CAPITOLO 9

 

Guarigione di un cieco nato

[1] Passando vide un uomo cieco dalla nascita

Gesù è in cammino ed in questo suo andare incontra l’uomo così come esso è nella realtà e non nello schema mentale di una parola (ad es.:“i poveri”) che l’accomuna a tanti altri rischiando poi di non vederlo concretamente. E’ grazie a questo suo andare incontro che può vedere l’uomo come realmente è. Non basta infatti andare perché si può andare ed essere presi da mille cose e non vedere, ma l’andare di Gesù incontro all’uomo significa prendersene carico e cioè vederlo, dargli attenzione, prendersene cura. E’ Gesù che vede il cieco e non viceversa e così possiamo pensare che sia sempre lui a guardare noi poveri ciechi. Ed il vangelo non dice se il cieco era meritevole o no, ci attesta solamente che l’uomo era affetto dalla cecità. Gesù  lo vede e tutto l’episodio seguente si fonda su questo primo vedere del Signore.

La nostra vita e la Parola

Signore, siamo tremendamente consolati da questo tuo vedere. Non è infatti un vedere che ci perseguita, ma una calda carezza sui nostri mali volta a prendersi cura di noi e guarirci.

[2]e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?».

Quando ci si trova di fronte ad un handicappato grave si rimane sempre colpiti  dal mistero che si addensa sulla vita di quella persona. Non si prende semplicemente atto del deficit grave, ma nel profondo ci si chiede, come del resto hanno fatto i discepoli di Gesù, il perché di quella situazione drammatica. Noi uomini percepiamo che l’essere sani è qualcosa che ci spetta di diritto  e quando vediamo che questa condizione normale dell’essere umano è violata allora ci prende dentro un senso di ribellione assieme al tentativo di trovare con ogni mezzo una spiegazione che sia plausibile. La notazione dei discepoli potrebbe ben figurare tra le prove addotte a dimostrare come è proprio della natura dell’uomo  il senso del bello e del giusto. E’ infatti partendo da questi canoni, iscritti nel suo vissuto profondo che l‘uomo cerca di trovare delle risposte ai problemi che la vita gli pone. E bellezza e giustizia vogliono che un uomo veda e non sia cieco, ma se la cecità è presente allora, e qui ritorniamo nell’ambito della narrazione evangelica e degli ebrei del tempo di Gesù, la causa è da ricercare nell’ambito umano e cioè in quella capacità che ha l’uomo di peccare e di ricevere castighi per i suoi peccati. La causa della cecità non è Dio, ma l’uomo peccatore e in questo quadro, anche se non viene detto esplicitamente, a Dio viene assegnato il ruolo di colui che punisce il peccato dell’uomo. Gesù è venuto a rischiarare le tenebre di questo mondo menzognero  che vuole assegnare a Dio il ruolo di persecutore dell’uomo.

La nostra vita e la parola

Signore, possediamo una pervicace volontà di attribuirti ciò che è proprio nostro: la vendetta e la persecuzione. L’unica tua vendetta però è stata quella di amarci sempre di più, così tanto da aver voluto salire sulla croce per redimerci e l’unica tua persecuzione, ancora adesso, è quel non perdere mai l’occasione di aprirci gli occhi sulle tue vere intenzioni: darci una vita che duri eterna con Te nel paradiso.

[3]Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.

Qui Gesù, in modo indiretto, ci conferma che è il peccato a produrre la malattia. Dio all’inizio ha proposto all’uomo di rimanere immortale. Questa la sua volontà. La nostra è stata diversa e fino ad oggi ne subiamo le conseguenze. Gesù quindi è d’accordo con il pensiero dei suoi interlocutori, e cioè che è il peccato a causare la malattia, ma ne corregge l’impostazione nascosta e cioè che la causa della malattia è da addebitare all’uomo e non a Dio. In un secondo momento però precisa che nel caso del cieco nato questa cecità è stata voluta da Dio, non come punizione di un peccato, ma come occasione perché si manifestino in lui le opere di Dio.  Di fronte a Dio quindi una condizione che per noi sarebbe da aborrire diventa occasione di un bene più alto. Se è così allora dobbiamo rivedere i nostri parametri che legano la felicità a delle condizioni esteriori: la sanità, la ricchezza, la bellezza ecc… Queste, ci fa capire Gesù, prese in sé sono indifferenti per dotare la vita di un senso appagante. Dio ha disposto però che il bene fosse così fortemente impresso nel cuore dell’uomo che anche dopo la caduta è la malattia fisica che è un’eccezione e non la sanità. Possiamo quindi rassicurarci ed immaginarci ancora una vita in cui la nostra fede non sarà messa duramente alla prova da uno stato generalizzato di malattie da vivere come occasione per Dio di manifestare le sue opere. E se ciò accadesse sarebbe da addebitare solo all’uomo  perché Dio per conto suo intende per prima cosa solo il nostro bene sia fisico che spirituale ed è solo in via eccezionale che  permette alcuni mali, ma solo per la nostra salvezza e perché si manifestino appunto le opere di Dio.

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Signore, tu vuoi la nostra salvezza eterna e per questo smuovi mare e monti arrivando anche a colpire la carne dell’uomo perché il suo essere  giunga completo nel tuo regno di gloria. Facci capire che tutto quello che ci succede, sofferenza compresa, è un’occasione che ci dai per scoprire la potenza del tuo amore.

[4]Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare.

Gesù è venuto a fare le opere del Padre alla luce del sole perché tutti possano vederle. E Gesù stesso non solo è la luce del giorno, ma è quella luce santa attraverso cui possono di nuovo fluire verso l’umanità le opere del Padre. Grazie a Gesù quindi  Dio riprende a realizzare i suoi grandi progetti. Il tempo della vita del Signore è il tempo opportuno per la manifestazione dell’amore del Padre. Quando arriverà la notte nessuno potrà prendere il posto del Figlio perché nessuno potrà avere un amore così infinitamente grande come il suo. E la notte è legata all’odio di quanti hanno messo a morte il Figlio perché hanno preferito le tenebre alla sua luce. L’operare ha qui un senso forte ed originario legato al creare del Padre che opera solo cose buone, mentre l’operare dei malvagi è solo una sua scimmiottatura che mira solo a deturparle. Il Signore Gesù è venuto sulla terra solo per compiere le opere buone del Padre, egli pertanto si sente investito dal dovere assoluto di compierle ed è come se dal suo supremo atto libero di amarci sgorgasse nello stesso tempo la libera necessità di amarci sempre. E il suo manifestarsi al mondo è il manifestarsi continuo di un’urgenza che non lascia spazio al non amore, perché è lì per amare sempre. E l’incontro con il cieco nato è un’altra occasione per amare sia quell’uomo particolare, ma nello steso tempo tutti quelli che in ogni tempo ed in ogni luogo riceveranno luce dall’opera del Padre agita dal Figlio.

La nostra vita e la Parola

Signore, tu non tieni lontane le tue opere dalle nostre tenebre, vuoi soltanto che noi tentiamo  di aprire dall’interno le nostre finestre e poi sei tu stesso che ci fornisci  la forza di manovrare il chiavistello che le tiene chiuse.

[5]Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo».

