci può essere vero governo delle cose materiali per l’uomo senza che alla base della sua convivenza non sia una apertura verso il piano spirituale che per i cristiani è rappresentato dall'annuncio di Gesù.  E non vi può essere piena adesione al regno di Dio se non ci si prende cura dei fratelli in modo disinteressato. Se i discepoli e il popolo avessero capito questo certo non l’avrebbero lasciato andare solo sulla montagna, ma l’avrebbero seguito per farsi dire da lui qual’era il tipo di sequela che lui voleva.

 

La nostra vita e la Parola

 

Quando non vogliamo capire, Signore, tu non insisti, ma ci lasci nei nostri vaneggiamenti di potenza. Eppure non sei tu che vai via, ma siamo noi che ci allontaniamo da te. Ed allora ciò che ci è successo rimarrà tra i nostri ricordi e solo una tua luce potrà, un giorno o l’altro, farci capire quanto eravamo sordi e ciechi.

 

16 venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare

 

Che fare se il Signore se ne va tutto solo sulla montagna? Solo una comprensione profonda di ciò che stava per accadere poteva indurre i discepoli ad aspettarlo. Essi se ne ritornano verso il mare in uno stato di estrema confusione. Essi non capiscono la solitudine del Maestro e non la possono capire perché per loro è incomprensibile il fatto che egli si neghi alla folla. Essi sono stati scelti dal Gesù, è vero, ma pensano come la folla ed in più sono in una situazione in cui possono valutare più da vicino la situazione e  quindi leggono il ritiro di Gesù sulla montagna come un abbandono e rispondono con un abbandono simmetrico e se ne vanno verso il mare e cioè verso la sicurezza di una situazione che conoscono, anche se difficile.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, anche noi facciamo così: quando ci rimane difficile essere fedeli ti voltiamo le spalle dicendo che sei tu che ci hai abbandonati.

 

17 e, saliti in una barca, si avviarono verso l’altra riva in direzione di Cafarnao. Era ormai buio e Gesù non era ancora venuto da loro.

 

I discepoli quindi non lo aspettano, ma se ne vanno via lasciandolo doppiamente solo. La prima volta perché non lo seguono, la seconda perché se ne vanno via. Forse la delusione per loro era stata troppo cocente, essi aspettavano infatti che Gesù, approfittando di un così gran numero di persone, rompesse ogni indugio per rivelarsi quale messia liberatore di Israele. Il salire sulla barca se non è da intendere proprio come un taglio netto dalla persona di Gesù, tuttavia è un gesto molto grave: essi volgono le spalle al monte e quindi a Gesù per andarsene via, sull’altra sponda, forse verso la casa di Pietro che si trovava a Cafarnao. E’ un abbandono, mitigato solo dal fatto che, essendo sera, essi non erano abituati a passare la notte fuori casa. Un tale volger le spalle però é molto rischioso perché può costare la vita a chi lo mette in atto. Chi infatti si allontana dalla vita, non può che andare verso la morte. 

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, voglio rimanere attaccato a te come l’osso di un arto alla sua sede, solo così non farò movimenti falsi e potrò muovermi solo guidato da te.

 

18 Il mare era agitato perché soffiava un grande vento.

 

La nostra vita diventa un mare agitato quando è separata dalla sua sorgente, il Signore. Ciò significa che quando noi siamo collegati abbiamo una protezione. Siamo difesi dalle bufere mortali che invece prendono quelli che non si mettono sotto la protezione di chi può dare loro un porto sicuro. Tuttavia questo non significa che chi è protetto non venga provato anche con la sofferenza, ma che tutto quanto di negativo può succedere all’uomo non ha il potere di gettarlo nella disperazione e cioè nella tristissima sensazione di essere in completa balia degli elementi esterni. Chi non dà le spalle a Gesù è collegato con la radice della vita e quindi può affrontarla con una buona dose di ottimismo e di speranza. Tutto avrà un senso e quindi non vivrà l’esperienza dolorosa del dover tirare la carretta  senza una meta precisa, ma vedrà una luce che gli indicherà continuamente le mete ed il senso del suo andare.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, quando comincio a sentire il fischio del vento e non sento più la tua presenza, può essere che io davvero mi stia allontanando da te, allora aumenta la forza di questo vento che mi squassi e mi ribalti perché io possa scuotermi dal profondo ed invocarti con tutte le mie forze.

 

19 Dopo aver remato circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura.

 

Ormai Gesù era rimasto a terra, ma nell'estremità delle cose possibili c'era pur sempre  la possibilità che Gesù, sceso dalla montagna, li seguisse con quella barca che avevano lasciato per lui a riva. Così pensa la gente di mare e così pensa l'uomo comune sano di mente. Gesù però li sfida nel campo delle loro troppo ovvie certezze perché vuole dare dei colpi mortali alla loro visione del mondo. Nel mondo dei discepoli infatti le barche vengono usate in mare e non sulla terra, sulla terra non si nuota e sul mare non si cammina. Il panorama del mondo osservato dai discepoli è statico e fisso, mentre nel mondo di Gesù possono succedere cose che non stanno né in cielo, né in terra. Sotto i piedi di Gesù il mare diventa duro ed egli può usarlo come un pavimento ed avanzare fino a raggiungere il suo obiettivo. Chi si sta avvicinando alla barca in questo modo ha risolto il problema di tutti i marinai che è quello di non affogare in mare. Essi sono pescatori e sanno cosa significa la vita in mare con le sue fatiche, ma soprattutto con i suoi pericoli. Chi è veramente costui che avanza verso di loro, che avanza senza timore? Si sentono come puntati e si impauriscono non solo perché  vedono qualcuno camminare sull’acqua, ma perché pensano di aver meritato un castigo per aver lasciato solo Gesù. Tutto ciò avviene mentre la furia degli elementi li tormenta. Non si può lasciare Gesù senza che gli elementi stessi del creato non si mettano in agitazione per avvertirci del pericolo che stiamo correndo. Inoltre Gesù venendo da loro sulle acque vuole sanare definitivamente quel terrore che l’uomo ha sempre avuto davanti a Dio quando, percependo d’essere nel peccato, fuggiva dal suo cospetto. Gesù fa capire che nella nuova modalità di rapporto tra l’uomo e Dio, Dio è sempre vicino all’uomo per aiutarlo a ricominciare daccapo. Gesù si avvicina allo loro barca e li sorprende in un momento in cui non possono fuggire da nessuna parte e così li obbliga a guardare il suo volto, quel volto a cui sulla terra ferma avevano girato le spalle e che loro si immaginavano irato.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, siamo continuamente impauriti dalla vita quando si presenta completamente sradicata da te. Tu però ci insegni che noi possiamo percorrerla senza rimanerne travolti perché sei sempre in avvicinamento alla nostra barca e stai per salirvi sopra: e vi sali.

 

20 Ma egli disse loro: “Sono io, non temete!”.

 

Il Signore li rassicura. A questo punto ritorna con più forza la domanda: Gesù voleva rassicurarli perché non avessero paura della tempesta oppure voleva rassicurarli dall’insolita visione di cui erano testimoni ( e cioè il suo camminare sulle acque) oppure ancora voleva rassicurarli più profondamente perché avvertiva che il suo essere andato a cercarli poteva dar loro l’impressione che stesse arrivando una punizione per averlo abbandonato? Oppure c'è ancora qualcos'altro? Mettiamoci nei panni dei discepoli che stanno affrontando una dura lotta con le onde e il vento e vediamo che in questo quadro Gesù si avvicina non con l’altra barca, ma dominando il mare. Questa visione apocalittica li porta immediatamente a pensare al rapporto che avevano con Gesù, al modo come si erano lasciati e al sospetto che forse tutto ciò che stava loro accadendo era da collegare con quanto avevano vissuto fino a quel momento ed è per questo che il Signore, conoscendo bene quello che avevano in cuore, li rassicura. Già un’altra volta Gesù, trovandosi i discepoli in pericolo, interviene subito e non su di loro, ma sugli elementi impazziti. Qui invece dice ai discepoli di non temere e non si cura della furia degli elementi, ciò significa allora che questa volta la paura dei discepoli non era legata solo a cause esteriori, ma alla persona di Gesù che, ci riferiscono gli altri evangelisti, era apparsa loro come un fantasma, ed un fantasma luminoso visto che come dice il vangelo "era ormai buio". Gesù quindi sorprendendoli nel mezzo della loro paura è come se volesse dire ai discepoli che non si potrà più mettere a carico di Dio l’immagine di un Dio terrifico che vuole castigare l’uomo peccatore. Il suo venire a consolare i discepoli è il volerli sottrarre ad ogni costo alle loro false immagini di Dio e l’averlo fatto in quella cornice è proprio la sottolineatura che il vero Dio non potrà mai presentarsi ricorrendo agli elementi impazziti della natura per incutere terrore all’uomo. Dio non ha bisogno di queste presentazioni e quindi la tempesta non era causata da Gesù, anzi lo stesso Gesù forse si era messo a camminare lesto sul mare proprio per andarli a salvare. E che le cose si siano svolte così ce lo suggerisce  proprio quel suo uscire dallo sfuocato fantasma per arrivare ad essere visto e riconosciuto dai discepoli. Chi vuole mantenere il dominio sull'uomo trova sempre il modo di camuffarsi, il Signore invece mette tutta la sua potenza nel rassicurare l'uomo e portarlo a l suo livello.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, per avvicinarci alla tua vera immagine ne dobbiamo fare tanta di strada perché la nostra mente piccina ed invidiosa non percepisce altro che il proprio mondo di lupi. Grazie perché Tu continui ad avvicinarti a noi, nonostante tutto.

 

21 Allora vollero prenderlo sulla barca e rapidamente la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

 

Gesù quindi si era avvicinato solo per rassicurarli e non aveva bisogno di salire sulla barca. Egli non aveva i problemi dei discepoli e quindi non stava nella logica degli eventi che egli salisse sulla barca. Nel vangelo di  Matteo Pietro intuisce che forse il luogo più sicuro dove stare non è la barca, ma il mare stesso, tuttavia la sua poca fede lo fa affondare e quindi è costretto a ritornare sulla barca. Gesù però non aveva questo problema e poteva benissimo dirigersi a terra continuando a camminare sul mare. Gesù non ha bisogno di imporre la sua presenza, lui aiuta e passa oltre se non si è pronti a fermarlo. Già i discepoli l’avevano abbandonato prima e quindi Gesù rispetta questa loro decisione. Il ’vollero’ getta luce sulla dinamica degli eventi. Essi vollero e cioè espressero un atto di volontà verso di lui che invece voleva tirare dritto. E quindi non era intenzione di Gesù salire sulla barca: Gesù voleva rispettare la loro libertà. I discepoli però, pentitisi di averlo lasciato solo a terra, lo rivogliono sulla barca a condividere la loro sorte e Gesù lascia la sua condizione privilegiata e sale sulla barca con loro. Quando avevano preso la decisione di prenderlo con sè sulla barca, e non prima, solo allora le forze avverse della natura, forse anche a conduzione maligna, non avendo ottenuto nulla, si calmano ed essi guadagnano rapidamente la riva.

 

La nostra vita e la Parola

 

Sceglierti, Signore, è incommensurabilmente più sicuro di qualsiasi assicurazione per la vita. Assieme a Te si ha la vera sicurezza e la certezza che ogni momento della propria vita è ben speso. Tu sei il facilitatore per eccellenza di ogni nostra impresa che sia secondo il volere del nostro Padre celeste.

 

22 Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, notò che c’era una barca sola e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma soltanto i suoi discepoli erano partiti.

 

Questo ulteriore ritornare di Giovanni sulle barche vuole ancora amplificare il miracolo di Gesù che cammina sulle acque. La folla sa che Gesù e i suoi discepoli erano arrivati con due barche e non capisce come mai vi sia ancora una barca a riva e che cosa sia successo tra i discepoli e Gesù. Quella barca è testimone di una divisione, di un qualcosa che non è andato per il verso giusto tra il Maestro e discepoli. La folla avrà pensato che Gesù, se non era partito, doveva essere ancora in giro e che quindi potevano cercarlo e magari convincerlo ancora ad accettare di diventare loro re. Questa folla sa quello che vuole e somiglia ad uno sciame che si muove da tutte le parti per cercare la sua regina e rendere quindi possibile la sopravvivenza stessa dello sciame. La folla è mossa dall’istinto della sopravvivenza, ma soprattutto dal fatto che non vuole farsi scappare Gesù che, somigliando all’apparenza ad uno di loro, aveva però dei poteri eccezionali.

 

La nostra vita e la Parola

 

Fai, Signore, che noi, come la folla, possiamo avere sempre quella premura  che ci porti a cercarti quando non ti vediamo, ma fai pure che il nostro cercarti sia sempre per la tua gloria e per fare la tua volontà. Diversamente, Signore, ci succederà come la folla che si agita, che dice di cercarti, ma non cerca Te veramente, ma la pagnotta.

 

23 Altre barche erano giunte nel frattempo da Tiberiade, presso il luogo dove avevano mangiato il pane dopo che il Signore aveva reso grazie.

