CAPITOLO
13
1 Prima della festa di Pasqua Gesù,
sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo
mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla
fine.
Si può quindi amare
quelli che a vario titolo stanno dalla nostra parte, ma si può anche non amarli
fino alla fine. Il punto interrogativo che ci portiamo tutti dentro è questo: “
Sapremo essere coerenti e fedeli fino alla fine ai valori in cui crediamo?”. Gesù qui insegna all’uomo cosa significhi la parola ‘tenuta’. La chiave infatti per
riuscire in questo atteggiamento dell’animo non dipende solo dall’esercizio
della virtù della fortezza, ma dalla dinamica dello stato d’amore fedele che supera in sé le barriere di ogni
tempo. Ciò vuol dire che l’atto d’amore in se è germinativo e cioè genera sempre altro amore e non odio altrimenti
perderebbe il suo statuto d’amore. Per l’uomo amare è
un investimento sano che non potrà mai deludere, è un oro che non perde il suo
valore. Ecco perché investire solo sul presente la propria
carica di bene non potrà mai svuotarci. Amare quindi, e senza secondi
fini, è l’unico modo per salvare il nostro presente assieme al nostro futuro. Gesù quindi non poteva non amarci fino alla fine. Egli era
venuto per questo. Anche il suo desiderio di ritornare
al più presto dal Padre ha dovuto fare i conti con la responsabilità del suo
amore per noi. Che fratello sarebbe stato se fosse
ritornato dal Padre da solo? Avendo egli
nominato Dio come suo padre non
lo fece per farsi bello di fronte ai suoi contemporanei, ma per indicare
all’uomo la sua vera identità e cioè il suo essere
figlio di Dio. Incardinati quindi da Gesù in questa
parentela divina siamo stati introdotti nella qualità stessa del suo amore, un
amore che non conosce defezioni e che sa dare tutto fino al sacrificio supremo.
Le ultime parole suonano bene e sembrerebbero dettate da una certa facilità a scrivere frasi pregne di retorica fortezza, ma il
momento supremo a cui Gesù si sta preparando ci
sveglia da ogni retorica e ci fa confrontare sulla tremenda verità del suo
amore che non recede di fronte a niente pur di amarci fino alla fine per
presentarci al Padre celeste.
La nostra vita e la
parola
Signore, dalla realtà
del tuo tormento ci interroghi sulla qualità del
nostro amore e vuoi sapere se il nostro somiglia al tuo oppure è solo
mercenario. Contemplarti mentre ti prepari alla tua settimana di passione ci aiuti nelle nostre umane vicende ad avere la tua
stessa determinazione nell’amare fino alla fine i nostri fratelli.
2 Mentre cenavano, quando gia il diavolo
aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo,
Gesù e i discepoli, cenando insieme, stavano vivendo un momento
di grande intimità. E ciò ci fa riflettere sul fatto che non vi possa essere
vero tradimento senza che tra le persone
vi sia un grande coinvolgimento. Il tradito ed il
traditore si devono conoscere. Qual è il percorso che porta a tradire il
conoscente o addirittura l’amico? Inizialmente
vi deve essere da parte del tradito un totale
affidamento nei confronti dell’altro assieme ad una non perfetta conoscenza
della sua vita. Ora però lasciamo da parte tutti quei
casi di infiltrazione nell’amicizia in cui ad arte si mettono in pratica delle
strategie per diventare amico di uno per poi strappargli i segreti e
disfarsene, ed invece concentriamo la nostra attenzione su chi parte per essere
amico ma poi strada facendo comincia ad allontanarsi in modo doloso dall’amico.
Cerchiamo quindi di capire quale contesto è più
propizio al tradimento e così scopriamo che esso può presentarsi solo in
luoghi dove si investono grosse energie
ideali, affettive e finanziarie e cioè nella politica, nei rapporti umani e
negli affari. In breve in tutte quelle realtà in cui per fare
qualcosa assieme c’è bisogno di un patto di fiducia. Si parte quindi
dalla reciproca fiducia ma nel traditore vi deve essere una componente
sconosciuta a lui stesso quando è diventato amico dell’amico. Deve esserci già
in partenza una riduzione del concetto di amicizia ad
un qualcosa che non è più l’amore per la persona dell’amico quanto per le sue
idee o le sue cose. Succede nella vita che ad un certo punto si possono
scoprire i difetti dell’amico o che egli ci abbia così saturato della sua
presenza che vorremmo allontanarcene. Tuttavia nei normali
casi della vita questo non significa consegnarlo al nemico ma piuttosto
troncare l’amicizia o diventare freddi verso chi non si vuole più frequentare.
Quando allora scatta la molla del tradimento?
Quando il diavolo, bussando alla porta
dell’amico, trova che questi gli apre e si mette a
convito con lui. E se fa questo è per riceverne un
vantaggio. E così inizia a non dare all’amico quelle informazioni che
lui crede vitali e che la sua bravura (presunta) è riuscita ad ottenere
permettendogli di vedere la realtà in modo diverso. Quando
poi l’occasione si presenta il tradimento diventa storia. Nel caso di Gesù il vantaggio di Giuda, non era personale sembra, anche se prese i trenta denari, ma collettivo perché
egli credeva che l’arresto di Gesù potesse essere la
scintilla per la proclamazione del regno messianico e la definitiva cacciata
dei romani dal suolo d’Israele. Egli così decide di consegnare l’amico Gesù ai capi del popolo ebraico. Al nostro livello, quando
non perpetriamo un vero tradimento, nel senso che non consegniamo
l’amico al ludibrio, quand’è che invece lo tradiamo? Quando lo consegniamo
deliberatamente ad una minor vita, quando lo escludiamo lo lasciamo indietro
perché non lo reputiamo all’altezza di ciò che noi andiamo scoprendo di interessante e di vitale.
La nostra vita e la Parola
Signore, spesso ci avviciniamo agli altri per averne idee o cose,ma difficilmente per uno sguardo pure d’amore che ci faccia
mettere la persona dell’amico nella stanza del cuore. Tu che
lo hai fatto anche con Giuda aiutaci a percorrere sempre la tua stessa strada.
3 Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era
venuto da Dio e a Dio ritornava,
E’ la seconda volta che l’evangelista dice ‘sapendo’
e quindi dobbiamo amtterci all’ascolto di questo
sapere di Gesù. Egli quindi sa che il Padre gli gha dato tutte nelle
mani e che era venuto da Dio e a Dio tornava. Non è arrivato quindi a questa
consapevolezza durante la sua vita terrena ma da sempre è stato nel padre suo
Figlio diletto. Questo l’evangelista lo dice perché a nche
a distanza di millenni si sapesse che quanto stava per
affrontare non era causato da volontà esterne che avrebbero potuto imporsi alla
sua divina volontà. Tutto gli era stato dato nelle mani anche la vita dei suoi
nemici e quindi se loro potevano portare avanti i loro disegni criminosi era
perché lo stesso Gesù aveva deciso di consegnarsi
nelle loro mani. Dopo aver pubblicizzato il suo messaggio per tre anni era ora
venuto il momento di affrontare direttamente il peccato del mondo. Adamo ed Eva
erano caduti rovinando tutti i loro figli nei secoli
dei secoli, ma la battaglia tra Dio e Lucifero era sempre tutta da combattere
ed il confronto era così grandioso che l’uomo non avrebbe potuto uscirne
vincitore. L’uomo Dio invece è ora pronto per mostrare agli uomini come questa
guerra può essere vinta grazie alla forza di un amore infinito. La nostra
destinazione come quella di Gesù è quella di
ritornare dal Padre. E’ questo il nostro vero destino. Ogni altro è un bluff
bugiardo che vuole solo farci accasare in questo mondo senza alcun orizzonte
che ci proietti in quell’Oltre
fonte della nostra gioia. Ogni casa terrena se non sa d’infinito sa di
cimitero. Il ritorno al Padre di Gesù avverrà
attraverso il suo caricarsi del peccato degli gli uomini tramite la sua
passione e morte, così anche il nostro ritorno, se non sempre per una via così
atroce, non potrà che ripercorrere la stessa sua via e cioè quella
del farsi carico dei propri fratelli.
La nostra vita e la Parola
Signore, il tuo è stato l’atto più libero di tutta la storia
dell’uomo perché tu sapevi che cosa ti sarebbe successo e non sei fuggito di
fronte ai nostri orrore e quindi, messi alle strette,
come potremmo noi voltare le spalle al
prossimo quando per lui è questione di vita o di morte avere il nostro
aiuto.
4 si alzò da
tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita.
Quando si sta attorno ad un tavolo ci si
rilassa completamente e si avrebbe voglia di essere liberati da ogni impegno.
Vorremmo solo condividere con gli altri la buona sorte di mangiare del buon
cibo e scambiarci delle affettività. Essere serviti è ciò che si apprezza di
più perché è come se qualcuno riconoscesse il nostro statuto divino. Insomma
dalla tavola ci si alza con grande difficoltà per
servire gli altri ed è grazie ad un cammino spirituale che se ne può
apprezzare la valenza evolutiva.
L’alzarsi da tavola è come mettersi in una diversa percezione del mondo, ma per
entravi veramente occorre aver staccato il proprio
cuore da ogni bisogno di gratificazione. Se infatti la
scelta di servire non ha un fondamento più alto di quello del distribuirsi i compiti, cosa comunque
sempre buona, ci si trova poi a dover gestire delle antipatiche voci interne
che piuttosto che vivere il momento gioioso dell’incontro con l’altro nel servizio,
si lamenta perché c’è sempre qualcuno che non si alza mai o perché ci si sente
obbligati a servire quando non se ne ha voglia. Questi pensieri possono
rimanere in noi quasi nel sottofondo per un buon periodo, ma ad un certo punto
prendono forza e si ritorcono sul nostro stesso servizio per chiederli di
interromperlo. Molte persone generose rimangono vittima
del tranello teso loro dalla voglia di sentirsi gratificati. Servono per molto
tempo ma poi vedendo l’ingratitudine degli altri si ritirano arrivando anche a
non condividere più la stessa mensa. Guardiamo Gesù
con quale autorità e bellezza si alza, depone le vesti e si cinge
dell’asciugatoio. Basterebbe questa scena per gratificarci all’infinito quando
anche noi ci accingiamo a servire o ci vestiamo di un grembiule per lavare i
piatti. Se la nostra intenzione non è pura e cioè
quella di permettere al fratello di godersi la sua divinità scambiando con gli
altri il cibo e le parole è meglio allora starsene seduti accettando la propria
limitazione e sperando che il proprio
cuore prima o poi si sgorghi per mostrare all’altro qualcosa che solo noi
sapremo dare e cioè, tra le portate, quella del nostro sorriso come aperitivo
per assimilare e digerire i beni del buon Dio.
La nostra vita e la Parola
Signore, in questi versetti ci insegnerai
a servire con uno spirito libero e pieno di gioia, grazie.
5 Poi versò dell'acqua nel catino e
cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di
cui si era cinto.
Il Maestro qui non sta celebrando
un rito dove la realtà in qualche modo è allontanata e si riveste di
simbologia. I piedi dei discepoli, come apprenderemo più avanti, erano
realmente sporchi e quindi tutto ciò che Gesù fa lo fa per davvero né per interposta persona, né in
modo simbolico. La scena sembra che si
svolga al rallentatore e noi possiamo vedere il nostro Maestro versare l’acqua
nel catino, lavare i piedi dei discepoli ed asciugarli con l’asciugatoio. Per
darci il suo messaggio Gesù avrebbe
potuto ricorrere a qualcos’altro, ad es.,
avrebbe potuto servire a tavola ed
invece lava i piedi ai discepoli. L’acqua sappiamo che
è sempre legata alla purificazione e la lavanda dei piedi, proprio prima di
istituire l’eucarestia, vuole indicarci che non ci si
può accostare al sacro senza essere mondi. La purezza tuttavia non è solo
frutto di una propria solitaria attività, ma di una nostra interazione con il
fratello. Abbassarsi quindi di fronte al prossimo perché ci sta a cuore la sua bellezza in tutti i sensi possibili è ciò che
ci propone il Maestro. E’ come se noi ci trovassimo di fronte ad uno specchio e
ci vedessimo sporchi, solo che al posto nostro c’è il nostro prosssimo, e così solo pulendo lui ci viene
donata la nostra volta la purezza. La dinamica che ci
permetterà di essere attivi verso l’altro in questo modo è molto delicata
perché qui non si tratta d’essere più bravi del nostro prossimo per impartirgli
delle lezioni su come diventare più puro. No, qui si tratta di prendere su di
sé la pesantezza della sua vita per alleviarla.
