CAPITOLO 13

 

 

L'ORA DI GESU': LA PASQUA DELL'AGNELLO DI DIO

1. L'ULTIMA CENA DI GESU' CON I SUOI DISCEPOLI

La lavanda dei piedi

 

1 Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.

 

 

Si può quindi amare quelli che a vario titolo stanno dalla nostra parte, ma si può anche non amarli fino alla fine. Il punto interrogativo che ci portiamo tutti dentro è questo: “ Sapremo essere coerenti e fedeli fino alla fine ai valori in cui crediamo?”. Gesù qui insegna all’uomo cosa significhi la parola ‘tenuta’. La chiave infatti per riuscire in questo atteggiamento dell’animo non dipende solo dall’esercizio della virtù della fortezza, ma dalla dinamica dello stato d’amore  fedele che supera in sé le barriere di ogni tempo. Ciò vuol dire che l’atto d’amore in se è germinativo e cioè genera sempre altro amore e non odio altrimenti perderebbe il suo statuto d’amore. Per l’uomo amare è un investimento sano che non potrà mai deludere, è un oro che non perde il suo valore. Ecco perché investire solo sul presente la propria carica di bene non potrà mai svuotarci. Amare quindi, e senza secondi fini, è l’unico modo per salvare il nostro presente assieme al nostro futuro. Gesù quindi non poteva non amarci fino alla fine. Egli era venuto per questo. Anche il suo desiderio di ritornare al più presto dal Padre ha dovuto fare i conti con la responsabilità del suo amore per noi. Che fratello sarebbe stato se fosse ritornato dal Padre da solo? Avendo egli  nominato Dio come suo padre  non lo fece per farsi bello di fronte ai suoi contemporanei, ma per indicare all’uomo la sua vera identità e cioè il suo essere figlio di Dio. Incardinati quindi da Gesù in questa parentela divina siamo stati introdotti nella qualità stessa del suo amore, un amore che non conosce defezioni e che sa dare tutto fino al sacrificio supremo. Le ultime parole suonano bene  e sembrerebbero dettate da una certa facilità a scrivere  frasi pregne di retorica fortezza, ma il momento supremo a cui Gesù si sta preparando ci sveglia da ogni retorica e ci fa confrontare sulla tremenda verità del suo amore che non recede di fronte a niente pur di amarci fino alla fine per presentarci al Padre celeste.

 

La nostra vita e la parola

 

Signore, dalla realtà del tuo tormento ci interroghi sulla qualità del nostro amore e vuoi sapere se il nostro somiglia al tuo oppure è solo mercenario. Contemplarti mentre ti prepari alla tua settimana di passione ci aiuti nelle nostre umane vicende ad avere la tua stessa determinazione nell’amare fino alla fine i nostri fratelli.

 

2 Mentre cenavano, quando gia il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo,

 

Gesù e i discepoli, cenando insieme, stavano vivendo un momento di grande intimità. E ciò ci fa riflettere sul fatto che non vi possa essere vero tradimento senza che  tra le persone vi sia un grande coinvolgimento. Il tradito ed il traditore si devono conoscere. Qual è il percorso che porta a tradire il conoscente o addirittura l’amico? Inizialmente  vi deve essere da parte del tradito un totale affidamento nei confronti dell’altro assieme ad una non perfetta conoscenza della sua vita. Ora però lasciamo da parte tutti quei casi di infiltrazione nell’amicizia in cui ad arte si mettono in pratica delle strategie per diventare amico di uno per poi strappargli i segreti e disfarsene, ed invece concentriamo la nostra attenzione su chi parte per essere amico ma poi strada facendo comincia ad allontanarsi in modo doloso dall’amico. Cerchiamo quindi di capire quale contesto è più propizio al tradimento e così scopriamo che esso può presentarsi solo in luoghi  dove si investono grosse energie ideali, affettive e finanziarie e cioè nella politica, nei rapporti umani e negli affari. In breve in tutte quelle realtà in cui per fare qualcosa assieme c’è bisogno di un patto di fiducia. Si parte quindi dalla reciproca fiducia ma nel traditore vi deve essere una componente sconosciuta a lui stesso quando è diventato amico dell’amico. Deve esserci già in partenza una riduzione del concetto di amicizia ad un qualcosa che non è più l’amore per la persona dell’amico quanto per le sue idee o le sue cose. Succede nella vita che ad un certo punto si possono scoprire i difetti dell’amico o che egli ci abbia così saturato della sua presenza che vorremmo allontanarcene. Tuttavia nei normali casi della vita questo non significa consegnarlo al nemico ma piuttosto troncare l’amicizia o diventare freddi verso chi non si vuole più frequentare. Quando allora scatta la molla del tradimento? Quando  il diavolo, bussando alla porta dell’amico, trova che questi gli apre e si mette a convito con lui. E se fa questo è per riceverne un vantaggio. E così inizia  a non dare all’amico quelle informazioni che lui crede vitali e che la sua bravura (presunta) è riuscita ad ottenere permettendogli di vedere la realtà in modo diverso. Quando poi l’occasione si presenta il tradimento diventa storia. Nel caso di Gesù il vantaggio di Giuda, non era personale sembra, anche se prese i trenta denari, ma collettivo perché egli credeva che l’arresto di Gesù potesse essere la scintilla per la proclamazione del regno messianico e la definitiva cacciata dei romani dal suolo d’Israele. Egli così decide di consegnare l’amico Gesù ai capi del popolo ebraico. Al nostro livello, quando non perpetriamo un vero tradimento, nel senso che non consegniamo l’amico al ludibrio, quand’è che invece lo tradiamo? Quando lo consegniamo deliberatamente ad una minor vita, quando lo escludiamo lo lasciamo indietro perché non lo reputiamo all’altezza di ciò che noi andiamo scoprendo di interessante e di vitale.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, spesso ci avviciniamo agli altri per averne idee o cose,ma difficilmente per uno sguardo pure d’amore che ci faccia mettere la persona dell’amico nella stanza del cuore. Tu che lo hai fatto anche con Giuda aiutaci a percorrere sempre la tua stessa strada.

 

 

3 Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava,

 

E’ la seconda volta che l’evangelista dice ‘sapendo’ e quindi dobbiamo amtterci all’ascolto di questo sapere di Gesù. Egli quindi sa che il Padre gli gha dato tutte nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio tornava. Non è arrivato quindi a questa consapevolezza durante la sua vita terrena ma da sempre è stato nel padre suo Figlio diletto. Questo l’evangelista lo dice perché a nche a distanza di millenni si sapesse che quanto stava per affrontare non era causato da volontà esterne che avrebbero potuto imporsi alla sua divina volontà. Tutto gli era stato dato nelle mani anche la vita dei suoi nemici e quindi se loro potevano portare avanti i loro disegni criminosi era perché lo stesso Gesù aveva deciso di consegnarsi nelle loro mani. Dopo aver pubblicizzato il suo messaggio per tre anni era ora venuto il momento di affrontare direttamente il peccato del mondo. Adamo ed Eva erano caduti rovinando tutti i loro figli nei secoli dei secoli, ma la battaglia tra Dio e Lucifero era sempre tutta da combattere ed il confronto era così grandioso che l’uomo non avrebbe potuto uscirne vincitore. L’uomo Dio invece è ora pronto per mostrare agli uomini come questa guerra può essere vinta grazie alla forza di un amore infinito. La nostra destinazione come quella di Gesù è quella di ritornare dal Padre. E’ questo il nostro vero destino. Ogni altro è un bluff bugiardo che vuole solo farci accasare in questo mondo senza alcun orizzonte che ci proietti in quell’Oltre fonte della nostra gioia. Ogni casa terrena se non sa d’infinito sa di cimitero. Il ritorno al Padre di Gesù avverrà attraverso il suo caricarsi del peccato degli gli uomini tramite la sua passione e morte, così anche il nostro ritorno, se non sempre per una via così atroce, non potrà che ripercorrere la stessa sua  via e cioè quella del farsi  carico dei propri fratelli.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, il tuo è stato l’atto più libero di tutta la storia dell’uomo perché tu sapevi che cosa ti sarebbe successo e non sei fuggito di fronte ai nostri orrore e quindi, messi alle strette, come potremmo noi voltare le spalle  al prossimo quando per lui è questione di vita o di morte avere il nostro aiuto. 

 

 

4 si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita.

 

Quando si sta attorno ad un tavolo ci si rilassa completamente e si avrebbe voglia di essere liberati da ogni impegno. Vorremmo solo condividere con gli altri la buona sorte di mangiare del buon cibo e scambiarci delle affettività. Essere serviti è ciò che si apprezza di più perché è come se qualcuno riconoscesse il nostro statuto divino. Insomma dalla tavola ci si alza con grande difficoltà per servire gli altri ed è grazie ad un cammino spirituale che se ne può apprezzare  la valenza evolutiva. L’alzarsi da tavola è come mettersi in una diversa percezione del mondo, ma per entravi veramente occorre aver staccato il proprio cuore da ogni bisogno di gratificazione. Se infatti la scelta di servire non ha un fondamento più alto di quello  del distribuirsi i compiti, cosa comunque sempre buona, ci si trova poi a dover gestire delle antipatiche voci interne che piuttosto che vivere il momento gioioso dell’incontro con l’altro nel servizio, si lamenta perché c’è sempre qualcuno che non si alza mai o perché ci si sente obbligati a servire quando non se ne ha voglia. Questi pensieri possono rimanere in noi quasi nel sottofondo per un buon periodo, ma ad un certo punto prendono forza e si ritorcono sul nostro stesso servizio per chiederli di interromperlo. Molte persone generose rimangono vittima del tranello teso loro dalla voglia di sentirsi gratificati. Servono per molto tempo ma poi vedendo l’ingratitudine degli altri si ritirano arrivando anche a non condividere più la stessa mensa. Guardiamo Gesù con quale autorità e bellezza si alza, depone le vesti e si cinge dell’asciugatoio. Basterebbe questa scena per gratificarci all’infinito quando anche noi ci accingiamo a servire o ci vestiamo di un grembiule per lavare i piatti. Se la nostra intenzione non è pura e cioè quella di permettere al fratello di godersi la sua divinità scambiando con gli altri il cibo e le parole è meglio allora starsene seduti accettando la propria limitazione  e sperando che il proprio cuore prima o poi si sgorghi per mostrare all’altro qualcosa che solo noi sapremo dare e cioè, tra le portate, quella del nostro sorriso come aperitivo per assimilare e digerire i beni del buon Dio.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, in questi versetti ci insegnerai a servire con uno spirito libero e pieno di gioia, grazie.

 

5 Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto.

 

Il Maestro qui  non sta celebrando un rito dove la realtà in qualche modo è allontanata e si riveste di simbologia. I piedi dei discepoli, come apprenderemo più avanti, erano realmente sporchi e quindi tutto ciò che Gesù fa lo fa per davvero né per interposta persona, né in modo simbolico. La  scena sembra che si svolga al rallentatore e noi possiamo vedere il nostro Maestro versare l’acqua nel catino, lavare i piedi dei discepoli ed asciugarli con l’asciugatoio. Per darci il suo messaggio Gesù avrebbe potuto ricorrere a qualcos’altro, ad es., avrebbe potuto  servire a tavola ed invece lava i piedi ai discepoli. L’acqua sappiamo che è sempre legata alla purificazione e la lavanda dei piedi, proprio prima di istituire l’eucarestia, vuole indicarci che non ci si può accostare al sacro senza essere mondi. La purezza tuttavia non è solo frutto di una propria solitaria attività, ma di una nostra interazione con il fratello. Abbassarsi quindi di fronte al prossimo perché ci sta a cuore la sua bellezza in tutti i sensi possibili è ciò che ci propone il Maestro. E’ come se noi ci trovassimo di fronte ad uno specchio e ci vedessimo sporchi, solo che al posto nostro c’è il nostro prosssimo, e così solo pulendo lui ci viene donata la nostra volta la purezza. La dinamica che ci permetterà di essere attivi verso l’altro in questo modo è molto delicata perché qui non si tratta d’essere più bravi del nostro prossimo per impartirgli delle lezioni su come diventare più puro. No, qui si tratta di prendere su di sé la pesantezza della sua vita per alleviarla.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, servire il prossimo è qualcosa di così complicato che la giusta disposizione interiore puoi insegnarcela solo tu.