 

La sera stessa della moltiplicazione dei pani deve essere avvenuto ciò che normalmente avviene nelle feste dove nella prima parte l’attenzione è riservata ai festeggiati, ma poi ci si mette in libertà e i festeggiati non hanno tutta l’attenzione su di loro, anzi possono anche trovare dei momenti di intimità senza che gli altri se ne accorgano. Così la folla, ricevuto il pane e fallito il tentativo di far diventare re Gesù, si era come ripiegata su se stessa e non solo aveva tolto momentaneamente la sua attenzione dal Maestro che sapevano sul monte, ma anche dai discepoli perché, come abbiamo visto, anche i discepoli avendo partecipato alle attese della folla, erano diventati folla come gli altri. A questo punto nella confusione succede di tutto: alcuni ritornano a Tiberiade ad informare altra gente, altri invece rimangono perché vogliono di nuovo tentare di convincere Gesù quando ritorna dal monte e i discepoli vanno via verso Cafarnao. Questi poi erano andati via distrutti dal fatto di non aver capito niente su Gesù (se era il messia perché non ha approfittato di questa folla per proclamare la sua identità e cominciare a prendere un potere reale sulla folla?) e, presi dalla rabbia, volevano ritornare velocemente tra il calore delle cose conosciute e cioè la casa di Pietro a Cafarnao. Il giorno dopo arrivano i rinforzi da Tiberiade e assieme agli altri finalmente rifocalizzano la loro attenzione su Gesù e i discepoli, ma, con loro grande disappunto, non trovano né gli uni, né gli altri. Chi dorme non piglia pesci e chi è troppo sazio si abbandona a quel senso di stasi che è la morte per gli umani perché disattiva i loro sistemi di vigilanza espungendoli così dalla storia: la storia non aspetta i tempi dei processi digestivi o lo smaltimento del proprio senso di benessere autocentrato che sia a viverlo un singolo o una massa di persone.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, quante volte il soddisfacimento dei nostri bisogni ci ha fatto perdere delle occasioni uniche e tutto solo perché mettendo al centro l’incremento degli interessi parziali del nostro io prendiamo lucciole per lanterne. Signore, dacci una vista pura che sappia vedere dove batte il cuore della vita vera.

 

24 Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù.

 

Finalmente si sono svegliati del tutto dal loro sonno, anche se non vogliono rinunciare ai loro sogni. Quando si è soddisfatti non si pensa al futuro, ma si è come invasi dal piacere di ciò che produce il godimento. Il pane aveva anche prodotto sul piano materiale un effetto di saturazione delle loro capacità di assorbire altro e sul piano delle idee, forse dopo tante discussioni protrattisi durante la notte, la decisione di andare da Gesù per proporgli di diventare re. Ciò che prevale quindi è un calcolo politico che suona più o meno così: “Se ha voluto mostrarci la sua potenza certo lo avrà fatto perché vuole crearsi una base e quindi ha bisogno di noi e noi allora facciamogli capire che stiamo con lui offrendogli non di diventare solo il nostro capo, ma addirittura di diventare il nostro re”. Mentre erano intenti a misurare le convenienze politiche dei loro passi i loro cuori dormivano, ma Gesù accetta solo chi lo segue con il cuore e quindi chi si attarda in altro lo perde. E i Giudei si lasciano sfuggire proprio l’osso che avrebbero voluto spolpare e ciò perché essendo numerosi si percepivano potenti. Essi infatti credevano di aver in pugno Gesù e i discepoli pensando che essi se ne stavano in disparte a ragion veduta come in attesa di essere chiamati per ricevere da loro una qualche investitura. Non trovando quindi né Gesù, né i discepoli non si scoraggiano, ma lo vanno a cercare perché ciò che hanno visto è qualcosa di grandioso e non se lo possono lasciar scappare così senza capire ciò che è successo veramente. E’ la ricerca del senso che li muove, ma purtroppo solo del loro senso di appartenere ad una stirpe che avrebbe con un re risolto i problemi della fame assieme a quelli politici di sudditanza ai romani. Quelle barche sul lago dovevano filare forte e una grande speranza doveva invadere quei cuori dei Giudei che già altre volte magari si erano lasciati sedurre da altri predicatori, ma mai da uno come quello che avevano visto e di cui avevano mangiato il pane. Non solo idee quindi, ma qualcosa di concreto, qualcosa da mettere sotto i denti. In fondo, nella loro logica, non avevano tutti i torti.

 

La nostra vita e La Parola

 

Anche noi vorremmo volare da te Signore con quell’ardore di chi sa di andare verso un futuro grandioso, ma tu fuggi via da noi se abbiamo nel cuore gli stessi desideri terreni dei Giudei. Tu non vuoi che ti cerchiamo per il pane o per le mille cose che ti domandiamo, ma vuoi darci solo la tua intimità, il tuo amore fresco e misericordioso. Fai che impariamo a lasciar cadere dal nostro cuore ogni umano interesse quando ci avviciniamo a Te perché non faremmo altro che proiettare sulla tua persona solo i nostri bisogni.

 

25 Trovatolo di là dal mare gli dissero: Rabbì quand’è che sei venuto qua?

 

Durante la traversata i Giudei, a gruppi, all’interno delle loro barche, ritornavano sulle loro sicure evidenze ( Gesù non era sul monte, Gesù non era partito con la barca, Gesù non poteva essere andato a Tiberiade se no sarebbe stato visto da quelli di loro che erano arrivati al mattino) e speravano proprio di trovarlo a Cafarnao, l’unico posto dove poteva essere andato. Ed infatti lo trovano proprio in quella città. Per prima cosa non ritornano all’attacco per offrirgli lo scettro, ma vogliono sapere come aveva fatto a passare da questa parte del lago. Per risposta volevano sentirsi dire qualcosa di strabiliante che si collegasse all’altro portento a cui avevano assistito personalmente per confermarsi sempre di più sulla necessità per loro di averlo come re. Gesù sembra giocare con la loro voglia di essere giocati, li riscalda e li raffredda per aiutarli ad uscire dalla loro pazzia collettiva e far vedere loro le cose come effettivamente sono e non come se li immaginano. Ed allora usa il miracolo come un koan orientale, come un rompicapo che non sanno risolvere perché ogni soluzione trovata non è quella giusta. Vogliono che Gesù scopra se stesso confessando di avere grandi poteri sui quali vogliono porre il loro mantello, ma non gli importa di chiedere il senso di tutto ciò. La folla non ha un cuore. Nella folla le singole personalità si nascondono e prevale una voce impersonale che è interessata solo a come trarre vantaggio della situazione. La folla ha al suo interno delle voci che in qualche modo la organizzano, non sono voci personali, ma emergenze dello spirito della stessa folla, che la folla segue come strumento operativo del suo bisogno di perseguire i suoi intenti.

 

La nostra vita e la Parola

 

Fa, Signore, che i nostri passi siano sempre lontani da quelli della folla che si illude sempre di conoscere quali sono i passi giusti da fare. Nella folla si rischia di seguire i passi di quelli che stanno davanti e di essere travolti da quelli che spingono dietro. Tu, Signore, non mi vuoi in questa situazione, ma lungo un cammino dove, se anche vado con gli altri, tutti possiamo seguire infiniti percorsi sicuri che tutti  portano a te.

 

26 Gesù rispose: “In verità, in verità vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”.

 

In tutto l’interrogarsi dei Giudei non c’era stato spazio per porsi la vera domanda su ciò che era successo. I Giudei dopo aver mangiato il pane ed essersi saziati si erano completamente chiusi ad ogni altra ricerca di senso. Il corpo e le sue esigenze infatti possono occupare interamente il campo dell’attenzione da far credere all’uomo che il soddisfacimento dei suoi bisogni sia la cosa più importante verso cui convogliare tutte le sue energie. La sazietà non è che non fa più pensare l’uomo, egli pensa ma solo al modo come può perpetuare il suo stato di benessere attuale. L’istinto di sopravvivenza quindi non lega l’uomo solo al momento che vive, come può succedere più facilmente per gli animali, ma coinvolge anche una sua protenzione verso il futuro. Mentre mangia e si sazia il suo pensiero già si muove per vedere come potersi assicurare la fonte stessa di quel benessere materiale che sta gustando in quel momento. L’uomo si percepisce come carente perché ha continuamente bisogno di cibo e sa che potrà vivere solo se lo trova. La sua vita è legata al cibo. Per lui il cibo non è un optional, ma un qualcosa da cui dipende la sua vita e quella degli altri. Non era quindi una cosa da poco conto aver trovato qualcuno che dal niente tira fuori pane per tutti. Ed allora se queste erano le premesse dei Giudei (ma credo di moltissimi di noi al loro posto) era chiaro che il modo migliore per portare Gesù dalla loro parte era quello di fare un atto di sottomissione e chiedergli  di regnare su di loro. Quando l’uomo proietta qualcosa su di un altro, non dialoga, ma getta su di lui la sua visione della vita senza chiedergli se in quel momento ha freddo oppure no. Non c’è scambio, ma solo disconoscimento della persona dell’altro per accoglierlo solo per quel tratto che combacia con le proprie aspettative. Non si lascia spazio all'alterità del mondo dell’altro e ai suoi autonomi significati, ma lo si incamera nella propria visione. Non c’è vera ricerca, curiosità, ma appiattimento al proprio immediato vissuto che non lascia spazi ad interrogativi o a dubbi.

 

La nostra vita e la Parola

 

Quante volte, Signore, ci comportiamo senza rispetto per gli altri. A noi basta guardarli per capire con certezza cosa pensano e così ci dispensiamo da quella ricerca che sola può farci intendere veramente qualcosa del nostro prossimo. Liberaci da ogni superbia e facci umili ricercatori della tua verità che si manifesta nell’ascolto dell’altro.

 

27 Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà, perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo.

 

Gesù li incalza svelando il loro gioco. Il gioco della folla è quello di preoccuparsi per qualcosa che è destinato a perire. Gesù sembra dire ai Giudei che è ingiustificato tanto affanno per un cibo che invece di saziare per sempre ha bisogno di essere continuamente reintegrato. Il Maestro non ce l’ha con il cibo, ma con l’eccessivo dispendio di energie che l’uomo vi investe. Dalle sue parole si capisce che non ne vale assolutamente la pena. La folla di fronte a queste parole si trova completamente spiazzata proprio dove non se lo aspettava e cioè sul pane. I Giudei si saranno detti: “Ma a che gioco sta giocando? Prima ci da il pane e poi ci dice che esso non è poi tanto importante”. Così  Gesù fa intendere che il pane, frutto del suo rendimento di grazie, non avrebbe risolto i loro problemi neppure se lui avesse continuato a ripetere il miracolo ogni giorno come già aveva fatto Dio nel deserto quando ogni mattina faceva trovare manna per il suo popolo. Già allora infatti la manna non aveva preservato il popolo da continue cadute, né era stata una garanzia per l’entrata nella terra promessa. No, ora Gesù non propone più un cibo deperibile, ma qualcosa di molto diverso e di molto lontano dalle attese dei suoi ascoltatori. Gesù sta tirando le fila di una trappola giocata a partire dalle stesse voglie dei suoi interlocutori, ma lo fa alzando il valore della posta in gioco. La sorgente di questo dono è lui stesso, il Signore, che  approfitta di questa loro voglia di cibo per aiutarli a capire quale differenza c’è tra l’offerta di un cibo che deperisce e quello che dà la vita eterna. Ancora non è detto di che cibo si tratti, ma è indicato con chiarezza che il Figlio dell’uomo ne è l’autore e come su di lui Dio ha messo il suo sigillo. Gesù si presenta come Figlio del Padre che è Dio e che ha posto su di lui tutta la sua fiducia. La folla allora non si trova  solo davanti ad interlocutore umano, il Figlio dell’uomo che vedono, ma a qualcuno che si presenta con un sigillo divino.

E quindi se nella testa dei Giudei si erano accese in un primo momento delle lampadine tese ad illuminare un loro possibile sogno di immortalità grazie al cibo che non perisce, in un secondo momento quelle stesse lampadine diventano intermittenti o si smorzano nel momento in cui sono chiamate a riconoscere che  tra il Figlio dell’uomo e Dio Padre vi è una intima unità.

 

La nostra vita e la Parola

 

Tu, Signore, ci prendi sul serio quando vogliamo avere qualcosa che non ci faccia più faticare, ma poi quando ci vuoi donare proprio quello che ci farebbe veramente star meglio, ecco che non sappiamo riconoscerlo e se qualcuno ce lo propone gli rendiamo impossibile la vita.