La nostra vita e la Parola
Signore, servire il prossimo è qualcosa di così complicato che la
giusta disposizione interiore puoi insegnarcela solo
tu.
6 Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse:
«Signore, tu lavi i piedi a me?».
E’ atavico il rispetto che si ha di fronte ai superiori o a quelli
che si reputano persone sante. E’ naturale che nei loro confronti diventiamo
naturalmente servizievoli. Di fronte al capo branco noi ci riteniamo solo
branco assumendone tutte le modalità di comportamento.
Non esiste quindi che un capo si metta a servire un
suddito, né che questi si faccia servire da quello. Significherebbe non
riconoscere le naturali gerarchie che si stabiliscono tra gli uomini.
L’interrogativo stupito di Pietro ci ritorna questo tipo di realtà e cioè una realtà che
ha fondamento nell’essere stesso dell’uomo. Gli analfabeti, ad es., si sentono deferenti rispetto
a chi ha preso un diploma od una laurea, un operaio rispetto al suo padrone e
cosi via. Gesù lavando i piedi ha fatto qualcosa che stranisce e confonde completamente Pietro ed i discepoli.
Solo i servi possono lavare i piedi del padrone perché se fosse
all’inverso ecco che si capovolgerebbe la scala dei valori sociali. Il vero
problema per loro , come per noi, è quello di mettersi
a servire qualcuno che si reputa inferiore. La scala di riferimento di Pietro è
quello dell’essere di più e dell’essere di meno, scala
che fonda il corretto vivere civile. Il più ed il meno è
naturalmente riferito ai parametri della conoscenza, della ricchezza e del
potere. Gesù quindi scardina il sentire comune con un
atto veramente rivoluzionario il cui
significato spiegherà tra breve. Gli altri discepoli si erano fatti servire
senza opporre resistenza alcuna, ma Pietro essendo stato scelto da Gesù come capo degli altri accusa
subito il colpo sentendosi messo in discussione direttamente. Chi ha potere
sugli altri fiuta subito il pericolo quando i fondamenti di quel potere sono
messi in crisi e Pietro che non è uno stupido lo ha capito.
La nostra vita e la parola
Signore, quando qualcuno minaccia di
prendere il nostro posto nelle gerarchie d’importanza del mondo ecco che ci
attiviamo subito per difendere la nostra posizione. Il posto per noi è il nostro ubi consistam senza il quale ci
sentiamo niente. Tu invece ci svuoti questo modo di vivere il posto e ci fai
capire che l’unico posto veramente degno d’essere occupato è quello di stare
con te nel modo come tu vuoi che stiamo.
7 Rispose Gesù:
«Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo».
Tutta la nostra vita passa non
riuscendo a capire la maggior parte delle cose che ci capitano. Spesso ci lamentiamo con il Signore
perché non capiamo i suoi disegni, ma essi sono sempre limpidi e non possono
non essere capiti ed allora la verità è che il problema siamo noi. Il punto
d’attacco è la nostra soggettività e cioè come ci
rapportiamo al mondo. E’ su di noi che dobbiamo lavorare per capire qualcosa,
ma soprattutto dobbiamo lasciare lavorare il Signore che dando un senso al nostro dolore ci purifica dalle concrezioni
sbagliate e dall’aspirare a quei posti che non sono i nostri. Occorre quindi
conoscersi un po’ di più e capire di che pasta siamo fatti, se siamo timidi
oppure andiamo all’assalto del mondo, se siamo portati a goderci la vita oppure
aspiriamo al comando, se siamo fatti per comunicare o solo per fare vita da
eremiti e così via. E’ importante capire quindi qual’è stato il nostro sorgivo modo di rapportarci al
mondo. Per ciò può servire ritornare alla nostra infanzia, a come sperimentavamo tutto ciò che ci stava
attorno. Spesso ripetiamo all’infinito gli stessi modelli mentre per la nostra
crescita occorrerebbe oltrepassarci. E’ un lavoro duro, ma che solo noi
possiamo fare. Caricare gli altri dei propri fardelli ce li allontana.
Ed allora che fare? In questi casi di poca
comprensione occorre abbracciare la politica del non-fare lasciandosi invece
fare da Dio infinito che da buon cesellatore si può apprestare, con il nostro
sì, a completare il suo capolavoro. Questo non vuol dire che non si debbano
cercare aiuti, ma che non si devono cercare quelli che non ci aiutano. Mettersi
su questa strada significa rinunciare a capire subito, certi però che si capirà
dopo. Questa non è una strada facile e se ci si incammina
da soli si rischia di correre a vuoto, ecco perché è importante avere una guida
spirituale perché ci permette di non
avere come referente solo se stessi ed il mondo dei nostri interessi.
Ora siccome la vita è molto preziosa noi non possiamo
metterci a fare gli apprendisti stregoni e quindi dobbiamo, se vogliamo
crescere, trovare qualcuno che si prenda cura di noi e che lasciandoci la
fatica della ricerca ci possa dire: “Sì va bene, vai avanti”, oppure, “fermati
o cambia strada”.
La nostra vita e la Parola
Signore, per fare la tua opera d’arte devi fare su di noi tanti
interventi come l’artista sulla materia su cui mette le mani. E dal momento che
le tue mani sono soffici come il tuo giogo è
leggero,allora dobbiamo concludere che siamo noi duri e timorosi di darti il via, ma tu agisci lo
stesso perché non vogliamo perdere l’occasione di somigliarti il più possibile
quando sarà il momento di incontrarti.
8 Gli disse
Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù:
«Se non ti laverò, non avrai parte con me».
Iniziando una nuova strada non la si può
percorrere utilizzando una vecchia cartina stradale. Può
infatti capitare di fare giri inutili, sprecare tempo ed energie. Quando
si inizia un nuovo cammino spirituale non lo si può
fare portandosi pesantemente dietro i vecchi giudizi. E' vero che essi ci
appaiono ancora giusti perché da loro dipende la nostra identità, ma
l'atteggiamento più corretto é quello di
metterli tra parentesi rendendosi
disponibili al nuovo che a poco a poco darà alla nostra vita un respiro più
profondo. Inoltre se essi nel momento della crisi non ci hanno tirato fuori dai nostri problemi allora è meglio prenderne atto ed
andare oltre. E così Pietro rispondendo così al
Signore si fa prendere dal suo solito modo di pensare che si rivela precipitoso
ed erroneo. Pietro reputa che il Maestro sbagli
abbassandosi a lavargli i piedi. Del resto chi di noi non si
sarebbe comportato come lui dal momento che ciò le azioni di Gesù stridono completamente con la nostra visione del mondo.
Perché non solo noi non avremmo accettato che Gesù ci lavasse i piedi, ma noi stessi non vorremo lavarli
a nessuno dei nostri simili. Ecco che qui emerge chiaramente
la differenza tra il nostro mondo e quello di Dio. Gesù
per primo ne è consapevole tanto da legare l’essere con
lui di Pietro al fatto che egli gli lavi
i piedi. Ci troviamo quindi di fronte ad un rito di iniziazione
importante dove o si accetta ciò che il Maestro ci propone oppure non si può
entrare nel suo regno. Quindi è il momento della
decisione o si sta con lui o contro di lui. Il “mai” dichiarato di Pietro ora
deve fare i conti con la determinazione del Maestro. Non si può fuggire e
quella che sembrerebbe una trappola diventerà per Pietro la porta d’accesso a
tutto il suo grande futuro. Il Maestro quindi si
rivela come colui che aiuta a partorire il nuovo
essere di Pietro. Chi ci ama quindi non può esentarsi dal metterci di fronte a
delle scelte come del resto noi non possiamo per amore di pace o pigrizia
essere indifferenti di fronte al fratello non mettendolo, al momento opportuno,
di fronte alle sue responsabilità.
La nostra vita e la Parola
Signore, quante volte per una falsa
concezione del vivere in pace abbiamo evitato di dire al fratello la verità che
serbavamo nel cuore.
Ora sappiamo che se vogliamo avere parte con te non possiamo sottrarci alla
correzione fraterna, né ad essere corretti noi stessi.
9 Gli disse
Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e
il capo!».
Il Signore sicuramente avrà sorriso dentro di sé di fronte a
queste parole perché Pietro non aveva ancora raggiunto, in questo momento della
sua vita, quella dose di saggezza per
capire qual è la vera posta in gioco. Egli si fa
portare dalle sue passioni e dalla generosità del suo carattere e quindi se
prima per deferenza aveva detto che non avrebbe mai permesso al Maestro di
lavargli i piedi adesso passa all’atteggiamento opposto. Notiamo quindi in lui
una buona dose di opportunismo che può allignare solo
dove si naviga a vista senza avere al proprio interno degli stabili punti di
riferimento. E che il suo riferirsi a Gesù fosse opportunista lo toccheremo con mano nel momento del
suo tradimento. Certo Pietro amava il Signore ma di un amore che doveva ancora
essere messo alla prova. Se poi egli, dopo il tradimento, si è pentito vuol
dire che un po’ di amore genuino c’era anche prima. Gesù durante i tre anni della vita pubblica era riuscito,
nonostante tutto, a mettere nel cuore di Pietro un seme che l’apostolo ha
subito provveduto a schermare con un guscio duro, ma quando nella prova è
arrivato il fuoco il guscio è stato divorato dalle fiamme ed il seme è rimasto
libero di mettere radici per diventare una grande e robusta pianta. Così
succede nella nostra vita. Quante prove, quanti tradimenti per capire poi che
non dovevamo andare molto lontano per cambiare, ma bastava prendere coscienza
del meraviglioso seme che avevamo a disposizione dentro di nioi.
Abbiamo sempre bisogno di proiettare davanti a noi scenari assurdi e fantasie fuori da
ogni realtà per affermare il nostro nome e le nostre grandi capacità vere o
presunte che siano. Gesù invece ci chiama alla
purificazione ed al servizio
presentandosi come l’unico che può liberarci dai nostri mali.
La nostra vita e la Parola
Signore, noi comunque vorremo sempre
rivolgerci a te con l’ardore del tuo Pietro perché ci scopriamo sempre carenti
di spirito e lamentosi. Fa che il nostro
amore verso di te sia sempre saldo, generoso e soprattutto fiducioso.
10 Soggiunse Gesù:
«Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto
mondo; e voi siete mondi, ma non tutti».
Quando Gesù dice :”
voi siete mondi” è perché con Pietro aveva terminato di lavare i piedi a tutti
discepoli. Quindi Gesù seguendo lo
stesso tipo di logica che l’aveva visto affermare: “ chi vuol essere il primo
tra voi sarà il servo di tutti” lava prima i piedi degli altri discepoli e poi
per ultimi quelli di Pietro loro capo. Così il Maestro introduceva nella
viva realtà della vita dei discepoli il principio che occorre
onorare per primi coloro che non hanno alcun potere riconosciuto. Ora egli può
dichiarare che i discepoli sono mondi, ma non tutti. Gesù
comincia qui il suo percorso di avvicinamento a Giuda
perché il sottinteso della frase era: “non tutti sono mondi, ma lo potete
diventare”. Quando scegliamo di compiere il male ciò
non avviene d’improvviso quasi che nel processo di formazione della nostra
volontà di commetterlo non ci sia stato qualcosa o qualcuno che ci abbia
avvertito. Staccarci dal fondamento, e cioè dal nostro
legame con il Padre, non è come prendere una tazzina di caffè, ma qualcosa che
avviene attraverso traumi e segnali che ci manifestano il pericolo. I segnali
possono essere richiami espliciti oppure attraverso un movimento di parole in
cui si fa sapere all’altro che si conosce la sua situazione, ma che nello
stesso tempo si rispetta la sua libertà. Giuda infatti
era lontano dal credere che Gesù conoscesse i suoi
pensieri ed ora comincia a sentirsi nudo di fronte a lui. Anche
a noi capita di avvolgerci in una cortina fumogena per nascondere le nostre
vere intenzioni, ma ci sono momenti in cui il Signore ci fa sentire nudi
intanto che l’impeto del suo amore forza le nostre barriere ma solo per
illuminare l’abisso in cui potremmo precipitare.
La nostra vita e la Parola
Signore, grazie per tutti i segnali che
ci dai, grazie per gli amici che ci metti vicini e grazie anche quando ci
succede qualcosa di doloroso perché nell’intensità di quel dolore sappiamo
esservi l’intensità del tuo forte amore che ci vuole salvi ad ogni costo.
11Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».
Questo “sapeva” può riferirsi al suo essere divino a cui nulla
sfuggiva, e sicuramente sarà così perché la persona di Gesù
non era scissa, ma in questo momento mi piace interpretarlo come un “sapeva”
umano di una persona che ama. Ora l’amore quando si esprime verso un’altra
persona che gli ha corrisposto in qualche modo diventa conoscenza dell’altro.
