CAPITOLO
9
[1]
Passando vide un uomo cieco dalla nascita
Gesù è
in cammino ed in questo suo andare incontra l’uomo così come esso è nella realtà
e non nello schema mentale di una parola (ad es.:“i poveri”) che l’accomuna a
tanti altri rischiando poi di non vederlo concretamente. E’ grazie a questo suo
andare incontro che può vedere l’uomo come realmente è. Non basta infatti andare
perché si può andare ed essere presi da mille cose e non vedere, ma l’andare di
Gesù incontro all’uomo significa prendersene carico e cioè vederlo, dargli
attenzione, prendersene cura. E’ Gesù che vede il cieco e non viceversa e così
possiamo pensare che sia sempre lui a guardare noi poveri ciechi. Ed il vangelo
non dice se il cieco era meritevole o no, ci attesta solamente che l’uomo era
affetto dalla cecità. Gesù lo vede
e tutto l’episodio seguente si fonda su questo primo vedere del
Signore.
La
nostra vita e la Parola
Signore, siamo tremendamente consolati da
questo tuo vedere. Non è infatti un vedere che ci perseguita, ma una calda
carezza sui nostri mali volta a prendersi cura di noi e
guarirci.
[2]e i suoi discepoli lo
interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli
nascesse cieco?».
Quando
ci si trova di fronte ad un handicappato grave si rimane sempre colpiti dal mistero che si addensa sulla vita di
quella persona. Non si prende semplicemente atto del deficit grave, ma nel
profondo ci si chiede, come del resto hanno fatto i discepoli di Gesù, il perché
di quella situazione drammatica. Noi uomini percepiamo che l’essere sani è
qualcosa che ci spetta di diritto e
quando vediamo che questa condizione normale dell’essere umano è violata allora
ci prende dentro un senso di ribellione assieme al tentativo di trovare con ogni
mezzo una spiegazione che sia plausibile. La notazione dei discepoli potrebbe
ben figurare tra le prove addotte a dimostrare come è proprio della natura
dell’uomo il senso del bello e del
giusto. E’ infatti partendo da questi canoni, iscritti nel suo vissuto profondo
che l‘uomo cerca di trovare delle risposte ai problemi che la vita gli pone. E
bellezza e giustizia vogliono che un uomo veda e non sia cieco, ma se la cecità
è presente allora, e qui ritorniamo nell’ambito della narrazione evangelica e
degli ebrei del tempo di Gesù, la causa è da ricercare nell’ambito umano e cioè
in quella capacità che ha l’uomo di peccare e di ricevere castighi per i suoi
peccati. La causa della cecità non è Dio, ma l’uomo peccatore e in questo
quadro, anche se non viene detto esplicitamente, a Dio viene assegnato il ruolo
di colui che punisce il peccato dell’uomo. Gesù è venuto a rischiarare le
tenebre di questo mondo menzognero
che vuole assegnare a Dio il ruolo di persecutore
dell’uomo.
La
nostra vita e la parola
Signore, possediamo una pervicace volontà
di attribuirti ciò che è proprio nostro: la vendetta e la persecuzione. L’unica
tua vendetta però è stata quella di amarci sempre di più, così tanto da aver
voluto salire sulla croce per redimerci e l’unica tua persecuzione, ancora
adesso, è quel non perdere mai l’occasione di aprirci gli occhi sulle tue vere
intenzioni: darci una vita che duri eterna con Te nel paradiso.
[3]Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i
suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di
Dio.
Qui
Gesù, in modo indiretto, ci conferma che è il peccato a produrre la malattia.
Dio all’inizio ha proposto all’uomo di rimanere immortale. Questa la sua
volontà. La nostra è stata diversa e fino ad oggi ne subiamo le conseguenze.
Gesù quindi è d’accordo con il pensiero dei suoi interlocutori, e cioè che è il
peccato a causare la malattia, ma ne corregge l’impostazione nascosta e cioè che
la causa della malattia è da addebitare all’uomo e non a Dio. In un secondo
momento però precisa che nel caso del cieco nato questa cecità è stata voluta da
Dio, non come punizione di un peccato, ma come occasione perché si manifestino
in lui le opere di Dio. Di fronte a
Dio quindi una condizione che per noi sarebbe da aborrire diventa occasione di
un bene più alto. Se è così allora dobbiamo rivedere i nostri parametri che
legano la felicità a delle condizioni esteriori: la sanità, la ricchezza, la
bellezza ecc… Queste, ci fa capire Gesù, prese in sé sono indifferenti per
dotare la vita di un senso appagante. Dio ha disposto però che il bene fosse
così fortemente impresso nel cuore dell’uomo che anche dopo la caduta è la
malattia fisica che è un’eccezione e non la sanità. Possiamo quindi rassicurarci
ed immaginarci ancora una vita in cui la nostra fede non sarà messa duramente
alla prova da uno stato generalizzato di malattie da vivere come occasione per
Dio di manifestare le sue opere. E se ciò accadesse sarebbe da addebitare solo
all’uomo perché Dio per conto suo
intende per prima cosa solo il nostro bene sia fisico che spirituale ed è solo
in via eccezionale che permette
alcuni mali, ma solo per la nostra salvezza e perché si manifestino appunto le
opere di Dio.
La
nostra vita e la Parola
Signore, tu vuoi la nostra
salvezza eterna e per questo smuovi mare e monti arrivando anche a colpire la
carne dell’uomo perché il suo essere
giunga completo nel tuo regno di gloria. Facci capire che tutto quello
che ci succede, sofferenza compresa, è un’occasione che ci dai per scoprire la
potenza del tuo amore.
[4]Dobbiamo compiere le opere di colui che
mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più
operare.
Gesù è
venuto a fare le opere del Padre alla luce del sole perché tutti possano
vederle. E Gesù stesso non solo è la luce del giorno, ma è quella luce santa
attraverso cui possono di nuovo fluire verso l’umanità le opere del Padre.
Grazie a Gesù quindi Dio riprende a
realizzare i suoi grandi progetti. Il tempo della vita del Signore è il tempo
opportuno per la manifestazione dell’amore del Padre. Quando arriverà la notte
nessuno potrà prendere il posto del Figlio perché nessuno potrà avere un amore
così infinitamente grande come il suo. E la notte è legata all’odio di quanti
hanno messo a morte il Figlio perché hanno preferito le tenebre alla sua luce.
L’operare ha qui un senso forte ed originario legato al creare del Padre
che opera solo cose buone, mentre l’operare dei malvagi è solo una sua
scimmiottatura che mira solo a deturparle. Il Signore Gesù è venuto sulla terra
solo per compiere le opere buone del Padre, egli pertanto si sente investito dal
dovere assoluto di compierle ed è come se dal suo supremo atto libero di amarci
sgorgasse nello stesso tempo la libera necessità di amarci sempre. E il suo
manifestarsi al mondo è il manifestarsi continuo di un’urgenza che non lascia
spazio al non amore, perché è lì per amare sempre. E l’incontro con il cieco
nato è un’altra occasione per amare sia quell’uomo particolare, ma nello steso
tempo tutti quelli che in ogni tempo ed in ogni luogo riceveranno luce
dall’opera del Padre agita dal Figlio.
La
nostra vita e la Parola
Signore, tu non tieni lontane le tue opere
dalle nostre tenebre, vuoi soltanto che noi tentiamo di aprire dall’interno le nostre
finestre e poi sei tu stesso che ci fornisci la forza di manovrare il chiavistello
che le tiene chiuse.
[5]Finché sono nel mondo, sono
la luce del mondo».