 

28 Gli dissero anche che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?

 

Sembra la domanda più bella che si possa fare ad un Maestro. Solo che a farla è la folla dove non emerge qualcuno in particolare che si assuma la responsabilità di ciò che sta chiedendo. Occorre quindi scavare meglio nella vera intenzionalità di questa richiesta. Gesù prima aveva offerto loro il cibo che non perisce, però non aveva detto che lo avrebbero ricevuto a condizione che facessero qualcosa. Gesù aveva offerto loro il cibo affermando che esso era dato dal Figlio dell’uomo la cui peculiarità era quella di avere la fiducia del Padre. Aveva sì suscitato la loro curiosità sul cibo che dava immortalità, ma nello stesso tempo aveva attirato la loro attenzione sulla sua persona. Ed è sulla sua persona che Gesù si aspettava di essere interrogato. Alla folla invece non interessa la sua persona, ma dei suggerimenti su come meritarsi il cibo. La folla sa di sapere che, da quando mondo è mondo, nessuno da niente per niente e quindi chiede di conoscere cosa deve fare per avere questo cibo. Gesù però aveva offerto in modo gratuito il cibo chiedendo ai Giudei solo di spostare la loro attenzione dal cibo alle mani e al volto di chi lo offriva. Questa richiesta è del tutto legittima perché solo gli animali si scatenano davanti al cibo senza guardare in faccia il padrone. La folla con questa domanda non vuole conoscere di più questo strano uomo chiamato Gesù che offre loro qualcosa di assolutamente meraviglioso.  Ed è per questo che  le folle sono sempre alla fine gabbate e diventano massa di manovra per i potenti, perché esse si fermano al dato più immediato senza scavare più a fondo. Il desiderio di vedere soddisfatti i propri bisogni li acceca su ciò che è importante sapere per dare qualità e profondità a ciò che diventerà carne della loro carne.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, quante volte la nostra mente funziona con un programma che è quello della massa e quanta massa c’è dentro di noi. Tu sei alla ricerca di un uomo che abbia il coraggio di mettersi veramente di fronte a te senza nascondersi dietro a niente. Fai, Signore, che capiamo fino in fondo di non avere dentro niente che sia così importante da non poter essere gettato nell’oceano del tuo amore. Dacci l’intelligenza di capire che l’affidarci a te con un gesto definitivo è l’unica via di accesso alla tua familiarità e alla conoscenza di tuo, e grazie a Te, nostro Padre.

 

29 Gesù rispose : questa è l’opera di Dio; credere in colui che egli ha mandato.

 

L’opera di Dio per eccellenza è prendere contatto con Gesù e cioè stabilire una relazione con lui. Gesù invita le singole persone che si trovano confuse nella massa a prendere una decisione e cioè a decidersi per lui. Tutta la sua azione, tutti i suoi miracoli non tendono solo a far volgere gli occhi degli uomini su di lui, in questo egli riusciva benissimo, ma a far capire agli uomini che c’era un  legame indissolubile tra la sua persona e quella del Padre. Ciò che i Giudei non volevano sentire era proprio questo accostamento. Finché si trattava di farlo loro re e di poter usufruire dei suoi poteri per la loro sopravvivenza materiale tutto seguiva un ordine naturale delle cose, anche se in modo straordinario per via dei miracoli, ma credere in un uomo direttamente inviato da Dio questo era estremamente pericoloso. Forse ciò si potrebbe spiegare con il fatto che ai tempi di Gesù molti si erano presentati come portatori del verbo di Dio con risultati disastrosi per grandi masse di persone. E forse è per questo che il popolo era diventato diffidente. Nonostante questo tipo di pubblico il Signore va avanti lo stesso nel suo insegnamento.  Gesù, rispondendo ai Giudei, afferma che già credere significa operare. Credere quindi non è una stato passivo, ma introduce il credente in una intimità che lo inserisce completamente nell’opera di Dio. In questo legame con la persona di Cristo non bisogna più affannarsi a compiere opere, ma ne basta una fondamentale che è quella di affidarsi a lui. Questo modo di intendere il rapporto con Dio libera il credente dalle prestazioni e lo situa sul piano di ascolto di Gesù Cristo Figlio di Dio. L’opera quindi non è più quella di immaginarsi un rapporto con Dio cercando nel proprio cuore di fare le opere che si pensa possano essere secondo Dio, ma l’opera per eccellenza è credere che quest’uomo è colui su cui Dio ha messo il suo sigillo che così si aprirà per la nostra salvezza indicandoci quali debbono essere le nostre opere a completamento dell’opera del  Figlio.

 

La nostra vita e la Parola

 

La nostra vita, Signore, noi la immaginiamo riuscita se solo riusciamo a realizzare  tante cose, ma da quello che tu ci dici, basta solo credere che tu sei Figlio di Dio e che l’affidamento a te sia la soluzione del mistero della nostra vita.

 

30 Allora gli dissero: ”Quale segno tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi?”

 

I Giudei non avrebbero tutti i torti a chiedere un segno se Gesù si fosse presentato a mani vuote, ma invece era stato proprio lui a riempire le loro mani di pane. Ci troviamo qui di fronte a quanto avviene, alcune volte,  agli uomini quando non reputano sufficienti delle semplici e vere prove di amore per accettare l’amato, ma ne chiedono di sempre più impegnative tanto che a un certo punto l’amore esce di scena e rimangono in campo solo i rapporti di potere. Il desiderio di non essere ingannati, il voler prendere potere su chi si propone come inviato dal cielo spingono la folla a chiedere in continuazione prove e segni. Inoltre non conoscendo che cosa li avrebbe veramente aiutati a credere non avevano nessuna idea su quale opera chiedere al Signore. Vogliono credere, ma a condizione che davanti a loro si materializzi qualcosa di portentoso. La folla quindi sceglie di chiedere qualcosa che si imponga in modo definitivo alla loro intelligenza, ma tutto ciò di fronte al Signore è molto limitato e corrisponde ad uno scenario già vissuto e consumato altrove. Nel Paradiso terrestre il Padre aveva dato ai progenitori e quindi alla considerazione della loro intelligenza, ogni sorta di realtà miracolosa, ma questa spiegamento dell'amore di Dio non era bastato. Gesù quindi sa che anche miracoli più portentosi non sarebbero sufficienti per coloro che invece di dare ascolto alla voce interiore che suggerisce di affidarsi, ascoltano l'altra che dice loro di diffidare o di affidarsi di quel tanto che serva loro per carpire il segreto su come  realizzare in proprio quegli stessi miracoli di cui cui vorrebbero essere testimoni.  Gesù però non può essere piegato dalla forza di alcuna agenzia esterna e solo un atto di amore può fargli cambiare programma.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, tu rifuggi dalla richiesta delle masse, perché sai che le masse non chiedono con il cuore, ma pretendono o in forza della ragione o del numero dei loro aderenti. Ogni volta che veniamo a te in gruppo dobbiamo interrogarci se per caso non ci stiamo surdeterminando in qualcosa che è lontano dal rapporto cuore a cuore che tu vuoi avere con noi.

 

31 I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto:” Diede loro da mangiare un pane dal cielo.”.

 

Il ricordo del passato non è pura memoria, ma è finalizzato a ricordare a Gesù che se veramente voleva essere all’altezza di Dio e del suo popolo doveva almeno compiere il miracolo di dare il pane non una volta sola, ma in continuazione come appunto aveva fatto Dio nel deserto. La folla quindi realizza che ciò di cui più ha bisogno è di avere la pancia piena. La vera preoccupazione per loro è quella di sfuggire all’incubo della fame senza capire però che la penuria alimentare dipende totalmente dal loro volere. ‘E perché i Giudei di quella folla si amano poco che non riescono a mettere a frutto le loro risorse. Se si amassero di più non avrebbero quelle preoccupazioni e quindi, con questa carenza di umane relazioni e sinergie, si trovano, nudi e privi di ogni potere, ad elemosinare il pane che loro stessi potrebbero produrre in abbondanza. Avendo totalizzato quindi il vero livello del loro bisogno cercano con astuzia di vederlo soddisfatto da parte di Gesù nel modo più totale. E’ come se dicessero a Gesù:” Se ci vuoi il prezzo da pagare è qualche tonnellate giornaliera di pane”. Questa richiesta velata somiglia molto ad una delle tentazioni a cui fu sottoposto Gesù da parte de diavolo all’inizio della sua vita pubblica. E c’è di mezzo sempre il pane: allora: ‘Se sei il figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane”, adesso: “Ti crediamo solo se ci fornisci pane come Dio lo diede ai nostri padri nel deserto". I Giudei quindi nel momento in cui vorrebbero riconoscere la divinità di Gesù l’abbassano asservendola ai loro bisogni.

 

La nostra vita e la parola

 

Signore, tra noi e te non ci può essere scambio come si usa fare in un mercato, ma come tu ci hai insegnato pagando con la tua vita, solo una relazione di amore e di fiducia. Questa lezione per noi è difficile da imparare, ma tu ce la riproponi continuamente e concedici allora in questa vita di essere ripetenti fino a quando non avremo passato definitivamente questo esame.

 

32 Rispose loro Gesù: In verità, in verità vi dico: non Mosé vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero;

 

Questo attribuire a Mosè e non a Dio il miracolo getta luce sulla confusione mentale in cui si trovavano i Giudei. La loro  mentalità ristretta non permetteva loro di leggere la storia della salvezza come un continuo tentativo da parte di Dio di stabilire un contatto vero con il suo popolo. Gesù richiamandoli al senso genuino della loro storia vuole avvertirli che si sta presentando per loro l’occasione di un altro e più importante contatto con Dio. Quel pane dato ai loro padri veniva sì dal cielo, tuttavia anche se era dato in modo miracoloso, forse era l’unico pane che quegli antichi ebrei potevano mangiare. Non che Dio non avrebbe dato un pane più sostanzioso, perché Egli è sempre disposto a dare tutto se stesso, ma è che i loro denti sia materiali che spirituali non avrebbero sopportato altro. Dio in qualche modo si piega verso i limiti dell’uomo e li fa propri, ma intanto tesse la sua tela di salvezza in modo che quella manna data nel deserto diventi per il prossimo intervento divino un elemento di una ulteriore possibile crescita. Il cibo dal cielo di Mosé non era un cibo vero, o almeno non lo era fino in fondo come quello che Gesù sta cercando di proporre ai suoi interlocutori. Quello dato con il suo miracolo è ancora un pane che non sazia. Il miracolo della moltiplicazione dei pani trova qui, per una sorta di contrappunto, una sua completa giustificazione perché è come se questo pane commestibile offerto da Gesù, e che non sazia veramente, serva solo per attirare l'attenzione dei Giudei verso un altro pane proveniente dal cielo. Tutti e due i tipi di pane nutrono, ma l’uno in modo temporaneo, l’altro per l’eternità.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, tu continuamente ci metti di fronte due tipi di pane per farci capire che non vuoi la nostra dipendenza, ma la nostra libertà. Tu ci vuoi dare un cibo che ci nutre per sempre. Aiutaci a sconfiggere la nostra diffidenza e saziaci come tu sai fare.

 

33 il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”.

 

Con queste parole Gesù comincia ad introdurre un concetto di importanza capitale per la buona riuscita della sua missione. Anzitutto sgombra il campo da false interpretazioni: il pane di cui parla non è la pagnotta che si mangia, ma è una persona. Questa persona ha delle caratteristiche nutritive come le ha il pane, ma il nutrimento che dà si distanzia infinitamente dal suo analogo in quanto chi lo mangia non avrà più fame e cioè chi mangia questa persona ( ed ancora non è rivelata la modalità di questo pasto) acquista la libertà dalla fame. Tuttavia l’introduzione della pane-persona fa definitivamente intendere che non si tratta di soddisfare la fame fisica dell’uomo quanto di sfamare in profondità la sua stessa essenza sostanzialmente carente. Cioè chi mangerà di questo pane-persona acquisterà una libertà interiore assoluta. Questa persona è un cibo che viene dal cielo, quindi è un cibo divino ed è l’Essere stesso che mantiene in vita il mondo. Si ha come l’impressione che questa affermazione di Gesù, così solenne, sia rivolta a tutti  assumendo una dimensione cosmica ed universale. Questo ‘colui’ che dà vita al mondo sostiene nella vita i suoi interlocutori e si sobbarca la fatica di dimostrarglielo.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore il tuo è un regno di dolcezza. Un luogo dove non hai bisogno di costringere alcuno ad essere dalla tua parte. Tu che sei veramente libero insegnaci ad essere libero come lo sei tu!

 

34 Allora gli dissero: “Signore, dacci sempre questo pane”.

 

Questa risposta ricorda quella della samaritana quando a Gesù che offriva dell’acqua che zampilla per la vita eterna lei aveva risposto così:”Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere l’acqua”. Ma se la risposta della samaritana era comprensibile perché seguiva una logica legata a guadagnare un’acqua miracolosa, si capisce meno quella dei Giudei che chiedono  un pane definito un momento prima come una persona. A meno che avessero inteso, e sicuramente sarà stato così, quella persona-pane come quella stessa persona che aveva moltiplicato i pani. E’ come se Gesù fosse per antonomasia la personificazione della divinità pane e come tale il dispensatore del pane. Il pane sarebbe arrivato attraverso la persona di Gesù che il Padre aveva scelto per questo compito. I Giudei quindi accettando Gesù in questa veste rinunciano a farlo re, e lo accolgono come facente le veci del Padre nella distribuzione di questa nuova manna e come novello Mosé.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, anche noi siamo come i Giudei alla ricerca di un mago che ci risolva i nostri problemi pratici, ma tu però vuoi condurci molto, molto più in là. E dove tu vuoi andare noi ti seguiremo. Tu dacci la forza perché noi siamo veramente incapaci di capire i tuoi grandi progetti e gli ampliamenti di orizzonte che continuamente ci proponi.