Non può esistere un vero amore che non sia una
finestra aperta uno nei riguardi dell’altro. Dove vi è amore vi è apertura e
dove è inesistente c’è chiusura. Ciò vuol dire che se uno dei
due continua ad amare non può non percepire che l’altro a poco a poco si
sottrae all’amore chiudendo una dopo l’altra le porte di accesso al suo cuore.
Quando avvengono le infedeltà coniugali e chi è lasciato si meraviglia
grandemente di ciò che è successo si può star certi che già da
tempo non aveva accesso al cuore dell’altro avendo egli stesso chiuso il
suo. Nulla però può sfuggire a chi ama veramente come non poteva sfuggire a Gesù, l’amante per eccellenza, che il suo Giuda era più
sensibile a voci diverse della sua. Notare la delicatezza di Gesù nel non accusare direttamente il suo discepolo.
Dal momento che egli è venuto a salvare e non a condannare
ogni occasione è buona per mettere sull’avviso e favorire il ritorno libero
della pecorella smarrita. L’aperta condanna è l’ultima cosa che Gesù vuole perché sa che
quando l’uomo subisce una condanna riceve un colpo contrario alla sua
natura e quindi egli procede con attenzione, verità e dolcezza. Verrà anche il
momento duro della denuncia ma anche quel momento sarà colorato della sua
divina premura.Sarebbe utile che ciascuno facesse un
esame di coscienza su come nella sua vita ha denunciato il fratello che
sbaglia. Certamente avremo tanto da imparare dal nostro fratello Gesù.
La nostra vita e la Parola
Signore vorremmo veramente somigliarti, ma il nostro carattere ci
prende la mano ed anche mettendoci tutte le buone intenzioni spesso non riusciamo a raggiungere il cuore del fratello. Certo lui può
decidere indipendentemente da noi come ha fatto il tuo Giuda, ma concedici la
grazia che quelli che incontriamo nella nostra vita non si perdano e se ciò,
per loro disgrazia avvenisse, che non sia
per la nostra partecipazione.
12 Quando dunque ebbe lavato
loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che
vi ho fatto?
Il “riprese le vesti” è simmetrico all’iniziale “depose le
vesti” ed attira la nostra attenzione proprio su questo spogliarsi e
rivestirsi. Cosa ci vuole dire la parola di Dio con questa insistenza
su un elemento che sembrerebbe non dirci nulla di particolare? Se cerchiamo di
coglierne, per quanto è possibile, il senso spirituale allora vediamo che non si può andare verso i fratelli per servirli
se non ci si spoglia dei propri abiti mentali. Solo andando verso di loro con
un cuore leggero è possibile avvicinarli e servirli veramente. Non basta quindi
andare, ma occorre che tutto quello che è un di più sia messo da parte e non
perché non sia utile e quindi dovessimo liberarcene, ma solo perchè una ricchezza ostentata, materiale o intellettuale
che sia, non ci permette d’essere in sintonia con gli altri. Lo svestirsi di Gesù oltre all’essere un atto concreto è un gesto simbolico
che ci dice con quale modalità dobbiamo avvicinare il
nostro prossimo. La svestizione/vestizione allora
diventa l’unico modo per accostarsi agli altri opposto a coloro che il venerdì
santo svestirono e vestirono il Signore con mano pesante. Gesù
non lava i piedi ai discepoli all’inizio della sua vita pubblica ma solo alla
fine quando erano maggiormente
consapevoli di chi era veramente l’uomo con cui avevano condiviso gli ultimi
tre anni della loro vita. I discepoli erano perfettamente consapevoli
dell’eccezionalità del gesto fatto dal Maestro ma ne avrebbero
capito la profondità se lo stesso Maestro non glielo avesse spiegato. A volte
capita anche a noi di fare qualche gesto fuori dal
normale, ma non perché esso sia particolare, ma solo perché lo carichiamo di un
significato particolare. E l’intensità che vi sta
dentro non può essere percepita dagli altri se non siamo noi stessi a
dirgliela. Spesso, volendo essere capiti al volo, accusiamo di durezza il
prossimo ma questo è un atteggiamento fondato sulla pretesa
d’essere trasparenti e quindi facilmente leggibili da parte degli altri,
ma purtroppo o per fortuna la realtà è diversa. Occorre quindi che manifestiamo
il nostro vero intendimento soprattutto se vogliamo che gli altri partecipino e
rispondano a ciò che noi proponiamo. Con la sua domanda Gesù
vuole comunicare ai suoi discepoli il senso profondo del suo agire. Per essere
come lui non possiamo somigliare ai maestrini che ogni momento ci tormentano con le loro
spiegazioni, ma dobbiamo cercare il momento opportuno e soprattutto non partire
dalle spiegazioni, ma da momenti di vita donati agli altri come base per
qualsiasi ulteriore riflessione.
La nostra
vita e la Parola
Signore,
spesso carichi dei nostri vestiti, ascoltiamo più il nostro
sentirci buoni che le parole del prossimo. Inviaci allora il tuo Spirito
perché possiamo dimenticarci di noi stessi quando sul nostro orizzonte appare
il volto del fratello.
13 "Voi mi chiamate Maestro e Signore
e dite bene, perché lo sono"
La nostra società é fondata sul diritto d'autore. Chi ha il privilegio di diventare autore in qualsiasi campo dello
scibile umano non solo ha in qualche modo realizzato se stesso, ma é premiato
dalla società che gli permette di godere i benefici economici provenienti dalla
sua creatività. E' difficile però trovare qualcuno che indichi i propri
percorsi mentali con riferimento a nome e cognome di quelli che sono stati gli
ispiratori della sua scoperta, ed é quasi impossibile trovare qualcuno che
l’attribuisca ad altri considerandosi solo un nano sulle spalle di chi
realmente aveva visto più in là. Più spesso si assiste
invece a guerre per attribuirsi il
primato di una invenzione o l'idea di un prodotto. Anche nelle relazioni tra persone ci si sente investiti di
un qualche orgoglio quando il nostro contributo é stato essenziale per capire o
risolvere qualcosa. Qui Gesù indica la propria
autorialità ma vedremo fra poco come la utilizzi non per pretendere dagli altri
un tributo ma come segno d’autorevolezza per testimoniarci come i tesori che
abbiamo dentro possiamo usarli a beneficio degli altri. Le parole di Gesù inoltre vogliono dare profondità al modo come i
discepoli fino a quel momento l’avevano chiamato. Essi infatti utilizzavano quelle parole con lo spessore proprio
del loro tempo ma qui Gesù con il suo dire: “perché lo sono” rivendica una
Signoria che non corrisponde al senso comune. Nella sua affermazione c’è una
pienezza che stupisce e nello stesso tempo consola. Essa arriva anche a noi
2000 anni dopo con la stessa forza con cui l’ha pronunciata di fronte ai suoi
discepoli. Soffermiamoci anche a considerare la sua dichiarazione e cioè egli ci
dice non solo d’essere un Maestro inteso
come contenitore di conoscenze, ma che ha accettato di esserlo per noi. Gesù quindi è Maestro e Signore ma potremmo
chiederci perché ha voluto esserci Maestro? Che cosa
gliene veniva in tasca? A questa domanda può rispondere solo la nostra
personale riflessione. Se poi percepiamo che ha colpito in qualche modo il
nostro cuore cerchiamo di capire se ci consideriamo suoi discepoli perché non
v’è nessuno al mondo che possa sostituirlo nel suo essere per noi via, verità e
vita oppure perché crediamo di trovarci di fronte ad una persona fuori dal comune, ma niente di più.
La nostra vita e la Parola
Signore, tutte le scritture di questa terra non hanno niente che possa essere paragonato alla forza e alla bellezza della tua
persona. Se volessimo veramente essere sinceri
bisognerebbe innamorasi di te non per fede, ma solo per contemplazione della tua vita. Basterebbe.
14 Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri
piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri.
Noi siamo come un disco: riproponiamo
quello che la nostra storia personale e noi stessi vi abbiamo scritto sopra.
Alcune incisioni sono stonate e noi le suoniamo sempre fino a quando qualcuno
non ci aiuta a fare una nuova incisione. Il nostro supporto, a differenza dei
dischi che non si possono registrare di nuovo, permettono altre registrazioni,
ma é anche vero che alcune volte siamo così duri da
reagire violentemente contro chi ci propone di cambiare. Se
però vediamo che qualcuno fa e non solo parla ecco che diventiamo più morbidi.
Ma non basta ancora. Abbiamo bisogno di capire che chi
ci propone qualcosa abbia l'autorità e il fascino per farlo. Se
troviamo una tal persona allora é possibile una nuova registrazione.
Siamo disponibili ad un nuovo impriting. E si può star certi che
tutto avverrà al momento giusto, e l'incisione sarà così profonda che cambierà
tutta la nostra vita. Gesù è proprio la persona giusta, per chi vuole esporsi al
suo amore, per dare questo nuovo impriting. Con le
sue parole egli non solo ci fornisce la chiave per rapportarci al nostro
prossimo nel modo migliore, ma fonda il vero concetto di democrazia diverso da
quello che va per la maggiore dove la dichiarazione di eguaglianza
presta il fianco ad ogni sorta di
competizione. Per il Maestro stare assieme significa assumere l’ottica del
servizio senza il quale non si può entrare nel suo regno. Ed allora la
differenza tra il regno di Dio e la democrazia sta nel fatto che in quest’ultima c’è spazio per il bene ( e quindi i lati buoni
del concetto di eguaglianza che tradotto in termini
religiosi significa che siamo tutti figli di Dio) ma anche per ogni sorta di
egoismo rivestito dal paludamento della legge, mentre nel regno di Dio c’è
spazio solo per il bene e questo si ottiene donando se stessi in offerta di
amore agli altri.
La nostra vita e la Parola
Signore, quando potremo arrivare nel tuo regno di pace? E sentiamo
che tu già ci rispondi dicendoci le stesse parole che hai detto ai tuoi
discepoli: “solo se vi laverete i piedi l’un l’altro”.
15 Vi ho dato infatti l'esempio, perché
come ho fatto io, facciate anche voi.
Noi veniamo
al mondo e siamo serviti dai genitori. Essi ci aiutano a crescere e possono
dire di essere riusciti nel loro intento solo se i figli, una volta grandi, si
assumono la responsabilità di far crescere i loro simili. Siamo però tutti
quanti esposti ad una continua regressione e cioè al
ritorno a quella beata condizione in cui eravamo da piccoli. E
quando entriamo nella spirale dell’essere serviti ecco che progettiamo tutta la
nostra vita per continuare ad essere beatamente serviti. Ora il Maestro
ci avverte che nessuna crescita è possibile se non trascendiamo noi stessi e ci
disponiamo verso un servizio attivo del fratello. L’esempio scelto da Gesù non riguarda la nostra sfera intellettiva se non nella
comprensione del suo significato, ma qualcosa che riguarda i corpi e cioè una performance che ci vede attori visibili ed in
contatto con i fratelli. Gesù ha scelto questo modalità di servizio per il suo carattere esemplare.
Non basta infatti interessarsi ai fratelli solo con le
nostre capacità intellettuali, ma esse nel loro non disprezzabile contributo
devono sapere di fisicità, di contatto, di vicinanza. Senza questo sforzo
continuo di adeguamento alla diversità degli altri
rischiamo di dare, ma come i primi della classe. Ora ai primi della classe viene invidiata quella loro naturale capacità di esserlo
senza sforzo apparente, mentre non suscita invidia, ma anzi ammirazione chi
vuole essere il primo nel servizio dei fratelli. Gesù,
come Madre Teresa, suscita in noi il desiderio di emularlo perché riconosciamo
che il motivo che l’ ha spinto a servire è quello di offrirci la chiave d’oro
che ci permette di entrare nel regno di Dio. Da buon Maestro egli ora deve
tirare le fila del suo insegnamento e vedere se i discepoli hanno capito bene
il senso del suo servire. Ad una settimana dalla sua passione e morte la lavanda dei piedi costituisce un momento di estrema importanza perché senza la comprensione di questo
suo gesto si sarebbe costituito un gruppo di persone che, pur richiamandosi al
suo insegnamento, ne avrebbe preso solo la parte dottrinaria. Dagli atti degli apostoli sappiamo che il
loro servizio ai fratelli non è si arretrato neppure di fronte alla morte.