Oggi
noi possiamo capire di più questa
incredibile affermazione del Maestro. Dopo duemila anni dalla sua venuta
e di lettura del suo vangelo ci prende un grande desiderio di poterlo vedere con
i nostri occhi e toccarlo con le nostre mani. La nostra nostalgia di Gesù
aumenta quanto più ci addentriamo in nuovi spazi temporali. L’aver voluto
passare, durante il Giubileo, per la porta santa è stata l’espressione visibile,
all’inizio del nuovo millennio, dell’incontenibile nostalgia e passione che ha
preso milioni di cristiani per l’Uomo-Dio che ci ha ama dall’eternità e per
l’eternità. Quelli però che duemila anni fa stavano davanti a lui non potevano capire la pregnanza della
sua affermazione e quindi vedevano dalle loro tenebre una luce che non volevano
o non potevano gustare fino in fondo. I contemporanei di Gesù non avendo capito
il momento di grazia che stavano vivendo
non hanno potuto valorizzare fino in fondo quel tempo concesso dalla
divina Provvidenza a beneficio dell’umanità. Saranno i santi di tutti i tempi
che riscatteranno quel tempo perduto per rifletterci quella luce liberante che
riscatta il peccato dell’uomo rendendolo capace di vita divina.
La nostra vita e la
Parola
Signore, vieni presto, non possiamo stare
più a lungo senza vederti, senza sperimentare la tua pace benedetta in questo
nostro mondo sempre così dilaniato dall’inimicizia. Vieni e ricaccia
nell’inferno il tuo e nostro avversario affinché non sperimentiamo altro che
quell’amore infinito che ci hai fatto conoscere attraverso la tua morte per noi.
Vieni!
[6]Detto questo sputò per terra, fece del
fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del
cieco
All’inizio:” il Signore
Dio plasmò l'uomo con
polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un
essere vivente. (Genesi 2:7) “. E Gesù usa lo stesso elemento primordiale, il
fango, per ridare la vista al cieco. Ricorrendo allo stesso elemento con cui Dio
aveva plasmato il primo uomo il Maestro vuole dare ai presenti un chiaro segnale
d’essere veramente l’inviato del Padre, creatore dell’uomo come di tutto il
creato. L’azione di Gesù non è una sceneggiata per colpire l’immaginazione dei
presenti come usano fare i maghi, ma un atto creativo ed una esemplificazione
del modo come il Creatore ha pensato possibile l’esistenza stessa dell’uomo
nell’universo. Prima infatti furono creati il cielo e la terra, poi il mondo
vegetale e poi ancora il mondo animale ed infine l’uomo. L’uomo ha bisogno di
tutto il creato per poter esistere. Tra l’uno e l’altro v’è un legame per la
vita e per la morte: la terra, ad es., è il corpo esteso dell’uomo e se questo
corpo si ammala anche l’uomo si ammala. Dalla terra arriva all’uomo la vita e
Dio arriva al cuore dell’uomo tramite i suoi preziosi servigi. In questo modo di
operare c’è tutta la riverenza per il meraviglioso piano creativo del Padre ed
un insegnamento per l’uomo che vorrebbe sempre bruciare i tempi con i lampi del
suo pensiero. Il lampo creativo, provvisto di infinita profondità e sapienza, è
solo di Dio che dal nulla creò tutte le cose, per noi uomini invece è stata
segnata la strada della contemplazione e dell’uso di tutti gli elementi della
natura, sparsi nei vari mondi, come occasione di attenzione verso il piano di
Dio e come comprensione di tutte le meraviglie racchiuse in ogni realtà del
creato.
La
nostra vita e la Parola
Signore, con noi non usi il fango per
aprirci gli occhi, ma non per questo ti ritrai dall’operare continuamente perché
la nostra visione della realtà sia reale e non illusoria. Aiutaci sempre di più
a cogliere attraverso gli avvenimenti quotidiani la straordinarietà di ciò che
ci circonda e il suo collegamento con i tuoi piani di salvezza,
[7]e gli disse: «Và a lavarti nella piscina
di Sìloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci
vedeva.
Il
cieco nato aveva ascoltato la questione posta dai discepoli a Gesù e sicuramente
si aspettava dal Maestro una
risposta di tipo teorico. La risposta di Gesù però era sorprendente perché
affermava di lui e dei suoi genitori qualcosa di preciso: “Né lui ha peccato né
i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.”.
Il cieco rimane profondamente colpito da ciò che va sentendo. Gesù infatti
scagionando lui e la famiglia d’essere la causa della sua cecità lo libera da un
peso enorme. Abbiamo visto prima come in questi casi di grave malattia gli
uomini siano sempre portati a
pensare che il loro male provenga da colpe nascoste ed è quindi plausibile che
il cieco, interrogandosi sull’origine vera della sua disgrazia, fosse arrivato
alla conclusione che erano stati i suoi
genitori i veri colpevoli del suo stato dal momento che era cieco dalla
nascita. C’è però un’altra cosa che lo mette in allarme ed in attesa ed è la
seconda parte dell’affermazione di
Gesù : “ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.”.
Queste parole lo preparano e quando Gesù lo invia alla piscina di Siloe,
egli è già psicologicamente pronto ad agire. Non deve chiedere nessuna
spiegazione, ma solo fare quello che gli viene chiesto. Nessuno mai gli aveva
detto delle cose che lo riguardassero così da vicino e cioè che si rivolgessero
alle pieghe profonde del suo essere. Ora, al centro dell’attenzione ed
improvvisamente lontano da quella condizione di emarginato in cui normalmente
vive, non se lo fa dire due volte e, gli occhi sporchi di fango, corre a
lavarsi. Ed il cammino fino alla piscina di Siloe è per noi figura del cammino
della fede e cioè di quella sicurezza di essere già salvati anche se si rimane
su questa terra con il bisogno ancora di darsi da fare, camminare, lavarsi gli
occhi per liberarli dal fango. E quando tutte le osservanze esteriori sono
compiute come segno della propria adesione interiore alle parole del Maestro,
ecco che si può essere ammessi alla visione della realtà come essa è : un campo
dove opera l’amore del Padre e di tutti i suoi figli.
La
nostra vita e la Parola
Anche
noi Signore, come il cieco nato, siamo spesso nelle tenebre e solo l’immagine
del Padre in noi e le tue parole ci
permettono di inserire tutta la nostra vita nel panorama di grazia che ci hai
preparato. Le forze del male vogliono guastare il mondo di gioia e di amore in
cui Tu ci vuoi, fa allora che continuamente ci chiediamo se la nostra vita è
vissuta al tuo cospetto o a beneficio di un mondo che dopo averci sedotti ci
abbandona alla morte.
[8]Allora i vicini e quelli che lo avevano
visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava
seduto a chiedere l'elemosina?».
Si può
essere ciechi ed essere figli di gente molto ricca ed allora la cecità, pur
rimanendo sempre una grave menomazione, non è aggravata dalla povertà e
dall’essere costretti per vivere a chiedere l’elemosina. Qui però ci troviamo di
fronte ad un cieco che oltre alla grave menomazione fisica è pure povero e
costretto a chiedere l’elemosina per poter vivere. Se fosse stato ricco la
famiglia lo avrebbe sottratto alla
vista di tutti, ma essendo povero e facendo fatica negli spostamenti era
destinato a fare tragitti brevi e sempre uguali. La piscina di Siloe quindi era
il posto dove tutti lo vedevano sempre
e dove per la gente collegare la piscina al cieco era un tutt’uno. Tutti
quindi sapevano che era cieco dalla nascita e quindi la nuova condizione di
vedente non poteva passare, come impressione visiva, inosservata. Se l’acquisto
della vista fosse occorsa ad un cieco ricco vi sarebbe stata meraviglia, ma
l’effetto sulla sensibilità delle persone sarebbe stata diversa e cioè sarebbe
rimasta forte nei genitori, ma forse poco conosciuta dalla gente comune. Ed
invece ora tutti, a cominciare dai vicini, ogni volta che se lo troveranno
davanti saranno costretti a chiedersi come ciò sia potuto accadere e, nel tempo,
ricordare Gesù che aveva voluto, tramite la guarigione del cieco, manifestare la
gloria di Dio.
La
nostra vita e la parola
Anche
noi, Signore assistiamo, alla manifestazione della gloria del Padre tramite le
meraviglie che ci fai scoprire di tempo in tempo. Aiutaci a non coprirle con la
polvere della dimenticanza e ravviva in noi il fuoco della tua
presenza.
[9]Alcuni dicevano: «E' lui»; altri
dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono
io!».