 

35 Gesù rispose: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete.

 

A duemila anni di distanza noi possiamo valutare meglio le parole di Gesù, anche se credere rimane difficile adesso come allora. Tuttavia lasciandoci prendere dalla forza intrinseca di una tale affermazione cerchiamo di vedere cosa dice al nostro cuore. E dice che un uomo, di un fascino incredibile, completamente sano di mente, offre ai suoi interlocutori una via da percorrere per guarire dal loro essere troppo, troppo umani, intendendo con ciò il loro viversi come esseri bisognosi e quindi continuamente mobilitati a riempire il vuoto ai vari livelli in cui esso si manifesta. Gesù riconosce il limite nel quale l’uomo si dibatte e non lo condanna e per prima cosa offre ciò che può superarlo in radice. Non offre una qualsiasi cosa, ma se stesso e la modalità dell’offerta è quella di proporsi come cibo per diventare una sola cosa con chi lo mangia. Gesù offre l’unità. Non offre a chi una cosa, a chi un’altra come fanno i potenti per ingraziarseli e mantenerli concorrenti, ma offre a tutti una unione nella sua persona. Se tutti mangiano lo stesso pane diventano commensali e si sa che mangiare assieme è simbolo di unità. Gesù offrendosi come pane si offre come nutrimento ed il nutrimento è ricchezza, è sostanza, quindi Gesù affermando di essere pane riprende il concetto appena detto prima e cioè di essere la vita del mondo. E sappiamo che la vita, a tutti i livelli dell’essere in cui noi possiamo incontrarla, è la meraviglia dei nostri occhi e lo stupore continuo del nostro cuore. L’accesso però a questa vita ha bisogno di un movimento che nessun altro può fare se non l’uomo stesso. Anzitutto il movimento è legato al guardare e cioè al volgere lo sguardo verso chi sta chiamando; poi al farsi toccare il cuore dalla visione offerta da parte di chi sta chiamando e infine alla decisione di andare. Cosa passi nel cuore dei due attori di questo incontro è indicibile, ma Gesù ci dice che per tutti l’andare a lui comporta l’estinzione della fame e della sete. Ciò vuol dire che l’avere lui toglie l’uomo da quel suo stato di eterna, querula lamentosità. Essere in lui, riceverlo come cibo significa aprire una pagina completamente nuova nello scenario delle vicende umane: significa attraversare questo mondo come un vero re che sa di avere tutto a disposizione e che non deve fare continue guerre per procurarsi il necessario per la sua corte e per il suo popolo. Significa non investire più quote di umane energie nel riempire carenze che si rivelano essere degli eterni pozzi di san Patrizio. Gesù offre la chiave della vita, la soluzione di tutti i mali dell’uomo. Ma chi gli crederà?

 

La nostra vita e la Parola

 

Se siamo ancora qui a capire, a cercare è forse perché questo discorso è duro per noi. Tocca è vero le cellule del nostro cervello, ma esse si contentano di quel poco ossigeno che sono riuscite a procurarsi nel tempo e che sanno di poter continuare ad avere quando inviano i giusti comandi agli organi deputati alla respirazione. Preferiscono una qualche vita alla vera vita. Signore, illumina i nostri limiti, diversamente essi ci renderanno veramente dura la vita e  ci costringeranno a stare lontano da te.

 

36 Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete.

 

Le parole del Cristo sembrano svelare con chiarezza ciò che i Giudei pensano. Non basta quindi vedere per credere. La visione può essere addirittura una difficoltà obiettiva per capire veramente chi ci sta dinanzi. Molte volte di una persona aiuta più il sentirne parlare che vederla direttamente e ciò perché  ce ne possiamo fare una immagine che mette in moto tutta una serie di processi conoscitivi ed intuitivi molto interessanti e per alcune persone molto più produttivi. Il cuore dell’uomo sfugge anche alle evidenze e questo perché nella sua lunga storia ha imparato a diffidare di chi promette salvezza a buon mercato. L’uomo pensa di poter essere sempre ingannato e quindi si è come corazzato e non valgono neppure i miracoli per smuoverlo. Sì, forse i Giudei erano disposti a ricevere dell’altro pane da Gesù, per questo infatti l’avevano cercato, ma quanto a credere a quello che aveva appena detto e cioè che avrebbe potuto togliere la loro fame e la loro sete in eterno, questo era frutto solo di pazzia.

Gesù dicendo chiaramente di conoscere la loro incredulità  sembra capire la loro difficoltà e con questa dichiarazione li aiuta ancora una volta a prendere posizione. Qualcun altro avrebbe fatto ben altri discorsi pur di convincerli. Se Gesù avesse voluto mettere in atto i suggerimenti dell’arte oratoria o quella della seduzione avrebbe avuto tutti i numeri per riuscire a convincerli, ma il Maestro non voleva convincere le masse quanto parlare al cuore di ciascuno e quindi i suoi interventi miravano continuamente a rompere le uova nel paniere alle possibili illusioni collettive.

 

La nostra vita e la Parola

 

La tua Parola ci sana, Signore, perché è vera, perché non ci toglie dal peso delle nostre decisioni o dal dolore della nostra vita, ma ci libera veramente perché ci fa decidere continuamente e continuamente schierare con te plasmando così il nostro essere secondo una linea di crescita infinita.

 

37 Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me non lo respingerò,.

 

Lo sguardo di Gesù spazia tra il tempo e l’eternità. Tutto ciò che il Padre gli ha dato verrà a lui, ma il Padre a lui ha dato tutto, quindi tutto verrà a lui. In quel tutto c’è da intendere tutta la creazione e quindi quando dice che tutto verrà a lui è come se tutto l’universo, compresa la storia dell’uomo, si muoverà verso un appuntamento cosmico-storico (un incontro sia nella storia che al termine della storia) con Gesù. Anche se noi oggi non lo percepiamo chiaramente, tuttavia tutto si sta muovendo verso di lui. Quelli che credono vanno a lui e vanno a lui anche quelli che non credono dal momento che non potranno esimersi dall’ averlo dinnanzi, come, ad es, sta avvenendo per questi Giudei. Chi poi va a lui con l’intento di avere un vero incontro, un vero scambio, una accettazione sincera del messaggio di Gesù dirà sì nella sua carne alla volontà del Padre che è quella di non condannare l’uomo, ma di salvarlo. Gesù è venuto per offrire all’uomo lo ‘Spirito senza misura’, l’acqua che disseta in eterno e il pane di vita che sfama per sempre.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, noi  normalmente viviamo in un ambiente dove stiamo appiccicosamente legati alla nostra presunta unità di cose, di affetti e di idee. Scollarci da tutto ciò è per noi estremamente faticoso e quasi impossibile senza avere di fronte il vostro luminoso esempio trinitario.

 

 38 perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato

 

Gesù afferma che non è venuto a fare la sua volontà, ma la volontà del Padre. Come è da intendere questa affermazione? Vuol significare che questa liberazione di cui si fa portatore non lo interessa veramente e che lui è un semplice portaborse del Padre? Forse l’ affermazione di Gesù è da leggere alla luce dell’azione trinitaria. Il Figlio come abbiamo letto all’inizio del vangelo di Giovanni “era presso Dio  e tutto è stato creato per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita”. Ecco la volontà originaria del Figlio: essere il tramite necessario per la vita. All’inizio quindi la volontà del Figlio è legata alla vita e non alla morte, se poi la morte è entrata nel mondo allora essa viene combattuta con un movimento che parte dal Padre per dare agli uomini la possibilità di essere di nuovo fatti partecipi della vita. E il Padre per questo suo progetto manda proprio il Figlio e cioè colui senza il quale niente di ciò è stato fatto poteva esistere. Quindi quando Gesù afferma che fa non la sua, ma la volontà del Padre, non è per lavarsene in qualche modo le mani in una obbedienza solo di tipo esecutivo, ma getta luce sulla qualità dell’azione del Padre che si esprime attraverso l’amore dello Spirito Santo e che attiva il Figlio per far ritornare verso l’uomo quella vita che già il Figlio aveva dato al creato e agli uomini per sua intima e profonda volontà. Il Padre coinvolge il Figlio e questi discende dal cielo e cioè lascia il seno di Dio per reintegrare nell’uomo la vita eterna che aveva perso con il peccato. Se ragionassimo in termini umani dovremmo dire che Dio stesso ci perde in questa dislocazione di se stesso ‘in partibus infidelium’, ma questa è la follia di Dio.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, liberaci dalla nostra umana volontà perché seguendola abbiamo inquinato noi stessi e il nostro mondo. Seguendo la tua volontà e quella del Padre ci metteremo nel solco di una nuova creazione.

 

39 E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno.

 

Continua Gesù ad insistere sulla qualità salvifica dell’azione del Padre che invia il Figlio in una missione di salvezza che somiglia proprio a quel tipo di sport estremi che si praticano oggi e che necessitano di  grande determinazione, coraggio e attenzione. Gesù nell’obbedienza al Padre non metterà in gioco qualcosa di se stesso, ma per intero tutta la sua vita. Gesù così fa propria la volontà del Padre e cioè diventa uno con l’imperativo di non volere condannare, ma salvare l’uomo. Tutta la sua arte, la sua attenzione, la sua fantasia sono messi a disposizione di questo obiettivo e cioè quello di ridonare quella vita che l’uomo stesso si era strappato d’addosso. Ricongiungere l’uomo alla radice della vita è il motivo della discesa dal cielo di Gesù. La sua determinazione estrema a salvarci si manifesterà nella morte in croce, come dichiarazione definitiva che quella salvezza che lui propone non è solo per i buoni, ma per tutti. Infatti se fosse venuto a contatto solo con la parte buona dell’umanità sarebbe stato conosciuto solo da una categoria di persone, ma l’essersi fatto innalzare come un malfattorre sulla croce gli ha dato la possibilità di avvicinarsi proprio al cuore perso dell’uomo, che così avrà ancora una speranza per uscire fuori dalla sua maledizione.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, tu ci insegui lungo i nostri passi perduti e non ti stanchi di farlo, portandoti dietro la tua croce, fino a quando guardandoci con i tuoi occhi d’appassionato amore ci lanci l’appello del Padre: “Figlio voglio solo abbracciarti, non avere paura e come potresti avere paura di fronte a mio Figlio che sta morendo per te? Fatti amare.”

 

40 Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna: io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.

 

Vedere e credere queste sono le due condizioni per essere risuscitati dal Figlio nell’ultimo giorno. Per chi poi crederà la visione è necessaria, mentre la stessa visione non potrà costringere quelli che non vogliono credere. Se ne deduce quindi che l’oggetto del vedere sarà sempre così discreto, anche nel miracolo più eclatante, da non poter costringere alcuno a credere. ‘E salva fino in fondo la libertà dell’uomo. Tuttavia questo esercizio della libertà non è sul niente o su un qualcosa di poco valore, ma sul Figlio e cioè su colui che dà la vita al mondo. Se quindi si è un po' curiosi e stanchi dei risultati della propria umanità vissuta senza Dio ci si può accostare e, possibilmente senza pregiudizi, esporsi alla visione del Figlio. La posta è molto alta e sarebbe molto leggero da parte dell’uomo farsi sfuggire questa occasione preziosa. Gesù promette la vita eterna a chi crede in lui. Ma che cosa rende allora così difficile poter accettare questa proposta visto che sono 2000 anni che Gesù propone il suo messaggio? Che cosa c’è in lui di così difficile da accettare? Mi pare di capire, non trovando niente nella persona di Gesù che sia inaccettabile, che i problemi sono tutti interni alla mente dell’uomo. E del resto leggendo questo vangelo lo si può toccare con mano nella interazione tra Gesù e i Giudei. La durezza del cuore dell’uomo è così forte che riuscire a sciogliere tutte le sue difese sembra una impresa difficile, anche se non impossibile. E difatti molti, soprattutto perché bisognosi in modo evidente, si consegnano a Gesù e rimangono guariti, molto più difficile è invece per chi pensa di possedere qualcosa. Per questi l’avere qualcosa in molti casi ha significato essersene appropriati o con la forza o con quella fatica dell’intelletto che si accaparra la verità escludendone gli altri. Vedersi quindi offerta addirittura la vita eterna, senza tutto quel percorso di fatica, di lavoro  e di malizia che loro in prima persona vi avevano profuso, sembra ai Giudei una indecenza.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, tu vuoi parlare ad un cuore semplice, ma non ingenuo. Il nostro guaio è che spesso questa semplicità l’abbiamo persa da tanto. E’ per questo allora che sei voluto venire su questa terra incarnandoti per rivelarci che al fondo delle ferraglie di cui ci siamo ricoperti c’è sempre la possibilità di fare un balzo verso quella semplicità di cuore che tu  riveli esserci in noi.

 

41 Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”.