La nostra
vita e la Parola
Signore, abbiamo continuamente bisogno di richiami e di stimoli per onorare
al meglio il nostro essere figli del Padre. Anche
le spine vanno bene per toglierci dai nostri falsi egoismi ed avviarci verso un
sincero servizio al fratello che soffre.
16 In verità, in verità
vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande
di chi lo ha mandato.
Tutti abbiamo passato interi periodi
della nostra vita inconsapevoli di qualcosa d’importante che poi abbiamo
appreso grazie ad un amico o ad un incontro con qualcuno che ci ha aperto una
porta. Anche oggi dipendiamo da queste occasioni e quando le troviamo tocchiamo con mano come non avremmo mai conosciuto una zona dell’essere se non grazie a
questi apporti completamente al di fuori da ogni nostro potere. Insomma veniamo
sempre fecondati e generati da altri avendo noi solo il compito accogliere i
semi che apparentemente il caso fa cadere sul nostro terreno.
E quando il nuovo arriva ce ne accorgiamo
perché rappresenta uno scarto rispetto a ciò che noi siamo ed al punto in cui
siamo arrivati. Alcuni poi di questi semi hanno nel loro cuore una vita tanto
imponente che la similitudine del seme e del terreno non è più buona per
spiegarcene la realtà e dobbiamo arrivare alla conclusione che l’essere umano non è sempre mosso da processi
di causa ed effetto, ma pure da gratuità.
Arrivare a ciò non è facile perché spesso quando riceviamo qualcosa di
gratuito continuiamo a dirci: “ perché proprio a me?”.
Vorremmo in questo modo diminuire l’atto gratuito collegandolo a qualcosa che
dentro di noi ha causato il dono che ci è arrivato. Tuttavia
se siamo onesti ed il nostro cuore è sgombero da pregiudizi allora non possiamo far a meno di riconoscere all’altro che il suo
dono non aveva secondi fini. Se poi questo dono è fuori da
ogni normale scambio allora può nascere qualcosa che ci lega in modo profondo,
ed alcune volte per la vita, al donatore. Inoltre se ciò che abbiamo ricevuto e condiviso è una visione radicalmente diversa della vita
e si è riconosciuto che essa non ci sarebbe mai arrivata se non ci fosse stata
rivelata allora quella persona può diventare per noi un maestro da seguire. Ora
non può essere che, dopo aver fatto questo cammino, noi ci mettiamo al posto di
chi ci ha indicato la via credendo di saperne di più ed addirittura, quando ne
parliamo ad altri, credendo di essergli superiori. Gesù
dice ai suoi discepoli che su questo insegnamento del
servizio dei fratelli noi non potremo mai saperne più di lui tanto da
modificarlo o abolirlo. Senza il servizio noi non potremo entrare mai nel suo
regno. La solennità di questo momento è grande perché ne va dell’assetto delle
relazioni tra i componenti della sua comunità presente
e di quella futura. Per capire quindi il grado di somiglianza con il Maestro in
una comunità basta notare se i suoi membri si servono a vicenda e se lo fanno poco
allora vuole dire che di Spirito ce n’è poco ed essa è presa da processi
interni poco chiari.
La nostra vita e la Parola
Signore, ci hai voluto sottolineare con
molta forza il precetto del servizio vicendevole e se lo hai fatto è perché ci
conosci bene e sai quanto noi, a tal riguardo,
ci permettiamo d’essere smemorati. Da quando però la nostra debole carne
ha incontrato la tua allora sappiamo che possiamo
essere diversi ed aspirare alla gloria del servizio come tu ce lo hai
insegnato.
17 Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica.
Il vero
significato della conoscenza sta quindi nell’averla cercata ed, una volta
trovata, nel metterla in pratica. Vi sono quindi due movimenti indipendenti uno
dall’altro ma intrinsecamente convergenti. Anzitutto quello
del Maestro che vuole comunicarci i suoi insegnamenti e poi il nostro quando
siamo alla ricerca della verità. Noi viviamo di verità e la cerchiamo
con tutto il nostro essere. Ed anche quando sbagliamo
crediamo di stare nella verità. Quando innalzarono Gesù
sulla croce egli disse :”Padre perdona loro che non
sanno quello che fanno”. Ed allora come possiamo
uscire da questa contraddizione in cui
pur dimorando nelle tenebre noi crediamo di essere nella luce? Rimanendo
fermo che la verità non possiamo né comprarla, né
meritarla facendo i bravi (il bene è qualcosa a cui si aderisce non in modo
formale ma intimo) cosa ci può avvicinare ad essa? Anzitutto il fare il bene in
tutte le forme possibili e comunemente accettate, poi, se si è veramente amanti
della verità, il confronto della propria verità con quella degli altri evitando
di arroccarsi in posizioni di eterno rifiuto. Quest’ultima condizione è la più difficile da osservare
perché spesso abbiamo paura della verità. Crediamo che essa possa provocarci
dolore. Sappiamo infatti cosa dovremmo fare ma
facciamo finta di niente. La verità però opera lo stesso nella vita e quindi
trova il suo modo di esprimersi e spesso quando arriva sulla scena per noi è
troppo tardi. L’accesso alla verità va quindi conquistata con coraggio perché
solo così le forze celesti, vista la nostra sincerità, si metteranno in moto
per aiutarci. La beatitudine allora entrerà nella nostra vita non come beota
palude di autocompiacenza,
ma come viva consapevolezza di aver seguito l’insegnamento del Maestro ed
averne ricevuto l’eredità. Il Signore quindi ci vuole beati. Il suo scopo non è
quello di punirci con insegnamenti assurdi, ma quello di rispondere con
pienezza a quella voglia di vita e di verità che ciascuno si porta dentro con
forza.
La nostra vita e la Parola
Signore,
sappiamo molte cose e di più vorremmo conoscerne tanto
che ci perdiamo in un continuo e dispersivo vai e vieni. Il tuo piccolo, ma grande suggerimento su come uscire da questa follia
conoscitiva ce lo hai indicato nel servizio dei fratelli ed allora che questa
sia per noi la nostra vera università.
18 Non parlo di tutti voi; io conosco
quelli che ho scelto; ma si deve adempiere la Scrittura: Colui
che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno.
Questo
versetto sembra slegato dai precedenti ed è consistente in se stesso. Ha una
sua apertura ed una sua chiusura e viene in un momento in cui Gesù ha fatto un gesto di grande intimità con i suoi
discepoli. E è proprio in questo contesto che Gesù sente l’esigenza di separare il grano dalla pula
manifestando l’intenzione di uno dei discepoli di tradirlo. Un approccio di
tipo intellettualistico a questo episodio potrebbe
portare a questa domanda: “ Possibile che Gesù
conoscendo tutto si sia potuto conservare una serpe in seno così a lungo?”.
Giuda era stato scelto da Gesù ma non possiamo pensare che egli lo avesse scelto in funzione del
suo tradimento. Il Maestro ha scelto Giuda perché lo amava come amava tutti gli
altri. Quando allora si riferisce alle scritture egli
vuole indicare che egli sapeva che qualcuno l’avrebbe tradito ma non sapeva chi
e solo nel corso degli avvenimenti egli ha potuto farsi una certezza di chi lo
avrebbe tradito. Sicuramente egli avrà tentato,
a tu per tu e a più riprese, di aiutarlo a recedere dai suoi passi falsi. Ora
però è venuto il momento della denuncia davanti alla comunità ed anche questa
mossa, come vedremo più avanti, è dettata solo da un grande
dolore ed un grande amore per il traditore.
Egli quindi crede ancora alla possibilità di salvarlo. Anche a noi capita di tradire ed essere traditi. Tradiamo
quando il nostro amore è solo di facciata, ma non resiste alle intemperie della
vita. Amiamo sì ma fino ad un certo punto lasciando la presa quando le difficoltà
sono troppe .
Questo tipo di tradimento è quello che ci capita più facilmente, è di
tipo passivo e non comporta la consegna ad altri della persona che tradiamo.
Ora è vero che noi non siamo onnipotenti e quindi quando gli spazi reali si
chiudono non possiamo volontaristicamente pensare che
essi siano ancora aperti, tuttavia possiamo tenere vicino al nostro cuore la
persona senza abbandonarla al suo destino in attesa di
tempi migliori.
La nostra vita e la Parola
Signore, quando i nostri interessi sono toccati è allora che siamo
tentati di tradire il fratello, ma sappiamo pure che anche questa è una prova
per verificare dentro noi stessi la qualità del nostro
amore.
19 Ve lo dico fin d'ora, prima che
accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono.
Ci avviciniamo a grandi passi verso i momenti più crudi della vita
del Maestro ed egli si sente in dovere di aiutare più che può i suoi discepoli
a fare tesoro di ogni momento che passerà ancora con
loro. Gesù si premura di fornire loro la chiave per accedere con più pienezza al mistero della sua persona una
volta che tutto sarà compiuto. Ha appena annunciato che uno che divide il pane
con lui lo tradirà, ma questa profezia, che i discepoli avranno modo nel futuro
di vedere attuata, diventa per il Maestro
l’occasione di rivelare loro il suo vero volto. Quando
infatti vedranno il Maestro tradito da un discepolo allora sarà per loro
il momento buono di ricordarsi che il tradimento era stato previsto non da un
uomo,ma da un uomo Dio. “Io sono” vuol dire che in lui il tempo sparisce e
nello stesso tempo che quanto nel tempo procura turbolenza può essere vissuto
in una dimensione altra e cioè quella di Dio. Qui Dio
scioglie i legami del tempo e fa intravedere come tutto è compreso negli
immutabili piani di Dio. L’ “io sono” è la personificazione della fedeltà
contro la deriva del tradimento. Grazie a Gesù “Io
sono” possiamo percorrere assieme a lui un cammino che porta con sicurezza alla
luce senza perderci nello scorato mare
dei piccoli interessi umani nelle cui acque si trovano tutte le stazioni delle
infedeltà e di tradimenti. L’ “ Io sono” è il porto sicuro che ci permette di
sperare contro ogni speranza, come il nostro Salvatore ci sta insegnando in
questo momento così cruciale e duro della sua vita. Svelandosi come “Io sono” Gesù
offre se stesso ai discepoli in una
prospettiva divina da cui guardare a tutto ciò che a breve succederà. Non è
quindi una dichiarazione per farsi riconoscere come Dio venuto sulla terra in
forma d’uomo ma per aiutarli in quest’ora buia. Essi
quindi si ricorderanno che nel momento del pericolo il Maestro “Io sono” era e sarà sempre con loro anche se il suo modo di esserci
deluderà i loro sogni di potenza mondana. Adesso la sua potenza divina si
trasforma in apparente impotenza umana per sottoscrivere in altra maniera l’insegnamento fatto un momento prima con la lavanda dei
piedi. E’ un percorso difficile da capire e
Gesù ne è cosciente e
quindi non pretende che i discepoli capiscano immediatamente ma disloca nel
futuro la comprensione di tutto ciò che in quel momento sta avvenendo.
La nostra vita e la Parola
Signore, se avessimo qualche volta la percezione del tuo tempo
senza tempo riusciremmo certamente a vivere ogni cosa
in quell’armonia profonda dove anche il nostro male
quotidiano trova la sua pace. Spirito di Dio scendi su di noi ed elevaci nel tuo “Io sono”!
20 In verità, in verità vi dico: Chi accoglie colui
che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha
mandato».
Gesù
lega subito il suo “Io sono” a colui che lo ha mandato
e cioè al Padre. Ed anche questo è un segno della
profonda unità che esiste tra le due persone. Gesù
non fa niente senza il Padre ma ci tiene a dirlo perché noi possiamo capire
fino in fondo come anche noi stessi non possiamo navigare in questa
esistenza senza avere il cuore ancorato al divino, e quindi al Padre che
non si vede. Nel Maestro questa radice che lo lega al Padre viene fuori con grande naturalezza ed in un momento poi così particolare è
un messaggio pregno di significato per tutti quelli che vorranno ripercorrere
in questo mondo il suo modo di essere e di vivere. A capo quindi di tutto c’è
il Padre che ci ha amati e spinto da questo amore ci
ha inviato il Figlio ed il Figlio, fatto della stessa pasta del Padre, amando
con lo stesso amore, e cioè con un amore senza incrinature, fedele e per
sempre, anche lui vuole che si continui questa catena di amore inviando degli
altri esseri umani che portino al mondo la testimonianza di un amore tanto puro
da non essere mai visto così su questa terra. Nel Maestro quindi si congiunge
il Cielo e la terra e quando lui non ci sarà più i discepoli
continueranno a portare avanti questa congiunzione nonostante il peccato
insidierà da vicino i loro passi. Gli apostoli accogliendo Gesù
hanno accolto il Padre e cioè hanno cominciato, anche
se debolmente per adesso, a pensare in
grande e non solo in termini di
interessi ma come se Gesù, iniziandoli al ballo
cosmico, li avesse resi consapevoli di come la realtà visibile sia compenetrata
da quella invisibile. Nel versetto il verbo”accoglie” viene
ripetuto 4 volte per dire come il concetto di accoglienza sia importante per la
realtà sulla quale il Maestro vuol gettare la sua luce. L’accogliere quindi
diventa per noi una specie di attenzione magica che
dobbiamo avere quando visitiamo il mondo in tutte le sue dimensioni. Certo da
una parte aggrediamo ciò che ci sta davanti e cioè
‘andiamo incontro’, ma dall’altra in questo nostro
muoverci, se vogliamo essere secondo Gesù, dobbiamo
metterci in una condizione di servizio dove si precisa meglio il nostro
accogliere. L’accoglienza riguarda quello che ci viene
chiesto dalla vita come voce che ci giunge direttamente dal Padre, anche se,
proprio per la nostra condizione di peccatori, dobbiamo applicare un certo
discernimento aiutato, per la nostra natura decaduta, dai fratelli e dalla
guida spirituale.