 

6 Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?».

 

E’ atavico il rispetto che si ha di fronte ai superiori o a quelli che si reputano persone sante. E’ naturale che nei loro confronti diventiamo naturalmente servizievoli. Di fronte al capo branco noi ci riteniamo solo branco assumendone tutte le modalità di comportamento. Non esiste quindi che un capo si metta a servire un suddito, né che questi si faccia servire da quello. Significherebbe non riconoscere le naturali gerarchie che si stabiliscono tra gli uomini. L’interrogativo stupito di Pietro ci ritorna questo tipo di realtà e cioè  una realtà che ha fondamento nell’essere stesso dell’uomo. Gli analfabeti, ad es., si sentono deferenti rispetto a chi ha preso un diploma od una laurea, un operaio rispetto al suo padrone e cosi via. Gesù lavando i piedi ha fatto qualcosa che stranisce e confonde completamente Pietro ed i discepoli. Solo i servi possono lavare i piedi del padrone perché se fosse all’inverso ecco che si capovolgerebbe la scala dei valori sociali. Il vero problema per loro , come per noi, è quello di mettersi a servire qualcuno che si reputa inferiore. La scala di riferimento di Pietro è quello dell’essere di più e dell’essere di meno, scala che fonda il corretto vivere civile. Il più ed il meno è naturalmente riferito ai parametri della conoscenza, della ricchezza e del potere. Gesù quindi scardina il sentire comune con un atto veramente rivoluzionario  il cui significato spiegherà tra breve. Gli altri discepoli si erano fatti servire senza opporre resistenza alcuna, ma Pietro essendo stato scelto da Gesù come capo degli altri accusa subito il colpo sentendosi messo in discussione direttamente. Chi ha potere sugli altri fiuta subito il pericolo quando i fondamenti di quel potere sono messi in crisi e Pietro che non è uno stupido lo ha capito.

 

La nostra vita e la parola

 

Signore, quando qualcuno minaccia di prendere il nostro posto nelle gerarchie d’importanza del mondo ecco che ci attiviamo subito per difendere la nostra posizione. Il posto per noi è il nostro ubi consistam senza il quale ci sentiamo niente. Tu invece ci svuoti questo modo di vivere il posto e ci fai capire che l’unico posto veramente degno d’essere occupato è quello di stare con te nel modo come tu vuoi che stiamo.

 

7 Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo».

 

Tutta la nostra vita passa non riuscendo a capire la maggior parte delle cose che ci capitano. Spesso ci lamentiamo con il Signore perché non capiamo i suoi disegni, ma essi sono sempre limpidi e non possono non essere capiti ed allora la verità è che il problema siamo noi. Il punto d’attacco è la nostra soggettività e cioè come ci rapportiamo al mondo. E’ su di noi che dobbiamo lavorare per capire qualcosa, ma soprattutto dobbiamo lasciare lavorare il Signore che dando un senso al nostro dolore ci purifica dalle concrezioni sbagliate e dall’aspirare a quei posti che non sono i nostri. Occorre quindi conoscersi un po’ di più e capire di che pasta siamo fatti, se siamo timidi oppure andiamo all’assalto del mondo, se siamo portati a goderci la vita oppure aspiriamo al comando, se siamo fatti per comunicare o solo per fare vita da eremiti e così via. E’ importante capire quindi qual’è stato il nostro sorgivo modo di rapportarci al mondo. Per ciò può servire ritornare alla nostra infanzia, a  come sperimentavamo tutto ciò che ci stava attorno. Spesso ripetiamo all’infinito gli stessi modelli mentre per la nostra crescita occorrerebbe oltrepassarci. E’ un lavoro duro, ma che solo noi possiamo fare. Caricare gli altri dei propri fardelli ce li allontana. Ed allora che fare? In questi casi di poca comprensione occorre abbracciare la politica del non-fare lasciandosi invece fare da Dio infinito che da buon cesellatore si può apprestare, con il nostro sì, a completare il suo capolavoro. Questo non vuol dire che non si debbano cercare aiuti, ma che non si devono cercare quelli che non ci aiutano. Mettersi su questa strada significa rinunciare a capire subito, certi però che si capirà dopo. Questa non è una strada facile e se ci si incammina da soli si rischia di correre a vuoto, ecco perché è importante avere una guida spirituale perché ci permette di non  avere come referente solo se stessi ed il mondo dei nostri interessi. Ora siccome la vita è molto preziosa noi non possiamo metterci a fare gli apprendisti stregoni e quindi dobbiamo, se vogliamo crescere, trovare qualcuno che si prenda cura di noi e che lasciandoci la fatica della ricerca ci possa dire: “Sì va bene, vai avanti”, oppure, “fermati o cambia strada”.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, per fare la tua opera d’arte devi fare su di noi tanti interventi come l’artista sulla materia su cui mette le mani. E dal momento che le tue mani sono soffici come il tuo giogo è leggero,allora dobbiamo concludere che siamo noi duri e  timorosi di darti il via, ma tu agisci lo stesso perché non vogliamo perdere l’occasione di somigliarti il più possibile quando sarà il momento di incontrarti.

 

 

8 Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me».

 

Iniziando una nuova strada non la si può percorrere utilizzando una vecchia cartina stradale. Può infatti capitare di fare giri inutili, sprecare tempo ed energie. Quando si inizia un nuovo cammino spirituale non lo si può fare portandosi pesantemente dietro i vecchi giudizi. E' vero che essi ci appaiono ancora giusti perché da loro dipende la nostra identità, ma l'atteggiamento più corretto  é quello di metterli tra parentesi  rendendosi disponibili al nuovo che a poco a poco darà alla nostra vita un respiro più profondo. Inoltre se essi nel momento della crisi non ci hanno tirato fuori dai nostri problemi allora è meglio prenderne atto ed andare oltre. E così Pietro rispondendo così al Signore si fa prendere dal suo solito modo di pensare che si rivela precipitoso ed erroneo. Pietro reputa che il Maestro sbagli abbassandosi a lavargli i piedi. Del resto chi di noi non si sarebbe comportato come lui dal momento che ciò le azioni di Gesù stridono completamente con la nostra visione del mondo. Perché non solo noi non avremmo accettato che Gesù ci lavasse i piedi, ma noi stessi non vorremo lavarli a nessuno dei nostri simili. Ecco che qui emerge chiaramente la differenza tra il nostro mondo e quello di Dio. Gesù per primo ne è consapevole tanto da legare l’essere con lui di Pietro  al fatto che egli gli lavi i piedi. Ci troviamo quindi di fronte ad un rito di iniziazione importante dove o si accetta ciò che il Maestro ci propone oppure non si può entrare nel suo regno. Quindi è il momento della decisione o si sta con lui o contro di lui. Il “mai” dichiarato di Pietro ora deve fare i conti con la determinazione del Maestro. Non si può fuggire e quella che sembrerebbe una trappola diventerà per Pietro la porta d’accesso a tutto il suo grande futuro. Il Maestro quindi si rivela come colui che aiuta a partorire il nuovo essere di Pietro. Chi ci ama quindi non può esentarsi dal metterci di fronte a delle scelte come del resto noi non possiamo per amore di pace o pigrizia essere indifferenti di fronte al fratello non mettendolo, al momento opportuno, di fronte alle sue responsabilità.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, quante volte per una falsa concezione del vivere in pace abbiamo evitato di dire al fratello la verità che serbavamo nel cuore. Ora sappiamo che se vogliamo avere parte con te non possiamo sottrarci alla correzione fraterna, né ad essere corretti noi stessi.

 

9 Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!».

 

Il Signore sicuramente avrà sorriso dentro di sé di fronte a queste parole perché Pietro non aveva ancora raggiunto, in questo momento della sua vita, quella dose di  saggezza per capire qual è la vera posta in gioco. Egli si fa portare dalle sue passioni e dalla generosità del suo carattere e quindi se prima per deferenza aveva detto che non avrebbe mai permesso al Maestro di lavargli i piedi adesso passa all’atteggiamento opposto. Notiamo quindi in lui una buona dose di opportunismo che può allignare solo dove si naviga a vista senza avere al proprio interno degli stabili punti di riferimento. E che il suo riferirsi a Gesù fosse opportunista lo toccheremo con mano nel momento del suo tradimento. Certo Pietro amava il Signore ma di un amore che doveva ancora essere messo alla prova. Se poi egli, dopo il tradimento, si è pentito vuol dire che un po’ di amore genuino c’era anche prima. Gesù durante i tre anni della vita pubblica era riuscito, nonostante tutto, a mettere nel cuore di Pietro un seme che l’apostolo ha subito provveduto a schermare  con un guscio duro, ma quando nella prova è arrivato il fuoco il guscio è stato divorato dalle fiamme ed il seme è rimasto libero di mettere radici per diventare una grande e robusta pianta. Così succede nella nostra vita. Quante prove, quanti tradimenti per capire poi che non dovevamo andare molto lontano per cambiare, ma bastava prendere coscienza del meraviglioso seme che avevamo a disposizione dentro di nioi. Abbiamo sempre bisogno di proiettare davanti a noi scenari  assurdi e fantasie fuori da ogni realtà per affermare il nostro nome e le nostre grandi capacità vere o presunte che siano. Gesù invece ci chiama alla purificazione ed al servizio  presentandosi come l’unico che può liberarci dai nostri mali.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, noi comunque vorremo sempre rivolgerci a te con l’ardore del tuo Pietro perché ci scopriamo sempre carenti di spirito e lamentosi. Fa  che il nostro amore verso di te sia sempre saldo, generoso e soprattutto fiducioso.

 

10 Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti».

 

Quando Gesù dice :” voi siete mondi” è perché con Pietro aveva terminato di lavare i piedi a tutti discepoli. Quindi Gesù seguendo lo stesso tipo di logica che l’aveva visto affermare: “ chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti” lava prima i piedi degli altri discepoli e poi per ultimi quelli di Pietro loro capo. Così il Maestro introduceva nella viva realtà della vita dei discepoli il principio che occorre onorare per primi coloro che non hanno alcun potere riconosciuto. Ora egli può dichiarare che i discepoli sono mondi, ma non tutti. Gesù comincia qui il suo percorso di avvicinamento a Giuda perché il sottinteso della frase era: “non tutti sono mondi, ma lo potete diventare”. Quando scegliamo di compiere il male ciò non avviene d’improvviso quasi che nel processo di formazione della nostra volontà di commetterlo non ci sia stato qualcosa o qualcuno che ci abbia avvertito. Staccarci dal fondamento, e cioè dal nostro legame con il Padre, non è come prendere una tazzina di caffè, ma qualcosa che avviene attraverso traumi e segnali che ci manifestano il pericolo. I segnali possono essere richiami espliciti oppure attraverso un movimento di parole in cui si fa sapere all’altro che si conosce la sua situazione, ma che nello stesso tempo si rispetta la sua libertà. Giuda infatti era lontano dal credere che Gesù conoscesse i suoi pensieri ed ora comincia a sentirsi nudo di fronte a lui. Anche a noi capita di avvolgerci in una cortina fumogena per nascondere le nostre vere intenzioni, ma ci sono momenti in cui il Signore ci fa sentire nudi intanto che l’impeto del suo amore forza le nostre barriere ma solo per illuminare l’abisso in cui potremmo precipitare.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, grazie per tutti i segnali che ci dai, grazie per gli amici che ci metti vicini e grazie anche quando ci succede qualcosa di doloroso perché nell’intensità di quel dolore sappiamo esservi l’intensità del tuo forte amore che ci vuole salvi ad ogni costo.

 

11Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».