Oggi noi possiamo capire di più questa  incredibile affermazione del Maestro. Dopo duemila anni dalla sua venuta e di lettura del suo vangelo ci prende un grande desiderio di poterlo vedere con i nostri occhi e toccarlo con le nostre mani. La nostra nostalgia di Gesù aumenta quanto più ci addentriamo in nuovi spazi temporali. L’aver voluto passare, durante il Giubileo, per la porta santa è stata l’espressione visibile, all’inizio del nuovo millennio, dell’incontenibile nostalgia e passione che ha preso milioni di cristiani per l’Uomo-Dio che ci ha ama dall’eternità e per l’eternità. Quelli però che duemila anni fa stavano davanti a lui  non potevano capire la pregnanza della sua affermazione e quindi vedevano dalle loro tenebre una luce che non volevano o non potevano gustare fino in fondo. I contemporanei di Gesù non avendo capito il momento di grazia che stavano vivendo  non hanno potuto valorizzare fino in fondo quel tempo concesso dalla divina Provvidenza a beneficio dell’umanità. Saranno i santi di tutti i tempi che riscatteranno quel tempo perduto per rifletterci quella luce liberante che riscatta il peccato dell’uomo rendendolo capace di vita divina. 

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Signore, vieni presto, non possiamo stare più a lungo senza vederti, senza sperimentare la tua pace benedetta in questo nostro mondo sempre così dilaniato dall’inimicizia. Vieni e ricaccia nell’inferno il tuo e nostro avversario affinché non sperimentiamo altro che quell’amore infinito che ci hai fatto conoscere attraverso la tua morte per noi. Vieni!

[6]Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco

All’inizio:” il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente. (Genesi 2:7) “. E Gesù usa lo stesso elemento primordiale, il fango, per ridare la vista al cieco. Ricorrendo allo stesso elemento con cui Dio aveva plasmato il primo uomo il Maestro vuole dare ai presenti un chiaro segnale d’essere veramente l’inviato del Padre, creatore dell’uomo come di tutto il creato. L’azione di Gesù non è una sceneggiata per colpire l’immaginazione dei presenti come usano fare i maghi, ma un atto creativo ed una esemplificazione del modo come il Creatore ha pensato possibile l’esistenza stessa dell’uomo nell’universo. Prima infatti furono creati il cielo e la terra, poi il mondo vegetale e poi ancora il mondo animale ed infine l’uomo. L’uomo ha bisogno di tutto il creato per poter esistere. Tra l’uno e l’altro v’è un legame per la vita e per la morte: la terra, ad es., è il corpo esteso dell’uomo e se questo corpo si ammala anche l’uomo si ammala. Dalla terra arriva all’uomo la vita e Dio arriva al cuore dell’uomo tramite i suoi preziosi servigi. In questo modo di operare c’è tutta la riverenza per il meraviglioso piano creativo del Padre ed un insegnamento per l’uomo che vorrebbe sempre bruciare i tempi con i lampi del suo pensiero. Il lampo creativo, provvisto di infinita profondità e sapienza, è solo di Dio che dal nulla creò tutte le cose, per noi uomini invece è stata segnata la strada della contemplazione e dell’uso di tutti gli elementi della natura, sparsi nei vari mondi, come occasione di attenzione verso il piano di Dio e come comprensione di tutte le meraviglie racchiuse in ogni realtà del creato.

La nostra vita e la Parola

Signore, con noi non usi il fango per aprirci gli occhi, ma non per questo ti ritrai dall’operare continuamente perché la nostra visione della realtà sia reale e non illusoria. Aiutaci sempre di più a cogliere attraverso gli avvenimenti quotidiani la straordinarietà di ciò che ci circonda e il suo collegamento con i tuoi piani di salvezza,

[7]e gli disse: «Và a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Il cieco nato aveva ascoltato la questione posta dai discepoli a Gesù e sicuramente si aspettava dal  Maestro una risposta di tipo teorico. La risposta di Gesù però era sorprendente perché affermava di lui e dei suoi genitori qualcosa di preciso: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.”. Il cieco rimane profondamente colpito da ciò che va sentendo. Gesù infatti scagionando lui e la famiglia d’essere la causa della sua cecità lo libera da un peso enorme. Abbiamo visto prima come in questi casi di grave malattia gli uomini siano sempre portati  a pensare che il loro male provenga da colpe nascoste ed è quindi plausibile che il cieco, interrogandosi sull’origine vera della sua disgrazia, fosse arrivato alla conclusione che erano stati i suoi  genitori i veri colpevoli del suo stato dal momento che era cieco dalla nascita. C’è però un’altra cosa che lo mette in allarme ed in attesa ed è la seconda parte  dell’affermazione di Gesù : “ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.. Queste parole lo preparano e quando Gesù lo invia alla piscina di Siloe, egli è già psicologicamente pronto ad agire. Non deve chiedere nessuna spiegazione, ma solo fare quello che gli viene chiesto. Nessuno mai gli aveva detto delle cose che lo riguardassero così da vicino e cioè che si rivolgessero alle pieghe profonde del suo essere. Ora, al centro dell’attenzione ed improvvisamente lontano da quella condizione di emarginato in cui normalmente vive, non se lo fa dire due volte e, gli occhi sporchi di fango, corre a lavarsi. Ed il cammino fino alla piscina di Siloe è per noi figura del cammino della fede e cioè di quella sicurezza di essere già salvati anche se si rimane su questa terra con il bisogno ancora di darsi da fare, camminare, lavarsi gli occhi per liberarli dal fango. E quando tutte le osservanze esteriori sono compiute come segno della propria adesione interiore alle parole del Maestro, ecco che si può essere ammessi alla visione della realtà come essa è : un campo dove opera l’amore del Padre e di tutti i suoi figli.

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Anche noi Signore, come il cieco nato, siamo spesso nelle tenebre e solo l’immagine del Padre in noi e  le tue parole ci permettono di inserire tutta la nostra vita nel panorama di grazia che ci hai preparato. Le forze del male vogliono guastare il mondo di gioia e di amore in cui Tu ci vuoi, fa allora che continuamente ci chiediamo se la nostra vita è vissuta al tuo cospetto o a beneficio di un mondo che dopo averci sedotti ci abbandona alla morte.

[8]Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?».

Si può essere ciechi ed essere figli di gente molto ricca ed allora la cecità, pur rimanendo sempre una grave menomazione, non è aggravata dalla povertà e dall’essere costretti per vivere a chiedere l’elemosina. Qui però ci troviamo di fronte ad un cieco che oltre alla grave menomazione fisica è pure povero e costretto a chiedere l’elemosina per poter vivere. Se fosse stato ricco la famiglia lo avrebbe  sottratto alla vista di tutti, ma essendo povero e facendo fatica negli spostamenti era destinato a fare tragitti brevi e sempre uguali. La piscina di Siloe quindi era il posto dove tutti lo vedevano sempre  e dove per la gente collegare la piscina al cieco era un tutt’uno. Tutti quindi sapevano che era cieco dalla nascita e quindi la nuova condizione di vedente non poteva passare, come impressione visiva, inosservata. Se l’acquisto della vista fosse occorsa ad un cieco ricco vi sarebbe stata meraviglia, ma l’effetto sulla sensibilità delle persone sarebbe stata diversa e cioè sarebbe rimasta forte nei genitori, ma forse poco conosciuta dalla gente comune. Ed invece ora tutti, a cominciare dai vicini, ogni volta che se lo troveranno davanti saranno costretti a chiedersi come ciò sia potuto accadere e, nel tempo, ricordare Gesù che aveva voluto, tramite la guarigione del cieco, manifestare la gloria di Dio.

La nostra vita e la parola

Anche noi, Signore assistiamo, alla manifestazione della gloria del Padre tramite le meraviglie che ci fai scoprire di tempo in tempo. Aiutaci a non coprirle con la polvere della dimenticanza e ravviva in noi il fuoco della tua presenza.