La nostra
vita e la Parola
Signore, questo universo è pieno di attraversamenti celestiali che ci
portano continuamente il volere del tuo e nostro Padre, aiutaci con lo Spirito
del tuo amore a divenirne consapevoli per poter essere in qualche modo
all’altezza del tuo amore senza incrinature, fedele e per sempre.
21"Dette queste cose, Gesù si
commosse profondamente e dichiarò: In verità in verità vi dico: uno di voi mi
tradirà."
Quando qualcuno che ci era amico non lo é
più, spesso, se ci pare di non averne colpa, cominciamo a guardarlo sotto
un'altra luce. Rivisitiamo allora la storia vissuta assieme per scoprire modalità di scambio in cui uno dei due non incontrava veramente l’altro. Se ci va bene
scopriamo d'aver sbagliato anche noi in tantissime cose, diversamente l'altro é
vissuto come colui che non ha voluto o potuto capire
l'intensità della nostra amicizia. Nell'uno e nell'altro caso c'é del dolore,
ma spesso questo dolore non porta a inventare
occasioni per rilanciare di nuovo questa amicizia. Dall'amicizia si vuole
parità di sentimento e di dedizione: quando tutto ciò entra in crisi, si é poco
attrezzati per veri rilanci. Un innamorato lo sappiamo non si
ferma di fronte a niente, le tenta tutte: ma per l'amicizia, soprattutto
quando ci sentiamo traditi, ciò accade raramente. Perché?
Forse, in un mondo così distratto e veloce, alle amicizie non si dà il tempo di
radicarsi profondamente. Per le amicizie non si usa la parola 'eterno', come
per l'amore, ed allora le amicizie possono cambiare a seconda
dell'età e dell'interesse del momento. Se pensando a noi stessi ci vediamo essenzialmente soli e non come irradiati verso
gli amici, dovremmo rivedere la nostra vita.
Gesù si commuove e questo suo sentimento ci
dice tutto sul suo modo di vivere l'amicizia: fino all'ultimo
infatti il Maestro, come vedremo, rimane amico di Giuda porgendogli
l'occasione di ritornare indietro dalla sua follia.
Nel fare la sua denuncia così dolorosa Gesù non può fare a meno di provare dentro di sé
come una specie di terremoto emotivo. Percepiva nella sua sensibilissima natura
il dolore d’essere abbandonato da una persona , Giuda,
che aveva scelto ed amato perché avesse parte del suo regno di luce e di amore.
Ora vedeva che le tenebre cominciavano ad avvolgere la sua pecorella ed essa
avrebbe perso la strada tanto che non avrebbe più potuto
apparire davanti a lui con quel volto di candore che un giorno gli aveva letto
dentro. La tragedia che in questo momento sta vivendo Gesù
è immensa perché se Giuda non accetta le sue premure, che di per sé non
finirebbero mai, non potrà più riportare al Padre questo suo fratello diletto.
Per Gesù c’è ancora spazio e i suoi ultimi gesti
verso di lui ci racconteranno ancora di
come egli abbia lottato fino all’ultimo in favore del
suo apostolo.
Annunzio de tradimento di
Giuda
21" ...e dichiarò:" In verità in verità vi dico: uno di voi mi
tradirà."
Spesso non riusciamo a contenere ciò che di negativo abbiamo vissuto con il nostro prossimo ed abbiamo bisogno di
parlarne ad altri. La comunicazione ci libera di un fardello nello stesso
momento che chiede a chi ci ascolta giustizia e comprensione per quello che
abbiamo patito.
Dividere con qualcun altro la pena ci
aiuta a superare il momento di difficoltà. Tuttavia non sempre é opportuno confidarsi perché, pur
non volendolo, si rischia di creare anche nell'altro un atteggiamento negativo
ed in fondo non motivato verso la persona oggetto del nostro malcontento.
Ci sono cose che devono rimanere nel segreto, perché il segreto sarà quello che
forse ci aiuterà a trovare il modo di recuperare il rapporto. Il non dire ad
altri é già un atto di pace verso il prossimo che ci ha creato dei problemi e
che comunque si accorge se noi abbiamo parlato male di
lui. Dare all'altro tante possibilità quante ne
daremmo a noi significa lottare con lui per la pace.
Quando però non si può più mantenere il segreto allora anche la
denuncia serve come ulteriore aiuto che si dà all'altro
per farlo uscire dal suo torpore. Tutto ciò vale quando ad essere colpiti siamo
solo noi, ma le cose cambiano quando sono in gioco interessi collettivi e
quando il tacere non fa crescere la consapevolezza collettiva di un bene da
difendere assieme. Purtroppo molte volte è difficile
saper discernere quando il silenzio crea possibilità di recupero o diventa
complicità. Gesù invece è un perfetto tempista e
decide solo ora di non poter più tacere perché Giuda sta per passare dal piano
mentale a quello operativo. Prima ha cercato nel segreto del suo rapporto
intimo con il discepolo di dissuaderlo, ora deve agire ed in questa prima fase
vuole vedere che reazione ha Giuda davanti a questa sua denuncia. Quando i segreti sono svelati ed ancora, come in questo
momento, è segreta l’identità di chi si appresta a fare il male, allora
l’essere stati scoperti può indurre la persona a retrocedere dal suo intento. Gesù quindi tenta questa sua carta e vedremo appresso come
mai Giuda non coglie questa opportunità.
La nostra vita e la Parola
Signore, in ogni momento della nostra vita tu ci offri delle
opportunità per amarti di più, ma facciamo come i bambini che si distraggono ed
inseguono in modo accanito i piaceri dell’ultimo gioco che hanno tra le mani.
22 I discepoli si guardarono gli uni gli
altri, non sapendo di chi parlasse.
Spesso si vedono genitori che di fronte agli efferati delitti dei
propri figli
mostrano grande stupore e sconcerto. Tuttavia ciò che più colpisce é come abbiano sottovalutato alcuni
tratti distruttivi della personalità dei
loro figli. Il figlio che conoscevano é completamente
diverso da quello che poi si trovano davanti. Così passano la vita con i
figli inseguendo i propri sogni, ma senza accorgersi dei loro sbandamenti e
delle loro richieste di aiuto. Nello stesso modo i
discepoli si guardano l’un l’altro completamente ignari di chi potesse
essere il traditore. Forse sapevano che Giuda rubava dalla cassa comune ma
erano completamente lontani dal sospettare che potesse
architettare una tale enormità. Giuda quindi era riuscito a trattenere dentro
di sé ogni parola, ogni atteggiamento che potesse
comprometterlo agli occhi degli altri. Gli apostoli sono sinceri nel loro non
sapere chi avrebbe tradito il Signore, ma certamente non hanno saputo vigilare
e soprattutto non sono stati attenti al contesto di
riferimento del loro fratello Giuda. Egli ha potuto quindi tramare nel segreto
senza che gli altri potessero avere un minimo dubbio su di lui. C’è anche
un’altra interpretazione per spiegare questa meraviglia e cioè
che la lotta in Giuda era così interiore che solo ora una delle due parti in
lotta aveva pre il sopravvento. Se
i discepoli però erano distratti non così il Signore che ha saputo leggere
tutta l’evoluzione interiore dei pensieri di Giuda fino al momento in cui ormai
aveva deciso cosa fare. Lo sguardo dei discepoli che si guardano l’un l’altro ci rimanda a quello di Gesù
quando un momento prima aveva dichiarato che : “Uno di voi mi tradirà”. Chi
guardava Gesù mentre diceva queste parole? La sua
commozione profonda ci fa credere che non stesse guardando nessuno dei
discepoli, ma fosse come ripiegato su se stesso come
accade a ciascuno di noi quando ci commoviamo. Quando siamo commossi è come se
diventassimo anche visivamente il perno del mondo tanto che gli altri si
fermano e ci guardano mentre noi siamo proiettati a vivere nel nostro corpo
sensazioni e sentimenti che in quel momento traducono
completamente il nostro stato d’animo. Gesù quindi
aveva gli occhi rivolti al suo interno mentre parlava e ciò anche per non dare
alcun segno esteriore che potesse indirizzare gli occhi dei discepoli su Giuda.
Grande è la delicatezza del Signore che non è interessato
mai alla condanna, ma al perdono.
La nostra vita e la Parola
Signore, la nostra vita è come uno spartito dove prima di ogni battuta tu inserisci il tuo perdono. Ti ringraziamo
allora perché con il tuo perdono ci permetti
ancora di vivere nel tuo celeste regno.
23 Ora uno dei discepoli, quello
che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù.
Non è un
caso che Giovanni, con molta probabilità il discepolo che Gesù
amava, si trovasse al suo fianco. Stare al fianco di
un una persona ha sempre significato,
nella realtà e nella percezione comune, vicinanza ed intimità. I nemici, quelli
leali, stanno di fronte mai a lato.
L’amore ha quindi una sua collocazione spaziale
che è proprio quella laterale. Chi si pone di fronte spesso
si mette nella condizione di opposizione delle fronti, mentre in una situazione
ideale le fronti non devono circuitare loro stesse in
un rapporto che rischia di escludere gli altri. La posizione laterale permette
di rivolgere il proprio volto all’altro ma nello stesso tempo apre le due
persone all’apporto della realtà che così non viene
esclusa. Giovanni si mette vicino a Gesù perché questa è la
situazione ideale di chi ama. Chi ama si stringe all’amato perché vuole
sentirne il corpo, le vibrazioni. Chi ama vuol prendersi cura dell’amato e
quindi si mette nella posizione laterale che è quella più indicata per tutte
quelle operazioni di cura di cui vuol farsi carico. E’ anche vero che il testo
dice che Giovanni “si trovava” quasi intendesse dire che in questa
occasione il discepolo si trovava al fianco, ma che in altre no. Tuttavia è anche corretto pensare che in una occasione
così particolare il Maestro abbia voluto mettere vicino a sé quelli che più
amava.
La nostra
vita e la Parola
Signore, se
cambiassimo atteggiamento ed invece di metterci contro ci mettessimo al lato
del fratello forse ci eviteremmo un mare di guai. Il
tuo presepe è un esempio
meraviglioso di questa modalità che tu vuoi trasportare nel nostro mondo.
24 Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Di', chi è colui a cui si
riferisce?».
Non si può avere accesso al cuore di un uomo perché lo si é deciso. Avvicinarsi all'intimità si può solo se essa
ci viene concessa per dono. Siamo esseri finiti e
riusciamo ad avere rapporti di amicizia solo con
pochissime persone. Ma se abbiamo avuto cura di farci tanti alleati, allora
potremo conoscere molto di coloro che ci stanno
a cuore. Pietro si rivolge a
Giovanni perchè sa di poter contare su di lui.
Altre volte Pietro si era rivolto al Signore direttamente anzi una volta
l’aveva anche sgridato, ma adesso le cose sono cambiate
e Simone non è più così sicuro di poter avere un rapporto diretto con il Maestro. Forse in questo suo
cercare una via indiretta al Maestro si può leggere una perdita di limpidezza
nel suo rapporto con Gesù. Ricordiamoci anche che
Pietro fra qualche ora rinnegherà colui che l’aveva
posto a capo dei suoi discepoli. Solo gli innocenti possono chiedere liberi da
qualsiasi ombra di sottesa malizia perché hanno quel candore d’animo che
permette loro di domandare con familiarità ed attesa di luce che non può non
ricevere risposta. Dove sono infatti gli ardori del
primo amore che Pietro era solito
manifestare al suo Gesù?