 

Questo “sapeva” può riferirsi al suo essere divino a cui nulla sfuggiva, e sicuramente sarà così perché la persona di Gesù non era scissa, ma in questo momento mi piace interpretarlo come un “sapeva” umano di una persona che ama. Ora l’amore quando si esprime verso un’altra persona che gli ha corrisposto in qualche modo diventa conoscenza dell’altro. Non può esistere un vero amore che non sia una finestra aperta uno nei riguardi dell’altro. Dove vi è amore vi è apertura e dove è inesistente c’è chiusura. Ciò vuol dire che se uno dei due continua ad amare non può non percepire che l’altro a poco a poco si sottrae all’amore chiudendo una dopo l’altra le porte di accesso al suo cuore. Quando avvengono le infedeltà coniugali e chi è lasciato si meraviglia grandemente di ciò che è successo si può star certi che già da tempo non aveva accesso al cuore dell’altro avendo egli stesso chiuso il suo. Nulla però può sfuggire a chi ama veramente come non poteva sfuggire a Gesù, l’amante per eccellenza, che il suo Giuda era più sensibile a voci diverse della sua. Notare la delicatezza di Gesù nel non accusare direttamente il suo discepolo. Dal momento che egli è venuto a salvare e non a condannare ogni occasione è buona per mettere sull’avviso e favorire il ritorno libero della pecorella smarrita. L’aperta condanna è l’ultima cosa che Gesù vuole perché sa che  quando l’uomo subisce una condanna riceve un colpo contrario alla sua natura e quindi egli procede con attenzione, verità e dolcezza. Verrà anche il momento duro della denuncia ma anche quel momento sarà colorato della sua divina premura.Sarebbe utile che ciascuno facesse un esame di coscienza su come nella sua vita ha denunciato il fratello che sbaglia. Certamente avremo tanto da imparare dal nostro fratello Gesù.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore vorremmo veramente somigliarti, ma il nostro carattere ci prende la mano ed anche mettendoci tutte le buone intenzioni spesso non riusciamo a raggiungere il cuore del fratello. Certo lui può decidere indipendentemente da noi come ha fatto il tuo Giuda, ma concedici la grazia che quelli che incontriamo nella nostra vita non si perdano e se ciò, per loro disgrazia avvenisse, che non sia  per la nostra partecipazione.

 

 

 

12 Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto?

 

Il “riprese le vesti” è simmetrico all’iniziale “depose le vesti” ed attira la nostra attenzione proprio su questo spogliarsi e rivestirsi. Cosa ci vuole dire la parola di Dio con questa insistenza su un elemento che sembrerebbe non dirci nulla di particolare? Se cerchiamo di coglierne, per quanto è possibile, il senso spirituale allora vediamo che non si può andare verso i fratelli per servirli se non ci si spoglia dei propri abiti mentali. Solo andando verso di loro con un cuore leggero è possibile avvicinarli e servirli veramente. Non basta quindi andare, ma occorre che tutto quello che è un di più sia messo da parte e non perché non sia utile e quindi dovessimo liberarcene, ma solo perchè una ricchezza ostentata, materiale o intellettuale che sia, non ci permette d’essere in sintonia con gli altri. Lo svestirsi di Gesù oltre all’essere un atto concreto è un gesto simbolico che ci dice con quale modalità dobbiamo avvicinare il nostro prossimo. La svestizione/vestizione allora diventa l’unico modo per accostarsi agli altri opposto a coloro che il venerdì santo svestirono e vestirono il Signore con mano pesante. Gesù non lava i piedi ai discepoli all’inizio della sua vita pubblica ma solo alla fine quando  erano maggiormente consapevoli di chi era veramente l’uomo con cui avevano condiviso gli ultimi tre anni della loro vita. I discepoli erano perfettamente consapevoli dell’eccezionalità del gesto fatto dal Maestro ma ne avrebbero capito la profondità se lo stesso Maestro non glielo avesse spiegato. A volte capita anche a noi di fare qualche gesto fuori dal normale, ma non perché esso sia particolare, ma solo perché lo carichiamo di un significato particolare. E l’intensità che vi sta dentro non può essere percepita dagli altri se non siamo noi stessi a dirgliela. Spesso, volendo essere capiti al volo, accusiamo di durezza il prossimo ma questo è un atteggiamento fondato sulla pretesa d’essere trasparenti e quindi facilmente leggibili da parte degli altri, ma purtroppo o per fortuna la realtà è diversa. Occorre quindi che manifestiamo il nostro vero intendimento soprattutto se vogliamo che gli altri partecipino e rispondano a ciò che noi proponiamo. Con la sua domanda Gesù vuole comunicare ai suoi discepoli il senso profondo del suo agire. Per essere come lui non possiamo somigliare ai maestrini che ogni momento ci tormentano con le loro spiegazioni, ma dobbiamo cercare il momento opportuno e soprattutto non partire dalle spiegazioni, ma da momenti di vita donati agli altri come base per qualsiasi ulteriore riflessione.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, spesso carichi dei nostri vestiti, ascoltiamo più il nostro sentirci buoni che le parole del prossimo. Inviaci allora il tuo Spirito perché possiamo dimenticarci di noi stessi quando sul nostro orizzonte appare il volto del fratello.

 

13 "Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono"

 

La nostra società é fondata sul diritto d'autore. Chi ha il privilegio di diventare autore in qualsiasi campo dello scibile umano non solo ha in qualche modo realizzato se stesso, ma é premiato dalla società che gli permette di godere i benefici economici provenienti dalla sua creatività. E' difficile però trovare qualcuno che indichi i propri percorsi mentali con riferimento a nome e cognome di quelli che sono stati gli ispiratori della sua scoperta, ed é quasi impossibile trovare qualcuno che l’attribuisca ad altri considerandosi solo un nano sulle spalle di chi realmente aveva visto più in là. Più spesso si assiste invece a  guerre per attribuirsi il primato di una invenzione o l'idea di un prodotto. Anche nelle relazioni tra persone ci si sente investiti di un qualche orgoglio quando il nostro contributo é stato essenziale per capire o risolvere qualcosa. Qui Gesù indica la propria autorialità ma vedremo fra poco come la utilizzi non per pretendere dagli altri un tributo ma come segno d’autorevolezza per testimoniarci come i tesori che abbiamo dentro possiamo usarli a beneficio degli altri. Le parole di Gesù inoltre vogliono dare profondità al modo come i discepoli fino a quel momento l’avevano chiamato. Essi infatti utilizzavano quelle parole con lo spessore proprio del loro  tempo ma qui Gesù con il suo dire: “perché lo sono” rivendica una Signoria che non corrisponde al senso comune. Nella sua affermazione c’è una pienezza che stupisce e nello stesso tempo consola. Essa arriva anche a noi 2000 anni dopo con la stessa forza con cui l’ha pronunciata di fronte ai suoi discepoli. Soffermiamoci anche a considerare la sua dichiarazione  e cioè egli ci dice  non solo d’essere un Maestro inteso come contenitore di conoscenze, ma che ha accettato di esserlo per noi. Gesù quindi è Maestro e Signore ma potremmo chiederci perché ha voluto esserci Maestro? Che cosa gliene veniva in tasca? A questa domanda può rispondere solo la nostra personale riflessione. Se poi percepiamo che ha colpito in qualche modo il nostro cuore cerchiamo di capire se ci consideriamo suoi discepoli perché non v’è nessuno al mondo che possa sostituirlo nel suo essere per noi via, verità e vita oppure perché crediamo di trovarci di fronte ad una persona fuori dal comune, ma niente di più.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, tutte le scritture di questa terra non hanno niente che possa essere paragonato alla forza e alla bellezza della tua persona. Se volessimo veramente essere sinceri bisognerebbe innamorasi di te non per fede, ma solo per  contemplazione della tua vita. Basterebbe.

 

14 Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri.

 

Noi siamo come un disco: riproponiamo quello che la nostra storia personale e noi stessi vi abbiamo scritto sopra. Alcune incisioni sono stonate e noi le suoniamo sempre fino a quando qualcuno non ci aiuta a fare una nuova incisione. Il nostro supporto, a differenza dei dischi che non si possono registrare di nuovo, permettono altre registrazioni, ma é anche vero che alcune volte siamo così duri da reagire violentemente contro chi ci propone di cambiare. Se però vediamo che qualcuno fa e non solo parla ecco che diventiamo più morbidi. Ma non basta ancora. Abbiamo bisogno di capire che chi ci propone qualcosa abbia l'autorità e il fascino per farlo. Se troviamo una tal persona allora é possibile una nuova registrazione. Siamo disponibili ad un nuovo impriting. E si può star certi che tutto avverrà al momento giusto, e l'incisione sarà così profonda che cambierà tutta  la nostra vita. Gesù è proprio la persona giusta, per chi vuole esporsi al suo amore, per dare questo nuovo impriting. Con le sue parole egli non solo ci fornisce la chiave per rapportarci al nostro prossimo nel modo migliore, ma fonda il vero concetto di democrazia diverso da quello che va per la maggiore dove la dichiarazione di eguaglianza presta il  fianco ad ogni sorta di competizione. Per il Maestro stare assieme significa assumere l’ottica del servizio senza il quale non si può entrare nel suo regno. Ed allora la differenza tra il regno di Dio e la democrazia sta nel fatto che in quest’ultima c’è spazio per il bene ( e quindi i lati buoni del concetto di eguaglianza che tradotto in termini religiosi significa che siamo tutti figli di Dio) ma anche per ogni sorta di egoismo rivestito dal paludamento della legge, mentre nel regno di Dio c’è spazio solo per il bene e questo si ottiene donando se stessi in offerta di amore agli altri.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, quando potremo arrivare nel tuo regno di pace? E sentiamo che tu già ci rispondi dicendoci le stesse parole che hai detto ai tuoi discepoli: “solo se vi laverete i piedi l’un l’altro”.

 

 

 

15 Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.

 

Noi veniamo al mondo e siamo serviti dai genitori. Essi ci aiutano a crescere e possono dire di essere riusciti nel loro intento solo se i figli, una volta grandi, si assumono la responsabilità di far crescere i loro simili. Siamo però tutti quanti esposti ad una continua regressione e cioè al ritorno a quella beata condizione in cui eravamo da piccoli. E quando entriamo nella spirale dell’essere serviti ecco che progettiamo tutta la nostra vita per continuare ad essere beatamente serviti. Ora il Maestro ci avverte che nessuna crescita è possibile se non trascendiamo noi stessi e ci disponiamo verso un servizio attivo del fratello. L’esempio scelto da Gesù non riguarda la nostra sfera intellettiva se non nella comprensione del suo significato, ma qualcosa che riguarda i corpi e cioè una performance che ci vede attori visibili ed in contatto con i fratelli. Gesù ha scelto questo modalità di servizio per il suo carattere esemplare. Non basta infatti interessarsi ai fratelli solo con le nostre capacità intellettuali, ma esse nel loro non disprezzabile contributo devono sapere di fisicità, di contatto, di vicinanza. Senza questo sforzo continuo di adeguamento alla diversità degli altri rischiamo di dare, ma come i primi della classe. Ora ai primi della classe viene invidiata quella loro naturale capacità di esserlo senza sforzo apparente, mentre non suscita invidia, ma anzi ammirazione chi vuole essere il primo nel servizio dei fratelli. Gesù, come Madre Teresa, suscita in noi il desiderio di emularlo perché riconosciamo che il motivo che l’ ha spinto a servire è quello di offrirci la chiave d’oro che ci permette di entrare nel regno di Dio. Da buon Maestro egli ora deve tirare le fila del suo insegnamento e vedere se i discepoli hanno capito bene il senso del suo servire. Ad una settimana dalla sua passione e morte  la lavanda dei piedi costituisce un momento di estrema importanza perché senza la comprensione di questo suo gesto si sarebbe costituito un gruppo di persone che, pur richiamandosi al suo insegnamento, ne avrebbe preso solo la parte dottrinaria.  Dagli atti degli apostoli sappiamo che il loro servizio ai fratelli non è si arretrato neppure di fronte alla morte.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, abbiamo continuamente bisogno di richiami e di stimoli per onorare al meglio il nostro essere figli del Padre. Anche le spine vanno bene per toglierci dai nostri falsi egoismi ed avviarci verso un sincero servizio al fratello che soffre.