 

Finchè si tratta di accettare il pane tirato fuori dalle ceste i Giudei non possono dire niente contro, perché contra ‘factum non valet argumentum’, anzi loro si erano attaccati tanto a quel ‘factum’ della moltiplicazione dei pani che avevano cercato in tutti i modi di cooptare Gesù come re. Finchè si tratta di tirare fuori il loro pedegree che li accumuna ai loro padri Giudei a cui era stato dato il pane disceso dal cielo, loro potevano pure far finta di credere che quel miracolo era proprio successo ai loro padri tanto non erano chiamati ad avallare niente in prima persona, ma quando si tratta di accettare che Gesù stesso sia il pane disceso dal cielo ecco che si mettono a mormorare. Avranno pensato: ‘Ma non è figlio del carpentiere?’, e poi avranno continuato pressappoco così: ‘Perché va dicendo di discendere  dal cielo? Passi pure che si identifichi con il pane visto che in effetti c’è l’ha offerto, ma venire dal cielo significa venire direttamente da Dio, sappiamo però che Gesù ha una madre ed ha avuto un padre, perché questo atto di superbia?”. In questa contrapposizione emerge con forza la lotta propria dell’uomo contro chi di carne e di ossa come tutti afferma di essere portatore di una salvezza totale. Infatti a che sarebbe servita tutta la fatica e il dolore umano se poi arriva uno che in un battibaleno dice di poter estinguere ogni fame ed ogni sete?

Il Signore però non si meritava questa mormorazione visto che non era andato verso di loro a mani vuote, ma aveva saziato la loro fame in un modo umanamente impossibile a qualsiasi uomo.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, oggi noi ci sentiamo nobili non tanto per miracoli fatti ai nostri padri, ma per i nostri padri della scienza e della tecnica che sembrano averci dato tutta la potenza di cui abbiamo bisogno. Tutto l’orizzonte del nostro esserci in questo mondo è pervaso dalle immense possibilità e realtà di queste nuove scoperte. Se tu non ci aiuti finiremo per credere che un giorno o l’altro diventeremo immortali grazie a qualche pillola. Tu, Signore, tienici forte nelle tue mani perché solo tu che sei disceso dal cielo vi puoi risalire aprendo per noi la strada del tuo regno.

 

42 E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?”.

 

Sono per noi estremamente importanti queste affermazioni perché situano il nostro Gesù all’interno di un contesto umano preciso e non solo, ma ci fanno capire che questi Giudei conoscevano la famiglia di Gesù. Gesù non era un alieno ai loro occhi, e questo significa che il suo nuovo modo di presentarsi rompe completamente lo schema in cui i Giudei avevano racchiuso la famiglia di Gesù. La famiglia di Gesù ai loro occhi non aveva niente di particolare, ma era completamente normale. Essi dicevano “Una persona nata in una normale famiglia come può affermare di  essere discesa dal cielo?”. Quello che non sapevano era che anche loro erano discesi dal cielo. Essi si ritenevano completamente frutto di questa terra e quindi non potevano lontanamente realizzare questa loro origine divina. Mentre Gesù affermando di essere disceso dal cielo afferma la sua unione con il cielo e cioè con Dio, i Giudei disconoscendo questa loro origine sembrano condannati a fare solo discorsi terreni. I Giudei vogliono rivendicare per Gesù solo una comunissima origine umana, mentre Gesù punta il dito al cielo suscitando in loro una reazione di incredulità e di diffidenza. Non riescono ad integrare le sue parole con la forza della sua presenza e delle sue opere. Essi ragionano solo con la testa, mentre il Signore sta preparando per loro un cuore nuovo che sostituisca quello di pietra. Con la sua meravigliosa testimonianza sulla croce egli porta al limite assoluto quanto un uomo può amare con il suo cuore, e quel suo amore profuso fino all’ultima goccia di sangue è la risposta  a quell’umanità che vuole affrontare la vita solo calcolando e ragionando.

 

La nostra vita e la Parola

 

C’è un modo, Signore, tutto umano di affrontare il rapporto con gli altri ed è quello di commisurarlo sempre alla nostra esperienza. Gli altri non possono andare troppo oltre quello che noi gli concediamo. E se invece essi sono portatori di un mondo veramente diverso dal nostro molto facilmente siamo portati a far loro la guerra. Proprio come hanno fatto con te. Fai, Signore, che sappiamo essere accoglienti e non invidiosi dei tesori che gli altri racchiudono nel cuore, anzi fai che noi possiamo lodare Dio per le meraviglie che ha voluto donare ai suoi figli.

 

43 Gesù rispose: non mormorate tra di voi.

 

Gesù , maestro di vita, coglie i suoi interlocutori in una modalità che è proprio di tutti gli uomini e cioè quella della mormorazione. In questo tipo di atteggiamento si fa di tutto pur di non confrontarsi con la verità e lo si fa coinvolgendo gli altri, quasi che la forza del numero possa gettare una luce sull’oggetto stesso della mormorazione. Ci si nasconde e nello stesso tempo si attacca, ma senza assumersi il rischio di esternare chiaramente la propria posizione. All’altro si fa sentire il mormorio della propria protesta, ma non le chiare parole di ciò che si vuole dire.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, concedi, a noi che spesso mormoriamo, di sorprenderci in quest’atto così poco democratico e di trovare il coraggio di dire apertamente ciò che pensiamo.

 

44 Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; ed io lo resusciterò nell’ultimo giorno.”

 

Gesù dà ai Giudei la chiave di lettura del loro stesso agire. Ed é come se dicesse: “la vostra mormorazione dipende solo da voi, io non sto giocando sporco, non sto abusando della vostra buona fede, né mi sto imponendo a voi in modo tale da togliervi il libero arbitrio. Non sto piegando la vostra mente e il vostro cuore a me. Io sono venuto solo a presentarvi dei fatti in modo che possiate da voi stessi tirare le conclusioni. La verità è che se voi vivete in Dio e nella sua sfera d’attrazione, allora sarete attirati dal Padre che vive in me perché io e il Padre siamo una cosa sola. Se quindi non venite a me è perché vi trovate in uno stato lontano da Dio, perché chi è da Dio non può non riconoscermi. Chi invece mi riconosce e viene a me non potrò che dargli la mia stessa vita che è una vita eterna dove non vi sarà più fame, né sete. La morte però non sarà tolta dalla vita degli uomini, ma all’uomo sarà chiesto un atto di fiducia nel non voler credere che tutto finirà con la morte. Se vive della mia vita io non potrò abbandonarlo per sempre nelle mani della morte, ma lo resusciterò nell’ultimo giorno.”.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, solo alla fine dei tempi potremo conoscere le responsabilità, gli orrori e le meraviglie interne alla nostra storia. Ecco perché la resurrezione è spostata all’ultimo giorno perché sarà una resurrezione collettiva in cui tutti vedremo tutti e i misteri della nostra vita umana saranno svelati pienamente. Invochiamo, Signore, la tua misericordia come essa si manifestò nel momento in cui l’acqua e il sangue uscirono dal tuo costato, come segno che per noi non hai risparmiato neppure una fibra del tuo essere divino. Caro Gesù, misericordia!

 

45 Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno ammaestrati da Dio”. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me.

 

I profeti erano conosciuti dai Giudei e Gesù facendo ricorso a ciò che essi stessi conoscevano indica che la sua persona vuole situarsi nel solco della tradizione.

Gesù quindi richiama la loro attenzione sul fatto che abbiamo un maestro interiore che ci insegna. Non è vero che siamo abbandonati e gettati in questo mondo senza alcun aiuto. Quindi è certa la presenza dell’azione del Padre, non è altrettanto certa la nostra volontà di farci ammaestrare da lui. C’è quindi un corpus di verità che può passare dal Padre a noi e far parte del nostro essere in modo stabile. L’accesso poi agli insegnamenti di Dio è data a tutti. Nessuno è escluso e se uno si sente escluso è perché vuole regolare il rapporto con Dio partendo da se stesso e non da Dio.

Gesù non dice che quello che propone sta al di là di qualsiasi possibile comprensione dell’uomo, perché se ogni uomo si è già lasciato ammaestrare dal Padre ha tutte le potenzialità per capire il suo messaggio. Se quindi non lo accetta è perché non ha voluto essere discepolo del Padre. Gesù vuole dire ai suoi interlocutori: ” Non fate finta di non capire perché già avete in voi stessi la capacità di essere all’altezza di questa situazione, se mi andate contro questo non dipende da me, che sono in perfetto accordo con il Padre, ma da voi che cercate altre cose. Attenti quindi a ciò che vi state coltivando in seno: è veramente di Dio?”.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, quello che è stratificato dentro di me da dove proviene? Dall’ascolto degli insegnamenti del Padre o dalle mie osservazioni e conclusioni affrettate? Fa che io sappia vedere quanto, nella marea di pensieri che affollano la mia mente, ha una origine veramente divina da quanto è solo legato ai miei interessi.

 

46 Non che alcuno ha visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre.

 

Noi abbiamo una esperienza del Padre nel senso che possiamo udire i suoi insegnamenti, ma non possiamo vederlo. Non abbiamo la piena visione della sua persona. Se vedessimo il Padre non potremmo che sceglierlo. Il peccato dei primi uomini si è consumato quando il Signore non era presente. Adamo ed Eva fecero lo sbaglio di pensare che la situazione nella quale si trovavano era loro dovuta. Come il bambino piccolo non può immaginare che la sua vita è frutto della volontà, dell’attenzione e del lavoro dei genitori, cosi i primi uomini vivevano la loro vita nel paradiso terrestre come se non dovessero far niente per migliorare il loro rapporto con Dio. Non si chiesero come mai Dio non stava abitualmente con loro . Dio aveva scelto di così per far crescere negli uomini il desiderio di conoscerlo sempre di più. Il mistero dietro cui Dio si celava era un invito per l’uomo perché esprimesse il suo amore verso Dio creatore e si decidesse liberamente per lui. Dio non era lontano e bastava forse, per avere una comunione più intima con lui,  desiderarlo intensamente ed invece l’uomo pur di impossessarsi del mistero di Dio e della vita  si alleò con il serpente che per lui non aveva fatto niente, anzi l’uomo stesso aveva fatto qualcosa per il serpente dandogli il nome. Da quel momento l’uomo sentì ancora la voce di Dio, ma essa si diradò enormemente nel tempo, assumendo più o meno intensità a seconda del suo essere vicino o lontano da lui. Finalmente con Gesù l’uomo riesce non solo a sentire, ma a vedere Dio, ma questa visione lo scandalizza. Gesù non è il Dio che si sarebbero aspettato. I Giudei l’avrebbero pure creduto Dio, se Gesù gliene avesse dato una occasione somigliante alle loro più profonde aspettative. Del resto i loro padri avevano già operato questa perfomance quando Mosé era salito sul monte Sinai e loro avevano fatto un vitello d’oro di fronte al quale si erano prostrati. Ma questo Gesù, troppo umano e così reticente, che fa i miracoli, ma poi sembra quasi allontanare quelli che lo vorrebbero acclamare grazie ai miracoli che fa, e che dice di aver visto Dio e non essere morto, potrebbe essere buono ancora come messia liberatore terreno, ma mai come Dio.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, anche noi molte volte vogliamo penetrare nel tuo mistero per vie sbagliate. Non vogliamo chiederti direttamente aiuto perché ci sentiamo autosufficienti. Crediamo così di essere liberi, ma poi ci giochiamo la nostra libertà rivolgendoci a chi poi ci tradirà.

 

47 In verità in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.

 

Non chi sa dunque ha la vita eterna, ma chi crede. Di che  cosa l’uomo è veramente competente se gli sfugge il motivo vero del suo stare in questo mondo, il  senso della sofferenza e della morte, il motivo del suo avere avuto un inizio nel tempo, del suo non darsi spiegazione del mistero che sovrasta lui e tutto il mondo materiale che egli può raggiungere con i suoi sensi? Chi crede è nella dimensione giusta per trovare, infatti è proprio perché non sa darsi delle spiegazioni che si obbliga a cercare al di fuori di se stesso qualcosa che lo illumini. Chi crede veramente non si fa abbindolare da qualcosa che è meno delle risposte che lo avvicinano sempre di più alla vita eterna e cioè ad una vita veramente appagante e comunque sempre aperta a nuove integrazioni. Chi crede sa che tipo di risposte si è dato l’uomo nella storia e sa che non sono state sufficienti. Quel ‘chi’ ha tutta la capacità di arrivare a queste conclusioni e tutto il merito, se così si può dire, della scelta. Quel ‘chi’ può decidere tra il bene e il male, tra il credere che tutto sia votato alla morte e quindi anche la sua anima, oppure che egli ha dentro di sè non tanto la capacità di darsi la vita eterna, quanto quella di sceglierla perché in lui vi è qualcosa di infinito che lo attira oltre ai suoi limiti spazio-temporali. L’uomo che crede è già in una dimensione diversa da chi non crede e nel momento puntuale della sua vita storica ha meno problemi ad aprirsi a qualcosa che va oltre l’orizzonte mondano. Tuttavia chi si dichiara non credente può ad un certo momento della sua vita rimanere spiazzato dall’emergere delle ragioni del cuore che hanno una intrinseca potenzialità di apertura verso quelle regioni dell’essere che la sola mente aveva sempre o disprezzato o non considerato. Solo alla fine della vita si potrà sapere se la mente razionale è riuscita a colonizzare completamente anche il cuore dell’uomo, oppure se questo cuore è riuscito a liberare questo tipo di  mente da visioni ideologiche impoverenti. Quindi fino alla fine della vita si può passare da una condizione all’altra e per questo si può dire con verità che fino a che c’è vita c’è speranza.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, aiutami ad essere credente e a smascherare quelle sottili produzioni della mente che si vogliono far credere essere parti genuine del cuore. Dammi il discernimento e l’umiltà per essere sempre piccolo e bisognoso del tuo aiuto perché come infinite sono le stelle del cielo, così infinita è la mia ignoranza e la mia poca capacità d’amare.