Non solo per Pietro ma per tutti arrivano questi strani momenti in cui non ci
si stacca dalla guida, ma non la si ama più come una
volta. E’ come se la si fosse digerita ma nella
trasformazione l’avessimo ridotto a nostra immagine e somiglianza tanto che la
sua parola non suscita più in noi l’iniziale fervore. Questo calo di spirito e di amore è grave perché non solo viene intaccato l’amore per
la guida umana ma anche tutto ciò che ci potrebbe venire dal suo essere tramite
del Maestro per eccellenza e cioè Cristo Signore. Nella relazione con il
Maestro non solo cresce il discepolo, ma anche la guida che
del Maestro è intermediario. Abbiamo quindi la responsabilità della crescita
stessa della nostra guida che avviene anche grazie al nostro affidamento
sincero. Abbiamo molto cammino da fare per capire fino in fondo come interagire
con il nostro padre (o la nostra madre) spirituale, ma
possiamo essere certi che questa è la via per entrare in un’intimità più vera
con il Maestro. In un mondo di liberi pensatori tutto ciò è difficile da
accettare, ma grazie all’incarnazione di Gesù ed al
suo continuo riferimento al Padre anche per noi questa strada è aperta.
La nostra vita e la Parola
Signore, fa che riusciamo, grazie al tuo esempio, ad avere un
rapporto sempre più filiale e sincero con la nostra guida spirituale. Aiutaci a
vincere le resistenze ed a consegnarti, tramite lui, tutta intera la nostra
vita ormai lontani da quelle pesanti zone d’ombra che non ci permettevano di
alzare lo sguardo verso di te.
25 Ed egli reclinandosi così sul petto
di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?».
Quando
Gesù aveva dichiarato che qualcuno l’avrebbe tradito
si era commosso. Ciò vuol dire che anche la fisiologia del suo corpo era cambiata. Qualcosa nella sua voce e nel suo volto aveva
tradito la commozione profonda che lo attraversava. Giovanni, come gli altri ha
visto tutto ciò e per far sì che il Signore senta la sua vicinanza fisica
reclina il busto e la testa sul petto del Maestro. E
cosa avrà sentito di quel corpo e del suo cuore? Sicuramente
almeno il battito che non sarà stato normale, ma alterato dalla profonda
commozione che ancora lo scuoteva. E le sue parole Giovanni le ha dette mentre si reclinava quasi a cogliere
contemporaneamente la sua risposta oppure si è prima accostato a quel petto per
fargli sentire tutto il suo affetto e poi ha fatto la sua domanda? Il suo
accostarsi a Gesù con questo gesto così intimo ci fa capire e la gravità del tradimento, ma
anche la solidità di un rapporto e di una confidenza che ci ridà,
anche se in un momento così tragico, la stessa modalità
tattile del Signore quando toccava la gente per guarirla. Le sue mani avevano
toccato sempre gi uomini bisognosi ed ora il suo discepolo
tocca lui con il suo corpo nel momento del bisogno e quando era
necessario che qualcuno dei suoi gli fosse prossimo nel momento in cui avrebbe
detto il nome del traditore. Giovanni tutt’uno con il
Signore è l’icona perenne di quanti suoi discepoli vogliono consolarlo per ciò
che di brutto avviene nel mondo e dei tradimenti che subisce
da parte di coloro che avevano deciso di amarlo e poi si sono sottratti al suo
amore. I cristiani non possono affrontare la storia a cuor leggero ma solo
abbracciati al loro Signore e con qualcosa di dolente nel cuore perché non
possono non partecipare alla sofferenza di Gesù che
offre la sua salvezza e se la vede rifiutata. Giovanni chiede di sapere chi è
il traditore e nella sua domanda c’è anche la curiosità per una storia che egli
non ha saputo o potuto vedere. Il crescendo dell’attività miracolosa del
Signore (resurrezione di Lazzaro) ed il suo accostarsi al centro della
religiosità ebraica ( l’entrata trionfante a Gerusalemme) rendeva in effetti la situazione che stavano vivendo come fuori
dalla “normalità” (se così la si può chiamare) degli anni precedenti. I
discepoli percepivano che la situazione era matura per
una svolta ma totalmente impreparati a che ciò avvenisse per mano di un
traditore che venisse dalle loro file. Pensiamo a quando è successo anche a noi
di scoprire come, mentre si vivevano delle situazioni nella normalità dei
rapporti, qualcuno nello stesso momento viveva alle nostre spalle una storia
diversa. E pensiamo anche a quelle occasioni in cui
anche noi abbiamo creato una storia parallela con il nostro prossimo senza mai
verificarla con lui anzi pubblicandola e gonfiandola quando se ne parlava con
gli altri.
La nostra vita e la Parola
Signore, dovremmo cucirci le labbra ma
spesso non riusciamo a contenerci ed allora debordiamo
dalla retta via. Aiutaci allora ad avere coraggio e prudenza per dare spazio di
verità ai rapporti perché non stagnino in mefitiche paludi dove poi è estremamente doloroso uscirne.
27 E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: «Quello che devi
fare fallo al più presto».
Giuda prese
il boccone, non lo rifiutò e lo prese perché sapeva che Gesù
non l’avrebbe tradito di fronte agli altri. Egli aveva capito che il Maestro lo
lasciava libero di scegliere senza fare appello a niente che lo facesse sentire
obbligato verso di lui. Mentre Gesù
si consegna a Giuda, tramite il boccone intinto, i suoi occhi lo cercano. Cosa sarà passato in quello sguardo? Sicuramente la
consapevolezza della sua diversa percezione della realtà. Uno sguardo che
testimonia a Giuda tutta la sua
determinazione a percorrere un cammino diverso dal suo e cioè
un cammino dove le idee non si impongono con la forza e dove l’unico modo per
farle accettare è il servizio e l’amore. Uno sguardo pieno di
coraggio, non di sfida, uno sguardo che fa intendere a Giuda che non tutto è
perduto e che c’è sempre ed ancora tempo per tornare indietro. E Giuda avrà
guardato il Maestro? Forse no o forse sì. No perché come
avrebbe potuto sostenere quello sguardo così intenso che l’avrebbe fatto
ritornare in sé, oppure sì perché ormai era capace di dissimulare o anche di sfidare il suo Maestro.
Trarsi fuori da un gruppo di persone con le quali si è
condivisa la vita per tre anni non è facile e se lo si fa è perché si è
arrivati a delle conclusioni precise. Giuda non è un emotivo ma un calcolatore
che sa quello che vuole ed ora ha deciso
di cambiare completamente l’orizzonte della sua vita. Può essere quindi che nel
momento di ricevere da Gesù il boccone l’abbia guardato come se nell’atto di
rescindere la sorte della sua vita da Gesù e dagli
altri, volesse significare d’esserne non solo capace ma anche promotore di un
verbo diverso da quello del Maestro. Il boccone di salvezza però non accettato
si trasforma in veleno. La contemporaneità tra l’assunzione del boccone e
l’entrata di satana in Giuda ci fa capire che tutto si è giocato, come
decisione finale, proprio in quel momento. E’ in quel momento supremo che le
concezioni di vita dei due protagonisti vengono a contatto in modo preciso e
dirimente. Nelle scelte della vita quindi c’è sempre una preparazione che in
qualche modo ci incanala verso una decisione, ma dove
siamo ancora in tempo a recedere dai nostri propositi, ma poi c’è sempre un altro momento in cui si
conclude, in cui si sta da una parte o dall’altra. Giuda aveva fatto la sua
scelta e il Signore gli dice di fare presto quello che
doveva fare. Il senso di queste sue parole stanno nel
sapere che finchè il peccato non si commette non se
ne può conoscere tutta la sua terribile realtà, ma proprio quando si commette è
proprio allora che la salvezza è più vicina.
La nostra
vita e la Parola
Signore, quante volte ci hai riavvicinati a te grazie ai nostri peccati. Prima eravamo indifferenti
o liberi di credere che tutto ci era permesso. Solo le
conseguenze del peccato ci hanno avvicinato alla tua misericordia.
28 Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo;
Questo
versetto è la dimostrazione del fatto che i discepoli, ad eccezione di
Giovanni, non avevano capito che il traditore era
Giuda. Gesù infatti aveva
fatto di tutto per non rivelare il nome del traditore anche se aveva dato al
suo discepolo diletto un’indicazione precisa. E questi deve aver colto
nell’atteggiamento di Gesù la sua volontà di non
rendere pubblico il nome. Eppure in condizioni di
normalità, e cioè di situazioni simili che potremmo
vivere noi umani, conoscere in anticipo il nome di un traditore vorrebbe dire
sventare un attentato o salvarci da una situazione pericolosa. Qui però ci
troviamo in una realtà diversa, ci troviamo all’interno della storia della
salvezza dove tutto acquista la dimensione della lotta tra il mondo delle
tenebre e quello della luce. E nel cuore di Giuda c’era ancora un po’ di luce
ecco perché Gesù
non vuole essere lui a spegnere il lucignolo che ha
ancora un po’ di vita. Nessuno dei discepoli capisce perché nessuno era
addentro a ciò che passava tra il discepolo ed il Maestro in quest’ora suprema. I discepoli qui appaiono ingenui e
completamente fuori dalla portata degli eventi. Questo
passo del vangelo deve aiutarci a vivere il discepolato
non in modo avulso dalla realtà ma tenendo conto del milieu dove il nostro
stesso essere discepoli si inscrive. Spesso infatti si tagliano ponti che non devono essere tagliati o
ci si separa in modo improvvido, per fare un esempio, dal sentirsi Chiesa in
qualsiasi situazione in cui questa Chiesa storica ci si presenta. I movimenti
ed i gruppi nella Chiesa sono importanti perché realizzano la vita del Cristo
secondo vocazioni particolari, ma il riferimento di ogni
cristiano è a Pietro ed ai suoi vescovi perché sono loro che ci forniscono la
chiglia giusta per affrontare i tempi in cui. Tornando al nostro versetto
notiamo che l’evangelista Giovanni, anche lui, pur intuendo che Giuda era il
traditore non riesce a collegare le parole di Gesù al
tradimento che il suo condiscepolo si apprestava a consumare. Inoltre Giovanni ci confessa che
nessuno aveva capito le parole di Gesù
ed in questa confessione c’è l’amara consapevolezza di aver partecipato ad un
evento importantissimo lasciandosene sfuggire il senso.
La nostra
vita e la Parola
Signore, quante volte ci capita di vivere avvenimenti senza
capirne la portata.
Ora perché non avvenga che per nostra complice sbadataggine si
verifichino atrocità illuminaci con il tuo Santo Spirito perché spesso
siamo nelle tenebre.
29 alcuni infatti
pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli
avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse
dare qualche cosa ai poveri.
Oggi noi abbiamo tantissime conoscenze e di altre, infinite e
caduche, veniamo continuamente informati. Una volta invece la vita del
villaggio era contrassegnata da pochi eventi, in compenso tutto ciò che abitava
la terra, l'aria e le case era conosciuto
profondamente tanto da annoiare, ora invece c'é la possibilità di conoscere
tutto e si fanno tante scorpacciate di notizie da avere la nausea ed arrivare
all'insensibilità. Ma nell'una e nell'altra situazione
se non si sta in cosciente presenza di fronte all'Infinito o si danno
interpretazioni di poca importanza ad eventi vitali o al contrario si prendono
lucciole per lanterne.
La nostra
vita e la Parola
Signore, per
non fare fatica ci adagiamo al senso comune senza verificare di persona come
vanno le cose. Poi succede che la vita ci mette davanti a degli esiti che non
avremmo mai immaginato ed ecco che prendiamo improvvisamente coscienza che noi
in quelle occasioni, dove si decideva tutto, non c’eravamo per negligenza. Il
tuo Santo Spirito supplisca alla nostra debolezza e ci dia la forza di vivere
il più possibile nella verità.
30 Preso il boccone, egli subito uscì. Ed
era notte.
Simulare
d’essere innocente quando invece si è traditori significa avere una grande capacità mimica di apparire per ciò che non si è.