[9]Alcuni dicevano: «E' lui»; altri dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».

Il cieco non aveva solo acquistato la vista, ma era stato rianimato dal Signore. Il miracolo più grande non è stato quindi il passaggio dalla cecità alla visione, ma lo sconvolgimento interiore che aveva accompagnato la serie di eventi succedutisi dal primo momento dell’incontro con Gesù. Se in un primo momento le persone non potevano non testimoniare L’impatto sul suo fisico è stato così enorme che a ragione la gente aveva dei dubbi sulla sua identità. Era proprio il cieco della piscina di Siloe? Nella memoria delle persone che lo conoscevano egli si presentava come una figura statica, inespressiva, non degna di molta attenzione perché incapace di attirarla attraverso la mimica del volto e il movimento del corpo. Ora invece si vedono davanti un uomo trasformato che partecipa alla discussione, che interviene dicendo di essere proprio il cieco della piscina di Siloe. E la forza d’urto di quel suo: “Sono io!”, doveva essere formidabile se pensiamo che in quel momento non solo portava la sua testimonianza, ma vedeva per la prima volta il mondo così come esso appariva a tutti. Finalmente era come gli altri mentre fiumi di volti e di immagini lo attraversavano assieme al sentimento di riconoscenza verso il Signore che aveva operato quel meraviglioso miracolo per lui.

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Come è bello, Signore, passare dal buio alla luce, quante cose si capiscono, quanti nodi si sciolgono, quanti fili si intrecciano. Ed assieme a queste sensazioni nuove ed esaltanti si mescola un forte sentimento di amore e di riconoscenza per Dio che ci ha colmato dei suoi doni.

[10]Allora gli chiesero: «Come dunque ti furono aperti gli occhi?».

La risposta qui è facile, più difficile per noi è, quando ci viene chiesto di rendere conto della nostra fede, riuscire a riferire su di essa qualcosa mantenendo il contatto con chi ha fatto la domanda. Spesso infatti si causa un rifiuto da parte della persona che ascolta perché non le si offre alcun appiglio dove essa possa in qualche modo avvicinarsi all’esperienza che le viene raccontata. C’è sempre uno iato tra chi vive in genere un’esperienza e chi no, e l’abilità di chi l’ha vissuta è quella di raccontarla in maniera che chi non c’era abbia tutti i possibili riferimenti per parteciparvi in qualche modo. Nel campo della fede, che è per eccellenza un’esperienza interiore, ciò è estremamente difficile e solo la grazia dello Spirito Santo può suggerire le giuste parole per far partecipare l’altro a quanto si è vissuto. Per questo occorre una grande prudenza e grande umiltà nel rispondere quando si viene interrogati. Inoltre è meglio attendere d’essere espressamente interrogati piuttosto che proporre la propria esperienza con il rischio di bruciare un terreno che aveva ancora bisogno di essere preparato. In questo episodio del vangelo però ci troviamo in una situazione veramente propizia in cui c’è una domanda e la risposta  riguarda non solo il foro interno della persona, ma soprattutto il racconto di ciò che è successo.

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Signore, fa che il nostro cuore ti sia sempre così vicino, da far arrivare a chi ci interroga le tue parole, e non le nostre.

[11]Egli rispose: «Quell'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Và a Siloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista».

L’ex cieco nato si comporta come un vero discepolo e nella descrizione ai suoi interlocutori di ciò che è avvenuto ci suggerisce cosa deve fare un discepolo quando segue il suo Maestro. Anzitutto deve porre una estrema attenzione al contesto nel quale vive perché Dio si serve della quotidianità per mettersi in rapporto con lui, poi alle modificazioni che sente nel proprio corpo come albe che annunciano il giorno, poi ancora, dopo aver operato un discernimento, alle parole decisive che lo raggiungono e alle quali aderisce con una fede salda. Ed infine, chiudendo il cerchio del suo aderire al Maestro, deve mettere in atto ciò che la Parola gli ha suggerito. Il Maestro indica la via, ma è poi il discepolo che la deve percorrere per ottenere la luce promessa. Al cieco non viene chiesto solo un atto di fede della mente, ma anche una partecipazione attiva  quasi che Gesù avesse preparato il terreno perché non solo il cuore del cieco credesse, ma anche tutte le cellule del corpo  dessero il loro assenso nel momento che andavano alla piscina di Siloe. Ogni passo verso la piscina è un assenso della mente e del corpo. Il corpo del cieco che gli occhi non hanno mai potuto vedere sente che fra poco sarà illuminato e per far questo obbedisce alla parola di Gesù che lo invita alla purificazione. Nello stesso tempo è anche il cuore che si purifica perché lascia dietro le sue spalle tutti i pensieri di morte, di rassegnazione tanto che quando le mani toccano l’acqua ed il fango va via, scompare finalmente la caligine dagli occhi e dal cuore.

La nostra vita e la parola

Signore, fa che ripetiamo nella sua esemplarità lo stesso cammino del cieco nato per  ottenere quella luce che tu non riservi a pochi privilegiati, ma che vuoi dare a tutti quelli che sono disponibili a seguire le tue parole.

[12]Gli dissero: «Dov'è questo tale?». Rispose: «Non lo so».

Gesù lo invia alla piscina di Siloe, ma non lo segue. E così facendo ci dà una bella lezione di stile sul comportamento da avere quando ci capita di fare del bene. A noi infatti viene più spontaneo farci ringraziare e quando vediamo che l’altro non lo fa ecco che lo mettiamo nel libro nero degli ingrati. E non solo, ci piace anche cogliere il grazie nel momento stesso in cui sorge nel cuore dell’altro. Tutto ciò potrebbe far parte  semplicemente della nostra umanità, ma occorre fare attenzione a che quel grazie non si fermi a noi, ma vada alla sorgente vera del dono, e cioè a Dio infinito. Se non c’è questa attenzione allora si rischia di credere di essere stati veramente bravi illudendosi d’essere all’origine del bene dato. Inoltre, se fossimo onesti, dovremmo seguire il filo del bene che abbiamo dentro per constatare che esso ci porta fuori da noi stessi.

La nostra vita e la Parola

Signore, grazie per tutto quello che sono e ho e fa che il tuo regno si espanda per poterti ringraziare sempre più per tutte le meraviglie che compi ed hai sempre compiuto per noi.

[13] Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco:

L’uomo non si presenta da solo mai sulla scena di questo mondo, ma sempre in contesti strutturati dove anche la presenza di un eremita è sempre in relazione con il contesto da cui si è distaccato. L’uomo non è un’animale, ma tutto quello che fa ha sempre un significato e l’uomo stesso vive e beneficia di un ambiente simbolico che lo permea e gli dà significato. Il ricorrere quindi ai farisei da parte di quelli che constatano la sua guarigione ci dice come c’è sempre  un contesto di riferimento per ogni cosa che accade sotto la luce del sole. La gente avrebbe potuto constatare l’avvenuto cambiamento di stato fisico del mendicante e passare oltre, ma siccome vive in un contesto simbolico che lo trascende deve pur capire cosa è successo e che tipo di cambiamenti potrebbero avvenire nel momento che un evento inaspettato sorge nel loro comune orizzonte di senso. L’autorità religiosa fa parte integrante del sistema di significato del popolo ebraico, come del resto di tutti i popoli, ed un miracolo così eclatante doveva avere una spiegazione all’interno delle convinzioni religiose di quel popolo. L’ex cieco portato dai farisei è lui stesso una domanda vivente: “La guarigione avvenuta è opera di un uomo di Dio?”. E se la risposta è positiva : “Come situare questa persona all’interno della comune tradizione dal momento che trasgredisce il riposo del sabato? E se non lo è: cosa fare per smascherare e far tacere quell’uomo?”. La gente quindi è mossa da sentimenti contrastanti: da un parte la speranza che stia accadendo qualcosa di veramente nuovo, dall’altra la paura di rimanere ingannati.

