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Il testo che segue è stato pubblicato sul numero di aprile 1986 del bollettino “Pagus”. Il documento pur espondendo alcune tesi che andrebbero meglio ricollocate, rappresenta un punto di riferimento e discussione tutt’ora valido. Da segnalare che con la pubblicazione di queste tesi i politeisti vicentini iniziaro la loro attività pubblica.

Manifesto Politeista

“Facciamo prigioniero in nome di Cristo ogni pensiero” Gregorio di Nazianzo

“Il cane che annusa il vento non crede nel vento, cerca semplicemente di captarlo, e di cogliere quel che va dicendo”.

Molti aspetti della repressione sociale e culturale sono indiretti: la libertà non è perseguitata manifestatamente, ma piuttosto viene limitata dall’uniformità e povertà del progetto vitale: lavorare e produrre, consumare e accumulare oggetti, arricchirsi per godere oggetti più numerosi, più grandi e più lussuosi.

Altrettanto si potrebbe dire per le restrizioni di altre libertà, da quella sessuale a quella del tempo libero: ambedue sono pause pianificate nei tempi produttivi.

L’altra grande istituzione repressiva, il cristianesimo, invece si occupa di questi spazi in modo più diretto e consapevole. La regolamentazione è aperta, diretta, minuziosa. La costrizione non è fisica ma mentale e, alla lunga, insistendo solo sulla responsabilizzazione psichica, il cristianesimo ci porta in tanti vicoli ciechi sbarrati da muri: soggettivismo, prova certa, lo status dell’”oggetto di fede”, delirio, illusione, fede; il problema del dubbio e tutti i tormenti della colpevolizzazione. Basterebbe solo che ci liberassimo da questo bagaglio per camminare diritti e leggeri nel vento.

Per converso, il cristianesimo non è riuscito a cancellare la vera religiosità, lasciando così un vuoto spirituale che può, oggi, essere solo riempito dal politeismo.

E’ attraverso il politeismo che si attua il ri-appropriarsi della propria vita.

Il politeismo non è un “ritorno al passato”. Non consiste nel richiamarsi ad un passato contro un altro passato. Non si manifesta nel desiderio di ritornare al “paradiso perduto”, tematica di origine giudeo-cristiana, d’altronde è uno spettacolo grottesco vedere denunciati “idoli pagani” da cristiani adoratori del proprio abito nero, è comica vedere rifiutato il nostro passato politeista da chi non cessa di vantarsi della continuità giudeo-cristiana e di ricordarci come esempio Abramo, Giacobbe, Isacco ed altri beduini proto-storici, d’altronde la stessa chiesa non rifiutò come vuote fantasie gli antichi Dei, ma conferì loro una effettiva esistenza, affermando per altro che quelle divinità erano semplicemente esseri diabolici. Al momento della cristianizzazione, furono, i “grandi Dei” che mobilitarono la maggiore ostilità dei predicatori cristiani. I “piccoli Dei”, considerati come meno pericolosi, furono più facilmente “amnistiati”; battezzati in modo più o meno ingegnoso, essi divennero dei santi locali (esempio la Madonna nera).

Non si tratta di rifarsi al politeismo come un fatto cronologico, ma riferirsi ad una funzione mitologica, per ricercare quello che attraverso il tempo, supera il tempo e ci possa parlare anche oggi.

Il politeismo non è una regressione, ma al contrario la scelta di liberarci ad un avvenire più autentico, più armonioso; gli Dei ci parlano altro che le avventure di Giuseppe.

Non c’è bisogno di credere in Juppiter o in Odino (che tuttavia non è più ridicolo che credere in Jahvè) per essere politeisti, il politeismo oggi giorno non consiste nell’innalzare altari a Apollo o a resuscitare il culto di Odino. Il politeismo ci serve per cercare una determinata concezione della divinità e del sacro, una certa interpretazione del mondo, il politeismo pone tra l’uomo e l’universo, una relazione fondamentalmente religiosa, una spiritualità molto più intensa, più grave, più forte di quella che il giudeo-cristianesimo reclama, lontano da desacralizzare il mondo, lo sacralizza nel vero senso. Per il politeismo il sacro non è opposto al profano, ma lo ingloba per donargli un senso. NON C’E’ BISOGNO DI UNA CHIESA PER FARE DA MEDIATRICE TRA L’UOMO E GLI DEI. Il politeismo è l’esempio più grandioso di una religiosità assolutamente adogmatica, che non contraddice nessuna esperienza naturale pur penetrando e comprendendo tutta l’esistenza. Non è stato proprio il dogma che ha fatto “ammalare” le nostre anime? Non è stato il dogma a far ammalare l’anima del mondo di questa civiltà, tagliandola da fatti della vita, dalle cose così come esse sono. Il politeismo sacralizza, e per questo esalta questo mondo, là dove il cristianesimo santifica, e per questo si ritira da questo mondo.