Il
cieco non aveva solo acquistato la vista, ma era stato rianimato dal Signore. Il
miracolo più grande non è stato quindi il passaggio dalla cecità alla visione,
ma lo sconvolgimento interiore che aveva accompagnato la serie di eventi
succedutisi dal primo momento dell’incontro con Gesù. Se in un primo momento le
persone non potevano non testimoniare L’impatto sul suo fisico è stato così
enorme che a ragione la gente aveva dei dubbi sulla sua identità. Era proprio il
cieco della piscina di Siloe? Nella memoria delle persone che lo conoscevano
egli si presentava come una figura statica, inespressiva, non degna di molta
attenzione perché incapace di attirarla attraverso la mimica del volto e il
movimento del corpo. Ora invece si vedono davanti un uomo trasformato che
partecipa alla discussione, che interviene dicendo di essere proprio il cieco
della piscina di Siloe. E la forza d’urto di quel suo: “Sono io!”, doveva essere
formidabile se pensiamo che in quel momento non solo portava la sua
testimonianza, ma vedeva per la prima volta il mondo così come esso appariva a
tutti. Finalmente era come gli altri mentre fiumi di volti e di immagini lo
attraversavano assieme al sentimento di riconoscenza verso il Signore che aveva
operato quel meraviglioso miracolo per lui.
La
nostra vita e la Parola
Come è
bello, Signore, passare dal buio alla luce, quante cose si capiscono, quanti
nodi si sciolgono, quanti fili si intrecciano. Ed assieme a queste sensazioni
nuove ed esaltanti si mescola un forte sentimento di amore e di riconoscenza per
Dio che ci ha colmato dei suoi doni.
[10]Allora gli chiesero: «Come dunque ti
furono aperti gli occhi?».
La risposta
qui è facile, più difficile per noi è, quando ci viene chiesto di rendere conto
della nostra fede, riuscire a riferire su di essa qualcosa mantenendo il
contatto con chi ha fatto la domanda. Spesso infatti si causa un rifiuto da
parte della persona che ascolta perché non le si offre alcun appiglio dove essa
possa in qualche modo avvicinarsi all’esperienza che le viene raccontata. C’è
sempre uno iato tra chi vive in genere un’esperienza e chi no, e l’abilità di
chi l’ha vissuta è quella di raccontarla in maniera che chi non c’era abbia
tutti i possibili riferimenti per parteciparvi in qualche modo. Nel campo della
fede, che è per eccellenza un’esperienza interiore, ciò è estremamente difficile
e solo la grazia dello Spirito Santo può suggerire le giuste parole per far
partecipare l’altro a quanto si è vissuto. Per questo occorre una grande
prudenza e grande umiltà nel rispondere quando si viene interrogati. Inoltre è
meglio attendere d’essere espressamente interrogati piuttosto che proporre la
propria esperienza con il rischio di bruciare un terreno che aveva ancora
bisogno di essere preparato. In questo episodio del vangelo però ci troviamo in
una situazione veramente propizia in cui c’è una domanda e la risposta riguarda non solo il foro interno della
persona, ma soprattutto il racconto di ciò che è successo.
La nostra
vita e la Parola
Signore, fa
che il nostro cuore ti sia sempre così vicino, da far arrivare a chi ci
interroga le tue parole, e non le nostre.
[11]Egli rispose: «Quell'uomo che si chiama
Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Và a Siloe e
lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la
vista».
L’ex
cieco nato si comporta come un vero discepolo e nella descrizione ai suoi
interlocutori di ciò che è avvenuto ci suggerisce cosa deve fare un discepolo
quando segue il suo Maestro. Anzitutto deve porre una estrema attenzione al
contesto nel quale vive perché Dio si serve della quotidianità per mettersi in
rapporto con lui, poi alle modificazioni che sente nel proprio corpo come albe
che annunciano il giorno, poi ancora, dopo aver operato un discernimento, alle
parole decisive che lo raggiungono e alle quali aderisce con una fede salda. Ed
infine, chiudendo il cerchio del suo aderire al Maestro, deve mettere in atto
ciò che la Parola gli ha suggerito. Il Maestro indica la via, ma è poi il
discepolo che la deve percorrere per ottenere la luce promessa. Al cieco non
viene chiesto solo un atto di fede della mente, ma anche una partecipazione
attiva quasi che Gesù avesse
preparato il terreno perché non solo il cuore del cieco credesse, ma anche tutte
le cellule del corpo dessero il
loro assenso nel momento che andavano alla piscina di Siloe. Ogni passo verso la
piscina è un assenso della mente e del corpo. Il corpo del cieco che gli occhi
non hanno mai potuto vedere sente che fra poco sarà illuminato e per far questo
obbedisce alla parola di Gesù che lo invita alla purificazione. Nello stesso
tempo è anche il cuore che si purifica perché lascia dietro le sue spalle tutti
i pensieri di morte, di rassegnazione tanto che quando le mani toccano l’acqua
ed il fango va via, scompare finalmente la caligine dagli occhi e dal cuore.
La
nostra vita e la parola
Signore, fa che ripetiamo nella sua
esemplarità lo stesso cammino del cieco nato per ottenere quella luce che tu non riservi
a pochi privilegiati, ma che vuoi dare a tutti quelli che sono disponibili a
seguire le tue parole.
[12]Gli dissero: «Dov'è questo tale?».
Rispose: «Non lo so».
Gesù
lo invia alla piscina di Siloe, ma non lo segue. E così facendo ci dà una bella
lezione di stile sul comportamento da avere quando ci capita di fare del bene. A
noi infatti viene più spontaneo farci ringraziare e quando vediamo che l’altro
non lo fa ecco che lo mettiamo nel libro nero degli ingrati. E non solo, ci
piace anche cogliere il grazie nel momento stesso in cui sorge nel cuore
dell’altro. Tutto ciò potrebbe far parte
semplicemente della nostra umanità, ma occorre fare attenzione a che quel
grazie non si fermi a noi, ma vada alla sorgente vera del dono, e cioè a Dio
infinito. Se non c’è questa attenzione allora si rischia di credere di essere
stati veramente bravi illudendosi d’essere all’origine del bene dato. Inoltre,
se fossimo onesti, dovremmo seguire il filo del bene che abbiamo dentro per
constatare che esso ci porta fuori da noi stessi.
La
nostra vita e la Parola
Signore, grazie per tutto quello che sono e
ho e fa che il tuo regno si espanda per poterti ringraziare sempre più per tutte
le meraviglie che compi ed hai sempre compiuto per noi.
[13] Intanto condussero dai farisei quello
che era stato cieco:
L’uomo
non si presenta da solo mai sulla scena di questo mondo, ma sempre in contesti
strutturati dove anche la presenza di un eremita è sempre in relazione con il
contesto da cui si è distaccato. L’uomo non è un’animale, ma tutto quello che fa
ha sempre un significato e l’uomo stesso vive e beneficia di un ambiente
simbolico che lo permea e gli dà significato. Il ricorrere quindi ai farisei da
parte di quelli che constatano la sua guarigione ci dice come c’è sempre un contesto di riferimento per ogni cosa
che accade sotto la luce del sole. La gente avrebbe potuto constatare l’avvenuto
cambiamento di stato fisico del mendicante e passare oltre, ma siccome vive in
un contesto simbolico che lo trascende deve pur capire cosa è successo e che
tipo di cambiamenti potrebbero avvenire nel momento che un evento inaspettato
sorge nel loro comune orizzonte di senso. L’autorità religiosa fa parte
integrante del sistema di significato del popolo ebraico, come del resto di
tutti i popoli, ed un miracolo così eclatante doveva avere una spiegazione
all’interno delle convinzioni religiose di quel popolo. L’ex cieco portato dai
farisei è lui stesso una domanda vivente: “La guarigione avvenuta è opera di un
uomo di Dio?”. E se la risposta è positiva : “Come situare questa persona
all’interno della comune tradizione dal momento che trasgredisce il riposo del
sabato? E se non lo è: cosa fare per smascherare e far tacere quell’uomo?”. La
gente quindi è mossa da sentimenti contrastanti: da un parte la speranza che
stia accadendo qualcosa di veramente nuovo, dall’altra la paura di rimanere
ingannati.