La nostra vita e la Parola

Signore, fa che possiamo sempre accettare di buon cuore di essere valutati dagli altri, compresa l’autorità, nella convinzione che se abbiamo operato bene prima o poi qualcuno se ne accorgerà.

[14] era infatti sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi.

Gesù aveva fatto del fango, cioè aveva lavorato e quindi aveva deliberatamente compiuto un atto che secondo la legge non era permesso. Il riposo del sabato era sancito dalla legge che comminava la morte per lapidazione a chi la trasgrediva. Se Gesù però l’ha deliberatamente violato è perchè voleva con il suo gesto mettere in discussione questa pratica proprio nel modo come essa era vissuta dal popolo ebraico. Gesù sembra aver scelto proprio il giorno di sabato per questo suo miracolo come occasione di aprire gli occhi non solo a cieco, ma a tutto il popolo.

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Signore, ogni tua scelta nei nostri confronti non è fatta a caso, ma si situa sempre in un piano di bene che ci porta  ad approfondire sempre di più il tuo amore unico e totale  per ciascuno di noi.

[15] Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo».

L’autorità ha le sue esigenze di verità da soddisfare e vuole che i suoi livelli di formalità siano ritualmente messi in scena. Essa deve constatare l’avvenuta guarigione e poi ascoltare quali parole vengono usate dall’uomo per spiegare quello che gli è successo. Il miracolato sembra aver confezionato la formula giusta che lo toglie dall’impiccio di dire di più: è una formula concisa, descrittiva, fatta apposta per spiegare tutto, ma nello stesso tempo lasciare tutto nel mistero più profondo. Per noi è la descrizione paradigmatica di che cosa sia necessario  perché l’uomo si possa aprire alla fede. Anzitutto un movimento che parta da Dio (“Mi ha posto del fango sopra gli occhi”)  e questo non manca mai, poi la nostra adesione attiva (“mi sono lavato”)  e poi la constatazione dell’avvenuto miracolo (“e ci vedo”). Manca ancora qualcosa per completare il quadro, ma verrà fuori nel momento in cui l’ex cieco si troverà davanti a Gesù. Anche a noi, come all’ ex cieco, è capitatonella vita , magari sul fronte spirituale, d’essere guariti e di non riuscire a darne una spiegazione soddisfacente. Solo quando i nostri occhi si sono posati sulla causa reale delle nostre progressive guarigioni, solo allora siamo riusciti a far sgorgare il vero sentimento che tenevamo nascosto nel cuore. E così anche l’uomo guarito si trova in questa stessa condizione e cioè racconta il bene che gli è stato fatto, ma la sua testimonianza ancora non è piena perchè il suo cuore è ancora in attesa.

La nostra vita e la Parola

Signore, fa che sappiamo sempre collegare alla tua premurosa cura il bene che ci dai e concedici di non brancolare nella confusione di ritenerci gli artefici dei tuoi miracoli.

[16] Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri dicevano: «Come può un peccatore compiere tali prodigi?». E c'era dissenso tra di loro.

Gesù aveva due possibilità per aiutare gli ebrei a superare il modo formalistico con cui vivevano il sabato. La prima era legata ad un intervento di tipo teorico, e cioè ad una spiegazione di come lui intendeva il riposo sabatico, la seconda quella di mettere in atto azioni significative. E Gesù sceglie questo secondo modo di operare perché da grande saggio qual’è capisce che la mente dell’uomo è più stimolata dalle azioni e meno dalle teorie. Gesù non rifiuta la teoria, ma vuole che essa abbia come punto di partenza un piano diverso e cioè quello della testimonianza, del sapersi assumere le proprie responsabilità agendo. Ora la gente è combattuta e non è più concorde sul significato da dare al sabato dal momento che non era pensabile che Dio si servisse di un uomo disobbediente alle sue leggi per operare una guarigione. Gesù quindi coglie un primo risultato e cioè quello di spostare l’attenzione dal sabato alla sua persona.

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Signore, quante volte veniamo sviati da ciò che non è essenziale e ci lasciamo sfuggire le cose più importanti. Vogliamo rimanere lontani dalla luce per paura che essa vada a rischiarare zone che ci fa comodo tenere al buio.  Solo se siamo radicati in te possiamo accettare il nuovo che arriva senza temerlo.

[17]Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «E' un profeta!».

Qui vediamo come si muove l’autorità religiosa che non disdegna di fare delle domande dirette su come sono effettivamente andate le cose. I Farisei però non sono solo interessati ai fatti, ma vogliono qualcosa di più e cioè sapere dall’uomo che opinione si era fatto del suo guaritore. Ci troviamo, per dirla con il linguaggio dei nostri tempi, di fronte ad un’inchiesta di tipo giornalistico in cui ogni particolare diventa importante e dove poter interrogare i protagonisti di un fatto è la cosa più importante del servizio.  La risposta del cieco è senza incertezze: chi l’ha guarito è un uomo di Dio, un profeta, e cioè un uomo che nella lunga tradizione ebraica fa uscire dalla sua bocca le stesse parole di Dio e di cui Dio stesso si serve per operare miracoli. Ad es. il profeta Eliseo aveva operato un miracolo simile a quello di Gesù, quando aveva ordinato a Naam di  lavarsi nel fiume Giordano per guarirlo dalla lebbra. Nella tradizione del popolo ebraico vi sono anche i falsi profeti, da cui Dio mette in guardia, ma per il nostro testimone Gesù è senza ombra di dubbio un uomo di Dio.

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Dacci, Signore, la capacità di saper cogliere i tuoi miracoli assieme ad una passione interrogante che sappia sempre risalire alla loro vera sorgente.

[18] Ma i Giudei non vollero credere di lui che era stato cieco e aveva acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista.

Nella storia del popolo di Israele molte volte Dio interviene indurendo il cuore delle persone, pensiamo al Faraone, ma nell’episodio del cieco nato non ci troviamo di fronte ad un intervento di Dio che acceca gli occhi di chi non vuol credere in lui, ma solo la naturale diffidenza di chi non può credere all’inverosimile e cioè alla guarigione di un cieco nato. L’unico modo per uscirne era quello di chiamare i genitori perché riconoscessero in modo inconfutabile il loro figlio.  Si percepisce però, in tutto questo movimento, più che una contentezza per il possibile miracolo avvenuto, un clima di preoccupazione quasi che l’accertamento della guarigione andasse a destabilizzare equilibri ormai acquisiti.

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Spesso la vita con i suoi misteri crea turbolenza nelle nicchie dove ci siamo rifugiati ed improvvisamente ci sentiamo in pericolo e pronti a difendere il nostro territorio. Non sappiamo cosa pensare delle novità, ma spesso ci atteggiamo negativamente verso quelli che si fanno promotori del nuovo. Signore, aiutaci a capire che, se non vogliamo morire, è meglio che  benediciamo ed accogliamo ciò che tu ci mandi.

[19] E li interrogarono: «E' questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?».