 

48 Io sono il pane della vita.

 

Il Signore si offre come nutrimento, egli è venuto a saziare la nostra fame; non è  venuto a prendere, ma a dare e ciò è in assoluto il contrario di quello che normalmente noi siamo portati a fare. Non  dice: “io sono io e  quindi mi dovete onorare perché so di essere infinito”, ma: “ Io sono il vostro cibo e sono qui per nutrirvi e non anelo ad altro che a questo. Come il pane vi è necessario così se volete la vita vera non potete fare a meno di me.”. Questa affermazione segue e completa il senso del versetto precedente. Non si tratta solo di credere, ma occorre credere che Gesù è il pane della vita. Il contesto in cui queste parole sono inserite ce ne fanno cogliere più profondamente il loro significato. Il Signore si inserisce nella dinamica umana dando all’uomo tutti gli elementi per poter almeno orientarsi su ciò che sta accadendo veramente. Non per niente queste sue parole vengono dopo la moltiplicazione dei pani e cioè dopo il riconoscimento da parte di Gesù di un bisogno fondamentale dell’uomo e cioè quello di mangiare. ‘E quindi profondamente rispettata la conformazione carenziale dell’uomo che non può pensare ad altro se prima non ha di che mangiare. Soddisfatto questo bisogno Gesù li prepara a fare un altro passo e cioè li scolla dal potere e dalle sue illusioni. Si nega infatti alle loro richieste di farlo re e di stabilire un patto tra il popolo e chi gli dà da mangiare. Questa attitudine servile del popolo era uguale a quella che i romani avevano nei riguardi degli imperatori e che ebbe nella storia di Roma un peso distruttivo. Gesù quindi si rifiuta di dare al popolo ciò che invece avrebbe dovuto essere frutto del loro lavoro. Sventata la loro macchinazione di proclamarlo re e dopo aver cercato di far intendere quanto, nella sostanza, era scorretto ciò che chiedevano, Gesù dà loro invece ragione su un loro bisogno più fondamentale che non volevano o non riuscivano ad esprimere e cioè il bisogno che ha ciascun uomo di avere in Dio una vita eterna. Il nuovo scandalo per i Giudei è che Gesù si presenta come il pane che può procurare questa nuova vita. Qualcuno dei Giudei avrà forse pensato che per averla questa vita eterna bisognasse cannibalizzarlo. In effetti a questo punto del discorso la proposta del Signore poteva essere interpretata anche così, visto poi che nella storia abbiamo esempi di popoli che mettevano in atto riti cannibalici per impossessarsi di tutti i poteri delle vittime designate . Noi dobbiamo ora vedere se una simile interpretazione potesse essere veramente pensata dai Giudei e se Gesù aveva delle mire ulteriori facendo questo discorso.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, noi immaginiamo di aver bisogno, per vivere veramente, di qualcosa che in fondo non ci dà una vera vita perché ne rimaniamo insoddisfatti, ma tu te ne vieni sempre con qualcosa che ci spiazza e ci mette momentaneamente fuori centro. Grazie per farci continuamente intendere che il nostro cerchio non racchiude l’universo.

 

49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti.

 

La manna era data da Dio al suo popolo per soddisfare la loro fame. La manna non aveva altre proprietà. I padri sono morti nel senso che quel cibo non ha operato in loro quella trasformazione che invece dà il cibo promesso da Gesù. I padri, pur avendo mangiato la manna, erano finiti negli inferi in attesa di essere liberati da quel Messia che era stato loro promesso. In questo senso erano morti e non vivi, nel senso cioé che erano in attesa di ricevere la vita dalle mani di Gesù. Il Maestro, con queste parole, fa intendere quale grande sconvolgimento sta portando con il suo dono in cielo, in terra e negli inferi. ‘E quindi inutile che questi Giudei si facciano forti di un passato che non è riuscito a fornire, neppure ai loro padri, la vita eterna. Gesù parla con autorità, sa di che cosa sta parlando, mentre i suoi interlocutori annaspano sui vetri.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, tu vuoi darci il massimo e vuoi pure che non ci accontentiamo delle nostre proiezioni, né dei nostri supposti nobili pedigree. Ci chiami oltre ed allora aiutaci a vedere oltre questo nostro impasto di limiti e di bugie in cui spesso ci crogiolamo.

 

50 Questo è il pane disceso dal cielo: chi ne mangia non muore.

 

La proprietà intrinseca di questo pane  è  che dà la  vita ed è  un pane che  non è fruttto del lavoro dell’uomo. L’uomo quindi non se lo può procurare con la fatica, né può comprarlo, ma deve solo accettarlo. E’ un pane dato su cui non può estendere nessun tipo di dominio. Lo possono mangiare tutti e quindi è un pane che mette tutti sulla stessa linea di partenza. In questo caso riconoscersi bisognosi non significa mettersi in competizione per assicurarsi la fonte del benessere, ma concentrarsi solo su di sè per capire fino in fondo cosa significa rendersi disponibili a questa nuova realtà. La fonte di questo pane è inesauribile, quindi non può sorgere alcun tipo di guerra per assicurarsene il possesso. Né l’uomo deve più temere che il pane risalga definitivamente in cielo e non ritorni più tra noi. L’annuncio di Gesù è definitivo: Il pane è disceso e chi ne mangia non muore.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, il dono che ci dai attraverso il tuo pane celeste sia per noi uno stimolo inesauribile a vivere questa nostra vita in piena intimità con te che ce lo hai portato.

 

51 Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò é la mia carne per la vita del mondo.

 

Gesù non ama il verbo dovere, ma quando vuole che l’uomo lo segua usa invitarlo. Egli invita l’uomo a mangiare del pane della vita che finalmente svela essere la sua stessa carne. E qui si rimane di stucco come quando viene raccontata una fiaba e si cerca di capirne il senso in mezzo alle stranezze di cui è composta. Questo messaggio era del tutto incomprensibile sia per i Giudei che per i discepoli. Siamo anche noi, come loro messi a dura prova. Tutte le nostre capacità di comprensione naufragano e veniamo chiamati nudi e crudi a dire in modo esplicito se ci fidiamo o no della persona del Signore. Non si capisce infatti che cosa vuol dire mangiare la sua carne a meno che non si dia uno sguardo alle culture dedite al cannibalismo dove cibarsi dell’avversario significa impadronirsi dei suoi poteri. I Giudei però erano lontani da quelle culture e quindi le parole di Gesù rimangono dure e solo un grande amore per lui poteva renderle accette. Gesù a questo punto fa di tutto per allontanare i curiosi e quelli che si aspettavano da lui delle azioni di potere, vuole con lui solo delle persone che si fidano e che lo amano anche se non lo capiscono fino in fondo. La sua promessa è legata all’offerta della vita eterna per ciascuno di noi, ma è anche una promessa più grande perché promette una salvezza per tutti gli uomini e per questo nostro universo materiale. Tutto è legato al mangiare il pane-carne di Gesù e non a condividere solo le sue idee. Gesù nella sua proposta vuole coinvolgere anche il nostro corpo e non solo la mente. Ci svela così una cosa importante del nostro essere uomini e cioè che il nostro pensato non rimane solo nella nostra mente, ma diventa carne della nostra carne comunque ed allora è meglio che noi facciamo riferimento ad un atto materiale come simbolo preciso di ciò in cui noi crediamo, piuttosto che essere cambiati nel nostro sistema somatopsichico da un coacervo di cose pensate, ma senza che ce ne siamo presa in qualche modo la responsabilità precisa. Gesù però qui non intende il cibarsi del suo corpo in modo simbolico, ma questo apparirà meglio andando avanti nella lettura del vangelo di Giovanni.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, tu ci sorprendi con le tue richieste, ma dove andremo? Tu solo hai parole di vita eterna. Consegnando la nostra persona nelle tue mani te la affidiamo certi che le tue mani ci circonderanno in un abbraccio cosmico in cui non perderemo assolutamente niente, anzi guadagneremo tutto.

 

52 Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro : come può costui darci la sua carne da mangiare?

 

Gesù non era per i Giudei una persona qualsiasi. Aveva appena fatto un miracolo straordinario e cioè aveva tirato fuori dalla  ceste pane per cinquemila persone e quindi anche per questo miracolo si saranno chiesti: “Da dove è venuto fuori tutto quel pane che abbiamo mangiato?”. E la risposta, una per tutte, è che si trovano di fronte a un taumaturgo cosicchè ne approfittano  subito proponendogli di diventare re. Gesù quindi ai loro occhi si è guadagnato una grande credibilità. Ora questa credibilità viene messa a dura prova dall’ultima affermazione di Gesù.  Essi però non dichiarano che mangiare la sua carne sia la proposta di una mente malata, ma si chiedono come sia fattualmente possibile che loro mangino la carne di Gesù. Forse si aspettano un altro incredibile miracolo da parte del Maestro.

 

La nostra vita  la Parola

 

Signore, tu attraverso la tua santa vita ci hai voluto togliere da ogni tentazione di miracolismo anche se ci dai qualche volta la possibilità di assistere a cose meravigliose.

 

53 Gesù disse. “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue non avrete in voi la vita.”.

 

Gesù insiste sull’atto del mangiare: per noi uomini mangiare vuol dire vivere e quindi se non mangiamo moriamo. Ora Gesù ci dice che la vera vita l’abbiamo solo se mangiamo il suo corpo e beviamo il suo sangue. ‘E una affermazione incredibile, ma Gesù ha il coraggio di affermare che il suo corpo sa dare una vita vera  a differenza del cibo normale che ci da una vita limitata. Senza di lui corriamo invano credendo di guadagnarci chissà quale eternità: l’eternità della fama, anche questa, casomai riuscissimo a guadagnarcela sulla scena di questo mondo, sarà sempre limitata. Ed è anche quella di Gesù una affermazione assoluta. Senza la comunione intima con lui ( che questo significa mangiare il suo corpo e bere il suo sangue) non conosceremmo la vita e cioè cosa significa vivere. L’essere con lui significa conoscere veramente cosa significa vivere.

 

La nostra vita e la Parola

 

Tutta la nostra vita è un avvicinamento al tuo corpo e al tuo sangue perché accettando di esserne nutriti possiamo finalmente apprendere  cosa significhi vivere veramente.

 

 54 Chi  mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

 

Chi non rimane in se stesso e si muove verso il Signore avrà un futuro. Occorre anzitutto lasciare i comodi recinti del proprio io ed andare alla ricerca di qualcosa o di qualcuno che possano aiutarci. Questo movimento ci mette sulla strada dell’incontro con il Cristo. E perché dovremmo mangiare il suo corpo e bere il suo sangue? Per fare comunione con un modello eccezionale e cioè con colui che tra tutti gli uomini è eccelso perché ha realizzato tutto quello che in noi rimane solo come una possibilità, ma non arriva ad esistenza. La morte nostra corporale è un pedaggio che dobbiamo pagare per aver creduto alla morte, ma Gesù il redentore ci libererà anche da essa perché credendo in lui assumeremo la sua vita e sarà quella che in noi  vivrà per sempre. Questa vita ci sarà data nell’ultimo giorno quando ormai tutti i disegni e le influenze nostre appariranno chiare in tutti i loro sviluppi positivi e negativi. Quando ormai la storia sarà ferma allora il Signore ci darà ancora una volta il nostro corpo, che non sarà più sottomesso né alla morte, né alla malattia.

 

La nostra vita e la parola

 

Signore, fa che il nostro corpo si prepari alla separazione dal suo spirito con la fede assoluta nelle tue parole di vita!

 

55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

 

Gesù va al di là di qualsiasi interpretazione su che cosa è l’essere umano e lo vede come un essere bisognoso di cibo. La prima cosa in assoluto che l’uomo fa quando è piccolo e non può badare a se stesso è di cibarsi e quando finalmente diventa adulto la prima cosa che fa è di trovare un modo di procurarsi il cibo. Senza cibo l’uomo muore e così egli si accorge di essere limitato. Inoltre il cibo indica all’uomo che il mondo è molto più vasto dei confini del suo corpo e serba in sé una energia che lo può far vivere. Di fronte all’esistenza del suo bisogno  di mangiare e dell’esistenza del cibo stesso egli comincia a percepire che v’è una relazione profonda tra il suo essere  e il mondo esterno. Questo scoprire che v’è una corrispondenza tra il mondo interno e quello esterno lo immette in un cammino di aperture successive che lo porteranno ad accettare altre dipendenze ed altre crescite. Gesù afferma che tutto il cibo che l’uomo consuma non è un vero cibo perché nutre  fino ad un certo punto e propone se stesso come il vero cibo che sazia. Un cibo che non si corrompe, ma che per la forza della sua energia interna dona una vita immortale. Ora questo corpo e questo sangue del Signore non è stato ancora consumato e non se ne può leggere, a questo punto del vangelo,  lo spirito profondo: Spirito che sarà consegnato a Dio e all’uomo sulla croce.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, stando vicino  a te e ascoltando le tue parole siamo continuamente incoraggiati a seguirti ed a confrontarci con la tua vita gloriosa. Tu ci ricordi continuamente che lontano da te c’è solo fame che non si sa mai come saziare veramente.