 

16 In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato.

 

Tutti abbiamo passato interi periodi della nostra vita inconsapevoli di qualcosa d’importante che poi abbiamo appreso grazie ad un amico o ad un incontro con qualcuno che ci ha aperto una porta. Anche oggi dipendiamo da queste occasioni e quando le troviamo  tocchiamo con mano come non avremmo mai conosciuto una zona dell’essere se non grazie a questi apporti completamente al di fuori da ogni nostro potere. Insomma veniamo sempre fecondati e generati da altri avendo noi solo il compito accogliere i semi che apparentemente il caso fa cadere sul nostro  terreno.  E quando il nuovo arriva ce ne accorgiamo perché rappresenta uno scarto rispetto a ciò che noi siamo ed al punto in cui siamo arrivati. Alcuni poi di questi semi hanno nel loro cuore una vita tanto imponente che la similitudine del seme e del terreno non è più buona per spiegarcene la realtà e dobbiamo arrivare alla conclusione che  l’essere umano non è sempre mosso da processi di causa ed effetto, ma pure da gratuità.  Arrivare a ciò non è facile perché spesso quando riceviamo qualcosa di gratuito continuiamo a dirci: “ perché proprio a me?”. Vorremmo in questo modo diminuire l’atto gratuito collegandolo a qualcosa che dentro di noi ha causato il dono che ci è arrivato. Tuttavia se siamo onesti ed il nostro cuore è sgombero da pregiudizi allora non possiamo far a meno di riconoscere all’altro che il suo dono non aveva secondi fini. Se poi questo dono è fuori da ogni normale scambio allora può nascere qualcosa che ci lega in modo profondo, ed alcune volte per la vita, al donatore. Inoltre se ciò che abbiamo  ricevuto e condiviso  è una visione radicalmente diversa della vita e si è riconosciuto che essa non ci sarebbe mai arrivata se non ci fosse stata rivelata allora quella persona può diventare per noi un maestro da seguire. Ora non può essere che, dopo aver fatto questo cammino, noi ci mettiamo al posto di chi ci ha indicato la via credendo di saperne di più ed addirittura, quando ne parliamo ad altri, credendo di essergli superiori. Gesù dice ai suoi discepoli che su questo insegnamento del servizio dei fratelli noi non potremo mai saperne più di lui tanto da modificarlo o abolirlo. Senza il servizio noi non potremo entrare mai nel suo regno. La solennità di questo momento è grande perché ne va dell’assetto delle relazioni tra i componenti della sua comunità presente e di quella futura. Per capire quindi il grado di somiglianza con il Maestro in una comunità basta notare se i suoi membri si servono a vicenda e se lo fanno poco allora vuole dire che di Spirito ce n’è poco ed essa è presa da processi interni poco chiari.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, ci hai voluto sottolineare con molta forza il precetto del servizio vicendevole e se lo hai fatto è perché ci conosci bene e sai quanto noi, a tal riguardo,  ci permettiamo d’essere smemorati. Da quando però la nostra debole carne ha incontrato la tua allora sappiamo che possiamo essere diversi ed aspirare alla gloria del servizio come tu ce lo hai insegnato.

 

17 Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica.

 

Il vero significato della conoscenza sta quindi nell’averla cercata ed, una volta trovata, nel metterla in pratica. Vi sono quindi due movimenti indipendenti uno dall’altro ma intrinsecamente convergenti. Anzitutto quello del Maestro che vuole comunicarci i suoi insegnamenti e poi il nostro quando siamo alla ricerca della verità. Noi viviamo di verità e la cerchiamo con tutto il nostro essere. Ed anche quando sbagliamo crediamo di stare nella verità. Quando innalzarono Gesù sulla croce egli disse :”Padre perdona loro che non sanno quello che fanno”. Ed allora come possiamo uscire da questa contraddizione in cui  pur dimorando nelle tenebre noi crediamo di essere nella luce? Rimanendo fermo che la verità non possiamo né comprarla, né meritarla facendo i bravi (il bene è qualcosa a cui si aderisce non in modo formale ma intimo) cosa ci può avvicinare ad essa? Anzitutto il fare il bene in tutte le forme possibili e comunemente accettate, poi, se si è veramente amanti della verità, il confronto della propria verità con quella degli altri evitando di arroccarsi in posizioni di eterno rifiuto. Quest’ultima condizione è la più difficile da osservare perché spesso abbiamo paura della verità. Crediamo che essa possa provocarci dolore. Sappiamo infatti cosa dovremmo fare ma facciamo finta di niente. La verità però opera lo stesso nella vita e quindi trova il suo modo di esprimersi e spesso quando arriva sulla scena per noi è troppo tardi. L’accesso alla verità va quindi conquistata con coraggio perché solo così le forze celesti, vista la nostra sincerità, si metteranno in moto per aiutarci. La beatitudine allora entrerà nella nostra vita non come beota palude di autocompiacenza, ma come viva consapevolezza di aver seguito l’insegnamento del Maestro ed averne ricevuto l’eredità. Il Signore quindi ci vuole beati. Il suo scopo non è quello di punirci con insegnamenti assurdi, ma quello di rispondere con pienezza a quella voglia di vita e di verità che ciascuno si porta dentro con forza.

 

La nostra vita e la Parola

                                  

Signore, sappiamo molte cose e di più vorremmo conoscerne tanto che ci perdiamo in un continuo e dispersivo vai e vieni. Il tuo piccolo, ma grande suggerimento su come uscire da questa follia conoscitiva ce lo hai indicato nel servizio dei fratelli ed allora che questa sia per noi la nostra vera università.

 

18 Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma si deve adempiere la Scrittura: Colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno.

 

Questo versetto sembra slegato dai precedenti ed è consistente in se stesso. Ha una sua apertura ed una sua chiusura e viene in un momento in cui Gesù ha fatto un gesto di grande intimità con i suoi discepoli. E è proprio in questo contesto che Gesù sente l’esigenza di separare il grano dalla pula manifestando l’intenzione di uno dei discepoli di tradirlo. Un approccio di tipo intellettualistico a questo episodio potrebbe portare a questa domanda: “ Possibile che Gesù conoscendo tutto si sia potuto conservare una serpe in seno così a lungo?”. Giuda era stato scelto da Gesù ma non possiamo pensare che egli lo avesse scelto in funzione del suo tradimento. Il Maestro ha scelto Giuda perché lo amava come amava tutti gli altri. Quando allora si riferisce alle scritture egli vuole indicare che egli sapeva che qualcuno l’avrebbe tradito ma non sapeva chi e solo nel corso degli avvenimenti egli ha potuto farsi una certezza di chi lo avrebbe tradito. Sicuramente egli avrà tentato,  a tu per tu e a più riprese, di  aiutarlo a recedere dai suoi passi falsi. Ora però è venuto il momento della denuncia davanti alla comunità ed anche questa mossa, come vedremo più avanti, è dettata solo da un grande dolore ed un grande amore per il traditore.  Egli quindi crede ancora alla possibilità di salvarlo. Anche a noi capita di tradire ed essere traditi. Tradiamo quando il nostro amore è solo di facciata, ma non resiste alle intemperie della vita. Amiamo sì ma fino ad un certo punto lasciando la presa quando le difficoltà sono troppe .  Questo tipo di tradimento è quello che ci capita più facilmente, è di tipo passivo e non comporta la consegna ad altri della persona che tradiamo. Ora è vero che noi non siamo onnipotenti e quindi quando gli spazi reali si chiudono non possiamo volontaristicamente pensare che essi siano ancora aperti, tuttavia possiamo tenere vicino al nostro cuore la persona senza abbandonarla al suo destino in attesa di tempi migliori.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, quando i nostri interessi sono toccati è allora che siamo tentati di tradire il fratello, ma sappiamo pure che anche questa è una prova per verificare dentro noi stessi la qualità del nostro amore.

 

19 Ve lo dico fin d'ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono.

 

Ci avviciniamo a grandi passi verso i momenti più crudi della vita del Maestro ed egli si sente in dovere di aiutare più che può i suoi discepoli a fare tesoro di ogni momento che passerà ancora con loro. Gesù si premura di fornire loro la chiave per accedere con più pienezza al mistero della sua persona una volta che tutto sarà compiuto. Ha appena annunciato che uno che divide il pane con lui lo tradirà, ma questa profezia, che i discepoli avranno modo nel futuro di vedere attuata, diventa per il Maestro  l’occasione di rivelare loro il suo vero volto. Quando infatti vedranno il Maestro tradito da un discepolo allora sarà per loro il momento buono di ricordarsi che il tradimento era stato previsto non da un uomo,ma da un uomo Dio. “Io sono” vuol dire che in lui il tempo sparisce e nello stesso tempo che quanto nel tempo procura turbolenza può essere vissuto in una dimensione altra e cioè quella di Dio. Qui Dio scioglie i legami del tempo e fa intravedere come tutto è compreso negli immutabili piani di Dio. L’ “io sono” è la personificazione della fedeltà contro la deriva del tradimento. Grazie a Gesù “Io sono” possiamo percorrere assieme a lui un cammino che porta con sicurezza alla luce  senza perderci nello scorato mare dei piccoli interessi umani nelle cui acque si trovano tutte le stazioni delle infedeltà e di tradimenti. L’ “ Io sono” è il porto sicuro che ci permette di sperare contro ogni speranza, come il nostro Salvatore ci sta insegnando in questo momento così cruciale e duro della sua vita. Svelandosi come  “Io sono” Gesù offre se stesso ai discepoli  in una prospettiva divina da cui guardare a tutto ciò che a breve succederà. Non è quindi una dichiarazione per farsi riconoscere come Dio venuto sulla terra in forma d’uomo ma per aiutarli in quest’ora buia. Essi quindi si ricorderanno che nel momento del pericolo il Maestro “Io sono” era e sarà sempre con loro anche se il suo modo di esserci deluderà i loro sogni di potenza mondana. Adesso la sua potenza divina si trasforma in apparente impotenza umana per sottoscrivere in altra maniera l’insegnamento fatto un momento prima con la lavanda dei piedi. E’ un percorso difficile da capire e  Gesù ne è cosciente e quindi non pretende che i discepoli capiscano immediatamente ma disloca nel futuro la comprensione di tutto ciò che in quel momento sta avvenendo.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, se avessimo qualche volta la percezione del tuo tempo senza tempo riusciremmo certamente a vivere ogni cosa in quell’armonia profonda dove anche il nostro male quotidiano trova la sua pace. Spirito di Dio scendi su di noi ed elevaci nel tuo “Io sono”!