Stiamo ancora nella fase di indagine e questa per i giudei, come per l’uomo in genere, è una fase molto importante. Essa serve per capire, per dare all’intelligenza le sue ragioni. Credere senza un’intelligenza del credere procura solo disastri perché consegna al fondamentalismo dell’ “ipse dixit” o anche a coprire proprie responsabilità personali con una credenza interessata. I giudei vogliono capire per non essere turlupinati e quindi è giusto che chiedano per toccare con mano se il miracolo è avvenuto davvero. Lo chiedono ai genitori perché ciò che hanno sentito non li convince molto, ma soprattutto perché è lecito pensare che essendo stati proprio i genitori i primi ad essere cercati e visti, siano loro a conoscere come siano andati effettivamente le cose. 

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Signore, anche a noi capita di rimanere dubbiosi quando ci riferiscono di guarigioni miracolose e per questo vogliamo indagare tutti i minimi particolari di quello che è successo. Siamo fatti così ed è per questo ci hai dato l’intelligenza, ma spesso succede che, invece di farci permeare dalla verità di ciò che accade, resistiamo e ci chiudiamo in difesa. Dacci il coraggio  di abbracciare il nuovo che arriva come occasione del tuo essere sempre vicino a noi.

[20] I genitori risposero: «Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco;

I genitori non possono essere tratti in inganno dal cambiamento dei lineamenti del volto del figlio, quasi irriconoscibile per la nuova luce che lo investe, perché il sangue non può mentire e quindi danno la loro testimonianza: affermano che quel figlio che ora vede è nato cieco e la loro testimonianza è indubitabile perché nessun genitore può dire proprio un figlio che non gli appartiene. I giudei si trovano quindi di fronte all’impossibilità di negare il miracolo ed adesso devono capire come ciò sia stato possibile.

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Se fossimo onesti come questi genitori dovremmo sempre riferire il creato al suo Creatore, ma noi uomini  siamo negatori della gloria di Dio e di fronte alla bellezza dell’universo ci nascondiamo dietro ai nostri piccoli pensieri di creatori di cose umane. Signore, che la tua lode sia sempre sulle nostre labbra!

[21] come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l'età, parlerà lui di se stesso».

Con questa risposta i genitori ci fanno capire che i loro interlocutori rappresentavano un’autorità non molto amata di fronte alla quale è sempre bene dire poco e defilarsi il più possibile. Se i genitori si fossero trovati davanti a gente partecipe e festosa per il miracolo avvenuto sicuramente essi avrebbero risposto in altro modo, avrebbero riferito i particolari raccontati dal figlio e si sarebbero mossi per portarglielo davanti per far festa tutti assieme. Essi invece timorosi si tirano indietro per paura di essere accomunati alla sorte di Gesù. ‘E la paura che cuce la bocca dei genitori ed è la stessa paura che fa imbastire loro un ragionamento formalmente inattaccabile. Con le loro parole così convincenti allontanano da sé qualsiasi possibile ritorsione da parte dei giudei. Quasi ci viene da pensare che non siano molto contenti che il loro figlio veda e non essendo contenti non hanno alcun motivo per ringraziare né per portare avanti una testimonianza coraggiosa.

La nostra vita e la Parola

Alcune volte anche a noi capita di nasconderci dietro ragionamenti formalmente corretti, ma nella sostanza falsi. Che lo Spirito Santo infonda in noi il coraggio di testimoniare gli interventi di Dio nella storia anche se, per farlo, dobbiamo perdere la faccia agli occhi del mondo.

[22] Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano gia stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga.

Per l’uomo è di estrema importanza rimanere inserito nella sua società di appartenenza e nel sistema religioso in cui crede. Sappiamo come l’esclusione, anche nella nostra società, è causa di grande malessere. I genitori del cieco non potevano permettersi di voltare le spalle alla vita di tutti i giorni per affermare che Gesù era il Cristo aspettato dal popolo di Israele. Avevano paura di essere espulsi dalla sinagoga e dal patto che Dio, tramite Abramo, aveva fatto con il suo popolo. E non era  una questione di poco conto. Essi avevano goduto della guarigione del figlio, ma l’avevano vissuta di riflesso senza fare esperienza diretta di Gesù ed è per questo che, pur riconoscenti in cuor loro, sono succubi della paura e non riescono ad avere il coraggio della verità.

La nostra vita e la Parola

La paura può chiudere la bocca e trasformare l’uomo in sfinge che vede tutto, ma non si pronuncia su niente. Signore, soffia su di noi il vento del tuo Spirito e scuotici dall’indifferenza che ci rende ciechi di fronte alle tue meraviglie.

 [23] Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l'età, chiedetelo a lui!».

Sicuramente se i genitori non avessero avuto paura  avrebbero dato una testimonianza diversa. Quella che consegnano a noi invece riguarda la loro capacità dialettica dl tirarsi fuori dalle difficoltà assieme ad un senso di tristezza che pervade tutta la scena. Essi si lavano bellamente le mani di quanto avvenuto, constatano che il figlio non è più cieco, ma non spendono neppure una parola su chi ha compiuto il miracolo, sarebbe bastato, per essere ricordati nella storia in modo diverso, che avessero detto qualcosa di simile: “ ‘E’ meglio vedere o non vedere? Di certo è meglio vedere, quindi se nostro figlio ora vede grazie all’intervento di Gesù, sicuramente questa persona ha fatto del bene”. Rispondendo così sarebbero stati inattaccabili da punto di vista formale, ma la paura ha ottenebrato loro la mente.

La nostra vita e la parola

Spesso la paura annebbia la nostra mente suggerendoci argomentazioni contorte il cui scopo è quello di preservarci dall’affrontare il nemico a viso aperto. Signore, tu che sei stato sempre sincero, ma anche prudente, aiutaci ad essere astuti come serpenti e candidi come colombe.

[24]Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Dà gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore».

Quando l’establishment crede, a torto, di possedere la verità  cerca con ogni mezzo di imporla a tutti e guai a quelli che si trovano direttamente sotto la loro giurisdizione. Nel caso dei giudei essi nascondono le loro vere intenzioni di dominio dietro a motivazioni di tipo religioso. Invocano Dio quasi che i pensieri di Dio potessero combaciare con i loro e dichiarano di sapere che Gesù è un uomo peccatore. Essi non si sentono in dovere di dire perché lo ritengono peccatore, il potere illecito infatti non dà mai spiegazioni, cerca solo di avere il consenso tramite la manipolazione delle coscienze.

La nostra vita e la Parola

Signore, quando la nostra parola cala sulle persone investendole di calunnie, ecco che ci comportiamo come questi giudei tuoi contemporanei. Nel tempo si ripropongono sempre gli stessi misfatti e solo quando il nostro cuore avrà imparato la via dell’amore senza ritorno, solo allora anche il peccato della maldicenza  tramonterà dalla nostra vita.

 [25]Quegli rispose: «Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo».

‘Contra factum non valet argumentum’ dicevano gli antichi scolastici e l’uomo miracolato non può che dire la sua esperienza. Dovrebbero ucciderlo per fargli dire qualcosa di diverso, perché per lui la verità è così chiara come la notte è differente dal giorno e l’essere stato cieco dal vederci. Il primo moto è di reazione, di sconcerto e sicuramente di sorpresa. L’uomo non capisce l’accanimento dei giudei verso Gesù che l’ha guarito. Ci sembra di capire dalla sua risposta che si senta tirato per i capelli verso un argomento veramente lontano da ogni suo pensiero. E quindi in questo primo movimento non ha ancora messo a fuoco le implicazioni profonde della sua guarigione a mezzo di Gesù. Egli è ancora preso completamente dalla straordinarietà di quello che gli è successo, mentre quelli che lo interrogano, i commissari politici della situazione, tagliano corto sulle sue emozioni e vanno al sodo della loro questione.

