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Nel dicembre del 1942, all'università di Chicago, in
presenza del rappresentante dell'industria che avrebbe dovuto curarne la
produzione, il fisico italiano Enrico Fermi riuscì a produrre la prima reazione
nucleare a catena controllata, utilizzando frammenti di uranio naturale
distribuiti all'interno di un blocco di grafite pura (una forma di carbonio).
Nella "pila", o reattore nucleare di Fermi, la grafite fungeva
da moderatore per rallentare i neutroni, rendendo così possibile la reazione a
catena.
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Enrico Fermi (Roma, 1901 – Chicago, 1954).
Fermi è da considerarsi uno dei padri della fisica nucleare. I suoi
studi sulla radioattività indotta gli valsero il premio Nobel nel 1938.
In seguito ottenne la prima reazione controllata di fissione nucleare a
catena, che segnò l'inizio dello sfruttamento dell'energia nucleare per
scopi civili, e partecipò al progetto Manhattan per la realizzazione
della bomba atomica. Sia in Italia che negli Stati Uniti incoraggiò il
lavoro di molti giovani ingegni, che si rivelarono poi tra i più grandi
fisici del secolo.
Mario Francini, nel suo libro “Quante storie…”, ci
racconta cosa avvenne nel giorno in cui Fermi avviò per la prima volta la sua
“pila”:
“Erano in una ventina, quel 2 dicembre 1942, nella palestra
dello stadio universitario di Chicago, quando Enrico Fermi mise per la prima
volta in attività la pila atomica sperimentale destinata a tenere a battesimo
la nuova era dell'atomo. Si trattava di professori e di studenti, ma c'era
anche un "profano", l'industriale Greenewalt, che rappresentava la
società Du Pont De Nemours, cui sarebbe stata affidata la produzione delle
pile indispensabili per la fabbricazione della bomba atomica. Proprio per lui
Fermi aveva voluto che l'esperimento avesse una certa spettacolarità: si
trattava di coinvolgerlo nella grande impresa. E per questo era stato
predisposto in un angolo della palestra un palco con delle sedie per gli
"spettatori".La catasta delle mattonelle di grafite purissima aveva
già raggiunto i cinque metri di altezza e nel suo "cuore" erano già
racchiusi i cilindri di uranio; non restava che estrarre le ultime aste di
cadmio per dare il via alla fase critica: la pila si sarebbe accesa e avrebbe
cominciato a funzionare. Il ticchettio impazzito dei contatori Geiger avrebbe
annunciato l'inizio della reazione a catena. Verso mezzogiorno Fermi fece
spostare leggermente indietro l'ultima "asta di controllo" ma appena
i contatori presero a sussultare ordinò di rimetterla a posto e annunciò che
era l'ora di
andare a colazione. Tutti avevano rifatto i loro calcoli e avevano concluso
che non ci sarebbero state sorprese, ma era meglio procedere con calma.
Dopo la sosta tutti ripresero il loro posto e si ricominciò. Alle 15 e 20
Fermi si volse verso gli "spettatori" e guardando Mr Greenewalt
spiegò: "Adesso mostreremo sul serio come si produce la reazione a
catena. Farò estrarre la sbarra di un altro paio centimetri. A questo punto
i contatori cominceranno subito a salire finché non darò l'ordine di
stop". Si volse all'operatore e disse: "George, questa è la volta
buona. Tira fuori l'asta di un piede". Subito i contatori Geiger
cominciarono a ticchettare, prima lentamente poi con ritmo sempre più
accelerato e infine a velocità frenetica. Benché nessuno tra gli scienziati
presenti mostrasse sorpresa per quello che stava accadendo, una certa tensione
si creò nel laboratorio: dopo tutto ci si stava avventurando in un terreno
inesplorato.
Dopo venti
minuti Fermi fece reinserire le sbarre e tutti si sentirono più sollevati
perché i contatori smisero di ticchettare. Allora ci furono delle strette di
mano e fu spiegato a Mr Greenewalt che l'esperimento era finito. Il professor
Eugene Wigner, che veniva da Princeton, tirò fuori un fiasco di Chianti e
alcuni bicchierini di carta: tutti bevvero due dita di vino e firmarono il
fiasco. Subito dopo Arthur Compton, il direttore dei laboratori di Chicago,
telefonò a un collega dell'università di Harvard. Disse: "Il navigatore
italiano è arrivato nel nuovo mondo". Sebbene il codice fosse stato
improvvisato lì per lì da Compton, l'altro comprese al volo e domandò,
ansioso: "E gli indigeni come sono stati?" La risposta fu:
"Molto cordiali".
L'industriale
Greenewalt salutò tutti e si allontanò in macchina. Disse di essere stato
impressionato dall'abilità di Fermi, e questo dimostra che lo scienziato
aveva saputo drammatizzare uno "spettacolo" altrimenti
incomprensibile per un profano. Per il momento il mondo ignorò di essere
entrato in una nuova era e i giornali continuarono a parlare degli scontri in
Tunisia, della battaglia di Guadalcanal, dei tedeschi accerchiati a
Stalingrado, ma della grande vittoria del "navigatore italiano"
nessuno seppe nulla.
Enrico Fermi
aveva abbandonato l'Italia quattro anni prima, tra l'indifferenza generale.
Nessuno gli aveva chiesto di lasciare l'università di Roma, ma a farlo
decidere erano state le leggi razziali, dal momento che egli aveva una moglie
ebrea. A espatriare l'aiutò una felice circostanza: l'invito a recarsi a
Stoccolma per ritirare il premio Nobel che gli era stato assegnato per la
fisica. Nessuno sapeva che aveva deciso di non tornare in patria ad eccezione
di pochissimi amici intimi: a salutarlo alla stazione c'erano soltanto
loro.”
In sottofondo: F. Chopin, Notturno n. 7 in DO diesis magg., Op. 27
n.1
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