 

56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui.

 

Chi ha fiducia nel Signore  e assume la sua carne e il suo sangue entra in una comunione profonda con lui. Tuttavia non si tratta qui di una fusione, ma di un abitare assieme. Prendere dimora indica qualcosa che sfocia nell’intimità. Infatti si offre la propria casa solo ai parenti e agli amici intimi. L’andare dell’uomo verso di lui e cioè trasferirsi di casa prendendo il numero civico dell’altro, non provoca in questo straordinario tipo di relazione, una chiusura della propria casa. Infatti chi sceglie la casa di Gesù vede arricchita la propria casa della presenza di Gesù stesso. Ora se pensiamo quanto sia limitato il nostro io e quanto immensa la figura di Gesù allora possiamo capire come questo spostarci verso di lui ci arricchisca. E’ come passare da un tugurio ad una splendida villa. Stando con lui noi veniamo a scoprire che quel tugurio in cui ci immaginavamo di vivere non era altro che il deposito della spazzatura della villa stessa. Solo un movimento d’amore e di riconoscimento verso la Sua persona, nel caso lo si incontrasse nella nostra vita, oppure una reale apertura verso gli altri esseri umani può aprirci la strada verso la sua dimora. Gesù quindi non cancella la nostra vita, ma la invera  portando all’esistenza quei tesori che essa ha, ma che fa fatica a scoprire. Con lui non saremo più soli venendo meno quella condizione di estraniazione dal fondamento in cui l’uomo stesso si è cacciato.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, grazie per averci accolti nella tua dimora e benvenuto nella nostra casa umana. Fa che, ovunque noi siamo e in qualunque situazione di difficoltà noi possiamo trovarci, abbiamo sempre la consapevolezza di dimorare in te percependo la grandezza e il conforto della tua presenza.

 

57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me ed io vivo per il Padre così anche colui che mangia di me vivrà per me.

 

Gesù è stato mandato dal Padre, ma il Padre non è una persona qualunque, è la fonte della vita. Gesù dà al Padre tale testimonianza riconoscendo, quindi, di non essere lui la fonte della vita. Egli ci dice che tutta la sua esistenza è dichiaratamente votata al Padre e  chiede a quelli che si ciberanno di lui la stessa intensità di dedizione. Gesù quindi quando prospetta all’uomo  di mangiare la sua carne e il suo sangue ( e cioè di diventare uno con la sua vita) ci propone una comunione ad alta temperatura. Egli non vuole solo qualcosa da quelli che lo seguono, ma vuole tutto, come del resto egli dà tutto se stesso al Padre. Questa affermazione così radicale porta l’uomo in una avventura di amore doloroso perché egli sa quanto è lontano dalla santità di Dio. D’altra parte Dio non vuole offrirci dei posti di seconda categoria assicurandoci una sistemazione qualunque nella casa del Padre, egli vuole per noi una intimità profonda con la sua persona. Siamo lunsigati e nello stesso tempo intimoriti. Abbiamo però fiducia in Gesù Cristo che assumendo la nostra natura umana ha reso per noi accessibile il volto di Dio. Da soli avremmo errato, sine die e per l’eternità, in continue proiezioni ed errate interpretazioni, ma con Gesù che ci offre se stesso come cibo abbiamo un aiuto potente ed una guida che ci  condurrà nel porto, pieno di amore, del Padre.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, grazie per esserti offerto come modello. Mentre ci cibiamo di te possiamo prendere le misure della tua umanità sapendo che nello stesso tempo stiamo incontrando la tua divinità e con questa il Padre perché tutto quello che è tuo, e quindi anche noi, è per il Padre.

 

58 Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno.

 

Ciò che Gesù dice è di estrema importanza ecco perché continua a ripeterlo. Sembra voler fissare nella mente dei suoi interlocutori una verità difficile da accettare, ma capitale per l’uomo stesso. Contro ogni seduzione di questo mondo Gesù avverte che se veramente l’uomo vuole la vita senza la morte deve uniformarsi a lui. Pur offrendo all’uomo la vita eterna Gesù cerca in ogni modo di fargli capire che puntare tutto sull’ottenere la vita eterna senza amore significa imbroccare una strada senza uscita. Gesù riconosce quindi che la preoccupazione principale dell’uomo è quella di evitare la morte, ma con estrema sincerità afferma che non potrà farcela se l’uomo stesso non avrà il coraggio di accettare una proposta diversa da quella che il suo istinto per la sopravvivenza gli propone.  L’uomo potrebbe consolarsi con il ricordo che i posteri avranno di lui, oppure con l’aver generato dei figli e quindi che qualcosa di lui rimarrà comunque nei figli e nei figli dei figli, ma, come dice Gesù, riferendosi ai loro antichi padri, anch’essi sono morti e morti del tutto perché di essi non c’è più traccia nel loro presente. L’intento di Gesù era quello di suscitare un interesse, una curiosità per la sua persona. Egli aveva bisogno di scuotere fortemente i suoi interlocutori e desiderava ardentemente che qualcuno si decidesse per lui. Le sue parole sono quindi sconvolgenti e riguardano l’uomo nella sua stessa essenza e cioè sul significato stesso del vivere e del morire. Dopo queste parole i suoi interlocutori saranno costretti a guardarsi in faccia ed a guardare se stessi nel profondo per ascoltare ancora quelle parole che li invitano ad andare oltre. La parola di Gesù mette sempre l’uomo nella condizione di operare una scelta responsabile. Una scelta difficile, ma supportata dalla forza della sua parola e della sua vita. Questa sua vita ancora non era conosciuta fino in fondo dai suoi interlocutori, ma sarebbe venuto il momento quando nel cuore di molti tutto si sarebbe ricomposto ed allora la scelta avrebbe avuto un valore totale di scelta di campo tra le forze del bene e quelle del male.

 

La nostra vita e la parola

 

Noi oggi sappiamo, Signore, che solo tu hai le parole che ci possono aprire le porte per la vita eterna. Ora il tuo testimone è passato a noi e attraverso di noi tu riproponi ancora le tue parole di vita. Signore aiutaci a non oscurarle con il nostro cattivo esempio e i nostri comportamenti contrari  al tuo messaggio di amore.

 

59 Queste cose disse Gesù insegnando nella sinagoga di Cafarnao.

 

Le affermazioni un po’ pazze di Gesù non furono fatte per strada, mentre camminava, per cui l’attenzione degli altri poteva essere distratta oppure in un luogo profano, ma in un luogo adatto a raccogliere le sue parole e cioè la sinagoga che  è il luogo per eccellenza in cui Dio parlava ancora al suo popolo tramite la parola scritta nei libri sacri. Gesù sceglie la sinagoga per rivelare agli ebrei  il suo segreto più intimo e dando così visibilità a quella preferenza che Dio, nella sua libertà, aveva avuto per il popolo ebraico. Dio quando dà i suoi doni non li ritira mai e così nell’intimità di un luogo di preghiera Gesù offre se stesso, il suo esempio, le sue parole di vita per convincere il popolo che la vera speranza di Israele sta loro davanti. Tuttavia non è un venditore e neppure cerca facili consensi alla sua proposta e quindi il koan che offre loro diventa uno stimolo per più interrogare, per più capire.

 

La nostra vita e la parola

 

Signore, quando nella vita tu vuoi portarci ad un livello superiore e noi facciamo resistenza ecco che ci proponi i tuoi koan o ci attiri nei tuoi santi trabocchetti. Solo perdendo le nostre false identificazioni possiamo diventare una tua lucicopia.

 

60 Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: “ Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?

 

Ci saremmo aspettati che non i suoi discepoli dicessero queste parole, ma tutti gli altri che stavano ad ascoltarlo, e tra questi le autorità religiosa o quelli che cercavano di metterlo continuamente in contraddizione ed invece i primi a parlare sono proprio i suoi discepoli. Per loro questo linguaggio è duro e forse non tanto per il contenuto, ma per il fatto che l’atmosfera d’attesa che Gesù stesso aveva contribuito a creare nella sinagoga faceva sperare in una rivelazione chiara della missione di questo nuovo profeta di Israele. Essi sono completamente lontani dal poter minimamente intuire cosa il Signore aveva voluto significare, ma sono profondamente delusi perché si attendevano da lui un altro discorso. La delusione influenza sempre di più l’incomprensione non solo delle parole, ma della persona stessa di Gesù. I suoi discepoli, quelli che avevano deciso di seguirlo, quelli a cui gli altri chiedevano chi era questo Gesù, ora non capiscono più neppure loro per quale motivo lo seguono. Le loro parole fanno presagire che fra poco lo abbandoneranno. Essi non riescono più a decifrare con le loro normali categorie il messaggio del Maestro e questa volta invece di abbandonarsi al fascino di Gesù. e alla sua essenza più vera che è l’ amore per l’uomo. Essi cominciano a mettere tra se stessi e Gesù uno schermo difensivo che poi per molti si trasformerà nell’anticamera dell’abbandono. 

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, quando non vogliamo seguire le tue parole facciamo come la seppia e proiettiamo tra te e noi uno schermo difensivo che ci aiuti a realizzare i nostri piccoli interessi lontani dal tuo amore. E così nelle nostre paludi può prosperare di tutto, anche la perdita della gioia e tutti quei miasmi che ci avvelenano la vita.

 

61 Gesù conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: “Questo vi scandalizza?”.

 

Molte volte ci capita di esporci davanti agli altri con delle affermazioni che non solo riteniamo vere, ma anche molto utili per il nostro prossimo. Ci aspettiamo che gli altri  ci siano in qualche modo riconoscenti se ciò che diciamo loro non è teso ad aumentare il nostro potere, ma a farli partecipare a qualcosa che crediamo apra i loro orizzonti. E se essi riconoscenti non sono ecco che li apostrofiamo con durezza per non aver saputo cogliere l’occasione che gli offrivamo. Avevamo fatto di tutto per aprire loro la porta, siamo tentati di dire :” Peggio per loro!”. E così ci ritraiamo convinti che a volte i rapporti umani sono troppo duri ed incomprensibili per noi. Gesù non fa così, ma si mette ancora dalla loro parte dando un nome al loro malessere. Capisce che sono rimasti scandalizzati da quanto hanno sentito ed in qualche modo li capisce, capisce la loro difficoltà e si appresta ad aiutarli e cioè a dare luce alle loro menti. Spesso a noi capita di arrabbiarci perché essendo così troppo presi dalla luce di ciò che vediamo siamo convinti che parte di questa luce passi anche nelle teste degli altri, ma non è così e Gesù ci fa capire che seguire gli altri significa accompagnarli passo dopo passo per gli ardui sentieri che portano al punto in cui non avranno più bisogno di noi.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, dobbiamo mordere spesso la terra in questo duro e difficile rapporto con gli altri. Quando tutto sembra senza problemi ecco che non ci si capisce più e ci troviamo davanti ad un muro di incomprensibile ostilità. Signore, quando ci capita aiutaci a non abbandonare il campo arrabbiati, ma a chiederti un supplemento di luce per trovare le parole giuste per creare un ponte verso gli altri. Che poi esso sia transitato veramente dal nostro prossimo questo non dipende più da noi, ma almeno ce l’abbiamo messa tutta..

 

62 E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dove era prima?

 

Gesù cerca di squarciare per un momento il velo di cecità che copre gli occhi di questi troppo umani figli degli uomini. Mentre infatti questi si trovano completamente proiettati in una logica strettamente mondana, Gesù fa capire che la vita non si inscrive solo nell’orizzonte dei suoi interlocutori. C’è un prima a questa vita ed è in questo prima che Gesù invita a guardare i suoi. Salire significa elevarsi in cielo e il Maestro afferma quindi che prima di essere sulla terra egli era in cielo. A questo punto deve essere sorta nel cuore di qualcuno questa domanda : “ Ma se te ne stavi in cielo, perché sei voluto venire in un posto come questo dove  nessuno vuole sentire quello che vuoi dire. E se te ne stavi beato perché sei voluto venire in un mondo così difficile?”.

 

La nostra vita e la Parola

 

Le vie del tuo amore, Signore, spiazzano ogni cuore, perché nessuno penserebbe mai di poter essere amato da qualcun altro senza interesse, ed invece tu ci ami veramente uno per uno.