La nostra vita e la Parola

Per fortuna, Signore, che  ci dai il tempo per capire fino in fondo ciò  che viviamo, perché dal momento che siamo in un tempo ed uno spazio limitati spesso facciamo fatica ad avere chiaro cosa succede veramente nella realtà. Fa che il tempo che ci dai ci serva a renderti onore come ha fatto il cieco nato.

 [26] Allora gli dissero di nuovo: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?».

L’incredulità di fronte ai miracoli si esprime in mille modi ed uno di questi potrebbe essere quello in cui pur sottintendendo che esso sia avvenuto si cerchi di attribuirlo a forze occulte. L’insistere dei giudei a farsi raccontare ancora una volta ‘come’ il prodigio si sia verificato fa sorgere il sospetto che essi vogliano scoprire dei particolari importanti, sfuggiti fino a quel momento, tali da potere accusare Gesù di operare in nome del diavolo.

La nostra vita e la Parola

Signore, concedici la grazia di saper riconoscere sempre nella storia il tuo passaggio e i tuoi continui miracoli per poter testimoniare al mondo la tua presenza tra di noi.

[27]Rispose loro: «Ve l'ho gia detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?».

La verità ha di per sé tutta la forza di farsi ascoltare, se quindi non la si ascolta è perché trova di fronte a sé delle barriere insormontabili. Quando il cuore dell’uomo volta le spalle alla verità è come se non udisse, è come se le parole entrassero ed uscissero in lui senza permanervi, è come se l’acqua attraversasse luoghi aridi, ma chiusa all’interno di un tubo impermeabile con il risultato di non poterli irrigare. Questi giudei non vogliono sentire ragione, vogliono dimostrare la loro verità chiudendosi ad un esame dei fatti e per far questo sentono di aver bisogno ancora dei fatti e cioè di quelli  che potrebbero avvalorare la loro tesi. L’ex cieco giustamente non capisce che cosa ci sia ancora da dire e sposta il piano del suo intervento dalla realtà dove ormai non c’è più niente da dire perché per lui si è detto ormai tutto, ad un piano ironico dove si diverte a prenderli in giro insinuando che essi parlano così perché vogliono diventare discepoli di Gesù.  E qui il nostro ci dà un bell’esempio di come comportarsi perché capisce immediatamente che con un certo tipo di persone è inutile sfiancarsi a indicare la verità, ma occorre passare al contrattacco con fine intelligenza e leggera ironia.

La nostra vita e a Parola

Signore, spesso abbiamo il vizio di voler imporre le nostre idee, per questo ti chiediamo di darci la saggezza per essere delle persone convincenti, ma nello stesso tempo contenute e piene di spirito quando si tratta di testimoniare le tue parole di vita.

[28] Allora lo insultarono e gli dissero: «Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè!

L’ex cieco aveva ironicamente scattato una falsa fotografia dei giudei accreditandola presso di loro per vera, ma questi non gradiscono e rispediscono al mittente l’accusa di essere discepolo di Gesù. Si dichiarano discepoli di Mosè proprio dopo che nel capitolo precedente c’era stata un forte scontro sulla loro dichiarazione di sentirsi figli di Abramo. Gesù allora aveva risposto che se erano figli di Abramo dovevano fare le opere di Abramo, mentre cercando di ucciderlo si rivelavano essere figli del diavolo. Qui si dichiarano discepoli di Mosè, ma l’intento è sempre quello di contrapporsi a Gesù dichiarando apertamente la giustezza della loro linea e colpendo Gesù anche in quelle persone che cominciano a simpatizzare per lui. Questa una battaglia che vogliono portare avanti fino in fondo per evitare che il messaggio di Gesù cominci a cambiare veramente i cuori di quanti lo ascoltano.

La nostra vita e la Parola

Signore, che il nostro dichiararci tuoi discepoli non abbia come sfondo la requisizione delle tue parole allo scopo di sottomettere gli altri, ma aiutaci a farle calare nella nostra vita come parole di liberazione dal gioco di ogni schiavitù e di ogni peccato.

[29] Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia».

Se avessero riflettuto sulle scritture si sarebbero comportati come i loro padri quando, ascoltato Aronne, avevano creduto che Dio aveva parlato a Mosè. Essi avevano dato fiducia a Mosè tramite Aronne e nello stesso modo avrebbero dovuto dare fiducia a Gesù tramite il battista che aveva reso testimonianza dicendo: “Ecco l’agnello di Dio ecco Colui che toglie i peccati del mondo”.  Gesù quindi non si è autopresentato ma ha voluto essere riconosciuto ed accreditato davanti agli occhi di tutti da un’altra persona. I giudei quindi sono in malafede quando affermano che non sapevano di dove fosse perché doveva essere risaputo che Giovanni il battista aveva detto: “Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv, 28-30). E se anche non avessero conosciuto queste parole sapevano sicuramente che Giovanni lo aveva indicato come il Cristo e sapevano che per il popolo Giovanni era un uomo di Dio.

La nostra vita e la Parola

Signore, noi non possiamo pensare di condurre una vita santa se non la confrontiamo con la tua. Non possiamo, volendoti bene, fare i gradassi ed autopromuoverci, ma solo prepararci perché al momento giusto qualcuno ci chiami per dare la nostra testimonianza.

[30] Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi.

L’ex cieco ora va al contrattacco e non lo ferma più nessuno. Si meraviglia che i custodi dell’ortodossia, che sono dappertutto e controllano tutto non sappiano di dove sia l’uomo che l’ha guarito. Questo è strano per lui, abituato ad avere un’immagine così alta del loro ruolo, che ad essi sia sfuggito, del personaggio Gesù, un particolare così importante. Con quel suo ‘strano’ poi l’ex cieco comincia ad insinuare che loro siano da meno dell’immagine che lui si era fatta di loro. Ora sente la differenza tra il potere che libera e quello invece che vuole tenere soggiogati gli uomini.

La nostra vita e la Parola

Signore, fa che possiamo ricordare i momenti di liberazione che ci hai accordato durante la vita  per mantenerci sempre nell’ambito della loro luce.

[31]Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta.

Ora il nostro uomo, continuando nella sua performance da brivido per la velocità con cui si sta rendendo conto della situazione e per l’abilità delle risposte, con quel suo ‘sappiamo’ comincia a scimmiottare i giudei che avevano iniziato a parlare con lui sventolando quello stesso ‘sappiamo’: “Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”, “noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio”. Anche l’ex cieco sa qualcosa, ma non la sa solo lui, assieme a lui la sanno anche i suoi interlocutori e quindi è su questo sapere comune che vuole farli riflettere. Ed argomentando offre alla nostra attenzione un brevissimo ragionamento, semplice e chiaro, che dovremmo scrivere a caratteri d’oro nel nostro cuore. Egli afferma, e può ben dirlo lui che nella sua vita aveva pregato tanto per ottenere la vista, che Dio non è lontano e ci ascolta ogni volta che ci avviciniamo a lui con rispetto ed amore facendo la sua volontà. E’ da queste parole che cominciamo a capire chi è quest’uomo, non è un peccatore, ma un uomo timorato di Dio che ha sempre fatto la sua volontà e che il Signore con il suo miracolo ha voluto esaudire.

La nostra vita e la Parola

Signore, tutte le preghiere che facciamo al Padre, se siamo suoi amici, egli le esaudirà. E come è bello pensare a questa forza della nostra preghiera che si riveste della stessa forza di Dio!

[32] Da che mondo è mondo, non s'è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato.

