Cenere e polvere. Ebano e avorio. Nero denso strappato alla piu' buia delle notti e sottile bianco, come granelli di sabbia. Piu' propensa a vedere ossa triturate in quel pallido colore, la ragazza continava a fissare il vuoto ripetendo mentalmente quell'infinita litania. Nero.Bianco.Nero.Bianco. Nerobianco e ancora, ANCORA. Chiuse gli occhi ripassando le linee della scacchiera che si delinavano sempre piu' chiare col passare delle ore. Cenere e polvere. Ebano e avorio. Nero denso strappato alla piu' buia delle notti e sottile bianco, come granelli di sabbia. Piu' propensa a vedere ossa triturate in quel pallido colore, la ragazza continava a fissare il vuoto ripetendo mentalmente quell'infinita litania. Nero.Bianco.Nero.Bianco. Nerobianco e ancora, ANCORA. Chiuse gli occhi ripassando le linee della scacchiera che si delinavano sempre piu' chiare col passare delle ore.

Era ancora li' quando la sua lingua sfioro' rapidamente le labbra, inumidendole nuovamente mentre spostava la sua attenzione sul mondo circostante. La stanza che la racchiudeva era spaziosa e abbastanza confortevole. Libri erano sparsi ovunque cosi' come le conchiglie, che si stagliavano in ogni angolo, circondate da piccoli oggetti a cui appartenvano grandi storie e ricordi. Ritorno' a guardare il muro, il suo unico cielo.
Con uno sbuffo scatto' in piedi dirigendosi alle cucine e tornando dopo poco a sedersi sul letto. Aveva bisogno di mangiare se voleva continuare.
Chiuse di nuovo gli occhi escludendosi da tutto, volando su una pianura fatta di simmetriche figure. Bianche e nere. Il suo campo di battaglia. Lentamente si popolo', destandosi dopo una notte senza fine. Doveva memorizzare le regole e le tecniche per la sopravvivenza.

Una dopo l'altra figure di ghiaccio e carbone (ossa e cenere?) si scontravano in una danza d'amore e morte. Poi una forza inizio' a trascinarla verso il bordo della scacchiera e, appena poso' il piede su una casella...(bianca?), entro' nel gioco. Si rese conto di impugnare una spada corta con l'elsa finemente lavorata che aderiva perfettamente alle pieghe della sua mano. Fante. Carne da macello. E come se non bastasse toccava a lei fare il primo passo. Stringendo la mano libera a pugno avanzo' con una falsa sicurezza allargando le spalle e radrizzando la testa, l'espressione che fino a poco prima era stata di sorpresa, panico e rabbia ora era decisa e pericolosa. Era la prima regola: sembrare sempre piu' sicuri di quanto ci si senta realmente, per intimidire il nemico.

La maglia di ferro che indossava sotto la casacca stava diventando sempre piu' pesante e sollevare la spada sempre piu' faticoso. Uno dopo l'altro aveva sconfitto numerosi nemici e ormai si sentiva sfinita. L'odore acre del sudore di uno stallone nero cavalcato da un guerriero armato con un allabarda arrivo' improvvisamente alle sue narici. Gli occhi fiammeggianti del cavaliere fissi nei suoi e un movimento delle labbra, poco piu' di un sussurro: Sei mia. Con un nitrito il cavallo si avvicino' minacciosamente a lei. Finita. Sapeva che presto avrebbe imparato sulla sua pelle la seconda regola: non tutti finiscono il gioco vincitori.


E con quel pensiero in testa si lancio' verso la morte. Sentiva ronzare il sordo martellare degli zoccoli dello stallone sul pavimento ricoperto di cenere. Il nulla attorno a lei, solamente la consapevolezza della morte al suo fianco.
Immobile osservava la carica del cavaliere il cui urlo di battaglia si era tramutato in una folle risata. Chiuse gli occhi ed assaporo' gli ultimi istanti di quella che avrebbe potuto chiamare vita.
Poi un pensiero si fece spazio tra le sue paure: non voleva morire. Rotolo' su se stessa riuscendo per un soffio ad evitare la prima carica del cavaliere anche se aveva quasi rischiato di perdere la spada (di infilzarsi da sola - di morire)
Trovando in se una forza che non credeva possibile alzo' la spada verso il cielo ed inizio' a correre. Osservandosi la mano si accorse pero' di non impugnare piu' una spada ma un sottile pugnale.
Prendendo la mira lancio' la lama verso le spalle del suo assalitore e colpi'. Senza emettere un suono egli cadde a terra. Perche' la terza regola e' non disperare, la vita difficilmente scorrera' via dal tuo corpo senza prima combattere.