 

20 In verità, in verità vi dico: Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

 

Gesù lega subito il suo “Io sono” a colui che lo ha mandato e cioè al Padre. Ed anche questo è un segno della profonda unità che esiste tra le due persone. Gesù non fa niente senza il Padre ma ci tiene a dirlo perché noi possiamo capire fino in fondo come anche noi stessi non possiamo navigare in questa esistenza senza avere il cuore ancorato al divino, e quindi al Padre che non si vede. Nel Maestro questa radice che lo lega al Padre viene fuori con grande naturalezza ed in un momento poi così particolare è un messaggio pregno di significato per tutti quelli che vorranno ripercorrere in questo mondo il suo modo di essere e di vivere. A capo quindi di tutto c’è il Padre che ci ha amati e spinto da questo amore ci ha inviato il Figlio ed il Figlio, fatto della stessa pasta del Padre, amando con lo stesso amore, e cioè con un amore senza incrinature, fedele e per sempre, anche lui vuole che si continui questa catena di amore inviando degli altri esseri umani che portino al mondo la testimonianza di un amore tanto puro da non essere mai visto così su questa terra. Nel Maestro quindi si congiunge il Cielo e la terra e quando lui non ci sarà più i discepoli continueranno a portare avanti questa congiunzione nonostante il peccato insidierà da vicino i loro passi. Gli apostoli accogliendo Gesù hanno accolto il Padre e cioè hanno cominciato, anche se debolmente per adesso,  a pensare in grande e non solo in termini  di interessi ma come se Gesù, iniziandoli al ballo cosmico, li avesse resi consapevoli di come la realtà visibile sia compenetrata da quella invisibile. Nel versetto il verbo”accoglie” viene ripetuto 4 volte per dire come il concetto di accoglienza sia importante per la realtà sulla quale il Maestro vuol gettare la sua luce. L’accogliere quindi diventa per noi una specie di attenzione magica che dobbiamo avere quando visitiamo il mondo in tutte le sue dimensioni. Certo da una parte aggrediamo ciò che ci sta davanti e cioè ‘andiamo incontro’, ma dall’altra in questo nostro muoverci, se vogliamo essere secondo Gesù, dobbiamo metterci in una condizione di servizio dove si precisa meglio il nostro accogliere. L’accoglienza riguarda quello che ci viene chiesto dalla vita come voce che ci giunge direttamente dal Padre, anche se, proprio per la nostra condizione di peccatori, dobbiamo applicare un certo discernimento aiutato, per la nostra natura decaduta, dai fratelli e dalla guida spirituale.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, questo universo è pieno di attraversamenti celestiali che ci portano continuamente il volere del tuo e nostro Padre, aiutaci con lo Spirito del tuo amore a divenirne consapevoli per poter essere in qualche modo all’altezza del tuo amore senza incrinature, fedele e per sempre.

 

21"Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: In verità in verità vi dico: uno di voi mi tradirà."

 

Quando qualcuno che ci era amico non lo é più, spesso, se ci pare di non averne colpa, cominciamo a guardarlo sotto un'altra luce. Rivisitiamo allora la storia vissuta assieme per scoprire modalità di scambio in cui uno dei due non  incontrava veramente l’altro. Se ci va bene scopriamo d'aver sbagliato anche noi in tantissime cose, diversamente l'altro é vissuto come colui che non ha voluto o potuto capire l'intensità della nostra amicizia. Nell'uno e nell'altro caso c'é del dolore, ma spesso questo dolore non porta a inventare occasioni per rilanciare di nuovo questa amicizia. Dall'amicizia si vuole parità di sentimento e di dedizione: quando tutto ciò entra in crisi, si é poco attrezzati per veri rilanci. Un innamorato lo sappiamo non si ferma di fronte a niente, le tenta tutte: ma per l'amicizia, soprattutto quando ci sentiamo traditi, ciò accade raramente. Perché? Forse, in un mondo così distratto e veloce, alle amicizie non si dà il tempo di radicarsi profondamente. Per le amicizie non si usa la parola 'eterno', come per l'amore, ed allora le amicizie possono cambiare a seconda dell'età e dell'interesse del momento. Se pensando a noi stessi ci vediamo essenzialmente soli e non come irradiati verso gli amici, dovremmo rivedere la nostra vita.

Gesù si commuove e questo suo sentimento ci dice tutto sul suo modo di vivere l'amicizia: fino all'ultimo infatti il Maestro, come vedremo, rimane amico di Giuda porgendogli l'occasione di ritornare indietro dalla sua follia.

Nel fare la sua denuncia così dolorosa Gesù non può fare a meno di provare dentro di sé come una specie di terremoto emotivo. Percepiva nella sua sensibilissima natura il dolore d’essere abbandonato da una persona , Giuda, che aveva scelto ed amato perché avesse parte del suo regno di luce e di amore. Ora vedeva che le tenebre cominciavano ad avvolgere la sua pecorella ed essa avrebbe perso la strada tanto che non avrebbe più potuto apparire davanti a lui con quel volto di candore che un giorno gli aveva letto dentro. La tragedia che in questo momento sta vivendo Gesù è immensa perché se Giuda non accetta le sue premure, che di per sé non finirebbero mai, non potrà più riportare al Padre questo suo fratello diletto. Per Gesù c’è ancora spazio e i suoi ultimi gesti verso di lui ci racconteranno  ancora di come egli abbia lottato fino all’ultimo in favore del suo apostolo.

 

Annunzio de tradimento di Giuda

 

21" ...e dichiarò:" In verità in verità vi dico: uno di voi mi tradirà."

                               

Spesso non riusciamo a contenere ciò che di negativo abbiamo vissuto con il nostro prossimo ed abbiamo bisogno di parlarne ad altri. La comunicazione ci libera di un fardello nello stesso momento che chiede a chi ci ascolta giustizia e comprensione per quello che abbiamo patito.

Dividere con qualcun altro la pena ci aiuta a superare il momento di difficoltà. Tuttavia  non sempre é opportuno confidarsi perché, pur non volendolo, si rischia di creare anche nell'altro un atteggiamento negativo ed in fondo non motivato verso la persona oggetto del nostro malcontento. Ci sono cose che devono rimanere nel segreto, perché il segreto sarà quello che forse ci aiuterà a trovare il modo di recuperare il rapporto. Il non dire ad altri é già un atto di pace verso il prossimo che ci ha creato dei problemi e che comunque si accorge se noi abbiamo parlato male di lui. Dare all'altro tante possibilità quante ne daremmo a noi significa lottare con lui per la pace.

Quando però non si può più mantenere il segreto allora anche la denuncia serve come ulteriore aiuto che si dà all'altro per farlo uscire dal suo torpore. Tutto ciò vale quando ad essere colpiti siamo solo noi, ma le cose cambiano quando sono in gioco interessi collettivi e quando il tacere non fa crescere la consapevolezza collettiva di un bene da difendere assieme. Purtroppo molte volte è difficile saper discernere quando il silenzio crea possibilità di recupero o diventa complicità. Gesù invece è un perfetto tempista e decide solo ora di non poter più tacere perché Giuda sta per passare dal piano mentale a quello operativo. Prima ha cercato nel segreto del suo rapporto intimo con il discepolo di dissuaderlo, ora deve agire ed in questa prima fase vuole vedere che reazione ha Giuda davanti a questa sua denuncia. Quando i segreti sono svelati ed ancora, come in questo momento, è segreta l’identità di chi si appresta a fare il male, allora l’essere stati scoperti può indurre la persona a retrocedere dal suo intento. Gesù quindi tenta questa sua carta e vedremo appresso come mai Giuda non coglie questa opportunità.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, in ogni momento della nostra vita tu ci offri delle opportunità per amarti di più, ma facciamo come i bambini che si distraggono ed inseguono in modo accanito i piaceri dell’ultimo gioco che hanno tra le mani.

 

 

 22 I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse.

 

Spesso si vedono genitori che di fronte agli efferati delitti dei propri figli

mostrano grande stupore e sconcerto. Tuttavia ciò che più colpisce é come abbiano sottovalutato alcuni tratti distruttivi della  personalità dei loro figli. Il figlio che conoscevano é completamente diverso da quello che poi si trovano davanti. Così passano la vita con i figli inseguendo i propri sogni, ma senza accorgersi dei loro sbandamenti e delle loro richieste di aiuto. Nello stesso modo i discepoli si guardano l’un l’altro completamente  ignari di chi potesse essere il traditore. Forse sapevano che Giuda rubava dalla cassa comune ma erano completamente lontani dal sospettare che potesse architettare una tale enormità. Giuda quindi era riuscito a trattenere dentro di sé ogni parola, ogni atteggiamento che potesse comprometterlo agli occhi degli altri. Gli apostoli sono sinceri nel loro non sapere chi avrebbe tradito il Signore, ma certamente non hanno saputo vigilare e soprattutto non sono stati attenti al contesto di riferimento del loro fratello Giuda. Egli ha potuto quindi tramare nel segreto senza che gli altri potessero avere un minimo dubbio su di lui. C’è anche un’altra interpretazione per spiegare questa meraviglia e cioè che la lotta in Giuda era così interiore che solo ora una delle due parti in lotta aveva pre il sopravvento. Se i discepoli però erano distratti non così il Signore che ha saputo leggere tutta l’evoluzione interiore dei pensieri di Giuda fino al momento in cui ormai aveva deciso cosa fare. Lo sguardo dei discepoli che si guardano l’un l’altro ci rimanda a quello di Gesù quando un momento prima aveva dichiarato che : “Uno di voi mi tradirà”. Chi guardava Gesù mentre diceva queste parole? La sua commozione profonda ci fa credere che non stesse guardando nessuno dei discepoli, ma fosse come ripiegato su se stesso come accade a ciascuno di noi quando ci commoviamo. Quando siamo commossi è come se diventassimo anche visivamente il perno del mondo tanto che gli altri si fermano e ci guardano mentre noi siamo proiettati a vivere nel nostro corpo sensazioni e sentimenti che in quel momento traducono completamente il nostro stato d’animo. Gesù quindi aveva gli occhi rivolti al suo interno mentre parlava e ciò anche per non dare alcun segno esteriore che potesse indirizzare gli occhi dei discepoli su Giuda. Grande è la delicatezza del Signore che non è interessato mai alla condanna, ma al perdono.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, la nostra vita è come uno spartito dove prima di ogni battuta tu inserisci il tuo perdono. Ti ringraziamo allora perché con il tuo perdono ci permetti  ancora di vivere nel tuo celeste regno.

 

23 Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù.

 

Non è un caso che Giovanni, con molta probabilità il discepolo che Gesù amava, si trovasse al suo fianco. Stare al fianco di un una persona  ha sempre significato, nella realtà e nella percezione comune, vicinanza ed intimità. I nemici, quelli leali, stanno di fronte mai a lato.  L’amore ha quindi una sua collocazione spaziale che è proprio quella laterale. Chi si pone di fronte spesso si mette nella condizione di opposizione delle fronti, mentre in una situazione ideale le fronti non devono circuitare loro stesse in un rapporto che rischia di escludere gli altri. La posizione laterale permette di rivolgere il proprio volto all’altro ma nello stesso tempo apre le due persone all’apporto della realtà che così non viene esclusa. Giovanni  si mette vicino a Gesù perché questa è la situazione ideale di chi ama. Chi ama si stringe all’amato perché vuole sentirne il corpo, le vibrazioni. Chi ama vuol prendersi cura dell’amato e quindi si mette nella posizione laterale che è quella più indicata per tutte quelle operazioni di cura di cui vuol farsi carico. E’ anche vero che il testo dice che Giovanni “si trovava” quasi intendesse dire che in questa occasione il discepolo si trovava al fianco, ma che in altre no. Tuttavia è anche corretto pensare che in una occasione così particolare il Maestro abbia voluto mettere vicino a sé quelli che più amava.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, se cambiassimo atteggiamento ed invece di metterci contro ci mettessimo al lato del fratello forse ci eviteremmo un mare di guai. Il tuo presepe  è un esempio meraviglioso  di questa modalità che tu vuoi trasportare nel nostro mondo.

 

24 Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Di', chi è colui a cui si riferisce?».