La guarigione del cieco nato è davvero particolare. I bambini, ad es., non vedono subito come vediamo noi, ma attraverso un processo che rende loro sempre più chiari i contorni ed  i colori fino ad arrivare ad una vista perfetta, così avremmo dovuto aspettarci che il cieco acquistasse a poco a poco la facoltà di vedere. Il cieco invece vede subito tutto ed è immediatamente attivo e cioè non ha alcun tempo di adattamento alla nuova situazione. Ecco perché è così strabiliante il miracolo perché essendo cieco dalla nascita egli riacquista la vista nello stesso modo di un uomo che prima l’aveva, poi la perde e poi la riacquista di nuovo. Questi infatti rivede ciò che già conosceva e quindi il suo adattamento alla nuova situazione  è immediata, mentre la guarigione di un cieco nato, secondo una logica delle cose riferita al modo umano di imparare a vedere, avrebbe dovuto essere la guarigione dell’organo della vista lasciando che il tempo lo adattasse al riconoscimento pieno del mondo esterno. Nello stesso modo Gesù guarisce il cuore dell’uomo in modo immediato facendolo passare da un buio profondo ad una luce immediata che illumina la vita completamente.

La nostra vita e la Parola

Eppure, Signore, tu non ti fermi davanti a niente, non ti fermi davanti alle nostre tenebre che scoraggerebbero qualsiasi uomo dotato di grande predisposizione d’amore verso il prossimo. Tu non molli finché non hai raggiunto l’ultimo quadratino di umanità che ci è rimasto dentro anche se sommerso da tante macerie. Tu, Signore, sei sconvolgentemente grande e buono e vuoi che noi ci arrendiamo di fronte a questa evidenza. Aiutaci a crederti fino in fondo per incontrarti dove il nostro cuore cede.

[33] Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla».

Il cieco nato non ci dà soltanto la testimonianza di essere stato guarito negli occhi perché sappiamo che anche altri che non si rifanno a Dio riescono a fare miracoli:  “Aronne gettò il bastone davanti al faraone e davanti ai suoi servi ed esso divenne un serpente. Allora il faraone convocò i sapienti e gli incantatori, e anche i maghi dell'Egitto, con le loro magie, operarono la stessa cosa. Gettarono ciascuno il suo bastone e i bastoni divennero serpenti.” (Es. 3,10-12). Quando l’uomo dice che la sua guarigione non poteva che venire da un uomo di Dio, conferma sì il miracolo, ma soprattutto che la sua esperienza interiore lo ha convinto che solo Dio poteva permettere una esperienza così piena ed appagante come quella che lui aveva vissuto. C’è quindi per lui una concordanza tra il miracolo esteriore e quello interiore ed è questo vissuto così forte che gli permette di non avere più paura dei giudei.

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Signore, a noi non capitano così spesso queste occasioni di ribaltamento completo della nostra visione del mondo, ma non possiamo neppure dire che tu non ci visiti nel corso del tempo della nostra vita. E’ che siamo sempre insoddisfatti, inquieti, ma è, Signore, perché vorremmo vederti e conoscerti sempre più da vicino.

[34] Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?». E lo cacciarono fuori.

Nell’esodo (4,11) il Signore dice: «Chi ha dato una bocca all'uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore?”. Il Signore quindi dà gli occhi per vedere, ma anche la cecità, ma non dà la cecità per punire l’uomo. Da Dio non può venire che bene e quindi la condizione di cecità avrà delle spiegazioni che a noi sfuggono, ma non è da addebitare a Dio l’intento di punire l’uomo. Né noi uomini possiamo attribuire a Dio questa intenzione per poi infierire contro chi ha una menomazione. E così troviamo che nella bibbia Dio si prende cura del sordo e del cieco contro i maligni: “Non disprezzerai il sordo, né metterai inciampo davanti al cieco, ma temerai il tuo Dio. Io sono il Signore.”( Levitico 19,14, “Maledetto chi fa smarrire il cammino al cieco! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deuteronomio 27,18). E quindi la pretesa da parte dei giudei di attribuire all’’ex cieco un peccato di origine che riguardasse solo lui non regge anche se faceva parte del senso comune pensare che la causa della menomazione fosse da addebitare al peccato della persona o a quello dei i suoi genitori. I giudei commettono quindi una grave ingiustizia e non si accorgono di essere stati loro stessi a meritarsi quelle risposte da parte di chi non voleva insegnare niente a nessuno, ma semplicemente dire la verità anche se, costretto, con un po’ di ironia.

 

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Signore, è nostro umano costume addebitarti continuamente ogni genere di misfatti e di punizioni. Questo avviene perché abbiamo la coscienza sporca e siamo così complici del male che non possiamo neppure immaginarci un Essere puro ed infinito come te che vuole solo il bene dell’uomo: perdonaci!

[35] Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori, e incontratolo gli disse: «Tu credi nel Figlio dell'uomo?».

Come si comportano i politici quando vogliono il voto degli elettori? Cercano in ogni modo di convincerli della bontà del loro programma, ma ciò che promettono devono ancora darlo. Tra l’uomo guarito e Gesù le cose stanno diversamente. Gesù prima di ogni promessa ha dato ed ora l’uomo ha ciò che prima gli mancava ed è quindi libero dal bisogno di appoggiarsi a qualcuno. Adesso è in grado di essere  disinteressato di fronte alla verità che bussa alla sua porta ed il Maestro soltanto ora gli chiede di credere nella sua persona e non prima, come farebbero i politici. Egli non prende l’uomo per la collottola del bisogno, ma nella libertà dal bisogno e quindi nel momento più alto del suo essere uomo e cioè nell’esercizio della sua libertà.  Ora può chiedergli di credere nella sua persona perché è solo da lui che gli è arrivato ogni bene. E il senso di chiedergli se crede nel Figlio dell’uomo non serve ad incrementare nessun contesto di potere personale da parte di Gesù, ma solo ad aiutare ancora una volta il suo interlocutore a fare il passo decisivo della  sua vita riconoscendolo fonte di vita e quindi abilitato a nutrirlo e mantenerlo nella vita per sempre.

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E pensare, Signore, che tu fai tutto solo ed unicamente per noi. Non hai un interesse egoistico da difendere, ma solo quello di aumentare a più vita la nostra vita. E se c’è un qualcosa che ti rende felice è solo il constatare che abbiamo accettato la qualità stupenda della vita che  ci offri. Ma tu puoi essere più felice di quello che sei nel seno del Padre? No, ma permettici lo stesso, Signore, di credere che accresci la tua felicità ogni volta che alla tua domanda l’uomo risponde di sì.

 

 [36] Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?».

Gesù non dice all’uomo: “Tu credi in me?”, ma: “«Tu credi nel Figlio dell'uomo?». Poteva semplicemente utilizzare la prima frase, ma Gesù preferisce aggiungere la caratterizzazione della sua persona legata al suo definirsi ‘Figlio dell’uomo’. E l’ex cieco è costretto a chiedergli chi è il ‘Figlio dell’uomo’ proprio perché non gli è chiaro se si sta riferendo a se stesso o a qualcun altro. Gesù ha voluto presentarsi così perché egli non lo confondesse con un semplice taumaturgo, ma si ponesse poi ancora il problema di capire chi fosse questo ‘Figlio dell’uomo’ e lo seguisse fino alla comprensione della profondità del mistero racchiuso in quelle parole.

La nostra vita e la Parola

Anche a noi, Signore, non basta averti incontrato lungo la strada della nostra vita per chiudere i conti con te, ma essi sono aperti fino all’ultimo nostro respiro perché profondo è il tuo mistero ed inesauribile il fascino della tua persona.