Possiamo definire il politeismo come una concezione eminentemente aristocratica della persona umana, un etica fondata sull’onore (sull’onore piuttosto che sul “peccato”), una attitudine eroica difronte alle sconfitte dell’esistenza, l’esaltazione e la sacralizzazione del mondo, della bellezza, del corpo, della forza e della salute.

Il cristianesimo si basa sulla distinzione dell’essere creato (il mondo) e dell’essere increato(dio), il mondo non è il corpo di Dio, non è eterno è radicalmente diverso dall’assoluto. Alle basi del Politeismo si trova l’idea che il mondo è anima e che l’anima del mondo è divina. Il mondo rappresenta lo sviluppo degli Dei nello spazio e nel tempo. La sostanza e l’essenza degli Dei è la stessa di quella del mondo. Per il Politeismo gli Dei non sono esseri dissociati dal mondo, il politeismo non è una teologia della natura, ma una teologia del mondo. Il Politeismo ha concepito le cose di questo mondo col più potente senso di realtà che sia mai esistito, e tuttavia, anzi certamente per questo motivo, riconobbe in essere le linee meravigliose del divino. Il divino è il fondo di ogni essere e accadere. Nessuna immagine di vita è priva di elemento divino.

Il politeismo è il frutto di una visione del mondo, del riconoscimento e dell’adesione ad una realtà che il cristianesimo ha ridotto a livello di fantasia, invenzione poetica, realtà demoniaca etc., il concetto fondamentale è quello di una creazione organica, di un tutto visto come organismo vivente e, in più, popolato da esseri che, a vari livelli, hanno il compito di regolarne lo sviluppo. Ogni manifestazione naturale ha il suo sovrintende, spirito “elementare”, elfo, angelo di zona. Lo stesso globo terrestre “vive”, avvolto da energia che si raccoglie particolarmente in alcuni puti dove, a seconda delle epoche, sono sorti monumenti megalitici e templi. Alla domanda dove cessi l’umano e cominci il divino non può venir data risposta alcuna, perché la certezza nell’esperienza è radicata nel fatto che l’uno viene concepito dall’altro ed entrambi coincidono. La divinità non agisce da un al di là nella vita interiore dell’uomo, sull’anima, è una col mondo e si fa incontro all’uomo nelle cose del mondo, quando egli è per via prende parte alla sua via prende parte alla sua vita movimentata. Non è rientrando in se stesso che egli ne fa esperienza, ma uscendo da se stesso, affermando ed agendo.

Una delle devastazioni più tragiche operate dal cristianesimo è la distruzione della nostra vita psichica. Il cristianesimo si nutre, come Crono, degli Dei che divorava. Via via che il cristianesimo si diffondeva la nostra vita veniva privata di ogni riferimento superiore (gli Dei) e di conseguenza ogni manifestazione superiore veniva fatta apparire, adesso, come manifestazione patologica. Gli Dei potevano tornare, ma attraverso la porta di servizio dell’aberrazione mentale. La più significativa di tutte questi ricorrenti aberrazioni è il concetto di “inconscio”. Un tempo, nel periodo classico, c’era un mondo infero profondo, che ospitava i nostri sogni e il lato notturno della nostra anima. Ma il cristianesimo devastò l’Ad e lo trasformò in inferno, cosicché tutti i fenomeni del mondo infero divennero peccaminosi e malati.

Parrebbe quasi che, nella nostra vita e nella società, le trasformazioni riflettano le contese degli Dei che, se rimossi e dimenticati, diventano una maledizione quotidiana. C’è nei racconti degli Dei, una comprensione delle nostre crisi culturali maggiore di quanto ce n’è in tutte le teorie socio-politiche messe insieme. Il tecnologismo contemporaneo si sviluppa in armonia con Prometeo. Prometeo ruba il fuoco e finisce legato alla roccia, artigliato dal potere a cui si era sostituito. La diffusione epidemica della depressione, seguono il modelle della storia di Crono. Crono divorava i propri figli, consumava ciò che egli stesso produceva, senza mai consentire alla propria creatività una vita autonoma. L’onnipresenza di esplosioni di violenza è opera di Pan, la cui onnipresenza gli ha valso un come che significa “tutto”. Pan e Ares la violenza e la guerra. La natura di Pan catapultarsi giù dalla montagna violando qualunque cosa si trovi sul suo cammino.

Diventare consapevoli del Pantheon divino che sfila nei nostri pensieri, al di là del nostro controllo e perfino contro la nostra volontà. Vuol dire ritrovare un contatto con le dimensioni più profonde del pensiero e delle idee, riconoscere il Politeismo che non possediamo ma che in effetti ci possiede.

“Il Politeismo è la via alla verità, e pertanto è la verità stessa”.

Il ritorno agli Dei è più simile a un ri-volgersi, un rivolgersi a/in quel cerchio i cui orizzonti si aprono all’infinito, e il cui centro, essendo ovunque, è molteplice. Sarà un nuovo circolo, non più vizioso bensì alleviante e liberante.

SALUTIAMO LA LIBERAZIONE RELIGIOSA,

SALUTIAMO IL RITORNO DEGLI DEI.

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