 

Non si può avere accesso al cuore di un uomo perché lo si é deciso. Avvicinarsi all'intimità si può solo se essa ci viene concessa per dono. Siamo esseri finiti e riusciamo ad avere rapporti di amicizia solo con pochissime persone. Ma se abbiamo avuto cura di farci tanti alleati, allora potremo conoscere molto di coloro che ci stanno  a cuore. Pietro si rivolge a Giovanni perchè sa di poter contare su di lui. Altre volte Pietro si era rivolto al Signore direttamente anzi una volta l’aveva anche sgridato, ma adesso le cose sono cambiate e Simone non è più così sicuro di poter avere un rapporto  diretto con il Maestro. Forse in questo suo cercare una via indiretta al Maestro si può leggere una perdita di limpidezza nel suo rapporto con Gesù. Ricordiamoci anche che Pietro fra qualche ora rinnegherà colui che l’aveva posto a capo dei suoi discepoli. Solo gli innocenti possono chiedere liberi da qualsiasi ombra di sottesa malizia perché hanno quel candore d’animo che permette loro di domandare con familiarità ed attesa di luce che non può non ricevere risposta. Dove sono infatti gli ardori del primo amore che  Pietro era solito manifestare  al suo Gesù? Non solo per Pietro ma per tutti arrivano questi strani momenti in cui non ci si stacca dalla guida, ma non la si ama più come una volta. E’ come se la si fosse digerita ma nella trasformazione l’avessimo ridotto a nostra immagine e somiglianza tanto che la sua parola non suscita più in noi l’iniziale fervore. Questo calo di spirito e di amore è grave perché non solo viene intaccato l’amore per la guida umana ma anche tutto ciò che ci potrebbe venire dal suo essere tramite del Maestro per eccellenza e cioè Cristo Signore. Nella relazione con il Maestro non solo cresce il discepolo, ma anche la guida che del Maestro è intermediario. Abbiamo quindi la responsabilità della crescita stessa della nostra guida che avviene anche grazie al nostro affidamento sincero. Abbiamo molto cammino da fare per capire fino in fondo come interagire con il nostro padre (o la nostra madre) spirituale, ma possiamo essere certi che questa è la via per entrare in un’intimità più vera con il Maestro. In un mondo di liberi pensatori tutto ciò è difficile da accettare, ma grazie all’incarnazione di Gesù ed al suo continuo riferimento al Padre anche per noi questa strada è aperta.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, fa che riusciamo, grazie al tuo esempio, ad avere un rapporto sempre più filiale e sincero con la nostra guida spirituale. Aiutaci a vincere le resistenze ed a consegnarti, tramite lui, tutta intera la nostra vita ormai lontani da quelle pesanti zone d’ombra che non ci permettevano di alzare lo  sguardo verso di te. 

 

25 Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?».

 

Quando Gesù aveva dichiarato che qualcuno l’avrebbe tradito si era commosso. Ciò vuol dire che anche la fisiologia del suo corpo era cambiata. Qualcosa nella sua voce e nel suo volto aveva tradito la commozione profonda che lo attraversava. Giovanni, come gli altri ha visto tutto ciò e per far sì che il Signore senta la sua vicinanza fisica reclina il busto e la testa sul petto del Maestro. E cosa avrà sentito di quel corpo e del suo cuore? Sicuramente almeno il battito che non sarà stato normale, ma alterato dalla profonda commozione che ancora lo scuoteva. E le sue parole Giovanni le ha dette mentre si reclinava quasi a cogliere contemporaneamente la sua risposta oppure si è prima accostato a quel petto per fargli sentire tutto il suo affetto e poi ha fatto la sua domanda? Il suo accostarsi a Gesù con questo gesto così intimo  ci fa capire e la gravità del tradimento, ma anche la solidità di un rapporto e di una confidenza che ci ridà, anche se in un momento così tragico, la stessa modalità tattile del Signore quando toccava la gente per guarirla. Le sue mani avevano toccato sempre gi uomini bisognosi ed ora il suo discepolo tocca lui con il suo corpo nel momento del bisogno e quando era necessario che qualcuno dei suoi gli fosse prossimo nel momento in cui avrebbe detto il nome del traditore. Giovanni tutt’uno con il Signore è l’icona perenne di quanti suoi discepoli vogliono consolarlo per ciò che di brutto avviene nel mondo e dei tradimenti che subisce da parte di coloro che avevano deciso di amarlo e poi si sono sottratti al suo amore. I cristiani non possono affrontare la storia a cuor leggero ma solo abbracciati al loro Signore e con qualcosa di dolente nel cuore perché non possono non partecipare alla sofferenza di Gesù che offre la sua salvezza e se la vede rifiutata. Giovanni chiede di sapere chi è il traditore e nella sua domanda c’è anche la curiosità per una storia che egli non ha saputo o potuto vedere. Il crescendo dell’attività miracolosa del Signore (resurrezione di Lazzaro) ed il suo accostarsi al centro della religiosità ebraica ( l’entrata trionfante a Gerusalemme) rendeva in effetti la situazione che stavano vivendo come fuori dalla “normalità” (se così la si può chiamare) degli anni precedenti. I discepoli percepivano che la situazione era matura per una svolta ma totalmente impreparati a che ciò avvenisse per mano di un traditore che venisse dalle loro file. Pensiamo a quando è successo anche a noi di scoprire come, mentre si vivevano delle situazioni nella normalità dei rapporti, qualcuno nello stesso momento viveva alle nostre spalle una storia diversa. E pensiamo anche a quelle occasioni in cui anche noi abbiamo creato una storia parallela con il nostro prossimo senza mai verificarla con lui anzi pubblicandola e gonfiandola quando se ne parlava con gli altri.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, dovremmo cucirci le labbra ma spesso non riusciamo a contenerci ed allora debordiamo dalla retta via. Aiutaci allora ad avere coraggio e prudenza per dare spazio di verità ai rapporti perché non stagnino in mefitiche paludi dove poi è estremamente doloroso uscirne.

 

 

27 E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: «Quello che devi fare fallo al più presto».

 

 

Giuda prese il boccone, non lo rifiutò e lo prese perché sapeva che Gesù non l’avrebbe tradito di fronte agli altri. Egli aveva capito che il Maestro lo lasciava libero di scegliere senza fare appello a niente che lo facesse sentire obbligato verso di lui. Mentre Gesù si consegna a Giuda, tramite il boccone intinto, i suoi occhi lo cercano. Cosa sarà passato in quello sguardo? Sicuramente la consapevolezza della sua diversa percezione della realtà. Uno sguardo che testimonia a Giuda  tutta la sua determinazione a percorrere un cammino diverso dal suo e cioè un cammino dove le idee non si impongono con la forza e dove l’unico modo per farle accettare è il servizio e l’amore. Uno sguardo pieno di coraggio, non di sfida, uno sguardo che fa intendere a Giuda che non tutto è perduto e che c’è sempre ed ancora tempo per tornare indietro.  E Giuda avrà guardato il Maestro? Forse no o forse sì. No perché come avrebbe potuto sostenere quello sguardo così intenso che l’avrebbe fatto ritornare in sé, oppure sì perché ormai era capace di dissimulare  o anche di sfidare il suo Maestro. Trarsi fuori da un gruppo di persone con le quali si è condivisa la vita per tre anni non è facile e se lo si fa è perché si è arrivati a delle conclusioni precise. Giuda non è un emotivo ma un calcolatore che sa quello che vuole ed ora  ha deciso di cambiare completamente l’orizzonte della sua vita. Può essere quindi che nel momento di ricevere da Gesù il boccone  l’abbia guardato come se nell’atto di rescindere la sorte della sua vita da Gesù e dagli altri, volesse significare d’esserne non solo capace ma anche promotore di un verbo diverso da quello del Maestro. Il boccone di salvezza però non accettato si trasforma in veleno. La contemporaneità tra l’assunzione del boccone e l’entrata di satana in Giuda ci fa capire che tutto si è giocato, come decisione finale, proprio in quel momento. E’ in quel momento supremo che le concezioni di vita dei due protagonisti vengono a contatto in modo preciso e dirimente. Nelle scelte della vita quindi c’è sempre una preparazione che in qualche modo ci incanala verso una decisione, ma dove siamo ancora in tempo a recedere dai nostri propositi,  ma poi c’è sempre un altro momento in cui si conclude, in cui si sta da una parte o dall’altra. Giuda aveva fatto la sua scelta e il Signore gli dice di fare presto quello che doveva fare. Il senso di queste sue parole stanno nel sapere che finchè il peccato non si commette non se ne può conoscere tutta la sua terribile realtà, ma proprio quando si commette è proprio allora che la salvezza è più vicina.

 

La nostra vita e la Parola

 

 Signore, quante volte ci hai riavvicinati a te grazie ai nostri peccati. Prima eravamo indifferenti o liberi di credere che tutto ci era permesso. Solo le conseguenze del peccato ci hanno avvicinato alla tua misericordia.

 

28 Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo;

 

Questo versetto è la dimostrazione del fatto che i discepoli, ad eccezione di Giovanni, non avevano capito che il traditore era Giuda. Gesù infatti aveva fatto di tutto per non rivelare il nome del traditore anche se aveva dato al suo discepolo diletto un’indicazione precisa. E questi deve aver colto nell’atteggiamento di Gesù la sua volontà di non rendere pubblico il nome. Eppure in condizioni di normalità, e cioè di situazioni simili che potremmo vivere noi umani, conoscere in anticipo il nome di un traditore vorrebbe dire sventare un attentato o salvarci da una situazione pericolosa. Qui però ci troviamo in una realtà diversa, ci troviamo all’interno della storia della salvezza dove tutto acquista la dimensione della lotta tra il mondo delle tenebre e quello della luce. E nel cuore di Giuda c’era ancora un po’ di luce ecco perché  Gesù non vuole essere lui a spegnere il lucignolo che ha ancora un po’ di vita. Nessuno dei discepoli capisce perché nessuno era addentro a ciò che passava tra il discepolo ed il Maestro in quest’ora suprema. I discepoli qui appaiono ingenui e completamente fuori dalla portata degli eventi. Questo passo del vangelo deve aiutarci a vivere il discepolato non in modo avulso dalla realtà ma tenendo conto del milieu dove il nostro stesso essere discepoli si inscrive. Spesso infatti si tagliano ponti che non devono essere tagliati o ci si separa in modo improvvido, per fare un esempio, dal sentirsi Chiesa in qualsiasi situazione in cui questa Chiesa storica ci si presenta. I movimenti ed i gruppi nella Chiesa sono importanti perché realizzano la vita del Cristo secondo vocazioni particolari, ma il riferimento di ogni cristiano è a Pietro ed ai suoi vescovi perché sono loro che ci forniscono la chiglia giusta per affrontare i tempi in cui. Tornando al nostro versetto notiamo che l’evangelista Giovanni, anche lui, pur intuendo che Giuda era il traditore non riesce a collegare le parole di Gesù al tradimento che il suo condiscepolo si apprestava  a consumare. Inoltre Giovanni ci confessa che nessuno aveva capito le parole di Gesù ed in questa confessione c’è l’amara consapevolezza di aver partecipato ad un evento importantissimo lasciandosene sfuggire il senso.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, quante volte ci capita di vivere avvenimenti senza capirne la portata. Ora perché non avvenga che per nostra complice sbadataggine si verifichino atrocità illuminaci con il tuo Santo Spirito perché spesso siamo nelle tenebre.

 

 

29 alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri.

 

Oggi noi abbiamo tantissime conoscenze e di altre, infinite e caduche, veniamo continuamente informati. Una volta invece la vita del villaggio era contrassegnata da pochi eventi, in compenso tutto ciò che abitava la terra, l'aria e le case era conosciuto profondamente tanto da annoiare, ora invece c'é la possibilità di conoscere tutto e si fanno tante scorpacciate di notizie da avere la nausea ed arrivare all'insensibilità. Ma nell'una e nell'altra situazione se non si sta in cosciente presenza di fronte all'Infinito o si danno interpretazioni di poca importanza ad eventi vitali o al contrario si prendono lucciole per lanterne.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, per non fare fatica ci adagiamo al senso comune senza verificare di persona come vanno le cose. Poi succede che la vita ci mette davanti a degli esiti che non avremmo mai immaginato ed ecco che prendiamo improvvisamente coscienza che noi in quelle occasioni, dove si decideva tutto, non c’eravamo per negligenza. Il tuo Santo Spirito supplisca alla nostra debolezza e ci dia la forza di vivere il più possibile nella verità.

 

30 Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte.