[37] Gli disse Gesù: «Tu l'hai visto: colui che parla con te è proprio lui».

Gesù, Figlio dell’uomo, Figlio del Padre, non può essere visto se prima l’uomo non viene guarito dalla sua cecità. L’ex cieco è simbolo di questo passaggio e cioè da una  condizione in cui la realtà gli era negata  a quella in cui gli è donata in misura piena ed in modo gratuito. Gesù si trova proprio a suo agio con quest’uomo tanto che il suo porgersi a lui sembra l’accorrere di una mamma che rivede il proprio figlio dopo anni di separazione forzata e voglia rassicuralo di essere proprio lei quella che sta cercando. Gesù può finalmente darsi senza timore di essere frainteso o attaccato. In questo incontro così confortante per il Maestro c’è l’icona di ogni nostro vero incontro con lui, quando guariti dai nostri mali interiori veniamo accolti, rasserenati ed iniziati ad una conoscenza più profonda del suo mistero.

La nostra vita e la Parola

Signore, aumenta in noi la fede in modo che possiamo riconoscerti nei tuoi veri tratti quando ti celi nei panni del povero e del bisognoso. 

[38] Ed egli disse: «Io credo, Signore!». E gli si prostrò innanzi.

Vi sono uomini che preferiscono morire piuttosto che prostrarsi di fronte ad un altro uomo. Il senso di questo rifiuto è la difesa della propria identità personale che andrebbe completamente svilita se si perdesse la libertà. La posizione della prostrazione, anche se agita nei confronti di Dio, indica comunque un rapportarsi alla divinità intesa come autorità. E l’ex cieco con quel suo atto si prosterna di fronte a un Dio potente, anche se in parvenza umana. Gesù non è venuto però per farsi adorare in questo modo dagli uomini ed il suo insegnamento ce ne dà un esempio brillante quando, nella parabola del figliol prodigo, il Padre vedendo arrivare il figlio da lontano corre verso di lui e non gli permette di prostrarsi ai suoi piedi dichiarando la sua indegnità, ma lo abbraccia e lo ricopre di baci. Dio sconvolge la nostra ragione, che poggia su una ben collaudata mentalità giustizialista, e va oltre per vedere se nel cuore si è operato un vero cambiamento. Il ripristino della relazione permette a Dio di liberare l’uomo da qualsiasi sentimento di sottomissione e di instaurarlo nella casa del Padre come figlio.

La nostra vita e la Parola

Signore, tu non vuoi spiriti sottomessi che ti guardino dal basso in alto, ma cuori di figli che ti amino e che siano pieni di ammirazione, ed anche di un sano timore, nel momento in cui hanno più consapevolezza di trovarsi di fronte al Dio creatore dell’universo.

[39]Gesù allora disse: «Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi».

L’affermazione di Gesù non viene a caso, e quindi non è né strana né incoerente, ma si inserisce nel preciso contesto della guarigione del cieco nato e soprattutto dell’opposizione accanita dei giudei che ciechi non riescono a vedere la persona più importante che mai incontreranno nella loro vita: Gesù di Nazareth. Il Signore giudica ed il suo giudizio è giusto perché è Figlio dell’uomo e cioè si presenta a noi non come una divinità disincarnata che parla dalla lontananza del suo essere altro, ma dal cuore stesso della sua assunta umanità. Il suo giudizio mira sempre alla salvezza dell’uomo anche quando dichiara ai Giudei che essi non vedono. Gesù rende loro un servizio affermando la verità che essi non vedono perché egli è venuto non “per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.”(Gv. 3,17). Il senso quindi del suo dire di essere venuto al mondo per dare la vista ai ciechi e toglierla a quelli che dicono di averla è da intendere come se la persona di Gesù fosse la cartina al tornasole di fronte al quale si rivelano i cuori di tutti (“E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo” Gv. 3,19), perché non lui toglie la luce, ma sono gli stessi uomini che “hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie.” (Gv. 3,19).

La nostra vita e la Parola

Signore, quante volte noi pretendiamo di vedere ed invece siamo in piena oscurità  e se tu non liberassi la nostra mente dalla confusione continueremmo a spargere false verità. Liberaci dalle tenebre e facci male, ma aiutaci a non perderti d vista, perché Tu sei la nostra vera vista sulla realtà.

[40] Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo forse ciechi anche noi?».

‘E interessante vedere come Gesù conduce le cose in maniera da far tirare le conclusioni del suo operato agli stessi Giudei. Gesù non li ha attaccati dicendo che i veri ciechi erano proprio loro e non ha messo sul podio l’uomo guarito dicendo che era migliore di loro, ma ha gestito il setting, dicendolo con parole prese in prestito dalla psicologia, in modo che la presa di coscienza fosse indotta da tutto un percorso. Purtroppo a causa della loro cecità colorata di fanatismo essi non si riconoscono ciechi e  quindi non possono essere guariti. I giudei accusano il colpo di essere ritenuti ciechi da Gesù ed invece di affermare apertamente di non essere ciechi, rispondendo alle domande che continuamente Gesù porge lungo tutto il vangelo, si comportano come bambini non più bambini e quindi falsi. La loro affermazione è falsa proprio dal momento che la loro presa di posizione non è fondata sull’analisi dei fatti (‘infatti i giudei avevano stabilito che se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga’), e la loro affermazione che lo accusava di essere un peccatore non si poggiava su niente (‘Noi sappiamo che questo è un peccatore’). Le loro accuse si cambiano in un melenso appello a Gesù per sapere se essi erano ciechi oppure no, ma non hanno il coraggio di dirgli d’essere un peccatore e di dimostrarglielo.

La nostra vita e la Parola

Signore, anche noi spesso vogliamo salvarci in corner trovando all’ultimo momento la battuta che vorrebbe salvarci dalla situazione, ma se non abbiamo fatto i conti veramente con la realtà saremo travolti dalle nostre stesse menzogne. Facci accettare, tramite il tuo Spirito, la verità in maniera che essa possa condurci nei porti della tua libertà.

[41]Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane».

Gesù qui non dà il permesso di rimanere ciechi e cioè nell’ignoranza, ma dice che esiste una cecità di cui non si ha colpa. Questa affermazione va contro tutti i fondamentalismi che vogliono inculcare dall’esterno la verità perché sia conosciuta e rispettata da tutti. Il tempo di Dio per invitare alla conoscenza della verità è tutto il tempo che ciascun uomo ha nella vita. Il tempo è l’alleato di Dio per aiutarlo a prendere una vera decisione responsabile. Fino al momento della decisione egli si accompagna a vari tipi di cecità che  potrà abbracciare credendo di vedere, oppure liberarsene grazie all’accoglienza della forza della verità che gli si fa incontro. Il peccato consiste nel non aprire il cuore allo stimolo proveniente dalla sfera della verità Essa non si impone con la prepotenza, ma si mostra nelle vesti dell’umiltà e della mitezza e può arrivare al cuore dell’uomo perché in esso è sempre all’opera l’azione creativa del Padre che lo ha fatto a sua immagine e somiglianza. Fino all’ultimo respiro è possibile seguire il sentiero della verità che ci conduce dal buio dei mondi sotterranei fino alla luce del sole che splende e dà vita.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, tu sei il nostro sole luminoso, ma non puoi raggiungerci se noi non decidiamo di esporci ai tuoi raggi. Aiutaci con ogni mezzo ad ascoltare la tua voce mite che ci invita dove crescono fiori belli e profumati, e dove vivono quelli che il cuore te lo hanno già donato.

 

 

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