Giuda poteva rifiutare il boccone offertagli da Gesù
ma gli sarebbe stato chiesto il motivo del rifiuto
cosa che egli voleva assolutamente evitare. Egli percepisce che il suo Maestro
sa tutto su di lui ma può essere che egli interpreti quel :”Quello
che devi fare fallo presto”, come una specie di complicità di Gesù all’azione che stava per compiere. Giuda era uno zelota a cui stava a cuore, come a tutti gli zelati, la cacciata dei romani
dalla terra di Israele e stando con Gesù aveva potuto
valutare tutto il suo fascino e la sua potenza. Si può quindi fare l’ipotesi
che Giuda avesse individuato in Gesù
il Messia che doveva venire a liberare il popolo dalla schiavitù. La sua idea
di messia era quella di tutti e cioè di un guerriero come tanti ce ne erano stati
nella storia di Israele, La sua idea potrebbe quindi essere quella di tradirlo,
ma nello stesso tempo di approfittare della cattura di Gesù
per spingerlo ad una reazione che facesse scoccare la scintilla della rivolta.
Questa potrebbe essere una possibile spiegazione dell’atteggiamento tenuto da
Giuda che va incontro alla nostra voglia di capire, ma che non si può desumere
dal testo. Sappiamo pure dagli altri discepoli che egli rubava dalla cassa comune e quindi
per estensione, visto che per il tradimento prese del
denaro, possiamo immaginare che l’abbia fatto per soldi, ma anche questa
interpretazione rimane debole se si pensa che Gesù
aveva promesso ai suoi discepoli il centuplo in questa vita. Il tradimento di una persona da parte di
un’altra, soprattutto quando c’è stata comunanza di vita, si inscrive in una
sfera così intima che solo i protagonisti ce ne potrebbero raccontare la storia
vera. Uscito Giuda l’evangelista scrive che era notte.’ Notte’ significa mancanza di
luce e Giuda in quella notte si sta perdendo perché attirato da luce apparenti,
ma non vere. La luce che illumina il cuore è rimasta nel cenacolo anche se un
boccone di quella luce è entrata in Giuda nonostante
la sua ostinata determinazione a portare a termine il suo tradimento. Quando il suo misfatto sarà consumato quel boccone darà i
suoi frutti nel pentimento.
La nostra vita e la Parola
Signore, con te vicino possiamo vedere
illuminate tutte le stanze del nostro palazzo interiore, mentre se ce ne stiamo
lontani siamo solo preda delle passioni e dello
spirito del tempo. Essendo tu solo la Via la Verità e la Vita ti chiediamo di tenerci stretti perché solo così potremo
vivere.
L’addio
31 Quand'egli fu uscito, Gesù
disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato
glorificato in lui.
Nel caso di Gesù non ci troviamo solo di
fronte al caso di un giusto che é tradito dall'amico amato, ma in quello del
giusto che conosce nome e cognome del suo traditore e pur sapendolo non lo
uccide come si usa nel mondo. Al contrario usa con lui
delicatezza ed amore, quasi a stampare loro nel cuore un ricordo che, forse
all'ultimo momento lo salverà. Un uomo simile é degno
di esultanza. Ma da chi è stato glorificato il Figlio
dell’uomo? Credo che sia stato glorificato dallo stesso svolgersi degli eventi.
In questo immane duello dove la Luce contrappone se
stessa alle tenebre e dove tutte le trappole erano state messe da Satana per
far cadere in contraddizione chi, avendo proclamato al popolo d’Israele un
regno d’amore, poi vi contraddiceva nel momento in cui avesse accettato di
vendicarsi di Giuda. Ciò non avviene e Gesù stesso è pervaso da una cascata di gloria che è
l’anticipazione di quella della resurrezione. Ora il campo è libero da qualsiasi interferenza ad opera di satana ed il suo cuore può sciogliersi come mai
prima di questo momento. Egli si trova con i suoi discepoli più fedeli ed anche
se tra poco anch’essi si allontaneranno da lui egli computa ciò solo a debolezza
e non a calcolo. Può quindi aprirsi sapendo che dopo il primo momento di
sbando, e grazie alla sua presenza risorta, riprenderanno coraggio e porteranno
il suo messaggio fino ai confini del mondo. E’ quindi questo un momento di giubilo dove non può mancare,
perché c’è sempre stato, Dio Padre che riceve gloria nel Figlio. E da chi riceve gloria? La riceve da tutti coloro che nello spazio-tempo contempleranno questa scena
nonché da tutto il creato visibile ed invisibile.
La nostra vita e la Parola
Signore, davanti a te glorioso ti benediciamo
e tramite te diamo gloria anche a Dio che ha voluto la salvezza di tutti gli
uomini.
32 Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da
parte sua e lo glorificherà subito.
Questa
affermazione di Gesù pone all’uomo un serio
interrogativo riguardo alle sue azioni. E cioè a chi
danno gloria le molteplici azioni in cui egli diffonde se stesso? Dalla mattina
alla sera noi uomini portiamo avanti tantissime attività, ma è bene chiederci
per chi e per che cosa le svolgiamo, per chi e per che cosa lottiamo e ci
affanniamo. E’ l’eterna questione del senso che si pone ogni qualvolta si ha la
possibilità di fermarsi e pensare. E ci si può fermare
in vari modi ammalandosi, ad es, o ingolfando a
dismisura il proprio spirito tanto da farlo cadere nella disperazione più nera.
Non che prima del fermarsi l’uomo, nelle pieghe inconsce del
suo essere, non abbia le sue motivazioni per agire. Le ha sempre. Tuttavia ad un certo punto si pone il problema della verità delle
sue motivazioni. E la verità va a
braccetto con la luce e quindi con la contemplazione chiara di ciò che si sta
facendo al mondo o del motivo per cui agiamo in un
modo piuttosto che in un altro. Da questo agire motivato però noi vogliamo la
prova del nostro essere nella verità. E questo sembra
un modo di procedere. Tuttavia può succedere che la motivazione per cui ci muoviamo si sposino con l’essere nella verità
prima di avere i riscontri della giustezza dei nostri pensieri. Allora il
nostro intervento diventa ideologico e manipolativo della stessa realtà. Si
parte per stare nella verità e poi ci si ritrova avendo in mano solo la nostra
striminzita verità. Alla fine del percorso ci troviamo non solo senza gloria,
ma svuotati nel nostro stesso essere. La gloria è il constatare sulla propria
pelle che il bene che abbiamo cercato nella vita per
noi e per gli altri ci ritorna in modo gratuito o dai nostri immediati
interlocutori o da altre istanze spirituali nascoste. Gesù
viene investito direttamente dalla gloria a motivo del
suo fare la verità e nello stesso tempo permanerci come un milieu da cui non si
è mai mosso nonostante tutte le difficoltà e i pericoli in cui viveva. La
gloria quindi gli arriva dopo il suo aver scelto e fatto il bene, non prima.
Non gli arriva solo perché le sue motivazioni erano buone, ma solo perché nel
riscontro della vita quelle buone motivazioni erano diventate
fuoco che mai si spegne di un bene che durerà per l’eternità. E Dio che è l’istanza suprema di ogni buon divenire investe di gloria il
Figlio. E per
capire questo tipo di gloria pensiamo ai nostri momenti di gloria quando
tutte le cellule del nostro corpo sono state carezzate dalla gioia. Qualcosa di
simile avviene in Gesù
che in questo momento particolare si
sente accarezzato dal Padre in tutte le pieghe del suo corpo ricevendo così un
anticipo di resurrezione prima della sua passione e morte.
Inoltre come nei momenti di gloria il nostro spirito esonda all’esterno in un chiarore che può abbacinare gli
altri, così, in una misura che non sappiamo descrivere con i nostri
aggettivi, Gesù
in questo momento è inondato dalla luce di gloria del Padre ed è pronto a far
emergere i suoi nascosti tesori. Dimostrazione di ciò sono le parole che
da questo momento in poi rivolgerà ai suoi discepoli.
Gesù è
stato glorificato e sarà glorificato da Dio: il futuro sta ad indicare che le
prove non sono finite e che il perseverare di Gesù
nella stessa modalità di risposta farà ancora cadere
su di lui la gloria di Dio.
La nostra
vita e la Parola
Signore, noi
cerchiamo sempre delle egoistiche scorciatoie per ricevere gloria dai nostri
simili, ma tu ci dai testimonianza che solo il servizio e l’amore per i
fratelli possono aprirci le porte della vera gloria.
33 Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma
come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire.
Grazie alla
salvezza portataci da Gesù noi ci consideriamo suoi fratelli perché abbiamo in Dio un medesimo Padre, ma
qui Gesù chiama i suoi discepoli ‘figlioli’
non ‘fratelli’ quasi che in questo momento prevalesse
in lui l’atto generativo. Nel Maestro, Figlio di Dio, affiora la sua unione con
il Padre ed in quest’unità il Padre ed il Figlio
assieme possono dire ‘figlioli’. Oltre che in questo
passo Gesù usa questa parola altre
due volte nel vangelo: in Marco (10,24) quando è rattristato dal giovane ricco
:«Figlioli, com'è difficile entrare nel regno di Dio!” e dopo la resurrezione
in Giovanni (21,5) :«Figlioli, non avete
nulla da mangiare?». Egli quindi utilizza questa modalità
di appellarsi ai discepoli quando vuole stabilire un contatto più ravvicinato. Ed egli vuole avvicinare proprio il suo cuore ai discepoli
per comunicare loro delle cose importanti. L’atmosfera a tavola doveva essere raccolta ed intensa grazie a Gesù che stava alzando il livello della comunicazione come
per incidere con il fuoco le sue parole nell’animo dei discepoli. Il Maestro
sente che il vento si sta alzando e che tra breve diventerà furioso e lo
staccherà da quanti fino a quel momento costituivano la sua famiglia su questa
terra e non può permettere che questo avvenga senza una preparazione. Gesù-Dio non può essere sorpreso da niente e quindi nessuno
può toglierlo ai suoi senza che egli li abbia
preparati. Ciò ci riempie di consolazione perché così sappiamo che, nel caso
qualcuno volesse rubarci la vita, non lo potrà fare senza che il Signore nostro Dio ci abbia preparati.
Se la nostra vita sarà unita alla sua allora sapremo quando sta per arrivare il momento ed avremo
tempo per prepararci e fare il nostro testamento. Gesù
quindi comincia ad avvertire i suoi del prossimo distacco, ma la cosa più
importante è che non dice che morirà, ma
solo che cambierà il luogo della sua presenza. Anche
queste parole sono formidabili se rapportate a quanto potremmo dire noi piccoli uomini
in un’occasione simile. Noi infatti avremmo cominciato
a stabilire un clima negativo mettendo in campo la nostra innocenza ed
attivando le persone presenti contro il nemico. Qui nulla di tutto questo. Si
dice solo che la vita continua ma in modo diverso ed in un luogo dove i suoi
discepoli non avrebbero potuto raggiungerlo. C’è però in questa dichiarazione tutto il dolore per il distacco e
per la percezione che i discepoli non potranno più rapportarsi a lui con quei
gesti e quelle parole che fino a quel momento avevano costituito la modalità
normale dei loro rapporti.
La nostra
vita e la Parola
Signore,
portandoci la salvezza hai stabilito con noi un rapporto che segna la nostra
vita. La tua modalità d’essere presente è diversa da
quella che hai avuto con i tuoi discepoli in terra. Noi
infatti siamo abituati a viverti in una presenza assente che per tua
volontà, e salvo casi particolari, manterrai sempre. Dalla modalità
quindi che hai scelto non puoi più andartene perchè
nel luogo del tuo amore ci sei sempre
vicino. Solo noi invece abbiamo la possibilità di sottrarci
alla tua presenza per abitare la notte. Signore, piuttosto la morte che
separarci da te: aiutaci!
34 Vi do un comandamento nuovo: che vi
amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni
gli altri.
Cerchiamo di
capire la novità di questo comandamento almeno in qualche sua parte. Gesù aveva già dato al giovane ricco delle indicazioni su
come amare : Mt 19:17-19 :
”Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Ed
egli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non uccidere,
non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre
e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». La misura dell’amore qui è
riferita a se stessi e cioè con la stessa intensità
con cui noi ci amiamo così con lo stesso amore dobbiamo amare gli altri. Nel
comandamento nuovo però non c’è più questo riferimento ma una sorta di
bilanciamento, sempre nell’amore però, a cui sono chiamati gli uomini. Gli uni
e gli altri sono invitati, ed in ciò sta in parte la verità di questo
comandamento nuovo, ad amarsi. Ma che vuol dire ciò?