La
nostra vita e la Parola
Signore, fa che possiamo sempre accettare
di buon cuore di essere valutati dagli altri, compresa l’autorità, nella
convinzione che se abbiamo operato bene prima o poi qualcuno se ne
accorgerà.
[14] era infatti sabato il giorno in cui
Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli
occhi.
Gesù
aveva fatto del fango, cioè aveva lavorato e quindi aveva deliberatamente
compiuto un atto che secondo la legge non era permesso. Il riposo del sabato era
sancito dalla legge che comminava la morte per lapidazione a chi la trasgrediva.
Se Gesù però l’ha deliberatamente violato è perchè voleva con il suo gesto
mettere in discussione questa pratica proprio nel modo come essa era vissuta dal
popolo ebraico. Gesù sembra aver scelto proprio il giorno di sabato per questo
suo miracolo come occasione di aprire gli occhi non solo a cieco, ma a tutto il
popolo.
La
nostra vita e la Parola
Signore, ogni tua scelta nei nostri
confronti non è fatta a caso, ma si situa sempre in un piano di bene che ci
porta ad approfondire sempre di più
il tuo amore unico e totale per
ciascuno di noi.
[15] Anche i farisei dunque gli chiesero di
nuovo come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha posto del
fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo».
L’autorità ha le sue esigenze di verità da
soddisfare e vuole che i suoi livelli di formalità siano ritualmente messi in
scena. Essa deve constatare l’avvenuta guarigione e poi ascoltare quali parole
vengono usate dall’uomo per spiegare quello che gli è successo. Il miracolato
sembra aver confezionato la formula giusta che lo toglie dall’impiccio di dire
di più: è una formula concisa, descrittiva, fatta apposta per spiegare tutto, ma
nello stesso tempo lasciare tutto nel mistero più profondo. Per noi è la
descrizione paradigmatica di che cosa sia necessario perché l’uomo si possa aprire alla fede.
Anzitutto un movimento che parta da Dio (“Mi ha posto del fango sopra gli
occhi”) e questo non manca mai, poi
la nostra adesione attiva (“mi sono lavato”) e poi la constatazione dell’avvenuto
miracolo (“e ci vedo”). Manca ancora qualcosa per completare il quadro, ma verrà
fuori nel momento in cui l’ex cieco si troverà davanti a Gesù. Anche a noi, come
all’ ex cieco, è capitatonella vita , magari sul fronte spirituale, d’essere
guariti e di non riuscire a darne una spiegazione soddisfacente. Solo quando i
nostri occhi si sono posati sulla causa reale delle nostre progressive
guarigioni, solo allora siamo riusciti a far sgorgare il vero sentimento che
tenevamo nascosto nel cuore. E così anche l’uomo guarito si trova in questa
stessa condizione e cioè racconta il bene che gli è stato fatto, ma la sua
testimonianza ancora non è piena perchè il suo cuore è ancora in
attesa.
La
nostra vita e la Parola
Signore, fa che sappiamo sempre collegare
alla tua premurosa cura il bene che ci dai e concedici di non brancolare nella
confusione di ritenerci gli artefici dei tuoi miracoli.
[16] Allora alcuni dei farisei dicevano:
«Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri dicevano:
«Come può un peccatore compiere tali prodigi?». E c'era dissenso tra di
loro.
Gesù
aveva due possibilità per aiutare gli ebrei a superare il modo formalistico con
cui vivevano il sabato. La prima era legata ad un intervento di tipo teorico, e
cioè ad una spiegazione di come lui intendeva il riposo sabatico, la seconda
quella di mettere in atto azioni significative. E Gesù sceglie questo secondo
modo di operare perché da grande saggio qual’è capisce che la mente dell’uomo è
più stimolata dalle azioni e meno dalle teorie. Gesù non rifiuta la teoria, ma
vuole che essa abbia come punto di partenza un piano diverso e cioè quello della
testimonianza, del sapersi assumere le proprie responsabilità agendo. Ora la
gente è combattuta e non è più concorde sul significato da dare al sabato dal
momento che non era pensabile che Dio si servisse di un uomo disobbediente alle
sue leggi per operare una guarigione. Gesù quindi coglie un primo risultato e
cioè quello di spostare l’attenzione dal sabato alla sua persona.
La
nostra vita e la parola
Signore, quante volte veniamo sviati da ciò
che non è essenziale e ci lasciamo sfuggire le cose più importanti. Vogliamo
rimanere lontani dalla luce per paura che essa vada a rischiarare zone che ci fa
comodo tenere al buio. Solo se
siamo radicati in te possiamo accettare il nuovo che arriva senza
temerlo.
[17]Allora dissero di nuovo al
cieco: «Tu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli
occhi?». Egli rispose:
«E' un profeta!».
Qui
vediamo come si muove l’autorità religiosa che non disdegna di fare delle
domande dirette su come sono effettivamente andate le cose. I Farisei però non
sono solo interessati ai fatti, ma vogliono qualcosa di più e cioè sapere
dall’uomo che opinione si era fatto del suo guaritore. Ci troviamo, per dirla
con il linguaggio dei nostri tempi, di fronte ad un’inchiesta di tipo
giornalistico in cui ogni particolare diventa importante e dove poter
interrogare i protagonisti di un fatto è la cosa più importante del
servizio. La risposta del cieco è
senza incertezze: chi l’ha guarito è un uomo di Dio, un profeta, e cioè un uomo
che nella lunga tradizione ebraica fa uscire dalla sua bocca le stesse parole di
Dio e di cui Dio stesso si serve per operare miracoli. Ad es. il profeta Eliseo
aveva operato un miracolo simile a quello di Gesù, quando aveva ordinato a Naam
di lavarsi nel fiume Giordano per
guarirlo dalla lebbra. Nella tradizione del popolo ebraico vi sono anche i falsi
profeti, da cui Dio mette in guardia, ma per il nostro testimone Gesù è senza
ombra di dubbio un uomo di Dio.
La
nostra vita e la Parola
Dacci,
Signore, la capacità di saper cogliere i tuoi miracoli assieme ad una passione
interrogante che sappia sempre risalire alla loro vera sorgente.
[18] Ma i Giudei non vollero credere di lui
che era stato cieco e aveva acquistato la vista, finché non chiamarono i
genitori di colui che aveva ricuperato la vista.
Nella
storia del popolo di Israele molte volte Dio interviene indurendo il cuore delle
persone, pensiamo al Faraone, ma nell’episodio del cieco nato non ci troviamo di
fronte ad un intervento di Dio che acceca gli occhi di chi non vuol credere in
lui, ma solo la naturale diffidenza di chi non può credere all’inverosimile e
cioè alla guarigione di un cieco nato. L’unico modo per uscirne era quello di
chiamare i genitori perché riconoscessero in modo inconfutabile il loro
figlio. Si percepisce però, in
tutto questo movimento, più che una contentezza per il possibile miracolo
avvenuto, un clima di preoccupazione quasi che l’accertamento della guarigione
andasse a destabilizzare equilibri ormai acquisiti.
La
nostra vita e la Parola
Spesso
la vita con i suoi misteri crea turbolenza nelle nicchie dove ci siamo rifugiati
ed improvvisamente ci sentiamo in pericolo e pronti a difendere il nostro
territorio. Non sappiamo cosa pensare delle novità, ma spesso ci atteggiamo
negativamente verso quelli che si fanno promotori del nuovo. Signore, aiutaci a
capire che, se non vogliamo morire, è meglio che benediciamo ed accogliamo ciò che tu ci
mandi.
[19] E li interrogarono: «E' questo il
vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci
vede?».
Stiamo
ancora nella fase di indagine e questa per i giudei, come per l’uomo in genere,
è una fase molto importante. Essa serve per capire, per dare all’intelligenza le
sue ragioni. Credere senza un’intelligenza del credere procura solo disastri
perché consegna al fondamentalismo dell’ “ipse dixit” o anche a coprire proprie
responsabilità personali con una credenza interessata. I giudei vogliono capire
per non essere turlupinati e quindi è giusto che chiedano per toccare con mano
se il miracolo è avvenuto davvero. Lo chiedono ai genitori perché ciò che hanno
sentito non li convince molto, ma soprattutto perché è lecito pensare che
essendo stati proprio i genitori i primi ad essere cercati e visti, siano loro a
conoscere come siano andati effettivamente le cose.