 

Simulare d’essere innocente quando invece si è traditori significa avere una grande capacità mimica di apparire per ciò che non si è. Giuda poteva rifiutare il boccone offertagli da Gesù ma gli sarebbe stato chiesto il motivo del rifiuto cosa che egli voleva assolutamente evitare. Egli percepisce che il suo Maestro sa tutto su di lui ma può essere che egli interpreti quel :”Quello che devi fare fallo presto”, come una specie di complicità di Gesù all’azione che stava per compiere. Giuda era uno zelota a cui stava  a cuore, come a tutti gli zelati, la cacciata dei romani dalla terra di Israele e stando con Gesù aveva potuto valutare tutto il suo fascino e la sua potenza. Si può quindi fare l’ipotesi che Giuda avesse individuato in Gesù il Messia che doveva venire a liberare il popolo dalla schiavitù. La sua idea di messia era quella di tutti e cioè di  un guerriero come tanti ce ne erano stati nella storia di Israele, La sua idea potrebbe quindi essere quella di tradirlo, ma nello stesso tempo di approfittare della cattura di Gesù per spingerlo ad una reazione che facesse scoccare la scintilla della rivolta. Questa potrebbe essere una possibile spiegazione dell’atteggiamento tenuto da Giuda che va incontro alla nostra voglia di capire, ma che non si può desumere dal testo. Sappiamo  pure dagli altri discepoli  che egli rubava dalla cassa comune e quindi per estensione, visto che per il tradimento prese del denaro, possiamo immaginare che l’abbia fatto per soldi, ma anche questa interpretazione rimane debole se si pensa che Gesù aveva promesso ai suoi discepoli il centuplo in questa vita.  Il tradimento di una persona da parte di un’altra, soprattutto quando c’è stata comunanza di vita,  si inscrive in una sfera così intima che solo i protagonisti ce ne potrebbero raccontare la storia vera. Uscito Giuda l’evangelista scrive che era notte.’ Notte’ significa mancanza di luce e Giuda in quella notte si sta perdendo perché attirato da luce apparenti, ma non vere. La luce che illumina il cuore è rimasta nel cenacolo anche se un boccone di quella luce è entrata in Giuda nonostante la sua ostinata determinazione a portare a termine il suo tradimento. Quando il suo misfatto sarà consumato quel boccone darà i suoi frutti nel pentimento.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, con te vicino possiamo vedere illuminate tutte le stanze del nostro palazzo interiore, mentre se ce ne stiamo lontani siamo solo preda delle passioni e dello spirito del tempo. Essendo tu solo la Via la Verità e la Vita ti chiediamo di tenerci stretti perché solo così potremo vivere.

 

L’addio

 

31 Quand'egli fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui.

 

Nel caso di Gesù non ci troviamo solo di fronte al caso di un  giusto che é  tradito dall'amico amato, ma in quello del giusto che conosce nome e cognome del suo traditore e pur sapendolo non lo uccide come si usa nel mondo. Al contrario usa con lui delicatezza ed amore, quasi a stampare loro nel cuore un ricordo che, forse all'ultimo momento lo salverà. Un uomo simile é degno di esultanza. Ma da chi è stato glorificato il Figlio dell’uomo? Credo che sia stato glorificato dallo stesso svolgersi degli eventi. In questo immane duello dove la Luce contrappone se stessa alle tenebre e dove tutte le trappole erano state messe da Satana per far cadere in contraddizione chi, avendo proclamato al popolo d’Israele un regno d’amore, poi vi contraddiceva nel momento in cui avesse accettato di vendicarsi di Giuda. Ciò non avviene  e Gesù stesso è pervaso da una cascata di gloria che è l’anticipazione di quella della resurrezione. Ora il campo  è libero da qualsiasi interferenza ad opera di satana ed il suo cuore può sciogliersi come mai prima di questo momento. Egli si trova con i suoi discepoli più fedeli ed anche se tra poco anch’essi si allontaneranno da lui egli computa ciò solo a debolezza e non a calcolo. Può quindi aprirsi sapendo che dopo il primo momento di sbando, e grazie alla sua presenza risorta, riprenderanno coraggio e porteranno il suo messaggio fino ai confini del mondo. E’ quindi  questo un momento di giubilo dove non può mancare, perché c’è sempre stato, Dio Padre che riceve gloria nel Figlio. E da chi riceve gloria? La riceve da tutti coloro che nello spazio-tempo contempleranno questa scena nonché da tutto il creato visibile ed invisibile.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, davanti a te glorioso ti benediciamo e tramite te diamo gloria anche a Dio che ha voluto la salvezza di tutti gli uomini.

 

 

32 Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.

 

 

Questa affermazione di Gesù pone all’uomo un serio interrogativo riguardo alle sue azioni. E cioè a chi danno gloria le molteplici azioni in cui egli diffonde se stesso? Dalla mattina alla sera noi uomini portiamo avanti tantissime attività, ma è bene chiederci per chi e per che cosa le svolgiamo, per chi e per che cosa lottiamo e ci affanniamo. E’ l’eterna questione del senso che si pone ogni qualvolta si ha la possibilità di fermarsi e pensare. E ci si può fermare in vari modi ammalandosi, ad es, o ingolfando a dismisura il proprio spirito tanto da farlo cadere nella disperazione più nera. Non che prima del fermarsi l’uomo, nelle pieghe inconsce del suo essere, non abbia le sue motivazioni per agire. Le ha sempre. Tuttavia ad un certo punto si pone il problema della verità delle sue motivazioni. E la verità  va a braccetto con la luce e quindi con la contemplazione chiara di ciò che si sta facendo al mondo o del motivo per cui agiamo in un modo piuttosto che in un altro. Da questo agire motivato però noi vogliamo la prova del nostro essere nella verità. E questo sembra un modo di procedere. Tuttavia può succedere che la motivazione per cui ci muoviamo si sposino con l’essere nella verità prima di avere i riscontri della giustezza dei nostri pensieri. Allora il nostro intervento diventa ideologico e manipolativo della stessa realtà. Si parte per stare nella verità e poi ci si ritrova avendo in mano solo la nostra striminzita verità. Alla fine del percorso ci troviamo non solo senza gloria, ma svuotati nel nostro stesso essere. La gloria è il constatare sulla propria pelle che il bene che abbiamo cercato nella vita per noi e per gli altri ci ritorna in modo gratuito o dai nostri immediati interlocutori o da altre istanze spirituali nascoste. Gesù viene investito direttamente dalla gloria a motivo del suo fare la verità e nello stesso tempo permanerci come un milieu da cui non si è mai mosso nonostante tutte le difficoltà e i pericoli in cui viveva. La gloria quindi gli arriva dopo il suo aver scelto e fatto il bene, non prima. Non gli arriva solo perché le sue motivazioni erano buone, ma solo perché nel riscontro della vita quelle buone motivazioni erano diventate fuoco che mai si spegne di un bene che durerà per l’eternità. E Dio che è l’istanza suprema di ogni buon divenire investe di gloria il Figlio. E per  capire questo tipo di gloria pensiamo ai nostri momenti di gloria quando tutte le cellule del nostro corpo sono state carezzate dalla gioia. Qualcosa di simile avviene in  Gesù che  in questo momento particolare si sente accarezzato dal Padre in tutte le pieghe del suo corpo ricevendo così un anticipo di resurrezione prima della sua passione e morte. Inoltre come nei momenti di gloria il nostro spirito esonda all’esterno in un chiarore che può abbacinare gli altri, così, in una misura che non sappiamo descrivere con i nostri aggettivi,  Gesù in questo momento è inondato dalla luce di gloria del Padre ed è pronto a far emergere i suoi nascosti tesori. Dimostrazione di ciò sono le parole che da questo momento in poi rivolgerà ai suoi discepoli.

Gesù è stato glorificato e sarà glorificato da Dio: il futuro sta ad indicare che le prove non sono finite e che il perseverare di Gesù nella stessa modalità di risposta farà ancora cadere su di lui la gloria di Dio.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, noi cerchiamo sempre delle egoistiche scorciatoie per ricevere gloria dai nostri simili, ma tu ci dai testimonianza che solo il servizio e l’amore per i fratelli possono aprirci le porte della vera gloria.

 

33 Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire.

 

Grazie alla salvezza portataci da Gesù noi ci consideriamo suoi fratelli perché abbiamo in Dio un medesimo Padre, ma qui Gesù chiama i suoi discepoli ‘figlioli’ non ‘fratelli’ quasi che in questo momento prevalesse in lui l’atto generativo. Nel Maestro, Figlio di Dio, affiora la sua unione con il Padre ed in quest’unità il Padre ed il Figlio assieme possono dire ‘figlioli’. Oltre che in questo passo Gesù usa questa parola altre due volte nel vangelo: in Marco (10,24)  quando è rattristato dal giovane ricco :«Figlioli, com'è difficile entrare nel regno di Dio!” e dopo la resurrezione in  Giovanni (21,5) :«Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Egli quindi utilizza questa modalità di appellarsi ai discepoli quando vuole stabilire un contatto più ravvicinato. Ed egli vuole avvicinare proprio il suo cuore ai discepoli per comunicare loro delle cose importanti. L’atmosfera a tavola  doveva essere raccolta ed intensa grazie a Gesù che stava alzando il livello della comunicazione come per incidere con il fuoco le sue parole nell’animo dei discepoli. Il Maestro sente che il vento si sta alzando e che tra breve diventerà furioso e lo staccherà da quanti fino a quel momento costituivano la sua famiglia su questa terra e non può permettere che questo avvenga senza una preparazione. Gesù-Dio non può essere sorpreso da niente e quindi nessuno può toglierlo ai suoi senza che egli li abbia preparati. Ciò ci riempie di consolazione perché così sappiamo che, nel caso qualcuno volesse rubarci la vita, non lo potrà fare senza  che il Signore nostro Dio ci abbia preparati. Se la nostra vita sarà unita alla sua  allora sapremo quando sta per arrivare il momento ed avremo tempo per prepararci e fare il nostro testamento. Gesù quindi comincia ad avvertire i suoi del prossimo distacco, ma la cosa più importante è che non  dice che morirà, ma solo che cambierà il luogo della sua presenza. Anche queste parole sono formidabili se rapportate a quanto potremmo dire noi piccoli uomini in un’occasione simile. Noi infatti avremmo cominciato a stabilire un clima negativo mettendo in campo la nostra innocenza ed attivando le persone presenti contro il nemico. Qui nulla di tutto questo. Si dice solo che la vita continua ma in modo diverso ed in un luogo dove i suoi discepoli non avrebbero potuto raggiungerlo. C’è però in questa dichiarazione tutto il dolore per il distacco e per la percezione che i discepoli non potranno più rapportarsi a lui con quei gesti e quelle parole che fino a quel momento avevano costituito la modalità normale dei loro rapporti. 

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, portandoci la salvezza hai stabilito con noi un rapporto che segna la nostra vita. La tua modalità d’essere presente è diversa da quella che hai avuto con i tuoi discepoli in terra. Noi infatti siamo abituati a viverti in una presenza assente che per tua volontà, e salvo casi particolari, manterrai sempre. Dalla modalità quindi che hai scelto non puoi più andartene perchè nel luogo del tuo  amore ci sei sempre vicino. Solo noi invece abbiamo la possibilità di sottrarci alla tua presenza per abitare la notte. Signore, piuttosto la morte che separarci da te: aiutaci!

 

34 Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.