Avvicinandosi al corpo del suo nemico la ragazza si scosto' un ciuffo di capelli fradici dal viso. Non aveva piu' armi e aveva tutta l'intenzione di riappropriarsi del suo pugnale (o della sua spada?).
Tremava mentre posava un piede davanti all'altro e le gambe sembravano sul punto di cedere ad ogni passo. Fece appena in tempo a chiudere le dita della mano sull'impugnatura insanguinata del pugnale. Il guerriero si mosse di scatto scaraventandola a terra. Lo sguardo non era piu' divertito.
Era stato umiliato da... una donna (??!!) e questa era la peggior onta che mai si fosse abbattuta su di lui. Si sarebbe vendicato e avrebbe preso il suo trofeo. Strinse le sue mani attorno al collo della giovane e inizio' a gridarle insulti e minacce. La battaglia non era ancora finita anche se l'esito sembrava ormai segnato.
Solo dopo alcuni istanti la ragazza si rese conto di avere ancora il pugnale nella sua mano. Non ci penso' ancora prima di colpire il collo scoperto dell'uomo.
Una... due volte... sangue che rendeva viscida la sua presa.... dita che fanno passare aria e vita... tre... ancora sangue che scorre sul suo viso rendendola cieca... quattro... voce strozzata di chi non vivra' ancora a lungo... cinque...sei..peso che crolla sul suo stomaco togliendole nuovamente l'aria che aveva appena conquistato.
La pietra che l'aveva ghiacciata ora calda e scivolosa. E di nuovo in piedi. Non voleva rischiare e quindi con fatica riusci' ad alzare la pesante arma del guerriero e farla calare sul suo collo recidendolo completamente dal resto del corpo.
Crollo' a terra sfinita con le lacrime che rigavano il viso lasciando due candide linee sulla pelle imbrattata. Le regole si susseguivano senza sosta: mai fidarsi del nemico, anche quando sembra sconfitto definitivamente.

Sicuramente aveva dormito parecchio. Apri' gli occhi guardandosi attorno per un momento senza rendersi davvero conto del luogo dove si era fermata a riposare. Appoggio' una mano per terra cercando di sedersi e per poco non ricadde. Aveva le mani sporche di sangue ormai coagulato che impacciava i suoi movimenti ma soprattutto sentiva un fortissimo dolore alla spalla. Non se n'era accorta prima, presa dal furore del combattimento, ma sicuramente era ferita. E molto a giudicare dal costante pulsare del braccio. Le lacrime le annebbiarono nuovamente gli occhi finche' non noto', distante, una figura in avvicinamento. Ricordandosi cio' che aveva imparato si rialzo'... con molta fatica ma si rialzo'. Le gambe large, in posizione di difesa, la spada sorretta dalla mano sana e l'altra che ciondolava al suo fianco. Lenta la figura passo' da un tassello all'altro fino ad arrivarle di fronte. Un fante avversario. Indossava un armatura vichinga e, ora che le era vicino, pareva davvero imponente e pericoloso. Gli occhi del colore del ghiaccio che la osservavano da sotto l'elmo. Ancora la morte che cantava al vento il suo nome. Tese il braccio in modo da parare facilmente il primo colpo. Il vichingo scavalco' il corpo del cavaliere e le porse la mano. Che fare? Doveva ricambiare il saluto o cogliere quell' occasione cosi' vantaggiosa? Le apparenze talvolta ingannano.

Leggendole negli occhi le sue domande il vichingo porto' la mano alla rozza spada che teneva ancora nel fodero e la tolse facendola cadere rumorosamente a terra. Quindi si tolse l'elmo. Rasati quasi completamente, tranne che per alcuni ciuffi piu' lunghi, i capelli gli sarebbero scesi sulle spalle se non fossero stati legati con un pezzo di cuoio. E quegli occhi la guardavano ora dolcemente mentre le sorrideva. Senza pensarci ancora la ragazza accarezzo' il viso glabro del vichingo e gli sfioro' le labbra con un bacio. Il fante comincio' a slacciarle il corpetto lasciandola in poco tempo senza armatura. Guardandoli qualcuno avrebbe visto due amanti. Altri avrebbero visto una ragazza ferita e un druido, una guaritrice. Scaraventate in un mondo ostile si erano incontrate per sognare ancora una volta. Curare anima e corpo. Anima e corpo. Parole arcane e la fine del dolore. Quello fisico almeno. La spalla guarita. Nuove battaglie davanti a loro che ora si fronteggiavano. Non avrebbero combattuto. Non ora. Erano due fanti nemici che lottavano con la morte e per vincere bisognava ricordarsi la sesta regola: non tutte le ferite possono guarire senza un aiuto.

Ancora un passo su quella scacchiera infernale. Un nuovo tassello, un'altra mossa. Si guardo' attorno cercando un nuovo nemico da abbattere. Ma era sola. Completamente sola. Se ne accorse mentre si sistemava al meglio i lacci che tenevano ferma sul suo corpo l'armatura. Due sottili fili dorati erano rimasti impigliati in una delle fibie. Lunghi e sottili. Profumati di lei. Inizio' a tremare senza saperne il motivo. Piu' osservava quei capelli piu' si sentiva scossa. Fu solo dopo alcune ore che decise cosa fare. Inginocchiata a terra impugno' la sua spada e inizio' a scavare nella pietra.
Per un tempo infinito.
Finche' non raggiunse la terra e allora rimise la spada nel fodero e scavo' con le unghie. Sangue che scorreva ma doveva scendere ancora. Pietre contro le sue mani ma ancora non bastava. Un piccolo sasso coperto non dalla terra ma dalle sue lacrime. Con le mani doloranti si strappo' allora due dei suoi capelli unendoli con fatica a quelli biondi, legandoli infine attorno al sasso. La lama ormai spuntata e ricoperta di terra scivolo' rapida nel suo palmo aperto e tutto si ricopri' di carminio. Solo dopo aver urlato al vento cio' che sentiva nel cuore mise l'amuleto all'interno della buca e la riempi' nuovamente.
Ancora una volta in piedi, ancora un altro tassello. - Non si puo' combattere contro l'amore -

Lontano... da qualche parte nel susseguirsi di bianco e nero un vichingo dal volto glabro si fermo' ad ascoltare la voce del vento.
Rimase sorpresa quando si guardo' le mani: erano sporche di sangue e terra.

Si lecco' l'indice prima di riprendere nuovamente la sua strada. Sapeva di terra... dolce.
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