Vuol dire che non basta più il livello personale e soggettivo per soddisfare il
comandamento, ma che bisogna amarsi come uomini che nella realtà sono sempre
inseriti nelle più disparate forme associative. Se infatti
ci guardiamo attorno gli odi che procurano più sciagure sono quelle dei gruppi
organizzati e cioè di coloro che legati da un’ideologia vogliono realizzarla a
tutti costi, nel modo suggerito dal loro gruppo, senza arrivare ad un accordo
politico fra le parti. Quegli ‘uni gli altri, sta proprio ad indicare la
diversità delle presenze che esistono in seno alle varie comunità di appartenenza. Il compito quindi che ci viene
affidato dal Signore è arduo, ma nello stesso tempo altissimo, e cioè quello di
adoperarci per la pace tra i vari gruppi in tutta l’estensione trasversale del
loro significato e cioè dal livello familiare a quello politico nazionale e
transnazionale. La seconda parte del valore aggiunto a questo comandamento
riguarda il nuovo parametro per cui esso diventa
effettivamente nuovo e cioè Gesù ci chiede di
misurare ogni nostro amore per gli altri sul modo come Lui ci ha amati. Non
chiede più di amare il nostro prossimo come noi stessi, perché potremmo amarci
di un falso amore e quindi sbagliare nell’amore per gli altri, ma ci dà una
misura, un esempio che nella sua persona diventa per noi un fulgido esempio da
imitare. La vita del Cristo è il DNA della vita nuova che viene
innestata in quella umana per divinizzarla. In lui non vi sono interessi di
parte, invidie, volontà di sopraffazione e quindi la sua vita non esala morte,
ma un intensità di novità e di amore capace, se lo vogliamo,
di attrarci nella sua orbita per dar vita a quel regno di Dio per cui Lui ha
accettato di incarnarsi e morire per noi.
La nostra
vita e la Parola
Signore, ci
rimane difficile uscire dalle dinamiche interne ai
nostri gruppi di appartenenza per incontrare gli altri nella comune piazza
umana. Siamo più portati a pensare che la nostra parte
sia la migliore e facciamo fatica a pensare in grande. Tu che hai pensato per
tutti accomunaci nel tuo spirito perché vogliamo amare come tu
ci hai amato.
35 Da questo tutti sapranno che siete miei
discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri.
Vivere nel senso vero é sempre qualcosa
che si fa assieme agli altri. Il modo poi di stare assieme é quello che fa
la differenza.
Il popolo, la società, l'orda, la massa, il gruppo, la comunità,
l'equipe, il team, il discepolato, la famiglia ecc. sono aspetti diversi dello stare assieme, ma rischierebbero
di essere solo una divisione numerica se non fossero fecondate da principi
ispiratori.
Il carisma dei fondatori é quello di
dare un'anima alle forme umane di vita comunitaria. Esse allora si colorano di uno
spirito che le rende inconfondibili. Il modo di stare assieme diventa allora la
firma, il look di un sentire più profondo che rimanda a chi l'ha inventato.
Quel ‘se’ non è pleonastico.
ma è la condizione sine qua
non noi possiamo legittimamente dirci suoi discepoli. Ora però far parte dei
seguaci di Gesù non è una cosa facile come un
bicchier d’acqua in quanto appartenere a Gesù non è come possedere qualcosa che possiamo tenere in
mano. Se una macchina fotografica mi appartiene devo
solo stare attento a non farmela rubare, ma poi essa è mia e nessuno può
togliermela. Il dato acquisito insomma nessuno può metterlo in discussione.
Cosa differente è seguire Gesù perché ‘a parte Salvatoris’ è
acquisito come realtà eterna che lui vuole salvarci, ma ‘a parte hominis’ questo fatto deve essere sempre voluto e mai dato
per scontato. Nel momento infatti in cui lo fosse ecco
che noi ci troveremmo immediatamente fuori dal circuito della salvezza.
L’indifferenza o la tiepidezza non può essere salvata, ma solo vomitata come si
esprime Giovanni nell’Apocalisse. Vediamo dunque come quel ‘se’ è il cardine su cui gira tutto perchè
rappresenta un appello alla coscienza dell’uomo perché decida della forma del
suo essere in questo mondo. E l’amore vicendevole diventa il messaggio vero di irradiazione del messaggio di Cristo verso coloro che
ancora non lo conoscono. Essere quindi in un gruppo cristiano e non amarsi
significa non solo tradire quei fratelli assieme ai quali si condivide
l’avventura d’essere amati dal Cristo, ma tradiamo tutti coloro
che potrebbero conoscerlo solo se vedessero i discepoli di Cristo amarsi. Gesù ci ha messo nelle mani una grande
responsabilità e noi prendendone atto veniamo aiutati a rilanciare il gioco
fascinoso dell’amore qualora si fosse affievolito.
La nostra vita e la Parola
Signore, quello che tu ci chiedi solo in apparenza è un peso, ma
se vissuto veramente diventa un favo che stilla miele.
36 Simon Pietro gli dice: «Signore, dove vai?».
Gli rispose Gesù: «Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi».
La vita ci porta a improvvisi
svuotamenti. Tutto ciò, anche se fastidioso, sembra far parte abituale della
vita. Il lamento che accompagna questi
stati diventa il più delle volte una
recita che induce l'uomo a non porsi le vere domande
sul perché dei suoi malesseri. Se é religioso si
lamenta con Dio perché lo sente lontano e somiglia a Piero che, nel momento in
cui domandava al Maestro dove stesse andando, non si accorgeva che il Maestro,
proprio in quel momento, gli stava dando una prova definitiva dell'essergli non
solo vicino, ma più che mai anelante al suo cuore. Allora la domanda più
opportuna che dobbiamo porci é questa:
dove stiamo andando rispetto all’Amore che da ogni parte ci avvolge e ci
getta ancore di salvezza? Il distacco dal Fondamento sembra lo sport più
praticato da noi umani, ma è completamente sconosciuto al nostro Maestro. E Pietro come rappresentante del nostro mondo iniziava a
fare prove di distacco, ma il suo non era nel profondo un distacco da
tradimento come quello di Giuda, ma solo una debolezza che lo allontanava dalla
statura del suo Maestro come una mela acerba che nessuno può mangiare, ma che a
tempo opportuno, quando le influenze della terra e del cielo l'avrebbero
maturata, diventerà cibo per l'uomo. Pietro a suo tempo maturerà ed offrirà la
sua vita per portare ai fratelli lo stesso messaggio di liberazione del suo
Signore. Gesù sa di aver seminato nel suo discepolo
dei semi più forti del suo tradimento e quindi profetizza che nel futuro egli
lo seguirà. Queste parole che per il momento sono oscure, diventeranno per
Pietro un gradino dove poggiare il piede per dare sfogo al suo pianto ed al suo
pentimento. Il ‘ mi seguirai più tardi’
verrà in mente a Pietro dopo il
tradimento per capire che il Signore lo aveva già perdonato. Ora Pietro non può
seguirlo proprio perché prima deve essere provato. Ma
dove va il Signore? Va a salvare tutta l’umanità di fronte ad un tribunale
terreno influenzato dal maligno che vuole sottometterlo per irridere Dio e
mantenere saldo il suo dominio su questo mondo.
La nostra vita e la parola
Signore, quante strade lontane dalle tue percorriamo!
Il nostro amore verso è come il vento, ora soffia forte, ora si smorza e non ha
più vita. Solo il tuo Spirito può darci quella vita che zampilla verso la vita
eterna.
37 Pietro disse: «Signore, perché non posso
seguirti ora? Darò la mia vita per te!».
"Io ti amerò per sempre" “Io darò la mia vita per te” : così suonano le parole d'amore e sembrano vere, ma
se questa affermazione la si confronta
con i fatti delle mille persone che la
dicono, dobbiamo concludere che quell'io che parla é
un bugiardo. Quell'io che
parla, anche se in buona fede, crede di poter essere garante del suo futuro
come sembra esserlo del suo presente. Certo nel momento in cui afferma si dà
completamente e forse non potrebbe essere
diversamente. Ma sa quell'io
cosa significa amare e morire veramente per un altro? Sa che l'amore, quello
vero, un’io limitato non può darlo fino in fondo se non si allea con la Forza
Infinita? Una simile affermazione il proprio petto non
la può sostenere e imparerà a sue spese a diffidare del proprio io. Solo
trasferendo il peso della propria affermazione nell’alveo di Chi la può
supportare solo allora quelle parole diventano vere.
L’amore di una madre verso il proprio figlio partecipa strutturalmente al modo di amare
di Dio, ma fuori da questa modalità d’amore occorre elevarsi ad una sfera
divina per poter dire con verità le parole che declinano il dono della propria
vita. Intendiamoci non sto dicendo che occorre credere in Dio per offrire la
propria vita, ma solo che chi la offre di fatto parla
con lo stesso alfabeto di Dio.
La nostra vita e la Parola
Signore, abbiamo ricevuto la nostra vita dalle mani di Dio ed un
giorno gliela dovremo rendere. Prima o poi sarà così
ed allora mentre siamo lucidi e sani concedici dei momenti di grazia in cui
possiamo offrirti la nostra vita senza mentire.
38 Rispose Gesù:
«Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo,
prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte».
Il rapporto con il nostro futuro é
radicato profondamente nell'attesa della realizzazione di ciò che ci sta più a
cuore. Per il
nostro futuro vorremmo più vita, più amore, più luce. L'avvento di queste
realtà avverrà sicuramente come dai fiori vengono i frutti. L'importante
é per noi uomini lasciare scorrere le energie, come del resto fanno gli
alberi, per dare corpo alla
realizzazione dei nostri desideri. L'albero non pensa, ma é
predisposto per realizzare il suo
compito avendo iscritto in sé il fine per cui vive.
Per noi uomini le cose si presentano apparentemente più complicate, ma anche
noi siamo venuti al mondo con un compito da realizzare e se molte volte sbagliamo, alla fine, come l'albero, daremo il nostro
frutto. Il legame tuttavia con il nostro compito si presenta incerto, e
dobbiamo faticare una vita prima per scoprirlo e poi per perseguirlo con costanza
fino a quando non saremo una cosa sola con il motivo per cui
stiamo al mondo. Quanti tentativi abortiti e quanti tradimenti della nostra
vera ragion d'essere! Se però manteniamo una nostra umana sincerità alla fine
la vittoria non potrà mancare. Il tradimento é
qualcosa che ci disgusta, per questo manteniamo la sua sfera di significato
molto lontano da noi. Imbattersi a riflettere su questo concetto però significa
capire che, con buona probabilità, potremmo essere dei traditori anche noi.
Quando si soddisfano i propri bisogni fisici o le proprie idee ristrette e si
continua così senza dare attuazione alle proprie aspirazioni più profonde ecco
che tradiamo il motivo vero per cui siamo venuti al
mondo. Cosa poteva allora frullare nella testa di
Pietro per arrivare a rinnegare il suo Maestro? Egli avrà pensato che Dio era
con Gesù e quindi chi avrebbe potuto toccarlo? Non
era egli riuscito sempre a sfuggire ai suoi nemici? A
un tale uomo si poteva dar mostra di offrire la vita anche perché chi avrebbe
potuto veramente richiederla? Certo non Gesù a cui la si offriva, ma neppure i suoi nemici. Il Maestro infatti, vissuto come un essere magico, non avrebbe certo
permesso che i nemici prendessero la vita di Pietro. Tutto ciò era coerente con
l'immagine che s’era fatta del Maestro: una immagine
vittoriosa. Insediatosi dietro il carro del vincitore, Pietro poteva ben
offrire la sua vita non sospettando neppure lontanamente una sconfitta fisica
di colui al quale si era affidato. La dichiarazione di offrire la vita era solo
radicata nei suoi sogni di invincibilità e di gloria.Ora mettiamoci dalla parte di Gesù
e notiamo come pur sapendo che lo avrebbe tradito egli lo informa solamente di
ciò che sarebbe accaduto, ma non prende nessuna iniziativa
per bloccarlo o condannarlo. Noi al contrario non possiamo neppure credere che
un amico possa tradirci (non possiamo immaginare che il dio che ci sentiamo
possa essere tradito). E quanto più qualcuno é entrato nella nostra intimità tanto più bene ci aspettiamo da lui. Se poi invece del bene
ci viene del male é come se fossimo feriti a morte non tanto
per l'oggettività del male che riceviamo quanto per la mano che l'ha inflitto.
Si entra quindi nel lutto della perdita dell'amico e si fa di tutto per
cancellarlo dalla propria vita e tutto ciò potrebbe
sembrare umano. Alcune volte però si sviluppa un odio mortale. Sono rare le
volte in cui si cerca di verificare se
in qualche modo si é stati parte in causa in ciò che é
successo. E più rari i casi in cui si perdona veramente.
La nostra vita e la Parola
Signore, dobbiamo ‘stare in campana’
come si dice sulla nostra terra e puntare alla purificazione completa delle
nostre intenzioni perché i rapporti
siano sempre più liberi dal possesso, dalla gratitudine e da ogni
sentimento che possa offuscare il bene profondo
dell’amicizia