La
nostra vita e la Parola
Signore, anche a noi capita di rimanere
dubbiosi quando ci riferiscono di guarigioni miracolose e per questo vogliamo
indagare tutti i minimi particolari di quello che è successo. Siamo fatti così
ed è per questo ci hai dato l’intelligenza, ma spesso succede che, invece di
farci permeare dalla verità di ciò che accade, resistiamo e ci chiudiamo in
difesa. Dacci il coraggio di
abbracciare il nuovo che arriva come occasione del tuo essere sempre vicino a
noi.
[20] I genitori risposero: «Sappiamo che
questo è il nostro figlio e che è nato cieco;
I
genitori non possono essere tratti in inganno dal cambiamento dei lineamenti del
volto del figlio, quasi irriconoscibile per la nuova luce che lo investe, perché
il sangue non può mentire e quindi danno la loro testimonianza: affermano che
quel figlio che ora vede è nato cieco e la loro testimonianza è indubitabile
perché nessun genitore può dire proprio un figlio che non gli appartiene. I
giudei si trovano quindi di fronte all’impossibilità di negare il miracolo ed
adesso devono capire come ciò sia stato possibile.
La
nostra vita e la Parola
Se
fossimo onesti come questi genitori dovremmo sempre riferire il creato al suo
Creatore, ma noi uomini siamo
negatori della gloria di Dio e di fronte alla bellezza dell’universo ci
nascondiamo dietro ai nostri piccoli pensieri di creatori di cose umane.
Signore, che la tua lode sia sempre sulle nostre labbra!
[21] come poi ora ci veda, non lo sappiamo,
né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l'età, parlerà lui
di se stesso».
Con
questa risposta i genitori ci fanno capire che i loro interlocutori
rappresentavano un’autorità non molto amata di fronte alla quale è sempre bene
dire poco e defilarsi il più possibile. Se i genitori si fossero trovati davanti
a gente partecipe e festosa per il miracolo avvenuto sicuramente essi avrebbero
risposto in altro modo, avrebbero riferito i particolari raccontati dal figlio e
si sarebbero mossi per portarglielo davanti per far festa tutti assieme. Essi
invece timorosi si tirano indietro per paura di essere accomunati alla sorte di
Gesù. ‘E la paura che cuce la bocca dei genitori ed è la stessa paura che fa
imbastire loro un ragionamento formalmente inattaccabile. Con le loro parole
così convincenti allontanano da sé qualsiasi possibile ritorsione da parte dei
giudei. Quasi ci viene da pensare che non siano molto contenti che il loro
figlio veda e non essendo contenti non hanno alcun motivo per ringraziare né per
portare avanti una testimonianza coraggiosa.
La
nostra vita e la Parola
Alcune
volte anche a noi capita di nasconderci dietro ragionamenti formalmente
corretti, ma nella sostanza falsi. Che lo Spirito Santo infonda in noi il
coraggio di testimoniare gli interventi di Dio nella storia anche se, per farlo,
dobbiamo perdere la faccia agli occhi del mondo.
[22] Questo dissero i suoi genitori, perché
avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano gia stabilito che, se uno lo
avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla
sinagoga.
Per
l’uomo è di estrema importanza rimanere inserito nella sua società di
appartenenza e nel sistema religioso in cui crede. Sappiamo come l’esclusione,
anche nella nostra società, è causa di grande malessere. I genitori del cieco
non potevano permettersi di voltare le spalle alla vita di tutti i giorni per
affermare che Gesù era il Cristo aspettato dal popolo di Israele. Avevano paura
di essere espulsi dalla sinagoga e dal patto che Dio, tramite Abramo, aveva
fatto con il suo popolo. E non era
una questione di poco conto. Essi avevano goduto della guarigione del
figlio, ma l’avevano vissuta di riflesso senza fare esperienza diretta di Gesù
ed è per questo che, pur riconoscenti in cuor loro, sono succubi della paura e
non riescono ad avere il coraggio della verità.
La
nostra vita e la Parola
La
paura può chiudere la bocca e trasformare l’uomo in sfinge che vede tutto, ma
non si pronuncia su niente. Signore, soffia su di noi il vento del tuo Spirito e
scuotici dall’indifferenza che ci rende ciechi di fronte alle tue
meraviglie.
[23] Per questo i suoi genitori dissero:
«Ha l'età, chiedetelo a lui!».
Sicuramente se i genitori non avessero
avuto paura avrebbero dato una
testimonianza diversa. Quella che consegnano a noi invece riguarda la loro
capacità dialettica dl tirarsi fuori dalle difficoltà assieme ad un senso di
tristezza che pervade tutta la scena. Essi si lavano bellamente le mani di
quanto avvenuto, constatano che il figlio non è più cieco, ma non spendono
neppure una parola su chi ha compiuto il miracolo, sarebbe bastato, per essere
ricordati nella storia in modo diverso, che avessero detto qualcosa di simile: “
‘E’ meglio vedere o non vedere? Di certo è meglio vedere, quindi se nostro
figlio ora vede grazie all’intervento di Gesù, sicuramente questa persona ha
fatto del bene”. Rispondendo così sarebbero stati inattaccabili da punto di
vista formale, ma la paura ha ottenebrato loro la mente.
La
nostra vita e la parola
Spesso
la paura annebbia la nostra mente suggerendoci argomentazioni contorte il cui
scopo è quello di preservarci dall’affrontare il nemico a viso aperto. Signore,
tu che sei stato sempre sincero, ma anche prudente, aiutaci ad essere astuti
come serpenti e candidi come colombe.
[24]Allora chiamarono di nuovo l'uomo che
era stato cieco e gli dissero: «Dà gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è
un peccatore».
Quando
l’establishment crede, a torto, di possedere la verità cerca con ogni mezzo di imporla a tutti
e guai a quelli che si trovano direttamente sotto la loro giurisdizione. Nel
caso dei giudei essi nascondono le loro vere intenzioni di dominio dietro a
motivazioni di tipo religioso. Invocano Dio quasi che i pensieri di Dio
potessero combaciare con i loro e dichiarano di sapere che Gesù è un uomo
peccatore. Essi non si sentono in dovere di dire perché lo ritengono peccatore,
il potere illecito infatti non dà mai spiegazioni, cerca solo di avere il
consenso tramite la manipolazione delle coscienze.
La
nostra vita e la Parola
Signore, quando la nostra parola cala sulle
persone investendole di calunnie, ecco che ci comportiamo come questi giudei
tuoi contemporanei. Nel tempo si ripropongono sempre gli stessi misfatti e solo
quando il nostro cuore avrà imparato la via dell’amore senza ritorno, solo
allora anche il peccato della maldicenza tramonterà dalla nostra vita.
[25]Quegli rispose: «Se sia un
peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci
vedo».
‘Contra factum non valet argumentum’
dicevano gli antichi scolastici e l’uomo miracolato non può che dire la sua
esperienza. Dovrebbero ucciderlo per fargli dire qualcosa di diverso, perché per
lui la verità è così chiara come la notte è differente dal giorno e l’essere
stato cieco dal vederci. Il primo moto è di reazione, di sconcerto e sicuramente
di sorpresa. L’uomo non capisce l’accanimento dei giudei verso Gesù che l’ha
guarito. Ci sembra di capire dalla sua risposta che si senta tirato per i
capelli verso un argomento veramente lontano da ogni suo pensiero. E quindi in
questo primo movimento non ha ancora messo a fuoco le implicazioni profonde
della sua guarigione a mezzo di Gesù. Egli è ancora preso completamente dalla
straordinarietà di quello che gli è successo, mentre quelli che lo interrogano,
i commissari politici della situazione, tagliano corto sulle sue emozioni e
vanno al sodo della loro questione.