 

63 E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e vita.

 

Organizzare la vita per far star bene il corpo significa farlo morire. Eppure una parte preponderante della nostra vita mira in modo, a volte ossessivo, a procurare piacere al proprio corpo. E se non trova il piacere che si era immaginato di avere ecco che è disposto a fare pazzie pur di sperimentarlo ancora ed ancora.  Aspettiamo di avere, come di diritto,una quota di gratificazione personale, e cerchiamo con ogni mezzo di procurarcela investendo energie per far star bene il nostro corpo. Gesù con la sua solita chiarezza ed una verità che non ammette eccezioni, ci dice che la carne, e quindi il piacere che la carne cerca, non giova alla parte più spirituale del nostro essere. Noi siamo degli spiriti incarnati e non possiamo far finta di non saperlo. La nostra parte spirituale ha bisogno anch’esso di cibo, ma le sue esigenze sono opposte a quelle della carne. Questo non significa che il corpo non può provare piacere, ma che il vero piacere è frutto scaturito dall’aver nutrito lo spirito con il vero e il bene. Gesù si presenta come colui che con le sue parole piene di Spirito puo’ dare all’uomo la vita vera, quella che non conosce la morte. La vita invece che è perseguita solo per il piacere, non foss’altro che per il piacere di vivere, sarebbe una vita chiusa in se stessa che un giorno o l’altro muore. Lo Spirito dà al corpo la possibilità di aprire all’interno dello stesso corpo dei canali di energia verso realtà che il corpo nel suo sistema chiuso non immagina che possano esistere

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, tu ci indichi che corpo e spirito sono legati indissolubilmente e che quando l’uno prende il posto dell’altro ecco che la nostra vita si fa penosa. Dacci il giusto criterio di saper leggere i segni che tu ci invii per  discriminare il vero dal falso spirito e il vero dal falso piacere.

 

64      Ma vi sono alcuni di voi che non credono”. Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito.

 

Dopo aver fatto una affermazione così assoluta ed importante ci si aspetterebbe che Gesù continuasse con delle minacce contro coloro che non avessero accettato la sua parola. Gesù invece prende atto della libertà degli uomini e non si scandalizza. Egli già dall’inizio delle sue rivelazioni sapeva che vi erano molti che non credevano alle sue parole. Tuttavia egli parla lo stesso perché vi sono alcuni che lo ascoltano e credono veramente in lui. Parlando ora del nostro status di uomini in mezzo a tanti altri uomini e della condizione di dover parlare o testimoniare a non credenti verità importanti, come quelle di Gesù, dobbiamo constatare che noi, per le nostre personali imperfezioni, rendiamo spesso poco credibile anche il messaggio di cui ci facciamo portatori. Ci troviamo allora accomunati alla sofferenza del Signore per questo rifiuto che gli altri oppongono alle parole di vita, sapendo pure che molte volte la causa del rifiuto siamo noi stessi.  Possiamo certo consolarci pensando che anche il Signore ha avuto le sue sue difficoltà nel fare accettare la sua parola, tuttavia a noi rimane un sano dubbio e cioè che è la  nostra imperizia e la nostra fretta spesso a rovinare tutto. Tuttavia se ci sforziamo di chiedere al Signore  un aiuto per migliorare e cerchiamo di mantenere una tensione verso una nostra purificazione, allora potremo confidare in quell’aiuto che il Signore dà quando c’è di mezzo il suo stesso regno.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, forse tu apprezzi in noi più che la riuscita palese dei nostri sforzi, il fatto stesso che ce la mettiamo tutta, anche se poi sbagliamo. Per fortuna che tu non sei un ragioniere e pareggi i conti alla tua maniera divina.

 

65      E continuò: per questo vi ho detto che  nessuno può venire a me se non gli è concesso dal Padre mio.

 

E’ quindi estremamente importante il rapporto che si instaura nell’uomo a livello della sua creaturalità. Nel cuore delle sue creature il Padre ha scritto parole di vita che permettono all’uomo  di poterlo riconoscere nella natura e nei fratelli. Questi, che già si sono posti in relazione con il Padre ed hanno chiesto al Padre di essere riconosciuti da lui, hanno le carte in regola per avere dal Padre il benestare per essere in comunione con il Figlio. Gesù quindi non si presenta  con una forza che già di per sé basterebbe a trascinare l’uomo anche contro la sua voglia, ma si presenta come un uomo a cui si può resistere o fare comunione partendo da un precedente substrato di rifiuto o di legame con il Padre. Ma allora ci si può chiedere che cosa ha dato in più la venuta di Gesù Cristo se di per sé basterebbe l’avere ciascun uomo un rapporto diretto con Dio. Gesù è la firma di amore del Padre presentata all’intelligenza e al cuore dell’uomo. E’ il Padre stesso che dà di sé un’ulteriore e definitiva rivelazione attraverso suo Figlio e se l’uomo non si dichiara figlio di satana deve riconoscere, dal momento che il Padre  gli ha messo  nel cuore e nell’intelletto questa capacità di riconoscimento, che Gesù con le sue opere e le sue parole è veramente l’inviato del Padre. Gesù è ad abbundantiam la volontà premurosa del Padre che vuole dare all’umanità  un’occasione d’oro per ritornare a lui.

 

La nostra vita e la Parola

 

Dio Padre, tu ci inviti a leggere nel nostro intimo per trovare le tracce del tesoro che si trova nelle profondità del nostro spirito. Lì troviamo quel feeling che poi ci mette in armonia con l’universo, ma soprattutto ci fa riconoscere  in tutta la sua gloria il Figlio che ci hai inviato perché quel sì che era lieve, nel cuore diventasse un sì forte. gridato con tutto il fiato di un cuore che non sa farsene niente del mondo se non ha Te.

 

66      Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.

 

Il riconoscimento fondamentale del Cristo non è legato al singolo momento storico, dove può succedere di tutto, come  nel caso di questi discepoli che non si accompagnano più a Gesù, ma ad un più fondamentale momento in cui l’uomo avendo avuto modo di formarsi una idea precisa su chi è il Cristo lo sceglie oppure no. E   per l’uomo, che nella sua vita  ha avuto modo di conoscere Gesù Cristo, arriverà sempre un momento fondamentale in cui dovrà decidere da che parte stare perché di fronte a Gesù è impossibile rimanere indifferenti o lo si accetta o lo si rifiuta.

Non sappiamo con precisione perché questi discepoli abbiano abbandonato il Signore. ‘E certo però che tra loro v’erano delle persone sincere e che questa loro sincerità li avrebbe aiutati  nel futuro a prendere nei riguardi di Gesù delle decisioni meno affrettate e a Lui più vicine.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, chi ti conosce non ti potrà abbandonare mai perché sa di non avere mai trovato in vita uno che lo ha amato così potentemente come hai fatto Tu.

 

67      Disse allora Gesù ai dodici:” Forse anche voi volete andarvene?”.

A differenza di Gesù noi invece di porre questa domanda avremmo taciuto. In una situazione simile avremmo preferito prendere atto che le persone a noi vicine non andavano via piuttosto che invitarli ancora a prendere una decisione  magari  causando un ulteriore allontanamento. Gesù invece non vuole fare i giochi dei potenti che cercano in tutti i modi di far aderire la gente ai loro programmi ricorrendo ad ogni sorta di mezzo persuasivo. Gesù preferisce la chiarezza e l’assunzione di responsabilità e soprattutto non ha paura della solitudine. Gesù è un essere libero e le sue parole possono essere dette in tutta libertà perché non hanno paura della verità.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, se noi fossimo veramente liberi dalle nostre paure come Te, la nostra vita scorrerebbe diversamente e spesso ci costringiamo a vivere situazioni insostenibili perché abbiamo paura di ciò che ci potrebbe succedere se dicessimo semplicemente la verità. Aiutaci!

 

68      Gli rispose Simon Pietro: “ Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”.

 

Simone è un leader naturale. Non ha bisogno di chiedere agli altri se sono d’accordo. La sua personalità lo porta a farsi carico immediatamente delle situazioni. Le sue parole suonano di una bellezza unica che ancora oggi ha il potere di stimolarci ad una riflessione profonda. E la risposta dei milioni di persone che oggi lo amano raggiunge la profondità dei 2000 anni di storia dove  molti sono stati i veri e i falsi profeti che si sono presentati sulla scena di questo mondo, ma dove su tutti campeggia la persona del Signore davanti alla quale ancora diciamo: “ Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”. Le parole del Signore sono nutrienti e quindi danno la vita per sempre. Le parole del Signore sono quelle del Padre date al Figlio per noi e noi accettando il Figlio è come se fossimo di nuovo ammessi di fronte al volto del Padre. Tramite le parole del Figlio si riaprono quindi i presupposti di un dialogo con il Padre da cui l’uomo si era allontanato.  Simone affermando che nel Signore ed in lui solo c’è la vita eterna dichiara che tutte le lusinghe del mondo non offrono la vita eterna, ma la morte. Simon Pietro non dice questo da se stesso, ma grazie allo Spirito Santo che trova in lui un canale molto ricettivo.

 

La nostra vita e la parola

 

Sappiamo, Signore, che proprio il tuo Simone ti ha tradito non riconoscendoti di fronte a quelli che ti hanno messo a morte.     Quale potrà essere allora la nostra testimonianza nel momento decisivo che mai ti abbiamo visto? C’è da disperarsi, ma tu attraverso tutta la vicenda di questo tuo discepolo ci mostri il suo pentimento e il tuo perdono, per questo fermamente aderiamo alle tue parole, perché come sono state fonte di vita eterna  per Pietro così lo saranno anche per noi.

 

69      Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio,

 

Nella gerarchia delle priorità sta prima il credere e poi il conoscere. L’atto di abbandono  e di fede è come se aprisse dei circuiti insospettati che si rendono disponibili per una nuova conoscenza. Pietro non dice che Gesù è uno delle tante persone inviate da Dio, non dice che è un santo, ma attribuisce a Lui la santità per eccellenza e cioè il suo essere in assoluto il contrario di ciò che è profano. E per capire queste parole occorre rifarsi all’esperienza  sia dei singoli che dei gruppi quando fanno esperienza del divino solo che a differenza delle situazioni in cui quel divino si presenta con i caratteri del numinoso, del meraviglioso o anche in forme terribili ed insopportabili per l’uomo, qui viene percepito in una forma che permette non solo una relazione ravvicinata, ma un dialogo. Gesù è la forma umana di Dio, è il volto del Padre che attraverso il figlio si rivolge all’uomo e lo coopta di nuovo ad una relazione intensa trabboccante di misericordia e di amore,

 

La nostra vita e la parola

 

Se fossimo nati prima della venuta di Cristo il Padre ci avrebbe aiutati ad avere un rapporto con lui intenso e pieno di amore, ma non avremmo saputo veramente quanto, Padre, ti stesse a cuore la nostra sorte. Con il tuo Figlio Gesù ci fai vedere cosa significa veramente, nella carne e nel sangue, questo tuo amore. Con tuo Figlio Gesù sono sparite le nebbie ed un sole luminoso si è levato a scaldare il nostro cuore.

 

70      Rispose Gesù: “ Non ho scelto io voi, i dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!”. Egli parlava di Giuda , figlio di Simone Iscariota: questi infatti stava per tradirlo, uno dei dodici.

 

La scelta di Gesù è stata fatta con amore e la sua prescienza non ha impedito che il suo amore si rivolgesse proprio a tutti, anche a Giuda che lo avrebbe tradito. La nostra ragione umana non riesce a capire come Gesù abbia potuto scegliere ed amare una persona che poi lo avrebbe tradito. Eppure non si può pensare che egli lo abbia scelto perché destinato a sostenere la parte del traditore in ossequio ad un copione già scritto in precedenza. Giuda aveva aperte davanti a sé tutte le strade, compresa quella della fedeltà, che Gesù voleva promuovere con tutte le sue forze umane e divine sempre però nel rispetto della persona di Giuda. Gesù accettando  fino in fondo Giuda ci dà la misura della considerazione che Dio ha della libertà dell’uomo. Egli non ci accetta solo se lo amiamo, ma va oltre ci accetta anche quando lo tradiamo. Egli si serve del tempo susseguente al tradimento per darci ancora la possibilità di sceglierlo ancora. Per Pietro il tempo susseguente al tradimento costituì il tempo del ritorno al Signore. L’essere ‘uno di voi’ dichiarato diavolo  è un aiuto che Gesù dà indirettamente a Giuda. Ognuno dei discepoli infatti si sarà chiesto se per caso quelle parole fossero rivolte a se stesso ed anche Giuda quindi si sarà chiesto se il diavolo fosse proprio lui e forse avrà accettato di esserlo nel senso che si riteneva diverso dagli altri. Lui non si faceva tanto montare la testa dai miracoli, ma vedeva le cose nel loro risvolto politico e voleva dare a Gesù l’occasione drammatica di rivelare la sua vera natura di messia-condottiero venuto a liberare Israele dalle mani dei romani.

 

La nostra vita e la  Parola

 

Signore, molte volte nella vita noi partiamo lancia in resta travolti dalle nostre intuizioni e dalle nostre passioni senza considerare se quello che stiamo facendo si inscrive in un contesto più vasto voluto da Te. Vogliamo piegare la realtà ai nostri progetti e alla fine quando ci riusciamo ci accorgiamo di aver prevaricato sulla realtà stessa. Dacci allora quella saggia consapevolezza che ci aiuti a leggere i segni, che tu sempre ci invii, per uniformarci solo alla tua volontà.

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