 

Cerchiamo di capire la novità di questo comandamento almeno in qualche sua parte. Gesù aveva già dato al giovane ricco delle indicazioni su come amare : Mt 19:17-19 : ”Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Ed egli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». La misura dell’amore qui è riferita a se stessi e cioè con la stessa intensità con cui noi ci amiamo così con lo stesso amore dobbiamo amare gli altri. Nel comandamento nuovo però non c’è più questo riferimento ma una sorta di bilanciamento, sempre nell’amore però, a cui sono chiamati gli uomini. Gli uni e gli altri sono invitati, ed in ciò sta in parte la verità di questo comandamento nuovo, ad amarsi. Ma che vuol dire ciò? Vuol dire che non basta più il livello personale e soggettivo per soddisfare il comandamento, ma che bisogna amarsi come uomini che nella realtà sono sempre inseriti nelle più disparate forme associative. Se infatti ci guardiamo attorno gli odi che procurano più sciagure sono quelle dei gruppi organizzati e cioè di coloro che legati da un’ideologia vogliono realizzarla a tutti costi, nel modo suggerito dal loro gruppo, senza arrivare ad un accordo politico fra le parti. Quegli ‘uni gli altri, sta proprio ad indicare la diversità delle presenze che esistono in seno alle varie comunità di appartenenza. Il compito quindi che ci viene affidato dal Signore è arduo, ma nello stesso tempo altissimo, e cioè quello di adoperarci per la pace tra i vari gruppi in tutta l’estensione trasversale del loro significato e cioè dal livello familiare a quello politico nazionale e transnazionale. La seconda parte del valore aggiunto a questo comandamento riguarda il nuovo parametro per cui esso diventa effettivamente nuovo e cioè Gesù ci chiede di misurare ogni nostro amore per gli altri sul modo come Lui ci ha amati. Non chiede più di amare il nostro prossimo come noi stessi, perché potremmo amarci di un falso amore e quindi sbagliare nell’amore per gli altri, ma ci dà una misura, un esempio che nella sua persona diventa per noi un fulgido esempio da imitare. La vita del Cristo è il DNA della vita nuova che viene innestata in quella umana per divinizzarla. In lui non vi sono interessi di parte, invidie, volontà di sopraffazione e quindi la sua vita non esala morte, ma un intensità di novità e di amore capace, se lo vogliamo, di attrarci nella sua orbita per dar vita a quel regno di Dio per cui Lui ha accettato di incarnarsi e morire per noi.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, ci rimane difficile uscire dalle dinamiche interne ai nostri gruppi di appartenenza per incontrare gli altri nella comune piazza umana. Siamo più portati a pensare che la nostra parte sia la migliore e facciamo fatica a pensare in grande. Tu che hai pensato per tutti accomunaci nel tuo spirito perché vogliamo amare come tu ci hai amato.

 

 35 Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri.

 

Vivere nel senso vero é sempre qualcosa che si fa assieme agli altri. Il modo poi di stare assieme é quello che fa la differenza.

Il popolo, la società, l'orda, la massa, il gruppo, la comunità, l'equipe, il team, il discepolato, la famiglia ecc. sono aspetti diversi dello stare assieme, ma rischierebbero di essere solo una divisione numerica se non fossero fecondate da principi ispiratori.

Il carisma dei fondatori é quello di dare un'anima alle forme umane di vita comunitaria. Esse allora si colorano di uno spirito che le rende inconfondibili. Il modo di stare assieme diventa allora la firma, il look di un sentire più profondo che rimanda a chi l'ha inventato. Quelse’ non è pleonastico. ma è la condizione sine qua non noi possiamo legittimamente dirci suoi discepoli. Ora però far parte dei seguaci di Gesù non è una cosa facile come un bicchier d’acqua in quanto appartenere a Gesù non è come possedere qualcosa che possiamo tenere in mano. Se una macchina fotografica mi appartiene devo solo stare attento a non farmela rubare, ma poi essa è mia e nessuno può togliermela. Il dato acquisito insomma nessuno può metterlo in discussione. Cosa differente è seguire Gesù perché ‘a parte Salvatoris’ è acquisito come realtà eterna che lui vuole salvarci, ma ‘a parte hominis’ questo fatto deve essere sempre voluto e mai dato per scontato. Nel momento infatti in cui lo fosse ecco che noi ci troveremmo immediatamente fuori dal circuito della salvezza. L’indifferenza o la tiepidezza non può essere salvata, ma solo vomitata come si esprime Giovanni nell’Apocalisse. Vediamo dunque come quelse’ è il cardine su cui gira tutto perchè rappresenta un appello alla coscienza dell’uomo perché decida della forma del suo essere in questo mondo. E l’amore vicendevole diventa il messaggio vero di irradiazione del messaggio di Cristo verso coloro che ancora non lo conoscono. Essere quindi in un gruppo cristiano e non amarsi significa non solo tradire quei fratelli assieme ai quali si condivide l’avventura d’essere amati dal Cristo, ma tradiamo tutti coloro che potrebbero conoscerlo solo se vedessero i discepoli di Cristo amarsi. Gesù ci ha messo nelle mani una grande responsabilità e noi prendendone atto veniamo aiutati a rilanciare il gioco fascinoso dell’amore qualora si fosse affievolito.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, quello che tu ci chiedi solo in apparenza è un peso, ma se vissuto veramente diventa un favo che stilla miele.

 

36 Simon Pietro gli dice: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi».

 

La vita ci porta a improvvisi svuotamenti. Tutto ciò, anche se fastidioso, sembra far parte abituale della vita. Il lamento che  accompagna questi stati  diventa il più delle volte una recita che induce l'uomo a non porsi le vere domande sul perché dei suoi malesseri. Se é religioso si lamenta con Dio perché lo sente lontano e somiglia a Piero che, nel momento in cui domandava al Maestro dove stesse andando, non si accorgeva che il Maestro, proprio in quel momento, gli stava dando una prova definitiva dell'essergli non solo vicino, ma più che mai anelante al suo cuore. Allora la domanda più opportuna che dobbiamo porci é questa:  dove stiamo andando rispetto all’Amore che da ogni parte ci avvolge e ci getta ancore di salvezza? Il distacco dal Fondamento sembra lo sport più praticato da noi umani, ma è completamente sconosciuto al nostro Maestro. E Pietro come rappresentante del nostro mondo iniziava a fare prove di distacco, ma il suo non era nel profondo un distacco da tradimento come quello di Giuda, ma solo una debolezza che lo allontanava dalla statura del suo Maestro come una mela acerba che nessuno può mangiare, ma che a tempo opportuno, quando le influenze della terra e del cielo l'avrebbero maturata, diventerà cibo per l'uomo. Pietro a suo tempo maturerà ed offrirà la sua vita per portare ai fratelli lo stesso messaggio di liberazione del suo Signore. Gesù sa di aver seminato nel suo discepolo dei semi più forti del suo tradimento e quindi profetizza che nel futuro egli lo seguirà. Queste parole che per il momento sono oscure, diventeranno per Pietro un gradino dove poggiare il piede per dare sfogo al suo pianto ed al suo pentimento. Il mi seguirai più tardi’ verrà in mente a Pietro dopo  il tradimento per capire che il Signore lo aveva già perdonato. Ora Pietro non può seguirlo proprio perché prima deve essere provato. Ma dove va il Signore? Va a salvare tutta l’umanità di fronte ad un tribunale terreno influenzato dal maligno che vuole sottometterlo per irridere Dio e mantenere saldo il suo dominio su questo mondo.

 

La nostra vita e la parola

 

Signore, quante strade lontane dalle tue percorriamo! Il nostro amore verso è come il vento, ora soffia forte, ora si smorza e non ha più vita. Solo il tuo Spirito può darci quella vita che zampilla verso la vita eterna.

 

37 Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!».

 

"Io ti amerò per sempre" “Io darò la mia vita per te” : così suonano le parole d'amore e sembrano vere, ma se  questa affermazione la si confronta con i fatti  delle mille persone che la dicono, dobbiamo concludere che quell'io che parla é un bugiardo. Quell'io che parla, anche se in buona fede, crede di poter essere garante del suo futuro come sembra esserlo del suo presente. Certo nel momento in cui afferma si dà completamente e forse non potrebbe essere diversamente. Ma sa quell'io cosa significa amare e morire veramente per un altro? Sa che l'amore, quello vero, un’io limitato non può darlo fino in fondo se non si allea con la Forza Infinita? Una simile affermazione il proprio petto non la può sostenere e imparerà a sue spese a diffidare del proprio io. Solo trasferendo il peso della propria affermazione nell’alveo di Chi la può supportare solo allora quelle parole diventano vere. L’amore di una  madre verso il proprio figlio partecipa strutturalmente al modo di amare di Dio, ma fuori da questa modalità d’amore occorre elevarsi ad una sfera divina per poter dire con verità le parole che declinano il dono della propria vita. Intendiamoci non sto dicendo che occorre credere in Dio per offrire la propria vita, ma solo che chi la offre di fatto parla con lo stesso alfabeto di Dio.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, abbiamo ricevuto la nostra vita dalle mani di Dio ed un giorno gliela dovremo rendere. Prima o poi sarà così ed allora mentre siamo lucidi e sani concedici dei momenti di grazia in cui possiamo offrirti la nostra vita senza mentire.

 

 

38 Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte».

 

Il rapporto con il nostro futuro é radicato profondamente nell'attesa della realizzazione di ciò che ci sta più a cuore. Per il nostro futuro vorremmo più vita, più amore, più luce. L'avvento di queste realtà avverrà sicuramente come dai fiori vengono i frutti. L'importante é per noi uomini lasciare scorrere le energie, come del resto fanno gli alberi,  per dare corpo alla realizzazione dei nostri desideri. L'albero non pensa, ma é predisposto  per realizzare il suo compito avendo iscritto in sé il fine per cui vive. Per noi uomini le cose si presentano apparentemente più complicate, ma anche noi siamo venuti al mondo con un compito da realizzare e se molte volte sbagliamo, alla fine, come l'albero, daremo il nostro frutto. Il legame tuttavia con il nostro compito si presenta incerto, e dobbiamo faticare una vita prima per scoprirlo e poi per perseguirlo con costanza fino a quando non saremo una cosa sola con il motivo per cui stiamo al mondo. Quanti tentativi abortiti e quanti tradimenti della nostra vera ragion d'essere! Se però manteniamo una nostra umana sincerità alla fine la vittoria non potrà mancare. Il tradimento é qualcosa che ci disgusta, per questo manteniamo la sua sfera di significato molto lontano da noi. Imbattersi a riflettere su questo concetto però significa capire che, con buona probabilità, potremmo essere dei traditori anche noi. Quando si soddisfano i propri bisogni fisici o le proprie idee ristrette e si continua così senza dare attuazione alle proprie aspirazioni più profonde ecco che tradiamo il motivo vero per cui siamo venuti al mondo. Cosa poteva allora frullare nella testa di Pietro per arrivare a rinnegare il suo Maestro? Egli avrà pensato che Dio era con Gesù e quindi chi avrebbe potuto toccarlo? Non era egli riuscito sempre a sfuggire ai suoi nemici? A un tale uomo si poteva dar mostra di offrire la vita anche perché chi avrebbe potuto veramente richiederla? Certo non Gesù a cui la si offriva, ma neppure i suoi nemici. Il Maestro infatti, vissuto come un essere magico, non avrebbe certo permesso che i nemici prendessero la vita di Pietro. Tutto ciò era coerente con l'immagine che s’era fatta del Maestro: una immagine vittoriosa. Insediatosi dietro il carro del vincitore, Pietro poteva ben offrire la sua vita non sospettando neppure lontanamente una sconfitta fisica di colui al quale si era affidato. La dichiarazione di offrire la vita era solo radicata nei suoi sogni di invincibilità e di gloria.Ora mettiamoci dalla parte di Gesù e notiamo come pur sapendo che lo avrebbe tradito egli lo informa solamente di ciò che sarebbe accaduto, ma non prende nessuna iniziativa per bloccarlo o condannarlo. Noi al contrario non possiamo neppure credere che un amico possa tradirci (non possiamo immaginare che il dio che ci sentiamo possa essere tradito). E quanto più qualcuno é entrato nella nostra intimità tanto più bene ci aspettiamo da lui. Se poi invece del bene ci viene del male é come se fossimo feriti a morte non tanto per l'oggettività del male che riceviamo quanto per la mano che l'ha inflitto. Si entra quindi nel lutto della perdita dell'amico e si fa di tutto per cancellarlo dalla propria vita e tutto ciò potrebbe sembrare umano. Alcune volte però si sviluppa un odio mortale. Sono rare le volte in cui si cerca di  verificare se in qualche modo si é stati parte in causa in ciò che é successo. E più rari i casi in cui si perdona veramente.

 

La nostra vita e la Parola

 

Signore, dobbiamo ‘stare in campana’ come si dice sulla nostra terra e puntare alla purificazione completa delle nostre intenzioni perché i rapporti  siano sempre più liberi dal possesso, dalla gratitudine e da ogni sentimento che possa offuscare il bene profondo  dell’amicizia

 

 

 

Hosted by www.Geocities.ws

1