La
nostra vita e la Parola
Per
fortuna, Signore, che ci dai il
tempo per capire fino in fondo ciò
che viviamo, perché dal momento che siamo in un tempo ed uno spazio
limitati spesso facciamo fatica ad avere chiaro cosa succede veramente nella
realtà. Fa che il tempo che ci dai ci serva a renderti onore come ha fatto il
cieco nato.
[26] Allora gli dissero di nuovo: «Che
cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?».
L’incredulità di fronte ai miracoli si
esprime in mille modi ed uno di questi potrebbe essere quello in cui pur
sottintendendo che esso sia avvenuto si cerchi di attribuirlo a forze occulte.
L’insistere dei giudei a farsi raccontare ancora una volta ‘come’ il prodigio si
sia verificato fa sorgere il sospetto che essi vogliano scoprire dei particolari
importanti, sfuggiti fino a quel momento, tali da potere accusare Gesù di
operare in nome del diavolo.
La
nostra vita e la Parola
Signore, concedici la grazia di saper
riconoscere sempre nella storia il tuo passaggio e i tuoi continui miracoli per
poter testimoniare al mondo la tua presenza tra di noi.
[27]Rispose loro: «Ve l'ho gia detto e
non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare
anche voi suoi discepoli?».
La
verità ha di per sé tutta la forza di farsi ascoltare, se quindi non la si
ascolta è perché trova di fronte a sé delle barriere insormontabili. Quando il
cuore dell’uomo volta le spalle alla verità è come se non udisse, è come se le
parole entrassero ed uscissero in lui senza permanervi, è come se l’acqua
attraversasse luoghi aridi, ma chiusa all’interno di un tubo impermeabile con il
risultato di non poterli irrigare. Questi giudei non vogliono sentire ragione,
vogliono dimostrare la loro verità chiudendosi ad un esame dei fatti e per far
questo sentono di aver bisogno ancora dei fatti e cioè di quelli che potrebbero avvalorare la loro tesi.
L’ex cieco giustamente non capisce che cosa ci sia ancora da dire e sposta il
piano del suo intervento dalla realtà dove ormai non c’è più niente da dire
perché per lui si è detto ormai tutto, ad un piano ironico dove si diverte a
prenderli in giro insinuando che essi parlano così perché vogliono diventare
discepoli di Gesù. E qui il nostro
ci dà un bell’esempio di come comportarsi perché capisce immediatamente che con
un certo tipo di persone è inutile sfiancarsi a indicare la verità, ma occorre
passare al contrattacco con fine intelligenza e leggera
ironia.
La
nostra vita e a Parola
Signore, spesso abbiamo il vizio di voler
imporre le nostre idee, per questo ti chiediamo di darci la saggezza per essere
delle persone convincenti, ma nello stesso tempo contenute e piene di spirito
quando si tratta di testimoniare le tue parole di vita.
[28] Allora lo insultarono e gli dissero:
«Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè!
L’ex
cieco aveva ironicamente scattato una falsa fotografia dei giudei accreditandola
presso di loro per vera, ma questi non gradiscono e rispediscono al mittente
l’accusa di essere discepolo di Gesù. Si dichiarano discepoli di Mosè proprio
dopo che nel capitolo precedente c’era stata un forte scontro sulla loro
dichiarazione di sentirsi figli di Abramo. Gesù allora aveva risposto che se
erano figli di Abramo dovevano fare le opere di Abramo, mentre cercando di
ucciderlo si rivelavano essere figli del diavolo. Qui si dichiarano discepoli di
Mosè, ma l’intento è sempre quello di contrapporsi a Gesù dichiarando
apertamente la giustezza della loro linea e colpendo Gesù anche in quelle
persone che cominciano a simpatizzare per lui. Questa una battaglia che vogliono
portare avanti fino in fondo per evitare che il messaggio di Gesù cominci a
cambiare veramente i cuori di quanti lo ascoltano.
La
nostra vita e la Parola
Signore, che il nostro dichiararci tuoi
discepoli non abbia come sfondo la requisizione delle tue parole allo scopo di
sottomettere gli altri, ma aiutaci a farle calare nella nostra vita come parole
di liberazione dal gioco di ogni schiavitù e di ogni peccato.
[29] Noi sappiamo infatti che a Mosè ha
parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia».
Se
avessero riflettuto sulle scritture si sarebbero comportati come i loro padri
quando, ascoltato Aronne, avevano creduto che Dio aveva parlato a Mosè. Essi
avevano dato fiducia a Mosè tramite Aronne e nello stesso modo avrebbero dovuto
dare fiducia a Gesù tramite il battista che aveva reso testimonianza dicendo:
“Ecco l’agnello di Dio ecco Colui che toglie i peccati del mondo”. Gesù quindi non si è autopresentato ma
ha voluto essere riconosciuto ed accreditato davanti agli occhi di tutti da
un’altra persona. I giudei quindi sono in malafede quando affermano che non
sapevano di dove fosse perché doveva essere risaputo che Giovanni il battista
aveva detto: “Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo,
ma io sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma
l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello
sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece
diminuire” (Gv, 28-30). E se anche non avessero conosciuto queste parole
sapevano sicuramente che Giovanni lo aveva indicato come il Cristo e sapevano
che per il popolo Giovanni era un uomo di Dio.
La
nostra vita e la Parola
Signore, noi non possiamo pensare di
condurre una vita santa se non la confrontiamo con la tua. Non possiamo,
volendoti bene, fare i gradassi ed autopromuoverci, ma solo prepararci perché al
momento giusto qualcuno ci chiami per dare la nostra testimonianza.
[30] Rispose loro quell'uomo: «Proprio
questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli
occhi.
L’ex
cieco ora va al contrattacco e non lo ferma più nessuno. Si meraviglia che i
custodi dell’ortodossia, che sono dappertutto e controllano tutto non sappiano
di dove sia l’uomo che l’ha guarito. Questo è strano per lui, abituato ad avere
un’immagine così alta del loro ruolo, che ad essi sia sfuggito, del personaggio
Gesù, un particolare così importante. Con quel suo ‘strano’ poi l’ex cieco
comincia ad insinuare che loro siano da meno dell’immagine che lui si era fatta
di loro. Ora sente la differenza tra il potere che libera e quello invece che
vuole tenere soggiogati gli uomini.
La
nostra vita e la Parola
Signore, fa che possiamo ricordare i
momenti di liberazione che ci hai accordato durante la vita per mantenerci sempre nell’ambito della
loro luce.
[31]Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i
peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo
ascolta.
Ora il
nostro uomo, continuando nella sua performance da brivido per la velocità con
cui si sta rendendo conto della situazione e per l’abilità delle risposte, con
quel suo ‘sappiamo’ comincia a scimmiottare i giudei che avevano iniziato a
parlare con lui sventolando quello stesso ‘sappiamo’: “Noi sappiamo che
quest’uomo è un peccatore”, “noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio”. Anche l’ex
cieco sa qualcosa, ma non la sa solo lui, assieme a lui la sanno anche i suoi
interlocutori e quindi è su questo sapere comune che vuole farli riflettere. Ed
argomentando offre alla nostra attenzione un brevissimo ragionamento, semplice e
chiaro, che dovremmo scrivere a caratteri d’oro nel nostro cuore. Egli afferma,
e può ben dirlo lui che nella sua vita aveva pregato tanto per ottenere la
vista, che Dio non è lontano e ci ascolta ogni volta che ci avviciniamo a lui
con rispetto ed amore facendo la sua volontà. E’ da queste parole che cominciamo
a capire chi è quest’uomo, non è un peccatore, ma un uomo timorato di Dio che ha
sempre fatto la sua volontà e che il Signore con il suo miracolo ha voluto
esaudire.
La
nostra vita e la Parola
Signore, tutte le preghiere che facciamo al
Padre, se siamo suoi amici, egli le esaudirà. E come è bello pensare a questa
forza della nostra preghiera che si riveste della stessa forza di
Dio!
[32] Da che mondo è mondo, non s'è mai
sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco
nato.
La
guarigione del cieco nato è davvero particolare. I bambini, ad es., non vedono
subito come vediamo noi, ma attraverso un processo che rende loro sempre più
chiari i contorni ed i colori fino
ad arrivare ad una vista perfetta, così avremmo dovuto aspettarci che il cieco
acquistasse a poco a poco la facoltà di vedere. Il cieco invece vede subito
tutto ed è immediatamente attivo e cioè non ha alcun tempo di adattamento alla
nuova situazione. Ecco perché è così strabiliante il miracolo perché essendo
cieco dalla nascita egli riacquista la vista nello stesso modo di un uomo che
prima l’aveva, poi la perde e poi la riacquista di nuovo. Questi infatti rivede
ciò che già conosceva e quindi il suo adattamento alla nuova situazione è immediata, mentre la guarigione di un
cieco nato, secondo una logica delle cose riferita al modo umano di imparare a
vedere, avrebbe dovuto essere la guarigione dell’organo della vista lasciando
che il tempo lo adattasse al riconoscimento pieno del mondo esterno. Nello
stesso modo Gesù guarisce il cuore dell’uomo in modo immediato facendolo passare
da un buio profondo ad una luce immediata che illumina la vita
completamente.
La
nostra vita e la Parola
Eppure, Signore, tu non ti fermi davanti a
niente, non ti fermi davanti alle nostre tenebre che scoraggerebbero qualsiasi
uomo dotato di grande predisposizione d’amore verso il prossimo. Tu non molli
finché non hai raggiunto l’ultimo quadratino di umanità che ci è rimasto dentro
anche se sommerso da tante macerie. Tu, Signore, sei sconvolgentemente grande e
buono e vuoi che noi ci arrendiamo di fronte a questa evidenza. Aiutaci a
crederti fino in fondo per incontrarti dove il nostro cuore
cede.
[33] Se costui non fosse da Dio, non
avrebbe potuto far nulla».
Il
cieco nato non ci dà soltanto la testimonianza di essere stato guarito negli
occhi perché sappiamo che anche altri che non si rifanno a Dio riescono a fare
miracoli: “Aronne gettò il bastone
davanti al faraone e davanti ai suoi servi ed esso divenne un serpente. Allora
il faraone convocò i sapienti e gli incantatori, e anche i maghi dell'Egitto,
con le loro magie, operarono la stessa cosa. Gettarono ciascuno il suo bastone e
i bastoni divennero serpenti.” (Es. 3,10-12). Quando l’uomo dice che la sua
guarigione non poteva che venire da un uomo di Dio, conferma sì il miracolo, ma
soprattutto che la sua esperienza interiore lo ha convinto che solo Dio poteva
permettere una esperienza così piena ed appagante come quella che lui aveva
vissuto. C’è quindi per lui una concordanza tra il miracolo esteriore e quello
interiore ed è questo vissuto così forte che gli permette di non avere più paura
dei giudei.
La
nostra vita e la Parola
Signore, a noi non capitano così spesso
queste occasioni di ribaltamento completo della nostra visione del mondo, ma non
possiamo neppure dire che tu non ci visiti nel corso del tempo della nostra
vita. E’ che siamo sempre insoddisfatti, inquieti, ma è, Signore, perché
vorremmo vederti e conoscerti sempre più da vicino.
[34] Gli replicarono: «Sei nato tutto nei
peccati e vuoi insegnare a noi?». E lo cacciarono fuori.
Nell’esodo (4,11) il
Signore dice: «Chi ha dato una bocca all'uomo o chi lo rende muto o sordo,
veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore?”. Il Signore quindi dà gli
occhi per vedere, ma anche la cecità, ma non dà la cecità per punire l’uomo. Da
Dio non può venire che bene e quindi la condizione di cecità avrà delle
spiegazioni che a noi sfuggono, ma non è da addebitare a Dio l’intento di punire
l’uomo. Né noi uomini possiamo attribuire a Dio questa intenzione per poi
infierire contro chi ha una menomazione. E così troviamo che nella bibbia Dio si
prende cura del sordo e del cieco contro i maligni: “Non disprezzerai il sordo,
né metterai inciampo davanti al cieco, ma temerai il tuo Dio. Io sono il
Signore.”( Levitico 19,14, “Maledetto chi fa smarrire il cammino al cieco! Tutto
il popolo dirà: Amen.” (Deuteronomio 27,18). E quindi la pretesa da parte dei
giudei di attribuire all’’ex cieco un peccato di origine che riguardasse solo
lui non regge anche se faceva parte del senso comune pensare che la causa della
menomazione fosse da addebitare al peccato della persona o a quello dei i suoi
genitori. I giudei commettono quindi una grave ingiustizia e non si accorgono di
essere stati loro stessi a meritarsi quelle risposte da parte di chi non voleva
insegnare niente a nessuno, ma semplicemente dire la verità anche se, costretto,
con un po’ di ironia.
Signore, è nostro
umano costume addebitarti continuamente ogni genere di misfatti e di punizioni.
Questo avviene perché abbiamo la coscienza sporca e siamo così complici del male
che non possiamo neppure immaginarci un Essere puro ed infinito come te che
vuole solo il bene dell’uomo: perdonaci!
[35] Gesù seppe che l'avevano cacciato
fuori, e incontratolo gli disse: «Tu credi nel Figlio
dell'uomo?».
Come
si comportano i politici quando vogliono il voto degli elettori? Cercano in ogni
modo di convincerli della bontà del loro programma, ma ciò che promettono devono
ancora darlo. Tra l’uomo guarito e Gesù le cose stanno diversamente. Gesù prima
di ogni promessa ha dato ed ora l’uomo ha ciò che prima gli mancava ed è quindi
libero dal bisogno di appoggiarsi a qualcuno. Adesso è in grado di essere disinteressato di fronte alla verità che
bussa alla sua porta ed il Maestro soltanto ora gli chiede di credere nella sua
persona e non prima, come farebbero i politici. Egli non prende l’uomo per la
collottola del bisogno, ma nella libertà dal bisogno e quindi nel momento più
alto del suo essere uomo e cioè nell’esercizio della sua libertà. Ora può chiedergli di credere nella sua
persona perché è solo da lui che gli è arrivato ogni bene. E il senso di
chiedergli se crede nel Figlio dell’uomo non serve ad incrementare nessun
contesto di potere personale da parte di Gesù, ma solo ad aiutare ancora una
volta il suo interlocutore a fare il passo decisivo della sua vita riconoscendolo fonte di vita e
quindi abilitato a nutrirlo e mantenerlo nella vita per
sempre.
La
nostra vita e la Parola
E
pensare, Signore, che tu fai tutto solo ed unicamente per noi. Non hai un
interesse egoistico da difendere, ma solo quello di aumentare a più vita la
nostra vita. E se c’è un qualcosa che ti rende felice è solo il constatare che
abbiamo accettato la qualità stupenda della vita che ci offri. Ma tu puoi essere più felice
di quello che sei nel seno del Padre? No, ma permettici lo stesso, Signore, di
credere che accresci la tua felicità ogni volta che alla tua domanda l’uomo
risponde di sì.
[36] Egli rispose: «E chi è, Signore,
perché io creda in lui?».
Gesù
non dice all’uomo: “Tu credi in me?”, ma: “«Tu credi nel Figlio dell'uomo?».
Poteva semplicemente utilizzare la prima frase, ma Gesù preferisce aggiungere la
caratterizzazione della sua persona legata al suo definirsi ‘Figlio dell’uomo’.
E l’ex cieco è costretto a chiedergli chi è il ‘Figlio dell’uomo’ proprio perché
non gli è chiaro se si sta riferendo a se stesso o a qualcun altro. Gesù ha
voluto presentarsi così perché egli non lo confondesse con un semplice
taumaturgo, ma si ponesse poi ancora il problema di capire chi fosse questo
‘Figlio dell’uomo’ e lo seguisse fino alla comprensione della profondità del
mistero racchiuso in quelle parole.
La
nostra vita e la Parola
Anche
a noi, Signore, non basta averti incontrato lungo la strada della nostra vita
per chiudere i conti con te, ma essi sono aperti fino all’ultimo nostro respiro
perché profondo è il tuo mistero ed inesauribile il fascino della tua
persona.
[37] Gli disse Gesù: «Tu l'hai visto: colui
che parla con te è proprio lui».
Gesù,
Figlio dell’uomo, Figlio del Padre, non può essere visto se prima l’uomo non
viene guarito dalla sua cecità. L’ex cieco è simbolo di questo passaggio e cioè
da una condizione in cui la realtà
gli era negata a quella in cui gli
è donata in misura piena ed in modo gratuito. Gesù si trova proprio a suo agio
con quest’uomo tanto che il suo porgersi a lui sembra l’accorrere di una mamma
che rivede il proprio figlio dopo anni di separazione forzata e voglia
rassicuralo di essere proprio lei quella che sta cercando. Gesù può finalmente
darsi senza timore di essere frainteso o attaccato. In questo incontro così
confortante per il Maestro c’è l’icona di ogni nostro vero incontro con lui,
quando guariti dai nostri mali interiori veniamo accolti, rasserenati ed
iniziati ad una conoscenza più profonda del suo mistero.
La
nostra vita e la Parola
Signore, aumenta in noi la fede in modo che
possiamo riconoscerti nei tuoi veri tratti quando ti celi nei panni del povero e
del bisognoso.
[38] Ed egli disse: «Io credo, Signore!». E
gli si prostrò innanzi.
Vi
sono uomini che preferiscono morire piuttosto che prostrarsi di fronte ad un
altro uomo. Il senso di questo rifiuto è la difesa della propria identità
personale che andrebbe completamente svilita se si perdesse la libertà. La
posizione della prostrazione, anche se agita nei confronti di Dio, indica
comunque un rapportarsi alla divinità intesa come autorità. E l’ex cieco con
quel suo atto si prosterna di fronte a un Dio potente, anche se in parvenza
umana. Gesù non è venuto però per farsi adorare in questo modo dagli uomini ed
il suo insegnamento ce ne dà un esempio brillante quando, nella parabola del
figliol prodigo, il Padre vedendo arrivare il figlio da lontano corre verso di
lui e non gli permette di prostrarsi ai suoi piedi dichiarando la sua indegnità,
ma lo abbraccia e lo ricopre di baci. Dio sconvolge la nostra ragione, che
poggia su una ben collaudata mentalità giustizialista, e va oltre per vedere se
nel cuore si è operato un vero cambiamento. Il ripristino della relazione
permette a Dio di liberare l’uomo da qualsiasi sentimento di sottomissione e di
instaurarlo nella casa del Padre come figlio.
La
nostra vita e la Parola
Signore, tu non vuoi spiriti sottomessi che
ti guardino dal basso in alto, ma cuori di figli che ti amino e che siano pieni
di ammirazione, ed anche di un sano timore, nel momento in cui hanno più
consapevolezza di trovarsi di fronte al Dio creatore
dell’universo.
[39]Gesù allora disse: «Io sono venuto in
questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che
vedono diventino ciechi».
L’affermazione di Gesù non viene a caso, e
quindi non è né strana né incoerente, ma si inserisce nel preciso contesto della
guarigione del cieco nato e soprattutto dell’opposizione accanita dei giudei che
ciechi non riescono a vedere la persona più importante che mai incontreranno
nella loro vita: Gesù di Nazareth. Il Signore giudica ed il suo giudizio è
giusto perché è Figlio dell’uomo e cioè si presenta a noi non come una divinità
disincarnata che parla dalla lontananza del suo essere altro, ma dal cuore
stesso della sua assunta umanità. Il suo giudizio mira sempre alla salvezza
dell’uomo anche quando dichiara ai Giudei che essi non vedono. Gesù rende loro
un servizio affermando la verità che essi non vedono perché egli è venuto non
“per
giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.”(Gv. 3,17). Il
senso quindi del suo dire di essere venuto al mondo per dare la vista ai ciechi
e toglierla a quelli che dicono di averla è da intendere come se la persona di
Gesù fosse la cartina al tornasole di fronte al quale si rivelano i cuori di
tutti (“E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo” Gv. 3,19), perché
non lui toglie la luce, ma sono gli stessi uomini che “hanno preferito le
tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie.” (Gv.
3,19).
La
nostra vita e la Parola
Signore, quante volte noi pretendiamo di
vedere ed invece siamo in piena oscurità
e se tu non liberassi la nostra mente dalla confusione continueremmo a
spargere false verità. Liberaci dalle tenebre e facci male, ma aiutaci a non
perderti d vista, perché Tu sei la nostra vera vista sulla
realtà.
[40] Alcuni dei farisei che erano con lui
udirono queste parole e gli dissero: «Siamo forse ciechi anche
noi?».
‘E
interessante vedere come Gesù conduce le cose in maniera da far tirare le
conclusioni del suo operato agli stessi Giudei. Gesù non li ha attaccati dicendo
che i veri ciechi erano proprio loro e non ha messo sul podio l’uomo guarito
dicendo che era migliore di loro, ma ha gestito il setting, dicendolo con parole
prese in prestito dalla psicologia, in modo che la presa di coscienza fosse
indotta da tutto un percorso. Purtroppo a causa della loro cecità colorata di
fanatismo essi non si riconoscono ciechi e
quindi non possono essere guariti. I giudei accusano il colpo di essere
ritenuti ciechi da Gesù ed invece di affermare apertamente di non essere ciechi,
rispondendo alle domande che continuamente Gesù porge lungo tutto il vangelo, si
comportano come bambini non più bambini e quindi falsi. La loro affermazione è
falsa proprio dal momento che la loro presa di posizione non è fondata
sull’analisi dei fatti (‘infatti i giudei avevano stabilito che se uno lo avesse
riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga’), e la loro
affermazione che lo accusava di essere un peccatore non si poggiava su niente
(‘Noi sappiamo che questo è un peccatore’). Le loro accuse si cambiano in un
melenso appello a Gesù per sapere se essi erano ciechi oppure no, ma non hanno
il coraggio di dirgli d’essere un peccatore e di
dimostrarglielo.
La
nostra vita e la Parola
Signore, anche noi spesso vogliamo salvarci
in corner trovando all’ultimo momento la battuta che vorrebbe salvarci dalla
situazione, ma se non abbiamo fatto i conti veramente con la realtà saremo
travolti dalle nostre stesse menzogne. Facci accettare, tramite il tuo Spirito,
la verità in maniera che essa possa condurci nei porti della tua
libertà.
[41]Gesù rispose loro: «Se foste ciechi,
non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato
rimane».
Gesù qui non dà il permesso
di rimanere ciechi e cioè nell’ignoranza, ma dice che esiste una cecità di cui
non si ha colpa. Questa affermazione va contro tutti i fondamentalismi che
vogliono inculcare dall’esterno la verità perché sia conosciuta e rispettata da
tutti. Il tempo di Dio per invitare alla conoscenza della verità è tutto il
tempo che ciascun uomo ha nella vita. Il tempo è l’alleato di Dio per aiutarlo a
prendere una vera decisione responsabile. Fino al momento della decisione egli
si accompagna a vari tipi di cecità che
potrà abbracciare credendo di vedere, oppure liberarsene grazie
all’accoglienza della forza della verità che gli si fa incontro. Il peccato
consiste nel non aprire il cuore allo stimolo proveniente dalla sfera della
verità Essa non si impone con la prepotenza, ma si mostra nelle vesti
dell’umiltà e della mitezza e può arrivare al cuore dell’uomo perché in esso è
sempre all’opera l’azione creativa del Padre che lo ha fatto a sua immagine e
somiglianza. Fino all’ultimo respiro è possibile seguire il sentiero della
verità che ci conduce dal buio dei mondi sotterranei fino alla luce del sole che
splende e dà vita.
Signore,
tu sei il nostro sole luminoso, ma non puoi raggiungerci se noi non decidiamo di
esporci ai tuoi raggi. Aiutaci con ogni mezzo ad ascoltare la tua voce mite che
ci invita dove crescono fiori belli e profumati, e dove vivono quelli che il
cuore te lo hanno già donato.